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Facebook offriva pubblicità mirata contro gli ebrei. E non lo sapeva

Facebook offriva pubblicità mirata contro gli ebrei. E non lo sapeva

Credit: ProPublica.

Quando parlo dello strapotere sociale della profilazione effettuata di Facebook, la gente mi guarda storto, come se fossi paranoico. Ma dai, mi dicono, Facebook ti profila i gusti commerciali, le marche che ti piacciono, la musica che ti interessa, che male c’è, lo fanno in tanti; sei tu che decidi volontariamente di indicare cosa ti piace e cosa no.

Forse questa storia farà ricredere qualcuno di questi ottimisti che riversano la propria esistenza nel più grande archivio di schedatura di massa della storia del mondo.

Facebook è stata colta a offire pubblicità mirata a chi era stato classificato, da Facebook stesso, come “persona che odia gli ebrei” o che aveva manifestato interesse per argomenti tipo “Come bruciare gli ebrei” oppure “Storia di come gli ebrei rovinano il mondo”. Lo ha scoperto ProPublica.org, dimostrando pubblicamente che non si trattava di una teoria ma di un fatto in maniera molto semplice: ha acquistato da Facebook pubblicità mirata proprio per queste specifiche categorie. Facebook ha approvato gli acquisti nel giro di quindici minuti.

ProPublica ha pubblicato screenshot e dettagli del procedimento, descrivendolo con precisione e notando che Facebook descriveva la categoria pubblicitaria specificamente includendo la parola polacca Antysemityzm, che probabilmente non ha bisogno di traduzione.

Propublica sottolinea anche l’incredibile dettaglio delle categorie pubblicitarie offerte da Facebook: sono oltre ventinovemila. Altro che “mi profilano solo i gusti negli acquisti che indico io”.

Non è finita: Facebook ha risposto alla denuncia di ProPublica confermando l’esistenza di queste opzioni e dichiarando si tratta di categorie che hanno una partecipazione “incredibilmente piccola” (a quanto pare, quasi duecentomila persone per Facebook sono niente) e che sta “costruendo nuove restrizioni… per prevenire che in futuro accadano altre questioni come questa”. In altre parole, non solo Facebook offriva categorie specifiche per razzismo e discriminazione, ma non sapeva che il suo sistema le offriva finché non gliel‘ha detto ProPublica. Queste categorie erano generate automaticamente dal sistema.

Siete sicuri di voler affidare tutti i dati della vostra vita a un sistema automatico di cui nessuno è realmente al comando e che può essere manipolato in questi modi?

Twitter, come difendersi dal monitoraggio pubblicitario e dalla localizzazione

Twitter, come difendersi dal monitoraggio pubblicitario e dalla localizzazione

Molti utenti sanno che i social network ci offrono gratuitamente i loro servizi perché li paghiamo permettendo che raccolgano dati sui nostri legami affettivi, sui nostri gusti personali, sui nostri spostamenti e sulle nostre abitudini, da rivendere ai pubblicitari. È per questo che quando cercate su Internet informazioni per esempio su ristoranti, viaggi o scarpe subito dopo vi compaiono ovunque, e specialmente nei social network, proprio le pubblicità di ristoranti, viaggi e scarpe.

Ma non tutti sanno quanto sia profonda e invasiva questa raccolta di dati, perché i social network non la pubblicizzano granché e ne cambiano spesso le regole. Vediamo come rivelare i dettagli e la portata della raccolta di dati fatta da Twitter, che di recente ha appunto diffuso agli utenti un avviso di cambiamento degli annunci pubblicitari.

Se volete sapere quanti sono e chi sono i pubblicitari che vi pedinano su Twitter, preparatevi a una sorpresa. Andate nell’app di Twitter e scegliete Impostazioni – Privacy e sicurezza – Personalizzazione e dati, attivate la personalizzazione (se per caso la trovate spenta) e scegliete Vedi i tuoi dati di Twitter. Qui scegliete la scheda I tuoi dati e cercate la voce Tailored audience (che stranamente resta in inglese anche nella versione italiana).

Troverete dei numeri impressionanti: io, nei miei account, ho scoperto di far parte di ben 1523 pubblici (nel senso di plurale di “pubblico”) e di essere seguito da 628 inserzionisti. Anche un altro mio account ha rivelato numeri analoghi pur non essendo particolarmente attivo o seguito.

