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Weekend spaziale alla Astronauticon di Lecco: c’è Sandra Magnus, astronauta Shuttle

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Questo sabato la convention nazionale di astronautica Astronauticon 6 avrà come ospite l’astronauta Sandra Magnus (foto qui accanto), che ha volato nello spazio cinque volte fra il 2002 e il 2011 con lo Shuttle ed ha vissuto a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. La sua conferenza si terrà a Lecco alle 20.30 ed è a ingresso libero.

Il programma della manifestazione con tutti i dettagli è qui e include molti altri eventi a tema, compresa una mia chiacchierata, venerdì sera alle 21, al Planetario di Lecco, sul tema delle bufale spaziali (Dal complottismo sugli UFO all’“Occhio di Dio”). Avrò con me, come consueto, qualche copia del mio libro “Luna?”. Come per tutti gli eventi dell’Astronauticon, l’ingresso è libero, ma se vi piace quello che vedete, fate una donazione agli organizzatori oppure diventate soci. Ci vediamo!

Come tradurreste il titolo “Carrying the Fire” del libro dell’astronauta Michael Collins? Cerco idee

Come tradurreste il titolo “Carrying the Fire” del libro dell’astronauta Michael Collins? Cerco idee

Come probabilmente
ricorderete, fra i miei sogni nel cassetto c’è quello di tradurre in italiano
Carrying the Fire, l’autobiografia dell’astronauta lunare Michael
Collins, uno dei più bei libri del suo genere.

Ci sono sviluppi in proposito, di cui per ora però non posso parlare qui. Se
si arrivasse a tradurlo, che titolo scegliereste? Sono a corto di idee.

Spiego brevemente il senso del titolo originale, basandomi su
questa intervista
a Collins del 2019 su CollectSpace e sul libro stesso: l’astronauta scelse
Carrying the Fire (letteralmente “trasportando il fuoco”), con il
sottotitolo An astronaut’s Journeys (“i viaggi di un astronauta”), come
riferimento all’attenzione e cautela necessarie quando si effettua una
missione spaziale. Come trasportereste del fuoco? Con molta attenzione,
ovviamente.

Scrive infatti Collins, nella prefazione all’edizione del 1973: 

“Inizialmente avevo intitolato il libro World in My Window, (“Il mondo nel mio finestrino”),
citando una cosa che avevo detto durante il volo dell’Apollo 11, ma più ci
pensavo e più mi suonava banale. Il titolo Carrying the Fire fu
concepito durante una lunga e sconclusionata conversazione telefonica con
Roger Straus III, il mio curatore. Non contiene alcun sotterfugio: è semplicemente
quello che penso del volo nello spazio, se devo esprimerlo in tre parole.
Ovviamente Apollo era il dio che portava il sole infuocato a solcare il cielo
a bordo di un carro, ma a parte questo, come si trasporta il fuoco? Con attenzione,
ecco come, con molta pianificazione e con notevole rischio. È un carico
delicato, prezioso quanto delle rocce lunari, e chi lo trasporta deve stare
sempre all’erta per evitare che gli cada. Ho trasportato il fuoco per sei
anni, e ora vorrei parlarvene, in modo semplice e diretto come deve fare un
pilota collaudatore, perché il viaggio merita di essere raccontato.”

Il titolo italiano non deve per forza essere una traduzione letterale. Ma
vorrei qualcosa di breve, accattivante ed altrettanto ricco di significato.

Questi sono i primi suggerimenti che mi sono arrivati da Twitter, dai commenti
e da altre fonti e hanno superato una prima selezione grossolana. Gli altri li
trovate nei commenti. Immaginateli pure includendo anche un sottotitolo.

  • Il custode della fiamma / Il custode del fuoco
  • Apollo nello spazio
  • Portatori del fuoco
  • Il carro di Apollo
  • Portare la fiaccola
  • Cavalcando il fuoco
  • Sul carro del Sole
  • Viaggiando col fuoco
  • Trainando il sole
  • Il peso del vuoto (Luca Rozzi)
  • Trasportando il fuoco
  • Alla guida del carro del sole / Alla guida del carro del fuoco
  • Sulle ali di Apollo (fonte)
  • La fiaccola di Apollo (fonte)
  • Carrying the Fire: il mio viaggio verso la Luna (Lorenzo Gasparini)
  • Col fuoco nelle mani: un astronauta racconta (Ezio Bonsignore)
  • Cavalcando il fuoco: il viaggio di un astronauta (pgc)
  • Da Roma alla Luna (Henry Girardin)
  • Correre col fuoco
  • Solo con la Luna (Azimuth)
  • Portare il fuoco (Charlie Brown)

 

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Video: dagli UFO ai complotti spaziali

Video: dagli UFO ai complotti spaziali

Il 6 maggio scorso ho partecipato al Convegno nazionale del CICAP intitolato
“Siamo soli nell’universo? Alla ricerca della vita, fra mito e realtà”
presso l’Aula Magna dell’Università dell’Insubria, a Como, e ho parlato di una
categoria di avvistamenti molto particolari: quelli attribuiti agli
astronauti. Gente che conosce bene lo spazio e le cose che volano in atmosfera
e fuori dall’atmosfera e che per questo viene spesso ritenuta particolarmente
attendibile. E in effetti gli astronauti sono attendibili in questo
campo; il problema è che chi riferisce le loro parole lo è parecchio meno.

