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La Stampa ruba un articolo al New York Times. E lo traduce pure con i piedi

La Stampa ruba un articolo al New York Times. E lo traduce pure con i piedi

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Pubblicazione iniziale: 2016/01/16 10:37. Ultimo aggiornamento: 2016/01/16 17:30.

Se foste voi a prendere un articolo di un giornale e ripubblicarlo pari pari, senza neanche un accenno alla fonte, verreste additati come ladri, violatori del diritto d’autore, affossatori del legittimo lavoro delle redazioni dove la gente si guadagna da vivere con il sudore della fronte e le dita sulla tastiera.

Se poi prendeste questo articolo rubato e gli schiaffaste su un bel logo Creative Commons per dire “prendete e mangiatene tutti, siamo generosi, moderni e cool”, i tesserati dell’Ordine dei Giornalisti vi apostroferebbero probabilmente come anarchici che commettono un esproprio proletario prendendo il lavoro altrui, svilendone il valore e distribuendolo abusivamente alle masse, come quegli sfigati di Wikipedia che col Creative Commons hanno ammazzato i venditori di enciclopedie. Seguirebbero lettere di avvocati e richieste di risarcimento spezzagambe. Perché il copyright è una cosa seria e il giornalismo è un mestiere sacro.

Ma se lo fa La Stampa, allora va bene?

Guardate questo articolo de La Stampa [v. aggiornamenti], intitolato Un “vulcano” largo più di 50 mila chilometri, pubblicato nella sezione Tuttoscienze. Non nella sezione Oroscopi o nella sezione Chi ha mostrato le tette questa settimana per farsi conoscere: nella sezione scientifica del giornale, dove ci si aspetta di trovare fatti rigorosi, scienza esatta, le ultime grandi scoperte (se non volete regalare clic a La Stampa, consultate la copia che ho archiviato presso Archive.is).

Già la didascalia della figura, “Il sito Tartaruga Pits sulla dorsale medio-atlantica, composto da tumuli sulfurei e «camino» che sputa fumo”, puzza di copiato e tradotto coi piedi. Davvero un sito in mezzo all’Atlantico si chiama Tartaruga Pits? Metà in italiano e metà in inglese? Lasciamo stare l’italiano traballante del resto della didascalia.

E che dire di quel paragone nel primo paragrafo, “cingendo il globo come la cucitura di un pallone da baseball”? Fra tutti gli sport che possono venire in mente a un giornalista italiano per fare un paragone, proprio l’americanissimo baseball? Non c’è per caso uno sport un po’ più nazionale dove si giochi con un pallone dotato di cuciture? Per non parlare del fatterello che il baseball non si gioca con un pallone.

L’articolo de La Stampa è insomma chiaramente una traduzione, ed è una traduzione fatta con le parti meno nobili dell’anatomia del giornalista quadratico medio. Davvero La Stampa affida articoli a gente che non sa neanche che non si gioca a baseball con un pallone? E che non si chiede cosa possano mai essere i “cavi che lampeggiano”? Questa è la gente che secondo La Stampa dovrebbe spiegarci la scienza.

Il risultato è che la redazione di Tuttoscienze ci propone nel titolo un “vulcano” più largo del diametro della Terra.

Il resto dell’articolo è un bagno di sangue: roba da consumare una matita blu, con figure lasciate in inglese, punteggiatura seminata a caso, unità di misura non convertite (“780 gradi”) e ortografia pseudocasuale (geofisca, nel Oceano Pacifico, i suo i complessi processi, un equipe, eccetera).

Ma soprattutto l’articolo de La Stampa è copiato pari pari da questo articolo del New York Times, intitolato The 40,000-Mile Volcano (archiviato qui su Archive.is). Confrontate i primi tre paragrafi. Questo è l’originale del New York Times:

Picture a volcano. Now imagine that its main vent extends in a line. Now imagine that this line is so long that it runs for more than 40,000 miles through the dark recesses of all the world’s oceans, girding the globe like the seams of a baseball.

Welcome to one of the planet’s most obscure but important features, known rather prosaically as the midocean ridges. Though long enough to circle the moon more than six times, they receive little notice because they lie hidden in pitch darkness. Oceanographers stumbled on their volcanic nature in 1973. Ever since, costly expeditions have slowly explored the undersea world, which typically lies more than a mile down.

The results can make the visions of Jules Verne seem rather tame.

E ora la versione de La Stampa:

Immaginate un vulcano. Ora immaginate anche che il suo «sfiato» principale si estenda su una linea. E poi ancora, immaginate che questa linea corra per circa 65 mila chilometri attraverso gli angoli remoti di tutti gli oceani del mondo , cingendo il globo come la cucitura di un pallone da baseball.

Benvenuti al cospetto di una delle caratteristiche più oscure ma anche più importanti del pianeta. Con un termine alquanto prosaico, parliamo di «dorsali oceaniche». Abbastanza estese da poter circondare la Luna almeno sei volte, queste peculiarità non sono messe mai in grande risalto dagli scienziati, forse perchè riguardano un mondo nascosto nell’oscurità degli abissi. Gli studiosi hanno scoperto la natura vulcanica di queste parti nell’ormai lontano 1973. Da allora costosissime spedizioni hanno seguitato ad esplorare l’universo sommerso, a circa due chilometri di profondità.

I risultati di queste ricerche farebbero apparire le «visioni» di Giulio Verne quanto meno banali.

Il resto dell’articolo de La Stampa è copiato allo stesso modo. Non è questione di ispirazione parallela, di idee spontaneamente convergenti, di due narrazioni della stessa notizia: è proprio copiato. Senza ma e senza se, ma soprattutto senza cervello.

