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Bloccare o non bloccare la pubblicità nei siti? Se contiene malware, sì

Bloccare o non bloccare la pubblicità nei siti? Se contiene malware, sì

Invito del Guardian a chi usa adblocker.

La crescente popolarità e facilità d’uso degli adblocker (filtri che bloccano le pubblicità nei siti Web) ha creato uno scontro fra siti sostenuti dalla pubblicità e utenti della Rete. Bloccare le pubblicità significa impedire al sito di incassare soldi per la visualizzazione degli spot e quindi togliergli gli introiti che gli servono per vivere e per creare i contenuti che l’utente legge. Il problema è talmente grave che sono sempre più numerosi i siti che non mostrano il proprio contenuto, o limitano l’accesso in altri modi, a chi usa adblocker. Questo fa arrabbiare gli utenti, abituati alla cultura del gratuito in Rete, che vanno a cercare informazioni altrove o rinunciano a leggere i contenuti. Ci perdono tutti, insomma.

Gli utenti più coscienziosi disattivano gli adblocker per i siti che frequentano abitualmente, quelli di buona reputazione, in modo da contribuire a sostenerli senza però essere afflitti dalle pubblicità rumorose o invadenti degli altri siti che incontrano durante la navigazione in Rete. Ma sono pochi ad avere quest’attenzione: la maggior parte tiene l’adblocker attivo ovunque e al diavolo le conseguenze.

A complicare la situazione è arrivata una tecnica di attacco non nuova ma sempre più efficiente. Si chiama malvertising, ossia “pubblicità contenente malware”. Moltissimi siti si appoggiano ad agenzie pubblicitarie per l’inserimento delle pubblicità nelle proprie pagine, e queste agenzie non si limitano a inserire un’immagine ma vi associano degli script che analizzano l’effetto del messaggio pubblicitario, tracciano l’utente e raccolgono altre informazioni di marketing. I criminali informatici si fingono inserzionisti pubblicitari e mandano alle agenzie dei finti spot che includono script ostili. Il risultato è che gli attacchi informatici di questo tipo compaiono anche nei siti di ottima reputazione, come è successo recentemente in Olanda e ai visitatori di siti come BBC, MSN, AOL, New York Times, che si sono visti attaccare da pubblicità contenenti il ransomware Teslacrypt.

Per difendersi da questi attacchi un adblocker è estremamente efficace, ma usarlo significa togliere ossigeno ai siti che ci interessano. In realtà questi attacchi sfruttano falle di sicurezza in versioni non aggiornate di Flash o Java o in browser o sistemi operativi non aggiornati. Conviene quindi stare aggiornati e trovare maniere alternative di sostenere i siti che si apprezzano, per esempio tramite abbonamenti volontari, come ha fatto il Guardian britannico.

Freedome rivela chi ci traccia in Rete

Freedome rivela chi ci traccia in Rete

Quando visitiamo un sito, se non prendiamo precauzioni veniamo tracciati non soltanto dal sito che visitiamo, ma anche dai circuiti pubblicitari usati dal sito. Lasciamo tracce dappertutto, e questo permette un bombardamento pubblicitario mirato che è oggi uno dei principali motori economici di Internet ma è anche problematico in termini di privacy: anche senza far visite a siti sensibili, capita spesso di fare una ricerca in Google e poi notare che tutti i siti visitati in seguito sono pieni di pubblicità relative all’argomento cercato (viaggi, vestiario, libri, per esempio). Se avete fatto un acquisto per un regalo di compleanno, dovrete fare attenzione a non guastare la sorpresa alla persona che compie gli anni se il suo occhio cade sullo schermo del vostro computer mentre navigate.

Per evitare questo genere di problema c’è, come già accennato, la navigazione privata, ma ci sono anche delle barriere anti-tracciamento più sofisticate. Una di queste è Freedome, di F-Secure, app a pagamento (con periodo di prova gratuito) per Windows, Mac OS, iOS e Android, che blocca i tentativi di tracciamento e anonimizza la navigazione, cifrandola in modo che anche il vostro fornitore di accesso a Internet non sappia che siti visitate.