Fatto questo, potete chiedere di sapere chi sono questi inserzionisti toccando la voce Richiedi lista inserzionisti: l’elenco vi arriverà successivamente (con molta calma).

Sempre nella scheda I tuoi dati, sfogliate la sezione Interessi: troverete un elenco dei temi che vi interessano secondo Twitter, dedotti partendo dai contenuti dei vostri tweet. Non è una raccolta molto precisa: io sarei particolarmente interessato agli accessori da donna e ai viaggi di lusso e sarei un fan delle celebrità e del gossip. Ma anche no.

E a proposito di pedinamento pubblicitario, date un’occhiata anche alla sezione Luoghi in cui sei stato. Toccando Modifica scoprirete che Twitter registra silenziosamente i nomi dei luoghi che visitate, a disposizione di chiunque metta le mani sul vostro telefonino.

Se volete bloccare questo genere di sorveglianza pubblicitaria, scegliete Impostazioni – Privacy e sicurezza – Personalizzazione e dati e disabilitate tutto. Poi andate in Vedi i tuoi dati di Twitter, scegliete la scheda I tuoi dati e disabilitate tutte le voci negli elenchi Interessato a e Noto per.

Infine potete negare il permesso a Twitter di accedere alla vostra geolocalizzazione: su Android andate nell’app di Twitter e scegliete Impostazioni – Posizione e proxy; su iPhone andate nelle impostazioni di iOS e scegliete Privacy – Localizzazione e spegnete selettivamente la geolocalizzazione di Twitter.

Sfuggire all’occhio insonne dei pubblicitari social, come vedete, non è facile.

Fonti aggiuntive: The Verge.

Minecraft, occhio alle mod per Android

Minecraft, occhio alle mod per Android

Di solito gli store ufficiali delle app per tablet e telefonini sono considerati posti sicuri, ma ogni tanto qualche app ostile riesce a passare i controlli di sicurezza. Stavolta è il turno di Google Play, dal quale sono state rimosse ben 87 app che erano false mod per Minecraft.

Invece di modificare il gioco, queste app prendono il controllo del dispositivo dell’utente e lo bombardano di pubblicità scaricate oppure aprono una finestra del browser che visualizza pubblicità, sondaggi e finti allarmi per virus, come segnala Graham Cluley. E ovviamente nulla vieta a un’app del genere di scaricare malware al posto di pubblicità.

Per evitare questo rischio, oltre a stare negli store ufficiali è opportuno guardare le recensioni delle singole app: se un’app ha dei comportamenti strani, gli altri utenti li segnaleranno. Un altro modo per scansare app ostili è stare attenti alle richieste di permessi: un’app di gioco che chiede permessi di amministratore o di pubblicare contenuti sui social network è probabilmente malintenzionata. Infine è sempre buona cosa installare preventivamente un buon antivirus, in grado di riconoscere buona parte delle app infette.

Quali sono le ricerche più frequenti in Google e quanto valgono

Quali sono le ricerche più frequenti in Google e quanto valgono

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2017/03/31 11:30.

Mondovo ha pubblicato un elenco molto interessante delle domande più frequenti rivolte a Google e l’ha completata con un dato poco conosciuto, ossia il valore commerciale di ciascuna di queste domande: in altre parole, quanto paga un inserzionista per far comparire la propria pubblicità nei risultati di Google quando digitate una specifica domanda.

L’elenco è in inglese, lingua internazionalmente prevalente, e riserva parecchie sorprese: per esempio, la domanda più frequente in assoluto è what is my IP, “qual è il mio indirizzo IP”, che vale 12 centesimi di dollaro; la seconda è what time is it, “che ore sono” (99 centesimi), che va chiarita perché di solito è seguita dal nome di una località (gli internauti non sono così rimbambiti da chiedere a Google che ore sono invece di guardare l’ora sull’orologio o sul telefonino – almeno spero).

Al terzo posto una domanda tipicamente americana: how to register to vote, “come iscriversi alle liste degli elettori” (2 dollari e 13 cent).

Al quarto posto c’è what do you mean, “che cosa intendi”, ma attenzione: è il titolo di una canzone di Justin Bieber.

Al quinto posto una domanda strana: how to tie a tie, “come fare il nodo a una cravatta” (1 dollaro e 62 cent).

