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Davvero un’auto elettrica produce più CO2 di una diesel secondo uno studio tedesco?

Davvero un’auto elettrica produce più CO2 di una diesel secondo uno studio tedesco?

Ultimo aggiornamento: 2019/04/28 23.30. Ringrazio tutti i lettori che hanno contribuito a questo articolo con le loro segnalazioni; siete troppi per ringraziarvi uno per uno.

Mi stanno arrivando parecchie segnalazioni di uno studio tedesco che dimostrerebbe che le auto elettriche produrrebbero più CO2 delle auto diesel.

Lo studio si intitola Kohlemotoren, Windmotoren und Dieselmotoren: Was zeigt die CO2-Bilanz? ed è scaricabile qui (PDF). Ne trovate una sintesi in inglese qui e una sintesi in italiano su Alvolante.it.

Le auto messe a confronto sono specificamente la Mercedes C 220 d e la Tesla Model 3. Il tedesco tecnico è un po’ troppo per le mie capacità; se fra voi c’è qualcuno che si vuole cimentare nella lettura, i commenti sono a sua disposizione.

Questo mini-articolo si basa solo sulla sintesi in inglese, preparata dallo stesso ifo Institute che ha redatto lo studio (ifo va scritto minuscolo, a quanto pare), e su quella di Alvolante.

La sintesi dell’ifo Institute dice che la tecnologia ideale è costituita dai motori termici a gas naturale come transizione verso i propulsori a idrogeno o a metano “verde” nel lungo periodo, perché un motore a gas naturale già oggi produce quasi un terzo in meno di emissioni rispetto a un motore diesel:

“Natural gas combustion engines are the ideal technology for transitioning to vehicles powered by hydrogen or “green” methane in the long term […] even with today’s technology, total emissions from a combustion engine powered by natural gas are already almost one-third lower than those of a diesel engine”

In altre parole, lo studio propone ben due cambi di tecnologia, con relativi doppi problemi di costruzione di infrastrutture e di smaltimento delle stesse (oltre che delle relative auto arrivate a fine vita). Se vi spaventa l’idea di creare una rete di ricarica per milioni di auto elettriche, provate a immaginare la creazione di una rete di distribuzione di gas naturale e poi un’altra rete per la distribuzione di idrogeno o metano. Non so se gli autori hanno tenuto conto di questo aspetto nel loro studio.

Cosa più importante, questa proposta degli autori vuol dire che chi si appoggia a questo studio per sostenere che possiamo quindi mantenere la situazione attuale senza fare nulla sta contraddicendo lo studio stesso.

Per quanto riguarda invece il confronto di emissioni di CO2 fra auto elettriche e auto diesel, lo studio dice che queste emissioni sono più alte nelle auto elettriche rispetto a quelle diesel se si considera il mix energetico tedesco attuale e l’energia consumata per la produzione delle batterie:

“Considering Germany’s current energy mix and the amount of energy used in battery production, the CO2 emissions of battery-electric vehicles are, in the best case, slightly higher than those of a diesel engine, and are otherwise much higher”

La conclusione dello studio è che il governo tedesco dovrebbe trattare alla pari tutte le tecnologie e promuovere anche le soluzioni a idrogeno e a metano:

“the German federal government should treat all technologies equally and promote hydrogen and methane solutions as well”

Alvolante.it sintetizza lo studio dicendo che la Mercedes diesel

“presenta il miglior bilancio ambientale in tema di emissioni di CO2. Ciò considerando non soltanto quel che avviene sulla strada, ma tenendo conto per la Mercedes anche delle fasi di produzione e distribuzione del carburante e per la Tesla anche delle batterie che fanno funzionare il motore della Tesla e della energia elettrica necessaria per le ricariche. Il risultato di questo calcolo indica che la Tesla 3 è fonte di emissioni di CO2 per un valore tra 155 e 188 g/km mentre la Mercedes C220d non va oltre 141 g/km.”

Tuttavia va notata la precisazione: il dato riguarda esclusivamente le emissioni totali di CO2 e non considera in alcuni modo tutte le altre emissioni nocive o climalteranti dei veicoli.