Freedome ha introdotto di recente una funzione, chiamata Tracker Mapper, che è molto utile per mostrare concretamente quanto è fitta la ragnatela del tracciamento pubblicitario e come i vari siti che visitiamo condividono informazioni su di noi. Per esempio, ho visitato Motherboard (un sito del circuito di Vice.com) e poi Corriere.it e Repubblica.it, e grazie a Tracker Mapper ho scoperto che questi tre siti condividono informazioni su di me tramite Chartbeat.com e Imrworldwide.com. ADNKronos e Repubblica.it condividono Googletagservices.com, e così via. Se poi si va nei siti a luci rosse o in quelli che offrono lo scaricamento di musica e film, il tracciamento diventa intensissimo.

Con Tracker Mapper il tracciamento viene mostrato graficamente e in modo interattivo e soprattutto lo blocca. Per proteggere la privacy, anche le registrazioni di questi tentativi di tracciamento vengono cancellate dopo tre giorni.

Se vi accontentate della semplice visualizzazione del tracciamento (senza blocco), ci sono anche alternative gratuite a Freedome, come Collusion o Lightbeam per Firefox.

Attenzione: tenere aperta durante la navigazione quotidiana la finestra di Tracker Mapper o delle altre soluzioni che visualizzano il tracciamento è ipnotico e può creare dipendenza, perché ci si rende conto di quanto siamo usati anziché utenti.

Avviso per trasparenza: Nel 2014 sono stato ospite di F-Secure a Helsinki a spese dall’azienda per intervistarne i responsabili. La mia licenza di Freedome è pagata da me come normale utente.

Nuovo spot antipirateria della SIAE, davvero convincente

La SIAE ha pubblicato un nuovo spot contro la pirateria che è talmente demenziale da implorare una riedizione-parodia che mostri correttamente i fatti: lo spot SIAE, infatti, equipara il download in generale alla pirateria (sono criminale anche se scarico Firefox, l’aggiornamento dell’antivirus, Linux o Star Wreck? E se scarico da iTunes?) e sicuramente convincerà orde di teenager con il ragionamento “se scarichi non puoi permetterti poster e vestiti da figo”.

Il nesso, francamente, mi sfugge; mi verrebbe da pensare il contrario (con quello che costano CD e DVD originali, devo rinunciare a poster e vestiti), ma non voglio sembrare un istigatore alla pirateria. Voglio soltanto segnalare che è scandaloso che si sprechino in questo modo i soldi dei contribuenti per propagandare messaggi fuorvianti, ingannevoli e inconcludenti.

Lo spot è qui, in formato Flash; c’è qualcuno che me lo scarica e me lo manda in un formato editabile? Volete cimentarvi anche voi in una versione-parodia, magari con l’audio debitamente riveduto e corretto, da pubblicare su Google Video o Youtube?

Il malware arriva tramite la pubblicità animata anche nei siti rispettabili. Motivo in più per bloccarla e mollare Flash

Il malware arriva tramite la pubblicità animata anche nei siti rispettabili. Motivo in più per bloccarla e mollare Flash

Credit: Malwarebytes

Chi va nei bassifondi della Rete sa di cercarsi guai; ma chi visita solo siti rispettabili non si aspetta di trovarsi infettato per il solo fatto di averli consultati. Eppure è successo pochi giorni fa ai visitatori di siti per nulla truffaldini, come per esempio l’Huffington Post: alcune sue pubblicità, infatti, trasportavano codici ostili che tentavano di scaricare sui PC dei visitatori un altro malware che cifrava i dati degli utenti e poi chiedeva un riscatto in denaro per sbloccarli (ransomware).

