Vai al contenuto

*Podcast RSI – Google blocca l’adblocker che blocca gli spot; iPhone, arrivano gli app store alternativi, ma solo in UE

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della
Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate
qui sul sito della RSI
(si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare
qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite
iTunes,
Google Podcasts,
Spotify
e
feed RSS.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle
fonti di questa puntata, sono qui sotto.

Vi piacciono gli adblocker? Quelle app che bloccano le pubblicità e
rendono così fluida e veloce l’esplorazione dei siti Web, senza continue
interruzioni? O state pensando di installarne uno perché avete visto che gli
altri navigano beatamente senza spot? Beh, se adoperate o state valutando di
installare uno degli adblocker più popolari, uBlock Origin, c’è una novità
importante che vi riguarda: Google sta per bloccarlo sul proprio browser
Chrome. Ma c’è un modo per risolvere il problema.

Ve lo racconto in questa puntata del Disinformatico, il podcast della
Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane
dell’informatica, e vi racconto anche cosa succede realmente con gli iPhone
ora che l’App Store di Apple non è più l’unico store per le app per
questi telefoni e quindi aziende come Epic Games, quella di Fortnite, sono
finalmente libere di offrire i propri prodotti senza dover pagare il 30% di
dazio ad Apple, anche se lo sono solo a certe condizioni complicate. Vediamole
insieme. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Google sta per bloccare l’adblocker uBlock Origin

La pubblicità nei siti a volte è talmente invadente, specialmente sugli
schermi relativamente piccoli degli smartphone, che diventa impossibile
leggere i contenuti perché sono completamente coperti da banner, pop-up e
tutte le altre forme di interruzione inventate in questi anni dai
pubblicitari. Molti utenti si difendono da quest’invasione di réclame
adottando una misura drastica: un adblocker, ossia un’app che si
aggiunge al proprio browser sul computer, sul tablet o sul telefono e blocca
le pubblicità.

Uno degli adblocker più popolari, con decine di milioni di utenti, è uBlock
Origin, un’app gratuita disponibile per tutti i principali browser, come per
esempio Edge, Firefox, Chrome, Opera e Safari. È scaricabile presso
Ublockorigin.com ed è manutenuto ormai
da un decennio dal suo creatore, Raymond Hill, che non solo offre
gratuitamente questo software ma rifiuta esplicitamente qualunque donazione o
sponsorizzazione. Questa sua fiera indipendenza, rimasta intatta mentre altri
adblocker sono scesi a compromessi lasciando passare le “pubblicità amiche”,
lo ha fatto diventare estremamente popolare.

Il sito di Ublock Origin.

Ovviamente i pubblicitari, e i siti che si mantengono tramite le pubblicità,
non vedono di buon occhio questo successo degli adblocker, e quindi c’è una
rincorsa tecnologica continua fra chi crea pubblicità che eludono gli ablocker
in modi sempre nuovi e chi crea adblocker che cercano di bloccare anche quei
nuovi modi.

Anche Google vive di pubblicità, e quindi in questa rincorsa non è affatto
neutrale: se le pubblicità che Google vende non vengono viste dagli utenti,
gli incassi calano. E infatti il suo browser Chrome, uno dei più usati al
mondo, sta per bloccare l’adblocker uBlock Origin. I trentacinque milioni di
utenti che lo adoperano su Chrome, stando perlomeno ai dati presenti sulla sua
pagina
nel Chrome Web Store [screenshot qui sotto], si troveranno quindi presto orfani, perché è in arrivo
un
aggiornamento
importante della tecnologia di supporto alle estensioni in Chrome, fatto
formalmente per aumentarne la sicurezza, l’efficienza e la conformità agli
standard, ma questo aggiornamento ha anche un effetto collaterale non
trascurabile: renderà uBlock Origin incompatibile con le prossime versioni di
Chrome.

Ublock Origin nel Chrome Web Store.

Niente panico: al momento attuale uBlock Origin funziona ancora su Chrome, ma
nelle prossime versioni del browser di Google verrà disabilitato
automaticamente. Per un certo periodo, gli utenti avranno la possibilità di
riattivarlo manualmente, ma poi sparirà anche questa opzione.

uBlock Origin continuerà a funzionare sugli altri browser, per cui un primo
rimedio al problema per i suoi milioni di utenti è cambiare browser, passando
per esempio a Firefox. Ma questo non è facile per gli utenti poco esperti e
rischia di introdurre incompatibilità e disagi, perché la popolarità di Chrome
spinge i creatori dei siti a realizzare siti Web che funzionano bene soltanto
con Chrome, in una ripetizione distorta della celebre
guerra dei browser
che aveva visto protagonista Internet Explorer di Microsoft contro Netscape
alla fine degli anni Novanta.

Raymond Hill, il creatore di uBlock Origin, non è rimasto con le mani in mano.
Vista la tempesta in arrivo, ha già creato e reso disponibile, sempre
gratuitamente, un nuovo adblocker che è compatibile con le prossime versioni
di Google Chrome. Si chiama uBlock Origin Lite, ed è già disponibile sul
Chrome Web Store. Trovate i link per scaricarlo su Disinformatico.info. Per ragioni tecniche
non è potente ed efficace come il suo predecessore, per cui Raymond Hill non
lo propone come aggiornamento automatico ma lo raccomanda come alternativa.

Ublock Origin Lite nel Chrome Web Store.

Se siete affezionati alla navigazione senza pubblicità grazie a uBlock Origin,
insomma, avete due possibilità: cambiare browser oppure passare alla versione
Lite di uBlock Origin, che è già stata installata in questo momento da circa
trecentomila utenti.

In tutto questo non va dimenticato che molti dei siti e dei servizi più usati
di Internet si mantengono grazie ai ricavi pubblicitari che gli adblocker
impediscono, per cui se usate un adblocker di qualunque tipo vale la pena di
dedicare qualche minuto ad autorizzare le pubblicità dei siti che vi piacciono
e che volete sostenere, lasciando bloccati tutti gli altri, anche come misura
di difesa contro i siti di fake news
nei quali è facile incappare e che si mantengono con la pubblicità, per cui a
loro non interessa che crediate o meno a quello che scrivono: l’importante per
loro è che vediate le loro inserzioni pubblicitarie. Ed è così che
paradossalmente gli adblocker diventano uno strumento contro la
disinformazione e i truffatori.

Fonti aggiuntive:
PC World,
WindowsCentral.

iPhone, arrivano gli app store alternativi. Ma solo in UE

Da quando è arrivato l’iPhone, una delle sue caratteristiche centrali è stata
quella di avere un unico fornitore di app, cioè l’App Store della stessa
Apple. Sugli smartphone delle altre marche, con altri sistemi operativi come
per esempio Android, l’utente è sempre stato libero di procurarsi e installare
app di qualunque provenienza con poche semplici operazioni, mentre Apple ha
scelto la via del monopolio, aggirabile solo con procedure decisamente troppo
complicate per l’utente medio.

Oggi, dopo sedici anni dal suo debutto nel 2008, l’App Store di Apple non è
più l’unica fonte di app disponibile agli utenti degli smartphone di questa
marca: debuttano infatti gli app store alternativi per gli iPhone. Ma solo per
chi si trova nell’Unione Europea. Una volta tanto, una novità arriva prima in
Europa che negli Stati Uniti, ma non scalpitate, le cose non sono così
semplici come possono sembrare a prima vista.

