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Deepfake sempre più sofisticati: un imitatore “aumentato”

Deepfake sempre più sofisticati: un imitatore “aumentato”

Un imitatore, Jim Meskimen, presta la propria voce e le proprie movenze a questo deepfake, nel quale l’intelligenza artificiale e il talento del suo operatore, Sham00k, sostituiscono le fattezze dell’imitatore con quelle del personaggio imitato. Il risultato è impressionante, specialmente se conoscete le voci originali di questi attori e politici imitati.

Dietro le quinte:

Antibufala mini: il robot ribelle è un effetto speciale

Antibufala mini: il robot ribelle è un effetto speciale

Sta impazzando una serie di video nei quali un robot umanoide si ribella ai tormenti dei suoi addestratori umani.

Si tratta di una creazione digitale della Corridor. Questo è un loro video che mostra anche il dietro le quinte. Un’ottima trovata di marketing virale.

Quest’altro spiega ulteriori dettagli della realizzazione (da 6:10 in poi, dopo lo spottone promozionale):

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Chicca per Trekker: l’animazione dell’equipaggio nella sigla di The Next Generation

Avvertenza: Se non siete appassionati totali di Star Trek, non leggete oltre. Non dite che non vi ho avvisato 🙂

Quando debuttò Star Trek: The Next Generation, troppi anni fa, vantava ottimi effetti speciali (analogici) creati dalla Industrial Light and Magic, quella di Star Wars e tanti altri film visivamente straordinari. C’era chi giurava di aver intravisto, nella sigla di testa, che in un’inquadratura del modello dell’Enterprise (quella a 1:25 nel video qui sotto) c’erano addirittura le persone che si muovevano: una cosa che non si vedeva dai tempi di 2001: Odissea nello Spazio.

Io all’epoca guardavo TNG nell’unico modo possibile, ossia in videocassetta su un TV a tubo catodico, e quindi non vedevo dettagli così minuscoli. Soltanto anni dopo, quando uscì l’edizione in DVD e poi in Blu-ray, quell’avvistamento ormai diventato mitico tra i fan fu confermato.

Oggi TrekCore ha pubblicato l’animazione originale usata per creare l’effetto: una semplice sequenza di disegni a matita che mostrano membri dell’equipaggio. Fra l’altro, la visione dell’animazione originale chiarisce che non si tratta del ponte di comando, come avevano pensato in tanti, bensì nella sala conferenze (conference lounge o observation lounge) dell’astronave.

La vicenda è raccontata qui su Startrek.com. La pubblico qui per il puro piacere di condividere una chicca che mi ha fatto sorridere.

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Harrison Ford in “Solo”? Con Deepfakes si può

Harrison Ford in “Solo”? Con Deepfakes si può

Sul canale Youtube derpfakes è uscita questa demo nella quale il giovane Harrison Ford prende il posto di Alden Ehrenreich. Considerato che è fatto senza il dispiego di mezzi di Hollywood ma da un semplice appassionato, il risultato è davvero notevole.

Recensione: Interstellar

Recensione: Interstellar

“Mi sono messo le cuffiette per non sentire
i dialoghi atroci di questo film, ma invano”

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Premessa: non pretendo che condividiate quello che sto per scrivere. Semplicemente, alcuni di voi hanno chiesto la mia opinione su Interstellar e quindi la pubblico qui per gli interessati. Ma la scrivo anche per lenire catarticamente il dolore mentale che mi ha causato il film. Non rivelerò dettagli della trama prima della sezione intitolata Spoiler da qui in poi. Ma vi avviso subito che la trama è una stronzata. Se non vi fidate di me, leggete cosa ne dice l’astronomo e geek Phil Plait.

Avete presente quei film dove alla prima inquadratura è già chiaro come va a finire e chi è il cattivo? Interstellar è così. E i dialoghi sono presi dagli scarti di Armageddon: oscillano fra toni di tentata poesia talmente retorici da risultare ridicoli e battute da pilota macho che sembrano prese di peso da un film di Schwarzenegger.

