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L’intelligenza artificiale recupera le foto troppo scure

L’intelligenza artificiale recupera le foto troppo scure

Anche se i sensori delle fotocamere diventano sempre più sensibili e capaci di produrre foto anche in condizioni di luce scarsa, capita lo stesso di trovarsi in situazioni nelle quali le foto vengono scurissime. In questi casi la reazione tipica è cancellarle, magari con rammarico perché si tratta di scatti irripetibili. Ma forse è il caso di non buttarle via, perché presto potrebbero essere recuperabili.

Alcuni ricercatori presso la Intel e la University of Illinois Urbana–Champaign hanno usato il machine learning per “insegnare” al software come correggere le immagini digitali troppo scure, e persino quelle a prima vista completamente nere, con risultati impressionanti, mostrati nel video qui sotto e descritti con dovizia di esempi e in dettaglio nell’articolo tecnico intitolato Learning to See in the Dark.

Questo è un esempio di una foto in origine quasi completamente nera, recuperata con mezzi digitali tradizionali (a sinistra) e con il nuovo software (a destra):

In pratica il software viene addestrato mostrandogli tante coppie di foto della stessa scena, una sottoesposta e una esposta correttamente, e lasciando che “deduca” come elaborare quella scura per ottenere quella corretta.

Chissà se è possibile applicare questa tecnologia anche alle foto analogiche. Infatti c’è una foto particolarmente irripetibile ma sottoesposta che sarebbe bello recuperare: l’unica che mostra da vicino Neil Armstrong sulla Luna. Lo intravedete in basso a sinistra qui sotto.

Si tratta della foto AS11-40-5894; chi volesse cimentarsi in un tentativo di recupero di questa immagine può usare la scansione della pellicola originale in formato TIFF (189 MB) presente su Asu.edu.

Questo è il meglio che sono riuscito a fare con i miei modestissimi mezzi:

Sarebbe un bel modo di festeggiare il cinquantenario dello sbarco sulla Luna, che cade a luglio 2019. Ho scritto a uno degli autori della ricerca chiedendogli lumi (scusate l’involontario gioco di parole).

Facebook si offre per incontri di cuori solitari

Facebook ha annunciato che offrirà ai propri utenti un servizio di incontri, pensato per “costruire rapporti reali e a lungo termine, e non solo incontri occasionali”. Funzionerà, a quanto pare, abbinando gli utenti “specificamente con persone delle quali non sono già amiche” e consentendo agli utenti di creare profili che i loro amici su Facebook non potranno vedere.

La scelta del momento per annunciare una nuova funzione così intima forse non è delle più felici, visto il recente scandalo della raccolta planetaria di dati personali dei social network fatta da Cambridge Analytica, e le lingue taglienti di Internet non si sono fatte attendere.

Per esempio: “in altre parole, le condizioni adesso dicono ufficialmente: ‘Promettiamo di condividere i tuoi dati soltanto con sconosciuti’”:

Sam Biddle, giornalista di The Intercept, riassume così la scelta di Facebook in un tweet ora rimosso ma ancora nella cache di Google: “Zuck: la santità delle vostre informazioni private è estremamente importante. Ci dispiace che non siamo stati degni della vostra fiducia. Zuck 5 minuti dopo: Per favore caricate i dettagli della vostra vita sessuale e dei vostri desideri direttamente nella nostra app”.

Zuck: The sanctity of your private info is extremely important. We’re sorry we were untrustworthy.
Zuck 5 minutes later: Please upload the contours of your sex life and desires directly into our app
— Sam Biddle (@samfbiddle) May 1, 2018

Altri commenti sono su Daily Beast.

MELANI fa il punto degli attacchi informatici in Svizzera

MELANI fa il punto degli attacchi informatici in Svizzera

MELANI, la Centrale d’annuncio e d’analisi per la sicurezza dell’informazione del governo svizzero, ha pubblicato a fine aprile scorso il suo ventiseiesimo rapporto (PDF) sui principali incidenti informatici del secondo semestre 2017.

Le sempre più frequenti e corpose fughe di dati, come quella epica che ha colpito Yahoo e quelle che hanno coinvolto Swisscom e Dvd-shop.ch, sono uno dei temi principali del rapporto, insieme agli attacchi a sistemi di controllo industriali.

Ci sono stati anche attacchi importanti a dispositivi medici, come gli stimolatori cardiaci, decisamente interessanti per chi si occupa di sicurezza, ma spicca sorprendentemente il fatto che vecchi malware per attacchi a conti bancari come Downadup/Conficker “rimangono i software dannosi più diffusi in Svizzera, nonostante da oltre 10 anni esista una patch per la falla di sicurezza che sfruttano.” Dieci anni. Suvvia, gente, aggiornatevi.

