Vai al contenuto

*Podcast RSI – Google blocca l’adblocker che blocca gli spot; iPhone, arrivano gli app store alternativi, ma solo in UE

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della
Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate
qui sul sito della RSI
(si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare
qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite
iTunes,
Google Podcasts,
Spotify
e
feed RSS.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle
fonti di questa puntata, sono qui sotto.

Vi piacciono gli adblocker? Quelle app che bloccano le pubblicità e
rendono così fluida e veloce l’esplorazione dei siti Web, senza continue
interruzioni? O state pensando di installarne uno perché avete visto che gli
altri navigano beatamente senza spot? Beh, se adoperate o state valutando di
installare uno degli adblocker più popolari, uBlock Origin, c’è una novità
importante che vi riguarda: Google sta per bloccarlo sul proprio browser
Chrome. Ma c’è un modo per risolvere il problema.

Ve lo racconto in questa puntata del Disinformatico, il podcast della
Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane
dell’informatica, e vi racconto anche cosa succede realmente con gli iPhone
ora che l’App Store di Apple non è più l’unico store per le app per
questi telefoni e quindi aziende come Epic Games, quella di Fortnite, sono
finalmente libere di offrire i propri prodotti senza dover pagare il 30% di
dazio ad Apple, anche se lo sono solo a certe condizioni complicate. Vediamole
insieme. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Google sta per bloccare l’adblocker uBlock Origin

La pubblicità nei siti a volte è talmente invadente, specialmente sugli
schermi relativamente piccoli degli smartphone, che diventa impossibile
leggere i contenuti perché sono completamente coperti da banner, pop-up e
tutte le altre forme di interruzione inventate in questi anni dai
pubblicitari. Molti utenti si difendono da quest’invasione di réclame
adottando una misura drastica: un adblocker, ossia un’app che si
aggiunge al proprio browser sul computer, sul tablet o sul telefono e blocca
le pubblicità.

Uno degli adblocker più popolari, con decine di milioni di utenti, è uBlock
Origin, un’app gratuita disponibile per tutti i principali browser, come per
esempio Edge, Firefox, Chrome, Opera e Safari. È scaricabile presso
Ublockorigin.com ed è manutenuto ormai
da un decennio dal suo creatore, Raymond Hill, che non solo offre
gratuitamente questo software ma rifiuta esplicitamente qualunque donazione o
sponsorizzazione. Questa sua fiera indipendenza, rimasta intatta mentre altri
adblocker sono scesi a compromessi lasciando passare le “pubblicità amiche”,
lo ha fatto diventare estremamente popolare.

Il sito di Ublock Origin.

Ovviamente i pubblicitari, e i siti che si mantengono tramite le pubblicità,
non vedono di buon occhio questo successo degli adblocker, e quindi c’è una
rincorsa tecnologica continua fra chi crea pubblicità che eludono gli ablocker
in modi sempre nuovi e chi crea adblocker che cercano di bloccare anche quei
nuovi modi.

Anche Google vive di pubblicità, e quindi in questa rincorsa non è affatto
neutrale: se le pubblicità che Google vende non vengono viste dagli utenti,
gli incassi calano. E infatti il suo browser Chrome, uno dei più usati al
mondo, sta per bloccare l’adblocker uBlock Origin. I trentacinque milioni di
utenti che lo adoperano su Chrome, stando perlomeno ai dati presenti sulla sua
pagina
nel Chrome Web Store [screenshot qui sotto], si troveranno quindi presto orfani, perché è in arrivo
un
aggiornamento
importante della tecnologia di supporto alle estensioni in Chrome, fatto
formalmente per aumentarne la sicurezza, l’efficienza e la conformità agli
standard, ma questo aggiornamento ha anche un effetto collaterale non
trascurabile: renderà uBlock Origin incompatibile con le prossime versioni di
Chrome.

Ublock Origin nel Chrome Web Store.

Niente panico: al momento attuale uBlock Origin funziona ancora su Chrome, ma
nelle prossime versioni del browser di Google verrà disabilitato
automaticamente. Per un certo periodo, gli utenti avranno la possibilità di
riattivarlo manualmente, ma poi sparirà anche questa opzione.

uBlock Origin continuerà a funzionare sugli altri browser, per cui un primo
rimedio al problema per i suoi milioni di utenti è cambiare browser, passando
per esempio a Firefox. Ma questo non è facile per gli utenti poco esperti e
rischia di introdurre incompatibilità e disagi, perché la popolarità di Chrome
spinge i creatori dei siti a realizzare siti Web che funzionano bene soltanto
con Chrome, in una ripetizione distorta della celebre
guerra dei browser
che aveva visto protagonista Internet Explorer di Microsoft contro Netscape
alla fine degli anni Novanta.