Adesso, infatti, si spiega quel Tartaruga Pits. Non è che un’oceanologa italiana, mentre lavorava nella zona, ha avuto una storia di bollente passione con un collega dagli addominali scolpiti e ha deciso d’immortalarne la memorabile anatomia battezzando così il sito: è la traduzione (a metà) di Turtle Pits. A La Stampa danno lavoro a gente che traduce i nomi propri. Meno male che non è un articolo sul teatro scespiriano, altrimenti ci troveremmo di fronte a una dissertazione sulle opere di Guglielmo Scuotilancia e del suo celebre Villaggetto ambientato in Danimarca.

Leggendo l’articolo originale del NYT si spiega anche l’assurdità del titolo italiano: il vulcano si estende lungo 40.000 miglia. Non è “largo” 50.000 chilometri. Fra l’altro, 40.000 miglia non sono 50.000 chilometri come scrive La Stampa, ma almeno 65.000; dipende se sono miglia terrestri o marine. E i “cavi che lampeggiano” sono “cables that flash the readings to shore”. Ossia trasmettono a terra i propri rilevamenti. Senza lampeggiare, si presume.

Ciliegina sulla torta, che fa La Stampa? Dopo aver rubato il lavoro altrui ci schiaffa sopra un bel logo Creative Commons, che dice che l’articolo è libero per usi non commerciali ma non sono ammesse opere derivate e bisogna indicarne la paternità. In altre parole: non fate a me quello che io ho fatto agli altri.

Questo, insomma, è il modo in cui oggi a La Stampa qualcuno ritiene di poter fare giornalismo: rubando il lavoro altrui, spacciandolo per proprio, traducendolo col deretano e appiccicandogli una licenza abusiva. Ironia della sorte, questo accade proprio pochi giorni dopo che La Stampa, con gran pompa e orgoglio, ha nominato una “garante dei lettori”, Anna Masera, alla quale potete rivolgervi per “commenti e critiche che riguardano le notizie e gli approfondimenti che il giornale pubblica su carta e su Internet”. Per come conosco Anna, questo sfacelo non è avvenuto di certo con il suo assenso: anzi, se qualcuno voleva sabotare il suo nuovo incarico non poteva far di meglio.

Adesso vediamo come reagirà La Stampa. Accetto scommesse.

2016/01/16 11:40

Anna Masera ha tweetato di essere al corrente della mia segnalazione. @DavideDenti mi segnala che ora sono state inserite in grassetto nell’articolo de La Stampa le parole “come riporta il New York Times”. Come se questo facesse sparire gli errori di traduzione e legittimasse la copia pari pari dell’articolo originale.

Ho mandato una mail a Margaret Sullivan, public editor del New York Times, e a scitimes@nytimes.com, chiedendo chiarimenti.

2016/01/16 17:40

L’articolo de La Stampa è stato riscritto da cima a fondo. Sparita la didascalia con il suo impagabile Tartaruga Pits. È comparso un paragrafo in cui si ringrazia “per la segnalazione della mancanza della fonte da cui è stata ripresa questa notizia: l’edizione online del New York Times.

A dire il vero la segnalazione non lamentava una semplice mancanza di fonte, ma pazienza. Speriamo che sia stata imparata la lezione: copiare e tradurre male non è giornalismo. Strano che questa lezione sia ancora oggi da imparare in una redazione di giornale, ma così pare. Chi volesse vedere com’era l’articolo prima che i lettori segnalassero il fattaccio può consultare la copia su Archive.is. Internet non dimentica.

Cory Doctorow: Zuckerberg e l’incoscienza morale

Cory Doctorow: Zuckerberg e l’incoscienza morale

Ultimo aggiornamento: 2018/07/17 17:40.

Si parla molto degli effetti negativi dei social network e dello scandalo di Cambridge Analytica, e in proposito vorrei proporvi l’analisi di Cory Doctorow, che è consulente speciale della Electronic Frontier Foundation, visiting professor di informatica alla Open University e un Research Affiliate del MIT Media Lab; ha scritto vari libri, fra cui Walkaway, Little Brother e Information Doesn’t Want to Be Free.

Ho già tradotto tempo fa un suo saggio sulla guerra in atto contro il computer generico, che a distanza di quattro anni si sta avverando in modo preoccupante. Pochi giorni fa Doctorow ha pubblicato sulla rivista Locus l’articolo Zuck’s Empire of Oily Rags (“Zuckerberg e il suo impero di stracci imbevuti di petrolio”), che traduco qui sotto perché credo che sia altrettanto importante, illuminante e lungimirante.

2018/07/17 17:40. Doctorow ha pubblicato un podcast nel quale legge personalmente il proprio articolo.

This translation is free to use. No infringement on Cory Doctorow’s rights is intended. He has been asked for permission and notified of its publishing.


Per vent’anni i difensori della privacy hanno suonato l’allarme a proposito della sorveglianza online commerciale e del modo in cui le aziende accumulano dossier dettagliatissimi su di noi per aiutare quelli del marketing a mandarci pubblicità mirate. Questo allarme è rimasto inascoltato: la maggior parte della gente era poco convinta che la pubblicità mirata fosse efficace, perché le pubblicità che ricevevamo erano raramente convincenti e quando funzionavano era di solito perché i pubblicitari avevano capito cosa volevamo e si offrivano di vendercelo. La gente che aveva cercato divani vedeva pubblicità di divani, e se comprava un divano le pubblicità continuavano per un po’, perché i sistemi di personalizzazione pubblicitaria non erano abbastanza intelligenti da capire che i loro servizi non erano più richiesti, quindi che male c’era? Il caso peggiore era che i pubblicitari avrebbero sprecato il proprio denaro in pubblicità inefficaci; il caso migliore era che fare acquisti sarebbe diventato più conveniente, perché gli algoritmi predittivi ci avrebbero reso più facile trovare le cose che stavamo per cercare.

