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Podcast RSI – Utenti dell’IA di Musk generano ogni ora oltre 6000 immagini di donne e bambini denudati. Musk le monetizza

Ultimo aggiornamento: 2026/01/16.

Questo è il testo della puntata del 12 gennaio 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata. Mi scuso per la quantità di note che ho inserito nel testo, ma era necessario documentare e citare in dettaglio molto materiale che non era in alcun modo presentabile in un podcast.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi. Ricordo che da oggi il podcast assume cadenza mensile e verrà pubblicato il secondo lunedì del mese.


Sono Paolo Attivissimo. Vorrei avvisare che questa puntata tocca un tema estremamente delicato, legato alla violenza e agli abusi su donne e bambini. Vi chiedo di ascoltarla e condividerla responsabilmente.

[CLIP: voce di Ashley St. Clair, tratta da un’intervista rilasciata al Guardian e pubblicata in parte su Instagram]

Questa è la voce di una donna che racconta che su X, il social network di Elon Musk, gli utenti hanno preso una sua foto in cui era completamente vestita e hanno ordinato a Grok, l’intelligenza artificiale di Musk, di svestirla e metterla in microbikini. E poi hanno chiesto sempre a Grok di creare immagini in cui era piegata in avanti e in altre pose e di generare video in cui lei si toccava il seno e ballava. Tutto, s’intende, senza il consenso della donna, e con l’intento preciso di causarle disagio e umiliazione.

Grok non ha fatto una piega e ha generato tutto il materiale richiesto dagli utenti. Da settimane, quest’intelligenza artificiale diretta da Elon Musk sta ubbidientemente generando immagini e video di abusi e violenze su donne e bambini, al ritmo stimato di seimila immagini l’ora [Bloomberg]. Le persone colpite sono migliaia.*

* Il Times segnala per esempio il caso di una discendente di sopravvissuti all’Olocausto che è stata bersagliata da aggressori online usando Grok per generare una sua immagine in bikini davanti ad Auschwitz. Altri bersagli frequenti sono le donne impegnate in politica [Eliot Higgins], le giornaliste e Kate Middleton [Katu.com].

Nell Fisher, l’attrice quattordicenne che interpreta Holly Wheeler nella stagione finale di Stranger Things, è un’altra delle vittime di questi utenti. Immagini sintetiche che la raffigurano in abbigliamenti e in situazioni che non è opportuno descrivere qui vengono richieste intenzionalmente dagli utenti e fatte circolare impunemente sul social network X. E Grok, senza esitazioni, le genera [Yahoo News; Axios].

Segnalare e chiederne la rimozione è sostanzialmente inutile. La donna che avete sentito all’inizio di questo podcast è Ashley St. Clair, madre di uno dei figli di Elon Musk. Neppure lei è stata ascoltata [Guardian su Archive.is]. Le sue immagini, comprese alcune foto di quand’era bambina, continuano a circolare sul social network del suo ex partner in versione denudata e manipolata dall’intelligenza artificiale per aggiungere lividi, mutilazioni e altri abusi sessuali.*

* L‘esperto Kevin Beaumont e il Guardian mostrano alcuni esempi di come Grok riceve ordini espliciti di aggiungere lividi o sangue e sorrisi forzati alle foto di donne o di svestirle o mostrarle legate e imbavagliate o imbrattate con fluidi corporali e li esegue.

Gli addetti del social network X sono perfettamente al corrente della situazione, ma non fanno nulla di concreto per rimediare. Anzi, da qualche giorno X addirittura monetizza questi contenuti, offrendo a pagamento la possibilità di generarli.

Questa è la puntata del 12 gennaio 2026 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane – in questo caso inquietanti – dell’informatica.

[SIGLA di apertura]


Grok è un’intelligenza artificiale generativa, in grado di produrre immagini e video sintetici praticamente indistinguibili dalle riprese reali. È sviluppata e gestita da xAI, un’azienda fondata da Elon Musk, la stessa che gestisce X, il social network che una volta si chiamava Twitter. Grok è integrata in questo social network e permette agli utenti di alterare e manipolare con estrema facilità qualunque immagine pubblicata su X. È anche disponibile in versione più potente su un sito dedicato e in un’app omonima.

Su Internet esistono molti altri servizi analoghi, come quelli offerti da Meta, OpenAI e Google, ma Grok ha una particolarità: ha il cosiddetto spicy mode, o “modalità salace”, che permette di generare contenuti per adulti che le altre intelligenze artificiali popolari si rifiutano di produrre. Questa modalità è stata introdotta intenzionalmente ad agosto 2025 [Techradar.com].

Gli utenti, altrettanto intenzionalmente, hanno cominciato a usare questa modalità per generare contenuti molto espliciti, scambiandosi trucchi e tutorial su come eludere le già scarse restrizioni impostate in Grok. Esistevano già, ed esistono tuttora, altre intelligenze artificiali specializzate nel produrre immagini esplicite, ma si tratta di prodotti di nicchia, complessi da usare e configurare. Offrirne una di uso facilissimo, e farlo oltretutto su un social network che conta circa mezzo miliardo di utenti, ha sostanzialmente rimosso questa barriera d’ingresso,* facendo diventare la creazione di immagini di abusi un fenomeno di massa, facilmente accessibile a qualunque bullo, ex partner, molestatore, misogino.**

* “X's innovation - allowing users to strip women of their clothing by uploading a photo and typing the words, "hey @grok put her in a bikini" - has lowered the barrier to entry.” [Reuters].
** Bloomberg nota che X è diventato uno dei siti più popolari per la generazione di immagini “nudificate” da parte degli utenti tramite l’intelligenza artificiale.

E così da settimane gli utenti del social network X stanno generando migliaia di immagini non consensuali di donne, uomini e bambini svestiti o nudi, a volte in posizioni inequivocabili. Un test [Wired.com] condotto dal sito Wired ha trovato oltre 15.000 immagini sintetiche sessualizzate, create dagli utenti nell’arco di due ore.*

* Copyleaks documenta alcuni esempi di queste immagini e dei prompt che gli utenti stanno usando per denudare soprattutto le donne.

Avrete notato che sto usando spesso la parola utenti. È una scelta precisa, perché molte delle notizie che riguardano questo problema dicono che “Grok ha generato” le immagini di abusi su donne e minori, ma questo è profondamente ingannevole [BBC: “Elon Musk’s Grok AI appears to have made child sexual imagery, says charity”]. Fa sembrare che questi contenuti intollerabili siano piovuti dal cielo, capitati quasi per caso, come effetti collaterali, ma non è così. Queste immagini e questi video derivano dal fatto che una persona ha intenzionalmente usato Grok per crearli.

Dire che “Grok ha generato immagini pedopornografiche” è sbagliato e fuorviante come dire che “un coltello ha ucciso una persona”. Non è lo strumento informatico che decide spontaneamente di produrre immagini di donne abusate e torturate. È una persona, in carne e ossa, un individuo ben preciso, che coscientemente sceglie di impartire a Grok queste istruzioni terribili.

E ci sono altre persone che condividono quei contenuti, persone che li ritengono addirittura divertenti e gratificanti, e persone che scelgono di usarli per umiliare qualcuno. È tutto molto, molto intenzionale, consapevole, voluto. E soprattutto ci sono persone che decidono che è opportuno continuare a mettere a disposizione strumenti che consentono tutto questo e non rimuovere le immagini di abusi, neanche quando vengono segnalate.

Questo non è un problema tecnologico. È un problema umano. È Elon Musk che ha deciso di introdurre la “modalità salace”. È Elon Musk che ha deciso di tagliare drasticamente il numero dei moderatori, rendendo inutile qualunque segnalazione [SiliconRepublic.com]. Ed è sempre Elon Musk che ha deciso che, di fronte alle notizie degli abusi commessi dagli utenti sfruttando Grok, la cosa migliore da fare non era rimuovere del tutto quest’intelligenza artificiale e correggerla, come farebbe qualunque azienda di fronte a un prodotto che si rivela pericoloso o tossico.*

* Quando una versione precedente di Grok ha cominciato ad autodefinirsi “MechaHitler” e a rigurgitare deliri di antisemitismo e neonazismo, a luglio 2025, il comportamento è stato invece corretto molto prontamente da xAI [NPR]. 

Musk, invece, ha deciso di rendere Grok, così com’è, accessibile solo agli utenti a pagamento all’interno di X.

In altre parole, di fatto Elon Musk sta monetizzando gli abusi su donne e bambini. In altre parole, se paghi, puoi commettere facilmente tutti gli abusi che vuoi, senza che ci siano conseguenze.


Gli utenti a pagamento di X sono pochi, quindi si può avere l’impressione che il problema a questo punto sia diventato di nicchia. Ma in realtà non è affatto scomparso.

L’intervento di Musk per limitare l’accesso a Grok è avvenuto dopo che alcuni governi, come quello britannico, quello indiano, quello francese e quello malese [Time], avevano dichiarato che il social network X rischiava di dover essere vietato e bloccato in quanto facilitatore e disseminatore di pedopornografia e di messaggi di odio, brutalità e discriminazione [Guardian; Ofcom].* Molte testate hanno annunciato l’arrivo di questa limitazione come se fosse la fine della crisi, ma l’app Grok continua tuttora a generare contenuti illegali gratuitamente per tutti.**

* Malesia e Indonesia hanno dichiarato di aver limitato l’accesso a Grok rispettivamente il 10 e 11 gennaio 2026 [BoingBoing].
** Il materiale generato dalla versione web di Grok è ancora più estremo di quello generato dal chatbot di Grok su X [Wired]: “One photorealistic Grok video, hosted on Grok.com, shows a fully naked AI-generated man and woman, covered in blood across the body and face, having sex, while two other naked women dance in the background. The video is framed by a series of images of anime-style characters. Another photorealistic video includes an AI-generated naked woman with a knife inserted into her genitalia, with blood appearing on her legs and the bed. Other short videos include imagery of real-life female celebrities engaged in sexual activities, and a series of videos also appear to show television news presenters lifting up their tops to expose their breasts”.

A questo punto di questa triste vicenda è importante fare una precisazione per togliere un dubbio molto diffuso. Capita spesso di imbattersi nell’obiezione che creare immagini pornografiche sintetiche di minori non faccia male a nessuno perché, si dice, dopotutto si tratta di fantasie. Manca una vittima concreta.

Ma non è così. La produzione di questi contenuti li normalizza, in un certo senso li sdogana, associa questi orrori a un “ma dai che male c’è”, e già questa è una china pericolosissima. Inoltre rende infinitamente più difficili le indagini degli inquirenti sui casi di abusi reali su minori, perché oggi diventa necessario appurare se ogni singola immagine in possesso di una persona incriminata sia sintetica o ritragga invece un bambino realmente esistente. La persona che commette abusi può nascondere le immagini reali in una selva di foto artificiali. Trovare quelle reali diventa un problema peggiore del proverbiale ago in un pagliaio: semmai è come cercare un ago in una catasta di spilli. E per complicare ulteriormente la situazione, la persona accusata può tentare di difendersi dicendo che sono rappresentazioni di fantasia.

Ma la legge è molto chiara su questa questione. A novembre 2025, il Tribunale federale ha stabilito che immagini o video pornografici che mostrano adulti ringiovaniti digitalmente, secondo una tecnica tipica di questo settore, il de-aging, sono comunque inequivocabilmente illegali. Il Codice penale, dal 2014, punisce non solo la pornografia che coinvolge minori reali ma anche quella che rappresenta minori generati artificialmente, di solito ricorrendo all’intelligenza artificiale [RSI.ch; sentenza 6B 122/2024]. Principi analoghi valgono anche in molti altri Paesi.*

* Per esempio il Regno Unito, dove a giorni entrerà in vigore una legge che vieta proprio il tipo di contenuti resi possibili dal modo in cui è stato impostato Grok [BBC].

A queste leggi si aggiungono quelle che impongono alle piattaforme social di intervenire in tempi brevi dopo ogni segnalazione e di fornire canali efficienti ed efficaci per la rimozione di contenuti illegali di questo genere. Un esempio molto influente è il Take It Down Act statunitense, che però non è ancora in vigore: sarà attivo da maggio del 2026 [Gizmodo].