Quello che mi rode maggiormente è che le premesse erano stupende. C’è un regista che venero, Christopher Nolan, abile tessitore di trame complesse e intriganti (The Prestige, Inception, Memento) e aggressivo sostenitore degli effetti speciali fisici e della pellicola al posto del digitale (con risultati assolutamente strepitosi anche in Interstellar). C’è un tema che mi fa venire il magone al solo pensarci: l’umanità che si chiude ottusamente in se stessa invece di rispondere al richiamo dell’esplorazione dell’Universo, mentre quelli che non si arrendono all’idea di finire come topi in trappola fanno un ultimo, disperato tentativo di sfuggire alla propria culla trasformatasi in una tomba sterile e polverosa.

Il parallelo con le missioni Apollo, citate più volte nel film, è lampante. Abbiamo osato, abbiamo avuto successo, siamo arrivati sulla Luna sei volte, abbiamo mosso i nostri primi, incerti passi nel cosmo, quelli che dobbiamo compiere come specie se vogliamo sfuggire all’inesorabile destino di questo pianeta… e ci siamo fermati. Troppo presi a pensare all’oggi, al subito, al prossimo post su Facebook, per pensare a fare, a costruire per il futuro, ad avere il coraggio di sfidare un universo che è terrificante nella sua vastità inconcepibile ma che al tempo stesso è il nostro destino. Siamo esploratori, pronti a rischiare e a sacrificarci per scoprire nuove terre, o siamo pavide scimmie condannate a starcene chiuse nella tana a contemplarci l’ombelico e incancrenirci?

Con un tema così grandioso, in mano a un regista di questo calibro, pareva impossibile sbagliare. E invece Interstellar finisce per essere una confusa, tediosa, prevedibile storia di buoni sentimenti in cui i soliti americani – e solo loro, si vede che il resto del mondo è troppo preso a giocare a ramino – risolvono tutto con soluzioni al limite del ridicolo, condite da un technobabble frastornante e sconclusionato (se non basta la quarta dimensione c’è la quinta, e se neanche la quinta è abbastanza, c’è sempre la forza dell’ammmoooreeee che è un artefatto fisico di una dimensione spaziale superiore che trascende i limiti dello spazio e del tempo), scopiazzando a piene mani da 2001 Odissea nello spazio di Kubrick (a volte rubandone intere scene – se lo andate a vedere, vi sfido a non canticchiare il Danubio Blu o a mormorare “HAL, apri il portello”).

La prima mezz’ora circa di Interstellar getta delle premesse meravigliose che poi vengono sperperate nelle due ore restanti. La prima visita a un pianeta è splendida: le conseguenze della dilatazione del tempo subita dagli astronauti sono raccontate in modo struggente e rendono magnificamente l’immensità del viaggio e del sacrificio. Ma poi tutto scivola in un pasticcio deludente nella sua ovvietà.

Intendiamoci: visivamente Interstellar è un grande spettacolo. Se ne esistesse una versione nella quale i dialoghi sono zittiti, tutta la menata del granturco viene rimossa e la musica di Hans Zimmer viene lasciata a svettare a manetta insieme alle immagini pittoricamente meravigliose ed epiche dell’odissea spaziale, sarebbe perfetto. Il volo iniziale vicino a Saturno è un capolavoro estetico che può essere ammirato soltanto su uno schermo gigante e in alta risoluzione. I veicoli spaziali hanno una fisicità e una massa che possiedono soltanto i modelli reali, costruiti, non fatti in computergrafica. E i robot, che con i dialoghi sono insopportabili spalle pseudocomiche, senza quegli stessi dialoghi rivelano tutta la loro originalità geniale. L’uso della pellicola e dell’IMAX per le riprese è sublime, e la fotografia è favolosa: invece di ricorrere ai trucchetti del 3D, Interstellar gioca sulla profondità di campo ridottissima, alla Barry Lyndon, per stagliare gli attori sullo sfondo (guardate l’arte della messa a fuoco variabile quando Cooper si alza dal letto dopo aver parlato con Murph – se siete fotografi, è da applauso). È bellissima anche la scelta di non far sentire i rumori nel vuoto.

