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L’articolo 13 spiegato da un racconto di Cory Doctorow

Ultimo aggiornamento: 2018/12/19 23:50.

Traduco qui False Flag, un racconto di Cory Doctorow scritto per illustrare qual è, a suo parere, la posta in gioco qualora andasse in porto la proposta di direttiva sul copyright dell’Unione Europea di cui si discute tanto e che è osteggiata da grandi esperti come Vint Cerf, uno dei padri di Internet, e Tim Berners-Lee, co-creatore del Web, oltre che da quattro milioni di cittadini europei. La traduzione è realizzata e pubblicata con il permesso di Doctorow e del Green European Journal.

Quella che leggete è una mia prima traduzione veloce: se snidate refusi o avete suggerimenti per migliorarla, fatelo nei commenti. Buona lettura.

Nota di copyright: diversamente dal resto di questo blog, questa traduzione è soggetta alle regole di copyright definite da Green European Journal per l’originale di Cory Doctorow.

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Agata aveva sempre dato per scontato che la parte difficile sarebbe stata la cattura delle immagini. Ma per come andarono le cose, l’infiltrazione e l’estrazione segreta di un drone nel Mare del Nord furono la parte facile.

Agata e la sua cellula avevano trascorso mesi a pianificare l’operazione nel Mare del Nord, lavorando con una fredda alacrità che bilanciava la possibilità che arrivassero troppo tardi contro la possibilità che sarebbero stati scoperti ed esposti. Ma quella mattina, mentre saltava le creste delle onde sul piccolo gommone capitanato da Oxana, che nel suo passamontagna pareva una Pussy Riot, Agata sapeva che sarebbe andata bene. Tirò fuori il suo Toughbook, attivò i droni, ciascuno grande come una lucciola, e li spedì ad effettuare una ricognizione del peschereccio usando radar e telecamere per catturare le reti sottomarine e seguirle in tutti i loro venticinque chilometri di estensione. Era incredibile da vedere, ed era terribile: una vasta malignità che avrebbe reso sterile il mare mentre veniva trascinata dietro il peschereccio, che batteva bandiera panamense.

I droni avevano energia appena sufficiente a fare una visita veloce alla nave, acquisendone i dati di registro navale e le bandiere e scattando immagini zoomate automaticamente dei volti dei marinai prima che si esaurissero le batterie. Agata aveva valutato l’idea di far cadere i droni in mare, ma l’ironia di gettare in mare dei rifiuti elettronici in un progetto concepito per lanciare l’allerta sulla pesca eccessiva illegale era davvero troppa. Aveva invece limato via accuratamente tutti i numeri di serie dei droni, in modo che potessero essere abbandonati anonimamente a bordo del peschereccio.

Incapparono in venti contrari sulla via del ritorno alla loro nave appoggio, che doveva riportarle a Thyborøn. Il gommone quasi si rovesciò due volte; alla seconda, Agata riuscì per un pelo ad agguantare il Toughbook che rimbalzava e saltellava verso i bordi dell’imbarcazione, rimanendo con una mano a tenerlo stretto e l’altra mano ad aggrapparsi alla barca, intanto che una foschia ghiacciata e pungente la martellava senza tregua. Erano fradicie ed esauste quando raggiunsero la nave appoggio. Le gambe di Agata tremavano mentre saliva a bordo, con le nocche bianche da quanto stringeva forte il Toughbook. Riuscì a collegare il telefono satellitare e a iniziare l’upload delle sue riprese prima di vomitare.

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Ma ottenere le immagini fu la parte facile.