La novità è merito delle norme europee sulla concorrenza, specificamente del
Digital Markets Act o DMA, e delle azioni legali avviate da aziende come
Spotify, Airbnb e in particolare Epic Games, la casa produttrice di Fortnite,
aziende che contestavano non solo il regime di sostanziale monopolio ma anche
il fatto che Apple, come Google, chiede il 30% dei ricavi delle app: una
percentuale ritenuta troppo esosa da molti sviluppatori di app.

A questi costi si aggiungeva il fatto che alcuni tipi di app non erano
disponibili nell’App Store di Apple per scelta politica, per esempio su
pressioni di governi come quello cinese, indiano o russo, oppure per decisione
spesso arbitraria di Apple, come per esempio nel caso degli emulatori di altri
sistemi operativi (come il DOS) [The Verge], o nel caso dei browser alternativi (ammessi solo se usano lo stesso motore
interno WebKit di Safari [The Verge]), oppure dei contenuti anche solo vagamente relativi alla sessualità, come
nella
vicenda
emblematica dell’app che offriva un adattamento a fumetti dell’Ulisse
di Joyce, che era stata respinta per aver osato mostrare dei genitali maschili
appena accennati da un tratto di matita.

Apple ha giustificato finora queste restrizioni parlando di esigenze di
qualità e di sicurezza, e in effetti i casi di app pericolose giunte nel suo
App Store sono limitatissimi rispetto al fiume di malware e di spyware che si
incontra facilmente su Google Play per il mondo Android, ma non sempre queste
giustificazioni sono state documentate; l’argomentazione generale di Apple è
stata che solo Apple era in grado di fornire una user experience buona,
sicura e felice. In ogni caso, che ad Apple piaccia o no, l’Unione Europea ha
disposto che gli utenti di iPhone e iPad abbiano la facoltà di procurarsi app
anche attraverso app store
alternativi.

E così oggi un utente Apple che si trovi in Unione Europea può rivolgersi ad
app store come AltStore,
Setapp, Epic Games,
Aptoide e altri, trovandovi app
che non esistono nello store di Apple, soprattutto nel settore dei giochi e
degli emulatori.

Una cosa inimmaginabile qualche anno fa: Aptoide per iOS.

Ma la procedura non è affatto semplice. Mentre per usare l’App Store di Apple
l’utente non deve fare nulla, per usare gli store alternativi deve trovarsi
materialmente nel territorio dell’Unione Europea, e quindi per esempio la
Svizzera e il Regno Unito sono esclusi; deve impostare il paese o l’area
geografica del proprio ID Apple su uno dei paesi o delle aree geografiche
dell’Unione Europea, e deve aver installato iOS 17.4 o versioni successive. E
una volta fatto tutto questo, deve poi andare al sito dello
store alternativo ed eseguire tutta una serie di operazioni prima di
poter arrivare finalmente alle app vere e proprie. La cosa è talmente
complessa che Epic Games ha addirittura pubblicato su YouTube un video che
spiega la procedura.

Lo store della Epic Games.

La faccenda si complica ulteriormente se per caso l’utente esce per qualunque
motivo dall’Unione Europea: gli aggiornamenti delle app degli
store alternativi saranno ammessi solo per 30 giorni, e ci sono anche
altre limitazioni, elencate in un
tediosissimo documento
pubblicato da Apple che trovate linkato su Disinformatico.info.

[il documento di Apple elenca in dettaglio i paesi e le aree geografiche compatibili: Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia (incluse Isole Åland), Francia (incluse Guyana francese, Guadalupa, Martinica, Mayotte, Reunion, Saint Martin), Germania, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo (incluse Azzorre), Madeira, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna (incluse Isole Canarie), Svezia]

All’atto pratico, è difficile che questa apertura forzata e controvoglia
dell’App Store interessi a chi non è particolarmente esperto o appassionato,
ma perlomeno stabilisce il principio che a differenza di quello che avviene
altrove, nell’Unione Europea le grandi aziende del software non sono sempre in
grado di fare il bello e il cattivo tempo.


Fonti aggiuntive:
TechCrunch, IGNThe Verge,
TechCrunch

Perché tanta gente che ha l’iPhone, l'iPad o il Mac va in giro con AirDrop aperto a tutti?

Perché tanta gente che ha l’iPhone, l’iPad o il Mac va in giro con AirDrop aperto a tutti?

Pubblicazione iniziale: 2023/11/12 13:28, Ultimo aggiornamento: 2023/11/18 11:10. Immagine iniziale generata da DALL-E.

In questi giorni sto viaggiando in treno in Italia e ho notato che spesso gli
utenti di iPhone e iPad lasciano aperta a tutti la funzione AirDrop, che
permette di inviare file da un dispositivo Apple a un altro. La funzione non
richiede che i dispositivi siano collegati alla stessa rete Wi-Fi.

Per esempio, facendo una semplice scansione (con il normale Finder del mio
Mac) dei dispositivi raggiungibili via AirDrop ho trovato questi utenti:

“CIA Asset 4752” è il mio iPhone di test, che ho lasciato aperto per
l’occasione. Ma l’iPad di Lele, gli iPhone di Viola, Dany ed Eradis e il Macbook Air di Lorenza non sono miei. Non
ho tentato di inviare file, per non allarmarli.

Non è prudente tenere AirDrop aperto a tutti: chiunque vi può mandare foto
indesiderate o malware, fare stalking o commettere altre molestie o abusi.
AirDrop andrebbe attivato solo quando serve per trasferire dati da un
dispositivo all’altro. Queste sono le opzioni disponibili sull’iPhone in Impostazioni – Generali – AirDrop: Ricezione non attiva (che consiglio come impostazione da tenere attiva normalmente), Solo contatti e Tutti per 10 minuti.

Per ridurre la vostra esposizione di dati personali quando attivate AirDrop,
attivatelo solo verso i vostri contatti e in ogni caso togliete il vostro nome
e il tipo di dispositivo dalla stringa del nome che viene trasmesso.
Non accettate mai dati da sconosciuti.

Se avete un iPhone, iPad o Mac, andate in
Impostazioni – Generali – Info – Nome, poi cambiate nome. 

Siate creativi. Io, per esempio, ho scelto questo:

Apple Vision Pro, 3500 dollari ma (per ora) mancano dati tecnici utili

Apple Vision Pro, 3500 dollari ma (per ora) mancano dati tecnici utili

La curatissima immagine introduttiva fa sembrare minime le dimensioni del Vision Pro…

… ma la realtà delle necessità tecniche mostra una storia parecchio differente.

Ultimo aggiornamento: 2023/06/07 1:35. 

Ieri (5 giugno) Apple ha presentato il
Vision Pro, il suo
dispositivo indossabile per realtà aumentata o mista (attenzione: non
virtuale, che è una cosa differente). Molti hanno avuto un sussulto per
il suo prezzo, che parte da 3500 dollari, ma va ricordato che i
concorrenti di questo prodotto non sono i visori per realtà virtuale di
Oculus o simili: sono Hololens e Magic Leap, che hanno prezzi paragonabili.

