Vai al contenuto
IP dice che la fuga dal diesel “non ha alcun senso”. Facciamo due conti

IP dice che la fuga dal diesel “non ha alcun senso”. Facciamo due conti

Ultimo aggiornamento: 2018/10/31 21:10.

Poco fa IP ha postato questo tweet, nel quale cita un articolo del Sole 24 Ore che tesse le lodi del diesel parlando di “motore virtuoso per emissioni di CO2” dimenticandosi allegramente tutte le altre emissioni dei motori a gasolio:

Dice IP che “Questa fuga dal diesel di ultima generazione non ha alcun senso per le auto medio/grandi e percorrenze elevate, se circolassero solo Euro 6 il problema non ci sarebbe”.

Non ho saputo resistere:

IP ha risposto prontamente, ed è nata una conversazione interessante:

IP cita un articolo di ottobre 2017; ma da allora non sembra che ci siano stati grandi progressi nelle installazioni di colonnine presso i distributori in Italia, specialmente lungo le autostrade (qualche indizio qui). Perché l’ultima cosa che vuoi fare, se sei in autostrada, è dover uscire e rientrare soltanto per fare rifornimento. Se avete notizie di colonnine installate presso distributori di carburante sulle autostrade italiane, ditemelo.

Nessuna risposta da parte di IP, per ora.

Spiego la mia richiesta così specifica: ormai l’unico viaggio ricorrente che faccio ancora con l’auto a benzina è quello da Lugano a Pavia. Tutti gli altri li faccio con la mia piccola auto elettrica. Potrei fare anche Lugano-Pavia-Lugano, se ci fosse una stazione di ricarica a quell’autogrill, così come c’è (e pure gratuita) all’autogrill opposto sulla via del ritorno (grazie a Loginet).

In generale, è fondamentale che le società che gestiscono gli autogrill italiani la smettano con questa loro ottusa resistenza: non hanno ancora capito che installare una colonnina elettrica significa invogliare il viaggiatore a fermarsi per una quarantina di minuti intanto che carica. E intanto che carica, mangia. In altre parole, spende. Mentre l’automobilista a pistoni passa, fa rifornimento e se ne va.

Ma a parte questo, mi ha intrigato questa tesi della “fuga dal diesel di ultima generazione“ che “non ha alcun senso per le auto medio/grandi e percorrenze elevate” sostenuta da IP, e così ho provato a fare due conti veloci lasciando da parte considerazioni ecologiche e guardando soltanto la convenienza economica.

Ho preso due “auto medio/grandi” paragonabili, una diesel e una elettrica, nel mercato italiano. Da una parte ho scelto una BMW Serie 5 540d xDrive Sport Steptronic, dall’altra una Tesla Model S 75 (le ragioni di questa scelta specifica saranno più chiare a fine novembre, quando potrò spiegarle pubblicamente; per ora vi dico solo che è questione di corretta paragonabilità).

La BMW costa 73.000 euro, mentre la Tesla costa 81.400 euro (prezzi indicati da Alvolante.it qui e qui). L’auto elettrica costa 8400 euro in più. Ma costa molto meno usarla.

La BMW, infatti, ha un consumo dichiarato di 5,4 litri per 100 km, e un litro di gasolio, al prezzo più basso indicato oggi da Prezzibenzina.it, costa 1,35 euro. 100 km costano quindi 7.29 euro.

La Tesla, invece, ha un consumo dichiarato di 20 kWh per 100 km, e un kWh, al prezzo medio indicato da Taglialabolletta.it, costa 0,22 euro. 100 km costano quindi 4,4 euro.

Prendiamo il caso proprio delle “percorrenze elevate” tirate in ballo specificamente da IP.

Dopo 100.000 km, con la BMW ho speso 7.290 euro di gasolio contro 4.400 euro di corrente elettrica con la Tesla. Dopo 150.000 km, ho speso 10.935 euro di gasolio contro 6.600 euro di corrente. Dopo 200.000 siamo a 14.580 contro 8800. Dopo 300.000 km, con la BMW ho speso 21.870 euro; con la Tesla ne ho spesi 13.200 e mi sono ripagato la differenza di costo.*

* Ho corretto questi calcoli rispetto alla versione iniziale nella quale per errore mio non tenevo conto del costo dell’elettricità e simulavo cariche gratuite ai Supercharger Tesla. Grazie a tutti quelli che me l’hanno fatto notare.

300.000 km sono tanti? Beh, si parlava appunto di “percorrenze elevate”, e chilometraggi del genere sono abbastanza normali sia per una Tesla, sia per una grande berlina diesel.