Agata e la sua crew [si chiamano così in gergo i gruppi di hacker, N.d.T.] fecero l’upload sia delle riprese grezze, sia di un bel montaggio con voce narrante che spiegava in dettaglio le tante leggi violate dal peschereccio, usava fonti pubbliche e dati trafugati per decifrare una piccola parte della struttura dell’azienda che formalmente era proprietaria del peschereccio, scopriva quali grossisti compravano il pescato; un pacchetto completo. Era il loro mestiere: inquinatori, pescatori illegali, scaricatori abusivi di rifiuti, condizioni di lavoro insicure. Lavoravano senza un nome o un marchio, perché le organizzazioni che hanno un nome sono vulnerabili alle ritorsioni. La gente che era disposta a trascinare reti da pesca di venticinque chilometri o di mandare lavoratori migranti a togliere isolamenti d’amianto da un futuro loft industriale indossando solo una mascherina da verniciatore era, a volte, anche disposta a fare cose davvero deplorevoli e dolorose agli attivisti che li intralciavano. Agata e la crew preferivano restare invisibili a tutti: erano i video e gli archivi che li accompagnavano a raccontare la storia, loro erano soltanto le persone che facevano quella storia. Non facevano parte della storia.

Usarono dei bot per caricare le immagini ovunque e contemporaneamente, applicandovi hashtag esistenti (#fishpocalypse, #NorthSeaDieOff) e nuovi che avevano creato per quest’operazione: #NorthSeaKiller. Nessuno dei membri della crew avrebbe dato un like o un upvote a questa roba, ovviamente: essere i primi a mettere un like a qualcosa era praticamente come dire “Questo l’ho fatto io!”. Invece aspettarono che gli attivisti che seguivano i tag esistenti si accorgessero degli upload e iniziassero a spargere la voce. Seguirono i tag man mano che diventavano virali, guardarono i ministeri della pesca danesi e scozzesi mentre venivano bombardati di domande, videro gli inviti a boicottare il grossista del peschereccio che emergevano spontaneamente, e sorrisero all’idea di qualcuno, in una pescheria, che cercava affannosamente di capire che diavolo stesse succedendo, se doveva semplicemente smettere di comprare dal #NorthSeaKiller. Tutto stava andando bene — fino al momento in cui non andò più.

I grafici delle analytics per le mention e i like e le condivisioni e i download non avevano fatto altro che aumentare, e la curva era diventata sempre più ripida, quasi verticale, nelle ore da quando avevano iniziato la disseminazione. Ora era caduta di colpo a quasi zero.

Nella chat di gruppo, Agata vide la crew postare catture delle schermate dei loro sinottici delle analytics, poi passò ad altre schede del browser, entrando in una serie di social network e cercò di caricare i post iniziali per ricontrollarne le statistiche.

> POST NON DISPONIBILE

> QUESTO CONTENUTO È STATO RIMOSSO PER VIOLAZIONI DEL COPYRIGHT AI SENSI DELL’ARTICOLO 13 DELLA DIRETTIVA SUL COPYRIGHT NEL MERCATO UNICO (2019)

La crew ne aveva sentito parlare. Non erano l’unica crew, dopotutto, e avevano amici che avevano amici nelle altre crew, e circolavano mormorii su contromisure inarrestabili messe in campo da società di “gestione della reputazione” e di “comunicazione di crisi” che vendevano una suite di servizi molto esclusiva e molto costosa a clienti veramente disperati tipo, per esempio, una società di pesca illegale che stava per finire malissimo.

Funzionava così: in base all’Articolo 13, le piattaforme erano responsabili se consentivano, anche brevemente, la disponibilità senza permesso di qualunque opera protetta dal copyright. Ma naturalmente le piattaforme non erano in grado di sapere cosa fosse o non fosse un’opera vincolata dal copyright, e così, in un compromesso che solo un eurocrate avrebbe potuto amare, l’UE aveva detto che i detentori dei diritti erano obbligati a registrare i propri copyright presso le piattaforme, caricandoli su questi database spalancati, prodotti in crowdsourcing, di contenuti banditi. Una volta che un video, una foto, un blocco di testo o una clip audio erano nel database di una piattaforma, nessuno poteva postare su quella piattaforma nulla che corrispondesse in tutto o in parte a quel file.

Cosa anche peggiore, l’Articolo 13 non prevedeva un modo per punire le persone che rivendicavano per errore il copyright su opere che non erano loro, e men che meno i ripulitori di reputazione ostili e occulti che usavano l’Articolo 13 per censurare i video che minacciavano i bilanci contabili dei loro clienti. In teoria una piattaforma poteva scegliere di ignorare questa gente, escluderli dai database di blacklist, ma i truffatori avrebbero sempre avuto la rivincita, perché a quel punto avrebbero avuto il diritto di far causa e lasciare in mutande la piattaforma qualora un’opera sotto il loro copyright fosse comparsa online, anche solo per un giorno.