Gli assistenti vocali danno i numeri

Gli assistenti vocali danno i numeri

Un utente ha chiesto ad un’Alexa statunitense quanto fa 10308: è interessante notare che la sintesi vocale varia la pronuncia della parola “oh” invece di essere sempre monocorde.

Questo è quello che succede se si chiede la stessa cosa ad un’Alexa britannica, che risponde con toni leggermente languidi:

Siri, a quanto pare, è un po’ meno robotica: dice che 10308 è un numero di 309 cifre che inizia con 1, 0, 0, 0 e poi propone il numero per esteso sullo schermo, attingendo al motore di ricerca matematico Wolfram Alpha.

Google Assistant, invece, risponde pigramente “1.0 x 10^308”:

Mah.

Viviamo nel futuro (a volte): il campanello smart incontra l’auto smart

Se mi seguite da qualche tempo sapete che sono sempre molto perplesso sull’utilità e sulla sicurezza degli oggetti digitali interconnessi via Internet, quelli che compongono la cosiddetta Internet delle Cose, però devo ammettere che quando la tecnologia di questi campanelli digitali funziona, permette cose prima impensabili.

Sta spopolando, per esempio, il video in cui Ryan Ross, proprietario di un campanello della Ring nel Regno Unito, specificamente a Londra, risolve in modo geniale la classica situazione del fattorino che immancabilmente arriva a consegnarci un pacco quando non siamo in casa. Anche Ryan Ross è lontano da casa, ma riesce a parlare con il fattorino e a vederlo via Internet, attraverso la telecamera del campanello “smart”.

Ryan spiega al fattorino di Amazon cosa fare per consegnargli il pacco senza lasciarlo incustodito: metterlo nel bagagliaio della sua auto. Che però è chiusa a chiave.

Nessun problema, dice Ryan: la apro io via Internet.

Il fattorino è già perplesso per il fatto di parlare tramite citofono con qualcuno che non è in casa, e gli chiede se è sicuro di poterlo fare. Ryan dice di sì, perché ha un’auto elettrica Tesla, che è una di quelle che si possono gestire via Internet tramite un’app, e così sblocca da lontano il bagagliaio.

Il fattorino, che a questo punto è ancora più sorpreso di vedere che l’auto davvero si apre da sola, mette il pacco nel bagagliaio, che poi Ryan richiude a chiave, sempre tramite l’app sullo smartphone, mentre tiene sotto controllo video la situazione grazie al campanello, in modo da non chiudere il bagagliaio per esempio in testa al sempre più incantato fattorino.

Il video ha già avuto cinquantamila di visualizzazioni ed è una bella dimostrazione dei vantaggi dell’Internet delle Cose. Perlomeno quando queste cose digitali sono progettate bene, installate meglio e gestite in modo intelligente e creativo.

Fake news tramite comunicato stampa: ci cascano in tanti

Fake news tramite comunicato stampa: ci cascano in tanti

Il gatto è bellissimo,
ma la notizia è falsa.

Nota: alcuni link sono intenzionalmente alterati aggiungendo “togliquesto-” all’indirizzo per non regalare clic a notizie errate e false.

Avete sentito la notizia del gattino Pilù, che avrebbe ereditato un milione e mezzo di euro? Ne hanno parlato molti giornali nazionali e locali (per esempio Repubblica).

E quella dell’eredità trovata in una cassetta di sicurezza a Lugano, in Svizzera, composta da quasi tre miliardi di lire italiane in banconote che però per la Banca d’Italia sono carta straccia? Questa ha avuto grande risonanza non solo in Italia (Il Giornale) ma anche, comprensibilmente, sulla stampa svizzera (per esempio Tio.ch e Rsi.ch).

C’è anche la notizia di un risarcimento di oltre 800 mila euro che il Ministero della Salute dovrà versare agli eredi di un uomo che contrasse l’epatite C in seguito a una trasfusione, diffusa da una nota agenzia di stampa (AGI) e pubblicata per esempio da La Stampa e Torino Oggi.

A prima vista queste notizie non hanno nulla in comune a parte un’ampia diffusione nei media, ma scavando un po’, come ha fatto il collega debunker David Puente qui, si scopre che tutte coinvolgono la stessa organizzazione, la Fondazione Italiana Risparmiatori, e sono soltanto alcune delle storie diffuse tramite comunicati stampa da questa fondazione. Storie che sono tutte inventate.

La Fondazione è una fabbrica di fake news che sfrutta la catena di fiducia che c’è nel giornalismo: se un giornalista riceve una notizia da un’agenzia di stampa, presume che sia corretta e verificata e quindi non la ricontrolla. A sua volta, l’agenzia di stampa presume che i comunicati stampa che riceve siano veritieri e raramente li verifica. E così i comunicati stampa falsi e inventati, come quelli di questa fantomatica Fondazione, arrivano sui giornali senza essere stati controllati.