Per esempio:

  • non tiene conto del particolato emesso da un motore diesel (nelle auto elettriche non ce n’è);
  • non tiene conto degli NOx emessi dagli scarichi dei diesel (inesistenti nelle elettriche);
  • non tiene conto del fatto che durante ogni frenata, un’auto elettrica recupera energia elettromagneticamente, senza buttarla via sotto forma di calore e di consumo delle pastiglie dei freni come fanno le auto non elettriche, rilasciando quindi particolato dai freni;
  • non tiene conto del fatto che il mix energetico delle centrali diventa progressivamente più verde;
  • non tiene conto del fatto che un’auto elettrica, essendo più semplice, ha meno parti soggette a manutenzione e quindi tende a durare di più di una diesel, e che quindi la maggiore generazione iniziale di CO2 per fabbricare la batteria si spalma su un lasso di tempo più lungo;
  • non tiene conto del fatto che un’auto elettrica non ha cinghie, olio, marmitte, filtri, cambio e tanti altri componenti che inquinano e producono CO2 per smaltirli;
  • non tiene conto del fatto che l’auto diesel continuerà a emettere gas di scarico per tutta la propria vita, l’elettrica no.

Questo studio va inoltre considerato anche alla luce di questa analisi del Ministero dell’Ambiente tedesco:

Secondo questo debunking, lo studio dell’ifo Institute sbaglia quando presume che la batteria verrà sostituita dopo 150.000 chilometri (non è così) e presenta un dato non realistico (sottostimato) per le emissioni di CO2 della Mercedes. Anche Focus.de evidenza i numerosi errori di metodo dello studio, compreso quello piuttosto macroscopico di aver confrontato una berlina elettrica ad alte prestazioni con un’auto che, marca a parte, è prestazionalmente ben più modesta. E poi c’è Der Spiegel, che nota altri errori dello studio.

In conclusione: usare questo studio tedesco per dire che un’auto elettrica inquina quanto o più di una diesel e per avere un alibi per non fare nulla è sbagliato. Eppure c‘è chi lo fa lo stesso, come per esempio questo titolo lapidario (copia su Archive.org) basato sullo stesso studio:

La verità, come al solito, è molto più complessa di quanto alcuni vorrebbero presentarla.

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Antibufala mini: i bitcoin consumano tanta energia quanto la Svizzera! Sì, però...

Antibufala mini: i bitcoin consumano tanta energia quanto la Svizzera! Sì, però…

È vero, come si dice in giro, che la criptovaluta bitcoin consuma tanta elettricità quanto l’intera Svizzera? Sì.

La dichiarazione arriva dallo studio Cambridge Bitcoin Electricity Consumption Index, realizzato dal centro di ricerca Centre for Alternative Finance dell’Università di Cambridge, nel Regno Unito, ed è una stima basata su una serie molto complessa di assunti. Indica che i computer che gestiscono i bitcoin in tutto il mondo attualmente consumano circa 77 terawattora ogni anno.

Nel 2018 la Svizzera ha consumato circa 57 terawattora, per cui è corretto dire che i bitcoin consumano tanta energia elettrica quanto l’intera Svizzera: anzi, si stima che ne consumino di più.

Per capire se è tanto o è poco e se è dannoso e dobbiamo preoccuparcene è necessario fare qualche confronto. Per esempio, i dispositivi elettrici lasciati sempre accesi ma inattivi nelle abitazioni soltanto negli Stati Uniti consumano quasi tre volte di più dei bitcoin a livello mondiale.

Inoltre i bitcoin rappresentano lo 0,36% del consumo totale mondiale di energia elettrica. Se vogliamo ridurre i consumi e quindi inquinare meno, abolire i bitcoin non farà molta differenza. Ci sono molti altri settori nei quali si possono ottenere risultati ben più significativi.

È invece interessante notare che i bitcoin sono molto meno efficienti, come consumo di energia, rispetto agli altri sistemi di pagamento elettronico tradizionali, come le carte di credito. Una singola transazione con bitcoin consuma quanto quattrocentomila transazioni con carta di credito.

Fonti aggiuntive: Naked Security; CCN; NewsBTC; Forbes; The Verge; BBC.

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Antibufala Classic: navette spaziali e sederi di cavallo

Antibufala Classic: navette spaziali e sederi di cavallo

Indagine iniziale: 2002/10/22. Ultimo aggiornamento: 2019/09/28.

English abstract

An anecdote claims that the size of the Shuttle engines is based on the width of a horse’s posterior. The anecdote says that the Shuttle’s Solid Rocket Boosters (SRB) are carried by train from the factory in Utah, and therefore must fit within the dimensions of the tunnels along the line, which are slightly wider than a railcar, and the width of a railcar is determined by the gauge of the tracks, which is based on the gauge of horse carriages, which was determined by the grooves that were built into the roads, which had been built using Roman roads as reference. The Romans built their roads so that they would accommodate a carriage drawn by two horses side by side. Therefore, ultimately, the Shuttle’s rocket boosters are sized to match the width of the backside of two horses.