La situazione attuale, infatti, è tutta a favore dell’indifferenza da parte dei grandi social network. X, in particolare, non ha un ufficio stampa e risponde a tutte le richieste di prese di posizione da parte della stampa con un muro di silenzio* o, peggio ancora, con un post generato da Grok, che in quanto intelligenza artificiale non è formalmente in grado di rappresentare nulla e nessuno.**

* O con la risposta standard “Legacy media lies”, come è successo a Reuters quando ha contattato xAI a proposito di questa vicenda.
** A conferma del ruolo assolutamente centrale di Elon Musk nella gestione di Grok e X, Musk stesso ha postato su X che chiunque critichi X per questa situazione sta “cercando scuse per una censura” [BBC]. Musk è la stessa persona che nel 2022 ha censurato i giornalisti che lo criticavano e ha rimosso l’account X @elonjet che pubblicava la localizzazione del suo jet privato [Disinformatico].

L’account X Safety, che dovrebbe in teoria rappresentare la posizione dell’azienda sulle questioni di sicurezza, si è limitato a postare che “chiunque usi o induca Grok a generare contenuti illegali subirà le stesse conseguenze come se avesse caricato contenuti illegali”, ma non si è assunto alcuna responsabilità per il fatto di aver reso possibile generare quei contenuti illegali.

Anche Ashley St. Clair, la madre di uno dei figli di Musk citata in apertura, è stata ignorata, e per di più le è stato revocato l’account premium su X. E resta da vedere se il Dipartimento di Giustizia statunitense sia disposto ad avviare un’azione legale contro le aziende di Elon Musk, vista la sua vicinanza all’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump.


I difensori più appassionati dei progressi dell’intelligenza artificiale obiettano spesso che vicende come questa sono incidenti di percorso lungo la strada verso un radioso futuro, come se si trattasse di effetti collaterali inevitabili, ma non è così. Gli esperti del settore spiegano che se Elon Musk volesse, potrebbe far correggere Grok in maniera relativamente semplice [Ars Technica].

Infatti le linee guida di sicurezza di Grok, che sono pubbliche [GitHub], consentono di capire come mai Grok permette la creazione di immagini inaccettabili di minori mentre gli altri prodotti analoghi riescono a evitarla quasi completamente.

Il problema sta nel fatto che queste linee guida vietano sì a Grok di accettare richieste o prompt degli utenti che lascino trasparire chiaramente l’intento di generare immagini di abusi su minori, ma queste stesse linee guida includono anche l’ordine esplicito di “presumere buone intenzioni” quando vengono chieste immagini di donne giovani.

È semplicemente assurdo, irresponsabile e incosciente pensare di “presumere buone intenzioni” quando qualcuno chiede di generare immagini di bambini in pose esplicite o usando eufemismi, come se al mondo non ci fossero persone malintenzionate.

E c’è di peggio. Queste stesse linee guida includono anche queste parole: “non ci sono restrizioni sui contenuti sessuali di fantasia con adulti che hanno temi cupi o violenti”. Queste sono parole scelte appositamente da qualcuno. Non sono spuntate per caso. Rimuoverle o riformularle renderebbe molto più difficile generare contenuti illegali. Se non vengono rimosse o riscritte, questa è una scelta intenzionale.

Una scelta intenzionale che per ora rimane impunita, sia a livello legale, sia a livello commerciale. Perché in questa vicenda ci sono anche altri due protagonisti che potrebbero fare la differenza: si chiamano Apple e Google.*

* Ci sono anche i payment processor, le aziende come Visa e Mastercard, che rendono possibili i pagamenti a X che permettono agli utenti di avere la versione premium di Grok. Normalmente queste aziende vietano qualunque app che possa anche solo lontanamente essere usata per scopi pornografici. Finora non hanno fatto nulla a proposito di Grok e X.

Normalmente, infatti, quando un’app genera contenuti illegali o anche solo in odore di illegalità, l’app viene rimossa prontamente dall’App Store e da Google Play.* Di fatto viene impedito così che possano aggiungersi altri nuovi utenti. Ma nel caso dell’app di X e di quella di Grok, stranamente, questo non è ancora successo. Dovremmo chiederci perché, visto che se non succede, Apple e Google diventano di fatto facilitatori di questa mostruosità e rischiano di dimostrare ancora una volta che le leggi, per i supermiliardari e per i prepotenti, sono solo un fastidio da scavalcare.**

* Andò così per esempio per Tumblr a novembre 2018, perché gli utenti vi stavano caricando immagini di nudi di minori che non venivano riconosciute dai filtri automatici del sito [BBC].
** Ars Technica nota che per Google Play, quello che fa Grok è un caso specificamente contemplato dalle sue regole di divieto, che dicono che non sono ammesse “app che contengono o promuovono contenuti associati a comportamenti da predatori sessuali o distribuiscono contenuti sessuali non consensuali“ e specificano che sono vietate le “app che dicono di svestire le persone” e i “contenuti e comportamenti che tentano di minacciare o sfruttare le persone in maniera sessuale, come [...] contenuti sessuali non consensuali creati tramite deepfake o tecnologie simili”. Più chiaro di così non si può, ma Grok continua a essere disponibile su Google Play.

Ma ci sono due cose che noi semplici cittadini digitali possiamo fare concretamente. La prima è smettere di usare X, sia per postare, sia per leggere i contenuti altrui. Non significa eliminare il proprio account, perché questo comporterebbe il rischio che qualcun altro ne prenda il nome (un’altra idea geniale di Musk che va contro ogni buona regola informatica). Significa semplicemente non usarlo.

La seconda cosa è fare una cordiale richiesta alle autorità, ai media, alle aziende: visto che X alimenta di fatto la generazione di immagini di abusi di ogni genere, perché siete ancora presenti su X? La vostra presenza assidua, la vostra pubblicazione di contenuti, incoraggia le persone a frequentare questo social network per informarsi e gli conferisce una patente di autorevolezza e di importanza che sta dimostrando sempre di più di non meritare.

Le alternative non mancano: da Bluesky a Mastodon a Threads, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Proviamo dunque a scegliere, invece di aspettare che qualcuno lo faccia per noi.

2026/01/16

L’account @safety di X annuncia che sono state “implementate misure tecnologiche” per impedire che Grok accetti richieste di svestire persone reali e che sono state introdotte restrizioni geografiche “nelle giurisdizioni nelle quali questi contenuti sono illegali”. Queste misure arrivano soltanto dopo settimane di proteste e segnalazioni e la loro efficacia non è stata ancora confermata indipendentemente. Inoltre va notata la precisazione “persone reali. Come se svestire quelle immaginarie, comprese i bambini, fosse ancora accettabile.

Fonti aggiuntive

Malaysia and Indonesia block Grok over deepfake sexual abuse material, BoingBoing, 2026-01-12.

UK probes X over Grok CSAM scandal; Elon Musk cries censorship, Ars Technica, 2026-01-12.

xAI silent after Grok sexualized images of kids; dril mocks Grok’s “apology”, Ars Technica, 2026-01-02.

Elon Musk’s X must be banned, Disconnect.blog, 2026-01-08.

Inside the Grok CSAM scandal and how brands have faced ‘weaponised political pressure’ to spend with X, TheMediaLeader.com, 2026-01-07.

Non ce la faccio più a turarmi il naso. Ho mollato X/Twitter, passo a Instagram (e resto su Mastodon). Sarà meno peggio?

Questo articolo è stato pubblicato inizialmente presso Disinformatico.info, dove trovate l’originale con i commenti dei lettori. Pubblicazione iniziale: 2024/09/14 19:06. Ultimo aggiornamento: 2024/09/18 14:40.


Per qualche mese ho attivato X/Twitter a pagamento per vedere se cambiava qualcosa in termini di efficacia e diffusione dei miei post. Sotto la gestione Musk, X/Twitter è diventato una fogna peggiore di quella che era prima, ma ho osato sperare che poter raggiungere 411.000 follower potesse essere un’occasione per diffondere un po’ di debunking e contrastare la disinformazione.

Ci ho provato, rifiutando un’offerta di acquisto (per questi motivi), turandomi il naso contro il tanfo crescente dei complottismi politici e scientifici lasciati correre a briglia sciolta e contro i deliri alimentati da Elon Musk stesso, decidendo di non rispondere a nessuno ma di limitarmi a postare notizie. Ma non è servito a nulla, non ho visto alcun miglioramento della diffusione dei post, e non ce la faccio più.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso, per me, è quel viscido post di Musk in cui lui attacca Taylor Swift per il suo sostegno alla candidatura presidenziale di Kamala Harris, dicendo che vuole metterla incinta. Non chiede di farlo; dice che lo farà (“I will give you a child”), volente o nolente lei. Cioè vuole stuprarla. Come al solito, ci sarà chi dice che è un post “scherzoso”. Come no. Provate a immaginare un uomo che scrive una cosa del genere a vostra figlia, se ne avete una.

È uno schifo che nessun uomo dovrebbe permettersi di scrivere, ed è l’ennesimo sintomo manifestato fin troppo pubblicamente da una persona che ha chiaramente dei gravi problemi di rapporti sociali e sta usando il suo immenso patrimonio per infliggere quei problemi al resto del mondo.

È un sintomo talmente grave che persino le Note della Collettività del suo stesso social network condannano
quel post
, dicendo che “dimostra un desiderio di oggettificare e degradare tramite contenuti sessuali indesiderati, ed è in violazione delle regole di X”.

Vedere Elon Musk, quello che una volta sembrava essere un visionario con un piano d’azione concreto per un futuro migliore per l’umanità, scendere progressivamente al livello di Donald Trump e poi andare ancora più in basso sposando le teorie di complotto più idiote (come quella degli immigrati che rapiscono e mangiano i gatti), è una scena di deludente squallore che non mi sento più di sostenere in alcun modo. Il leasing della mia Tesla Model S sta per scadere e non penso che resterò con questa marca, troppo dipendente dagli umori e dalle ossessioni minimaliste di Musk.

Nel frattempo ho annullato il mio account X/Twitter a pagamento (@disinformatico, aperto nel lontano 2007; resterà attivo per contratto fino al 4 ottobre) e ho smesso definitivamente di postare qualunque cosa su quella piattaforma. Ho motivato a X la mia disdetta così: “I can’t stand Elon Musk’s support and personal endorsement of sexism, racism, and hate on X/Twitter. The straw that broke this camel’s back is
THAT tweet of his to Taylor Swift. You know which one”
.

 

Ho messo su X/Twitter un ultimo post in cui invito i follower a smettere di seguirmi lì e, se ci tengono, a passare a Mastodon, Threads e Instagram. Su quest’ultimo ho attivato l’account professionale.

Mi rendo perfettamente conto che Threads e Instagram sono nelle mani di un altro stramiliardario che sta facendo danni sociali a dismisura, Mark Zuckerberg. Forse sto solo passando dalla brace alla padella. Vedremo.

Intanto, se vi va, mi trovate a queste coordinate:

Fonte aggiuntiva: Elon Musk’s Offer to Father a Child With Taylor Swift Elicits Disgust: ‘You’re Creepy. Full Stop’, Variety, 11 settembre 2024.


2024/09/15 10:50. Ieri sera, un’ora e mezza dopo il mio annuncio, qualcuno ha cercato maldestramente di rubarmi gli account su Mastodon e X e la PEC. Non credo sia una coincidenza. In ogni caso il tentativo è fallito.

 

Antibufala: no, Elon Musk non ha detto che Twitter/X diventerà a pagamento per tutti

Antibufala: no, Elon Musk non ha detto che Twitter/X diventerà a pagamento per tutti

Pubblicazione iniziale: 2023/09/19 12:04. Ultimo aggiornamento: 2023/09/20 10:50. Immagine generata da
Lexica.art.

Sta circolando la diceria, riportata da moltissime testate giornalistiche, che Elon Musk avrebbe dichiarato che X (quello che
una volta si chiamava Twitter) diventerà a pagamento per tutti. Non è così.

Tutto nasce da una dichiarazione fatta da Musk durante un incontro pubblico
con Benjamin Netanyahu,
trasmesso in streaming su X, a 34 minuti e 45 secondi dall’inizio (ringrazio Andrea Bettini
per quest’indicazione). Netanyahu chiede a Musk se esiste un modo per frenare
gli “eserciti di bot” che diffondono e amplificano l’odio, in
modo che se c’è un hater perlomeno agisca solo con la propria voce
invece di trovarsela amplificata dai bot.