#

La viralità arrivò e se ne andò. Con i video ora offline, cominciò a serpeggiare online una nuova storia: “fonti vicine alla questione” giuravano che loschi figuri (forse dei troll russi che cercavano di seminare disinformazione?) avevano messo online dei fake astuti che facevano sembrare che un peschereccio perfettamente innocente avesse calato delle reti a strascico illegali nelle fragili riserve di pesca del merluzzo del Mare del Nord. I video sembravano veri a prima vista, ma chiunque li esaminasse con attenzione notava immediatamente le falsificazioni.

La crew era inerme, furibonda. Si ricordavano di quando c’erano piattaforme più piccole, basate in Europa, che potevano usare per ospitare i video. Quelle piccole aziende erano scomparse da tempo: già per loro era dura competere con la Big Tech americana, ma dopo che la Direttiva sul Copyright aveva decretato che avrebbero dovuto trovare mezzo miliardo di euro per comprare tecnologie di filtraggio nel momento in cui si trasformavano da “microimprese” in potenziali concorrenti di Google e Facebook, avevano tutte chiuso i battenti.

La crew non poteva neanche fornire i propri video a dei giornalisti amici per smentire le asserzioni dei grandi giornali di proprietà delle società. Anche solo linkare un giornale importante richiedeva una licenza a pagamento, e mentre i giornali si concedevano licenze a vicenda in modo da poter citare articoli nelle pubblicazioni concorrenti, le testate dissidenti e indipendenti che un tempo commentavano e analizzavano quello che faceva notizia e quello che non lo faceva erano tutte svanite quando le grandi società di news avevano rifiutato di concedere loro la licenza di linkarle.

Agata parlò con un avvocato di sua conoscenza, usando cauti giri di parole e forme ipotetiche. L’avvocato le confermò quello che aveva già intuito.

“La tua amica immaginaria non ha speranze. Dovrebbero identificarsi per inoltrare un’opposizione, dire a tutti la loro vera identità e rivelare che sono loro gli artefici del video. Anche così, ci vorrebbero sei mesi per far sì che le piattaforme esaminassero l’opposizione, e a quel punto tutta la notizia sarebbe svanita dall’opinione pubblica. E se miracolosamente riuscissero a destare di nuovo l’attenzione dellla gente? Beh, i falsificatori farebbero semplicemente rimuovere di nuovo il video. Basta un istante a un bot per inoltrare una rivendicazione di copyright fasulla. Ci vogliono mesi prima che degli umani riescano ad annullare la rivendicazione. È una guerra asimmetrica e voi sarete sempre fra quelli che la perdono.”

#

La crew aveva una dozzina di altre operazioni che erano arrivate a vari livelli di pianificazione, ma #NorthSeaKiller uccise le loro speranze. Vedevano quanto sarebbe stato facile ripetere il trucchetto, e senza Internet la crew era inerme.

Cosa sarebbe successo se qualcuno avesse organizzato un raduno d’indignazione virale e non si fosse presentato nessuno?

Agata non era più una ragazza. Si ricordava, a malapena, di quando Internet non era composta da quattro megasocietà nelle quali la gente postava screenshot tratti dalle altre tre. Ma anche l’Internet accentrata e commerciale aveva la sua utilità, come luogo nel quale i potenti potevano essere chiamati a rendere conto e ad essere esaminati. Era rischioso, ma il rischio aveva le proprie ricompense.

Non più.

Aveva tanti messaggi in attesa dai membri della crew, ma non riuscì a trovare la forza di rispondere neanche a uno di essi. Andò a letto.

Venerdì 18/2 alle 21:30 parleremo di “Forever Young” e di traduzione letteraria in diretta streaming

Venerdì 18 febbraio sarò ospite in video dell’Associazione Astrofili Bolognesi-APS in compagnia degli editori Diego Meozzi e Paola Arosio (Cartabianca) per parlare di Forever Young, l’autobiografia dell’astronauta lunare John Young che Cartabianca ha tradotto in italiano e al quale ho contribuito per la parte tecnica e terminologica.