Se vi interessa saperne di più e vedere i risultati delle mie ricerche su cosa
si dice che abbiano detto e fatto gli astronauti in materia ufologica e su
cosa hanno realmente detto e fatto, è stato pubblicato oggi il video.

Se vi chiedete il perché della mia strana posa china in avanti, non è una mia brutta imitazione di Quasimodo nel Gobbo di Notre Dame o un problema di mal di schiena, ma solo una soluzione veloce per stare vicino al microfono e consentire la registrazione del mio intervento. Buona visione.

Lo storico volo spaziale di Gagarin fu intercettato e confermato dalla NSA

Lo storico volo spaziale di Gagarin fu intercettato e confermato dalla NSA

Questo articolo era stato scritto inizialmente per Il
Disinformatico
della Radiotelevisione Svizzera ma non è più disponibile sul sito della RSI,
per cui lo ripubblico qui in versione aggiornata. Ultimo aggiornamento:
2016/04/12 18:50.

Si celebra oggi il cinquantacinquesimo anniversario del primo volo spaziale
umano, quello effettuato dal russo Yuri Gagarin il 12 aprile 1961, e tornano le
ipotesi di messinscena o di altri voli precedenti che sarebbero falliti
tragicamente e sarebbero stati censurati e tenuti nascosti. C’è un fatto poco
conosciuto che può essere utile per chiarire come andarono le cose e conferma
che Gagarin andò davvero nello spazio: le sue trasmissioni video furono
intercettate dai servizi di intelligence statunitensi. Le immagini,
sgranate e distorte ma sufficienti a confermare la presenza di un cosmonauta a
bordo del veicolo orbitante, sono pubblicate da Sven Grahn in un
dettagliatissimo articolo intitolato
TV from Vostok. Le vedete qui accanto.

La fonte di queste immagini è un documento della CIA oggi disponibile su
Internet: s’intitola
Snooping on Space Pictures, risale al 1964 e fu reso pubblico nel 1994. Nel documento si dichiara che
“venti minuti [dopo il decollo della Vostok] furono rilevate trasmissioni
mentre il veicolo passava sopra l’Alaska. Solo 58 minuti dopo il lancio, l’NSA
riferì che la lettura in tempo reale dei segnali mostrava chiaramente un uomo
e lo mostrava mentre si muoveva. Prima che Gagarin avesse completato il suo
storico volo di 108 minuti, elementi dell’
intelligence
avevano una conferma tecnica che un cosmonauta sovietico era in orbita ed era
vivo.”

L’annuncio ufficiale di Radio Mosca fu diramato pochi minuti prima di questa
conferma. Presso Firstorbit.org c’è un
magnifico video commemorativo, First Orbit, realizzato per il
cinquantenario della missione, che ricostruisce con estrema fedeltà, attraverso
immagini reali riprese da Paolo Nespoli a bordo della Stazione Spaziale
Internazionale fra dicembre 2010 e gennaio 2011, quello che vide Gagarin durante
la sua orbita. Il sito include una vasta
collezione
di registrazioni filmate e sonore e di fotografie rare.

Per tutti coloro che sono intrigati dalle tesi di chi sostiene che ci furono
altri cosmonauti prima di Gagarin e che Yuri fu il primo a tornare vivo rimando
all’ottimo libro di Luca Boschini, Cosmonauti perduti (edito da
Prometeo), che grazie a ricerche approfondite sui documenti sovietici originali
smonta queste fantasie ma rivela intrighi ancora più affascinanti: non
dimentichiamo che all’epoca il volo di Gagarin, come tutto il programma spaziale
sovietico, fu coperto da un segreto ossessivo che oggi sembra quasi
inconcepibile.

Nelle comunicazioni radio del volo di Gagarin, i responsabili e i tecnici a
terra furono citati usando numeri al posto dei nomi (Sergei Korolev era il
Numero 20, il generale Nikolai Kamanin era il Numero 33; Leonov fu citato solo
come Blondin). Il fatto che Gagarin non rimase a bordo fino
all’atterraggio (perché la capsula non era in grado di effettuare un atterraggio
morbido) fu tenuto segreto, anche per non invalidare l’omologazione
internazionale del record. Le foto degli altri cosmonauti furono censurate
sistematicamente per nasconderne le identità. La forma della
Vostok rimase ignota, obbligando i giornali a lavorare di fantasia.

Una foto di Gagarin rilasciata in tempi recenti dall’ente spaziale russo Roscosmos.

Adesso siamo abituati a vedere i lanci delle Soyuz russe in diretta TV e
ci sembra normale avere la GoPro di bordo che mostra Samantha Cristoforetti (e
prossimamente Paolo Nespoli) all’interno della capsula mentre si
arrampica verso lo spazio; ma queste sarebbero state cose inaudite in
quell’incredibile giorno di aprile del 1961, quando la fantascienza divenne
realtà, soltanto sedici anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Ecco un po’ di copertine di giornali e riviste italiane dell’epoca, tratte
dall’archivio di Gianluca Atti, che ringrazio per aver messo a disposizione la
sua vasta collezione anche per l’Almanacco dello Spazio. Notate le rappresentazioni della Vostok totalmente inventate: nessuno
sapeva com’era realmente al di fuori di pochissimi addetti ai lavori in Unione
Sovietica. L’ultima immagine la mostra com’era realmente.