Nice story; pity it’s untrue. The gauges referenced in the story are incorrect and any match between horses and Shuttles is very approximate and purely coincidental. The story is debunked thoroughly by Snopes.com.

Ha ripreso a circolare sui social network una storiella divertente, che quasi mi dispiace dover smentire ripubblicandola qui (quasi vent’anni fa ne avevo scritto qui su Attivissimo.net; ho migrato qui l’articolo). Ma bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare (e al cavallo quel che gli spetta), e mi tocca farlo perché mi avete scritto in tanti chiedendo di verificarla. Non c’è alcun nesso vero tra le dimensioni del posteriore di un quadrupede e quelle dei motori della navetta spaziale, come invece sostiene l’aneddoto che circola in Rete:

Quando si vede uno Space Shuttle sulla rampa di lancio, si notano i due booster attaccati al serbatoio principale; questi due propulsori sono due razzi a combustibile solido o SRB. Gli SRB sono stati costruiti dalla Thiokol nei propri stabilimenti situati in Utah. Gli ingegneri che li hanno progettati avrebbero voluto farli un po’ più grossi, ma gli SRB dovevano essere trasportati in treno dalla fabbrica alla rampa di lancio. Visto che la linea ferroviaria che collega lo Utah alla base di lancio attraversa nel suo percorso alcune gallerie, i razzi dovevano essere costruiti in modo da passarci dentro. I tunnel ferroviari sono poco più larghi di una carrozza ferroviaria, la cui larghezza è a sua volta dettata dallo scartamento dei binari (distanza tra le due rotaie). Lo scartamento standard degli Stati Uniti è di 4 piedi e 8,5 pollici. (E’ la stessa misura europea solo che noi la esprimiamo in millimetri). A prima vista questa misura sembra alquanto strana.

Perché è stata scelta? Perché questa era la misura utilizzata in Inghilterra, e perché le ferrovie americane sono state costruite da progettisti inglesi.

Ma perché gli Inglesi le costruivano in questo modo? Perché le prime ferrovie furono costruite dalle stesse persone che, prima dell’avvento delle strade ferrate, costruivano le linee tranviarie usando lo stesso scartamento.

Ma perché i costruttori inglesi usavano questo scartamento? Perché quelli che costruivano le carrozze dei tram utilizzavano gli stessi componenti e gli stessi strumenti che venivano usati dai costruttori di carrozze stradali, e quindi gli assi avevano la stessa larghezza e lo stesso scartamento.

Bene! Ma allora perché le carrozze utilizzavano questa curiosa misura per la larghezza dell’asse? Perché, se avessero usato un’altra distanza, le ruote delle carrozze si sarebbero spezzate percorrendo alcune vecchie e consunte strade inglesi, in quanto questa era la misura dei solchi scavati dalle ruote sul fondo stradale.

Ma chi aveva provocato questi solchi sulle vecchie strade dell’Inghilterra? Le prime strade di collegamento costruite in Europa (e Inghilterra) furono quelle costruite dall’Impero Romano per le proprie legioni. Prima di allora non vi erano strade che percorrevano lunghe distanze.

E i solchi sulle strade? I carri da guerra romani produssero i primi solchi sulle strade, solchi a cui poi tutti gli altri veicoli dovettero adeguarsi per evitare di rompere le ruote. Essendo i carri da guerra costruiti tutti per conto dell’esercito dell’Impero Romano, essi avevano tutti la stessa distanza tra le ruote.

In conclusione, lo scartamento standard di 4 piedi e 8,5 pollici deriva dalle specifiche originarie dei carri da guerra dell’Impero Romano ed è la misura necessaria a contenere i sederi di due cavalli da guerra.

MORALE

1. la prossima volta che ti capitano in mano delle specifiche tecniche e ti stupisci per il fatto che le misure sembrano stabilite con il culo, magari stai facendo proprio la giusta congettura;

2. la misura standard utilizzata nel più avanzato mezzo di trasporto mai progettato in questo secolo (i booster dello Shuttle) è stata determinata oltre due millenni or sono prendendo a modello due culi di cavallo!!!