Se volete, ci troviamo alle 21.30: potrete seguire l’incontro su Facebook o su YouTube. Parleremo non solo di storia dell’esplorazione spaziale ma anche delle difficoltà di tradurre un libro come questo, dal punto di vista linguistico e organizzativo. Se volete porci domande in diretta, ricordatevi di dare il consenso a
questo link:
streamyard.com/facebook. La serata sarà condotta da Giulio Busi. L’annuncio dell’AAB è qui.

Svizzera, diritto fiscale internazionale per paese: Tacchino. Bonus: il tacchino di Rambo

Pagina del sito dell’Amministrazione federale delle contribuzioni della Confederazione.

Ho scritto subito una mail chiedendo rettifica, ma prima ho immortalato questa perla, segnalata da Cherubina Ravasi e .

10:25. La perla è già stata corretta a tempo di record.

16.15. Per restare in tema di tacchini e di traduzioni farlocche, Marco e SpiderVan mi segnalano nei commenti una spettacolare stupidaggine di traduzione in Rambo a 1:06:28: lo sceriffo va in un bar e, secondo la traduzione italiana, ordina un tacchino.

Nessuno che si sia chiesto se avesse senso ordinare un tacchino in un locale del genere. E ci è andata bene che il labiale era corto, altrimenti chissà, avremmo potuto assistere allo spettacolo di Brian Dennehy che ordina un tacchino selvatico. Perché in originale chiede un Wild Turkey, che è una nota marca di whiskey.

Ehi Google, come si dice in inglese “salsicce e friarielli”?

Ehi Google, come si dice in inglese “salsicce e friarielli”?

Un lettore, Giovanni L., mi segnala una chicca divertente di Google Traduttore: se gli si chiede di tradurre in inglese “salsicce e friarielli” , risponde con un epico:

“bhoooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo”

Giovanni se ne è accorto cercando la traduzione in inglese di alcuni termini relativi al cibo. 

Cosa ancora più curiosa, la “traduzione” proposta da Google Traduttore ha tanto di bollino che dichiara che si tratta di una “Traduzione verificata dai collaboratori di Google Traduttore”. Meno male che l’hanno verificata, altrimenti chissà cosa sarebbe successo.

Giovanni nota che “traduzioni simili ci sono anche per tutte le altre lingue, al massimo cambia il numero di “o” finali. Gli stessi risultati si ottengono dall’app per iOS.” E anche dall’app per Android, secondo questa segnalazione. Se invece chiedo all’assistente vocale di Google, mi risponde (abbastanza correttamente) “sausage and broccoli.” Se vi state chiedendo cosa sono i friarielli, Wikipedia dice che si tratta delle “infiorescenze appena sviluppate della cima di rapa”.

Se invece vi state chiedendo come sia possibile un errore di traduzione del genere, oltretutto “verificato”, la risposta è probabilmente legata al fatto che chiunque può diventare “collaboratore” di Google Translate. L’ho fatto anch’io in pochi secondi: è sufficiente visitare la pagina di Google Traduttore, accedere con il proprio account Google, e cliccare su Contribuisci. Dopo una decina di frasi di prova da verificare sono stato accettato.
Le traduzioni “verificate”, secondo Google, sono quelle che hanno molti voti di collaboratori che le dichiarano corrette. Tutto qui.
In altre parole, se un numero sufficiente di persone si mette d’accordo di diventare collaboratore di Google Traduttore e di “tradurre” la parola italiana scolopendra con tiger probabilmente riuscirà a farla diventare una traduzione “verificata” al posto della traduzione corretta (che è scolopendra). La cosa dovrebbe essere ancora più facile con le sequenze di parole, come appunto “salsicce e friarielli”.
Questa manipolazione ricorda molto il googlebombing che andava di moda anni fa, ossia creare tante pagine contenenti un link a un sito specifico usando sempre lo stesso testo. Per esempio, nel lontano 1999 si poteva digitare more evil than Satan himself in Google e ottenere come primo risultato il sito di Microsoft.
Recensione mini senza spoiler: il film "Infinite" e l’italiano farlocco

Recensione mini senza spoiler: il film “Infinite” e l’italiano farlocco

Ultimo aggiornamento: 2021/10/18 17:40.