La distinzione fra realtà aumentata/mista e realtà virtuale è fondamentale:
nella realtà virtuale, tutto quello che si vede è generato dal software. Nella
realtà aumentata, invece, il dispositivo mostra una visuale del mondo reale,
sulla quale viene sovrapposta e integrata un’immagine di oggetti sintetici che
si muovono, interagiscono e cambiano prospettiva come se fossero fisicamente
reali. Un componente meccanico complesso o un paziente chirurgico possono
essere mostrati virtualmente, sovrapposti al banco di lavoro o al tavolo
operatorio, e se ci si sposta l’immagine ruota e trasla di conseguenza.

Normalmente questo effetto viene ottenuto inserendo nel dispositivo uno
schermo semitrasparente che copre una parte del campo visivo e il resto
dell’ambiente reale viene mostrato semplicemente per trasparenza. Questo ha il
difetto di generare oggetti virtuali che hanno un “effetto fantasma”, ossia
sono semitrasparenti e non danno una sensazione di solidità. Inoltre
l’illusione è limitata a una porzione ridotta del campo visivo, per cui gli
oggetti virtuali vengono brutalmente troncati se superano i margini dello
schermo.

Nel caso del Vision Pro, invece, da quel che s’è capito nella presentazione,
particolarmente povera di dati tecnici, il display mostra una rappresentazione
digitale del mondo esterno acquisita attraverso le telecamere e i sensori e vi
sovrappone gli oggetti virtuali. Questo ha il grande vantaggio di dare
solidità a questi oggetti, rendendo molto più naturale la loro integrazione.
Niente effetto fantasma e niente troncamento.

L’abbondanza di telecamere esterne serve anche per un’altra distinzione
importante di Vision Pro rispetto ai dispositivi analoghi: l’assenza di
controller (o perlomeno la loro mancanza nei kit di base). Qui l’utente
non è tenuto a impugnare qualcosa con dei bottoni che facciano da telecomando e
indicatore di posizione delle mani: le telecamere riconoscono direttamente le
mani e rispondono ai gesti. Questo, se funziona bene, è molto più naturale ed
estremamente utile per chi deve usare questi dispositivi per fare qualcosa con
le proprie mani (per esempio intervenire su un macchinario o un paziente
avendo davanti agli occhi tutte le informazioni essenziali).

Apple ha cercato in tutti i modi di mostrare il Vision Pro minimizzandone le
dimensioni e gli ingombri (la foto frontale qui sopra fa sembrare che sia poco
più di un occhiale da sci, ma non è così e c’è pure un pacco batterie esterno)
e offrendo le solite immagini cool di gente strafiga, straricca e
spensierata, ma questo è un prodotto orientato principalmente alle
applicazioni tecniche e industriali (e a qualche appassionato di tecnologie
con più soldi che buon senso), come appunto Hololens e Magic Leap.

Il problema è che dalla curatissima presentazione di Apple mancano (se non mi
sono perso qualcosa) due dati importanti: la risoluzione e l’angolo del campo
visivo (oltre al peso, ma lasciamo stare). Inizialmente ai giornalisti non è stato concesso
di indossare il Vision Pro: anzi, non ci si poteva neppure avvicinare più di
tanto. Poi alcuni hanno avuto modo di provarli brevemente e in condizioni molto controllate.

Apple ha parlato di risoluzione dicendo che è come avere un televisore
4K per ciascun occhio, ma queste sono parole di marketing: quello che serve
sapere è il numero di pixel per grado. Se non è elevatissimo, l’illusione di
realtà crolla rapidamente. E la stessa cosa succede se l’angolo del campo
visivo è ristretto, e Apple ha parlato di schermi
“grandi come francobolli”. Provate a mettervi un francobollo a pochi
centimetri dagli occhi e ditemi quanto del vostro campo visivo ne viene
coperto.

Finché non saranno disponibili questi dati, è difficile valutare il prodotto.
L’unica cosa che si può ragionevolmente dire è che il video di Apple che
mostra quello che in teoria si vede attraverso un Vision Pro è
probabilmente una versione molto patinata di una realtà tecnica un po’ meno
fantascientifica.

Antibufala: l’iPhone 13 comunicherà via satellite!

Antibufala: l’iPhone 13 comunicherà via satellite!

Pubblicazione iniziale: 2021/08/31 9:27. Ultimo aggiornamento: 2023/04/06
22:50.

Da qualche giorno impazza non solo tra gli appassionati e gli specialisti ma
anche nei media di massa una notizia secondo la quale il prossimo iPhone, il
13, sarà dotato della capacità di telefonare via satellite.

ANSA, per esempio,
parla
di “connettività satellitare LEO”, dove LEO sta per
Low Earth Orbit (orbita terrestre bassa), e precisa che si tratterebbe
di “connessione internet” da fornire
“in luoghi che non dispongono ancora di torri trasmittenti”, quindi di
un sistema satellitare bidirezionale. Ne parlano anche
Punto Informatico,
Engadget,
Gizmodo,
HDBlog,
Business Insider,
The Verge,
CNBC,
Slashdot
e tanti altri.

La notizia, però, si basa esclusivamente sulle dichiarazioni di un singolo
“analista esperto di affari di Apple, Ming-Chi Kuo”, contenute in una
nota agli investitori e descritte da
MacRumors, che a loro volta si basano su una sua deduzione riguardante la presenza,
nei prossimi iPhone, di uno specifico componente (il modem Qualcomm X60) che
include funzioni per le comunicazioni satellitari. Questo, secondo lui o
secondo l’interpretazione data dai media alle sue parole, rivelerebbe
l’intenzione di Apple di usare le reti satellitari per i propri telefoni. La
fonte originale della notizia, MacRumors, parla proprio di fare chiamate e
inviare messaggi (non di connettersi a Internet):
“to make calls and send messages in areas without 4G or 5G coverage”.

Ma c’è un fatto tecnico che indica che si tratta molto probabilmente di una
bufala generata da un equivoco, a meno che Apple abbia realizzato almeno un
paio di miracoli tecnologici.

Il fatto tecnico è che un telefonino che faccia comunicazione satellitare
bidirezionale ha bisogno di un’antenna piuttosto ingombrante, che non
può essere miniaturizzata più di tanto.

I telefonini satellitari attuali, quelli capaci di fare e ricevere telefonate
e connettersi a Internet collegandosi a satelliti, hanno antenne come
questa:

Ci sono anche dispositivi satellitari con antenne meno mastodontiche, ma non
consentono di fare chiamate o di connettersi a Internet: sono i
cercapersone satellitari, come
questo di Garmin, che
consentono di inviare e ricevere brevi messaggi di testo, e sono i dispositivi
di localizzazione di emergenza via satellite (PLB o
Personal Locator Beacon), come
questo
o addirittura integrati in
orologi da polso, che
non possono mandare neanche messaggi ma si limitano a inviare ai satelliti di
localizzazione un semplice segnale radio che dice soltanto
“io sono qui”.

Sono estremamente compatti, ma hanno comunque un’antenna cospicua e sporgente,
che va estratta per usarli. Riuscite a immaginare un iPhone con un bozzo
antiestetico del genere? O due fili penzolanti? No, vero?