Musk risponde dicendo:

“This is actually a super tough problem. And really, I’d say the single
most important reason that
we’re moving to having a small monthly payment for use of the X system
is, it’s the only way I can think of to combat vast armies of bots. Because
a bot costs a fraction of a penny, call it a tenth of a penny. But if
somebody even has to pay a few dollars or something, some minor amount, the
effective cost of bots is very high. And then you also have to get a new
payment method every time you have a new bot. So that actually, the
constraint of how many different credit cards you can find, even on the dark
web or whatever. And then, so, prioritizing posts that are written by
basically X Premium subscribers. And
we’re actually going to come out with a lower tier pricing. So we
want it to be just a small amount of money…”

In altre parole, non ha detto che tutti gli account diventeranno a
pagamento: ha detto solo che X si sta spostando verso l’adozione di un piccolo
pagamento mensile per l’uso del sistema X e che X intende presentare
un’opzione con un prezzo inferiore. “Spostarsi” non significa “obbligare”.

Sembra, insomma, che Musk stia soltanto proponendo di aggiungere un’iscrizione
più a buon mercato per incentivare l’uso di X a pagamento, che attualmente
langue intorno allo
0,3% di tutti gli
utenti. E da come ne parla, non sembra che questa proposta sia già stata
discussa o pianificata in dettaglio: sembra più un’idea partorita sul momento.
Musk ha dimostrato ampiamente in passato di ventilare scenari che poi non si
concretizzano.

Le Community notes, ossia il debunking interno di X coordinato
dagli utenti, definiscono “ingannevoli” i post che parlano di un
passaggio di X a un modello a pagamento per tutti, precisando che
“in una recente intervista con il primo ministro di Israele, Elon ha
dichiarato che [X] introdurrà “una fascia tariffaria ridotta” per i membri
premium. Non c’è stato alcun riferimento a far pagare tutti per usare X”

(“Misleading post. In a recent interview with the PM of Israel, Elon stated
they will introduce “lower tier pricing” for premium members. There was
absolutely no mention of charging everyone to use X.”
).

Va detto che quest’ipotetica strategia sarebbe efficace contro i bot solo se
fosse un
pay-to-post universale; per contro, un pay-to-read sarebbe un
suicidio. Per dirla in altre parole: “a pagamento per tutti” significherebbe che bisognerebbe pagare anche solo per leggere i post. Significherebbe pagare semplicemente per avere un account X che permetta di seguire specifici account. Questo sarebbe un colossale autogol commerciale, l’equivalente di un paywall intorno a X. Quindi, a meno che Elon Musk non abbia intenzioni autodistruttive per X, parlare di “a pagamento per tutti” non ha assolutamente senso.

La questione sarebbe differente se si trattasse di un ipotetico canone per poter postare (e/o mettere like, fare repost o commenti); ma a quel punto non sarebbe più un “per tutti”.

Fonti aggiuntive:
Ars Technica, BBC,
Social Media Today.

Stasera alle 19 su YouTube parleremo di dove va Elon Musk, con gli ospiti di Tesla Owners Italia

Stasera alle 19 su YouTube parleremo di dove va Elon Musk, con gli ospiti di Tesla Owners Italia

Questa sera su YouTube faremo quattro chiacchiere in diretta sul tema
Cosa ha in testa Elon Musk per lui e …. per noi?, da Twitter alla
mobilità elettrica passando per lo spazio e le altre attività di un
personaggio controverso.

La chiacchierata è organizzata da Tesla Owners Italia e verrà introdotta e
moderata dal presidente e fondatore, Luca Del Bo. Questi sono gli interventi previsti:

  • Paolo Attivissimo | Come distruggere Twitter
  • Livia Ponzio | Elon Musk e i controversi rapporti con la politica
  • Andrea Crocetti | Michelangelo, Einstein, Darwin, Musk: tutti figli di
    Asperger
  • Carlo Bellati | I 4 punti vincenti dell’auto più venduta al mondo
  • Daniele Invernizzi | Un mondo senza batterie
  • Pierpaolo Zampini | È finita la love story con i sognatori di un mondo
    migliore?
Twitter, fine dei bollini blu “classici”. Lascio scadere il mio, vediamo che succede

Twitter, fine dei bollini blu “classici”. Lascio scadere il mio, vediamo che succede

Sette anni fa, nel 2016,
provai
a chiedere il “bollino blu” di utente verificato a Twitter: inviai una foto
della mia patente di guida, citai qualche sito che poteva confermare la mia
identità e scrissi le motivazioni per le quali avevo chiesto il bollino. Quattro
giorni dopo mi arrivò gratuitamente la conferma di accettazione, e da allora il
mio account Twitter ha avuto il bollino di verifica. A partire dal primo aprile,
a quanto pare, non l’avrà più.

Twitter ha infatti
annunciato
il 23 marzo scorso che dal primo di aprile inizierà la rimozione dei bollini
di autenticazione vecchio stile; per mantenere il bollino ci si può iscrivere
a pagamento a Twitter Blue (circa 8 dollari al mese,
disponibile
in tutto il mondo dalla stessa data) oppure, se si fa parte di
un’organizzazione, ci si può
rivolgere al servizio per le
“organizzazioni verificate”, che però al momento non risulta ancora
operativo e
costerebbe
1000 dollari al mese per l’organizzazione più 50 dollari al mese per ogni
affiliato, con
verifica automatica
di qualunque account personale affiliato a un’organizzazione verificata.

Il bollino blu di Twitter Blue non verifica più nulla ma indica semplicemente
che l’utente ha pagato l’abbonamento (e
sembra
che Twitter stia lavorando a un’opzione che consente di non mostrare il nuovo
bollino, forse per evitare derisioni e polemiche). Qualunque spammer, troll o
truffatore può aprire un account “bollinato” usando il mio nome e cognome;
spetterebbe a me accorgermene e segnalare ogni volta a Twitter l’impostore.

Il nuovo sistema non offre insomma nessuna garanzia di autenticazione e quindi
è totalmente inutile per chi mi legge. Di conseguenza, lascerò che Twitter mi
tolga il bollino, anche perché voglio vedere che cosa succede a un account che
viene “degradato”.

Secondo
Elon Musk, boss di Twitter, i tweet degli account non paganti verranno resi meno
visibili;
“i Tweet degli utenti verificati verranno mostrati per primi”,
dice
Twitter Blue,
parlando
anche di “piazzamento prioritizzato nelle conversazioni”.

Sto usando molto poco il mio account Twitter (sono passato da qualche
centinaio di tweet a settimana a poche decine); mi limito ad annunciare i miei
nuovi articoli o gli eventi di interesse generale.

Fonte:
Socialblade.

Continuerò a mantenere il mio account, anche se “sbollinato”, perché comunque
leggo molto le notizie diffuse via Twitter da giornali e fonti specialistiche
che postano soltanto lì e soprattutto perché eliminare l’account farebbe
sparire da Internet tutti i tweet che ho scritto, rendendo incomprensibili le
tante conversazioni che ho avuto dal 2007, quando ho aperto l’account. Potrei anche trasformare il mio account in un account “professionale”, che non costa nulla, ma i suoi vantaggi sono molto modesti e per ora non voglio modificare il mio account normale: vediamo prima cosa succederà con la mia spunta blu.

Fra l‘altro, secondo le stime di SensorTower citate da
TechCrunch
tutta questa confusa vicenda dei bollini blu avrebbe fruttato ben poco a
Twitter: circa 11 milioni di dollari in tutto, che sono una goccia nel mare di
debiti nel quale si trova l’azienda. Queste stime indicano che ci sono oltre
385.000 iscritti a Twitter Blue in tutto il mondo (246.000 di questi sono in
USA).

2023/03/28 8:30 Elon Musk ha tweetato che a partire dal 15 aprile solo gli account “verificati” potranno comparire nella sezione “Per te” di Twitter che consiglia account da seguire o leggere, e che le votazioni dei sondaggi richiederanno account “verificati”. La giustificazione, dice, è che questo “è l’unico modo realistico per gestire la presa di controllo da parte degli sciami di bot di intelligenza artificiale avanzata”. In originale: “Starting April 15th, only verified accounts will be eligible to be in For You recommendations. The [sic] is the only realistic way to address advanced AI bot swarms taking over. It is otherwise a hopeless losing battle. Voting in polls will require verification for same reason.”

Va ricordato che “verificato”, nel lessico di Twitter e Elon Musk, significa semplicemente “pagante”. Twitter non fa alcuna verifica delle identità degli utenti ma si limita ad appoggiarsi agli (eventuali) controlli di identità effettuati dai gestori dei sistemi di pagamento.

Si sta man mano concretizzando un Twitter diviso in caste: da una parte gli utenti paganti, dall’altra gli utenti gratuiti, che saranno meno visibili e non potranno partecipare ai sondaggi. Ricordo però che qualche mese fa, a novembre 2022, Elon Musk aveva dichiarato che secondo lui il “sistema di nobili e plebei” dei bollini blu era “una stronzata” (in originale: “Twitter’s current lords & peasants system for who has or doesn’t have a blue checkmark is bullshit.”). A quanto pare, dividere gli utenti in “nobili e plebei” non è più “una stronzata” quando la divisione la decide Musk.

2023/04/09 9:30. Ho ancora il bollino blu. Proseguo questa storia in questo articolo.

Twitterremoto, quarta puntata: compare il numero di visualizzazioni, #ThereIsHelp rimosso temporaneamente, giornalisti ancora bloccati e altro ancora

Twitterremoto, quarta puntata: compare il numero di visualizzazioni, #ThereIsHelp rimosso temporaneamente, giornalisti ancora bloccati e altro ancora


Pubblicazione iniziale: 2022/12/24 10:49. Ultimo aggiornamento: 2022/12/28 9:40.

Grosso modo dalla mattina (ora italiana) del 24 dicembre Twitter ha attivato
l’indicazione del numero di visualizzazioni di un tweet. Su Twitter Web e
nell’app, ma non su Tweetdeck, sotto alcuni tweet compare un numero accanto
all’icona delle statistiche.

Questa indicazione, però, non è sempre presente; quando manca, cliccando
sull’icona delle statistiche (quella più a sinistra) compare l’avviso
“I dati relativi alle visualizzazioni di questo Tweet non sono
disponibili”

accompagnato da un pulsante Cestina che è molto ingannevole, visto che
non cestina nulla ma semplicemente chiude l’avviso.

Non sembra essere un filtro sul numero minimo di visualizzazioni, visto che ho
notato tweet che indicavano anche una singola visualizzazione; forse è solo un
ritardo nella propagazione del dato.

Resta da capire che cosa intende Twitter per “visualizzazione”. Un tweet che
viene letto semplicemente facendo scorrere la cronologia verrà contato, oppure
è necessario cliccarvi sopra? Inoltre
sembra
che mettere un like (normalmente segno che il tweet è stato letto) non
faccia aumentare il contatore.

Questa nuova funzione potrebbe essere un autogol, perché rischia di rivelare
che in realtà i tweet non vengono visti da tutti i follower e molti tweet non
vengono letti praticamente da nessuno.

Sto facendo un test con
questo tweet: quanti dei miei 420.964 follower attuali lo vedranno realmente? Finora
(12.30), dopo tre ore circa, lo hanno “visualizzato” circa 17.200 account;
dopo cinque ore (14.50), circa 29.000; dopo otto ore (17:50), circa 43.800; dopo due giorni e mezzo (1:40 del 26/12), circa 93.000. 

È emersa una contraddizione: il
numero di “visualizzazioni” indicato nel tweet è completamente differente da
quello che viene indicato cliccando sull’icona delle statistiche, come
mostrato qui sotto: alle 14.55 di oggi, il tweet diceva 29.362, ma le statistiche dicevano 7.463. Ho segnalato il problema a @TwitterSupport. I due conteggi sono risultati sostanzialmente allineati dopo due giorni e mezzo (93.317 nel tweet, 92.398 nelle statistiche).

Il 24 dicembre Elon Musk ha tweetato che verrà aggiunta l’opzione di disattivare l’indicazione delle visualizzazioni (“We’ll tidy up the esthetics & add a setting to turn it off, but I think almost everyone will grow to like it”).

Gli utenti paganti di Twitter hanno ora un piazzamento prioritario nelle
conversazioni e possono caricare video lunghi fino a 60 minuti, secondo un
aggiornamento della
pagina informativa
del servizio Twitter Blue (“Prioritized rankings in conversations: This feature prioritizes your
replies on Tweets that you interact with. Longer video upload: Share more
content with your followers. Twitter Blue subscribers can upload videos up
to ~60 minutes long up to 2GB file size (1080p) (web only)”
) (copia permanente).