Seguono poi can you run it, “puoi farlo girare”, che vale ben 2 dollari e 53 centesimi; how deep is your love (titolo di una canzone immortale dei Bee Gees e di una più recente di Calvin Harris, 2 dollari e 23 cent); what song is this, “che canzone è questa” (75 cent); how to lose weight, “come perdere peso” (50 cent); e per chiudere la top ten c’è how many ounces in a cup, “quante once stanno in una tazza”, domanda richiestissima per le ricette di cucina, che vale quindi ben 3 dollari e 22 cent.

Sorprende la mancanza quasi totale di domande intime: how to get pregnant (“come rimanere incinta”) è al ventesimo posto e how to have sex (“come fare sesso”) è al cinquantatreesimo. Il resto della classifica è dedicato principalmente a domande di cucina e a domande informatiche.

Se vi piacciono le classifiche come queste, date un’occhiata anche alle 1000 parole più cercate in Google: i primi cinque posti sono occupati da nomi di siti (facebook è il numero uno, con 2,1 miliardi di richieste al mese), probabilmente perché molti utenti hanno l’abitudine di digitare in Google il nome del sito che desiderano visitare invece di digitarlo nella casella dell’indirizzo.

Il cinico business delle bufale. Prima parte: Liberogiornale.com

Il cinico business delle bufale. Prima parte: Liberogiornale.com

di Paolo Attivissimo con la collaborazione tecnica di David Puente. Pubblicazione iniziale: 2016/12/16 7:00. Ultimo aggiornamento: 2016/12/27 10:10.

“Gentiloni choc: ‘Gli italiani imparino a fare sacrifici e la smettano di lamentarsi”, scrive Liberogiornale.com, e la notizia (completamente falsa) diventa rapidamente la più letta in Italia, con decine di migliaia di condivisioni sui social network, secondo i dati di Repubblica.

Ma Liberogiornale.com non è un semplice sito d’informazione amatoriale che sbaglia o un sito di “satira e finzione” (come asserisce in caratteri piccolissimi in un angolo ben nascosto): è una fabbrica professionale di panzane. Pubblica intenzionalmente balle per fare soldi; e se queste balle disinformano un intero paese, creano panico infondato o danneggiano qualcuno, fa niente, tanto i soldi della pubblicità non puzzano e anzi lavano la coscienza.

Altro che informazione “alternativa” di Internet: Liberogiornale.com è in realtà una struttura schiettamente commerciale, che lucra sulle false notizie e sfrutta gli utenti che abboccano ai suoi strilli acchiappaclic. E fa parte di una rete professionale occulta di siti sparabufale che ha ramificazioni anche fuori dall’Italia. Con l’aiuto di David Puente, collega debunker ed esperto in tracciamento online, oggi cominciamo a diradare la cortina fumogena che ha finora coperto gli affari cinici degli spacciatori di false notizie-shock.

La piovra delle panzane

Liberogiornale.com fa parte di una galassia di siti bufalari che spesso storpiano in modo ingannevole i nomi di testate giornalistiche molto note, come Ilfattoquotidaino.com (non è un refuso: è proprio quotidaino), News24tg.com o Gazzettadellasera.com.

L’intento sembra piuttosto evidente: ingannare i lettori facendo credere che le notizie pubblicate provengano da testate autorevoli e incassare grazie al traffico pubblicitario derivante dalla frenetica condivisione.

I nomi dei titolari di questi siti sono nascosti: se si consulta il registro pubblico dei titolari, per esempio tramite Domaintools, risulta che Liberogiornale.com è intestato alla società Domains by Proxy LLC, che è una delle tante aziende online alle quali ci si rivolge per proteggere la propria identità da spammer e altri scocciatori.

Ma c’è un legame nascosto che unisce questi siti apparentemente distinti e permette di risalire ai loro veri proprietari, ed è proprio la pubblicità. Esaminando attentamente il codice pubblico delle loro pagine, come ha fatto David Puente nell’ambito di un’indagine ben più ampia durata alcuni mesi, emerge infatti che questi siti usano una stessa fonte, e addirittura condividono lo stesso account da publisher, per i propri banner pubblicitari.

La fonte è la società Edinet, con sede a Sofia, in Bulgaria. I suoi dati pubblici sono nel registro del Ministero della Giustizia bulgaro. Il sito della società è Edinet.bg, il cui “Chi siamo” (scritto, stranamente, in italiano) spiega che si tratta di un “Gruppo editoriale” che ha uffici “in Francia, Germania, Slovenia e soprattutto Italia. I componenti e collaboratori di Edinet sono al 90% Italiani ed è proprio in Italia che sono puntate tutte le nostre risorse.” Ma che sorpresa.