Insomma, Interstellar aveva tutte le carte in regola per essere un’ode all’esplorazione, una poesia del cosmo, uno spettacolo visivo grandioso, una riflessione su chi vogliamo essere come persone e come specie e quale destino vogliamo crearci. E invece finisce per essere un polpettone indigesto, che risulta ancora più amaro perché te lo rifila quello che solitamente è un grande chef.

ATTENZIONE: Spoiler da qui in poi

La scena degli insegnanti che redarguiscono il protagonista, Cooper, perché insegna alla figlia che siamo davvero andati sulla Luna, mentre i libri di testo scolastici “corretti” insegnano che le missioni lunari furono una messinscena per mandare in bancarotta i sovietici, mi ha fatto accapponare la pelle: fa vedere il mondo come sarebbe se i complottisti andassero al potere. La sorpresa di scoprire subito dopo che la NASA è diventata un’organizzazione clandestina è notevole, però scivola presto nel ridicolo.

Che ci fa un drone indiano che gira impunemente nei cieli americani? Non si capisce cosa c’entri con tutto il resto e perché dobbiamo spendere interi minuti a rincorrerlo, oltretutto falciando con un SUV chilometri di quel granturco che è diventato così prezioso. O meglio, il perché viene dato, ma è ancora più irritante perché poi non se ne sa più nulla e non serve a niente nel resto della trama.

E che dire di Cooper, che passa da ex pilota dedito da anni all’agricoltura a pilota di veicoli interstellari in men che non si dica (neanche il tempo del raccolto)? Quando ha studiato il manuale di bordo e il piano di missione? Come fa poi a pilotare un apparecchio che non ha mai preso in mano prima e calcolare sui due piedi rotte intorno a buchi neri rotanti che non sa neanche come funzionano?

Chiediamoci anche come fa la NASA a collaudare di nascosto un missile spaziale gigante (che ha una somiglianza notevolissima con un Saturn V delle missioni Apollo) e come fa a tenere segreto tutto quanto dopo ogni lancio (prima di Cooper ce ne sono stati parecchi altri): possibile che nessuno si accorga del decollo di un bestione alto cento metri, visibile da mezzo continente? E pazienza se Cooper dice che la stella più vicina a noi è a migliaia di anni luce (no, è a circa quattro; forse intendeva una stella con pianeti abitabili).

No, mi spiace: se si fa un film con grandi pretese di realismo e si ripete ossessivamente nella campagna promozionale che sono stati scomodati i migliori esperti per rendere Interstellar scientificamente corretto e poi si fanno scivoloni come questi, io mi sento preso in giro.

L’attracco all’astronave madre rotante è preso di peso da 2001, ma in 2001 la stazione era grande e pertanto le bastava ruotare abbastanza lentamente, mentre qui è piccina e quindi per generare un effetto centrifugo sufficiente gira molto rapidamente su se stessa. E che fanno i geni della NASA? Tappezzano l’astronave di finestrini, così gli astronauti vedono continuamente l’universo intero che gira davanti ai loro occhi. Poi ci si meraviglia che a uno degli astronauti viene la nausea.