Per staccare un attimo oggi la Dama del Maniero e io abbiamo visto il film Infinite, con Mark Wahlberg, Chiwetel Ejiofor e Sophie Cookson. Beh, il film è potabile, ma a una condizione: abbandonate ogni pretesa di razionalità e godetevi gli effetti speciali, gli inseguimenti e qualche battutina. Ma la gasolina citata in una battuta, che è pronunciata in italiano anche nell’originale e non è stata corretta in sede di doppiaggio, proprio se la potevano risparmiare e ci ha fatto fare un salto sul divano.

Spiego senza spoiler: nell’audio originale un personaggio femminile fa una sorta
di waterboarding a un altro usando benzina. Nell’originale parla in italiano (a circa 32 minuti dall’inizio).

“Perché dimenticare la sofferenza” dice “e te ne ricorderai come se fosse acqua passata. Adesso arriva la GASOLINA.”

Quando l’abbiamo sentita è partito un gastrospasmo doppio: totale interruzione dell’immersione nell’azione e risata di coppia. La frase in italiano non ha alcun senso e in realtà non ha senso neppure la scena stessa, nell’ambito della trama, ma è un film fracassone da popcorn dove le violazioni della fisica sono più numerose dei proiettili sparati e delle auto distrutte, per
cui non è il caso di farsi troppe domande.

L’attrice che pronuncia lo strafalcione, stando ai credits, è Giorgia Seminara, che non ho
capito se è italiana e quindi consapevole della perla che le hanno fatto
dire oppure è ignara della questione. Ma chi gliel’ha scritta poteva almeno usare Google Translate invece di prendere gasolina dallo spagnolo (vuol dire benzina).

Lo so, è la mia condanna: non riesco a non notare errori di questo genere.

2021/10/10. C’è un aggiornamento divertente su questa storia: mi ha scritto l’attrice, spiegandone i retroscena.

 

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La “gasolina” di Infinite, spiegata

A giugno scorso avevo scritto una
mini-recensione
del film Infinite (2021, con Mark Wahlberg, Chiwetel Ejiofor e Sophie
Cookson), nella quale segnalavo l’italiano bizzarro presente in una scena che
è in italiano in originale.

Senza fare spoiler, dico solo che nell’audio originale (e anche nel doppiaggio
italiano) un personaggio femminile fa una sorta di waterboarding a un
altro maschile usando benzina, a circa 32 minuti dall’inizio.

Mentre si appresta a fare questa cosa, dice
“Perché dimenticare la sofferenza”, dice,
“e te ne ricorderai come se fosse acqua passata. Adesso arriva la
GASOLINA.”

La mia segnalazione della frase, che già parte sconclusionata (dimenticare la
sofferenza ma ricordarsene?) e poi finisce col botto grazie alla
“gasolina”, ha avuto un seguito divertente.

Ieri ho ricevuto un messaggio privato su Instagram (che pubblico qui con il
consenso della persona interessata):

Ciao Paolo spero tu stia bene 🙂
Mi è stata mandata una tua recensione sul film “Infinite” e credo questo sia
il tuo profilo.
Se vuoi ti racconto un po’ come è andata.
Ti lascio solo immaginare, abbiamo riso così tanto che adesso il mio
soprannome tra gli amici italiani è “gasolina”.

Io ho risposto con un semplice “LOL!!”, pensando che si trattasse di
una delle tante persone che mi mandano commenti su quello che scrivo, ma poi
ho fatto caso al nome della persona che mi aveva scritto il messaggio: è
Giorgia Seminara, la
modella che interpreta il personaggio e recita la battuta.

Giorgia Seminara
su Instagram.

“Oddio ho capito adesso chi sei, SCUSA!”, le ho risposto imbarazzato,
chiedendole se poteva raccontare la genesi di quella battuta bislacca e se
potevo pubblicarla.