Il registro del ministero bulgaro indica anche il nome del titolare di Edinet: Carlo Enrico Matteo Ricci Mingani.

Ulteriori ricerche fanno poi emergere un comunicato stampa, presso Comunicati-stampa.net, nel quale compare il nome di Matteo Ricci come “responsabile delle pubblicazioni” di Edinet Ltd. Il comunicato annuncia che “Edinet Ltd ha rilevato il gruppo KontroKultura”. Guarda caso, L’account publisher condiviso da questi siti si chiama “kontrokultura”. Ricci si vanta di gestire “oltre 30 testate online”.

Quali altri siti ospitano i banner pubblicitari di Edinet con l’account “kontrokultura”? A questo punto non è difficile scoprirlo, usando sempre strumenti pubblici: oltre a Gazzettadellasera.com e Liberogiornale.com spuntano News24europa.com, News24tg.com, Notiziea5stelle.com e altri ancora.

Ci sono molti altri elementi che legano e accomunano questi siti: questo è solo l’inizio e ne parleremo nelle prossime puntate. C’è anche, intorno a questi siti, uno stuolo di promotori, di “pompatori” di queste false notizie sui social network: complici consapevoli e inconsapevoli. Ma se nel frattempo volete sapere chi è che fabbrica queste bufale ad alto impatto sociale e politico, chi crea polemiche finte, chi coordina questo spaccio destabilizzante, ora avete un nome. Un nome che ha fatto molto per nascondere le proprie tracce, ma che alla fine è emerso usando proprio le risorse di quella Rete che i bufalari di professione vorrebbero sfruttare come miniera d’oro personale.

2016/12/17

Questo articolo ha superato le centomila visualizzazioni ed è stato ripreso da molte testate giornalistiche, sia online sia su carta: Il Secolo XIX, Repubblica, Il Post, TGCom24, La Stampa, Il Foglio e altri. È un buon passo verso l’obiettivo di questo ciclo di indagini, che non è la censura, ma la segnalazione al grande pubblico dell’esistenza di un business della bufala, socialmente pericoloso e poco conosciuto. Poi ognuno deciderà se alimentare questo business o no. E personalmente sono contrario alla censura, come chiunque può leggere nei miei articoli sul tema.

Matteo Ricci Mingani ha fatto alcune dichiarazioni a Repubblica, al Corriere, al Secolo XIX e ad Agi.it. Sempre Agi.it, a firma di Matteo Flora e Arcangelo Rociola, ha proseguito l’indagine, partendo dai dati pubblicati qui e fornendo altri dettagli sull’attività e la struttura di Edinet e della galassia di siti promotori di articoli-bufala.

Mingani ha dichiarato di essere estraneo ai contenuti dei siti in questione e di fare semplice hosting: le prossime puntate di questa indagine documenteranno che questa sua asserzione è perlomeno fantasiosa.

Intanto Liberogiornale.com e Ilfattoquotidaino.com hanno sospeso volontariamente le pubblicazioni: al posto delle bufale ora c’è solo un avviso che recita “Servizio sospeso – Edinet Ltd in seguito a quanto appreso dai mezzi di comunicazione sospende l’erogazione del servizio gestito su nostri server in via cautelare. Edinet Ltd è estranea ai contenuti pubblicati da terzi ospitati su nostri server.” Forse involontariamente, l’avviso conferma che Edinet è collegata a Liberogiornale.com e Ilfattoquotidaino.com.

Matteo Ricci Mingani ha eliminato il proprio account Twitter (@nighyfly), che mostrava la sua affiliazione politica molto esplicita: un aspetto che David Puente ed io conoscevamo ma abbiamo volutamente messo da parte per non prestare il fianco a chi, inevitabilmente, avrebbe teorizzato un attacco politicizzato, distraendo dal reale scopo del debunking, che è ridurre i danni causati dalle bufale. Francamente a me non interessa il colore politico degli spacciatori di bufale: di destra o di sinistra, sono comunque pusher della panzana e seminano odio e paure infondate.