Quando trovano Matt Damon ibernato e viene inquadrato il suo robot scassato, si capisce subito che c’è qualcosa che non va nella sua giustificazione del danno e che di lui non c’è da fidarsi. Suvvia, Nolan, non siamo stupidi: conosciamo il Fucile di Chekhov. Sappiamo che se viene mostrato o citato un particolare che sembra essere irrilevante per la trama, quel particolare diventerà rilevante in seguito. O lo introduci bene, integrandolo nei dialoghi in modo naturale, o ti fai sgamare. Farlo addirittura due volte nel giro di pochi minuti (quando Damon chiede, senza alcun motivo, se Cooper ha un trasmettitore a lungo raggio) è un po’ un insulto all’intelligenza dello spettatore.

E a proposito di Matt Damon, l’idea che un astronauta addestrato, capace di sopravvivere per anni da solo su un pianeta totalmente inospitale, sia così cretino da non rendersi conto che se apre verso il vuoto il portello pressurizzato ci saranno conseguenze catastrofiche che lo ammazzeranno è semplicemente ridicola.

Il guaio è che anche Cooper è altrettanto cretino. Non solo gli devono fare il disegnino per spiegargli cos’è un wormhole (e glielo fanno durante la missione, che dirglielo prima pareva maleducato), ovviamente a beneficio del pubblico (espediente di sceneggiatura trito e maldestro), ma durante la colluttazione con Matt Damon, mentre quest’ultimo cerca di sfondargli il casco con il proprio per farlo soffocare (a 1h:55min), Cooper si mette a cercare di ragionare con lui, dicendogli testualmente che se fa così ha il 50% di probabilità di rompere il suo stesso casco. Giuro. Perché parlare di calcolo delle probabilità è il modo migliore per far cambiare idea a un pazzo omicida che ti sta prendendo a craniate. Non solo è stupido: è ridicolo.

L’astronave rotante, oltretutto, una volta che è stata semidistrutta dall’incidente dovrebbe perdere la stabilità di rotazione, come una trottola rotta, e invece la mantiene perfettamente. Inoltre preferisco sorvolare sull’assurdità alla Armageddon dell’attracco rotante improvvisato da Cooper e concluso da una delle battute più chucknorrisiane del film (“Non è impossibile: è necessario!”, a 2h:7min).

Che dire, poi, di tutto quello sdolcinato monologo sull’amore che sarebbe una forza reale che supera lo spazio e il tempo? Non sto parlando dell’amore come sentimento che ci spinge a fare cose straordinarie, ma di amore da includere nelle equazioni dello spaziotempo come entità concreta che consente di comunicare all’indietro nel tempo. Certo, alla fine del film si capisce che è un’ipotesi errata, ma allora perché perdere tempo e confondere lo spettatore? Sembra un concetto scopiazzato dal Quinto Elemento e non c’entra nulla con tutto il resto. Soprattutto in un film che, a differenza dell’adorabile Elemento, si prende mortalmente sul serio e si vanta di essere scientificamente rigoroso.

Se la piaga delle piante consuma l’azoto dell’atmosfera, come spiega Michael Caine a 28 minuti dall’inizio (“We don’t even breathe nitrogen. The blight does, and as it thrives, our air gets less and less oxygen”), perché mai l’umanità rischia di soffocare? Gli esseri umani, appunto, non usano l’azoto atmosferico, e non lo fanno neanche le piante (usano l’azoto nel terreno). Se la piaga consuma l’azoto atmosferico ma ci sono piante che producono ossigeno (e se ne vedono tante nelle grandi panoramiche sulla Terra), la percentuale d’ossigeno in atmosfera aumenta. Non ha senso. Perché non dire semplicemente che la piaga uccide le piante e quindi l’umanità soffocherà perché non ci saranno più piante a generare ossigeno?

Se il veicolo spaziale usato da Cooper è in grado di decollare da solo da un pianeta con una gravità terrestre, perché ha bisogno di essere installato su un supermegamissile per lasciare la Terra (aggiornamento: c’è qualche possibile giustificazione nei commenti qui sotto)?