I difensori della privacy hanno cercato di spiegare che la persuasione era solo la punta dell’iceberg. I database commerciali erano bersagli ghiotti per le spie e per i ladri d’identità, per non parlare dei ricatti alle persone la cui scia di dati rivelava comportamenti sessuali, credenze religiose od opinioni politiche socialmente rischiose.

Ora stiamo vivendo il contraccolpo tecnologico e finalmente la gente sta tornando dai difensori della privacy a dire che avevamo ragione da sempre. Data una sorveglianza sufficiente, le aziende sono in grado di venderci qualunque cosa: Brexit, Trump, la pulizia etnica in Myanmar e le candidature elettorali di successo di bastardi assoluti come Erdogan in Turchia e Orban in Ungheria.

È molto bello che il messaggio che la privacy è importante stia finalmente raggiungendo un pubblico più ampio, ed è emozionante pensare che ci stiamo avvicinando a un punto di svolta per l’indifferenza verso la privacy e la sorveglianza.

Ma anche se il riconoscimento del problema della Big Tech è benvenuto, temo che la diagnosi sia sbagliata.

Il guaio è che stiamo confondendo la persuasione automatizzata con il targeting automatizzato. Le bugie risibili su Brexit, stupratori messicani e leggi della Sharia striscianti non hanno convinto persone altrimenti ragionevoli che l’alto sta in basso e che il cielo è verde. Semmai i sofisticati sistemi di targeting disponibili tramite Facebook, Google, Twitter e le altre piattaforme pubblicitarie della Big Tech hanno reso facile trovare le persone razziste, xenofobe, spaventate, arrabbiate che volevano credere che gli stranieri stavano distruggendo il loro paese mentre venivano finanziati da George Soros.

Ricordiamoci che le elezioni di solito si decidono sul filo di lana, anche per i politici che hanno mantenuto le proprie cariche per decenni con margini esigui. il 60% dei votanti è una vittoria eccellente. Ricordiamoci, inoltre, che il vincitore nella maggior parte delle elezioni è il partito degli astenuti, perché moltissimi elettori non votano. Se si riesce a motivare anche solo una piccola quantità di questi non votanti in modo che vadano a votare, anche elezioni sicure possono diventare incerte. Se i margini sono stretti, avere un modo economico per raggiungere tutti i membri latenti del Ku Klux Klan di un distretto e informarli con discrezione che Donald J. Trump è l’uomo che fa per loro stravolge tutto.

Cambridge Analytica è come un mentalista da palcoscenico: fa qualcosa che richiede molto lavoro e finge che sia qualcosa di soprannaturale. Un mentalista da palcoscenico si addestra per anni a memorizzare rapidamente un mazzo di carte e poi dice che può indovinare la tua carta grazie ai suoi poteri da sensitivo. Non assisterai mai ai suoi esercizi preparatori di memorizzazione, tediosi e per nulla affascinanti. Cambridge Analytica usa Facebook per trovare i cretini razzisti e per dire loro di votare per Trump, e poi dichiara di aver scoperto una tecnica mistica per convincere persone altrimenti ragionevoli a votare per dei maniaci.

Non voglio dire che la persuasione sia impossibile. Le campagne automatizzate di disinformazione possono inondare il canale di resoconti contraddittori e apparentemente plausibili della situazione attuale, rendendo difficile per un osservatore comune dare un senso agli eventi. La ripetizione a lungo termine di una narrativa coerente, anche una palesemente insensata, può creare dubbi e trovare seguaci: pensate ai negazionisti dei cambiamenti climatici o ai complottismi su George Soros o al movimento antivaccinista.

Ma questi sono processi lunghi e lenti, che producono piccoli cambiamenti nell’opinione pubblica nel corso di anni, e funzionano meglio quando ci sono altre condizioni che li sostengono: per esempio i movimenti fascisti, xenofobi e nativisti che sono le ancelle dell’austerità e delle privazioni. Quando sei a corto di tutto da tanto tempo, sei pronto a recepire i messaggi che incolpano i tuoi vicini per averti privato delle tue legittime spettanze.

Ma non abbiamo bisogno della sorveglianza commerciale per creare le folle inferocite: Goebbels e Mao ci sono riusciti benissimo usando tecniche analogiche.

Facebook non è un raggio per il controllo mentale. È uno strumento per trovare gente che ha caratteristiche insolite, difficili da localizzare, non importa se queste caratteristiche sono “persona che sta pensando di comprare un frigorifero nuovo”, “persona che ha la stessa malattia rara che hai tu” o “persona che potrebbe partecipare a un pogrom genocida”, e per poi offrire a queste persone un bel frigo doppio o delle fiaccole [tiki torches usate come simbolo dai razzisti americani] mentre si mostra loro una conferma sociale della desiderabilità di questo loro comportamento, sotto forma di altra gente (o bot) che sta facendo la stessa cosa, così si sentono parte di una folla.

Anche se i raggi per il controllo mentale restano fantascienza, Facebook e le altre piattaforme di sorveglianza commerciale sono comunque preoccupanti, e non solo perché consentono a persone con visioni del mondo estreme di trovare i propri simili. Raccogliere enormi dossier su ogni persona al mondo fa paura già di per sé. In Cambogia, il governo autocratico usa Facebook per identificare i dissidenti, arrestarli e torturarli; la US Customs and Border Protection [ente di protezione delle frontiere statunitensi] usa i social media per considerare colpevoli per prossimità coloro che visitano gli Stati Uniti e impedisce a questi visitatori di entrare nel paese sulla base delle loro amicizie, delle loro affiliazioni e dei loro interessi. Poi ci sono i ladri d’identità, i ricattatori e i truffatori, che usano i dati degli enti di valutazione del credito, i dati degli utenti che sono stati trafugati e disseminati e i social media per rovinare la vita della gente. E infine ci sono gli hacker, che potenziano i propri attacchi di “social engineering” rastrellando informazioni personali per creare impostori convincenti che ingannano i loro bersagli e li inducono a rivelare informazioni che consentono loro di penetrare nelle reti sensibili.