Un altro chiarimento importante: molti hanno collegato la pubblicazione di questa indagine al recente appello della Presidente della Camera, Laura Boldrini, contro le bufale del Web, pensando che l’indagine sia stata fatta in risposta a questo appello. Per farla breve: no. Una ricerca sistematica e dettagliata come quella che David Puente mi ha fornito non s’improvvisa in qualche giorno. I dati che ho visto (e che non ho ancora pubblicato) risalgono a mesi fa, quando non era neanche stato immaginato il convegno sulle bufale che ho moderato a Montecitorio.

2016/12/27

La seconda parte di questa serie di articoli è stata pubblicata qui.

Malware nelle pubblicità su siti popolarissimi: un adblocker diventa un antivirus

Malware nelle pubblicità su siti popolarissimi: un adblocker diventa un antivirus

Usare un adblocker è sempre controverso, perché bloccare le pubblicità significa togliere ai siti la loro fonte di sussistenza. Ma il mondo delle pubblicità online ha grossi problemi, perché viene usato spesso per veicolare attacchi informatici che colpiscono anche i visitatori di siti irreprensibili, e quindi usare un adblocker finisce per essere una forma di protezione informatica.

Le pubblicità, infatti, vengono inserite nei siti usando codice fornito dalle agenzie pubblicitarie, che a loro volta ricevono questo codice dagli inserzionisti. E fra gli inserzionisti si sono intrufolati anche i criminali informatici, che infilano i propri attacchi nel codice pubblicitario. Le agenzie filtrano e controllano, ma le tecniche dei criminali sono davvero ingegnose e superano i controlli.

La società di sicurezza informatica Eset segnala infatti che nel corso degli ultimi due mesi milioni di persone che visitano siti mainstream sono stati colpiti da un attacco nel quale il codice ostile è nascosto addirittura nei parametri che regolano la trasparenza dei pixel di un’immagine legata alle campagne di app chiamate Browser Defence o Broxu.

In sintesi, il Javascript contenuto nel codice dell’inserzione di per sé è pulito, ma scarica un’immagine-banner che contiene variazioni invisibili dei pixel che il Javascript interpreta per estrarne appunto il codice ostile. Questo sistema elude i filtri di sicurezza e infetta gli utenti che usano versioni non aggiornate di Internet Explorer e di Adobe Flash.

Fonti: Malwarebytes, Ars Technica.

Adblock Plus, il bloccapubblicità, venderà pubblicità

Adblock Plus, il bloccapubblicità, venderà pubblicità

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2016/09/20 1:35.

Adblock Plus è un popolarissimo accessorio per browser che blocca il caricamento delle pubblicità, eliminandone il fastidio e accelerando il caricamento delle pagine. Di conseguenza è amatissimo dagli internauti, specialmente se connessi su linee lente o tramite telefonino con contratti a consumo.

Pochi giorni fa, però, Eeyo, l’azienda che possiede Adblock Plus, ha fatto un annuncio che rischia di compromettere l’affetto conquistato fin qui: venderà pubblicità che sarà immune al suo filtraggio e verrà mostrata al posto di quella predefinita e scelta dal sito che ospita gli spazi pubblicitari.

In pratica, Adblock Plus gestirà una “lista bianca” di inserzionisti; tutti gli altri pubblicitari saranno in una lista nera costantemente aggiornata. Per essere promossi alla lista bianca basterà usare formati pubblicitari non invadenti e pagare una commissione del 6% ad Adblock Plus.

C’è chi parla apertamente di “estorsione”, ma va detto che la sostituzione degli spot a favore di Adblock Plus è disattivabile dagli utenti, per cui chi vuole può continuare ad avere il blocco totale delle pubblicità. Ma c’è il rischio che molti utenti decidano di abbandonare Adblock Plus in favore di altri prodotti analoghi, come Ublock Origin (per Chrome, Firefox, Opera), che non si pongono come dazieri ai quali pagare un pedaggio e vivono grazie alle donazioni degli utenti.


Fonti: Naked Security, Gizmodo.

Bloccare pubblicità indesiderata nel Web con uBlock

Bloccare pubblicità indesiderata nel Web con uBlock

Molti conoscono AdBlock Plus, un’estensione per bloccare le pubblicità fastidiose nei browser, ma alcuni lamentano la sua pesantezza e il suo coinvolgimento in problemi legali a causa della sua capacità di concedere favoritismi ad alcuni inserzionisti.