Le prime segnalazioni di questo caso sono giunte al Servizio Antibufala a ottobre 2002. La versione inglese di questa storiella è smontata dal noto sito antibufala Snopes.com in questa pagina. In sintesi, le dimensioni dei sederi dei cavalli e quelle dei motori dello Space Shuttle sono legate solo da alcune necessità fisiche e da coincidenze fortuite, non dal filo logico diretto descritto, che fra l’altro contiene varie inesattezze.

Tanto per cominciare, il sedere del cavallo c’entra poco e niente, anche perché 4 piedi e 8,5 pollici sono 144,6 centimetri, e francamente credo che togliendo lo spessore delle ruote e delle fiancate non resti molto spazio per due cavalli messi uno in fianco all’altro. E’ un’impressione da verificare, ma non ho a portata di mano cavalli disposti a farsi centimetrare le terga. Se qualcuno è disposto a compiere l’ardua impresa, me lo faccia sapere.

In secondo luogo, lo scartamento USA è frutto del caso, o per meglio dire dell’esito della Guerra di Secessione. Infatti le ferrovie degli stati del Sud usavano ben tre scartamenti diversi; quelli del Nord uno solo, che venne imposto anche al Sud dai vincitori. Se la guerra fosse andata diversamente, ora gli Stati Uniti avrebbero chissà quale scartamento. Quindi la somiglianza fra strade romane e scartamenti americani è pura coincidenza.

Terzo, non è vero che “I tunnel ferroviari sono poco più larghi di una carrozza ferroviaria”. Ai lati delle gallerie (anche quelle più strette, a binario unico) c’è lo spazio per la via di fuga, che varia a seconda degli standard e della curvatura della galleria e della lunghezza della carrozza (che essendo rigida, fra l’altro, sporge maggiormente dai binari lungo le curve, e le gallerie ne devono tenere conto). Inoltre a parità di scartamento le carrozze possono avere larghezze diverse: basta Googlare un po’, per esempio, per trovare che in Europa si usano varie sagome, denominate UIC.

In altre parole, la larghezza di un tunnel è legata solo approssimativamente allo scartamento dei binari, che a sua volta è solo vagamente simile alla larghezza dei carri romani.

Questo non toglie che la storiella è carina e illustra un principio universale: che ogni tecnologia eredita qualcosa dalle precedenti e dopo un po’ si perde traccia del motivo per cui si usano certe misure o certi standard ma si va avanti a usarli lo stesso. E soprattutto che la burocrazia è eterna e cieca.

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Antibufala: le mucche usano la realtà virtuale

Antibufala: le mucche usano la realtà virtuale

Questa foto di una mucca che indossa quello che sembra essere un enorme visore per realtà virtuale sta spopolando su Internet. C’è chi pensa che sia un fotomontaggio per creare una metafora della nostra vita digitale di mucche da mungere alle quali viene nascosta la tristezza della realtà (una sorta di Matrix, ma più bovina; dovremmo forse parlare di Muutrix).

Ma la fotografia è reale. Non è detto, però, che rappresenti la normale condizione delle mucche nell’era digitale.

La foto proviene dal Ministero per l’Alimentazione e l’Agricoltura russo e descrive un esperimento svolto presso la RusMoloko, un‘azienda di lavorazione del latte situata nei pressi di Mosca. Secondo la dichiarazione del Ministero (in russo), l’azienda avrebbe dotato le proprie mucche di visori per realtà virtuale, adattati per le forme craniali dei bovini, per mostrare loro una simulazione di un campo d’estate e ridurre la loro ansia, con l’intento di aumentare la resa di latte.

Ci sono però alcune ragioni per sospettare che si tratti principalmente di una trovata di propaganda o autopromozione, perché la forma del visore, con quello che sembra essere un grande schermo frontale, non si adatta granché al campo visivo delle mucche, che è molto più ampio (circa 330°) di quello umano e quindi richiederebbe un visore ultrapanoramico, a meno che la mucca non sia costretta a vedere solo davanti a sé, cosa che probabilmente non riduce affatto l’ansia.

Inoltre non è chiaro come la mucca possa evitare ostacoli, trovare cibo o farsi guidare dagli allevatori se indossa continuamente questi visori, a cui oltretutto sarà necessario ricaricare periodicamente la batteria, per cui prima o poi il visore verrà tolto e il bovino si renderà conto dell’illusione. O penserà di essere stato teletrasportato da un bellissimo campo a un luogo dove gli fanno cose strane e misteriose. Forse è da qui che nasce la leggenda degli alieni che rapiscono le mucche?