C’è anche un progetto pilota chiamato
Twitter Blue for Business, che aggiunge un bollino color oro agli account professionali o aziendali
ufficiali.

Intanto
Reuters ha segnalato il 23 dicembre che nei giorni precedenti Twitter aveva
“rimosso una funzione che promuoveva i numeri telefonici di prevenzione del
suicidio e altre risorse di sicurezza agli utenti che cercavano alcuni tipi
di contenuto”
. Questa rimozione, secondo Reuters, sarebbe avvenuta per ordine di Elon Musk. 

Ella Irwin,
head of trust and safety di Twitter, ha dichiarato a Reuters che si
trattava di una rimozione temporanea e che la funzione, denominata
#ThereIsHelp, sarebbe tornata online la settimana successiva. Ma Musk ha contraddetto Irwin tweetando il 24 dicembre che la notizia era falsa (“False, it is still there”), e aggiungendo che la funzione non era mai stata sospesa e che Twitter non previene il suicidio (“1. The message is actually still up. This is fake news. 2. Twitter doesn’t prevent suicide.”). Il giorno stesso (24 dicembre) la funzione è tornata online

Maggiori dettagli su questa confusione sono su Ars Technica.

L’informatico e hacker George Hotz (aka Geohot), assunto a Twitter da
Musk il 18 novembre scorso, si è dimesso il 22 dicembre (ANSA). Hotz è noto non solo per essere stato fra i primi a fare il
jailbreak degli iPhone (2007) ma anche per aver fondato Comma.ai,
un’azienda dedicata al software per la guida autonoma. Ha tweetato “[…] Appreciate the opportunity, but didn’t think there was any real impact I could make there […]” (“apprezzo l’opportunità, ma non credo che ci fosse alcun impatto reale che io potessi produrre lì”).

I giornalisti i cui account Twitter erano stati bloccati (sospesi) la
settimana scorsa lo sono tuttora, nonostante le dichiarazioni di riammissione
di Elon Musk, perché si rifiutano di accettare la richiesta, inviata
privatamente da Twitter, di eliminare alcuni tweet riguardanti l’account
@ElonJet, quello che pubblica i voli del jet privato di Musk. Lo
segnala il
Washington Post.

Si rifiutano perché considerano che accettare la richiesta di eliminazione
costituirebbe una falsa ammissione di torto e una resa alle imposizioni
arbitrarie di Musk.
“Non ho intenzione di cancellare un tweet che conteneva informazioni basate
sui fatti e non violava le regole di nessuno”

ha dichiarato Drew Harwell del Washington Post, uno dei giornalisti
bloccati, al quale Twitter ha chiesto di rimuovere un tweet che segnalava la
sospensione dell’account di Mastodon da parte di Twitter perché segnalava
l’esistenza dell’account Mastodon di @ElonJet.

Mastodon si starebbe avvicinando ai nove milioni di utenti, secondo
Mastodon Users.

Il gestore di un’istanza Mastodon italiana, Mastodon Uno, getta luce sui
propri
costi di gestione: 1150
euro al mese per gestire oltre 60.000 persone di cui oltre 20.000 attive tutti
i giorni (2 eurocent al mese a testa, insomma). Anche
Fosstodon fa
altrettanto (2100 dollari/mese). Entrambi dipendono dalle donazioni degli
utenti (io ho già contribuito).

L’account che traccia il jet di Musk è tornato su Twitter in una nuova veste:
l’originale (@ElonJet) è ancora bloccato, ma il suo gestore, Jack
Sweeney, ha attivato
@ElonJetNextDay, che fa lo
stesso tracciamento ma pubblica i dati con ventiquattro ore di ritardo in modo
da adeguarsi alle nuove regole di Twitter, che permettono la condivisione di
informazioni di localizzazione pubblicamente disponibili se è trascorso un
lasso di tempo ragionevole.

Twitterremoto, seconda puntata: bollini, account a termine, filonazisti ripristinati, giornalisti bannati e altro ancora

Twitterremoto, seconda puntata: bollini, account a termine, filonazisti ripristinati, giornalisti bannati e altro ancora

Questo articolo fa parte del testo del podcast Il Disinformatico
di venerdì 16 dicembre. Pubblicazione iniziale: 2022/12/16 1:57. Ultimo aggiornamento: 2022/12/16 19:35.

La vicenda di Twitter si fa sempre più complicata e si arricchisce di aspetti
umani oltre che tecnici. Ho riepilogato la fase iniziale della cronaca del
caos e le tecniche di autodifesa corrispondenti nella
puntata del Disinformatico del 18 novembre scorso, ma nelle quattro settimane che ormai ci separano da quella data sono
successe talmente tante cose intorno a Twitter e Elon Musk, il suo nuovo
proprietario e amministratore unico, che è opportuno fare un nuovo riassunto
della situazione.

Prima di tutto, alcune raccomandazioni tecniche. Se avete un account su
Twitter e state pensando di chiuderlo ed eliminarlo, non fatelo. Eliminare un
account Twitter significa infatti che qualcun altro potrà usare il vostro
stesso nome di account in futuro, causando confusione e magari spacciandosi
per voi (Twitter Help;
Chron;
PCWorld). Se state pensando invece di
renderlo privato o protetto, tenete presente che se lo fate diventeranno pubblicamente
inaccessibili
anche tutti i vostri tweet precedenti.

Al momento, la strategia più prudente è semplicemente smettere di usare
l’account, silenziare le notifiche, e mettere nelle informazioni del profilo e
in un ultimo tweet un annuncio che avvisi che l’account è fermo e non verrà
monitorato e che dia le coordinate di come comunicare con voi altrove. È
quello che ho fatto anch’io, e sembra funzionare.

Intanto sono
finalmente
arrivati, dopo il disastro iniziale dei falsi account aziendali e alcuni rinvii, i
bollini colorati, quelli che dovrebbero classificare e verificare gli account
su Twitter, e alcuni di questi bollini sono disponibili anche in Europa.

Il bollino color oro indica un account che è
“verificato poiché si tratta di un’azienda ufficiale” (come per esempio
@Repubblica); ma il bollino blu
continua a indicare sia un
“account verificato secondo i criteri precedenti” che
“[p]otrebbe essere o non essere notorio”

(una definizione a metà fra Schrödinger e Shakespeare) sia un account che
“è verificato in quanto è abbonato a Twitter Blue” e quindi ha
semplicemente pagato otto dollari al mese (o undici se ha pagato tramite
Apple).

Ci dovrebbe essere anche un bollino grigio per le istituzioni, ma non si è
ancora visto, e la “verifica” avviene semplicemente
tramite il numero di telefono, quindi ha un valore molto limitato. La confusione, insomma, persiste.

E c’è anche un altro elemento di confusione: in
teoria chi ha il
bollino blu e cambia il proprio nome nell’account dovrebbe perderlo fino a che
Twitter non lo verifica di nuovo, ma io ho cambiato il mio nome su Twitter,
dove ho un account con il bollino blu “vecchia maniera”, e
non è successo nulla. Questa è una buona notizia per chi vuole inserire nel proprio nome su
Twitter le proprie coordinate su altri social, per esempio.

Prima…
…e dopo.
Il bollino è rimasto e nessuno mi ha chiesto niente.

Un altro cambiamento tecnico su Twitter è la scomparsa di un’informazione
utile per gli utenti, come
nota il
collega David Puente, ossia l’indicazione dell’app o del dispositivo usato per
scrivere uno specifico tweet. Sapere se un tweet era stato scritto usando uno
smartphone oppure un’app pubblicitaria permetteva di capire più facilmente se
si trattasse di un tweet autentico, scritto da un essere umano, o se si
trattasse di un messaggio automatico generato da un bot. Ora questa
indicazione non è più immediatamente disponibile.

C’è anche una nota tecnica che riguarda gli account inattivi: Elon Musk ha
dichiarato che
verranno eliminati dopo un certo periodo di inattività, che non ha
quantificato. Questo è importante per tutti gli account che appartenevano a
familiari deceduti, per esempio, o per le aziende o le testate giornalistiche
che non esistono più: se gli eredi non li tengono attivi, tutti i tweet di
queste organizzazioni e delle persone care scompariranno, lasciando buchi nei
ricordi di famiglia e anche nei siti che li hanno condivisi. A differenza di
Facebook, infatti, su Twitter non esiste l’opzione di nominare un curatore
degli account delle persone scomparse o di rendere permanente un account
facendolo diventare commemorativo.

E a proposito di inattività, Elon Musk ha
annunciato
che rimetterà a disposizione del pubblico i nomi degli account cancellati o
inattivi da tempo, che sono circa un miliardo e mezzo. Ma questa è una
pessima idea
dal punto di vista tecnico, perché gli addetti ai lavori sanno benissimo che
in questo modo qualunque vecchio link a questi account punterà ai nuovi
proprietari, che ne potranno abusare come avviene già adesso per i nomi dei
siti Internet che non vengono rinnovati, per cui un nome di sito che prima
portava a un’azienda o a un’istituzione governativa ora porta ai contenuti di
uno spammer, di un truffatore, di un rivenditore di pornografia o di
fake news.

Un’altra scelta tecnica molto particolare di Twitter è quella di etichettare
automaticamente come “sensibile”, ossia pericoloso, qualunque tweet che
contenga un link alla piattaforma quasi-rivale Mastodon, almeno
secondo
le osservazioni di alcuni
ricercatori.

Credit:
@alienogentile.

Se siete ancora su Twitter e citate notizie pubblicate su Mastodon, potreste
trovarvi segnalati, e anche l’account Twitter di Mastodon, cioè
@joinmastodon, risulta sospeso
senza alcuna giustificazione ufficiale [ma forse ce n’è
una non ufficiale]
, con buona pace delle dichiarazioni di libertà di espressione fatte da Elon
Musk.

[L’esperto di sicurezza informatica Graham Cluley segnala che persino indicare un link a Mastodon nelle proprie informazioni di profilo su Twitter viene respinto, con tanto di avviso ingannevole che dice che il link è considerato malware.]

Poi c’è un’altra bizzarria che ha
colpito
in particolare gli utenti dell’Ucraina: se hanno protetto i propri account
Twitter contro i furti usando l’autenticazione a due fattori tramite codice di
sicurezza ricevuto via SMS, non possono più accedere ai propri account.
Secondo le prime analisi, si tratta del risultato infelice di un tentativo
malamente pianificato di eliminare lo spam: invece di bloccare i singoli
spammer, Twitter avrebbe
bloccato
intere reti telefoniche di specifici paesi dai quali proveniva molto spam. Ne
pagano le conseguenze gli utenti onesti di molte reti cellulari in Russia,
Indonesia, India e Malesia; quindi se conoscete qualcuno da quelle parti che
non riesce più ad accedere al proprio account, la colpa è probabilmente di
Twitter.

Va detto che ci sono anche alcuni progressi molto positivi: gli addetti ai
lavori
segnalano
che gli hashtag più diffusi per la disseminazione di immagini di abusi
sessuali su minori sono stati sostanzialmente eliminati dal social network e
Twitter ha aggiunto l’opzione di segnalare specificamente questo tipo di
contenuto, che rappresentava un problema serissimo rimasto irrisolto per anni [e sono state anche introdotte altre migliorie al sistema di rilevamento automatico e rimozione di questi contenuti].
Inoltre l’11 dicembre il servizio anti-fake news di Twitter gestito da
volontari, denominato Community Notes, è diventato
disponibile
in
tutto il mondo
anziché solo negli Stati Uniti, per cui ora tutti gli utenti di Twitter
possono vedere le annotazioni di questo servizio direttamente sotto i tweet
che fanno informazione scorretta.

Ma dal punto di vista tecnico, insomma, per Twitter e i suoi utenti si
prospettano tempi difficili e confusi, con regole e impostazioni soggette a
cambi continui e arbitrari.

Gli sconvolgimenti di Twitter, però, non solo soltanto tecnici.

Anche se non avete un account Twitter, le vicende sempre più bizzarre di
questo social network sono sicuramente interessanti dal punto di vista umano e
ci toccano tutti, direttamente o indirettamente, perché Twitter è una delle
piattaforme più influenti al mondo per la diffusione in tempo reale di notizie
ed è usatissimo da giornalisti, tecnici e politici per informare e informarsi,
e quindi qualunque cambiamento lo riguardi ha ripercussioni sociali anche per
chi non lo usa.