Giorgia ha risposto volentieri che la potevo pubblicare e mi ha spiegato la
scena con un messaggio vocale in italiano (è italiana ma risiede a Londra),
che trascrivo qui:

“Allora praticamente in realtà io non dovevo avere un ruolo con dialogo. Mi
hanno chiamato il giorno prima, la sera prima del filming, per dirmi
che avrei avuto un dialogo nel film.

Quindi mi hanno mandato queste due frasi della Bibbia da tradurre e da dire
il giorno dopo in italiano. Poi il mio dialogo si fermava semplicemente a
‘come fosse acqua passata’ o qualcosa del genere.

Poi mesi e mesi dopo mi hanno chiamato apposta nello studio di doppiaggio
per dire quella frase ‘E adesso arriva la gasolina’. Ma in realtà
doveva essere detta in italiano.

Me l’hanno fatta doppiare in inglese, in spagnolo, con
‘gasolina’ detto come ‘gas’,‘gasoline’, ‘benzina’. E quella è
semplicemente la versione che hanno scelto. Ma quando l’ho vista ho pianto
dalle risate. Ho pianto dalle risate!”

Si pensa spesso che le grandi produzioni cinematografiche americane siano
costruite con meticolosa precisione, e spesso è così, ma quando c’è di mezzo
la traduzione in qualche lingua esotica (come lo è l’italiano per gli
americani), lo scivolone è dietro l’angolo. Non c’è un supervisore alla
traduzione: si chiama una persona madrelingua, le si chiede di tradurre le
proprie battute in vari modi, ma poi alla fine decide tutto qualcuno che non
sa nulla della lingua in questione (o crede di saperne, che è peggio). Ed è
così che nascono perle linguistiche come questa.

Grazie a Giorgia Seminara, detta d’ora in poi “Gasolina”, per aver
condiviso questa chicca linguistica!

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La definizione garbata di chi parla con certezza di cose di cui in realtà non sa nulla: trasgressore epistemico

Grazie a una segnalazione di Stefano Zanero su Twitter, posso proporvi un termine tecnico, usabile anche come elegantissimo insulto, che definisce “chi ha la competenza o esperienza atta a dare giudizi in un campo ma si sposta in un altro campo nel quale non ha competenza ed esprime lo stesso giudizi”.

Il virgolettato proviene da un articolo di Nathan Ballantyne, della Fordham University, che si intitola Epistemic Trespassing ed è stato pubblicato in Mind di aprile 2019.

Il termine al quale mi riferisco deriva proprio dal titolo dell’articolo, ed è epistemic trespasser, che in italiano si potrebbe tradurre come “trasgressore epistemico” o “sconfinatore epistemico”.

L’articolo ne cita vari esempi: il due volte premio Nobel Linus Pauling, con la sua fissa per le mega-dosi di vitamina C come cura per il cancro; Richard Dawkins, biologo evolutivo, quando parla di religione; Neil deGrasse Tyson, astrofisico, quando parla di filosofia; e anche Sigmund Freud.

La prossima volta che vedete qualcuno parlare di cose di cui non sa niente, ditegli con tono neutro che sta compiendo una “interessante trasgressione epistemica“. Poi aspettate la sua reazione. 

Mi segnalano che c’è anche un altro termine del genere: ultracrepidarian, derivante addirittura da un aneddoto raccontato da Plinio il Vecchio. La stupidità è davvero eterna.

Demi Lovato e l’intraducibile “them/they”

Ultimo aggiornamento: 2021/06/210 12:30.

ANSA ha pubblicato un
tweet
linguisticamente disastroso a proposito dell’annuncio di Demi Lovato di essere
una persona non binaria e di chiedere, come fanno molte persone non binarie,
che si usi they e them al posto di he/him o
she/her come suo pronome:
“La cantante Demi Lovato ha rivelato di essere non-binaria e ha chiesto di
rivolgersi a lei con il pronome ‘voi’ o ‘loro’. In un video e un messaggio
Twitter ha spiegato di essere “orgogliosa” di questo cambiamento.”

Come traduttore, come madrelingua inglese e come persona che per lavoro e
affetti segue le questioni di identità di genere, il tweet di ANSA mi ha fatto
accapponare la pelle. È assolutamente sbagliato, anche dal punto di vista schiettamente tecnico, tradurre il
they chiesto da Demi Lovato con voi o con loro.
Inoltre
fare un tweet tutto al femminile proprio quando una persona chiede di non
essere citata al femminile o al maschile è una dimostrazione di insensibilità davvero
imbarazzante.