Gagarin, in tuta da paracadutista e pilota (non in tuta spaziale), su Oggi.

L’illustrazione totalmente fantastica e improbabile della Domenica del Corriere, con una capsula alata e dotata di finestrini enormi.

L’illustrazione di Stampa Sera mostra addirittura Gagarin seduto in direzione opposta al senso di marcia.

La realtà, rivelata tempo dopo: la vera configurazione della Vostok.
Gli astronauti possono votare dallo spazio? Se sì, come?

Gli astronauti possono votare dallo spazio? Se sì, come?

L’astronauta statunitense Kate Rubins indica la “cabina elettorale” (in realtà
una cuccetta adattata allo scopo) dove si è recata per votare a novembre 2020.
Credit:
NASA.

Pubblicazione iniziale: 2022/09/25 14:02. Ultimo aggiornamento: 2022/09/26 1:35.

Da un lettore su Twitter, Diego, arriva una
domanda
interessante e insolita a proposito della vita nello spazio: se sei un
astronauta in missione nello spazio, puoi votare? E se puoi, come fai? Sto
chiedendo lumi agli esperti; nel frattempo scrivo qui quello che ho scoperto
fino a questo punto.

Durante i primi decenni di volo spaziale umano il problema del voto non si è
posto, perché i voli erano molto brevi. Ma ora che gli astronauti di vari
paesi svolgono spesso missioni della durata di molti mesi è abbastanza
frequente che qualcuno di loro si trovi nello spazio durante delle elezioni o
votazioni. In questo caso, che si fa? 

Per chi si domanda come mai non si usa il voto elettronico, raccomando questa lettura.

USA. La
NASA spiega
che gli astronauti statunitensi possono votare dallo spazio sin dal 1997; il
primo a farlo è stato David Wolf, mentre era a bordo della stazione russa/sovietica
Mir. Prima di partire, compilano un’apposita richiesta, la
FPCA (Federal Postcard Application), che è la stessa usata dai militari
e dalle loro famiglie quando si trovano fuori dal territorio statunitense.
Questo modulo annuncia alle autorità la loro intenzione di votare.

Gli astronauti americani normalmente risiedono in Texas, perché svolgono gran
parte del proprio addestramento a Houston, e quindi la maggior parte di loro
sceglie di votare come residente di quello stato, ma se risiedono altrove
possono comunque votare nei rispettivi stati.

Dopo l’approvazione dellla FPCA, il county clerk (ufficiale del
registro della contea) che si occupa delle votazioni nella contea di residenza
dell’astronauta invia una scheda elettorale di prova al Johnson Space Center,
a Houston, e l’astronauta usa un computer di quelli usati per l’addestramento
all’uso della Stazione Spaziale Internazionale per verificare di essere in
grado di compilarla e rispedirla al county clerk.

Se la prova si svolge con successo, il Centro di Controllo Missione del JSC
invia all’astronauta nello spazio una scheda di voto elettronica protetta
(generata dall’ufficio del county clerk) usando i normali
uplink (canali di trasmissione dati) della Stazione. Il
county clerk invia inoltre all’astronauta una mail contenente delle
credenziali uniche personali che permettono all’astronauta di accedere alla
scheda di voto.

A quel punto l’astronauta vota e la scheda di voto completata viene trasmessa
a terra e consegnata via mail al county clerk per la registrazione. Il
clerk ha una propria password, per garantire che sia l’unica persona in
grado di leggere la scheda di voto. 

URSS/Russia. I cosmonauti russi votano dallo spazio dal 1971: lo fecero
per primi i membri dell’equipaggio della tragica missione Soyuz 11,
Georgy Dobrovolsky, Vladislav Volkov e Viktor Patsayev, mentre erano a bordo
della stazione sovietica Salyut 1, trasmettendo a terra la loro scelta
per le elezioni del congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica.
Nell’attuale Russia, invece, i cosmonauti solitamente votano per procura: nel
2011, Anton Shkaplerov e Anatoli Ivanishin diedero le proprie istruzioni di
voto a Dmitry Zhukov, un dipendente del Centro di Addestramento Cosmonauti.
Possono però anche avvalersi del voto elettronico, come ha fatto Ivanishin nel
2020 mentre era a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, mentre il suo
collega Ivan Vagner ha votato per procura.

Cina. Non ho informazioni sulle possibilità di voto dallo spazio degli
astronauti cinesi.

Europa. Per quanto riguarda il voto spaziale degli astronauti europei,
bisognerebbe valutare le procedure di voto dei singoli paesi. Grazie a due
fonti dirette molto autorevoli, posso dire con certezza che al momento non
esiste modo di votare dallo spazio per gli astronauti italiani; non so quale
sia la situazione per quelli di altri paesi europei (ho
chiesto ulteriori lumi
all’ESA). Mattia mi segnala che Thomas Pesquet (francese) ha votato per procura dalla ISS per le presidenziali a maggio 2017.