A scanso di equivoci, aggiungo che è vero che gli attuali iPhone
comunicano con i satelliti GPS, ma è una comunicazione
unidirezionale, non bidirezionale. Per usare il GPS i telefonini si
limitano a ricevere segnali dai satelliti, ma non ne trasmettono (cosa
che richiederebbe appunto un’antenna piuttosto ingombrante). Qui la diceria
parla di trasmettere e ricevere. Addirittura di fare chiamate a voce.

Ci sono varie
ipotesi
sulla genesi di questa storia: una è spiegata
qui
da Sascha Segan. In ogni caso, sembra che tutto sia
iniziato
dal fatto che un chip presente a bordo dell’iPhone 13 sarebbe in grado di
usare la banda di trasmissione denominata b53/n53 (a 2,4 GHz), che Globalstar

vuole

adoperare per potenziare le comunicazioni cellulari, e siccome Globalstar è
nota per le comunicazioni satellitari qualcuno ha immaginato che questo
volesse dire che l’iPhone 13 potrà fare telefonate via satellite.

Un’altra ipotesi è che, come segnala
Mark Gurman su Bloomberg
sulla base di indiscrezioni, Apple stia lavorando all’idea di offrire funzioni
di sola messaggistica satellitare nelle versioni future dell’iPhone, non nella
versione 13 (“the features are unlikely to be ready before next year […] The features could also change or be scrapped before they’re released”). Questo potrebbe aver portato al malinteso.

Nel frattempo, MacRumors, la fonte iniziale della notizia, ha
corretto il tiro, precisando che
“la banda n53 di cui parla Kuo è spettro terrestre… Globalstar non
commercializza o offre spettro nella Banda 53 o n53 per le comunicazioni
satellitari — è solo per copertura terrestre”
. In altre parole, è assai probabile che i satelliti non c’entrino nulla.

Sapremo come stanno realmente le cose tra un paio di settimane, alla
presentazione dell’iPhone 13, che intanto grazie a questa diceria ha ricevuto
montagne di pubblicità gratuita.

2021/11/15. L’iPhone 13 è uscito e
non è affatto in grado di fare telefonate satellitari.

2023/04/06. L’iPhone 14 consente messaggi di testo inviati dal telefono alla rete satellitare Globalstar e viceversa in caso di emergenza. Non consente telefonate satellitari.

È vero che i cattivi non possono usare gli iPhone nei film e nei telefilm?

È vero che i cattivi non possono usare gli iPhone nei film e nei telefilm?

L’uscita del film
Glass Onion – Knives Out
di Rian Johnson ha fatto riemergere una teoria informatico-cinematografica
quasi classica: esisterebbe una regola segreta in base alla quale nessun
cattivo, in un film o telefilm, può maneggiare un iPhone o in generale un
prodotto Apple, e questo permetterebbe agli spettatori più attenti di capire in anticipo chi è il cattivo
o il traditore nascosto nelle sceneggiature.

Questa regola è stata descritta dal regista Rian Johnson in un’intervista a
Vanity Fair del 2020, rilasciata in occasione dell’uscita del primo
film della serie Knives Out:

Johnson spiega (a partire da 2:50) che non sa se rivelarlo o no, perché potrebbe causargli guai nel prossimo film d’intrigo che scriverà, ma “Apple ti lascia usare gli iPhone nei film ma – e questo è molto centrale se state mai guardando un film d’intrigo – i cattivi non possono avere un iPhone che venga inquadrato” e dice che ora “ogni regista che ha nel proprio film un cattivo che deve restare segreto ora voglia ammazzarmi”.

Also another funny thing, I don’t know if I should say this or not… Not cause it’s like lascivious or something, but because it’s going to screw me on the next mystery movie that I write, but forget it, I’ll say it. It’s very interesting.

Apple… they let you use iPhones in movies but – and this is very pivotal if you’re ever watching a mystery movie – bad guys cannot have iPhones on camera.

So, there you go… oh nooooooo, every single filmmaker that has a bad guy in their movie that’s supposed to be a secret wants to murder me right now.

E infatti nel suo film, il primo della serie Knives Out, guardando la marca di telefonino usata dai vari personaggi si può dedurre quali sono buoni e quali sono cattivi. Nel secondo no, grazie a una soluzione molto semplice ed elegante. Non dico altro per non fare troppi spoiler.

Non è la prima volta che si parla di questa faccenda, ma mancava una dichiarazione esplicita da parte di un addetto ai lavori. La teoria dei prodotti Apple usabili solo dai “buoni” era emersa già oltre vent’anni fa, quando fu trasmessa la prima stagione della serie TV 24, nella quale un traditore inaspettato sarebbe stato in realtà smascherabile dagli spettatori, secondo la teoria presentata da alcuni fan, per il fatto che usava un laptop della marca Dell mentre tutti i suoi colleghi usavano dei Mac, e viceversa il personaggio che la trama sembrava suggerire come possibile traditore sarebbe stato scartabile immediatamente perché usava un PowerBook di Apple.

Una ricerca del sito Wired.com condotta all’epoca segnalava anche altri casi cinematografici nei quali i buoni usavano Apple e i cattivi altre marche: per esempio nei film C’è posta per te (You’ve Got Mail), La rivincita delle bionde (Legally Blonde), Austin Powers, e anche il celebre critico cinematografico Roger Ebert aveva notato nel 2003 che “siccome molti computer Windows hanno lo stesso aspetto, Apple è una delle poche case produttrici che può avere convenienza a fare product placement (pubblicità indiretta)”, aggiungendo che secondo lui “l’industria del cinema e i tipi creativi in generale preferiscono il Mac” (l’articolo originale è oggi irreperibile).

La tendenza sembra essere ben documentata, insomma, ma non è chiaro se questa regola sia una consuetudine nata per motivi estetici e narrativi oppure un’imposizione di Apple. Vanity Fair ha chiesto chiarimenti ad Apple in seguito alle parole di Rian Johnson, ma non ha ottenuto risposta; ci ha provato anche Ars Technica, con lo stesso risultato.

Secondo l’esperto di proprietà intellettuale John Bergmayer dell’associazione Public Knowledge, consultato da Ars Technica, chi realizza un film non ha bisogno di permessi o licenze dei fabbricanti per far usare dai propri personaggi dei prodotti comuni in maniere normali, ed è improbabile che una casa produttrice possa vincere una causa argomentando che far usare a un cattivo una certa marca di telefono o di auto costituisca uno screditamento di quella marca. Quindi, nota Ars Technica, la regola “i cattivi non usano prodotti Apple” non sarebbe un obbligo legale.

Le cose cambiano, però, se Apple paga per il product placement, ossia sponsorizza il film in modo che i personaggi mostrino i suoi prodotti, per esempio fornendo degli esemplari gratuiti da usare come oggetti di scena e altri dispositivi o servizi. In questo caso sarebbe normale che Apple mettesse dei vincoli sul modo in cui vengono usati e a chi vengono associati.

In altre parole: la regola non è un obbligo di legge, ma è quasi sicuramente una consuetudine diffusa regolamentata da accordi commerciali, e quindi la si può applicare per tentare di scoprire indizi utili nei film e nei telefilm.