Va di moda trattare le disfunzioni dei social media come il risultato dell’ingenuità dei primi tecnologi, che non sono stati capaci di prevedere questi esiti. La verità è che la capacità di costruire servizi simili a Facebook è piuttosto comune. Quella che è rara è l’incoscienza morale necessaria per farlo.

Il fatto è che è sempre stato evidente che spiando gli utenti di Internet si poteva migliorare l’efficacia delle pubblicità. Non tanto perché spiare ti offre intuizioni fantastiche di nuovi modi per convincere la gente a comprare prodotti, ma perché attesta quanto sia inefficace il marketing. Quando il tasso di successo atteso di una pubblicità è ben al di sotto dell’uno per cento, raddoppiare o triplicare la sua efficacia ti lascia comunque con un tasso di conversione inferiore all’un per cento.

Ma è stato altrettanto evidente fin dall’inizio che ammassare immensi dossier su chiunque usi Internet avrebbe potuto causare problemi reali a tutta la società; problemi infinitamente più grandi di quei minuscoli vantaggi che quei dossier avrebbero prodotto per i pubblicitari.

È come se Mark Zuckerberg si fosse svegliato una mattina e si fosse reso conto che gli stracci imbevuti di petrolio che stava accumulando nel suo garage si potevano raffinare per estrarne un greggio di bassissima qualità e di infimo valore. Nessuno sarebbe stato disposto a pagare granché per quel petrolio, ma gli stracci erano tanti, e finché nessuno gli chiedeva di risarcire gli inevitabili roghi che sarebbero avvenuti per il fatto di aver riempito i garage del mondo di stracci imbevuti di petrolio, Zuckerberg avrebbe potuto incassare un bel guadagno.

Dieci anni dopo il mondo è in fiamme e stiamo cercando di dire a Zuckerberg e ai suoi amici che dovranno risarcire i danni e installare gli impianti antincendio che chiunque si fosse messo ad immagazzinare stracci impregnati di petrolio avrebbe dovuto pagare sin dall’inizio, e l’industria della sorveglianza commerciale non ha assolutamente intenzione di considerare nulla del genere.

Il motivo è che i dossier riguardanti miliardi di persone hanno il potere di causare danni quasi inimmaginabili, eppure ogni singolo dossier fa incassare solo qualche dollaro l’anno. Affinché la sorveglianza commerciale sia remunerativa, deve scaricare sulla società tutti i rischi legati alla sorveglianza di massa e privatizzare tutti i guadagni.

C’è una parola antica per questa cosa: corruzione. Nei sistemi corrotti, pochi malfattori costano miliardi a tutti gli altri per incassare milioni. Il risparmio che può avere una fabbrica scaricando inquinanti nei bacini acquiferi è molto più piccolo dei costi che subiamo tutti per il fatto di essere avvelenati dagli scarichi. Ma i costi sono ampiamente distribuiti, mentre i guadagni sono fortemente concentrati, per cui chi trae beneficio dalla corruzione può sempre spendere più delle proprie vittime per rimanere impunito.

Facebook non ha un problema di controllo mentale: ha un problema di corruzione. Cambridge Analytica non ha convinto della gente di buon senso a diventare razzista: ha convinto i razzisti a diventare elettori.

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Antibufala: è vero che Beppe Grillo ha detto “servono uomini forti come Trump e Putin”?

Antibufala: è vero che Beppe Grillo ha detto “servono uomini forti come Trump e Putin”?

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In breve: No.

In dettaglio: Oggi (22 gennaio) ANSA ha pubblicato una dichiarazione attribuita a Beppe Grillo: “‘La politica internazionale ha bisogno di uomini forti’ come Trump e Putin”, ha scritto ANSA, indicando come fonte di questa dichiarazione “un’intervista al settimanale francese Le Journal du Dimanche”. Molti giornali italiani hanno riportato la stessa dichiarazione.

Grillo ha smentito su Facebook, parlando di “traduttori traditori” e dicendo “Non ho mai detto che servono uomini forti come Trump e Putin, piuttosto ho spiegato come la presenza di due leader politici di grandi Paesi come Usa e Russia predisposti al dialogo è un messaggio molto positivo, perché apre a scenari di pace e distensione.”

Chi ha ragione? Per saperlo bisogna, come sempre, risalire alla fonte originale. L’intervista in questione non è linkata da ANSA (malcostume diffuso che ostacola le verifiche), ma una ricerca in Google sembra indicare che la fonte della dichiarazione è questo articolo del Journal de Dimanche, disponibile solo in forma parziale ai non abbonati al JDD.

La versione pubblicamente disponibile dell’intervista non include nulla che possa confermare o smentire la versione di Grillo o quella del JDD. Nella stesura iniziale di questo articolo avevo chiesto se qualcuno avesse accesso al testo completo dell’intervista senza fare la trafila di abbonarsi: mi ha risposto a tempo di record Carlo Gubitosa con il testo integrale dell’articolo, per cui riporto qui l’originale della frase di Grillo secondo quanto riporta il JDD:

“La politique internationale a besoin d’hommes d’État forts comme eux.”

Leggendo il testo integrale dell’intervista risulta chiaro che gli “eux” (“loro”) della frase sono effettivamente Trump e Putin. Camille Neveux, che ha condotto l’intervista, ha dichiarato che è stata riletta e convalidata.