Raymond Hill, il creatore di uBlock Origin, non è rimasto con le mani in mano.
Vista la tempesta in arrivo, ha già creato e reso disponibile, sempre
gratuitamente, un nuovo adblocker che è compatibile con le prossime versioni
di Google Chrome. Si chiama uBlock Origin Lite, ed è già disponibile sul
Chrome Web Store. Trovate i link per scaricarlo su Disinformatico.info. Per ragioni tecniche
non è potente ed efficace come il suo predecessore, per cui Raymond Hill non
lo propone come aggiornamento automatico ma lo raccomanda come alternativa.

Ublock Origin Lite nel Chrome Web Store.

Se siete affezionati alla navigazione senza pubblicità grazie a uBlock Origin,
insomma, avete due possibilità: cambiare browser oppure passare alla versione
Lite di uBlock Origin, che è già stata installata in questo momento da circa
trecentomila utenti.

In tutto questo non va dimenticato che molti dei siti e dei servizi più usati
di Internet si mantengono grazie ai ricavi pubblicitari che gli adblocker
impediscono, per cui se usate un adblocker di qualunque tipo vale la pena di
dedicare qualche minuto ad autorizzare le pubblicità dei siti che vi piacciono
e che volete sostenere, lasciando bloccati tutti gli altri, anche come misura
di difesa contro i siti di fake news
nei quali è facile incappare e che si mantengono con la pubblicità, per cui a
loro non interessa che crediate o meno a quello che scrivono: l’importante per
loro è che vediate le loro inserzioni pubblicitarie. Ed è così che
paradossalmente gli adblocker diventano uno strumento contro la
disinformazione e i truffatori.

Fonti aggiuntive:
PC World,
WindowsCentral.

iPhone, arrivano gli app store alternativi. Ma solo in UE

Da quando è arrivato l’iPhone, una delle sue caratteristiche centrali è stata
quella di avere un unico fornitore di app, cioè l’App Store della stessa
Apple. Sugli smartphone delle altre marche, con altri sistemi operativi come
per esempio Android, l’utente è sempre stato libero di procurarsi e installare
app di qualunque provenienza con poche semplici operazioni, mentre Apple ha
scelto la via del monopolio, aggirabile solo con procedure decisamente troppo
complicate per l’utente medio.

Oggi, dopo sedici anni dal suo debutto nel 2008, l’App Store di Apple non è
più l’unica fonte di app disponibile agli utenti degli smartphone di questa
marca: debuttano infatti gli app store alternativi per gli iPhone. Ma solo per
chi si trova nell’Unione Europea. Una volta tanto, una novità arriva prima in
Europa che negli Stati Uniti, ma non scalpitate, le cose non sono così
semplici come possono sembrare a prima vista.

La novità è merito delle norme europee sulla concorrenza, specificamente del
Digital Markets Act o DMA, e delle azioni legali avviate da aziende come
Spotify, Airbnb e in particolare Epic Games, la casa produttrice di Fortnite,
aziende che contestavano non solo il regime di sostanziale monopolio ma anche
il fatto che Apple, come Google, chiede il 30% dei ricavi delle app: una
percentuale ritenuta troppo esosa da molti sviluppatori di app.

A questi costi si aggiungeva il fatto che alcuni tipi di app non erano
disponibili nell’App Store di Apple per scelta politica, per esempio su
pressioni di governi come quello cinese, indiano o russo, oppure per decisione
spesso arbitraria di Apple, come per esempio nel caso degli emulatori di altri
sistemi operativi (come il DOS) [The Verge], o nel caso dei browser alternativi (ammessi solo se usano lo stesso motore
interno WebKit di Safari [The Verge]), oppure dei contenuti anche solo vagamente relativi alla sessualità, come
nella
vicenda
emblematica dell’app che offriva un adattamento a fumetti dell’Ulisse
di Joyce, che era stata respinta per aver osato mostrare dei genitali maschili
appena accennati da un tratto di matita.