Ma non è finita: se si tratta di una Tesla che ha l’abbonamento a vita ai Supercharger oppure se carica spesso da colonnine gratuite o presso il posto di lavoro, il punto di pareggio arriva molto prima. Nel caso ottimale (cariche sempre gratuite) intorno ai 115.000 km.

Però il caso della carica sempre gratuita non è sempre fattibile. Proviamo a tenere conto del bollo auto, che sulla BMW (235 kW) ammonta a circa 780 euro l’anno mentre sulla Tesla (in quanto elettrica) è zero: in quattro anni la BMW sarà costata 3.120 euro, riducendo la differenza di costo a 5280 euro. Anche pagando sempre ogni ricarica, si raggiunge il punto di pareggio dopo 180.000 km.

In sintesi, se faccio percorrenze elevate, più uso l’auto elettrica più aumenta il risparmio. Senza contare le la minore spesa di manutenzione, perché in un’elettrica i freni si consumano meno (la frenata è solitamente elettromagnetica e recupera energia invece di buttarla via) e non ci sono filtri antiparticolato, cartucce di urea o altri marchingegni inventati per tentare di ridurre l’inquinamento del motore diesel.

Quindi ho risposto così:

Ripeto: lascio da parte l’ecologia e guardo solo egoisticamente al portafogli. Certo, è un esempio riferito ad auto molto costose: ma è proprio l’esempio scelto da IP. Attendo risposta.

2018/10/31 21:10

IP ha risposto costruttivamente:

Io ho teso la mano e ho corretto pubblicamente i miei conticini.

Se son rose, fioriranno.

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

A sorpresa Tesla annuncia una Model 3 da 45.000 dollari. Poi aggiorna a 46.000

A sorpresa Tesla annuncia una Model 3 da 45.000 dollari. Poi aggiorna a 46.000

Ultimo aggiornamento: 2018/10/24 12:10.

Da poche ore sul sito di Tesla USA è disponibile una versione di Model 3 di cui non si sapeva nulla, dotata di una batteria “mid range” e a motore singolo, al prezzo di 45.000 dollari (al cambio attuale, circa 39.000 euro). La versione meno cara finora disponibile, quella con motore singolo e batteria “long range” (49.000 dollari), sparisce e viene rimpiazzata da una “long range” a doppio motore, che costa 54.000 dollari (circa 47.000 euro). I prezzi non includono le tasse, come consueto in USA.

Questa nuova versione “mid range” promette 260 miglia (418 km) di autonomia secondo lo standard EPA, rispetto alle 310 miglia (498 km) della versione “long range”. È una versione a motore singolo e trazione posteriore, mentre la “long range” è a doppio motore e trazione integrale. È inoltre limitata (si fa per dire) a una velocità massima di 125 mph (201 km/h) contro i 145 mph (233 km/h) della versione “long range”.
 
La consegna in USA e Canada di questa nuova versione è “entro 6-10 settimane circa”.

Il prezzo effettivo è quello indicato in basso, non quello cerchiato in blu.

La stessa pagina annuncia che la versione con batteria standard sarà “disponibile tra 4-6 mesi”. Le consegne delle Model 3 in Europa cominceranno, dice Tesla, a “inizio 2019”.

La batteria di questa nuova versione “mid range” non è una batteria “long range” limitata via software, come ha fatto Tesla in alcune versioni delle sue altre auto (Model S), ma è proprio fisicamente meno capiente, secondo Electrek.

Il nuovo prezzo è assolutamente senza optional, quindi solo con carrozzeria nera (gli altri colori costano da 1.500 dollari in su), ruote da 18 pollici, interni neri (quelli bianchi si pagano 1.000 dollari extra), sedili riscaldati, tetto in vetro e guida solo assistita (frenata automatica, allarme di collisione frontale e laterale). L’Autopilot si paga 5.000 dollari a parte.

Con questa versione, Tesla accorcia le distanze rispetto alle altre auto elettriche a lunga autonomia disponibili sul mercato USA, come la Bolt EV (36.000 dollari, pari a 31.400 euro, in USA).

È impossibile dire ora quale sarà il prezzo di vendita in Europa delle Model 3, dove i principali concorrenti con autonomia comparabile sono Opel Ampera-E (in Svizzera 52.700 CHF, ossia 46.200 euro), Hyundai Kona Electric (in Svizzera da 44.990 CHF, ossia 39.300 euro) e Kia Niro EV (in UE circa 34.000 euro, ossia 38.700 CHF). Aspettiamo e vediamo: intanto il debutto di questa versione semplificata della Model 3 è un passo verso una riduzione dei prezzi base delle Tesla.