E che dire di Cooper che viene esposto per la prima volta a uno spaziotempo pentadimensionale e riesce in pochi secondi a capire come funziona e a manipolarlo talmente bene da mandare un messaggio in Morse? Se è così magicamente bravo, perché usa un sistema così criptico come la lancetta dell’orologio? Perché gli esseri umani pentadimensionali del futuro non fanno semplicemente apparire il messaggio nel laboratorio della NASA? E come fa Cooper a continuare a manipolare la lancetta quando Murph porta via l’orologio dalla libreria? Perché Murph, invece di mettersi a trascrivere subito il messaggio, ne perde il primo pezzo correndo fuori ad annunciare agli altri che papà sta comunicando?

Mi spiace, ma questa non è fantascienza: è fantasy sentimentale con le astronavi. Quelli che ho elencato sono incoerenze e assurdità (non rispetto alla scienza, ma rispetto alle premesse definite dalla trama) talmente grosse che mi tirano fuori dal film. Io sono entrato al cinema sperando di farmi incantare dal senso del meraviglioso e ne sono uscito totalmente deluso. Scusate lo sfogo.

Come si riconosce un video Deepfake? A occhio

Come si riconosce un video Deepfake? A occhio

Sì, è Nicolas Cage nei Predatori
dell’Arca Perduta
(deepfake).

La tecnologia di manipolazione deepfake, che consente di sostituire i volti nei video in maniera quasi completamente automatica, crea una certa inquietudine perché quando è usata bene consente di ottenere risultati estremamente credibili con un impegno di risorse tecniche molto modesto (basta un computer domestico).

L’idea che ci si possa trovare circondati da video falsi indistinguibili dagli originali ha ovviamente delle forti implicazioni in molti campi, dalla politica al giornalismo alla documentazione storica alle indagini giudiziarie. Ma la ricerca scientifica corre veloce anche nel settore dello smascheramento di questi falsi, proponendo tecniche di analisi e identificazione sempre più ingegnose.

Tre ricercatori della State University of New York hanno pubblicato una di queste tecniche nel paper In Ictu Oculi: Exposing AI Generated Fake Face Videos by Detecting Eye Blinking, che suggerisce di esaminare matematicamente il movimento delle palpebre nei video per capire se è naturale o no e quindi rivelare eventuali falsificazioni.

Le persone sbattono le palpebre in media circa 17 volte al minuto: questa cadenza aumenta durante una conversazione e diminuisce durante la lettura. Ma gli attuali software di generazione dei deepfake non tengono conto di questo fenomeno, per cui una cadenza errata, misurata da un apposito software, rivela la manipolazione.

Secondo i ricercatori, fra l’altro, migliorare i deepfake per includere la cadenza corretta non è facile, perché i dataset usati per “addestrare” questi programmi di solito non contengono immagini dei volti-bersaglio con gli occhi chiusi. I falsificatori dovranno quindi inventarsi un modo per aggiungere il movimento corretto delle palpebre. La gara fra falsificatori e smascheratori non conosce soste.

Video monetizzabili, motore di fake news

Video monetizzabili, motore di fake news

Ultimo aggiornamento: 2017/12/14 20:55.

In questi giorni hanno iniziato a circolare due notizie apparentemente slegate ma in realtà parallele.

La prima riguarda un video che mostra un uomo che cammina in un grande giardino tenendo in mano un telo trasparente: quando lo dispiega davanti a sé, l’uomo diventa invisibile. Sembra quasi che il mantello dell’invisibilità di Harry Potter sia diventato realtà grazie alla scienza, se si dà retta alla descrizione che accompagna il video e che parla di “materiali quantici.. usabili dai militari”, ma in realtà si tratta di un effetto speciale video ottenuto con la tecnica cinematografica nota come chroma key oppure blue screen o green screen: il telo è di un particolare colore (di solito blu o verde) che viene sostituito digitalmente con un’immagine preregistrata di quello che sta dietro il telo, che così sembra creare l’invisibilità.