Forse (è una mia congettura) una persona di cittadinanza italiana che si trova
nello spazio potrebbe ricorrere al voto per corrispondenza, come qualunque
cittadino italiano residente all’estero e iscritto all’AIRE, ma rimarrebbe il
problema dell’invio della scheda all’astronauta e della sua riconsegna a terra
in tempo utile. Considerata la frequenza dei voli (cargo e con equipaggio) da
e per la Stazione, può darsi che questa procedura sia almeno tecnicamente
fattibile; non so se ci possano essere ostacoli di natura legale. Che io
sappia, inoltre, in Italia non è consentito il voto per procura.

 

Fonti aggiuntive:
NASA (2008),
NASA
(2020),
Mashable (2016), Wikipedia,
Miami Herald
(1971),
Moscow Times
(2020). Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie
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Forever Young: finalmente disponibile in italiano l’autobiografia dell’astronauta lunare John Young

Ultimo aggiornamento: 2022/08/01.

Forever Young è la dettagliata autobiografia dell’astronauta John W.
Young, protagonista eccezionale di un’epoca eccezionale, un uomo che ha
pilotato tutto quello che si poteva pilotare e la cui competenza tecnica ha
contribuito enormemente alla sicurezza dei voli spaziali.

Young fu uno degli astronauti più professionalmente longevi, iniziando con le
missioni Gemini per poi effettuare ben due voli lunari con il programma
Apollo e restando alla NASA fino agli anni iniziali del programma
Shuttle, di cui comandò il rischiosissimo volo inaugurale. 

John Young è morto nel 2018 dopo lunga malattia e ci ha lasciato i suoi
ricordi in questa autobiografia di oltre 400 pagine, pubblicata nel 2013 e
scritta insieme a James R. Hansen.

Nei mesi scorsi ho partecipato, insieme a vari esperti, alla revisione tecnica
della traduzione italiana di questo libro, che è ora
disponibile
in edizione cartacea e in e-book grazie agli sforzi dell’editore
Cartabianca. La storia piuttosto travagliata di questa traduzione è raccontata da Cartabianca qui.

Il titolo italiano è
Forever Young – Gemini, Apollo, Shuttle: una vita per lo spazio, di
John W. Young con James R. Hansen. Il libro è composto da 474 pagine, ha
copertina flessibile e include 220 foto e 247 note esplicative. Costa € 19,90
in versione cartacea e € 11,99 in versione digitale (varianti Amazon Kindle,
Apple ed ePub).

Per i lettori del Disinformatico c’è uno sconto temporaneo del 15% sulla
versione digitale

(la legge italiana impedisce di fare altrettanto per la versione cartacea): è
sufficiente usare il codice lunanuova al momento del
checkout
[2022/08/01: per chiarezza, sottolineo che lo sconto dato da questo codice è terminato e il prezzo è ora fisso a €9,99, che è uno sconto ulteriore].

Tradurre questo libro molto tecnico, che getta nuova luce su molti aspetti
poco conosciuti delle missioni spaziali con la schiettezza che ha sempre
contraddistinto il lavoro e la vita di Young, ha richiesto molto lavoro di
squadra. Durante questi mesi di traduzione, revisione e ricerca di gruppo sono
emersi anche alcuni errori dell’originale, che sono stati corretti
nell’edizione italiana.

So che correggere gli errori di un astronauta così leggendario può sembrare
pretenzioso, e forse anche antistorico e infedele all’originale, ma in un
campo nel quale i miti e le dicerie si formano facilmente e mettono radici che
spesso portano a equivoci anche dannosi, credo che queste correzioni debbano
essere fatte, in modo che il lettore riceva direttamente la versione esatta
degli eventi; ma per trasparenza le ho
elencate pubblicamente.

Young nel 1965, all’epoca della sua missione Gemini. Foto S65-22670.
Samantha Cristoforetti, prima astronauta italiana, volerà nel 2014. Seguite qui il suo addestramento

Samantha Cristoforetti, prima astronauta italiana, volerà nel 2014. Seguite qui il suo addestramento

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Oggi è stato
comunicato ufficialmente
che nel 2014 volerà nello spazio Samantha Cristoforetti, che insieme a Luca
Parmitano, Andreas Mogensen, Alexander Gerst, Timothy Peake e Thomas Pesquet
forma la classe 2009 degli astronauti dell’Agenzia Spaziale Europea. Partirà il
30 novembre e resterà a bordo della Stazione Spaziale Internazionale per circa
sei mesi.

Samantha ha, fra i suoi numerosi
talenti,
quello di essere una geek blogger molto coinvolgente. Mi ha gentilmente
concesso il permesso di ospitare qui la traduzione in italiano dei suoi post,
che descrivono l’avventura del suo addestramento e che per ragioni di tempo lei
scrive in inglese.