Dal punto di vista informatico, forse la novità più significativa è quella per nulla pubblicizzata: dal configuratore delle Model 3 è scomparsa l’opzione Full Self-Driving, che prevedeva già a bordo tutto l’hardware necessario per la futura guida pienamente autonoma. Nel configuratore della Model S l’opzione c’è ancora. Elon Musk ha tweetato poco fa che l’opzione sarà disponibile fuori menu ancora per una settimana e che non sarà più offerta perché “causava troppa confusione”. Mah.

2018/10/24 12:10

Electrek segnala che oggi Tesla ha modificato leggermente i prezzi: da oggi la Model 3 Mid-Range costa 46.000 dollari e la Long Range costa 53.000 dollari.

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

Come si bloccano i video di pornoricatto (sextortion) su Youtube

Come si bloccano i video di pornoricatto (sextortion) su Youtube

Forse è solo un caso, ma nei giorni scorsi mi è arrivata una nuova raffica di richieste di aiuto per ricatti riguardanti video intimi, per cui è meglio riparlarne pubblicamente.

A differenza dell’allarme fasullo causato dalla diffusissima mail che fingeva di aver registrato la vittima attraverso la sua webcam durante un momento intimo di contemplazione di video online, nei casi che mi sono stati segnalati il video intimo esiste davvero e i ricattatori minacciano di pubblicarlo se la vittima non paga. È la cosiddetta sextortion, descritta in dettaglio per esempio in questo documento della Polizia Federale.

Lo schema della truffa è quello classico: la vittima incontra online una persona attraente e disponibile che propone una sessione intima reciproca in video con Skype o simili. La persona si rivela poi essere un ricattatore che registra l’esibizione della vittima e chiede denaro per non diffondere la registrazione agli amici della vittima stessa. Il criminale sa chi sono questi amici perché ne ha trovato gli indirizzi nell’elenco pubblico su Facebook, per esempio.

Ovviamente bisognerebbe pensarci due volte prima di esibirsi così intimamente davanti a sconosciuti, ma lasciamo stare. Il problema che mi è capitato in questi giorni è che il guaio era ormai fatto.

In casi come questi ci sono fondamentalmente due cose da fare. La prima è assolutamente non pagare: chi paga non fa altro che confermare ai truffatori che è vulnerabile e quindi si espone al rischio che gli vengano chiesti altri soldi. Non ci si può fidare delle loro promesse di cancellare il video o non pubblicarlo: sono criminali, mentire è il loro mestiere.

La seconda è cercare di bloccare il video. Solitamente i ricattatori forniscono alla vittima un link a una copia della registrazione intima che è stata caricata da loro su Youtube senza renderla pubblica (può vederla solo chi ne conosce il link).

Se vi capita una situazione di questo genere, quando ricevete il link al video su Youtube contattate subito Youtube per chiedere di rimuoverlo e bloccare l’account dei ricattatori.

La procedura è questa:

  1. Da computer, andate al video in questione e cliccate sui tre puntini in basso a destra sotto il video; da smartphone, nell’app di Youtube, fate partire il video, toccate lo schermo e poi cliccate sui tre puntini che compaiono.
  2. Scegliete Segnala e poi la voce Contenuti di natura sessuale e poi l’opzione Contenuti che coinvolgono minorenni (se siete minorenni) oppure Altri contenuti di natura sessuale). Nella casella che compare, scrivete una breve descrizione, preferibilmente in inglese (qualcosa del tipo This is me in the video. I have been recorded against my will. This is sextortion). Assicuratevi di citare la parola sextortion. Infine cliccate su Segnala.
  3. Inoltrate a Youtube un reclamo per violazione della privacy compilando questa pagina.
  4. Usate anche questa pagina di richiesta di rimozione, usando la voce Privacy.
  5. Aspettate con pazienza: il vostro video verrà esaminato e quasi sicuramente rimosso, dato che viola gravemente le norme di Youtube, come spiegato qui: “YouTube ha una politica di tolleranza zero nei confronti delle estorsioni e/o dei ricatti. Se qualcuno ha registrato un video a sfondo sessuale che ti vede protagonista e ne ha diffuso il link, segnala immediatamente i contenuti in questione affinché vengano rimossi e contatta le forze dell’ordine.”
  6. Contattate le forze dell’ordine, se potete, fornendo in particolare il link al video, in modo che anche loro possano segnalarlo autorevolmente.