Elon Musk ha usato Twitter per fare una
raccomandazione di voto
nelle elezioni statunitensi; ha
invitato
i suoi oltre cento milioni di follower a seguire il movimento complottista
insurrezionista QAnon; ha
riammesso Donald Trump, che era stato bandito da Twitter dopo i suoi tweet di aizzamento della
folla che poi ha assalito il Campidoglio statunitense il 6 gennaio scorso, e
ha
tolto il ban
anche ad alcune migliaia di
figure della disinformazione e dell’odio, soprattutto apertamente neonaziste e razziste, ma anche complottiste di
QAnon e spammer: personaggi come Andrew Anglin, bandito sin dal 2013,
fondatore del sito neonazista Daily Stormer, aperto sostenitore della
pulizia etnica, negazionista dell’Olocausto e artefice di campagne di
persecuzione fisica di ebrei (RollingStone).

Lo sviluppatore Travis Brown sta compilando un
elenco giornaliero
dei riammessi, che permette di valutare i tipi di account che erano
inaccettabili per la gestione precedente di Twitter e che ora vengono
considerati
ammissibili [un altro elenco è pubblicato da Media Matters]. Si tratta di una decisione di “amnistia” generale presa direttamente
da Elon Musk e basata su un
“sondaggio”
fatto fra i suoi follower.

Un esempio particolarmente emblematico di queste
riammissioni
controverse
è quello del rapper Kanye West, riammesso su Twitter e ribannato subito dopo
per aver postato ai suoi 32 milioni di follower una
svastica inserita in una stella di Davide
e dopo aver condiviso dei messaggi personali scambiati fra lui e Elon Musk.
Giusto per levare ogni dubbio sulle sue opinioni, West ha dichiarato
pubblicamente e testualmente, durante l’Alex Jones Show, che lui ama i
nazisti e specificamente Hitler, che secondo West
avrebbe addirittura inventato le autostrade e i microfoni. Parole sue,
trascritte da Gizmodo:

“But this guy that invented highways, invented the very microphone that I
use as a musician […] every human being has something of value that they
brought to the table. Especially Hitler!”


“I don’t like the word ‘evil’ next to Nazis. I love Jewish people, but I
also love Nazis.”

“I do love Hitler. I do love the Zionists.”

[CLIP delle parole di West]

Sempre Musk ha usato il suo nuovo potere su Twitter per
inviare
a 119 milioni di follower un
tweet
che mostra una falsa schermata della CNN, nella quale sembrava che Don Lemon,
uno dei conduttori del canale televisivo, stesse dando la notizia che
“Musk potrebbe mettere a repentaglio la libertà di espressione su Twitter
dando alla gente la possibilità di esprimersi liberamente”
. L’intento era presumibilmente umoristico, ma usare il vero logo della CNN e
l’immagine di un vero conduttore della rete televisiva ha rischiato di creare
equivoci, e infatti persino Community Notes, il servizio di
fact-checking di Twitter, ha segnalato che
il tweet del CEO di Twitter viola le regole di Twitter.

Insomma, non è il tipo di ambiente che entusiasma gli inserzionisti
pubblicitari, dai quali Twitter attualmente dipende. A fine ottobre Kanye West
era stato
mollato
da sponsor come Adidas, Balenciaga, Foot Locker, JP Morgan Chase, Gap e altri.
Ritrovarselo su Twitter, anche solo brevemente, manda un messaggio che per
chiunque investa in pubblicità e comunicazione è semplicemente inaccettabile.
Secondo il
Wall Street Journal, a novembre il traffico pubblicitario su Twitter è calato dell’85% rispetto
allo stesso periodo del 2021.

Elon Musk ha cercato di rassicurare gli inserzionisti pubblicando
grafici
che sembrano indicare un
calo
della visibilità dei discorsi d’odio, ma il 12 dicembre tre membri del Trust
and Safety Council, l’organo interno di Twitter che vigila sulla sicurezza
degli utenti e garantisce la fiducia in questo social network, si sono dimessi
e hanno pubblicato una
lettera
nella quale dicono invece che i contenuti di odio contro le persone di colore
e gli omosessuali sono
aumentati
enormemente da quando Elon Musk ha preso le redini di Twitter e parlano di un
social network “governato tramite diktat”. Per tutta risposta, Musk ha
abolito l’organo interno di vigilanza
il giorno stesso.

Non sono solo gli inserzionisti ad essere inquieti: anche
Elton John (un milione e
centomila follower) ha
annunciato
il
9 dicembre
di aver
“deciso di non usare più Twitter a causa del recente cambio di politica che
consentirà alla disinformazione di prosperare senza controllo”
. Come lui, hanno già sospeso l’uso di Twitter la modella
Gigi Hadid, la scrittrice
Shonda Rhimes
(1,9 milioni di follower) e l’ex chitarrista
dei White Stripes
Jack White, segnala
Reuters.

Le ragioni di questa inquietudine diffusa si concentrano principalmente sul
boss assoluto di Twitter, perché oltre ad aver intenzionalmente riammesso
personaggi a dir poco impresentabili, Musk ha pubblicato tweet nei quali ha
incitato
a processare Anthony Fauci, l’immunologo ex consigliere medico della Casa
Bianca che ha avuto un ruolo di primo piano nella lotta alla pandemia da
Covid-19 negli Stati Uniti. Musk non ha specificato le ragioni di questa
richiesta, ma molti suoi fan l’hanno colta come un invito a perseguitare Fauci
ed è partita su Twitter una
campagna di odio
contro l’immunologo, sua moglie e i suoi figli. Va ricordato che Musk, nel
2020, aveva
tweetato
che “il panico da coronavirus è stupido” e che la pandemia negli Stati
Uniti sarebbe stata “vicina allo zero” entro aprile di quell’anno.

Musk si è poi scagliato pubblicamente anche contro l’ex direttore della
sicurezza e della fiducia di Twitter, Yoel Roth, che si era dimesso a
novembre. Il boss di Twitter infatti ha iniziato a pubblicare una serie di
documenti interni del social network, i cosiddetti Twitter files, che a
suo dire scoperchierebbero una vasta cospirazione politica dei dirigenti di
Twitter per favorire i democratici statunitensi. In questa cospirazione ci
sarebbe coinvolto anche Roth, che Musk ha
accusato pubblicamente
(ovviamente su Twitter) di essere favorevole alla pedofilia presentando come
presunta prova un estratto della tesi di Roth tolto dal suo contesto e
travisato. Come risultato, a Yoel Roth sono arrivate
minacce
così gravi da costringerlo ad abbandonare la propria abitazione.

Gli attacchi personali di Elon Musk hanno preso di mira anche gli
account Twitter che pubblicavano gli spostamenti dei jet privati
appartenenti a miliardari russi

e a Musk stesso, attingendo a
dati pubblicamente disponibili per legge. Il CEO di Twitter aveva
dichiarato
il 7 novembre scorso che il suo impegno per la libertà di espressione era
talmente grande che non avrebbe bandito @elonjet, l’account con mezzo
milione di follower che tracciava il suo jet personale,
“anche se costituisce un rischio personale diretto”. Ma quest’impegno
civile di Elon Musk è durato poco più di un mese, perché il 13 dicembre
l’account @elonjet è stato sospeso per violazione delle
Regole di Twitter, che sono state
aggiornate
(copia permanente) per vietare – guarda
caso – la condivisione di informazioni di localizzazione in tempo reale
anche se queste informazioni sono reperibili altrove pubblicamente.

live location information, including information shared on Twitter directly
or links to 3rd-party URL(s) of travel routes, actual physical location, or
other identifying information that would reveal a person’s location,
regardless if this information is publicly available;

[Questa regola è una follia per qualunque giornalista, perché formulata così significa che se un giornalista annuncia in diretta o fa un livetweet di un’apparizione pubblica di qualcuno, rischia di trovarsi l’account sospeso. Qualunque diretta rischia di essere in violazione. Immaginate un cronista alla Casa Bianca che tweeta “il Presidente degli Stati Uniti sta entrando ora in sala stampa” e si trova sospeso.]

Musk, inoltre, ha
dichiarato
di aver avviato un’azione legale contro
Jack Sweeney, lo studente
ventenne residente in Florida che ha creato questi account di monitoraggio con
lo scopo di rendere più visibile l’impatto ambientale dei jet privati, e
mentre preparo questo podcast
arrivano
continue
segnalazioni
di
account
di giornalisti
sospesi
da Twitter [Donie O’Sullivan della CNN, Drew Harwell del
Washington Post, Ryan Mac del New York Times e altri ancora]
, a
quanto pare per aver citato la vicenda @Elonjet
[poco dopo la chiusura del podcast è arrivato l’annuncio
della Commissione UE della possibilità di sanzioni per queste sospensioni
arbitrarie della libertà di stampa]
. Eppure ad aprile scorso Elon Musk aveva
tweetato
che sperava che anche i suoi critici peggiori sarebbero rimasti su Twitter,
“perché libertà di espressione significa questo” (“I hope that even my worst critics remain on Twitter, because that is what
free speech means”
).

Molti utenti di Twitter non hanno apprezzato questi voltafaccia e
lo hanno fatto sapere
a Elon Musk senza troppi giri di parole,
ricordandogli
tutte le sue promesse di libertà di espressione
“nei limiti di legge” poi disattese quando riguardano direttamente lui,
come già successo per gli account Twitter che per parodia avevano adottato in
massa il suo nome qualche tempo fa.

La giustificazione per il cambiamento delle regole e l’azione legale,
secondo Musk, è che il 13 dicembre a Los Angeles uno stalker ha bloccato l’auto che
trasportava uno dei suoi figli ed è salito sul cofano. Un episodio grave e
preoccupante, ma Jack Sweeney, quello di @elonjet, non ha mai postato
informazioni sugli spostamenti in auto di Musk e famiglia; ha
pubblicato solo le informazioni sulle partenze e gli arrivi del suo jet
personale, con o senza Musk a bordo, e l’episodio descritto da Musk non è
avvenuto
nei pressi di un aeroporto. Il nesso fra i due eventi, insomma, è decisamente
labile.

Una ulteriore conferma della regola, non scritta ma che si sta man mano
delineando, secondo la quale su Twitter la libertà di espressione è
sacrosanta, ma soltanto fino a quando non crea fastidio a Elon Musk, arriva da
quello che è
successo
quando il CEO di Twitter è apparso a sorpresa al popolare
Dave Chappelle Show a San Francisco, il 12 dicembre, ed è stato
fischiato per vari minuti da buona parte delle diciottomila persone presenti,
tanto che la sua apparizione è stata interrotta dopo qualche battuta di
estremo disagio.

[CLIP del Dave Chappelle Show]

Twitter ha iniziato
subito
a
bloccare
molti degli account degli
utenti
che
condividevano
il video della
figuraccia di Elon Musk. Ma la viralità della ripresa, fatta oltretutto
clandestinamente, ha avuto il sopravvento.

Fra riammissioni di impresentabili, cacce alle streghe, continui cambiamenti
arbitrari delle regole e purghe di giornalisti, sembra insomma che Twitter
stia diventando, per Elon Musk, la lezione d’informatica più costosa della
storia. Ha speso 44 miliardi di dollari (non tutti suoi) per scoprire l’ovvio,
ossia che moderare un forum o un social network è un lavoraccio. Non è un
processo automatizzabile e schematizzabile: non è un’automobile elettrica o un
razzo spaziale, che deve rendere conto soltanto alle rigide leggi della
fisica. Moderare richiede la capacità di gestire sfumature, di comprendere
culture e punti di vista differenti, di investire tempo e risorse umane, di
accettare che le regole assolute e semplici non funzionano e che gli esseri
umani non sono molecole di un gas perfetto: possono essere dispettosi,
vendicativi e violenti verso i propri simili, ed è per questo che esistono le
regole sociali, le leggi e i tribunali, pieni di complicazioni e imperfezioni.

E la conclusione di questa lezione fantastiliardaria è che se il moderatore
non sa moderare, se dimostra di essere incostante, impulsivo e arbitrario, gli
utenti se ne andranno altrove. Twitter, come tutti i social network, esiste
solo finché ha utenti. Il valore di Twitter non sta nei suoi algoritmi o nella
sua architettura software e hardware: sta nelle persone che creano i suoi
contenuti. Sta nel piacere di interagire, sia pure brevemente, con persone
altrimenti irraggiungibili. Senza utenti interessanti, che creino contenuti
che attirino altri utenti, un social network inevitabilmente si spegne; se gli
utenti interessanti se ne vanno, o addirittura vengono cacciati via, e
rimangono solo neonazisti, suprematisti, spammer, terrapiattisti e hater di
ogni genere, alla fine resta solo un inutile, costosissimo guscio che si
svuota sempre più in fretta. È sempre stato così, fin dai tempi dei newsgroup,
per chi se li ricorda, e non c’è motivo di pensare che stavolta le cose
andranno diversamente.

