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Genitori mandano ai medici foto dei figli malati, finiscono indagati per molestie su minori. Li ha denunciati Google

Genitori mandano ai medici foto dei figli malati, finiscono indagati per molestie su minori. Li ha denunciati Google

Questo articolo è disponibile anche in
versione podcast audio.

Immaginate che vostro figlio piccolo abbia un problema alla pelle, come può
capitare per mille ragioni, e che il vostro medico vi chieda di mandargli una
foto della zona affetta per fare un consulto rapido e partire subito con la
terapia in attesa della visita di persona. È una richiesta comune, soprattutto
in questo periodo di contatti sociali necessariamente ridotti e con lo
sviluppo dei servizi di telemedicina.

Ora immaginate che questo semplice, banale gesto possa farvi bloccare tutti i
servizi di Google, dalla mail all’agenda all’archivio delle foto e dei video
di famiglia, e addirittura farvi mettere sotto indagine da parte della
polizia.

È esattamente quello che è successo realmente a due genitori a febbraio 2021
negli Stati Uniti. La loro unica colpa è stata aver scattato le foto in
questione con uno smartphone associato a un account Google. 

Come racconta il
New York Times, che ha scoperto questi incidenti, le fotografie inviate ai rispettivi medici ritraevano la zona genitale dei
figli, ed erano state copiate automaticamente ai server di Google, dove erano
state etichettate dai sistemi automatici con una sigla terribile ma poco
conosciuta: CSAM. Sono le iniziali di
child sexual abuse material, ossia
“materiale relativo ad abusi sessuali su bambini”. I due genitori (uomini di due famiglie distinte), erano stati classificati automaticamente come pedopornografi,
e segnalati da Google alla polizia locale, che aveva avviato le indagini del caso.

Il loro incubo è durato alcuni mesi: in entrambi i casi la polizia ha confermato che
non era stato commesso alcun reato, ma Google è stato irremovibile e non ha
ripristinato gli account delle due vittime del suo eccesso di zelo.

Queste due vicende, nota un
articolo della Electronic Frontier Foundation, un’importante associazione per la difesa dei diritti digitali dei
cittadini, dimostrano nella maniera peggiore il fatto che i messaggi privati,
i file e le fotografie di comuni cittadini vengono esaminati sempre più spesso
dalle grandi aziende informatiche a titolo preventivo, senza ci sia alcun
sospetto o mandato di inquirenti. 

Sistemi automatici come PhotoDNA di
Microsoft e
Content Safety API e CSAI Match
di Google, usati da tutti i principali fornitori di servizi digitali, da
Facebook a Reddit, identificano ogni anno milioni di immagini di questo genere
e producono centinaia di migliaia di segnalazioni in tutto il mondo. Ma lo
fanno compiendo l’equivalente digitale di una perquisizione a tappeto. E ogni
tanto sbagliano.

Il traffico di immagini di abusi su minori è un problema gravissimo, che per
molte persone e in molti ordinamenti giuridici giustifica
questo tipo di perquisizione digitale di massa; lo giustifica per esempio,
appunto, negli Stati Uniti, con il cosiddetto EARN IT Act, e probabilmente lo giustificherà prossimamente anche nell’Unione Europea, stando a una proposta in corso di valutazione.

Ma anche i casi di falsi positivi, come quelli descritti dal
New York Times, sono problematici, perché mostrano che i grandi nomi di
Internet svolgono questo importantissimo pattugliamento affidandosi troppo a
questi filtri automatici e a esaminatori umani inadeguati, senza offrire a chi
viene infamato per errore la possibilità di contattare un essere umano che
valuti la situazione, e senza accettare neppure un rapporto di polizia che
scagioni chi è stato accusato ingiustamente. I grandi nomi di Internet sono insomma investigatori, giudici ed esecutori
delle proprie sentenze inappellabili. Il New York Times ha contattato
Google in merito a questi due genitori accusati e condannati ingiustamente, ma
non è servito a nulla. E non si sa quante volte accadano questi falsi positivi
o quante persone danneggino.

Il problema, nota ancora la Electronic Frontier Foundation, non è tecnico: i
sistemi di riconoscimento delle immagini hanno un tasso di errore molto
basso, come confermano gli addetti ai lavori che hanno il compito non
invidiabile di controllare tutto quello che viene segnalato da questi software.
Il problema è organizzativo: qui ha fallito il processo umano di riesame
dei singoli casi e hanno fallito le procedure decise da Google che
prevedono il blocco permanente dei dati, senza appello.

E va detto che anche il tasso di errore migliore del mondo, se viene applicato a
miliardi di foto, produrrà milioni di falsi positivi. La EFF segnala
uno studio di Facebook su 150 account segnalati alle autorità per presunto contenuto relativo
ad abusi su minori, che ha scoperto che il 75% di questi account era
innocente. La stessa Foundation nota che LinkedIn ha segnalato alle autorità dell’Unione Europea 75 account nell’ultimo
semestre del 2021, ma solo 31 di questi sono stati confermati come colpevoli da
un riesame manuale.

Un celebre caso di errore di riconoscimento dei filtri di Facebook nel
2012.