Potete tenere d’occhio lo stato e la cronologia delle vostre segnalazioni in questa pagina di Youtube, visibile solo a voi e spiegata in dettaglio qui. Maggiori informazioni sono nella pagina Indicazioni sulla privacy di YouTube.

Funziona? Non posso dare garanzie assolute, ma finora nei casi che ho gestito il video è stato sempre rimosso prontamente e la vittima non ha avuto altre conseguenze.

Mia moglie è andata allo Sheraton Grand Hotel di Dubai a mia insaputa (e anche sua): prima parte

Mia moglie è andata allo Sheraton Grand Hotel di Dubai a mia insaputa (e anche sua): prima parte

Ultimo aggiornamento: 2018/11/16 9:00. 

Come custodiscono i nostri dati le aziende alle quali li affidiamo? Maluccio. Vorrei raccontarvi un esempio vissuto personalmente. Mia moglie ha ricevuto ieri una mail di ringraziamento per la sua recente visita allo Sheraton Grand Hotel di Dubai.

La mail è “firmata” da “Bill Marriott, Executive Chairman of the Board, Marriott International, Inc.”. No, non è un tentativo di phishing. È un sondaggio, gestito da Medallia.com. Gestito maldestramente, direi. Perché mia moglie non è mai stata a Dubai, men che meno allo Sheraton di Dubai.

Ci è stata, invece, una donna il cui nome somiglia (ma neanche tanto) a quello di mia moglie. Non lo pubblico qui per ovvie ragioni; quello che conta è che ora so il nome e cognome di una cliente dell’albergo e so anche quando l’ha visitato, con buona pace delle promesse di privacy di Medallia (“customers can be assured that personal data or PII data can be viewed only by those staff or markets who have a need to know.”). Con un minimo di ragionamento posso anche dedurre il suo indirizzo di mail, visto che conosco il suo nome e quello di mia moglie e so qual è l’indirizzo di mail della Dama del Maniero Digitale.

Non solo: ho la possibilità di rispondere per lei al sondaggio che le chiede di descrivere come è stato il suo soggiorno nell’albergo. Vi lascio immaginare quali cose terribili potrei scrivere per mettere nei guai lei, il personale dell’albergo e chi sta gestendo questo sondaggio. Con un po’ di creatività, un criminale potrebbe imbastire facilmente una truffa estremamente credibile (”Buongiorno signora [nome e cognome], con riferimento al suo recente soggiorno presso il nostro albergo, ci risulta non pagato l’ultimo pernottamento; la preghiamo di bonificare al più presto l’importo di 1247,35 dollari sul seguente conto…”). Ma mi sono trattenuto e ho avvisato Medallia. Finora non ho ricevuto risposta.

Lasciando da parte la violazione della privacy subita dalla donna in questione, immaginate quali conseguenze potrebbe avere un errore di gestione del genere in una situazione diversa dalla mia (so per certo che la Dama del Maniero non era a Dubai a mia insaputa e che non farebbe mai nulla del genere): pensate per esempio a una coppia nel quale un partner geloso si mette a sospettare un tradimento per colpa di questa mail.

Un paio di settimane fa ho messo in guardia contro gli errori di geolocalizzazione che possono indurre sospetti infondati; questa mail è un altro caso analogo. Insomma, prima di accusare qualcuno sulla base di dati informatici, andateci cauti.

2018/11/16 9:00

C’è un seguito.

Pernigotti, La Stampa copia da Wikipedia senza dirlo. Beccata, corregge

Pernigotti, La Stampa copia da Wikipedia senza dirlo. Beccata, corregge

Il 7 novembre 2018 La Stampa ha pubblicato un articolo, a firma di Massimo Putzu, dedicato alla chiusura dell’industria dolciaria Pernigotti.

Un intero blocco dell’articolo è preso sostanzialmente di peso da Wikipedia in italiano, aggiungendo successivamente in un solo paragrafo la foglia di fico “come scrive anche Wikipedia” che non c’era nella prima versione, salvata da Archive.org:

A sinistra, la voce di Wikipedia; a destra, l’articolo de La Stampa.