Apple ha giustificato finora queste restrizioni parlando di esigenze di
qualità e di sicurezza, e in effetti i casi di app pericolose giunte nel suo
App Store sono limitatissimi rispetto al fiume di malware e di spyware che si
incontra facilmente su Google Play per il mondo Android, ma non sempre queste
giustificazioni sono state documentate; l’argomentazione generale di Apple è
stata che solo Apple era in grado di fornire una user experience buona,
sicura e felice. In ogni caso, che ad Apple piaccia o no, l’Unione Europea ha
disposto che gli utenti di iPhone e iPad abbiano la facoltà di procurarsi app
anche attraverso app store
alternativi.

E così oggi un utente Apple che si trovi in Unione Europea può rivolgersi ad
app store come AltStore,
Setapp, Epic Games,
Aptoide e altri, trovandovi app
che non esistono nello store di Apple, soprattutto nel settore dei giochi e
degli emulatori.

Una cosa inimmaginabile qualche anno fa: Aptoide per iOS.

Ma la procedura non è affatto semplice. Mentre per usare l’App Store di Apple
l’utente non deve fare nulla, per usare gli store alternativi deve trovarsi
materialmente nel territorio dell’Unione Europea, e quindi per esempio la
Svizzera e il Regno Unito sono esclusi; deve impostare il paese o l’area
geografica del proprio ID Apple su uno dei paesi o delle aree geografiche
dell’Unione Europea, e deve aver installato iOS 17.4 o versioni successive. E
una volta fatto tutto questo, deve poi andare al sito dello
store alternativo ed eseguire tutta una serie di operazioni prima di
poter arrivare finalmente alle app vere e proprie. La cosa è talmente
complessa che Epic Games ha addirittura pubblicato su YouTube un video che
spiega la procedura.

Lo store della Epic Games.

La faccenda si complica ulteriormente se per caso l’utente esce per qualunque
motivo dall’Unione Europea: gli aggiornamenti delle app degli
store alternativi saranno ammessi solo per 30 giorni, e ci sono anche
altre limitazioni, elencate in un
tediosissimo documento
pubblicato da Apple che trovate linkato su Disinformatico.info.

[il documento di Apple elenca in dettaglio i paesi e le aree geografiche compatibili: Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia (incluse Isole Åland), Francia (incluse Guyana francese, Guadalupa, Martinica, Mayotte, Reunion, Saint Martin), Germania, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo (incluse Azzorre), Madeira, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna (incluse Isole Canarie), Svezia]

All’atto pratico, è difficile che questa apertura forzata e controvoglia
dell’App Store interessi a chi non è particolarmente esperto o appassionato,
ma perlomeno stabilisce il principio che a differenza di quello che avviene
altrove, nell’Unione Europea le grandi aziende del software non sono sempre in
grado di fare il bello e il cattivo tempo.


Fonti aggiuntive:
TechCrunch, IGNThe Verge,
TechCrunch

Funzionano i filtri antipubblicità? Stando alle preoccupazioni di Facebook, pare di sì

Funzionano i filtri antipubblicità? Stando alle preoccupazioni di Facebook, pare di sì

Gli adblocker e le versioni più recenti dei sistemi operativi per
smartphone, tablet e computer bloccano o perlomeno riducono fortemente il
tracciamento pubblicitario, ossia la raccolta invisibile di informazioni sui
nostri gusti, sulle nostre letture e i nostri acquisti che avviene quando
sfogliamo Internet e in particolare quando usiamo i social network.

Persino gli esperti di sicurezza dell’NSA e della CIA — gente che di
sorveglianza se ne intende un tantino —
raccomandano
(PDF) di
bloccare
le pubblicità potenzialmente ostili perché
“nonostante la natura benigna della maggior parte del contenuto
pubblicitario, la pubblicità è un noto vettore di distribuzione di malware
da oltre un decennio”
e la CISA (Cybersecurity and Infrastructure Security Agency)
consiglia
di
“usare software di ad blocking sia per proteggersi contro le pubblicità
ostili, sia contro la raccolta di dati da parte di terzi.”

Ma il dubbio rimane: sono davvero efficaci queste misure? Parrebbe di sì, a
giudicare dai toni e dai contenuti di un annuncio pubblicato su Facebook da
Graham Mudd, vicepresidente del product marketing del social network,
segnalato da
Gizmodo

Mudd si rivolge ai clienti di Facebook, le aziende che pagano le inserzioni
pubblicitarie sul social network, e dice che
“ci aspettavamo che i venti contrari più forti derivanti dai cambiamenti
delle piattaforme, in particolare i recenti aggiornamenti di iOS, avrebbero
avuto un impatto maggiore nel terzo trimestre che nel secondo”

e che Facebook ha saputo che
“l’impatto sul vostro investimento pubblicitario è stato maggiore di quello
che avevate previsto.”