Era rispettabile il sito; era rispettabile anche il distributore delle pubblicità (DoubleClick di Google); ed era rispettabile anche la marca reclamizzata (Hugo Boss e Hermés Paris). Non c’era nulla che potesse far pensare a una visita pericolosa. Ma l’analisi pubblicata da MalwareBytes segnala che in questa catena di società di buona reputazione s’erano inseriti dei truffatori che avevano aperto un normale account per l’inserimento in tempo reale di pubblicità e lo avevano usato per mandare ai distributori pubblicitari una finta pubblicità il cui codice veicolava un attacco basato su una falla di Adobe Flash che inizialmente non veniva riconosciuta dagli antivirus.

I criminali informatici, insomma, si fanno sempre più furbi, usando i distributori di pubblicità per disseminare i propri attacchi anche sui siti di buona reputazione. La miglior difesa è bloccare le pubblicità e i contenuti basati su Flash, per esempio disinstallando Flash oppure impostandolo in modo restrittivo come descritto in questo articolo.

Finalmente si comincia a parlare della clausola “spiona” delle Smart TV; intanto arriva un’altra intrusione

Finalmente si comincia a parlare della clausola “spiona” delle Smart TV; intanto arriva un’altra intrusione

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. 

Ne avevo parlato nel Disinformatico già a novembre dell’anno scorso: molte Smart TV offrono un sistema di riconoscimento vocale che mantiene costantemente aperto il microfono del televisore e ascolta tutto quello che viene detto nelle sue vicinanze. Su quelle della Samsung, inoltre, se si preme il tasto dei comandi vocali sul telecomando la TV registra la voce dell’utente e la manda via Internet a un servizio di analisi esterno.

Questo è scritto a chiare lettere, per esempio, nelle norme per la privacy delle Smart TV Samsung: “Siete pregati di tenere presente che se le vostre parole pronunciate includono informazioni personali o altre informazioni sensibili, tali informazioni faranno parte dei dati catturati e trasmessi a terzi tramite il vostro uso del Riconoscimento Vocale.”

Ora la vicenda è esplosa in Rete (Punto Informatico, Guardian) e Samsung ha risposto dichiarando che l’utente viene avvisato del fatto che il televisore sta ascoltando perché sullo schermo compare l’icona di un microfono e che comunque il riconoscimento vocale è opzionale e disattivabile. Inoltre, aggiunge sempre Samsung, i dati vengono trasmessi usando “misure e pratiche di sicurezza conformi agli standard di settore, compresa la crittografia”.

Proprio quella crittografia che vari governi, come quello del primo ministro britannico David Cameron, vogliono essere in grado di scavalcare. Inoltre, considerato il livello molto basso delle “misure e pratiche di sicurezza” viste fin qui nel settore degli elettrodomestici “smart”, c’è il rischio che sia molto facile per qualunque malintenzionato intercettare quello che diciamo in casa davanti a una Smart TV.

Proprio da Samsung arriva infatti una nuova perla di affidabilità: numerosi utenti australiani hanno notato che l’app di streaming video delle loro Smart TV inserisce a forza pubblicità della Pepsi nei video registrati dagli utenti stessi. Samsung ha ammesso il problema e ha dichiarato che sembra trattarsi di un “errore” (Ars Technica, The Register). Probabilmente l’“errore” è legato alla collaborazione fra Samsung e Yahoo per inviare pubblicità alle Smart TV.

Ma è così difficile capire che in casa nostra non vogliamo essere sorvegliati, ascoltati e bombardati di pubblicità?

Aggiornamento (2015/02/20): Samsung ha dichiarato che cambierà la formulazione del documento sulla privacy per chiarire meglio cosa viene ascoltato, registrato e trasmesso; inoltre ha indicato che i “terzi” ai quali invia i dati acquisiti sono in questo momento la società Nuance Communications. Al momento, tuttavia, la formulazione pubblicata qui e qui è invariata. Inoltre è emerso che le “misure e pratiche di sicurezza conformi agli standard di settore” sono assenti in alcuni modelli di Smart TV della Samsung.