Se riuscite a trovare altri esempi di serie TV o di film che applicano questa regola o la smentiscono, segnalateli nei commenti. Senza spoiler, mi raccomando! E sempre dai commenti arriva la segnalazione (grazie a Ivan) di Product Placement Blog, un sito che raccoglie esempi di product placement, ordinato per tipo di prodotto e per titolo di film.

Fonti aggiuntive: MacRumors, MacObserver, Iphoneitalia.com,

Mac App Store, appena nato e già bucato

Questo articolo era stato
pubblicato
inizialmente sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove
attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a
disposizione per la consultazione. L’articolo è stato aggiornato dopo la
pubblicazione iniziale.


Ha fatto il suo debutto
pochi giorni fa
il Mac App Store: il negozio via Internet di Apple dal quale scaricare programmi
per i computer della celebre marca della mela morsicata con una formula molto
simile a quella già collaudata per iPhone e iPad. L’obiettivo dell’App Store è
semplificare l’acquisto, la gestione e la manutenzione dei programmi da parte
degli utenti (e, naturalmente garantire profitti ad Apple e ai creatori dei
programmi venduti tramite l’App Store).

Ma sono bastati appunto pochi giorni per scoprire che la sicurezza del Mac App
Store ha una vulnerabilità che fa clamore per la sua semplicità. Lo Store,
infatti, non obbliga un’applicazione messa in vendita a verificare che i dati
della “ricevuta” dello Store, necessari per attivare l’applicazione stessa,
siano riferiti specificamente a quella applicazione. Così è emerso che alcune
applicazioni accettano qualunque “ricevuta”, anche quelle di altre
applicazioni.

Colpa degli autori delle applicazioni, ma anche colpa di Apple che non impone
questa verifica. Ecco come si fa a scavalcare la sua protezione antipirateria:
si scarica il file .dmg dell’applicazione desiderata (è facile trovarlo
in giro), la si installa come se fosse una normale applicazione e poi si copiano
tre file e/o cartelle provenienti da qualunque programma regolarmente scaricato
sull’App Store (compresi quelli gratuiti).

Non è il caso di specificare quali siano questi file passepartout, non solo per
non incoraggiare la pirateria informatica ma anche perché scaricare programmi da
fonti differenti dal sito del produttore è un rischio per la sicurezza. Sophos,
infatti,
sottolinea e dimostra (video) che nulla vieta di inserire nelle copie pirata dei virus fatti su misura per
il mondo Mac: anzi, è incredibilmente semplice. Le applicazioni pirata
diventerebbero così dei perfetti cavalli di Troia. 

Morale della storia:
risparmiare qualche banconota può costare molto caro anche per gli utenti della
Mela.

Fonti aggiuntive:
TheNextWeb,
Craftymind,
ZDNet.

Jobs: basta DRM nella musica online

Jobs: basta DRM nella musica online

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili
donazioni
di “Pape” e “Steficol67”.

Il 6 febbraio scorso, Steve Jobs,
lìder maximo di Apple, ha infranto un
tabù. Ha chiesto pubblicamente alle case discografiche di rinunciare alla
tecnologia anticopia, il cosiddetto DRM (Digital Rights Management), che grava sulla musica venduta via Internet. La sua lettera aperta è
pubblicata qui (in
originale) e tradotta in italiano da Melablog.it
qui.

L’entusiasmo degli internauti è altissimo. S’invoca San Jobs da Cupertino come
il liberatore delle masse musicalmente oppresse. Ma le grandi case
discografiche, la
IFPI
(federazione internazionale dei discografici) e la
FIMI (Federazione
dell’Industria Musicale Italiana) gli hanno risposto inviandogli
(metaforicamente) un iPod con su un due di picche inciso col laser. Non se ne
parla nemmeno, dicono. Però EMI si è staccata dal coro e si
vocifera
di una sua possibile rinuncia al DRM.

Cosa sta succedendo? Adesso che è passato qualche giorno si può provare a fare
un po’ di luce sulla faccenda.

La prima cosa che lascia perplessi è il pulpito dal quale è partita la
predica. Steve Jobs rappresenta Apple, che con il negozio online iTunes è il
gigante del mercato della musica venduta legalmente in Rete, con l’88% delle
vendite USA (dati
2006). Due miliardi di canzoni vendute dal 2003 a oggi non sono noccioline. Il
servizio iTunes ha il grandissimo merito di aver sbugiardato i discografici
che pensavano che la musica venduta online non avesse futuro perché i
consumatori sono disonesti, e non è un merito trascurabile. Ma tutta la musica
venduta da iTunes è lucchettata con sistemi anticopia. Non è quindi un
controsenso che sia proprio Steve Jobs a chiedere l’eliminazione dei sistemi
anticopia?

Jobs si difende dicendo che l’anticopia gliel’hanno imposto Sony BMG,
Universal, Warner ed EMI, che secondo i dati forniti da Jobs stesso
controllano la distribuzione di oltre il 70% della musica di tutto il mondo.
Se dipendesse da lui, Apple rinuncerebbe all’anticopia
“in un batter d’occhio”, senza
esitazioni, perché questa sarebbe
“la migliore alternativa per i consumatori”. Le altre alternative prospettate sono lo status quo (sistemi anticopia
incompatibili che legano l’utente a una specifica marca o gamma di lettori, il
cosiddetto vendor lock-in) oppure la
condivisione del sistema anticopia Apple con gli altri venditori di musica
protetta (la cosiddetta
interoperabilità).

Ma come, Jobs non teme di vedersi crollare il mercato delle vendite degli
iPod? Dopotutto quei due miliardi di brani lucchettati da iTunes oggi
funzionano soltanto sugli iPod. Se domani fossero privi di lucchetti, o se i
lucchetti fossero apribili anche con lettori meno costosi di altre marche, ci
sarebbe poco incentivo a comperare i lettori Apple. No?

No, dice il boss di Apple. Sono stati venduti 90 milioni di iPod, per cui in
media le canzoni lucchettate presenti su un iPod sono soltanto ventidue. Tutte
le altre (e un iPod recente ne contiene un migliaio) sono prive di protezione
DRM. Il messaggio subliminale di Jobs è che la gente compra gli iPod perché
sono fighissimi, non perché è obbligata dai sistemi anticopia.

C’è un errore in questo calcolo: l’assunto che tutti e 90 milioni di iPod
venduti dal 2001 a oggi siano ancora vivi e vegeti, quando sappiamo benissimo
che per motivi di obsolescenza tecnologica, di invecchiamento della batteria,
di maltrattamento e di caccia al
trendy, i vecchi iPod sono in buona
parte defunti.

Tuttavia le vendite recenti sono state talmente spropositate rispetto agli
anni passati (60 milioni di pezzi soltanto da gennaio 2006, secondo i dati di
vendita compilati da
Wikipedia)
che il calcolo di Jobs rimane spannometricamente accettabile ma va rivisto
verso l’alto. Le canzoni lucchettate sugli iPod sono in media qualche decina.
E trenta o quaranta euro da buttare via in caso di migrazione ad un’altra
marca di lettore, più il disagio di doversi ricomprare da capo tutta la musica
protetta, sono un incentivo tutt’altro che trascurabile a restare fedeli alla
Mela. Il vendor lock-in c’è, e Jobs
gioca con le cifre per minimizzarlo.