Fonti aggiuntive: BBC, Interfax (in russo).

Antibufala: se la batteria del cellulare è quasi scarica, le radiazioni sono 1000 volte più potenti!

Antibufala: se la batteria del cellulare è quasi scarica, le radiazioni sono 1000 volte più potenti!

Fonte: Facebook (via Archive.org).

Certe bufale tornano periodicamente, soprattutto quando si tratta di presunti “consigli di salute” che toccano argomenti molto popolari come i telefonini. Da Butac arriva la segnalazione del ritorno di un paio di pseudoconsigli telefonici.

Il primo è questo: “Quando la batteria del telefono è debole, non rispondere al telefono, perché la radiazione è 1000 volte più potente.Esiste anche la versione in inglese claudicante: “When phones battery is low to last bar, don’t answer the call beacuse the radiation is 1000 times stronger.”

Ne avevo già parlato qualche anno fa, nel 2014, e Butac la spiega egregiamente: “esiste la convinzione, senza fondamento, che un cellulare scarico invii più radiazioni, ma è una assoluta sciocchezza. È vero che se vi trovate in zone con basso segnale il cellulare dovrà inviare segnali più potenti per poter trovare campo, ma non ha nulla a che fare con la carica della batteria.”

Il secondo, invece, riguarda una particolare tecnica telefonica: rispondere alle chiamate usando l’orecchio sinistro (in inglese, “Answer phone call from left ear”). Non c’è nessuna ragione reale per farlo, come nota il sito antibufala Hoax-Slayer.com; il consiglio stesso non fornisce alcuna giustificazione. Il falso allarme circola almeno dal 2006.

Se lo ricevete, non inoltratelo ai vostri amici: non state affatto facendo loro un favore, ma li state semplicemente confondendo.

Antibufala: incredibili dichiarazioni degli astronauti su cosa si prova nello spazio

Antibufala: incredibili dichiarazioni degli astronauti su cosa si prova nello spazio

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È già un po’ che questa storia fa capolino su Twitter, principalmente in inglese e fra gli appassionati di spazio, per cui approfitto di questi giorni di relativa calma per pubblicare un’indaginetta che chiarisca come stanno realmente le cose.

Circola in Rete, soprattutto nei social network, una serie di dichiarazioni strane, divertenti e sconcertanti attribuite a vari astronauti recenti e veterani: per esempio Charles Duke e Gene Cernan, che camminarono sulla Luna nelle missioni Apollo, e Terry Virts e Barry Wilmore, compagni di viaggio di Samantha Cristoforetti. Ecco le loro parole, tradotte in italiano e riportate in originale.

Charles Duke – “Immagina che il tuo corpo sia una patata. Adesso immagina che su quella patata non agisca la gravità, e bingo: questa è la sensazione che hai nello spazio.” [“Imagine your body as a potato. Now, imagine no gravity acting on that potato, and bingo: That’s what space feels like.”]

Eugene Cernan – “È fonte di grande ispirazione vedere l’intero globo luccicante sotto di te e renderti conto che è qui che ha avuto inizio il prog rock.” [“It’s so inspiring to see the entire globe shimmering below you and realize that this is where prog rock started.”]

Bernard A. Harris Jr. – “La parte migliore è farti fare una foto mentre fai lo stacco da terra di un bilanciere da 1500 chili. Non c’è gravità, per cui è facilissimo da sollevare, ma sembri fortissimo lo stesso.” [“The best part was getting your picture taken while deadlifting a 3,000-pound barbell. There’s no gravity, so it’s super easy to lift, but you still look really strong.”]

Eileen Collins – “Non vedevo l’ora di essere senza peso, ma a me la gravità nello spazio funziona ancora. È un po’ una fregatura vedere che tutti gli altri astronauti fluttuano e io intanto sono appiccicata al pavimento.” [“I was looking forward to being weightless, but gravity still works for me in space. It kind of sucks seeing all the other astronauts floating around while I’m stuck on the floor.”]

Mae Jemison – “Ci sono un sacco di continenti in più che si vedono solo dallo spazio. Finora ne ho contati 18, ma ne trovo altri in continuazione.” [“There are a bunch of extra continents you can only see from space. So far, I’ve counted 18 continents, but I find more all the time.”]