In questo caso c’è anche una furberia aggiuntiva: queste notizie inventate non sono di importanza vitale, e quindi non attirano sospetti, e sono al tempo stesso curiose e interessanti, per cui sono altamente pubblicabili. Sono materiale ideale da offrire ai lettori: innocuo ma intrigante, ideale per fantasticarci sopra o per un commento al bar o sui social network. Ma restano comunque delle fake news.

Poco male, potreste pensare: se il gattino Pilù non esiste, non cambia la vita di nessuno. Ma in realtà i comunicati della sedicente Fondazione, che non risulta avere uno statuto, una partita IVA o un codice fiscale e dichiara sul proprio sito una sede milanese presso la quale però non c’è nessuna fondazione, rischiano di essere pubblicità gratuita per un’organizzazione che promette a chi si rivolge ai suoi servizi di poter ottenere improbabilissimi risarcimenti.

In cambio, si presume, di una parcella, come è già accaduto per un altro nome ricorrente nelle fake news propagate tramite comunicato stampa: quello di Giacinto Canzona, ex avvocato che si fece conoscere in questo modo e riuscì a farsi dare cento euro di anticipo da circa novecento vittime, attratte dal miraggio di poter recuperare le lire dai libretti di risparmio dormienti. Fate voi i conti di quanto gli ha fruttato questa promessa impossibile da mantenere.

Per i giornalisti è insomma il caso di segnarsi nomi come quello della Fondazione Italiana Risparmiatori, di Giacinto Canzona, e anche dell’agenzia Agitalia e di Alessandro Proto, altre conclamate fabbriche di notizie false: se compaiono in un comunicato stampa, è quasi sicuro che si tratta di fake news da cestinare per proteggere i lettori. Peccato per il gattino.

Fonti aggiuntive: Corriere della Sera.

Il Delirio del Giorno: punteggiatura, questa sconosciuta

Ultimo aggiornamento: 2018/05/17 15:00. 

Riporto integralmente, senza punteggiatura aggiunta, un commento arrivato il 15 maggio scorso:

stati uniti d’America si sono sempre vantati di essere il paese che ha investito miliardi di dollari per la sicurezza nazionale è tu con queste foto mi vuoi far credere che al pentagono sia caduto un aereo con foto che provano solo di un foro di diametro 5 metri con dimesioni di un aereo altezza piu’ apertura alare maggiori ,inoltre voglio vedere chi possa essere cosi un bravo pilota a sorvolare a raso terra a quelle velocità con ripida discesa e rapida virata per non parlare poi delle torri gemelle studiare un pò di fisica sarebbe meglio vai a vedere di altri incidenti aerei che sono caduti su edifici confronta ciò che è rimasto poi ne trai le conclusioni eviva la sicurezza falle nella sicurezza telecamere sequestrate per non far vedere nulla e nascondere la verità STUDIare effetto venturi capire cosa succede a pochi metri dal suolo alla velocita di 700-800 KM-ORARI un aereo la verità di quel famoso 11 settembre era nei nostri occhi ma si voleva credere solo cio che dicevano i mas media e il governo americano convincerci che erano dei martiri io questo lo chiamo INGANNO GLOBALE è gli americani in queste cose sono molto bravi come attori ripercorrendo la storia di ciò che hanno fatto non c’è da stupirsi per capire ciò che è successo bisogna conoscere bene la fisica gli effetti del fuoco il potere di calore che ha il cherosene ,non fonde putrelle d’acciaio è sopratutto in brevissimo tempo mi fermo qui tanto questo non cambiera la vostra idea ma nemmeno io questa è la mia linea di fatti che i miei occhi hanno potuto vedere con la conoscenza sia nel mondo aeronautico che nella fisica poi ognuno è libero di credere ciò che vuole almeno in questo c’è ancora la libertà

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Come mai la gente perde fiducia nel giornalismo? Esempio: ANSA

Come mai la gente perde fiducia nel giornalismo? Esempio: ANSA

Vedo tanti giornalisti aggirarsi sconsolati, stupiti dal crollo della fiducia nei confronto del loro lavoro, incapaci di spiegarsene il perché. Poi leggo cose come questa, di ANSA: no, dico, ANSA, mica il Gazzettino di Casalpusterlengo.

Il lancio di agenzia è intitolato “Tesla con pilota automatico si schianta contro camion”.

Il testo del lancio, invece, dice che “non è certo che la modalità di guida semi-autonoma fosse inserita”.

Screenshot (e copia su Archive.is):

Non solo: andando a prendere le fonti originali, viene fuori che l’auto andava a 60 miglia orarie, non a 60 chilometri orari. 60 mph sono 96 km/h. Una bella differenza.