Se volete conoscere da vicino cosa significa prepararsi per vivere nello spazio
e vi interessa scoprire tanti dettagli poco noti di questa sfida tecnica e umana
internazionale, seguite Samantha in originale (in inglese) nel
blog degli astronauti ESA del 2009, via Twitter (@AstroSamantha) e attraverso le sue magnifiche
foto su Flickr, oppure
in italiano nei post che pubblicherò man mano qui. Qui sotto trovate il
primo.

Sopravvivere all’inverno russo

di Samantha Cristoforetti, tradotto e pubblicato con il suo permesso dal
post originale in inglese
del 30 gennaio 2012. Diversamente dal resto di questo blog, questo articolo
non è liberamente distribuibile senza il permesso esplicito del suo autore. Le
parentesi quadre indicano note del traduttore. La parte in corsivo è così
anche nell’originale.

Il 18 gennaio Thomas [Pesquet] ed io abbiamo preso parte a un programma
di addestramento di sopravvivenza di due giorni che è obbligatorio per tutti i
membri degli equipaggi Soyuz e serve per dare agli astronauti e ai cosmonauti le
competenze e la fiducia che servono per sopravvivere nei climi freddi. Anche se
le squadre di soccorso di solito arrivano al sito di atterraggio della Soyuz
ancor prima che la capsula abbia toccato terra nel caso di una discesa che si
svolga secondo i piani, un rientro d’emergenza non pianificato può avvenire in
qualunque momento durante il volo indipendente o mentre si è attraccati alla
Stazione Spaziale Internazionale. Nel caso peggiore può capitare persino durante
il decollo a causa di un’avaria del razzo lanciatore.

Questo è il mio tentativo di condividere con voi la nostra esperienza nei boschi
intorno a Star City
[il centro di addestramento per cosmonauti a circa 180 km da Mosca].

Accendere il fuoco.
Credit: GCTC.

Potrei stare a guardare in eterno la danza ipnotica delle fiamme. Ma il mio
turno di veglia notturna di un’ora è finito: è ora di svegliare il mio collega
d’equipaggio e cercare di dormire un po’. Mentre Thomas si stiracchia le membra
irrigidite dal freddo e dallo spartano giaciglio di foglie e rami, faccio una
rapida chiamata via radio per riferire che il nostro equipaggio sta bene. Ieri,
durante la nostra prima notte di sopravvivenza, la procedura è stata diversa:
bloccati e senza contatti con le squadre di soccorso, facevamo tre chiamate di
MAYDAY alla cieca allo scoccare di ogni ora a intervalli di due minuti.
Procedura ora non più necessaria, dato che siamo stati localizzati!

Ieri notte abbiamo effettuato un contatto simulato con un elicottero di
soccorso. Su loro richiesta abbiamo acceso il nostro fuoco di segnalazione e un
bengala in modo che potessero definire con precisione la nostra posizione. Come
previsto, ci hanno detto che saremmo stati recuperati soltanto l’indomani
mattina, e così eccoci qui, nel nostro tepee
[tenda in stile pellerossa], in quello che a questo punto è
principalmente un esercizio di pazienza e di sopportazione del freddo.

Thomas raccoglie legna per il fuoco.
Credit: GCTC.

A dirla tutta non possiamo lamentarci. Stanotte ci sono -15°C, con pochissimo
vento; la neve sul terreno arriva al ginocchio. Gioisco al pensiero di quanto
siamo fortunati, rammentando i tanti resoconti di equipaggi che hanno affrontato
l’addestramento con la neve alta fino al petto e -30°C. Anche così, sembrava una
sfida molto impegnativa quando, due giorni fa, ci hanno aiutato a infilarci le
tute di volo Sokol e ci hanno detto di salire a bordo di un vecchio modulo di
discesa Soyuz coricato su un fianco nell’area di sopravvivenza. Dentro ci
aspettavano il kit standard di sopravvivenza delle Soyuz e degli indumenti
contro il freddo, impacchettati nel poco spazio disponibile. Fuori ci
aspettavano la calotta e le corde del paracadute, tre fodere dei sedili che
normalmente avremmo tolto dai sedili stessi e degli stivali impermeabili alti
fino alla coscia che di norma avremmo ricavato tagliandoli dalla tuta di
sopravvivenza in acqua Forel.

Thomas è entrato per primo. Lo trovo bizzarramente appollaiato sopra il pannello
di controllo, e così mi accuccio in un angolo, cercando di lasciare spazio
affinché anche il nostro comandante, Sergey, possa entrare e chiudere dietro di
sé il portello. Una veloce chiamata via radio e l’addestramento ha inizio.

Thomas entra nel modulo di discesa.
Credit: GCTC.

Ci hanno sottolineato che il consiglio numero uno per prevenire l’ipotermia è
restare asciutti e muoversi senza fretta per non sudare, e ho ben chiaro in
testa questo proposito. Ma nonostante tutto dopo pochi minuti siamo tutti
sudati. Nello spazio ristretto cerchiamo e spacchettiamo i componenti dei
nostri indumenti di sopravvivenza invernale, ciascuno contrassegnato con il
nostro nome: la tuta leggera

[jumper suit], il maglione, la giacca leggera, la tuta intera, la giacca pesante. E poi
guanti, cappello, scarpe. Mentre aiuto Sergey a uscire dalla

[tuta]
Sokol e cerco di passargli gli indumenti adatti, non riesco a fare a meno di
essere grata del fatto che nessuno di noi è particolarmente grande!