Metto subito in chiaro una cosa: chiunque venga qui a commentare che si tratta
di “stupidaggini gender” e di
“resa al politically correct” riceverà un accompagnamento immediato
alla porta. Le sfumature dell’identità di genere possono essere difficili da
capire, ma sono assolutamente reali. La biologia e la natura non sono in
bianco e nero, zero e uno, e sarebbe ora di metterselo in testa per non fare
la figura di quelli che vogliono continuare a credere che il Sole giri intorno
alla Terra quando i dati dicono che non è così. E non si tratta di opinioni o
di “scelte personali”: chi si trova con un disagio di identità di genere non
ha scelto di averlo, esattamente come voi non avete “scelto” di essere, che
so, eterosessuali o biondi o alti. Se non vi è chiaro, provate a informarvi. Un buon punto di partenza è questa serie di articoli su Butac, in particolare le parti 3 e 4.

Detto questo, qui mi dedico soprattutto alla questione linguistica, che è spiegata egregiamente da Licia Corbolante
qui: il they/them delle persone non binarie non è affatto un “voi” o un
“loro”. È un pronome singolare, non plurale, e in inglese si usa
per indicare una persona senza specificarne il genere. È un uso intraducibile
in italiano, dove abbiamo solo lui o lei e siamo quasi sempre
costretti a specificare il genere della persona che stiamo citando (anche se
esistono delle
buone soluzioni, parziali ma facili da mettere in pratica).

Prevengo un’obiezione politico-linguistica inevitabile: no, non è una cosa
introdotta di recente. Il they singolare esiste, in inglese, da circa
seicento anni. L’unica novità è che è stato adottato anche dalle persone non binarie e
accolto con questa accezione nei dizionari (Merriam-Webster, 2019). E se la cosa vi scandalizza perché non ve l’hanno insegnata a
scuola, beh, è ora di aggiornarsi, tutto qui. L’ho fatto anch’io.

Per i sostenitori della teoria del complotto gender per sovvertire le
fondamenta linguistiche e incrinare la famiglia, a parte un invito a crescere
invece di fare i bambini invasati, cito qualche
esempio di
they singolare proveniente da tempi non sospetti:

  • and every one to rest themselves betake — William Shakespeare
  • I would have everybody marry if they can do it properly — Jane Austen
  • it is too hideous for anyone in their senses to buy — W. H. Auden
  • a person can’t help their birth — W. M. Thackeray
  • no man goes to battle to be killed.—But they do get killed — G. B.
    Shaw

E per finire:

  • If you love somebody, set them free — Sting

Questa costruzione può sembrare dissonante per i non madrelingua, ma è
perfettamente normale, tanto che molti madrelingua nemmeno si accorgono di usarla.
No one has to go if they don’t want to è decisamente più idiomatico ed
eufonico di No one has to go if he or she doesn’t want to.

Altra obiezione frequente: usare il they anche per il singolare crea
confusione fra singolare e plurale, quindi è inaccettabile, si dice. Scusate,
ma avete considerato che you fa
esattamente la stessa cosa?

Oltretutto questa critica arriverebbe da un pulpito decisamente ipocrita, dato
che per esempio in italiano è sempre più diffuso l’uso di gli non solo per indicare
indifferentemente una o più persone, ma anche per indicare una o più donne. Eppure
non vedo orde con torce e forconi chiedere il ritorno per legge del
le e del loro per evitare di essere travolti dalla confusione di
genere.

E che dire dell’uso del lei in italiano come forma di cortesia verso
gli uomini? Anche qui non vedo nessuno strillare che a furia di dare loro del lei, i maschi diverranno tutti effeminati. Beh, ci aveva provato un certo
dittatorucolo circa cent’anni fa, ma non è andata particolarmente bene.