In francese, però, “hommes d’État forts” non significa “uomini forti”, ma significa “statisti forti”. Manca quindi, nelle parole attribuite a Grillo, ogni riferimento al concetto negativo di “uomo forte”, ossia “chi prende il potere e governa con metodi autoritari e quasi dittatoriali” (De Mauro). C’è un grossa differenza fra “uomo forte” e “statista forte”: il primo è un dittatore o semidittatore, il secondo è per esempio Churchill.

Per maggiore sicurezza, ho chiesto a Camille Neveux se Grillo ha parlato in italiano o in francese e sono in attesa di risposta, ma a questo punto sembra piuttosto chiaro che Grillo ha ragione nel dire di essere stato tradotto scorrettamente dal francese dalla stampa italiana, come negli esempi elencati qui sotto, dando alle sue parole una connotazione negativa.

Si può discutere se Putin e Trump siano o meno “statisti” e se sia giusto ammirarne l’operato come fa Grillo, ma questa è un’altra storia. Qui mi limito a valutare se le parole di Grillo siano state tradotte correttamente o in modo insincero.

Doctor Who sarà interpretato da una donna. Gente, fatevene una ragione e crescete

Doctor Who sarà interpretato da una donna. Gente, fatevene una ragione e crescete

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Credit: BBC.

Domenica scorsa la BBC ha annunciato che il prossimo interprete principale della serie Doctor Who sarà una donna, Jodie Whittaker, dopo 54 anni di interpreti maschili, e in Rete è scoppiato il putiferio (anche fra i fan italiani).

L’annuncio ha messo in luce un paio di cose: la prima è che ci sono tantissimi maschietti talmente insicuri che l’idea che una donna possa interpretare un ruolo iconico, forte ed eroico li mette in crisi. Una crisi che sarei tentato di chiamare isterica.

La seconda è che questa polemica dimostra che chi strilla non conosce neanche le basi di Doctor Who. Il Dottore è un alieno mutaforma che si rigenera in corpi sempre differenti: essendo alieno, non è “maschio” o “femmina”. Le categorie di sessualità terrestri sono irrilevanti.

Non solo: rigenerazioni con cambio di sesso sono già avvenute in Doctor Who.

— Il Master, che è un Time Lord come il Dottore, si è già rigenerato in un corpo femminile tempo fa (nel 2016, in Dark Water);
— il Generale si è rigenerato passando da un corpo maschile a uno femminile (in Hell Bent, 2015, video), cambiando anche colore della pelle (grazie a webwizard per la dritta);
— si era già detto, nella serie, che i Time Lord lo fanno (The Corsair, in The Doctor’s Wife, 2011; grazie a @gavhriel83 per questa segnalazione);
— il Dottore stesso forse è già stato femmina da piccolo: lo dice Missy nella prima puntata della nona stagione, The Magician’s Apprentice, a 18:10: “Since he was a little girl”, ma forse sta mentendo (chicca segnalatami da @gsellitto);
— Il Radio Times offre ulteriori esempi in questo articolo.

In altre parole: un Dottore che diventa donna è canon, fatevene una ragione e crescete.

La terza è che purtroppo c’è ancora tanta gente che valuta le persone in base a quello che hanno tra le gambe invece di quel che hanno tra le orecchie. Gente che è talmente fragile che si sente minacciata dall’emergere di ruoli forti interpretati da donne, come Wonder Woman o come Rey in Star Wars, giusto per citarne un paio di recenti. Gente (comprese alcune donne) ancora ferma allo stereotipo della damigella da salvare, come se non ci fossero già stati gli esempi del capitano Janeway in Star Trek Voyager o, prima ancora, di Ripley di Alien e della principessa Leia di Guerre Stellari.

Soprattutto noi fan di fantascienza, che esploriamo quotidianamente i limiti del possibile e non ci facciamo problemi ad accettare alieni superintelligenti con sette gambe o le orecchie a punta, dovremmo essere al di sopra di queste beghe sessiste. Siamo appassionati di un genere che, in teoria, dovrebbe aprire la mente. Oltretutto Jodie Whittaker ha talento da vendere: lo ha dimostrato in Broadchurch, Attack the Block, Black Mirror e tante altre sue interpretazioni, di cui trovate una buona selezione su DigitalSpy.

Sulla questione la risposta migliore è stata data dall’account Twitter di un dizionario:

Alla fine la BBC, obbligata per statuto, ha risposto magistralmente e ufficialmente alle lamentele:

Da quando il primo Dottore si è rigenerato nel 1966, il concetto che il Dottore sia un essere che si evolve costantemente è stato un elemento centrale del programma. L’introduzione continua di idee fresche e di voci nuove in tutto il cast e gli autori e gli addetti alla produzione è stata un fattore chiave della longevità della serie. Il Dottore è un alieno dal pianeta Gallifrey ed è stato assodato, nella serie, che i Signori del Tempo possono cambiare genere.

Fine della storia. O quasi.

Infatti i fan italiani, in particolare, me compreso, si sono posti un dilemma linguistico: lo chiameremo ancora il Dottore? Certo che sì: la Dottoressa suonerebbe ridicolo, interromperebbe la continuità, causerebbe problemi di doppiaggio continui, e farebbe perdere la neutralità che invece il termine ha in inglese. Sono in contatto con chi traduce in italiano gli episodi di Doctor Who: resterà il Dottore.

Del resto, mi segnala un’amica, c’è un precedente nel doppiaggio italiano. Ne La signora del West, il medico donna, Micaela Quinn, era chiamato “il dottor Mike.” 

Ora possiamo tornare a goderci Doctor Who come tutte le famiglie britanniche da 54 anni a questa parte, ossia i genitori sul divano e i bambini dietro il divano dalla paura?