Trent’anni di Macintosh e di uno spot storico

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Trent’anni fa, durante il Super Bowl del 1984, Apple trasmise uno spot diventato leggendario: 1984, diretto da Ridley Scott. Il video, usato per annunciare l’arrivo del Macintosh (primo computer personale con mouse e interfaccia grafica a prezzi abbordabili) come antitesi al grigiore dei PC DOS dell’epoca, causò un terremoto mediatico: ne parlarono tutti e divenne il simbolo dell’atteggiamento anticonformista di Steve Jobs e Apple. Ma in trent’anni si sono accumulate alcune leggende che è meglio chiarire.

Innanzi tutto non è vero, come vuole il mito, che lo spot fu trasmesso una sola volta nel seguitissimo Superbowl e poi mai più, diventando così la pubblicità più efficiente di tutti i tempi (perché fu poi il clamore intorno ai suoi contenuti che spinse giornali e telegiornali a riproporlo gratuitamente per commentarlo). In realtà era già stato mandato in onda l’anno precedente, precisamente il 31 dicembre 1983, nell’ultimo spazio dell’anno di una sola emittente televisiva, la KMVT, in modo da potersi qualificare per i premi di settore dell’anno; inoltre fu proiettato a pagamento anche nei cinema americani e una sua versione da trenta secondi fu trasmessa ripetutamente negli spazi pubblicitari delle emittenti situate nei principali mercati statunitensi, compresa (intenzionalmente) la zona di Boca Raton, in Florida, dove aveva sede la divisione PC dell’IBM, presa in giro piuttosto esplicitamente dallo spot. Lo spot era già stato mostrato anche ai dipendenti della Apple durante il Keynote aziendale del 1983 (guardate qui, a cinque minuti dall’inizio, la loro reazione decisamente entusiasta).

Un altro aspetto spesso tralasciato è che lo spot non fu concepito specificamente per la Apple: l’agenzia pubblicitaria Chiat\Day aveva creato lo slogan usato nel video (“Perché il 1984 non sarà come ‘1984’”) nel 1982 e l’aveva proposto a varie aziende del settore informatico, compresa la stessa Apple (ai tempi del lancio dell’Apple II), ma aveva sempre ottenuto un rifiuto. Fu Steve Jobs in persona a sceglierlo nel 1983 per presentare il Macintosh, nonostante l’opposizione dei dirigenti della Apple. John Sculley, CEO della Apple di allora, ordinò addirittura di vendere lo spazio pubblicitario che era stato riservato durante il Superbowl. Fu soltanto la silenziosa disubbidienza dell’agenzia pubblicitaria, che fece finta di non riuscire a rivenderlo, a cementare nella storia dell’informatica quello spot.

Sono passati trent’anni, appunto, e oggi nessuno si ricorda dello strapotere dei PC IBM di allora. Ma soprattutto pochi riflettono su come è cambiata Apple da allora: se nello spot era il nemico a voler imporre l’Unificazione del Pensiero e le Direttive per la Purificazione dell’Informazione, il modello commerciale di Apple di oggi, con le sue censure dei libri digitali e l’imposizione di un unico negozio dal quale acquistare le app, dà spesso l’impressione che l’anticonformismo di allora si sia perso per strada.

Altri dettagli e retroscena sono in questo mio articolo dedicato al venticinquesimo anniversario dello spot.

Pubblicità giapponesi di StarOffice

StarOffice nel Sol Levante

Traduzione inglese della pubblicità di StarOffice trasmessa in Giappone:

Sourcenext products are just 1980 Yen?! Oh, my Goodness….!” She faints suddenly. A guy rushs to her and says, “She is having a baby!” Everyone looks at her anxiously. The guy says, “Now, the baby was born!” And for no special reason, she had a colt. It tries to rise unsteadily to its feet. “Oh! It stands up!” Everybody is moved.

Il videoclip:
http://a248.e.akamai.net/f/248/9338/10m/www.sourcenext.com/company/2002_2/movie/104002.wmv