Il VP di Facebook, insomma, cita esplicitamente iOS come fattore di questo
impatto. Aggiunge poi un dato significativo: Facebook ammette di non poter
rendicontare circa il 15% delle conversion, ossia degli scaricamenti di
app o dei clic sulle pubblicità mostrate ai propri utenti. 

È un cambiamento di rotta non da poco, considerata la passata riluttanza di
Facebook a rendere pubblici, o almeno
controllabili indipendentemente, i risultati delle sue campagne pubblicitarie, e la sua documentata tendenza
a gonfiare quei risultati rispetto alla realtà.

Le tecniche anti-tracciamento, insomma, qualcosa fanno. Più gente le usa, più
fanno.

 

CNN ha le statistiche pubblicitarie nascoste ma accessibili: Ctrl-Shift-Z le rivela

CNN ha le statistiche pubblicitarie nascoste ma accessibili: Ctrl-Shift-Z le rivela

Una segnalazione curiosa di @AbeSnowman: se andate sul sito della CNN (Cnn.com), senza un adblocker attivo, e premete Ctrl-Shift-Z compare un bottone che permette di consultare le statistiche pubblicitarie.

Cnn.com normale…

Cnn.com dopo aver digitato Ctrl-Shift-Z. Guardate in basso a destra.

Cliccando sul bottone blu e poi sui sottomenu che compaiono si possono vedere moltissimi dati statistici sulla pubblicità visualizzate. Questa è solo una selezione.

Usare Internet senza un adblocker è come farsi pedinare per casa.

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

Le parole di Internet: cryptojacking

Le parole di Internet: cryptojacking

Ne avevo parlato la settimana scorsa nel Disinformatico radiofonico, ma c’è una novità: se avete notato che il vostro computer, tablet o telefonino rallenta, diventa molto caldo o fa partire le proprie ventole quando visitate un sito, fate molta attenzione, perché forse state facendo diventare ricco qualche criminale informatico. E può succedere anche visitando siti di ottima reputazione, come Youtube e persino alcuni siti governativi.

La moda del momento in campo criminale, infatti, è il cosiddetto cryptomining o cryptojacking, ossia l’inserimento, nelle pagine dei siti Web, di istruzioni che prendono il controllo del dispositivo del visitatore e gli fanno eseguire i complessi calcoli matematici che generano le criptovalute, come per esempio i Bitcoin, e depositano questo denaro virtuale nei conti dei truffatori. In pratica i criminali usano i nostri dispositivi per fare soldi per loro.

A prima vista può sembrare che per noi utenti questo sia un raggiro innocuo che non ci costa nulla, ma in realtà il surriscaldamento di smartphone e tablet li fa invecchiare precocemente e può anche danneggiarli, mentre lo sforzo di calcolo aggiuntivo imposto ai computer aumenta il loro consumo di energia elettrica e quindi pesa sulla nostra bolletta.

La novità è che pochi giorni fa è stato messo a segno un attacco di cryptojacking particolarmente audace e diffuso: alcune migliaia di siti governativi, principalmente in lingua inglese, sono stati manipolati dagli aggressori informatici per fare in modo che contenessero istruzioni che facevano generare criptovalute (Monero) ai visitatori. Fra i siti colpiti spiccano quello della sanità britannica, quello ufficiale dei tribunali statunitensi (UScourts.gov) e, ironicamente, quello dell’autorità per la protezione dei dati del Regno Unito (Information Commissioner’s Office (ICO)).

Invece di attaccare questi siti uno per uno, gli ignoti aggressori hanno attaccato uno dei loro fornitori, Browsealoud, i cui servizi informatici (i cosiddetti script) vengono inseriti direttamente nei siti in questione e vengono eseguiti quando un utente visita anche solo la pagina iniziale di uno di questi siti; poi hanno modificato le istruzioni di questi script in modo da aggiungere la generazione delle criptovalute, e hanno aspettato che gli utenti visitassero i siti colpiti. In sostanza, infettando un fornitore sono riusciti a infettare automaticamente tutti i siti clienti di quel fornitore.

Per fortuna la reazione degli esperti d’informatica è stata molto rapida e il fornitore infetto è stato isolato ed escluso, ma il successo di quest’incursione ispirerà sicuramente molti emuli, che potranno colpire per esempio attraverso un altro tipo di fornitore molto diffuso: gli inserzionisti pubblicitari.