La vigilanza contro questi reati terribili è chiaramente
indispensabile, ma va fatta con gli strumenti giusti e con procedure che garantiscano che non ci vadano di mezzo degli innocenti.

Per il momento,
la vicenda dei due genitori additati senza colpa sottolinea una cosa
che dimentichiamo molto spesso: tutto quello che salviamo nel
cloud può essere letto, e quasi sicuramente verrà letto, dai
grandi fornitori di questi servizi, e potrebbe essere capito male. Teniamolo presente quando
scriviamo online delle confidenze o dei documenti sensibili. Facciamo una copia di scorta locale, perché potremmo perdere tutto quello che abbiamo online senza preavviso. E se
abbiamo bisogno di scattare foto che potrebbero essere fraintese da un
filtro automatico troppo zelante, lasciamo stare cloud e
smartphone e procuriamoci una normale macchina fotografica. Digitale,
per carità, ma che non vada su Internet.

L’avvocato che diventa gatto su Zoom fa sorridere il mondo. Sì, ma come si fa a diventare gatti?

L’avvocato che diventa gatto su Zoom fa sorridere il mondo. Sì, ma come si fa a diventare gatti?

Collegarsi a una videoconferenza e accorgersi troppo tardi che chi ha usato il
computer prima di noi ha lasciato attivi i filtri che aggiungono baffi o
orecchie da coniglietto può capitare, ma stavolta è capitato in un contesto
particolarmente comico.

L‘avvocato texano Rod Ponton ha cercato di collegarsi su Zoom con il tribunale
per un‘udienza e si è reso conto che il suo volto veniva sostituito
digitalmente da un filtro, diventando quello di un gattino che ne seguiva i
movimenti e le espressioni, muovendo la bocca quando l‘avvocato parlava.

Lo spezzone di video dell’incidente ha fatto subito il
giro di tutta Internet, non solo per le espressioni ridicole del gattino ma anche per la serietà e
l’aplomb con il quale tutti hanno gestito la situazione, specialmente
quando l’avvocato ha detto al giudice, Roy B. Ferguson, che non riusciva a
disattivare il filtro e che era disposto a proseguire l’udienza in quelle
condizioni, dichiarando solennemente di essere presente e di non essere un
gatto. “I’m here live; I’m not a cat”.

L‘avvocato Ponton è diventato immediatamente una celebrità mondiale grazie al
fatto che il giudice ha
pubblicato
lo spezzone su Twitter, usandolo per diffondere un avviso:
“CONSIGLIO IMPORTANTE PER ZOOM: se un bambino ha usato il vostro computer,
prima di collegarvi a un’udienza virtuale controllate le Opzioni Video di
Zoom per assicurarvi che i filtri siano disattivati. Questo gattino ha
appena rilasciato una dichiarazione formale in un caso presso il 349°
[tribunale distrettuale]”
.

Il giudice ha lodato l’impegno e la professionalità di tutti i partecipanti e
ha chiarito che il momentaneo inconveniente è stato risolto e l’udienza è
proseguita regolarmente. L’avvocato, da parte sua, ha
spiegato
che ha usato il computer della sua segretaria, sul quale era attivo quel filtro
per ragioni non meglio chiarite. 

Succedeva anche agli antichi egizi.

 

Ma a questo punto, finite le risate, all’informatico viene spontanea e
irresistibile una domanda: come si fa, di preciso, ad attivare in Zoom il
filtro testa di gatto? Non c’è. I filtri disponibili Zoom aggiungono
barba e/o baffi, occhiali, cappelli, orecchie o antenne e poco altro. Non c’è
traccia di gattini. Allora da dove arriva il gattino animato dell’avvocato
texano?

Secondo
LifeHacker
e la BBC, quello
specifico gattino così comicamente animato esiste soltanto in Live Cam
Avatar della Reallusion, un vecchio software per webcam della Dell che risale
al
2010 circa

Se però vi accontentate di un filtro che ottenga un effetto analogo anche se
non identico, potete usare
Snap Camera, per
Windows 10 o macOS 10.13 o successivi. Dopo averlo installato, cercate uno dei
suoi filtri felini, attivatelo e poi lanciate Zoom o Teams o qualunque altro
software di videoconferenza, avendo cura di scegliere come webcam non quella
integrata nel computer ma quella virtuale creata da Snap Camera. 

Per disattivare questo filtro è sufficiente riselezionare la webcam normale.

La domanda finale, però, arriva dall’account Twitter di
Larry the Cat, il gatto del numero 10 di Downing Street:
“Esiste un filtro per Zoom che trasforma i gatti in avvocati?”

Adblock Plus, il bloccapubblicità, venderà pubblicità

Adblock Plus, il bloccapubblicità, venderà pubblicità

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2016/09/20 1:35.

Adblock Plus è un popolarissimo accessorio per browser che blocca il caricamento delle pubblicità, eliminandone il fastidio e accelerando il caricamento delle pagine. Di conseguenza è amatissimo dagli internauti, specialmente se connessi su linee lente o tramite telefonino con contratti a consumo.