La copia è evidente: vengono conservati persino gli errori di battitura (per esempio lo spazio mancante dopo la virgola). Ecco un confronto testuale:

Wikipedia La Stampa (versione originale su Archive.org)
La storia dell’azienda parte dal 1860, quando Stefano Pernigotti apre nella piazza del Mercato a Novi Ligure (AL), una drogheria specializzata in “droghe e coloniali” e già rinomata fin dagli inizi per la produzione di un pregiato torrone. Nel 1868, a seguito di una crescente notorietà dei prodotti del negozio, Stefano decide di fondare assieme al figlio (Francesco, 1843-1936) venticinquenne una società: il 1º giugno del 1868 nasce ufficialmente,con un capitale di seimila lire, la “Stefano Pernigotti & Figlio”, azienda alimentare specializzata in produzione dolciaria.[2] La storia dell’azienda parte dal 1860, quando Stefano Pernigotti apre nella piazza del Mercato a Novi Ligure, una drogheria specializzata in «droghe e coloniali» e già rinomata fin dagli inizi per la produzione di un pregiato torrone (come scrive anche Wikipedia). Nel 1868, a seguito di una crescente notorietà dei prodotti del negozio, Stefano decide di fondare assieme al figlio Francesco venticinquenne una società: il 1º giugno del 1868 nasce ufficialmente,con un capitale di seimila lire, la «Stefano Pernigotti & Figlio» azienda alimentare specializzata in produzione dolciaria.
In questa fase iniziale, l’azienda produce e commercia soprattutto mostarda e torrone, dolce classico natalizio, una specialità di presunta origine araba, diffusasi inizialmente nel nord Italia e gradualmente in tutte le zone della penisola.
Il primo riconoscimento ufficiale arriva il 25 aprile 1882 quando Re Umberto I in persona concede alla società la facoltà di innalzare lo stemma reale sull’insegna della sua fabbrica, che accompagnerà il logo dell’azienda fino al 2004. In questa maniera, l’azienda diventa fornitore ufficiale della famiglia Reale italiana.
Nel 1914 con la Prima guerra mondiale alle porte, il Governo Italiano proibisce l’impiego dello zucchero per la preparazione dei generi dolciari, fra i quali il torrone: ciò che poteva rappresentare un grave ostacolo per la produzione, si trasforma, grazie alla geniale intuizione di Francesco, in un’innovazione che arricchisce la qualità dell’azienda. L’assenza di zucchero, infatti, è sapientemente colmata da una maggiore concentrazione di miele, dando vita ad un nuovo torrone dalla consistenza unica.
Nel 1919 Paolo Pernigotti sostituisce il padre Francesco alla guida dell’azienda. Ma la data che forse segna la storia dolciaria dell’azienda è il 1927, anno in cui avvia per la prima volta la produzione industriale del gianduiotto,[2] il più nobile e rinomato cioccolatino italiano nato ufficialmente a Torino nel 1865 e che prende il nome da Gianduia, la famosa maschera di carnevale piemontese. È questo un periodo molto fiorente per l’azienda, che a partire dal 1928 inizia una scalata cesellata da esaltanti risultati, ricca di riconoscimenti e premi, tra cui il “Diploma di Gran Premio” conseguito all’Esposizione nazionale ed internazionale di Torino. Nel 1919 Paolo Pernigotti sostituisce il padre Francesco alla guida dell’azienda. Ma la data che forse segna la storia dolciaria dell’azienda è il 1927, anno in cui avvia per la prima volta la produzione industriale del gianduiotto, il più nobile e rinomato cioccolatino italiano nato ufficialmente a Torino nel 1865 e che prende il nome da Gianduia, la famosa maschera di carnevale piemontese.
Nel 1935 Paolo Pernigotti acquista la ditta Enea Sperlari, azienda cremonese specializzata nella produzione del torrone.[2] Nel 1936 Paolo avvia una nuova produzione, quella dei preparati per gelateria, che ancora oggi è uno dei punti di forza dell’azienda. Nel 1935 Paolo Pernigotti acquista la ditta Enea Sperlari, Nel 1936 Paolo avvia una nuova produzione, quella dei preparati per gelateria, che ancora oggi è uno dei punti di forza dell’azienda. 
Nel 1944 un bombardamento distrugge l’opificio che viene ricostruito e trasferito negli ex magazzini militari di viale della Rimembranza, dove ancor oggi la Pernigotti ha sede.[2] A Paolo subentra, negli anni sessanta, il figlio Stefano Pernigotti, che nel 1971 acquisisce la Streglio, specializzata nei prodotti a base di cacao.[2] Nel 1944 un bombardamento distrugge l’opificio che viene ricostruito e trasferito negli ex magazzini militari di viale della Rimembranza che adesso chiudono. A Paolo subentra, negli anni sessanta, il figlio Stefano Pernigotti, che nel 1971 acquisisce la Streglio, specializzata nei prodotti a base di cacao. Con gli anni Ottanta sopraggiunge un periodo di crisi che porterà alla cessione della Sperlari nel 1981 agli americani della H.J.Heinz Company.
Nel 1995 Stefano Pernigotti, rimasto senza eredi dopo la scomparsa dei due figli ancora giovanissimi in un incidente stradale in Uruguay nel luglio 1980,[2] decide di cedere lo storico marchio novese alla famiglia Averna, nota per i successi legati al settore delle bevande alcoliche. Nel 2000 cede anche la Streglio ad una nipote. Nel 1995 Stefano Pernigotti, rimasto senza eredi dopo la scomparsa dei due figli ancora giovanissimi in un incidente stradale in Uruguay nel luglio 1980, decide di cedere lo storico marchio novese alla famiglia Averna, nota per i successi legati al settore delle bevande alcoliche. Nel 2000 cede anche la Streglio a una nipote.
L’11 luglio 2013 l’azienda viene ceduta dalla famiglia Averna al gruppo turco appartenente alla famiglia Toksöz,[4] attivo nel dolciario, nel farmaceutico e nel settore energetico. Il 6 novembre 2018 la Toksöz, che detiene l’azienda, ha annunciato la chiusura dello stabilimento di Novi Ligure, ma non la dismissione il marchio.[5] L’11 luglio 2013 l’azienda viene ceduta dalla famiglia Averna al gruppo turco appartenente alla famiglia Toksöz, attivo nel dolciario, nel farmaceutico e nel settore energetico.