Se usate l’inglese, aggiornatevi: prende piede “they” al posto di “he” o “she”. Strano ma antico

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La American Dialect Society ha scelto they come parola dell’anno, segnala la BBC. La scelta si riferisce al suo crescente uso come termine neutro per indicare una persona di cui non si sa o non si vuole specificare il genere, al posto del pedante e pesante he or she oppure he/she.

Per esempio, invece di dire o scrivere “A scientist must always check his or her data carefully”, si scriverebbe “A scientist must always check their data carefully”.

Anche se molti s’infiammeranno pensando al sabotaggio delle sacre e inviolabili regole della lingua perpetrato dalle lotte sociali attuali per la parità o neutralità di genere (che pure stanno contribuendo a quest’evoluzione grammaticale), in realtà in inglese la questione è dibattuta almeno dalla fine del Settecento; nell’Ottocento Samuel Taylor Coleridge già si chiedeva se non fosse il caso di usare un pronome neutro per non dover specificare se si sta parlando di un uomo o di una donna, nota sempre la BBC, citando anche altri linguisti favorevoli a quest’uso di they.

Cito da Pemberley: “Already in 1894, the famed grammarian and linguist Otto Jespersen (who was decidedly not a feminist himself) wrote in his book Progress in Language: With Special Reference to English that “it is at times a great inconvenience to be obliged to specify the sex of the person spoken about. […] if a personal pronoun of common gender was substituted for he in such a proposition as this: `It would be interesting if each of the leading poets would tell us what he considers his best work’, ladies would be spared the disparaging implication that the leading poets were all men.” (so that it can hardly be claimed that a concern about such matters is only a recent outgrowth of 1970’s feminism or so-called “PC” ideology).

Si tratta, fra l’altro, di un uso già adottato dalla guida di stile del Washington Post, che consiglia di riformulare la frase se possibile ma di ricorrere al they come estremo rimedio. Non solo: è un uso non nuovo, documentato, secondo Mental Floss, nella Bibbia e in autori come Chaucer, Shakespeare, Swift, Austen, Thackeray e Shaw, che è piuttosto difficile definire analfabeti o sgrammaticati o ispirati dalla rivoluzione gender.

“And whoso fyndeth hym out of switch blame, they wol come up…” (Chaucer, “The Pardoner’s Prologue”)

“And everyone to rest themselves betake” (Shakespeare, “The Rape of Lucrece”)

“If ye from your hearts forgive not every one their trespasses” (King James Bible, Matthew 18:35)

“I would have everybody marry if they can do it properly” (Jane Austen, “Mansfield Park”).

(fonte; altri esempi biblici).

Del resto, anche you ha cambiato significato: il “tu” di oggi era un tempo il “voi” formale, e le lingue vive si evolvono. Quanti usano correttamente who e whom?

Se l’uso del they vi sembra profondamente sbagliato (fa storcere il naso anche a me, madrelingua dello Yorkshire), considerate questo caso: se voleste esprimere in inglese la frase “Ognuno ha la propria opinione su questa cosa”, come fareste? In altre parole, cosa mettereste al posto dei puntini?

Everyone has … own opinion about this.

Provate a chiedervi cosa vi suona meglio (o meno peggio): Everybody has his or her own opinion about this oppure Everybody has their own opinion about this?

Oppure:

Maybe it’s time for anyone who still thinks that singular “their” is so-called “bad grammar” to get rid of … prejudices and pedantry.

Se volete ancora un esempio, preso dalla musica recente, correggereste Sting e il suo If you love somebody, set them free? Appunto. Grazie a @CanonF1 per il suggerimento.

Per approfondire l’argomento consiglio queste fonti: Poynter.org; Grammarist; Oxford Dictionaries; The Economist; Pemberley.com.

2016/06/29 14:40. Il primo ministro britannico uscente, David Cameron, ha usato questa forma in una dichiarazione proprio stamattina, per non specificare se il prossimo primo ministro sarà un uomo o una donna: “…the Cabinet met this morning and agreed the creation of a new EU unit in Whitehall… it will be responsible for ensuring that the new Prime Minister has the best possible advice from the moment of their arrival.”

Perché Google Translate traduceva “Russia” con “Mordor”?

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Credit:
Vadim Nakhankov/VKontakte

Fino a pochi giorni fa Google Translate traduceva “Russia” in “Mordor”, la terra del male nel Signore degli Anelli, e faceva altri errori politicamente scottanti se lo si usava per tradurre dall’ucraìno al russo: per esempio, “russi” diventava “occupanti” e il cognome del ministro degli esteri russo Sergey Lavrov diventava “cavallino triste”. Le immagini di questi scivoloni di traduzione sono diventate popolarissime nei social network locali.

Google ha spiegato che si è trattato di errori automatici che ora sono stati corretti manualmente, ma non è stata molto chiara sul meccanismo che li ha prodotti: si è limitata a dire che Translate funziona “senza l’intervento di traduttori umani” e che “la traduzione automatica è molto difficile, perché il significato delle parole dipende dal contesto in cui vengono usate. Questo significa che non tutte le traduzioni sono perfette e che a volte ci saranno errori.” Vero, ma questi errori stavolta sono stati particolarmente specifici e non casuali.

L’ipotesi più plausibile, al momento, è che siano scaturiti dal fatto che Google Translate in realtà non capisce quello che traduce e non attinge a un dizionario bilingue, ma si basa meccanicamente sull’analisi dei testi bilingui che trova su Internet, come spiegato in questo video.

Questo vuol dire che se tanti utenti traducono su Internet una parola o una frase nello stesso modo, Google presume automaticamente che quella sia la traduzione corretta. In questo caso riferirsi alla Russia chiamandola “Mordor” è, a quanto pare, una consuetudine molto popolare fra i soldati e attivisti ucraìni in seguito all’annessione russa della Crimea e così Google ha attinto a questa pratica.