Anche perché va ricordato che c’è una parte del piano di Musk che non è ancora
stata realizzata e che rischia di diventare la scintilla che innesca l’esodo:
per ripagare l’enorme cifra investita, il CEO di Twitter intende far pagare
agli utenti quei famosi otto dollari al mese. Per indurli a pagare, ha deciso
che i tweet di chi si rifiuta verranno resi praticamente invisibili, sommersi
da quelli degli utenti paganti. Quanti utenti saranno disposti a restare e
pagare per il privilegio di essere letti su Twitter, quando possono avere
questo privilegio gratuitamente su tutti gli altri social network? 

[Una ricerca di Travis Brown indica che su un campione di 18 milioni di account, da lunedì scorso ci sono state 2215 iscrizioni nuove a Twitter Blue. I dati non sono confermati indipendentemente]

Twitterremoto, terza puntata: giornalisti bannati, Mastodon segnalato come malware, Musk litigioso, la burla di “John Mastodon” e altro ancora

Twitterremoto, terza puntata: giornalisti bannati, Mastodon segnalato come malware, Musk litigioso, la burla di “John Mastodon” e altro ancora

Pubblicazione iniziale: 2022/12/18 19:55. Ultimo aggiornamento: 2022/12/22
09:30. Una versione più breve di questo articolo è disponibile nel podcast
Il Disinformatico del 23 dicembre 2022.

Sto cercando di evitare di parlare troppo di Twitter e Elon Musk, ma gli
ultimi sviluppi e dietrofront sono talmente assurdi e comici che mi tocca fare
un aggiornamento ai riassunti che ho già pubblicato (uno,
due). Come ho già detto, sospetto che fra qualche anno ci chiederemo se sia
davvero successa tutta questa follia, per cui credo sia opportuno tenerne
traccia adesso, finché è possibile.

Giornalisti bannati e poi (parzialmente) ripristinati

Cominciamo dal ban di Twitter a vari giornalisti di cui avevo già
segnalato
le prime avvisaglie: il 15 dicembre (le prime ore del 16 in Europa) almeno
dieci giornalisti hanno scoperto che i propri account Twitter erano stati
sospesi permanentemente, senza preavviso e senza dare alcuna motivazione.
Questo è l’elenco stilato da
Gizmodo:

  • Matt Binder (Mashable)
  • Drew Harwell (Washington Post)
  • Steve Herman (VOA News)
  • It’s Going Down News (Independent Site)
  • Micah Lee (The Intercept)
  • Ryan Mac (New York Times)
  • Mastadon (Social Media Site)
  • Keith Olbermann (formerly MSNBC)
  • Donie O’Sullivan (CNN)
  • Tony Webster (Minnesota Reformer)

A questi dieci si sono aggiunti Taylor Lorenz (Washington Post), che
racconta la propria vicenda
qui, Aaron Rupar e Linette Lopez.

Queste sospensioni hanno ricevuto la condanna delle Nazioni Unite, dell’Unione
Europea e del ministero degli affari esteri tedesco, come riferisce la
BBC
aggiungendo che un portavoce di Twitter ha dichiarato che i
ban sarebbero legati alla
“condivisione in tempo reale di dati di localizzazione”, che è vietata
dalle nuove
Regole di Twitter
anche quando queste informazioni sono pubbliche.

Se usate Twitter, insomma, teoricamente potreste trovarvi nei guai se postate
una foto di un vostro amico mentre state mangiando insieme al ristorante e il
tweet è geolocalizzato automaticamente, come capita spesso.

A giudicare da vari tweet di Elon Musk, i giornalisti sarebbero stati bannati
per aver segnalato ai loro lettori l’esistenza di un account che era su
Twitter e ora è su Mastodon e permette di sapere dove si trova il suo jet
personale, cosa che secondo Musk avrebbe permesso a uno stalker di
accostarsi a un’auto che trasportava almeno uno dei suoi figli a Los Angeles.
La polizia della città, però,
non ha trovato alcun nesso
fra questo account e l’episodio di stalking contestato da Musk, che è
avvenuto 23 ore dopo l’ultimo tweet di tracciamento da parte di
@elonjet e a circa 40 chilometri di distanza dall’aeroporto.

Inoltre alcuni dei giornalisti bannati non avevano nemmeno menzionato questa
vicenda (Lorenz, per esempio, si era limitata a chiedere a Musk un commento),
e nessuno di loro aveva pubblicato informazioni sugli spostamenti in auto di
Musk o della sua famiglia (Lorenz è stata
accusata
nel 2022 di aver condiviso un indirizzo di abitazione, via Twitter e in un
articolo
per il New York Times, ma di un’altra persona e in una
vicenda legale
completamente slegata da Musk e famiglia).

Alcuni di questi giornalisti hanno semplicemente citato l’account
Twitter @elonjet, che pubblicava in tempo reale, usando dati pubblici,
i voli del jet di Musk per segnalarne l’impatto ambientale ed è stato nel
frattempo sospeso da Twitter il 13 dicembre.

Zoe Kleinman, technology editor per la BBC, ha
riassunto la
situazione come segue:

[…] Fondamentalmente, Elon Musk ha abbattuto e fatto precipitare in fiamme
il suo tanto strombazzato impegno per la “libertà di parola”. Libertà di
parola, purché la parola non lo faccia arrabbiare personalmente: questo sembra
essere il messaggio.

Il 16 dicembre Elon Musk ha avviato un
sondaggio
fra gli utenti di Twitter chiedendo se gli account dei giornalisti andassero
ripristinati subito o entro una settimana: ha vinto con il 58,7% l’opzione
“subito”, e Musk ha
dichiarato
che avrebbe revocato immediatamente le sospensioni. 

Il 17 dicembre Twitter ha
annunciato
di aver iniziato a ripristinare alcuni account che erano stati sospesi perché
riteneva che la sospensione permanente fosse una
“azione sproporzionata per la violazione delle regole di Twitter”.
Twitter non ha indicato quali fossero gli account in questione, ma alcuni
degli account dei giornalisti che erano stati sospesi risultano ora
parzialmente
riattivati
(CNN).

Ma il 21 dicembre molti dei giornalisti bannati hanno
dichiarato
che in realtà i loro account non sono stati affatto ripristinati: risultano
visibili agli altri utenti, ma non possono più pubblicare nulla se prima non
rimuovono i tweet che forniscono al pubblico l’informazione,
giornalisticamente rilevante, che esiste un modo semplice per sapere dove si
trovano i jet personali di Elon Musk e di molti altri miliardari e sapere
quanto inquinano usando soltanto informazioni pubbliche.

Sì, i jet personali sono tracciabili usando solo dati pubblici. Anche quello
di Musk

Elon Musk afferma che pubblicare i dati dei suoi voli è doxxing, ossia
rivelazione di dati privati, e
dichiara
(16 dicembre) che il suo aereo
“non è tracciabile senza usare dati non pubblici” (“My plane is actually not trackable without using non-public data”). Ma non è vero.

Un’indagine dettagliata di Open
sui singoli ban ai giornalisti spiega infatti che i dati di volo in
tempo reale degli aerei, compresi i jet privati, sono pubblici: vengono
trasmessi via radio in chiaro da appositi localizzatori di bordo (Automatic Dependent Surveillance – Broadcast
o ADS-B, obbligatorio nello spazio aereo USA) e sono pubblicamente
accessibili da chiunque acquisti un semplice ricevitore.

Per consultarli, anche senza ricevitore, è sufficiente visitare un sito come
Flightradar24 oppure
ADSBExchange e sapere qual è
l’identificativo del jet privato che interessa. Quello del jet di Musk è
N628TS: un dato facilissimo da trovare con Google, per esempio su
Superyachtfan.com, che cita appunto questo identificativo, che è dipinto a grandi lettere
sull’aereo stesso. L’aereo è un Gulfstream G650ER del 2015, che vale 70
milioni di dollari.

C’è una diffusa diceria secondo la quale sarebbe impossibile tracciare il jet
personale di Musk senza usare dati riservati perché Musk avrebbe usato
un’opzione di mascheramento dell’identificativo, il cosiddetto
PIA (Privacy ICAO Address, spiegato benissimo
qui), ossia un identificativo temporaneo che cambia ogni 20 giorni lavorativi.
La diceria è sbagliata, come hanno
spiegato
Aric Toler di Bellingcat,
Olivier Tesquet
e
Veronica Irwin
di Protocol. L’identificativo ICAO dell’aereo di Elon Musk è
citato
pubblicamente nel
database della Federal Aviation Administration, su
FlightAware
e nei
dati di Flightradar24: è A835AF.

Immettendo questi dati in ADSBexchange si ottiene l’attuale localizzazione del
jet di Musk: per esempio, il 18 dicembre 2022 ho provato personalmente a
ottenerla ed è risultato che era in Qatar.

E in effetti quel giorno
Elon Musk era lì:

Ho segnalato quel tweet come violazione delle nuove
Regole di Twitter, che vietano la condivisione di informazioni di localizzazione in tempo
reale
anche se queste informazioni sono reperibili altrove pubblicamente,
come avevo già raccontato la settimana scorsa. Ma la segnalazione è stata
respinta.

Secondo le stime di @elonjet, il volo di Musk dalla California al Qatar
con ritorno in Texas ha consumato 65 mila litri di carburante e ha prodotto
163 tonnellate di emissioni di CO2, ossia l’equivalente
di 35 anni di emissioni di un’automobile a carburante.

Mastodon segnalato falsamente da Twitter come malware, poi non più

Il 16 dicembre Twitter ha
iniziato a impedire
agli utenti di condividere qualunque link che portasse al social network
alternativo Mastodon, indicando falsamente che si trattava di un link
“potenzialmente dannoso”.

Ci ho provato anch’io, linkando semplicemente il sito del server originale di
Mastodon, ossia Mastodon.social, e il tweet in effetti è stato respinto con il
messaggio “Qualcosa è andato storto, ma non preoccuparti. Riproviamo” e
“La richiesta non può essere completata poiché Twitter o un suo partner ha
identificato questo link come potenzialmente dannoso. Per saperne di più,
visita il nostro Centro assistenza.”

Twitter ha anche bloccato l’inclusione di qualunque link a Mastodon nelle
informazioni dei profili, con un avviso ingannevole che affermava che era
“considerato pericoloso (malware)”:

Nei giorni successivi questi blocchi sono stati revocati dopo le proteste
degli utenti, per cui ora è di nuovo possibile pubblicare tweet che contengono
link a Mastodon e includere questo tipo di link anche nella propria bio su
Twitter.

Divieto di link ad altri social, poi ritirato

Il 18 dicembre l’account ufficiale
@TwitterSupport
ha annunciato che sarebbero stati rimossi
“gli account creati solo allo scopo di promuovere altre piattaforme social
e il contenuto contenente link o nomi utente per le seguenti piattaforme:
Facebook, Instagram, Mastodon, Truth Social, Tribel, Nostr e Post.”

We recognize that many of our users are active on other social media
platforms. However, we will no longer allow free promotion of certain social
media platforms on Twitter. Specifically, we will remove accounts created
solely for the purpose of promoting other social platforms and content that
contains links or usernames for the following platforms: Facebook, Instagram,
Mastodon, Truth Social, Tribel, Nostr and Post. We still allow cross-posting
content from any social media platform. Posting links or usernames to social
media platforms not listed above are also not in violation of this policy.

Il nuovo regolamento in merito (pubblicato
qui) ha
causato
la
reazione
di molti utenti influenti di Twitter che si sono trovati sospesi dal social
network di Elon Musk, ma poche ore dopo è stato rimosso e sono stati rimossi
anche i tweet che lo annunciavano (una copia permanente di questo regolamento
molto effimero è
archiviata qui; i tweet di annuncio sono
archiviati qui). Se questo regolamento fosse stato introdotto definitivamente, sarebbe
stato probabilmente in violazione del
Digital Markets Act
europeo, che regolamenta i comportamenti dei social network, con sanzioni
pesantissime.

Successivamente l’account ufficiale @TwitterSafety ha avviato un
sondaggio, che si è concluso con l’87% di contrari al divieto di linkare altri social
network.