Difendersi da questo abuso è per fortuna abbastanza semplice: un buon antivirus riconosce questo genere di attacco e lo blocca, sia sugli smartphone e tablet sia sui computer. Inoltre lo sfruttamento illecito dei nostri dispositivi termina quando smettiamo di visitare un sito infetto e chiudiamo il programma di navigazione, non lascia sui dispositivi virus o altri elementi informatici pericolosi e non ruba dati personali. Ma è comunque un furto, se non altro di energia elettrica, che arricchisce qualcuno alle nostre spalle e incoraggia i criminali a violare i siti per infettarli. Conviene quindi fare prevenzione, intanto che gli esperti predispongono soluzioni.

Ma intanto è già partita la moda successiva: la rivista online Salon.com ha deciso che chi la visita usando un adblocker per bloccare le pubblicità potrà accedere ai suoi articoli solo se acconsente all’uso del suo computer, tablet o telefonino per generare criptovalute.

Attacchi di cryptomining nelle pubblicità di Youtube: installate un adblocker

Attacchi di cryptomining nelle pubblicità di Youtube: installate un adblocker

Credit: Ars Technica.

Ultimo aggiornamento: 2018/02/02 14:40. 

Il cryptomining o cryptojacking, ossia la generazione di criptovalute usando i computer altrui (consensuale nel primo caso, illecita nel secondo), è la nuova moda negli attacchi informatici, e i criminali si stanno attrezzando con varie tecniche di infezione. Una delle più insidiose, segnalata dall’esperto di sicurezza informatica Graham Cluley, sfrutta le pubblicità di Youtube.

In pratica, gli aggressori sono riusciti a inserire nel sistema pubblicitario DoubleClick di Google, proprietaria di Youtube, delle pubblicità che contengono JavaScript che genera criptovaluta Monero a favore dei malfattori. In questo modo gli utenti che guardano i video su Youtube fanno guadagnare i truffatori, senza dover fare o installare nulla. I principali paesi presi di mira sono Giappone, Francia, Taiwan, Italia e Spagna.

Questo attacco consuma l’80% delle risorse della CPU dell’utente, rallentando il funzionamento del computer in maniera esasperante.

Per fortuna c’è una soluzione semplice: installare un adblocker, come per esempio uBlock oppure uBlock Origin (due prodotti distinti nonostante il nome molto simile).

Questa forma di attacco informatico è solo uno dei sintomi di un sistema di gestione della pubblicità online che è profondamente marcio. Come nota Cluley, conviene usare un adblocker

“non solo perché le pubblicità sono invariabilmente brutte e rovinano l’esperienza dell’utente. Non solo perché non volete che le pubblicità traccino i vostri comportamenti online. Non solo perché le pubblicità rallentano la vostra esperienza online e divorano la vostra larghezza di banda. Non solo perché le pubblicità possono infettare il vostro computer con il malware o succhiarne di nascosto le risorse generando criptovalute. Ma perché persino Google, una delle più grandi aziende pubblicitarie del mondo (con una notevole competenza di sicurezza), sembra incapace di garantire un flusso di pubblicità sicure. Se non ce la fa Google, che speranza hanno le altre reti pubblicitarie?”

Google è intervenuta bloccando rapidamente le pubblicità ostili, ma solo dopo che è stata avvisata della loro presenza da esperti esterni, invece di vietare direttamente la presenza di JavaScript nelle pubblicità. Forse è il caso di cambiare modo di fare spot in Rete.

Politico ticinese casca nella trappola dei siti che sparano bufale per denaro

Politico ticinese casca nella trappola dei siti che sparano bufale per denaro

Credit: Tio.ch.

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora.

Lorenzo Quadri, politico ticinese, ha citato su Facebook un articolo intitolato Cibo africano e camere singole, sennò spacchiamo tutto e ne è nata una polemica sfociata in una denuncia, come raccontano Tio.ch e Rsi.ch.

Piccolo problema: la fonte dell’articolo è la Gazzetta della Sera, una delle tante pseudotestate giornalistiche che strilla notizie false di qualunque genere pur di attirare i clic degli internauti, fregandosene delle conseguenze sociali.

Quadri non ha controllato la fonte e la veridicità dell’articolo prima di condividerlo ed è quindi caduto nella trappola acchiappaclic: la sua condivisione, perlomeno fino al momento in cui il politico ha rimosso il proprio post, ha incoraggiato le visite a Gazzettadellasera[.]com, facendone aumentare gli incassi pubblicitari.

Morale della storia: prima di condividere qualcosa, controllate che non provenga da un sito sparabufale.