Ringrazio @dissezione per la segnalazione iniziale. Dopo la mia segnalazione su Twitter e l’intervento di Anna Masera, public editor del giornale, l’articolo è stato corretto. È un peccato che le correzioni e il rispetto del diritto d’autore avvengano soltanto se qualcuno contesta, ma è già un cauto passo nella direzione giusta.

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

Amazon e la traduzione automatica

Amazon e la traduzione automatica

Si fa un gran parlare di intelligenza artificiale e di comprensione del linguaggio umano da parte dei computer, ma nel caso di Amazon sembra proprio che intelligenza e soprattutto comprensione siano andati a fare una passeggiata e non siano più tornati.

Amazon.it è infatti ricco di traduzioni assolutamente assurde di prodotti, presumibilmente perché le descrizioni vengono scritte in inglese e poi tradotte automaticamente senza però tenere conto dei doppi significati di alcune parole inglesi.

Prendete per esempio la parola cock. Significa sia gallo, sia fallo (in realtà la traduzione precisa del secondo significato è un po’ più volgare, ma lascio a voi immaginarla). E quando Amazon deve tradurre un ciondolo a forma di gallo, che cosa sceglie il traduttore automatico?

Fonte: Amazon.it.

Fonte: Amazon.it.

Anche il termine inglese wire stripper (spelafili) viene sbagliato clamorosamente, diventando Spogliarellista cavi:

Fonte: Amazon.it.

E che dire del Cestino di stoccaggio di impiccagione creativo? Traduzione bislacca di Creative Hanging Storage Hanging Basket (to hang significa appendere ma anche impiccare). La descrizione include anche un magnifico Cremagliera dell’organizzatore, che deriva da tidy rack (rastrelliera per riordinare), come si nota cercando lo stesso prodotto su Amazon.de.

Fonte: Amazon.it.

C’è anche un elefante giocattolo che aveva decisamente un pessimo carattere:

Ma ora è stato corretto in un più rassicurante spavaldo.

Come mai Amazon non adotta per esempio un filtro che escluda le parole scurrili o perlomeno attiri l’attenzione di un verificatore umano quando le incontra? Bella domanda. Vorrei saperlo anch’io. Comunque non è solo un problema di parolacce: dai commenti arrivati dopo la pubblicazione iniziale di questo articolo sono arrivate segnalazioni come i bicchieri di realtà virtuale: traduzione completamente sbagliata di virtual reality glasses, con il traduttore che inciampa nel doppio significato inglese di glasses (bicchieri ma anche occhiali).

Google+ chiuderà, che fare?

Google+ chiuderà, che fare?

Ultimo aggiornamento: 2018/10/12 16:55.

L’annuncio che Google chiuderà Google+, il suo social network famoso per la sua scarsissima popolarità (200 milioni di utenti mensili stimati, secondo Vincos.it; meno di cinque secondi per sessione nel 90% dei casi, secondo Google), ha creato qualche dubbio fra gli utenti.