Quando riusciamo a incamminarci nel bosco, dopo aver raccolto dentro le
fodere dei sedili l’attrezzatura di sopravvivenza e il paracadute, ci restano
circa quattro ore di luce del giorno.

Il tepee.
Credit: GCTC.

Non dobbiamo preoccuparci del cibo, dato che abbiamo scorte per almeno tre
giorni, ma dobbiamo lavorare in fretta per prepararci un riparo, un fuoco di
segnalazione e la legna per il fuoco prima che cali la notte. Sergey individua
un buon punto per il nostro accampamento: due alberi diritti a circa due metri
dal nostro riparo a falda singola, e davanti spazio in abbondanza per
costruire il nostro
tepee
l’indomani, sulla zona che verrà scaldata dal fuoco di stanotte, e una radura
a circa 100 metri di distanza per il nostro fuoco di segnalazione.

Con lo stile di comando deciso ma irresistibilmente garbato che Thomas e io
apprezzeremo ben presto, Sergey distribuisce i compiti e avvia il lavoro. È un
ex pilota di Blackjack
[Tupolev TU-160, bombardiere strategico supersonico]
dell’Aviazione Militare Russa e ha un gran talento per la vita all’aria
aperta e un istinto naturale di prendersi cura dei bisogni di tutti. È
un’altra grande fortuna; una di quelle che saranno fondamentali nel creare fra
noi l’atmosfera calorosa ed efficiente che ci resterà come ricordo da serbare
con affetto.

Costruzione del riparo a falda singola.
Credit: GCTC.

Condividendo un coltello e un machete dell’equipaggiamento di sopravvivenza,
usiamo rami di media grandezza e le corde del paracadute per costruire
l’intelaiatura del nostro riparo a falda singola. Poi copriamo il fondo e il
tetto con una notevole quantità di rami e foglie e avvolgiamo il tutto nella
stoffa del paracedute e nella coperta di sopravvivenza riflettente. Non è una
reggia, ma ce lo faremo bastare, e riuscirò addirittura a dormire qualche ora,
a tappe di venti-trenta minuti.

Naturalmente non c’è paragone con il nostro riparo per la seconda notte.
Avendo a disposizione l’intera giornata, le istruzioni sono di costruire un
tepee. Dopo aver fabbricato l’intelaiatura conica usando sei tronchi lunghi, vi
avvolgiamo intorno il paracadute: uno strato inferiore interno, alto
all’incirca fino al petto, e uno strato superiore esterno, che lascia
un’apertura in alto. Inserendo dei rametti lunghi una trentina di centimetri
fra i due strati creiamo una fessura dal quale può entrare aria fresca mentre
il fumo esce dall’apertura in cima.

Simulazione di una gamba rotta.
Credit: GCTC.

Ed eccomi qui che passo la radio a Thomas e cerco di addormentarmi. Tra poche
ore verremo contattati dall’elicottero di soccorso e ci verrà dato un azimut da
seguire fino alla zona di recupero. Sappiamo dal briefing che uno di noi
dovrà simulare un arto rotto, per cui avremo approntato dei paletti per creare
una barella improvvisata a partire da una fodera dei sedili.

Quando tutto sarà finito, mi viene l’idea che accenderemo un bengala per
festeggiare. E ho un ultimo pensiero prima di scivolare in un sonno leggero: che
quella sauna post-addestramento, domani, sia bella calda!

Si festeggia la fine dell’addestramento con un bengala.
Credit: GCTC.
Stasera alle 21.30 parlo online di allunaggi veri e mancati

Stasera alle 21.30 parlo online di allunaggi veri e mancati

Il canale Youtube Nuovi Mondi, dedicato ad aggiornamenti e curiosità del mondo della scienza e dell’esplorazione spaziale e gestito dal ricercatore INAF Giacomo Carrozzo insieme ad
altri ricercatori INAF e ASI, mi ha invitato a parlare di allunaggi in diretta stasera dalle 21.30. Potrete seguire la chiacchierata qui sotto oppure su Facebook.

Sicuramente non ci sarà tempo di analizzare tutte le teorie bizzarre sugli allunaggi; ma per questo c’è il mio libro digitale gratuito Luna? Sì, ci siamo andati!.

 

2021/06/15: Abbiamo parlato un po’ di tutto, dalla Fecal Containment Bag (la “toilette” dei primi astronauti) agli effetti speciali sbagliati di 2001 Odissea nello spazio, ed è arrivato anche il commento di un complottista, al quale ho risposto con le parole che riservo per tutti quelli che chiedono un “confronto” con i sostenitori delle tesi alternative: invitereste a un convegno di ginecologia una persona che sostiene che i bambini li porta la cicogna? No. E quindi non ha senso chiedere confronti fra chi porta fatti tecnici assodati, basati sulla scienza elementare, e chi porta solo le proprie fantasie.

Vado a incontrare Jim Lovell, astronauta lunare

Vado a incontrare Jim Lovell, astronauta lunare

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo
aggiornamento: 2015/11/02 01:00.