Barry Wilmore – “Non conosci la vera bellezza fino a quando vedi la Terra dallo spazio, e non conosci il vero terrore fino a quando senti qualcuno bussare da fuori alla porta della stazione spaziale. Guardi attraverso l’oblò e vedi un astronauta, ma tutto il tuo equipaggio è dentro la stazione e ha risposto all’appello. Usi l’interfono per chiedere chi è, e lui dice di essere Ramirez che torna da una missione di riparazione, ma Ramirez è seduto proprio accanto a te nel modulo di comando ed è confuso quanto te. Quando lo dici a questo tizio via radio, comincia a picchiare sulla porta sempre più forte e più rumorosamente, supplicandoti di farlo entrare, dicendo che è lui il vero Ramirez. Intanto il Ramirez che sta dentro, con te, ti implora di tenere chiusa la camera di decompressione. Ti fa capire veramente la vita sulla Terra da un altro punto di vista.” [“You never know true beauty until you see Earth from space, or true terror until you hear someone knocking on the space station door from outside. You look through the porthole and see an astronaut, but all your crew is inside and accounted for. You use the comm to ask who it is and he says he’s Ramirez returning from a repair mission, but Ramirez is sitting right next to you in the command module and he’s just as confused as you are. When you tell the guy this over the radio he starts banging on the door louder and harder, begging you to let him in, saying he’s the real Ramirez. Meanwhile, the Ramirez inside with you is pleading to keep the airlock shut. It really puts life on Earth into perspective.”]

Terry W. Virts “Lassù non c’è il golf.” [“There’s no golf there.”]

Dal tono delle parole è abbastanza chiaro che non si tratta di dichiarazioni serie, ma molti pensano che si tratti di esempi di una bislacca forma di umorismo che affligge gli astronauti (cosa che in effetti talvolta succede). In realtà si tratta di frasi inventate di sana pianta dagli autori del sito satirico Clickhole, imparentato con il celeberrimo The Onion e dichiaratamente pieno di notizie finte o satiriche (“ClickHole uses invented names in all of its stories, except in cases where public figures are being satirized. Any other use of real names is accidental and coincidental.”). Purtroppo molti dimenticano di citare la fonte originale delle frasi e quindi chi le riceve non sa da dove provengono: fidandosi della fonte, presume che siano vere e le inoltra agli amici, e così via. È così che nascono i miti e le frasi storiche mai dette.

Se anche l’ANSA pubblica le fake news: no, Weinstein non ha preso casa in Canton Ticino

Se anche l’ANSA pubblica le fake news: no, Weinstein non ha preso casa in Canton Ticino

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora. Ultimo aggiornamento: 2017/10/23 18:30.

All’incontro sulle fake news del 21 aprile scorso a Montecitorio, nel quale ho moderato il tavolo di lavoro della stampa, il direttore di ANSA Luigi Contu disse che entro 8 minuti una notizia ANSA viene letta da 13 milioni di persone e che per questo ANSA non può sbagliare mai. Disse anche che bisogna fare il proprio mestiere con rigore. Belle parole, ma la realtà è un po’ diversa.

Stamattina ANSA ha pubblicato la notizia (falsa) che il produttore di Hollywood Harvey Weinstein (in disgrazia per le numerose accuse di molestie e violenze sessuali) avrebbe trovato residenza in Canton Ticino “in una villa sulle colline di Lugano” affittata per sei mesi al costo di 500.000 dollari.

Come faccio a sapere che è falsa? Semplice: ANSA stessa dichiara che la fonte è la Proto Group Ltd. Basta una ricerca di dieci secondi in Google con “Proto Group” bufala per capire il genere di attendibilità delle dichiarazioni della Proto Group:

Dieci secondi che ANSA, a quanto pare, non ha voluto spendere. Se volete sapere cosa c’è dietro le notizie false acchiappaclic smerciate da Proto Group, leggete Il Fatto Quotidiano di tre anni fa: non si tratta di un semplice fantasista. Proto Group in passato ha annunciato di aver comprato il Parma FC, di essere partner di Donald Trump, e di aver trovato casa al calciatore Ibrahimovic, a Mark Zuckerberg e a Maurizio Crozza.

Spendendo altri dieci secondi in ricerca online salta fuori l’origine della foto che illustra l’articolo-bufala dell’ANSA: basta immetterla in Tineye.com per scoprire (link su Archive.is) che si tratta di Villa Nesè a Bigorio (link su Archive.is). Non è chiaro se l’immagine è stata fornita da Proto Group o da ANSA e se l’agenzia immobiliare sia al corrente di questo uso della foto (l’ho contattata via mail mentre scrivevo queste righe ma non ho ancora avuto risposta).