Sarebbe questo il modo di fare giornalismo, secondo ANSA? Va notato che questi sono gli errori di cui mi accorgo io perché conosco l’argomento. Ma ognuno di noi nota errori analoghi per le notizie che riguardano i suoi campi di competenza.

Cari colleghi giornalisti, se volete capire perché la gente si fida sempre meno di voi, non andate a cercare colpe altrove e non dite che è per via delle fake news: guardatevi prima in casa.

Per chi volesse disquisire sull’uso e l’abuso della guida assistita (Autopilot) delle Tesla: l’ho già fatto qui nel 2016 scambiando due parole direttamente con Elon Musk.

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“Di chi sono i miei dati?” Ne parlo oggi alle 17 al Museo di Leventina

Oggi alle 17 sarò a Giornico, al Museo di Leventina (link su Google Maps), per parlare di conservazione dei dati digitali per comuni mortali e delle censure inaspettate che emergono dalle normative sul diritto di copia. L’ingresso è libero.

Fabbriche di fake news: ora anche in Ghana

Fabbriche di fake news: ora anche in Ghana

Uno dei dubbi più frequenti a proposito del fenomeno fake news è che le notizie false sono sempre esistite: ma allora come mai se ne fa un gran parlare proprio adesso? Convenienza politica? No, c’è una ragione molto concreta: le fake news di oggi sono industrializzate.

In passato le notizie false venivano disseminate principalmente per propaganda ideologica, politica o governativa e, secondariamente, per promuovere un prodotto denigrando quelli concorrenti. Ma oggi si è aggiunto un motivo in più: i soldi. Soldi che chi fa fake news intasca direttamente grazie a Internet e ai suoi meccanismi pubblicitari automatici, come AdSense di Google.

Questi meccanismi inseriscono pubblicità nei siti Web e nelle pagine Facebook, i cui proprietari ricevono un compenso per ogni visualizzazione. Non importa se le notizie ospitate sono vere o false: importa solo che vengano lette tante volte. Di conseguenza, si è sviluppato un arcipelago di piccoli imprenditori delle fake news che non sono mossi da ideologie ma soltanto dall’intento di guadagnare, senza alcuno scrupolo morale.

Ne avevo parlato a dicembre 2016 per un caso italiano, e a febbraio 2017 aveva fatto scalpore la rivelazione che Veles, una cittadina di circa 50.000 abitanti nella Repubblica di Macedonia, era una fucina di questi piccoli imprenditori: gente che pubblicava qualunque storia falsa purché fosse capace di attirare clic e quindi generare incassi pubblicitari.

C’erano diciottenni che, gestendo siti di fake news favorevoli a Donald Trump durante la sua campagna presidenziale, incassavano migliaia di euro al mese in un paese nel quale lo stipendio medio si aggira intorno ai quattrocento euro. Pubblicavano queste fake news e poi usavano decine di profili falsi per segnalarle nei gruppi Facebook politicamente schierati, i cui membri facevano il resto del lavoro, condividendo queste notizie a loro gradite e generando un numero elevato di visitatori e quindi di incassi pubblicitari.

I ragazzi di Veles non lo facevano perché credevano nel programma del candidato alla presidenza, ma semplicemente perché volevano un’auto nuova e uno smartphone più bello e perché Internet glielo rendeva facile. Facile, s’intende, a patto di essere disposti a infischiarsene delle conseguenze.

Google ha poi scoperto la manipolazione e ha revocato le inserzioni pubblicitarie di queste catene di montaggio delle fandonie, ma ne sono subito emerse altre in altri paesi.

Uno dei casi più recenti riguarda il Ghana, dove è stata smascherata una rete di siti i cui nomi erano molto simili a quelli delle testate giornalistiche internazionali, come tv-cnn.com, france24-tv.com o huffingtonpost-fm.com. Questi siti pubblicavano notizie false, specializzandosi in annunci di morte di persone celebri o arresti clamorosi per droga. Se avete sentito la storia del ristorante che servirebbe carne umana, ambientata in vari paesi del mondo, è parte del repertorio di questa fabbrica ghanese. Forse le fake news prenderanno il posto delle truffe “alla nigeriana”.

Anche qui il motore era il denaro pubblicitario di Google, ContentAd e altre agenzie, e anche qui, alla fine di una lunga e complessa indagine tecnica, realizzata da Leadstories.com, che ha rivelato i legami fra questi siti, le agenzie hanno revocato i propri pagamenti.

Ma non appena viene chiusa con fatica una rete di fake news, se ne apre un’altra con facilità. Per debellarle c’è una sola tecnica efficace, che spetta a noi utenti mettere in atto: fare attenzione alla fonte prima di condividere online qualunque notizia.