La seconda ha a che fare con un ventiduenne inglese, Jay Swingler, che ha deciso volontariamente di mettere la propria testa dentro un forno a microonde riempito di schiuma espandente, allo scopo di riprendersi in un video da pubblicare su Youtube insieme ad altri dello stesso genere demenziale. La schiuma si è solidificata e il ragazzo ha rischiato di morire soffocato, ma è stato salvato dall’intervento di ben cinque vigili del fuoco, come riferiscono la BBC e i pompieri delle West Midlands.

Cos’hanno in comune queste due storie? Lo stesso movente: fabbricare video che diventano popolari e generano soldi. Se un video riceve tante visualizzazioni, i social network e i siti come Youtube pagano i suoi creatori in cambio del diritto di inserirvi pubblicità. Questo meccanismo di monetizzazione dei video ha creato una vera e propria industria amatoriale di video falsi, con contenuti spesso scioccanti o demenziali, costruiti a tavolino per far parlare di sé ed essere condivisi, che non esisterebbero se non ci fosse l’incentivo del guadagno. E ci sono anche sciacalli che rubano i video virali altrui per monetizzarli.

Il video del mantello dell’invisibilità, per esempio, proviene dal social network cinese Weibo, ma è stato visto 32 milioni di volte da quando è stato condiviso su Facebook ed è stato citato da numerose testate giornalistiche (specificando chiaramente che si trattava di una finzione). Il video del gesto d’incoscienza del ragazzo britannico ha accumulato oltre tre milioni di visualizzazioni in pochi giorni. Questo significa che chi li ha pubblicati riceverà qualche migliaio di euro di compenso.

La monetizzazione su Internet di video falsi o fabbricati è una delle ragioni del boom delle notizie false basate su questi video: costano poco e rendono molto, anche per le testate giornalistiche che le ripubblicano senza verificarle. I social network stanno correndo ai ripari togliendo le pubblicità, e quindi l’incentivo economico, ai video che incoraggiano o promuovono comportamenti dannosi o pericolosi, ma questa rimozione avviene soltanto se un video viene segnalato dagli utenti (è successo per il video della testa nel microonde). Spetta quindi a noi utenti, insomma, agire per disincentivare questa forma di fake news.

Fonti aggiuntive: Bufale.net; Gizmodo; Snopes.com. Questo articolo è il testo preparato per il mio servizio La Rete in 3 minuti per Radio Inblu del 14 dicembre 2017.

Video: perché questo uccellino sta a mezz’aria con le ali ferme?

Video: perché questo uccellino sta a mezz’aria con le ali ferme?

Quasi due milioni di visualizzazioni per un video di un uccellino che svolazza davanti a una telecamera di sorveglianza domestica possono sembrare tante, ma se lo guardate (dura solo undici secondi) capirete il motivo di tanto interesse: il volatile sta sospeso in aria senza che si veda alcun movimento delle ali. Come è possibile?

Non è grafica digitale o un trucco fisico: l’uccellino non è stato appeso a un filo o creato digitalmente. Quello che si vede nel video è tutto reale. La spiegazione è poco intuitiva per chi non conosce il funzionamento di una telecamera: per una fortunata coincidenza, le ali si muovono con la stessa cadenza con la quale la telecamera acquisisce la sequenza di immagini fisse che compongono il video (circa 20 cicli al secondo, come spiegato dall’autore, GingerBeard), per cui il video ha registrato le immagini delle ali solo quando erano in una posizione sempre uguale del loro battito.

Questa tecnica, chiamata spesso stroboscopia, si usa da tempo in numerose varianti per esaminare movimenti rapidi e ripetitivi, per esempio di macchinari, ed è la ragione per la quale in alcuni film e video si vede che le ruote dei carri e delle auto sembrano girare in senso contrario a quello di marcia. Ma è rarissimo vederla in azione per caso e con risultati così magici come in questo video.