Che un’agenzia come ANSA non sappia che qualunque notizia proveniente da Proto Group è semplice clickbait autopromozionale senza alcun contenuto di verità è semplicemente vergognoso. Se riesco io a saperlo in mezzo minuto, da casa mia, mentre bevo il caffé la domenica mattina, perché non ci riescono gli stipendiati di ANSA? Le parole di Contu sul non sbagliare mai e sul fare il proprio mestiere con rigore suonano molto stonate in momenti come questo.

Se i dati di Contu sono esatti, ANSA ha diffuso una fake news a milioni di persone. Eppure si insiste ancora a dire che le notizie false sono un problema causato da Internet e dai social network.

2017/10/23 8:15. Il tweet e l’articolo di ANSA sono stati rimossi (la copia dell’articolo che ho salvato su Archive.is resta). Non ho trovato alcuna traccia di rettifica. Interessante, inoltre, questa risposta pubblica di Massimo Sebastiani, che se non erro è responsabile principale del sito dell’ANSA:

Ho risposto così:

2017/10/23 18:30. I lettori mi segnalano nei commenti che l’articolo è ancora online qui (copia su Archive.is), con lo stesso testo ma un titolo differente. Per chi nota che il testo ha qualche forma dubitativa, sottolineo che il titolo è invece categorico: “Weinstein ha affittato Villa a Lugano” e “Weinstein, la nuova residenza è in una villa in Canton Ticino”. I titoli dicono “ha affittato”, “è in una villa”: non “avrebbe affittato”, “sarebbe in una villa”. E non dimentichiamo che il lettore, specialmente nei tweet, vede soltanto il titolo.

Antibufala: l’origine della Festa della Donna

Antibufala: l’origine della Festa della Donna

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente l’8/3/2013 sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione. Ultimo aggiornamento: 2018/07/17 15:40.

Intorno alla Festa della Donna, o più formalmente Giornata Internazionale della Donna, che ricorre oggi, circola una storia agghiacciante a proposito delle sue origini: la data dell’8 marzo sarebbe stata scelta per ricordare le oltre cento operaie tessili morte nel rogo della fabbrica Cotton a New York quel giorno nel 1908.

Qualche giorno prima avevano iniziato un coraggioso sciopero contro le condizioni disumane in cui erano costrette a lavorare. Per tutta risposta il proprietario della fabbrica, il signor Johnson, ne aveva bloccato le uscite. Quando scoppiò l’incendio, appiccato forse dallo stesso Johnson, avvenne una strage terrificante.

Questa è la storia che tuttora viene proposta dal passaparola e anche da alcune testate giornalistiche (l’Unità). Ma senza voler sminuire l’importanza della celebrazione, va chiarito che in realtà l’8 marzo 1908 a New York non vi fu nessuna carneficina e non vi fu nessun incendio. Anzi, non esisteva neppure la fabbrica tessile Cotton.

Le immagini che a volte accompagnano la storia sono infatti riferite all’incendio avvenuto a New York il 25 marzo 1911, non l’8 marzo 1908, presso la fabbrica tessile Triangle Waist Factory, nel quale perirono in 18 minuti 146 persone (129 donne e 17 uomini) a causa delle pessime condizioni di sicurezza.

L’incendio portò alla definizione di norme più sensate per la sicurezza sui luoghi di lavoro e aiutò a organizzare gli sforzi per migliorare le condizioni effettivamente vergognose nelle quali lavoravano le operaie e gli operai tessili, ma non contribuì all’emancipazione femminile.

I dettagli di questa tragedia sono consultabili presso il sito commemorativo della Cornell University. Fra l’altro, l’edificio che ospitava la Triangle Waist Factory esiste ancora: è un monumento nazionale e si trova al 23-29 di Washington Place a New York.

La vera origine dell’8 marzo è parecchio diversa: la prima Giornata Nazionale della Donna fu indetta nel 1909 negli Stati Uniti; nel 1911, poco prima dell’incendio alla Triangle Waist Factory, divenne Giornata Internazionale e fu celebrata in Germania, Austria, Danimarca e Svizzera. Inizialmente fu scelta la data del 19 marzo, che fu poi spostata all’8 nel 1921.