Se Adblock Plus vi sta stretto, potete provare uBlock, un’alternativa gratuita e open source, disponibile per vari browser (Chrome, Firefox, Opera, Safari e altri) e considerato più leggero della concorrenza in termini di consumo di risorse.

Lo scopo dichiarato di uBlock è quello di consentire agli utenti di scegliere personalmente quali contenuti pubblicitari filtrare e quali accettare, per esempio per sostenere i siti graditi, come già fanno più di un milione di utenti. Questo software è sostenuto dalle donazioni degli utenti, cosa che (insieme alla trasparenza offerta dalla sua natura open source) dovrebbe permettere un buon livello d’indipendenza e di correttezza.

Quanto guadagna una celebrità da una foto su Instagram o Twitter? Tanto

Se vi siete mai chiesti come mai le celebrità passano così tanto tempo sui social network, il New York Times ha la risposta: non è solo questione di autopromozione, ma c’è un mercato pubblicitario davvero notevole intorno a una foto su Instagram, un video su Youtube o un messaggio su Twitter.

Secondo i dati raccolti dall’agenzia Captiv8, chi ha da tre a sette milioni di seguaci può percepire circa 187.000 dollari per un video su Youtube, 75.000 dollari per un post su Instagram o Snapchat e 30.000 dollari per un tweet. Chi ha da 50.000 a 500.000 follower può aspettarsi offerte di 400 dollari per un tweet, 1000 dollari per un post su Instagram o Snapchat e 2500 dollari per un video su Youtube.

Cifre notevoli, ma secondo il NYT sono nulla rispetto a quello che guadagnano celebrità che hanno decine di milioni di seguaci, come Kim Kardashian. Niente di male, per carità, ma le autorità statunitensi, in particolare la Federal Trade Commission, obiettano che i consumatori dovrebbero essere avvisati chiaramente quando una celebrità parla bene di un prodotto perché viene pagata per farlo e non perché lo ritiene davvero degno di essere segnalato. Finché non ci saranno avvisi che permettano di distinguere fra spot e opinioni sincere (per esempio l’uso di un hashtag come #ad), sarà meglio presumere che ogni prodotto citato da una persona con tanti seguaci possa essere fortemente sponsorizzato.

Mackeeper è utile o pericoloso? Di certo non gestisce bene le critiche

Mackeeper è utile o pericoloso? Di certo non gestisce bene le critiche

Mi arrivano spesso domande su MacKeeper, una utility per Mac che promette di aiutare a risolvere problemi di sicurezza ma è nota soprattutto per la sua pubblicità onnipresente e assillante oltre che per aver custodito i dati e le password dei propri utenti tenendoli in chiaro in un file accessibili via Internet.

L’esperto di sicurezza informatica Graham Cluley nota che MacKeeper “non gode della migliore delle reputazioni” anche per via delle proprie campagne pubblicitarie che spaventano gli utenti con frasi allarmanti come “IL TUO MAC È LENTO E PROBABILMENTE INFETTO!”. Gli sviluppatori di MacKeeper rispondono che è colpa dei loro affiliati pubblicitari, però non sembrano scoraggiare queste tattiche promozionali.

Non è l’unico problema di gestione di Kromtech, l’azienda che ora possiede MacKeeper, sta gestendo molto male: Apple Insider segnala che la Kromtech ha risposto ai video di critica di un quattordicenne, Luqman Wadood, intimandogli di toglierli da Youtube se non voleva affrontare una causa legale per molestie e diffamazione e facendogli notare che un’azione legale intentata da Kromtech contro un altro recensore su Youtube era costato al recensore oltre 60.000 dollari di spese legali e giudiziarie.

Uno dei video è ancora pubblico e contiene citazioni e documenti decisamente imbarazzanti, che denunciano comportamenti disonesti e ingannevoli da parte di MacKeeper, come siti di finte recensioni. Il video segnala anche le critiche tecniche e commerciali di iMore, Cult of Mac, PC World e altri siti. PCWorld, in particolare, nota che MacKeeper segnala che un Mac è in condizioni “serie” persino quando si tratta di un OS X appena installato e aggiornato.

Se Kromtech non avesse minacciato di far causa a un ragazzino, probabilmente il suo video e la sua storia non sarebbero diventati così conosciuti. Per cui una cosa è certa: i gestori di MacKeeper dovrebbero ripassarsi il concetto di effetto Streisand.