E’ per questo che neanche ai consumatori onesti piace il DRM: li punisce anche
quando non violano la legge e limita la loro libertà di scelta. Il DRM di
Apple, benché sia ritenuto “liberale” rispetto ad altri (si fa chiamare
addirittura FairPlay), è l’equivalente
di un disco che suona soltanto su un giradischi della Philips ma non sui
giradischi di nessun’altra marca. O di un’autostrada fruibile soltanto dalle
Porsche Cayenne.

Ma allora perché Jobs cerca di minimizzare l’importanza del suo DRM nel
successo di iPod e iTunes e scarica la questione sulle case discografiche? Una
possibile spiegazione è che Apple è impegolata in questo momento con varie
azioni legali in Europa: Germania, Francia, Norvegia e Olanda ritengono che
FairPlay, funzionando soltanto sui lettori Apple, sia incompatibile con la
libera concorrenza, come nota il sito specializzato in questioni d’informatica
giuridica
Findlaw. E in Italia c’è l’esposto di Altroconsumo
all’Antitrust. Questo è un danno d’immagine notevole per Apple, che ama
presentarsi come amica degli utenti e maestra nell’offrire prodotti facili da
usare. Dando la colpa ai discografici, Jobs cerca di salvare quest’immagine.

La spiegazione suona piuttosto plausibile se si considera l’obiezione di Jobs
all’idea di adottare un sistema anticopia unico per tutti i lettori di ogni
marca o di concedere ad altri produttori di lettori l’uso di FairPlay:

“concedere in licenza un sistema DRM richiede che si rivelino alcuni dei suoi
segreti a molte persone in molte aziende, e la storia c’insegna che questi
segreti inevitabilmente sfuggono di mano… Correggere con successo [una fuga
di segreti] richiede il potenziamento del software del negozio di musica
online, del software di gestione della musica degli utenti e del software dei
lettori, dotandoli di nuovi segreti; poi occorre trasferire questo software
aggiornato alle decine (o centinaia) di milioni di Mac, PC Windows e lettori
già in uso. Tutto questo va fatto rapidamente e in maniera altamente
coordinata: un’impresa molto difficile quando tutti i pezzi sono in mano ad
un’unica azienda, ma quasi impossibile se più società controllano pezzi
separati del puzzle e tutte devono agire all’unisono per correggere la falla.”

Jobs dice che anche Microsoft sta facendo la stessa cosa, ossia adottando un
sistema DRM (quello di Zune) di cui controlla tutti gli elementi, senza
concederli in licenza a terzi. Sono obiezioni abbastanza deboli. La prima è
smentita dall’esistenza di segreti larghissimamente condivisi: basti pensare
al DRM usato per i telefonini, per esempio per la musica, i programmi TV o le
suonerie. La seconda suona molto come una ripicca: certo, io sono
anticoncorrenziale, ma anche zio Bill lo è. Ve la prendete con me perché sono
piccolo (no, Steve, ce la prendiamo con te perché hai oltre l’80% del mercato
dei lettori, mentre Microsoft non conta nulla in questo campo).

Un’altra considerazione che fa dubitare delle motivazioni apparentemente
disinteressante di Jobs è che invoca la fine del DRM soltanto sulla
musica, ma non sui film. Visto che
Jobs è il più grande azionista individuale della Pixar, quella di
Toy Story, Monsters & Co, Gli Incredibili, Cars
e Alla Ricerca di Nemo, è una
distinzione piuttosto curiosa.

Si direbbe, insomma, che Jobs stia invocando la fine del DRM per un proprio
tornaconto: così può presentarsi come paladino dei consumatori e passare la
patata bollente del DRM e della concorrenza sleale alle case discografiche,
che tanto sono già impopolari. Inoltre confida che l’iPod si venda lo stesso
anche senza il guinzaglio dell’anticopia. Meglio rischiare un possibile calo
di vendite che vedersi escluso dal mercato in quattro paesi europei (col
pericolo che altri seguano a ruota).

Ma i discografici non la bevono. Prima di parlarne, però, vale la pena di
soffermarsi su una considerazione di Jobs che nasce sì dal suo tornaconto, ma
tocca un tasto molto valido lo stesso: la totale inutilità, per i
discografici, dei sistemi anticopia.

“Perché le quattro grandi case discografiche dovrebbero permettere ad Apple e
agli altri di distribuire la loro musica senza usare sistemi DRM per
proteggerla? La risposta più semplice è che i DRM non hanno funzionato, e
forse non funzioneranno mai, come freno alla pirateria. Anche se le quattro
grandi case discografiche esigono che tutta la loro musica venduta in Rete sia
protetta da DRM, quelle stesse case discografiche continuano a vendere ogni
anno miliardi di CD che contengono musica completamente priva di protezioni…
Nel 2006, i vari negozi online hanno venduto nel mondo due miliardi di brani
protetti da DRM, mentre le case discografiche stesse hanno venduto su CD oltre
venti miliardi di canzoni completamente prive di DRM e senza protezioni…
Allora, se le case discografiche vendono oltre il 90% della propria musica
senza DRM, che beneficio ricavano dal vendere la piccola percentuale restante
vincolandola con un sistema DRM?”

Questo è un assurdo perfettamente condivisibile, di cui si parla in Rete da
anni. Va precisato che le case discografiche hanno tentato a più riprese di
vendere “CD” con protezioni anticopia, ma i risultati sono stati disastrosi,
come ben sa Sony. Bisogna però che ne parli uno come Jobs affinché i discografici ascoltino e
magari comincino a riflettere. A prescindere dai motivi per cui ne parla, Jobs
è effettivamente riuscito a suscitare un dibattito e a dire quello che nessuno
osava dire per non essere tacciato di favoreggiamento della pirateria
musicale: il DRM fa male alla musica, ed è una fregatura per tutti. Quindi è
ora di sbarazzarsene. E lo stesso vale anche per film e altri contenuti
multimediali, come scopriranno ben presto i legittimi acquirenti di Blu-Ray e
HD-DVD.

La lista dei benefici dell’eliminazione del DRM per gli utenti onesti è
notevole:

  • Eliminato il vendor lock-in. Se
    domani voglio prendere un lettore di un’altra marca, lo posso fare e
    copiarci tutta la musica che avevo sul lettore precedente.
  • Eliminata la complicatissima gestione delle licenze digitali. Migrare la
    propria musica legalmente acquistata da un computer a un altro è come
    copiare dei normali file. Non occorre più fare riattivazioni, riabilitazioni
    e quant’altro.
  • La musica acquistata è per sempre. Scompare il rischio di trovarsi con un
    pugno di bit illeggibili perché il gestore del sistema DRM ha deciso di
    cambiare sistema (come ha fatto Microsoft) o non esiste più o non fornisce
    software aggiornato.
  • Usare legalmente la musica acquistata diventa facile come usare quella
    scaricata a scrocco, col vantaggio che la qualità della musica acquistata è
    garantita. Basta MP3 rippati da dilettanti che usano codec e bitrate
    squallidi o etichettano le canzoni coi nomi sbagliati.
  • Condividere la musica con la famiglia è più facile. Non occorre più fare i
    salti mortali per dare ai figli una copia di una canzone da mettere nel
    proprio telefonino o lettore MP3.
  • Creare una rete domestica di diffusione della musica digitale è più facile
    perché non ci sono lucchetti, autorizzazioni e limiti da gestire.