Fonti aggiuntive: University of Missouri-Kansas City; Britannica; ONU; Rita Charbonnier (link aggiornato; link originale).

Antibufala micro: il video dei pompieri croati che guardano la partita

Antibufala micro: il video dei pompieri croati che guardano la partita

La faccio breve: il video dei vigili del fuoco croati che vengono interrotti da una chiamata proprio mentre assistono alla partita dei mondiali di calcio Croazia-Russia è una simpatica messinscena del reparto dei Vigili del Fuoco di Zagabria, pensata per mettere in guardia contro i pericoli derivanti dall’uso di torce e fuochi d’artificio per i festeggiamenti. Quest’uso incauto ha infatti innescato vari incendi.

La versione originale è qui su Facebook. Il debunking è merito di Firerescue1 e MalditoBulo, scovati dal maestro di debunking Peter Burger.

La rete televisiva americana ABC c’è cascata.

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Antibufala: Boyd Bushman, ex dipendente dell'Area 51, in punto di morte ha confessato che gli alieni sono fra noi

Antibufala: Boyd Bushman, ex dipendente dell’Area 51, in punto di morte ha confessato che gli alieni sono fra noi

Boyd Bushman, ex dipendente della famosa Area 51, è morto il 7 agosto scorso, ma prima di morire ha registrato una videoconfessione nella quale mostra fotografie di esseri extraterrestri e altre chicche ufologiche.

Perlomeno questo è quello che scrivono molte fonti giornalistiche (Blitz Quotidiano, Corriere della Sera (Flavio Vanetti, Il Mattino, Il Gazzettino, l’immancabile Daily Mail), descrivendo Bushman senza esitazioni o dubbi come uno “scienziato” che ha “conquistato molti brevetti” e che ha lavorato “per aziende appaltatrici della difesa americana, come la Hughes Aircraft, General Dynamics e Texas Instruments”. La fonte di questo curriculum in apparenza di tutto rispetto, però, è una pagina di Wikipedia ora cancellata: nessun’altra credenziale, nessun altro riscontro.

Ciononostante queste fonti d’informazione riferiscono, in tutta serietà, i racconti di Bushman (anche questi privi di qualunque riscontro): gli alieni, dice, lavorano all’Area 51, sono “umanoidi alti circa 1,5 metri con mani palmate” e sono “impiegati a stretto contatto con gli esseri umani”. Hanno “dita lunghe, piedi palmati, e provengono da un pianeta noto come Quintumnia”, dice Bushman. Nessuna esitazione, neppure un istante d’incredulità, neanche di fronte alla dichiarazione che ci sono alieni “mandriani” e alieni “ladri di bestiame”. Cosa ci facciano col bestiame degli esseri ipertecnologici capaci di attraversare gli immensi spazi interstellari non se lo chiede nessuno.

Per fortuna non tutti sono così disposti a credere sulla parola al primo che passa su Youtube, dice di essere un ex dipendente dell’Area 51 e parla di piedi palmati e alieni mandriani. Il sito antibufala Snopes.com, per esempio, segnala un problemino in tutta questa storia: non solo non c’è nessun riscontro che l’uomo nel video sia davvero chi dice di essere (e che sia morto), ma l’alieno mostrato dal presunto signor Bushman somiglia stranamente a un alieno giocattolo che si compra ai grandi magazzini Walmart.

Secondo le ricerche di RationalWiki, il video (ora rimosso per una contestazione di copyright fatta da tale Chris Mooney) risale in realtà al 2007 ed è opera di David Sereda, noto sostenitore delle teorie più bislacche. Inoltre emerge un’ipotesi davvero triste, ossia che l’uomo nel video sia davvero un ex addetto ai lavori del settore aerospaziale (nel quale non mancano, come in ogni altro campo, persone che credono alle tesi più stravaganti) e che sia stato gabbato crudelmente per anni da colleghi che gli hanno fornito finte prove di incontri alieni per venire incontro alle sue idee strampalate.

Sia come sia, ancora una volta siamo alle solite: tante chiacchiere, tanto fumo, tanti raggiri, tanta voglia di credere, ma nessuna prova concreta per un argomento così importante come l’esistenza e il contatto con altre entità intelligenti. Sono casi come questo che rendono poco credibile tutto il settore dell’ufologia, perché invece di essere liquidati per mancanza di prove vengono diffusi acriticamente e anzi promossi come se fossero rivelazioni inoppugnabili.