Paradossalmente, Twitter pratica attualmente e da tempo quello stesso
comportamento che avrebbe voluto vietare in casa propria: infatti ha degli
account puramente autopromozionali su
Instagram e su
Facebook.

Il battibecco pubblico con i giornalisti, le accuse false di Musk

Il 16 dicembre Elon Musk si è inoltre unito a un dibattito online tenutosi su
Twitter, usando la funzione
Twitter Spaces
che consente conversazioni vocali di gruppo, e ha detto che i giornalisti
stavano condividendo il suo indirizzo. Quando gli hanno fatto notare che non
era vero, e che lui stava usando lo stesso metodo di blocco dei link che aveva
trovato così inaccettabile quando era stato
usato per la vicenda del laptop di Hunter Biden, Elon Musk se ne è andato senza rispondere ad altre domande.

Riporto qui sotto la
trascrizione
del suo breve intervento.

Musk: Well, as I’m sure everyone who’s been doxxed would agree, showing
real-time information about somebody’s location is inappropriate. And I think
everyone would not like that to be done to them. And there’s not going to be
any distinction in the future between simple journalists and regular people.

Everyone is going to be treated the same—no special treatment.
You doxx, you get suspended. End of story. And ban evasion or trying to be
clever about it, like “Oh, I posted a link – to the real-time information,”
that’s obviously something trying to evade the meaning, that’s no different
from actually showing real-time information.

Katie Notopoulos: When you’re saying, ‘posting a link to it,’ I mean, some of
the people like Drew and Ryan Mac from The New York Times, who were banned,
they were reporting on it in the course of pretty normal journalistic
endeavors. You consider that like a tricky attempted ban evasion?

Musk: You show the link to the real-time information – ban evasion,
obviously.

Katie Notopoulos: Drew, I don’t think you were posting the real-time
information, right?

Drew Harwell: You’re suggesting that we’re sharing your address, which is not
true. I never posted your address.

Musk: You posted a link to the address.

Drew Harwell: In the course of reporting about ElonJet, we posted links to
ElonJet, which are now banned on Twitter. Twitter also marks even the
Instagram and Mastodon accounts of ElonJet as harmful.

We have to acknowledge, using the exact same link-blocking technique that you
have criticized as part of the Hunter Biden-New York Post story in 2020.

So what is different here?

Musk: It’s not more acceptable for you than it is for me. It’s the same
thing.

Drew Harwell: So it’s unacceptable what you’re doing?

Musk: No.

You doxx, you get suspended.
End of story. That’s it.

Circa mezz’ora dopo,
l’intero servizio
Twitter Spaces
è stato
disabilitato
. È poi tornato online nei giorni successivi.

Musk litiga pubblicamente anche con gli esperti di marketing e di informatica
e li insulta

In una discussione su Twitter Spaces fra esperti di marketing pubblicitario,
Musk li ha interrotti affermando che stavano dicendo stupidaggini quando in realtà stavano parlando delle basi di come funziona la pubblicità nei social:

In una conversazione, sempre su Twitter Spaces, con ex ingegneri informatici
di Twitter, quando uno di loro gli ha chiesto di descrivere tecnicamente cosa
non andasse bene dell’attuale software del social, Musk ha tagliato corto e
gli ha dato del “jackass”, ossia dell’ignorante.

Il sondaggio di Musk se stare a capo di Twitter o no

Il 19 dicembre Elon Musk ha tweetato un sondaggio, indetto da lui stesso, per
chiedere se restare a capo di Twitter o no, aggiungendo che avrebbe rispettato
l’esito del sondaggio. “Vox populi, vox dei”, diceva. Il risultato
finale, con circa 17 milioni di account partecipanti, è stato che il 57,4% è a
favore della sua rinuncia alla carica.

Dopo due giorni di sostanziale silenzio, Musk ha
annunciato
il 21 dicembre che si dimetterà dal ruolo di CEO non appena troverà
“qualcuno abbastanza
incosciente
da accettare l’incarico”
e che resterà a capo dei reparti software e server (“I will resign as CEO as soon as I find someone foolish enough to take the
job! After that, I will just run the software & servers teams.”
).

A Twitter, insomma, regna ancora la confusione e non c’è un piano organico di
ristrutturazione: le decisioni vengono prese sull’impulso del momento, senza
valutarne le conseguenze.

La burla di “John Mastodon”

E per finire, se vi state chiedendo perché si parla tanto online del signor
John Mastodon ed è così popolare l’hashtag #JohnMastodon, tutto nasce
da un errore di un giornalista, Isaac Schorr, che il 16 dicembre ha scritto su
Mediaite.com un articolo sulla vicenda Twitter (copia d’archivio qui) nel quale voleva parlare dell’account Twitter @joinmastodon, che era
stato bandito, ma ha invece scritto John Mastodon, descrivendolo come
“il fondatore di una società concorrente nei social media che prende il
nome da lui”

(“the platform removed John Mastodon, the founder of a competing social
media company named after himself”
).

Ed è così che
è nato un mito, con memi, biografie inventate e fotografie dell’inesistente signor John
Mastodon generate con l’intelligenza artificiale.

Fonti aggiuntive:
BBC;
Ars Technica;
Gizmodo.

Twitterremoto, prima puntata: il caos dei bollini, uffici chiusi, licenziamenti di massa

Twitterremoto, prima puntata: il caos dei bollini, uffici chiusi, licenziamenti di massa

Pubblicazione iniziale: 2022/11/12 18:54. Ultimo aggiornamento: 2022/12/22 10:10. L’articolo è stato estesamente aggiornato e modificato per tenere
conto degli eventi ed è disponibile anche in
versione podcast audio. L’immagine qui accanto è di origine ignota.

Elon Musk è diventato il nuovo proprietario di Twitter il
27 ottobre
scorso, dopo una sofferta trattativa iniziata ad
aprile, e da allora in questo social network regna il caos. La vicenda sta
diventando talmente intricata e assurda che credo sia utile riassumere gli
eventi principali avvenuti fin qui, anche perché alcuni sono talmente
incredibili che fra qualche anno probabilmente ci chiederemo se sono accaduti
realmente.

[Prevengo subito una domanda ricorrente: no, al momento non ho intenzione
di lasciare Twitter e/o migrare a Mastodon. Non ho tempo di studiare
Mastodon a fondo e credo che non abbia ancora una massa critica e una
facilità d’uso sufficienti.]

Il
4 novembre
Musk ha licenziato circa metà dei 7500 dipendenti di Twitter.

Il giorno successivo,
5 novembre, è stata attivata una nuova versione di Twitter Blue, il servizio a
pagamento di Twitter, disponibile soltanto a chi risiede negli Stati Uniti, in
Canada, in Australia, in Nuova Zelanda e nel Regno Unito. Fra le sue varie
funzioni, il nuovo Twitter Blue consente agli utenti di questi paesi di
acquistare per 8 dollari al mese un “bollino blu” che compare accanto al loro
nome.

Il problema è che questo bollino blu somiglia in tutto e per tutto al bollino
che per anni ha contraddistinto gli utenti che si erano autenticati, dando a
Twitter prova della propria identità e notorietà. Quel bollino che permetteva
a tutti gli utenti di essere certi di leggere gli account reali di politici,
celebrità e testate giornalistiche e non qualche loro impostore.

Questa novità, voluta espressamente da Elon Musk nonostante gli
avvisi di pericolo
dei suoi addetti alla sicurezza, è stata vista immediatamente come un errore
tecnico colossale, e non è difficile capire perché. Immaginate che il governo
decida che da domani il vostro passaporto non è più un documento che attesta
con certezza chi siete, ma è un libretto che chiunque può comperare per otto
dollari mettendoci il nome che gli pare. Compreso il vostro. Non
occorre essere geni per prevedere che scoppierebbe il caos e le truffe
dilagherebbero. E infatti è esattamente quello che è successo su Twitter.

Numerosi spammer, truffatori e semplici burloni hanno immediatamente
cominciato a creare account Twitter a nome di persone e aziende famose e hanno
ottenuto il bollino blu che agli occhi dell’utente medio li faceva sembrare
autenticati.

Una delle persone maggiormente
prese di mira
è stata proprio Elon Musk: moltissimi utenti hanno cambiato il proprio nome
online assumendo il suo, per rendere evidente quanto fosse assurdo, pericoloso
e ridicolo questo cambiamento radicale voluto dal nuovo CEO di Twitter. Musk,
che fino a quel momento si era dichiarato in favore della libertà di
espressione assoluta, ha subito corretto il tiro quando quella libertà è stata
usata per sbeffeggiarlo.

Il
9 novembre
Twitter ha reagito al caos
attivando
ad alcuni utenti una spunta grigia, accompagnata dalla parola
Official, per indicare gli account realmente autenticati e distinguerli
da quelli paganti. Ma il giorno stesso ha
disattivato
questa funzione, creando ulteriore confusione.

Il voltafaccia repentino è ben documentato anche da due tweet consecutivi di
@TwitterSupport:
“We’re not currently putting an “Official” label on accounts but we are
aggressively going after impersonation and deception.”
(9 novembre). Due giorni dopo (11 novembre):
“To combat impersonation, we’ve added an “Official” label to some
accounts.”

Le inevitabili e ovvie conseguenze di questa scelta scellerata di mettere in
vendita a otto dollari quello che fino all’altroieri era un forte indicatore
di autenticità sono state ben peggiori di una presa in giro collettiva.

Il 10 novembre qualcuno infatti ha creato un falso account usando il nome e il
logo della casa farmaceutica Eli Lilly, ha pagato gli otto dollari per avere
il bollino blu che tutti ancora considerano sinonimo di autenticazione, e poi
ha usato quel falso account per
annunciare
che l’insulina sarebbe diventata gratuita (“We are excited to announce insulin is free now”).

L’annuncio dell’impostore è rimasto online per più di sei ore,
ottenendo milioni di visualizzazioni. Le azioni della casa farmaceutica sono
precipitate, portando con loro anche quelle di Novo Nordisk e Sanofi, visto
che queste tre società forniscono il 100% dell’insulina usata negli Stati
Uniti e il 90% di quella usata nel mondo
[fonte:
Investor’s Business Daily]
. Eli Lilly ha poi recuperato in Borsa, ma il giorno successivo ha
sospeso
tutti i propri investimenti pubblicitari in Twitter e tutte le sue
comunicazioni aziendali in tutto il mondo sul social network di Elon Musk.

Insomma, con otto dollari qualcuno è riuscito a far perdere a Twitter un
inserzionista che ne vale milioni. Colpa anche del fatto che Twitter, con metà
del personale licenziato, non ha rimosso per ore l’account fasullo, nonostante
le chiamate frenetiche dei rappresentanti della casa farmaceutica. E Eli Lilly
non è l’unica grande azienda ad aver messo in pausa i propri investimenti
pubblicitari su Twitter: nei giorni precedenti lo avevano già
fatto
Ford, General Motors, Pfizer e Audi, giusto per fare qualche nome
[fonte:
Wall Street Journal]
.

Sempre il 10 novembre è comparso un account con il bollino blu e con il nome e
il logo della Pepsi, che ha
scritto
“Coke is better”. Questo tweet è rimasto online per
18 ore
prima di essere sospeso.

Un altro falso account con bollino blu, nome e logo di Tesla ha
annunciato
diecimila auto a sostegno dei militari ucraini perché
“le nostre auto sono gli ordigni esplosivi più sofisticati sul mercato”
e poi ha postato altre
crudelissime satire su di Tesla.

Qualcuno ha anche creato l’account @ChiquitaBrands, lo ha fatto
“verificare” pagando otto dollari e lo ha usato per impersonare la famosa
marca di banane,

pubblicando

messaggi satirici del tipo
“Abbiamo appena rovesciato il governo brasiliano”.

Un account apparentemente “verificato” ha
finto
di essere la Lockheed Martin e ha annunciato la sospensione di
“tutte le forniture di armi all’Arabia Saudita, a Israele e agli Stati
Uniti fino a quando ci sarà un’ulteriore inchiesta sui loro trascorsi di
abusi dei diritti umani”
. Chi l’ha creato è riuscito a farsi approvare e bollinare da Twitter un
account che si chiamava @LockheedMartini. Dubito che sia quello il nome
sulla carta di credito usata per pagare gli otto dollari.

Poi c’è Nintendo, che si è vista
comparire
un account Twitter “verificato” a suo nome, con l’immagine di Mario che mostra
il dito medio, e altri
tweet scurrili. Ovviamente gli utenti hanno inviato proteste al vero account Twitter
di Nintendo.