Il genio degli effetti speciali di Roger Rabbit e di The Man in the High Castle

Il genio degli effetti speciali di Roger Rabbit e di The Man in the High Castle

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Da una parte la tecnica manuale portata alla sua massima espressione, dall’altra l’arte digitale di creare ambienti impossibili: vi propogo due video che mostrano quanto incredibile lavoro umano c’è dietro ogni effetto speciale cinematografico che passa sullo schermo per pochi istanti per creare l’illusione e calarci nella storia.

Cominciamo con Roger Rabbit, che ha abbinato animazione tradizionale con riprese cinematografiche dal vivo in modo tuttora insuperato (e lo ha fatto manualmente): notate quanti trucchi sono stati usati dagli animatori per correggere gli errori degli attori (quando Bob Hoskins guarda troppo in alto, Roger Rabbit si mette in punta di piedi in modo che Hoskins lo guardi negli occhi) e quanti dispositivi meccanici sono stati realizzati per integrare gli effetti fisici con l’animazione, costruendo macchine per una singola scena di pochi secondi. E notate il capolavoro di dettaglio, quando la lampada oscilla e le ombre su Roger Rabbit cambiano continuamente per seguire le oscillazioni e addirittura, per una frazione di secondo, l’orecchio di Roger passa davanti alla lampada e diventa semitrasparente. L’avevate mai notato? Il confronto con altri film a tecnica mista è impietoso.

Passiamo al presente con un allerta SPOILER: se non avete ancora visto l’ottima, inquietante miniserie The Man in the High Castle, ambientata negli anni Sessanta di un universo alternativo nel quale la Germania nazista e il Giappone hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale a colpi di bombe atomiche e il nazismo in America è diventata una normalità che definisce la vita quotidiana, il video che segue contiene molte anticipazioni della seconda stagione.

Ora che vi ho avvisato, ecco il video: notate quanto dettaglio viene creato (dagli artisti, non dal computer) per rendere credibili le scenografie generate digitalmente e ispirate ai veri progetti nazisti per la Berlino del Reich vincitore. Gli aerei di linea supersonici nazisti sono magnifici nel loro stile leggermente retrò, e se siete appassionati d’aviazione noterete che l’aeroporto include anche un De Havilland Comet. Un dettaglio che non era necessario, ma che è un sintomo della passione e della cura che gli artisti immettono in queste creazioni. Trovate dettagli sulla ricerca storica di TMITHC in questo articolo di Gizmodo.

Non dite mai “l’ha fatto il computer”: dietro ogni effetto digitale c’è sempre un essere umano, e spesso più di uno.

Debutta la versione “aggiornata” della serie classica di Star Trek. Rifatti gli effetti, preservato il gastrospasmo

Debutta la versione “aggiornata” della serie classica di Star Trek. Rifatti gli effetti, preservato il gastrospasmo

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La Serie Classica di Star Trek, oggetto di culto nella Rete, compie quarant’anni e si concede un lifting digitale. Le avventure di Kirk, Spock, McCoy e della loro cosmopolita e colorata compagine cosmica, alla perenne ricerca di nuovi mondi, di lezioni morali e di un paio di tasche (notoriamente assenti nei costumi del telefilm), vengono ritrasmesse in questi giorni negli USA in una nuova versione in alta definizione, con audio ed effetti speciali completamente rifatti.

C’è chi grida al MLMFC (“mungi la mucca finché crepa”), considerandolo uno squallido quanto sacrilego espediente per spillare altri soldi ai fan creando un falso storico (l’Iliade con pistole e telefonini, insomma) secondo la moda lanciata da Guerre Stellari con le sue contestatissime ma vendutissime “edizioni speciali”, nelle quali le basette anni Settanta cozzano con l’ultimo grido digitale del ventunesimo secolo. Ma c’è anche chi trova che tutto sommato i nuovi effetti svecchino gli episodi senza snaturarli.