Innanzi tutto, chi non ha Google+ ma ha un account Google o Gmail non deve preoccuparsi di nulla: tutti gli altri servizi di Google continueranno a funzionare esattamente come prima.

In secondo luogo, niente panico: la chiusura riguarda la versione consumer di Google+, non quella per uso aziendale, e comunque avverrà non prima di agosto 2019.

Chi teme di perdere i dati immessi in Google+ potrà scaricarli: Google ha promesso che prima della chiusura verranno messi a disposizione strumenti appositi. Ma in realtà già adesso è possibile scaricare tutti i propri contenuti Google+:

  1. Andate a Google Takeout (takeout.google.com)
  2. Nell’elenco di tipi di dati, cliccate su Deseleziona tutto
  3. Attivate solo la selezione di G+1
  4. Andate in fondo all’elenco e cliccate su Avanti 
  5. Scegliete il formato del file e il metodo di consegna
  6. Cliccate su Crea archivio. 

Tutto qui.

La decisione di Google di chiudere Google+ al grande pubblico dopo sette anni (debuttò il 28 giugno 2011, sostituendo Google Buzz lanciato a febbraio 2010) è stata vista come un’ammissione del fallimento del suo tentativo di contrastare Facebook; l’occasione per giustificare la chiusura è stata la scoperta, da parte di Google stessa, di una falla che avrebbe potuto permettere a terzi di accedere ai dati degli utenti di Google+.

Non risulta che ci sia stata alcuna violazione e la falla è stata chiusa, ma è abbastanza chiaro che lo sforzo per continuare a garantire la sicurezza e la privacy non è più economicamente giustificabile. E così addio Google+.

Fonti aggiuntive: 9to5google, Naked Security.

Geolocalizzazione e gelosia: occhio agli errori tecnologici

Geolocalizzazione e gelosia: occhio agli errori tecnologici

L’articolo di settimana scorsa nel quale ho segnalato che la cronologia delle mie localizzazioni in Google contiene un errore vistosissimo, ossia un viaggio che avrei fatto a piedi da Lugano fino alla Turchia, ha scatenato un po’di curiosità e quindi torno sull’argomento per mettere in guardia contro i possibili errori imbarazzanti della geolocalizzazione fatta dagli smartphone.

Mi sono infatti arrivate numerose segnalazioni di partner sentimentali gelosi e di genitori preoccupati che sorvegliano rispettivamente partner e figli tramite funzioni come la Cronologia delle posizioni di Google (www.google.com/maps/timeline) o le Posizioni rilevanti nelle impostazioni degli iPhone e notano visite a luoghi sospetti. Questo scatena litigate, abbandoni o sgridate, ma attenzione: non è detto che i dati di geolocalizzazione siano affidabili.

La geolocalizzazione commerciale degli smartphone, infatti, non si basa soltanto sui dati che arrivano dai satelliti GPS, ma usa anche i segnali Wi-Fi. Per esempio, se passate vicino a un negozio che ha il Wi-Fi, Google spesso memorizza nella cronologia quel negozio, anche se non ci siete entrati. Se il luogo è un albergo di dubbia reputazione, la cosa può risultare imbarazzante. Se due luoghi hanno lo stesso nome di rete Wi-Fi e lo smartphone non vede o non riconosce altre reti Wi-Fi che gli permettono di risolvere l’ambiguità, può sbagliare luogo alla grande.

Un altro dato utilizzato spesso da questi sistemi di geolocalizzazione è l’indirizzo IP. In base a come è configurata la vostra connessione a Internet, può risultare che siete in un luogo ben diverso da quello reale, che spesso è quello nel quale il vostro fornitore di accesso a Internet si interfaccia con Internet vera e propria. Per esempio, in Svizzera molti utenti vengono geolocalizzati per errore a Zurigo o a Sachseln (presso le sedi dei vari fornitori).

Non ho ancora chiarito a cosa sia dovuto esattamente lo strano errore di Google nella mia cronologia, ma posso darvi alcuni indizi: la “località” in Turchia (dove non sono mai stato) si chiama, secondo Google, GPS SA General Power & Services, che però è un’azienda luganese (Gpscompany.ch). Questo è quello che mi mostra Google Maps se vi cerco il nome dell’azienda: non un punto di Lugano, ma un enorme perimetro al centro del quale c’è la Turchia.

Se avete idee in proposito, segnalatele nei commenti. E non siate precipitosi nell’accusare i vostri figli o partner di qualche apparente scappatella se non avete altri indizi oltre a quello tecnologico.