Malware nelle pubblicità su siti popolarissimi: un adblocker diventa un antivirus

Malware nelle pubblicità su siti popolarissimi: un adblocker diventa un antivirus

Usare un adblocker è sempre controverso, perché bloccare le pubblicità significa togliere ai siti la loro fonte di sussistenza. Ma il mondo delle pubblicità online ha grossi problemi, perché viene usato spesso per veicolare attacchi informatici che colpiscono anche i visitatori di siti irreprensibili, e quindi usare un adblocker finisce per essere una forma di protezione informatica.

Le pubblicità, infatti, vengono inserite nei siti usando codice fornito dalle agenzie pubblicitarie, che a loro volta ricevono questo codice dagli inserzionisti. E fra gli inserzionisti si sono intrufolati anche i criminali informatici, che infilano i propri attacchi nel codice pubblicitario. Le agenzie filtrano e controllano, ma le tecniche dei criminali sono davvero ingegnose e superano i controlli.

La società di sicurezza informatica Eset segnala infatti che nel corso degli ultimi due mesi milioni di persone che visitano siti mainstream sono stati colpiti da un attacco nel quale il codice ostile è nascosto addirittura nei parametri che regolano la trasparenza dei pixel di un’immagine legata alle campagne di app chiamate Browser Defence o Broxu.

In sintesi, il Javascript contenuto nel codice dell’inserzione di per sé è pulito, ma scarica un’immagine-banner che contiene variazioni invisibili dei pixel che il Javascript interpreta per estrarne appunto il codice ostile. Questo sistema elude i filtri di sicurezza e infetta gli utenti che usano versioni non aggiornate di Internet Explorer e di Adobe Flash.

Fonti: Malwarebytes, Ars Technica.

Adblock Plus, il bloccapubblicità, venderà pubblicità

Adblock Plus, il bloccapubblicità, venderà pubblicità

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2016/09/20 1:35.

Adblock Plus è un popolarissimo accessorio per browser che blocca il caricamento delle pubblicità, eliminandone il fastidio e accelerando il caricamento delle pagine. Di conseguenza è amatissimo dagli internauti, specialmente se connessi su linee lente o tramite telefonino con contratti a consumo.

Pochi giorni fa, però, Eeyo, l’azienda che possiede Adblock Plus, ha fatto un annuncio che rischia di compromettere l’affetto conquistato fin qui: venderà pubblicità che sarà immune al suo filtraggio e verrà mostrata al posto di quella predefinita e scelta dal sito che ospita gli spazi pubblicitari.

In pratica, Adblock Plus gestirà una “lista bianca” di inserzionisti; tutti gli altri pubblicitari saranno in una lista nera costantemente aggiornata. Per essere promossi alla lista bianca basterà usare formati pubblicitari non invadenti e pagare una commissione del 6% ad Adblock Plus.

C’è chi parla apertamente di “estorsione”, ma va detto che la sostituzione degli spot a favore di Adblock Plus è disattivabile dagli utenti, per cui chi vuole può continuare ad avere il blocco totale delle pubblicità. Ma c’è il rischio che molti utenti decidano di abbandonare Adblock Plus in favore di altri prodotti analoghi, come Ublock Origin (per Chrome, Firefox, Opera), che non si pongono come dazieri ai quali pagare un pedaggio e vivono grazie alle donazioni degli utenti.


Fonti: Naked Security, Gizmodo.

Bloccare pubblicità indesiderata nel Web con uBlock

Bloccare pubblicità indesiderata nel Web con uBlock

Molti conoscono AdBlock Plus, un’estensione per bloccare le pubblicità fastidiose nei browser, ma alcuni lamentano la sua pesantezza e il suo coinvolgimento in problemi legali a causa della sua capacità di concedere favoritismi ad alcuni inserzionisti.

Se Adblock Plus vi sta stretto, potete provare uBlock, un’alternativa gratuita e open source, disponibile per vari browser (Chrome, Firefox, Opera, Safari e altri) e considerato più leggero della concorrenza in termini di consumo di risorse.

Lo scopo dichiarato di uBlock è quello di consentire agli utenti di scegliere personalmente quali contenuti pubblicitari filtrare e quali accettare, per esempio per sostenere i siti graditi, come già fanno più di un milione di utenti. Questo software è sostenuto dalle donazioni degli utenti, cosa che (insieme alla trasparenza offerta dalla sua natura open source) dovrebbe permettere un buon livello d’indipendenza e di correttezza.