Se è così, allora non solo Google è innocente, ma non c’è neanche stato un astuto coordinamento da parte di tanti utenti per influire sul funzionamento di Google, come hanno ipotizzato alcuni per analogia con il googlebombing, ossia la prassi di creare tanti link che associano una parola a una specifica pagina Web, in modo che chi cerca quella parola in Google trova come primo risultato quella pagina: per esempio, nel 1999 chi digitava in Google “More evil than Satan himself” (“più malvagio di Satana stesso”) otteneva come primo risultato il sito di Microsoft.

In questo caso, invece, non ci sarebbe nessuna azione coordinata: tutto sarebbe avvenuto spontaneamente a causa del modo in cui funziona Translate. Meglio ricordarsi, insomma, che questi servizi automatici hanno dei limiti molto significativi e possono causare equivoci e situazioni imbarazzanti.

Fonti: Ars Technica, Giornalettismo, BBC, The Guardian.

AntibUFOla: il Papa ha detto che Gesù era un alieno. Garantisce il Centro Ufologico Nazionale

AntibUFOla: il Papa ha detto che Gesù era un alieno. Garantisce il Centro Ufologico Nazionale

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Secondo Sicilia UFO Research, blog di Salvatore Giusa, il 25 ottobre scorso Papa Francesco avrebbe fatto una “incredibile affermazione”: Gesù era un alieno, come si può sentire in questo video.

Il sito ufologico cita infatti queste parole del Papa, che nel video si esprime in spagnolo: “Noi non siamo salvatori di nessuno, siamo trasmettitori di un “alieno” che ci salvò tutti e questo possiamo trasmetterlo soltanto se assumiamo nella nostra vita, nella nostra carne e nella nostra storia la vita di questo “alieno” che si chiama Gesù”.

Si accoda a questa traduzione anche il Centro Ufologico Nazionale, il cui presidente Vladimiro Bibolotti ne scrive, sul Fatto Quotidiano, citando come fonte della dichiarazione e della traduzione un articolo di Avvenire.

Salvatore Giusa su Sicilia UFO Research
Vladimiro Bibolotti, presidente CUN, sul Fatto Quotidiano

In effetti Avvenire scrive proprio “alieno”, sbagliando alla grande sulla base della trascrizione pubblicata dalla Radio Vaticana:

Infatti se si va a prendere una delle tante trascrizioni dell’originale spagnolo o si chiede a un madrelingua (come riferisce di aver fatto Ufoofinterest), invece di saltare subito a conclusioni improbabili per confermare la propria visione del mondo, si scopre come stanno realmente le cose: la frase in questione recita “Nosotros no somos salvadores de nadie. Somos transmisores de alguien que nos salvó a todos. Y eso solamente lo podemos transmitir si asumimos en nuestra vida en nuestra carne, en nuestra historia, la vida de ese alguien que se llama Jesús.”

Alguien, non alien.

E alguien vuol dire semplicemente qualcuno.

Per chi avesse dubbi sulla pronuncia di alguien, @Carlopiana ha un link a un campione di pronuncia.

È così che gli ufologi trascinano nel ridicolo l’ufologia.

Aggiornamento (2015/02/01)

La discesa nel ridicolo prosegue con il contributo di Roberto Pinotti, sempre del CUN, secondo il quale non può trattarsi di un banale errore di traduzione ma deve esserci sotto un “intelligente esperimento di macrosociologia il cui positivo risultato inciderà prossimamente in Vaticano”.

Questo è il problema di fondo dell’ufologia: le poche voci di buon senso che vorrebbero studiare l’argomento con serietà e rigore sono sommerse dalla folla di eccentrici per i quali nulla avviene mai per caso e tutto è connesso in una trama che soltanto loro hanno la sagacia di cogliere.

Repubblica sbaglia, i lettori correggono, Repubblica nasconde tutto. Come al solito

Repubblica sbaglia, i lettori correggono, Repubblica nasconde tutto. Come al solito

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Repubblica cita una celebre frase di Steve Jobs e ne sbaglia completamente la traduzione: “Stay hungry, stay foolish” viene reso come “Rimanete affamati. Rimanete sciocchi”. Screenshot di stamattina alle 9:45:

I lettori, nei commenti, segnalano la castroneria di traduzione (che persino Google Translate invece azzecca): si traduce “Rimanete affamati, rimanete folli” (oppure “rimanete affamati, rimanete incoscienti/temerari”), altrimenti la frase non ha nemmeno senso logico: perché Jobs dovrebbe chiedere alla gente di rimanere sciocca?

Le prime segnalazioni dell’errore risalgono a 12 ore fa; ne trovate altre nella copia cache di Google.

Che fa Repubblica? Corregge? Chiede scusa? No. Cancella tutto, e lo fa soltanto dopo che ho segnalato su Twitter lo strafalcione epico:

disinformatico
Per @repubblicait “stay hungry, stay foolish” di Steve Jobs vuol dire “Rimanete affamati, rimanete sciocchi” https://t.co/9eMxJgIKOh
25/01/15 09:46

Screenshot della stessa pagina Facebook poco fa (10:28):

Forse è solo una coincidenza, ma è interessante notare che i commenti su Facebook segnalano l’erroraccio già dodici ore ma la correzione arriva soltanto dopo un tweet che raggiunge 154.000 follower e rende molto pubblica la castroneria.

Chissà se questa “notizia” verrebbe cassata o no dall’imminente filtro antibufale di Facebook.