Se vi siete mai iscritti a Moneyboxtv, forse i vostri documenti sono a spasso su Internet

Se vi siete mai iscritti a Moneyboxtv, forse i vostri documenti sono a spasso su Internet

Moneyboxtv.com è un servizio che prometteva agli iscritti di “guadagnare semplicemente guardando la TV” grazie a un “decoder” da ben 249 euro. Diceva che sarebbe diventato il più grande bacino di utenza al mondo per la presentazione di Offerte commerciali attraverso la televisione, garantendo la più grande capacità di fidelizzazione della clientela che sia mai stata anche solo immaginata da qualsiasi struttura commerciale. Un obiettivo piuttosto ambizioso, insomma, di cui però non rimane più traccia.

Il sito Moneyboxtv.com è infatti deserto. Ne resta solo il ricordo presso Archive.org, che lo immortalava a marzo 2018 come mostrato nella schermata qui accanto.

Ma in realtà Moneybox ha lasciato un altro ricordo di sé, oltre a quello degli abbonati presumibilmente delusi e rimasti con un decoder inutile, residuato di quello che aveva le caratteristiche di un marketing multilivello: i dati personali di quegli abbonati, liberamente scaricabili da chiunque perché erano custoditi dall’azienda su un bucket di Amazon maldestramente configurato.

Scansioni di carte d’identità, codici fiscali, tessere sanitarie, numeri di conto corrente, bollette italiane ed estere, corrispondenza con la Rake Business Ltd, titolare maltese di Moneyboxtv.com, e molto altro ancora; insomma tutto il necessario per compiere truffe e furti d’identità, oltre che una chiara violazione delle norme sulla privacy e la custodia delle informazioni digitali.

Questi sono alcuni esempi fra i tanti, ai quali ho mascherato i dati identificativi:

La segnalazione della presenza online di circa 2900 documenti personali mi è arrivata da un lettore che desidera restare anonimo e che ringrazio.

Il 23 agosto 2018 ho inviato un messaggio alla pagina Facebook di Moneyboxtv, avvisando che i dati dei clienti erano accessibili a chiunque tramite il loro bucket Amazon, fornendo esempi. A distanza di quasi due mesi non c’è stata nessuna risposta.

Il 24 agosto ho segnalato la vicenda alle autorità italiane, specificamente al CNAIPIC (Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche). I dati ora non sono più accessibili.

La falla di privacy è stata quindi chiusa, ma è importante allertare le vittime. Non posso farlo contattandole singolarmente per via del loro numero molto elevato, ma perlomeno posso segnalare qui il nome dell’azienda e sperare che le vittime lo cerchino in Google e vengano a conoscenza del fatto che immagini dei loro documenti personali sono state a lungo in circolazione e potrebbero quindi essere usate per compiere reati usando le loro identità.

Le foto “tridimensionali” di Facebook

Le foto “tridimensionali” di Facebook

Credit: Techcrunch.

Sta per arrivare un nuovo modo per vivacizzare le foto pubblicate nei social network: un effetto tridimensionale che simula uno spostamento del punto di vista, creando una forte sensazione di profondità.

La funzione di creazione delle foto 3D sarà compatibile soltanto con gli smartphone dotati di doppia fotocamera (come gli iPhone recenti), mentre la visualizzazione sarà possibile su qualunque dispositivo.

Creare una foto 3D su Facebook funzionerà così: basterà fare una foto normale orientando lo smartphone verticalmente, come è naturale fare, e poi creare un post su Facebook. In alto a destra ci saranno tre puntini che portano a un menu dal quale si potrà scegliere la voce 3D Photo e poi scegliere la foto da elaborare.

Un software di intelligenza artificiale di Facebook analizzerà la foto e genererà una sua versione “tridimensionale” usando le informazioni di profondità fornite dall’uso di due fotocamere.

La generazione non è perfetta: il software fondamentalmente deve inventarsi le parti dell’immagine che non esistono nella foto originale, e lo fa basandosi su quello che c’è nelle vicinanze nella foto. Per esempio, nel caso della foto di un cane mostrata qui sopra, il fianco del cane e parte della roccia dietro al cane hanno un aspetto sfocato perché sono sintetizzate dal software basandosi su quello che c’è intorno, come si vede in questo video.

Questa nuova funzione verrà attivata, dice Facebook, progressivamente a tutti gli utenti nel corso delle prossime settimane.

Fonti aggiuntive: Techcrunch, Engadget.