I discografici, dicevo, non la bevono. La Warner ha
detto
chiaro e tondo, per bocca del suo boss Edgar Bronfman, che l’idea di Jobs è
“totalmente priva di merito”. E
sull’assurdo dei CD venduti senza protezioni, Bronfman ribatte che
“l’idea che la musica non meriti la stessa tutela del software, dei film,
dei videogame o di altre proprietà intellettuali semplicemente perché nel
mondo fisico esiste un prodotto obsoleto non protetto è completamente priva
di logica o di merito”
. Avete capito? Il CD, quello che vende venti miliardi di canzoni l’anno, è
un “prodotto obsoleto” (per la precisione, Bronfman parla di
legacy product). Sarà.

La FIMI, invece, ha le idee un po’ confuse, almeno stando a quanto riferito da
Visionblog.it: Enzo Mazza, presidente della FIMI, dice che
“Steve Jobs omette il fatto che le case discografiche non hanno mai chiesto
che i DRM fossero chiusi”
, e fin qui nessun problema, ma poi giustifica l’uso del DRM dicendo che
“Alle case discografiche i Drm servono esclusivamente come strumento per la
gestione dei diritti d’autore, per sapere quante copie vengono vendute e
come ripagare gli autori.”

Questa è una baggianata. Il DRM non è un contacopie. Per sapere quante volte
viene scaricata una canzone si usano i log dei server, si usa un contatore
software, si usano mille altre tecniche, ma non c’è nessuna ragione per usare
gli attuali sistemi DRM, che sono invece dei
bloccacopie (esistono anche i sistemi
DRM di watermarking, che hanno
funzioni differenti, ma questa è un’altra storia). Servono a limitare dove e
come viene usato un brano scaricato.

Stupisce che il presidente della Federazione Industria Musicale Italiana non
comprenda un concetto basilare come questo. Confido nell’errore di
trascrizione, perché altrimenti c’è da preoccuparsi, però vedo che anche a
Punto Informatico
Mazza ha espresso un concetto analogo (“Ma le protezioni sono solo un pezzo del DRM, uno strumento che consente di
associare dati ed informazioni ai contenuti distribuiti, quindi di sapere
cosa e quanto circola”
). Mah.

Quello che più mi preoccupa è questa frase di Mazza:
“Il domani non è il possesso dei contenuti, ma è il loro accesso, è la
licenza per l’accesso ai contenuti che si desiderano in qualsiasi modo e
momento, e indipendentemente dalla piattaforma.”

Immaginate questa frase applicata a un libro. Il futuro auspicato da Mazza è
un mondo in cui le persone non hanno il diritto di
possedere un libro, ma soltanto quello
di accedervi, dietro pagamento di
licenza e presentazione di documento d’identità, e soltanto se e quando i
titolari della licenza lo vorranno. Il giorno che non vorranno più che
leggiate un certo libro perché scomodo o sgradito al governo o all’ideologia
di turno, il libro non sarà più accessibile. Questo diritto eterno, imposto
tramite la tecnologia, non solo va contro il diritto d’autore, che ha una data
di scadenza ben precisa (anche se lunga, ce l’ha), ma ha un sapore
totalitario. Forse dovrei mandare a Mazza una copia di
Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. Anche
in quel romanzo, possedere libri era un reato.

Allora, molto rumore per nulla? Ognuno suona la propria campana e noi ci
dobbiamo sorbire la cacofonia conseguente? Dipende. C’è forse una casa
discografica che ha visto la luce in fondo al tunnel e ha capito che non è
quella di un treno di pirati che le viene incontro. La EMI, dice USA Today,
sta seriamente
valutando
l’idea di vendere la musica in Rete senza DRM. E Yahoo prevede che entro
Natale la maggior parte del suo catalogo musicale online sarà privo di
lucchetti.

“Le etichette discografiche capiscono che il DRM deve sparire: non è che
una tassa sui consumatori digitali”

dice Dave Goldberg, general manager di
Yahoo Music, prevedendo un aumento del 15-20% se le canzoni sono acquistabili
senza DRM. Il mio
mini-sondaggio
informale sembra indicare che la sua previsione di maggiore propensione
all’acquisto sia azzeccata: al momento in cui scrivo, il 50% dei lettori
dichiara che comprerebbe più musica se non ci fosse il DRM, e solo il 5% dice
che la scroccherebbe di più.

Un analista della Forrester Research, citato sempre da
USA Today, incoraggia EMI in modo sensato e pragmatico:
“La EMI non avrebbe motivo di preoccuparsi dei pirati, perché chiunque
voglia piratare la musica lo sta già facendo. Il cliente pagante è
tutt’altra razza.

Appunto. Sono anni che lo diciamo. Magari i tempi sono maturi per far
finalmente scendere dal pero anche le altre etichette discografiche. Steve
Jobs propone ai consumatori di chiedere ai discografici di dare un taglio al
DRM: armiamoci e partite, insomma. Io vorrei andare un po’ più in là: mi
impegno qui a comperare duecento euro di musica online senza DRM dalla prima
major discografica che rinuncerà ai sistemi anticopia. Qualcun altro si
associa?

Vietati gli AirTag nelle valigie stivate sui voli Lufthansa, anzi no

Vietati gli AirTag nelle valigie stivate sui voli Lufthansa, anzi no

Questo articolo è disponibile anche in versione podcast audio.

Gli AirTag, i localizzatori elettronici di Apple grandi quanto una moneta,
sono ottimi non solo per ritrovare le chiavi smarrite ma anche per scoprire
che fine hanno fatto le nostre valigie dopo un volo in aereo, soprattutto
quando la compagnia aerea le smarrisce.

Molti viaggiatori hanno preso l’abitudine di infilare uno di questi
localizzatori nelle proprie valigie prima dell’imbarco, usando sia gli AirTag
sia i prodotti analoghi di altre marche, e in parecchi
casi questo
ha
rivelato
dove si trovavano gli effetti personali smarriti ben prima che venissero
localizzati dalle compagnie aeree, causando imbarazzi e cattiva pubblicità. Ad
aprile 2022, per esempio, la compagnia Aer Lingus ha
perso
i bagagli di un passeggero, dichiarando di non avere idea di dove si
trovassero, ma il proprietario ha usato gli AirTag per indicare alla compagnia
aerea dov’erano e li ha recuperati con l’aiuto della polizia.

Tuttavia l’8 ottobre scorso Lufthansa ha
dichiarato
pubblicamente che vietava gli AirTag accesi lasciati nei bagagli
perché – ha dettosono classificati come pericolosi e devono essere spenti”. È stata la
prima compagnia a vietarli esplicitamente. Ma il 12 ottobre Lufthansa ha fatto
dietrofront,
dicendo
che le autorità tedesche avevano dato il via libera.