Cari giornalisti dei media tradizionali, piantatela di dare la colpa della disinformazione e dell’incultura a Internet e ai social network e di avere la puzza sotto il naso. Se continuate a fare le primedonne che cancellano gli errori e fanno finta di niente, invece di essere corretti e trasparenti e pubblicare una rettifica, siete voi che diffondete disinformazione e incultura. Quando il lettore viene messo di fronte alle prove che sbagliate e poi non vi correggete ma nascondete lo sbaglio, gli viene spontaneo il dubbio: ma se Repubblica sbaglia anche queste cose elementari, come faccio a fidarmi delle altre cose che pubblica? E quindi cosa la leggo e la compro a fare?

Basterebbe così poco: mica si chiede di essere infallibili. Si chiede solo di postare una correzione trasparente. E magari di indagare su cosa (o chi) ha permesso un errore del genere e capire come non ripeterlo più.

Notate la risposta pubblica di Alessio Balbi (“journalist | head of audience development at Gruppo Espresso and @repubblicait | manager @3nz_it”) alle mie richieste di chiarimento:

alessiobalbi
@disinformatico @repubblicait grazie della segnalazione, errore nostro. citazione rimossa (le foto non si possono correggere) sorry
25/01/15 10:44

disinformatico
.@alessiobalbi I vostri lettori su FB avevano segnalato l’erroraccio già 12 ore fa @repubblicait http://t.co/vLiCFv0UD5
25/01/15 10:58

disinformatico
.@alessiobalbi Non è bello che interveniate solo quando la brutta figura viene diffusa. E foto non correggibili, ma post sì @repubblicait
25/01/15 11:00

disinformatico
.@alessiobalbi Sarebbe interessante una spiegazione di come quell’errore è arrivato ad essere pubblicato. @repubblicait
25/01/15 11:01

alessiobalbi
@disinformatico non siamo stati impeccabili. ammesso l’errore e chiesto scusa personalmente. Per me il processo finisce qui. Buon lavoro
25/01/15 11:09

È un vero peccato, ed è eloquente, che le critiche costruttive vengano viste come un“processo”. Mi viene quasi da chiedere scusa se ho osato segnalare l’errore.

Ma poi scoppio a ridere.

Imparare le lingue non è più come una volta. Oggi si fa dallo spazio

Stamattina ho visto questo tweet di Anton Shkaplerov:

AntonAstrey
Доброе утро, #Земля! // Good morning, #Earth! http://t.co/iYvbhy7shG
28/12/14 09:10

Così ho immesso “Доброе утро, Земля” in Google Translate e ne ho ricevuto l’audio della pronuncia. Un servizio divertente e utile, certo. Ma la chicca è stata riconoscere quella frase poco dopo nelle conversazioni dallo spazio. Infatti tengo sempre in sottofondo, mentre lavoro, lo streaming audio e video dalla Stazione Spaziale (è rilassante e affascinante vedere le immagini della Terra che scorre maestosa e sentire le conversazioni di lavoro quotidiane degli astronauti), e capisco benissimo le comunicazioni in inglese, ma quelle in russo mi sfuggono completamente.

Potete immaginare la mia sorpresa quando a un certo punto, poco fa, ho capito cosa si stavano dicendo i russi: “Доброе утро”. Il controllo missione stava augurando il buongiorno ai cosmonauti, e i cosmonauti facevano altrettanto ai colleghi sulla Terra. Avete presente quel brivido irripetibile che ti scuote la prima volta che capisci qualcosa di una lingua che fino a un istante prima era un flusso indistinto di suoni senza senso? Ecco, quello.

Solo che la lezione di russo mi era arrivata da un cosmonauta nello spazio, attraverso una rete informatica planetaria e un sistema di traduzione automatica. Quando capitano queste cose mi sembra davvero di vivere, finalmente, nel futuro.

Доброе утро!

Skype Translator, anteprima del traduttore automatico

Skype Translator, anteprima del traduttore automatico

Entro fine anno Skype rilascerà l’anteprima di Skype Translator, la versione di Skype che fornisce la traduzione automatica delle conversazioni e rende possibile comunicare superando le barriere linguistiche. Ci si può prenotare qui per riceverla. All’inizio Translator permetterà la traduzione fra un numero ristretto di lingue (al momento solo inglese e spagnolo) e sarà disponibile soltanto su dispositivi che usano Windows 8.1 oppure Windows 10 Technical Preview.

Usare Skype Translator è semplice: si imposta una videochiamata o chiamata vocale Skype con qualcuno che parla un’altra lingua e si comincia a parlare. La conversazione viene tradotta nell’altra lingua dopo una lievissima pausa, la traduzione viene letta da una voce sintetica e sullo schermo compare una trascrizione della chiamata. Translator permette anche di mandare messaggi istantanei in più di quaranta lingue.

Ma funziona? Il video della demo fra inglese e tedesco inciampa qualche volta, ma consente una conversazione semplice fra persone che non parlano la stessa lingua. Le prime recensioni sono positive e parlano di “effetto Star Trek”: il riconoscimento vocale esiste già, la traduzione automatica c’è già, ma è la loro fusione semplice ed elegante a fare la differenza. Probabilmente il lavoro dei traduttori professionisti non sarà a rischio, perché il software fa fatica a captare le sfumature, i doppi sensi e i modi di dire, ma se i due interlocutori sono capaci di parlare in modo letterale e semplice Skype Translator potrebbe risultare rivoluzionario per la comunicazione di base, non solo fra persone che non hanno una lingua in comune ma anche per la trascrizione automatica di conversazioni, lezioni e interviste.

C’è, come sempre nei servizi offerti via Internet, la questione della riservatezza: il riconoscimento vocale e la traduzione non vengono effettuate sui dispositivi degli utenti, ma sui server di Skype, e questo implica che l’intera conversazione deve essere accessibile a Skype. Meglio tenerne conto nella scelta degli argomenti da discutere tramite Skype Translator.