Pochi giorni fa, però, Eeyo, l’azienda che possiede Adblock Plus, ha fatto un annuncio che rischia di compromettere l’affetto conquistato fin qui: venderà pubblicità che sarà immune al suo filtraggio e verrà mostrata al posto di quella predefinita e scelta dal sito che ospita gli spazi pubblicitari.

In pratica, Adblock Plus gestirà una “lista bianca” di inserzionisti; tutti gli altri pubblicitari saranno in una lista nera costantemente aggiornata. Per essere promossi alla lista bianca basterà usare formati pubblicitari non invadenti e pagare una commissione del 6% ad Adblock Plus.

C’è chi parla apertamente di “estorsione”, ma va detto che la sostituzione degli spot a favore di Adblock Plus è disattivabile dagli utenti, per cui chi vuole può continuare ad avere il blocco totale delle pubblicità. Ma c’è il rischio che molti utenti decidano di abbandonare Adblock Plus in favore di altri prodotti analoghi, come Ublock Origin (per Chrome, Firefox, Opera), che non si pongono come dazieri ai quali pagare un pedaggio e vivono grazie alle donazioni degli utenti.


Fonti: Naked Security, Gizmodo.

Bloccare pubblicità indesiderata nel Web con uBlock

Bloccare pubblicità indesiderata nel Web con uBlock

Molti conoscono AdBlock Plus, un’estensione per bloccare le pubblicità fastidiose nei browser, ma alcuni lamentano la sua pesantezza e il suo coinvolgimento in problemi legali a causa della sua capacità di concedere favoritismi ad alcuni inserzionisti.

Se Adblock Plus vi sta stretto, potete provare uBlock, un’alternativa gratuita e open source, disponibile per vari browser (Chrome, Firefox, Opera, Safari e altri) e considerato più leggero della concorrenza in termini di consumo di risorse.

Lo scopo dichiarato di uBlock è quello di consentire agli utenti di scegliere personalmente quali contenuti pubblicitari filtrare e quali accettare, per esempio per sostenere i siti graditi, come già fanno più di un milione di utenti. Questo software è sostenuto dalle donazioni degli utenti, cosa che (insieme alla trasparenza offerta dalla sua natura open source) dovrebbe permettere un buon livello d’indipendenza e di correttezza.

Miniguida per genitori angosciati: come filtrare le navigazioni dei minori?

Miniguida per genitori angosciati: come filtrare le navigazioni dei minori?

Una delle richieste più frequenti dei genitori che hanno figli giovanissimi è un filtro da applicare al loro accesso a Internet in modo che non siano esposti a contenuti inadatti alla loro età. Purtroppo non ho buone notizie: questi filtri, che sono programmi installati sul singolo dispositivo oppure centralmente sul modem che offre accesso a Internet, funzionano poco e male e comunque sono scavalcabili da qualunque minore sufficientemente motivato. Il massimo che possono offrire è la protezione contro l’esposizione accidentale a contenuti scioccanti.

Un esempio concreto: mettere un blocco sui nomi dei siti pornografici non serve a quasi nulla, perché questi siti usano dei servizi alternativi, dai nomi ben poco intuitivi, per diffondere i propri video (in gergo, usano dei content delivery network il cui nome è diverso da quello del sito). Il risultato è che se si mette un filtro sul nome del sito viene bloccato tutto il testo del sito, ma non i suoi video, che sono probabilmente la parte che si voleva filtrare. E per scavalcare del tutto il filtro, anche per il testo, basta usare per esempio Google in una maniera che non descrivo qui per non regalare spunti ma è molto ovvia ed è solitamente già nota ai ragazzi e alle ragazze tramite il passaparola.

C’è poi, ovviamente, la scappatoia che se la connessione a Internet domestica o scolastica è filtrata, c’è sempre l’amico che ha un accesso a Internet sul quale i genitori non hanno messo filtri o uno smartphone che accede a Internet senza protezioni.

Se vi accontentate di una protezione parziale contro le esposizioni accidentali, comunque, potete usare i controlli parentali: nei dispositivi Apple sono già preinstallati e basta attivarli, mentre sui dispositivi Windows vanno scaricati, installati e attivati; i tablet e smartphone Android hanno app di controllo parentale offerte dai principali produttori di antivirus, come Kaspersky o Norton. Potete anche attivare SafeSearch in Google per ridurre il rischio che una ricerca presenti immagini inadatte (le istruzioni sono qui). È più pratico, tuttavia, attivare un filtro a monte sulla connessione, in modo da filtrare tutti i dispositivi di casa in un solo colpo (compreso il televisore, perché molti modelli vanno su Internet): guardate il manuale del vostro modem per vedere se offre questa possibilità, ma preparatevi a un’operazione tecnica delicata.

Se non volete complicazioni tecniche, c’è sempre l’alternativa di non affidare tablet, smartphone, console di videogioco o altri dispositivi collegabili a Internet a chi è troppo giovane per sopportare lo shock delle immagini di violenza o di pornografia, oppure di consentire la navigazione in Rete soltanto in vostra presenza, per aiutarli in caso di brutti incontri; anche per questo si possono impostare filtri d’orario inesorabili.