Il divieto iniziale era dovuto al fatto che gli AirTag sono considerati
“dispositivi elettronici portatili” e quindi sono soggetti alle norme
sulle merci pericolose emesse dall’Organizzazione Internazionale
dell’Aviazione Civile (ICAO) per il trasporto sugli aerei. Avendo un
trasmettitore, in teoria andrebbero spenti, come si fa per i telefonini, i
computer portatili, i tablet e simili messi nel bagaglio e stivati.

Ma si tratta di un trasmettitore Bluetooth Low Energy, alimentato oltretutto
da una batteria minuscola, una CR2032 approvata per l’uso negli orologi e nei
telecomandi per automobili, per cui le emissioni radio e la pericolosità di
questi localizzatori non sono paragonabili per esempio a quelle di un
telefonino, tablet o computer. Infatti alcune compagnie aeree li accettano
esplicitamente e negli Stati Uniti sono
consentiti
dalla FAA, l’ente che si occupa della regolamentazione dell’aviazione civile.

Al momento attuale, insomma, sembra che gli AirTag e i localizzatori affini si
possano mettere tranquillamente nelle valigie, ma è sempre opportuno chiedere
alla specifica compagnia aerea con la quale si vola.

Comunque stiano le cose, la vicenda è un esempio notevole della potenza della
tecnologia informatica moderna, che permette a un singolo utente di essere più
efficace di un servizio bagagli smarriti di un’intera compagnia aerea.

Fonti aggiuntive:
Airwaysmag,
9to5Mac,
New York Times,
Watson.ch.

Aggiornamenti importanti per Apple, QNAP sotto attacco

Aggiornamenti importanti per Apple, QNAP sotto attacco

Questo articolo è disponibile anche in versione podcast audio.

Il 12 settembre scorso Apple ha rilasciato la nuova versione, la 16, dei suoi sistemi operativi per smartphone, smartwatch e Apple TV, con molte novità significative, come la nuova schermata di blocco, e alcuni aggiornamenti di sicurezza. Ma la particolarità più interessante è che ha rilasciato gli stessi update di sicurezza anche per le versioni meno recenti di questi sistemi operativi, cosa che non capita spesso.

Sono stati infatti messi a disposizione degli aggiornamenti per gli iPhone e iPad meno recenti, che li portano alla versione 15.7 di iOS e di iPadOS, e anche per i Mac vecchiotti, che li portano alla versione Monterey 12.6 oppure alla Big Sur 11.7.

In questo modo chi usa ancora dispositivi che hanno qualche annetto sulle spalle e non sono più aggiornabili alle nuove versioni di punta di iOS e iPadOS, come l’iPhone 6S e l’iPhone 7, può restare comunque protetto.

La stessa protezione è offerta anche a chi ha dispositivi ancora aggiornabili ma per qualunque ragione, per esempio la compatibilità con app aziendali, non può o non vuole passare ai nuovi sistemi operativi con tutte le loro novità.

Le falle di sicurezza corrette da questi aggiornamenti sono piuttosto pesanti, tanto da spingere appunto Apple a distribuire aggiornamenti anche per le vecchie versioni dei suoi sistemi operativi, perché almeno una di queste falle viene già usata dai criminali informatici per compiere attacchi, per cui è essenziale andare appena possibile nelle impostazioni del dispositivo e avviare la sua procedura di aggiornamento software.

Gli smartphone e tablet Apple che non possono più ricevere aggiornamenti di nessun genere non dovrebbero essere usati per navigare nel Web, mandare mail o per qualunque altra attività che richieda un collegamento a Internet.


Ci sono aggiornamenti indispensabili e urgenti anche per i possessori di dispositivi di archiviazione di rete della QNAP, i cosiddetti NAS o Network Attached Storage.

La casa produttrice ha infatti diffuso un annuncio nel quale segnala che sta circolando un ransomware, denominato Deadbolt (che inglese vuol dire “catenaccio”), che cifra tutti i dati presenti sui NAS collegati direttamente a Internet e agisce sfruttando una falla nell’app di gestione delle immagini di questi dispositivi, chiamata Photo Station.

Molti utenti che comprano questi dischi di rete li usano per archiviare le foto di famiglia e li rendono accessibili via Internet per consentire di condividere le immagini con parenti e amici e per poterle consultare da remoto. Un attacco ransomware a questi dispositivi diventa quindi un disastro per le vittime, perché nessuno è disposto a perdere tutte le proprie foto di famiglia e quindi il pagamento del riscatto per riaverle è quasi certo.

QNAP sollecita urgentemente tutti gli utenti di NAS ad aggiornare Photo Station alla versione più recente, oppure a passare a QuMagie, che è un’alternativa a Photo Station. La casa produttrice è altrettanto perentoria nel raccomandare di non collegare direttamente a Internet i propri prodotti, ma di farlo solo tramite la funzione cloud apposita oppure tramite VPN.

Molti utenti di questi dispositivi si sentono al sicuro perché pensano che sia impossibile per gli aggressori scoprire che hanno un NAS affacciato a Internet, ma in realtà è facilissimo farlo grazie agli appositi motori di ricerca come Shodan.io.

La schermata di avviso del ransomware.

Attacchi di questo genere sono quindi estremamente diffusi e quindi non vanno sottovalutati: la Censys ha contato oltre 20.000 dispositivi infetti, e l’Italia, con oltre 4400 infezioni, è al terzo posto fra i paesi maggiormente colpiti, dopo Stati Uniti (con 8.500) e Germania (con 5.700). La Svizzera si piazza comunque abbastanza in alto in questa classifica, con oltre 1600 NAS colpiti [la raffica di attacchi in Svizzera mi è stata confermata direttamente anche da colleghi].

La spavalderia dei criminali, fra l’altro, non conosce limiti: i gestori del ransomware Deadbolt includono nelle loro schermate di avviso un’offerta rivolta alla casa produttrice, proponendole di acquistare da loro la chiave di sblocco universale del ransomware, che QNAP potrebbe poi dare agli utenti colpiti dall’attacco. Finora non risulta che l’azienda abbia ceduto al ricatto.

Se avete uno di questi dispositivi, insomma, seguite appena possibile le istruzioni del fabbricante, proteggeteli e aggiornateli.

Fonti aggiuntive: Ars Technica, Intego, Ars Technica, Graham Cluley.

Quando MacOS si rifiuta di vedere i dischi di rete

Ogni tanto MacOS si rifiuta di vedere i dischi condivisi, specialmente dopo
uno scollegamento imprevisto a causa di un inciampo su un cavo o simili (tipo
quello che mi è successo stamattina): il Finder mostra la condivisione, ma non
riesce più ad accedere al contenuto della condivisione. Normalmente si
“risolve” il problema riavviando il Mac, ma se succede nel bel mezzo di un
lavoro importante riavviare è una scocciatura notevole. 

Se vi dovesse capitare, aprite Terminale e digitate

sudo ifconfig en0 down

oppure

sudo ifconfig en1 down

a seconda della rete (Ethernet o Wi-Fi) sulla quale c’è il problema, digitate
la vostra password utente, aspettate un paio di secondi e poi digitate

sudo ifconfig en0 up

oppure

sudo ifconfig en1 up

Bingo! Problema risolto. I servizi di rete vengono riavviati senza dover far
ripartire il Mac. Me lo segno qui, così me lo ricordo e magari può essere
utile a qualcuno.