Jim Lovell ha volato nello spazio quattro volte: due con le capsule Gemini 7 e
12 e due con le capsule Apollo 8 e 13. Ha partecipato ad alcune delle tappe più
significative e pericolose dell’esplorazione spaziale: il primo
vero rendez-vous fra due veicoli con equipaggio (Gemini 7), il
primo volo umano intorno alla Luna (Apollo 8) e lo sfortunato viaggio verso la
Luna di Apollo 13, che fu funestato da uno scoppio che rese necessario un
delicatissimo rientro d’emergenza, così ben celebrato dal film
Apollo 13 di Ron Howard. Tuttora detiene, insieme a Fred Haise e
Jack Swigert, il record di massima distanza dalla Terra di un essere umano:
400.171 km, durante la missione Apollo 13.

Haise, Swigert e Lovell all’epoca.

Jim Lovell sarà in Inghilterra venerdì, sabato e domenica, ospite di
Space Lectures, per una
cena di gala e due conferenze, e io sarò lì a incontrarlo insieme agli amici
appassionati di spazio.

Cercherò il più possibile di fare livetweet di questi tre giorni davvero
spaziali e di portarvi un po’ di foto e video. Nei prossimi giorni,
inevitabilmente, sarò collegato a Internet un po’ saltuariamente, per cui
perdonatemi se non sarò costantemente presente nei commenti.

Chicca personale: proprio in queste ore un lunacomplottista m’ha scritto
baldanzoso annunciandomi il nuovo, imminente videodelirio di uno dei soliti
diversamente furbi che ancora non ha capito che dopo quarantacinque anni, se ci
fosse qualche finzione nelle foto o nelle missioni Apollo gli esperti
l’avrebbero trovata e denunciata. Gli ho risposto dicendogli, fra l’altro, che
stavo partendo per andare a incontrare Lovell e che avremmo brindato anche alla
salute dei lunacomplottisti e lui ha fatto pubblicamente l’incredulo:
“Piu’ o meno come quando uno non ti telefona da anni e nel momento che gli
telefoni tu ti risponde: “ti stavo per telefonare”
. Be’, invece è proprio così: il lunacomplottista non poteva avere un tempismo
peggiore (per lui). Sarebbe divertente vedere la sua faccia quando vedrà le foto
dell’incontro pubblicate qui.

2015/10/30

Lovell oggi a Pontefract.

Jim Lovell arriva al
Wentbridge House Hotel a
Pontefract, Inghilterra, nel tardo pomeriggio e fa foto con tutti, compreso il
sottoscritto ed Elena, mia moglie, come vedete qui sotto. Io ho in mano un
esemplare originale del catalogo NASA delle foto scattate durante la missione
Apollo 13, già firmatomi da Fred Haise. Il tweet qui sotto mostra una foto della
foto stampata: l’originale è di qualità molto migliore.



Finita la sessione di foto, Luigi Pizzimenti (che conoscete da
Ti porto la Luna e per il libro
Progetto Apollo – Il sogno più grande dell’uomo; è a destra nella foto qui sotto, e parla dell’incontro con Lovell
qui) fa uno scherzo notevole a Lovell: telefona a Fred Haise, compagno di viaggio
di Lovell nella missione Apollo 13, e poi passa il telefonino a Lovell dicendo
“È per te, c’è uno che ti cerca”. Jim è contentissimo della sorpresa.

Facciamo due chiacchiere in privato, ed è surreale sentire un’icona
dell’astronautica che, fra le altre cose, mi raccomanda di usare Viber per
risparmiare sulle telefonate e mi fa una dettagliata recensione dell’app.

C’è una grande sala piena di appassionati ed esperti del settore aerospaziale ad
accogliere Lovell e la moglie Marilyn:

Fra loro c’è anche Brian Cox, popolarissimo conduttore scientifico televisivo
britannico (una sorta di Alberto Angela locale), che domani condurrà
l’intervento pubblico di Lovell. Gli ho dato una copia in inglese del mio libro
sui complotti lunari e l’ho ringraziato per il suo bellissimo programma
The Science of Doctor Who, dedicato ai viaggi nel tempo scientifici raccontati attraverso le puntate di
Doctor Who.

Brian Cox chiacchiera con Marilyn e Jim Lovell:

Durante la cena, Lovell fa un breve, lucidissimo discorso sui tanti elementi
funesti che contribuirono al disastro evitato di Apollo 13, seguito da una riffa
e da un’asta che propongono oggetti relativi all’astronautica davvero speciali,
come la famosa foto della Terra vista dalla Luna scattata durante la missione
Apollo 8 e firmata da Lovell con la citazione
“Please be advised there is a Santa Claus”. Inutile dire che vanno a
ruba: i proventi serviranno a organizzare la visita del prossimo astronauta
ospite e per beneficenza, come è tradizione di Space Lectures.

Durante l’asta viene dimostrata la, ehm,
sganciabilità rapida intenzionale del modello del razzo Titan e
della capsula Gemini dal suo piedistallo firmato da Lovell (se l’è aggiudicato
all’asta Brian Cox):

Poi Lovell, instancabile, fa autografi a tutti. Consegno anche a lui una copia
del mio libro di debunking del lunacomplottismo e lui si mette a
ridere ricordando che alcuni complottisti gli hanno addirittura fatto causa
(ovviamente persa).