A differenza di Guerre Stellari, E.T. e altri film sottoposti a rifacimento, che hanno visto cambiare radicalmente aspetti essenziali della trama (Han sparava per primo, dannazione), la nuova versione di Star Trek preserva rigorosamente le trame originali. Gli effetti aggiornati ricalcano fedelmente le limitazioni e lo stile di quelli dell’epoca: per esempio, l’astronave Enterprise non si mette a fare virate da Frecce Tricolori, ma fa le stesse manovre di prima, solo in forma più pulita, senza sgommate e senza i vistosi bordi blu del blue screen su pellicola degli anni Sessanta. I pianeti non sono più palle da ping-pong dipinte, ma hanno una vera e propria geografia.

Cosa ben più importante per i Veri Fan, nei quali mi includo se non altro per meriti d’anzianità, la recitazione è intatta, nel bene e nel male: nulla è stato cambiato, per esempio, nella… dizione… scandita… delle… battute… drammatiche… del capitano Kirk e soprattutto nel suo celebre gastrospasmo (chi conosce la serie sa cosa intendo: il gesto di portare i gomiti all’addome e divaricare le braccia, a mani aperte, tipico di William Shatner — sto cercando una foto in archivio, ma non la trovo, se l’avete, mandatemela). Né sono state rivedute le minigonne oggi politically incorrect dei componenti femminili dell’equipaggio. E a differenza dell’operazione analoga fatta da George Lucas con la sua trilogia, gli originali non sono stati fatti sparire dal mercato (le edizioni originali di Guerre Stellari – senza le oscene scritte Episodio IV, V e VI e con Han che fa quel che deve fare un contrabbandiere canaglia – sono finalmente in vendita dai primi di settembre, dopo dieci anni di proteste dei fan).

Purtroppo il ritocco digitale non si estenderà, a quanto mi risulta, al doppiaggio italiano, ricolmo di strafalcioni di traduzione tali da indurre il gastrospasmo (appunto): per esempio, molti si chiedono tuttora come mai il capitano Kirk insista a chiamare “Olmo” (Elm) il tenente Hikaru Sulu, manco fosse un personaggio di Mai dire gol. In realtà l’audio originale diceva “helm”, ossia “timone”, riferimento alla mansione di Sulu, ma l’Einstein di turno al quale fu rifilata la traduzione pensò che si trattasse del nome del tenente. Ehi, che diamine, se il primo ufficiale ha le orecchie a punta, il timoniere potrà anche chiamarsi come un albero; è fantascienza, no?

Rifacimenti digitali o meno, nessun fan della serie classica ne è diventato appassionato per le battaglie e le esplosioni; contano le trame, le sfide morali, le battute e l’interazione dei personaggi, che la nuova edizione preserva fedelmente. Il fatto che i phaser ora non facciano più gli schizzi come nell’originale probabilmente permette alle nuove generazioni di apprezzare senza imbarazzo questi piccoli capolavori realizzati in estrema povertà. Povertà grazie alla quale fu necessario, a differenza di tanta fantascienza moderna e antica, concentrarsi sulla qualità delle storie e dei personaggi anziché risolvere tutto con dodicimila watt di botti e battaglie.

Per chi volesse valutare i risultati della “nuova” edizione di Star Trek, il filmato promozionale permette il confronto fra l’originale e il rifacimento. Chi ha già fatto la migrazione alla nuova newsletter Internet per tutti riceverà un invito a partecipare a un sondaggio (rigorosamente anonimo) sul tema del ritocco digitale dei film classici (non soltanto di fantascienza).

Aggiornamento (2006/09/20)

Ecco i risultati del sondaggio:

  • E’ un falso storico; i film vanno visti come furono girati, 28.42%
  • E’ necessario per evitare che vengano dimenticati, 11.58%
  • Va bene, basta che sia indicato chiaramente, 55.79%
  • Non me ne può fregar di meno, 4.21%