Non sono mancati neanche gli account “verificati” che sembravano appartenere a
persone famose, dagli
sportivi
agli ex presidenti degli Stati Uniti. Un account “verificato” a nome di George
W. Bush ha
scritto
Mi manca ammazzare gli iracheni”; un altro a nome di Tony Blair gli ha
risposto
che manca sinceramente anche a lui. E quello che sembrava essere l’account
Twitter di Donald Trump, con tanto di bollino, ha
dichiarato
“Gente, ho perso”.

La lista potrebbe continuare a lungo, con
Rockstar Games,
Roblox,
British Petroleum
e tanti altri
esempi. Tutto dimostra che in questo momento Twitter non fa il benché minimo
controllo preliminare di identità prima di concedere quello che insiste a
chiamare esplicitamente un bollino di verifica. Un disastro, insomma.

Gli account falsi alla fine sono stati sospesi, ma sono rimasti online a
lungo. Il rischio di confusione e disinformazione e il danno d’immagine ai
marchi sono assolutamente evidenti. Uno dei valori fondamentali per qualunque
inserzionista, ossia la brand safety, la tutela del marchio, è stato
fatto a pezzi e buttato nel cassonetto dell’immondizia dalla scelta di mettere
in vendita i bollini.

Omnicom Media Group, una delle più importanti agenzie pubblicitarie, che
gestisce marchi come McDonald’s, Apple e Pepsi, sta raccomandando ai propri
clienti di sospendere gli investimenti pubblicitari su Twitter
[fonte:
The Verge].

Il bollino in vendita senza alcuna verifica di identità è infatti
inaccettabile per i marchi. È invece una grande attrattiva per gli
hater, che lo stanno
comprando
per aumentare la propria visibilità.

Il 10 novembre è arrivata anche la
notizia
delle dimissioni di alcuni dei dirigenti chiave di Twitter, dovute al fatto
che le modifiche ordinate in fretta e furia da Musk devono sottostare a un
riesame di sicurezza, che però non è possibile fare alla velocità con la quale
si stanno susseguendo i cambiamenti. Hanno lasciato Twitter:

  • Yoel Roth, responsabile per la
    fiducia e sicurezza (Global Head of Trust and Safety), che aveva
    l’incarico di proteggere Twitter da manipolazioni, amplificazioni
    artificiali di tweet, spam e account falsi, e di garantire l’integrità del
    social network durante le elezioni;
  • Lea Kissner, responsabile in capo per la sicurezza informatica (CISO);
  • Damien Kieran, responsabile in
    capo per la privacy (Chief privacy officer);
  • e Marianne Fogarty,
    responsabile primaria per la conformità alle normative (
    Chief compliance officer
    ). 

Lo stesso giorno Elon Musk ha
dichiarato
che ci sono troppi bollini blu originali che sono “corrotti” e che
quindi secondo lui non ci sarebbe altra scelta che eliminarli nei prossimi
mesi (“Far too many corrupt legacy Blue “verification” checkmarks exist, so no
choice but to remove legacy Blue in coming months”
). E quando un utente ha obiettato che però il vecchio sistema aiutava molto
a prevenire le truffe, Musk gli ha
risposto
laconicamente “$8”.

L’11 novembre:

  • Elon Musk ha risposto a voce per circa un’ora alle domande dei dipendenti di
    Twitter.
    The Verge
    ha pubblicato una trascrizione integrale delle sue dichiarazioni.
  • Twitter ha
    sospeso completamente
    la
    possibilità
    di acquistare il bollino blu almeno fino al 29 novembre, secondo un
    tweet di Elon Musk.
  • Twitter ha iniziato a
    riattivare
    la spunta grigia di autenticazione, ma
    solo
    per account di grandissima notorietà e istituzionali, come la
    BBC (CNN
    e Rai hanno ricevuto la spunta
    intorno al 15 novembre; alla stessa data, la
    RSI non ce l’ha ancora).

Nei giorni successivi è successo davvero di tutto.

Il 12 novembre Elon Musk ha tweetato un’affermazione falsa a proposito della
potenza di Twitter e il suo post è stato
etichettato
come falso da
Birdwatch, il servizio anti-fake news di Twitter.

[Fra l’altro, il 12 novembre ho partecipato al servizio del
Telegiornale
della RSI che descrive il caos delle spunte blu: lo trovate qui sotto]

Il 13 novembre Musk è stato criticato pubblicamente da alcuni suoi dipendenti
di Twitter, su questioni strettamente informatiche, e ha reagito licenziandoli
in tronco, con buona pace delle sue promesse di difesa della libertà di
parola. Nei giorni successivi il numero di dipendenti contestatori e
dimissionari
è
cresciuto
e tuttora continua a crescere
[Punto informatico;
The Verge]
.

Sempre il 13 novembre il CEO di Twitter ha litigato online con un senatore
degli Stati Uniti, Edward Markey, perché un giornalista del
Washington Post (paywall) aveva sfruttato le nuove regole di Twitter per creare un falso account
verificato a nome del senatore, e
quando
il senatore ha
chiesto spiegazioni
a Musk su come fosse stato possibile, il proprietario di Twitter gli ha
risposto pubblicamente
“Forse perché il tuo vero account sembra una parodia?” invece di
affrontare il problema. Forse Musk non ha considerato che il senatore Markey è
membro influente di
comitati governativi
che riguardano le telecomunicazioni e lo spazio
[CNBC;
Axios]
.

La telenovela continua, con dipendenti appena licenziati ai quali Twitter
chiede di tornare in azienda, annunci di Elon Musk che paventano la bancarotta
del social network e
minacce
dello stesso Musk di licenziare chiunque non sia disposto a dedicare i
prossimi mesi a lavorare giorno e notte al suo “Twitter 2.0”.

—-

2022/11/18 9:45. Intorno alle 7 italiane di stamattina
[dopo la chiusura del podcast], la
BBC ha segnalato che
Twitter ha chiuso temporaneamente tutti gli uffici fino a lunedì 21 novembre.
Non è stata comunicata alcuna motivazione per la chiusura. Intanto la BBC e Il Post
segnalano che molti dipendenti stanno dando le dimissioni dopo la
richiesta
di Elon Musk di impegnarsi formalmente a lavorare
“per tante ore ad alta intensità” oppure essere licenziati.

Per tutta risposta, Musk ha
tweetato
che
“la gente migliore sta restando, per cui non sono super preoccupato” (“The best people are staying, so I’m not super worried”) e un
meme
di una tomba sulla quale c’è il logo di Twitter.

Intanto è diventato popolarissimo (oltre 270.000 like) un
tweet
nel quale una persona, Alex Cohen, dice di essere il gestore degli accessi
agli uffici di Twitter e di essere fra i licenziati. Prosegue dicendo di
essere stato chiamato personalmente da Elon Musk per tornare a ridare accesso
alla sede centrale dell’azienda perché erano rimasti chiusi fuori.

Il tweet ha effettivamente ricevuto i
ringraziamenti
di Musk (non di un impostore), ma si tratta di umorismo non dichiarato: Alex
Cohen nel proprio profilo scrive “Mostly parody account” e Birdwatch,
il servizio anti-fake news di Twitter, nota che
“this is a joke” notando che lo stesso account pochi giorni fa aveva
dichiarato di essere stato licenzato da un’altra azienda.

—-

Nel frattempo sembra essere crollata una delle tesi principali di Elon Musk,
ossia che gli spammer sarebbero stati dissuasi perché il pagamento del bollino
(senza il quale sarebbero stati relegati tra i plebei sostanzialmente
invisibili) avrebbe richiesto il sacrificio di una carta di credito che
sarebbe stata subito bandita. Come si è visto, ci sono moltissimi utenti più
che disposti a questo sacrificio (fatto magari anche con una carta prepagata
usa e getta) in cambio di un graffiante marameo a un politico o di un danno
economico miliardario a un’azienda potente e detestata.

[C’è anche un dettaglio tecnico interessante da verificare:
sembra
che sarà possibile attivare Twitter Blue gratis, rendendo quindi
trascurabile il costo per gli spammer e vanificando la giustificazione di
Musk per l’introduzione del costo mensile. Il trucco consisterebbe
nell’attivare Twitter Blue usando i pagamenti in-app di Apple e nel chiedere
subito dopo il rimborso. Il bollino blu resterebbe attivo comunque per 30
giorni. Ora non è possibile verificare questa segnalazione, ma sarà
interessante farlo quando Twitter Blue tornerà disponibile.]

2022/11/19 6:20. Elon Musk ha lanciato un paio d’ore fa un sondaggio per chiedere ai suoi 116 milioni di follower se ripristinare l’account dell’ex presidente Donald Trump, aggiungendo “Vox Populi, Vox Dei”. Finora, con circa 5,4 milioni di voti, prevale il sì.

Spam, SpaceX, Tesla e YouTube

Spam, SpaceX, Tesla e YouTube

C’è un tipo di spam particolare che sta diventando più frequente: i
video fraudolenti su YouTube. Video che vengono addirittura consigliati da
YouTube ai suoi utenti.

Si tratta di video che sembrano pubblicati da aziende molto conosciute ma sono
in realtà creati da truffatori che prendono immagini, nomi e marchi di queste
aziende e riconfezionano il tutto in modo che lo spettatore creda di assistere
a una nuova comunicazione aziendale, per esempio l’annuncio di un nuovo
prodotto, mentre in realtà gli viene proposto del materiale video vecchio al
quale viene aggiunto un link che porta alla truffa vera e propria.

La cosa assurda, appunto, è che questi video finiscono fra quelli consigliati
allo spettatore da YouTube perché rispecchiano i suoi interessi.

Per esempio, nei video che mi vengono consigliati da YouTube mi è comparso
l’avviso di un video in diretta il cui titolo parlava di SpaceX, la società
spaziale di Elon Musk, e annunciava un aggiornamento da parte di Musk stesso
sul lancio del razzo gigante Falcon Heavy, un argomento che effettivamente mi interessa. L’account che presentava il video
aveva il marchio di Tesla, altra azienda di Musk, e si faceva chiamare
Tesla Academy.

Adesso sapete quali sono i miei interessi, almeno quelli che YouTube crede che siano i miei interessi.

Facendo scorrere il video, però, mi sono accorto che non era affatto una diretta, ma era una replica di una presentazione fatta da Elon Musk tempo fa, ed è comparso in sovrimpressione un codice QR insieme all’immagine di un tweet di Elon Musk che diceva “La tua vita cambierà entro pochi minuti se scansionerai il codice QR. Non è uno scherzo.”

Inoltre nei commenti erano stati fissati alcuni messaggi che parlavano di un grande giveaway, ossia di una distribuzione di regali da parte di Musk. Addirittura veniva proposto di raddoppiare le proprie criptovalute nel giro di “3-5 minuti” se si scansionava il codice QR mostrato nel video o si seguiva un link, citato nei commenti, per partecipare a questa elargizione.

Cliccando sul link o seguendo il codice QR si veniva portati a un sito contenente un annuncio, con tanto di logo di SpaceX e ritratto di Elon Musk, che spiegava i dettagli della partecipazione. Per raddoppiare le proprie criptovalute era sufficiente inviarle al sito.

Ovviamente si trattava di una trappola: se avessi abboccato, avrei mandato dei soldi non a SpaceX o a Elon Musk ma a degli sconosciuti, che sicuramente avrebbero fatto qualunque cosa tranne rimandarmene il doppio. Ho quindi segnalato a YouTube che si trattava di spam, usando l’apposita funzione e scegliendo la sezione “Spam o ingannevole” e poi “Truffe o frodi”, e infine ho descritto le ragioni della segnalazione.

YouTube ha rimosso il video poco dopo, a dimostrazione che segnalare questi truffatori funziona, ma resta un problema di fondo: YouTube non ha fatto prevenzione e ha accettato che venisse creato un utente il cui nome era un marchio registrato e la cui icona era anch’essa un marchio registrato, e ha inserito questo video truffaldino fra i consigliati, dandogli evidenza e visibilità, senza controllare se provenisse davvero dall’account dell’azienda titolare dei marchi.

Questa promozione da parte di YouTube di un video di truffatori è quindi molto pericolosa, perché conferisce credibilità al tentativo di frode. Se incontrate altri video di questo genere, segnalateli a YouTube, e avvisate i vostri conoscenti di questo fenomeno: non ci si può fidare ciecamente dei video consigliati da YouTube.