Lovell firma il mio
disco 45 giri SOS dallo spazio, già firmato da Haise, e anche il mio catalogo originale NASA delle foto di
Apollo 13.

Ma c’è chi mostra, con meritato orgoglio, collezioni di autografi spaziali
davvero eccezionali. Non conta tanto l’autografo in sé: quelli, volendo, si
possono acquistare dai collezionisti. Conta il fatto che ciascuno di quegli
autografi è un ricordo personale del momento in cui hai incontrato una persona
eccezionale.

Domani pomeriggio, appunto, c’è la lezione di Jim Lovell, che si terrà alla
Carleton Community High School di Pontefract alle 16 ora locale (le 17 italiane)
insieme a Brian Cox. Roaming dati e Wi-Fi permettendo, vi aggiornerò man mano
tramite livetweet su
@disinformatico e farò delle riprese video che spero di poter avere il permesso di
pubblicare.

Se questo genere di evento vi interessa, tenete presente che Space Lectures ne
organizza spesso, sia con astronauti delle missioni storiche, sia con astronauti
di oggi. È decisamente più facile e meno caro fare un viaggio in Inghilterra per
incontrarli che andare fino negli Stati Uniti, per cui si tratta spesso di
occasioni irripetibili. Ad aprile prossimo ci sarà un altro incontro di questo
genere: per ora non posso dirvi chi sarà l’ospite, che verrà annunciato oggi
pomeriggio, ma posso già dirvi che è un appuntamento da non perdere se siete
appassionati di Luna.

2015/11/02 00:45. Il seguito di questa storia (compreso il nome del
prossimo astronauta ospite) è
qui.

Star Trek: le ceneri dell’Ingegner Scott sono state portate clandestinamente a bordo della Stazione Spaziale Internazionale

Star Trek: le ceneri dell’Ingegner Scott sono state portate clandestinamente a bordo della Stazione Spaziale Internazionale

Ultimo aggiornamento: 2020/12/31 01:00.

L’astronauta privato Richard Garriott ha rivelato pochi giorni fa di aver portato di nascosto sulla Stazione Spaziale Internazionale parte delle ceneri di James Doohan, l’attore che interpretò l’indimenticabile Ingegner Scott (“Scotty”) della Serie Classica di Star Trek. Le ceneri sarebbero rimaste a bordo della Stazione, nascoste in un anfratto nel quale si troverebbero tuttora.

L’operazione clandestina, secondo il racconto di Garriott rilasciato al Times, è avvenuta dodici anni fa, nel 2008, quando lui ha visitato la Stazione come astronauta pagante, ed è stata tenuta segreta fino a oggi per evitare imbarazzi alle agenzie spaziali responsabili della gestione della Stazione.

Doohan aveva espresso il desiderio che le sue ceneri in qualche modo raggiungessero lo spazio. Due anni dopo la sua morte, avvenuta nel 2005 a 85 anni, una parte delle sue ceneri era stata portata fugacemente nello spazio da un volo suborbitale ma era poi rientrata subito a terra. Nel 2008 un’altra parte era stata lanciata in un volo orbitale, ma la missione era fallita per un problema al vettore. Nel 2012 SpaceX aveva portato in orbita un’altra parte ancora delle ceneri, che successivamente era rientrata disintegrandosi, come previsto.

Ma nel 2008 Chris Doohan, il figlio di “Scotty”, aveva contattato Garriott (che è figlio dell’astronauta Owen Garriott), pochi giorni prima della partenza di quest’ultimo per la Stazione, e gli aveva proposto di portare nello spazio delle piccolissime porzioni delle ceneri di James Doohan.

Garriott ha rivelato ora che le aveva a bordo di nascosto, incorporandole nella plastificazione di tre piccole foto dell’attore, e le aveva nascoste dentro i propri manuali di volo, senza farle controllare dagli addetti alla sicurezza.

Una delle foto è ora a casa di Chris Doohan; una seconda fu rilasciata nello spazio da Garriott ed ora è presumibilmente rientrata in atmosfera e si è disintegrata, mentre la terza è rimasta sulla Stazione, nascosta sotto il rivestimento del pavimento del modulo Columbus, dove dovrebbe trovarsi tuttora (anche se mi risulta che il modulo in questi anni sia stato oggetto di numerose “ristrutturazioni” interne, per cui qualcuno potrebbe aver trovato e rimosso la foto senza sapere cosa fosse esattamente).

L’articolo del Times include un video della foto plastificata con le ceneri di “Scotty” che fluttua a bordo della ISS, che vedete qui sotto.

 

 

La storia dell’astronautica è ricca di oggetti e cimeli portati di nascosto a bordo, e mi risulta che il modulo Columbus sia uno dei luoghi preferiti dove depositarli. Un giorno, quando saranno oggetti di archeologia spaziale, se ne potrà parlare più apertamente.

 

Fonti aggiuntive: Chris Doohan, Snopes.

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