Quindi ANSA come avrebbe potuto scrivere il suo tweet in maniera non
imbarazzante? Per esempio così:
“L’artista Demi Lovato ha rivelato di essere una persona non-binaria e ha
chiesto che si usi il pronome ‘they’. In un video e un messaggio Twitter ha
spiegato di “provare orgoglio” per questo cambiamento.”

Visto? Non è difficile. Basta volere, e basta avere un po’ di rispetto
per gli altri.

—-

2021/06/10 12:30. Se vi interessa la situazione in Svizzera sul linguaggio inclusivo, c’è un articolo molto ricco di fonti su Swissinfo.ch (in italiano).

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Per Rai, Il Tempo e altri, nel Regno Unito ci si difende dai virus mettendosi uno scudo. Poi arriva Il Messaggero

Per Rai, Il Tempo e altri, nel Regno Unito ci si difende dai virus mettendosi uno scudo. Poi arriva Il Messaggero


Ultimo aggiornamento: 2021/01/07 11:50. 

Guardate quante testate giornalistiche hanno scritto che stasera il primo
ministro britannico Boris Johnson si è rivolto ai cittadini dicendo Se siete persone vulnerabili vi consiglio di proteggervi, riceverete
una lettera per indicarvi come mettere uno scudo”.


 

Cialtroni, inetti e incompetenti. Nessuno, ma dico nessuno, che si
chieda cosa possa voler mai dire “mettere uno scudo” quando si parla di
virus? Pensano che nel Regno Unito si difendano dalle malattie con le
armature? Sono imbecilli?

Complimenti a Rainews, RadioNBC, Leggo, Romalife, Il Tempo e a tutti gli
altri, che copiaincollano l’uno dall’altro o si fidano ciecamente di agenzie
popolate da capre di guerra. E questi ci dovrebbero informare.

Nel momento in cui ci sarebbe disperato bisogno di giornalismo competente,
cauto, rigoroso, ci regalano questa diarrea verbale. Ditemi perché mai
dovremmo pagare per questo schifo.

Per chi volesse capire la nuova vetta d’imbecillità collettiva del giornalismo
italiano, mi affido alle olimpiche parole di Licia Corbolante: 

E tutti hanno tradotto così: mettere uno scudo.

La cosa che mi manda più in bestia non è soltanto (si fa per dire) l’errore
grossolano di traduzione, roba che a scuola avrebbe preso un due secco con
convocazione dei genitori. Che nelle redazioni dei giornali non si sappia
l’inglese, e non si abbia almeno l’umiltà di dire
“non so l’inglese, chiedo a un traduttore”, è già uno sconcio, certo,
ed è un chiaro sintomo di un giornalismo che lavora a neuroni spenti. 

Ma quello che mi imbestialisce, e che dovrebbe far preoccupare ancora di più,
è che erroracci come questo dimostrano il fatto che
tutti copiano e nessuno controlla. Vuol dire che in ognuna di queste
redazioni si lavora allo stesso modo reso celebre da René Ferretti di
Boris.

Questo vuol dire che uno dei pilastri del giornalismo, ossia la pluralità
delle fonti, il pluralismo delle voci, è una foglia di fico. In realtà tutti
copiano (male) dalla stessa fonte. Che lavora col deretano. Il risultato è
questo.

Ma non è ancora finita. Quando pensi che più imbecilli di così non si possa
essere, che lavorare più col deretano di così sia impossibile, arriva
Il Messaggero con questa “traduzione” della telefonata di Donald Trump
che chiede di “trovare” voti per lui in Georgia.

Guardate e piangete: si comincia con “lo stato di Peach”, “Il signor Germania” e con
“è negli anni ’50 di migliaia”.

Poi arriva la ciliegina sulla torta:
“La mattina tardi, la mattina presto, andarono a tavola con la veste nera e
lo scudo nero, e tirarono fuori i voti.”

Copia permanente, per chi non riesce a immaginare che questo schifo sia
davvero uscito da una redazione di un giornale:
Archive.is/HcU5Y. La fonte potrebbe essere questo lancio dell’agenzia Italpress (copia permanente), a giudicare dalla citazione fatta da RadioNBC, che ha successivamente corretto.

Scusatemi se me la prendo, ma sono traduttore professionista, madrelingua
inglese. La traduzione è il mio campo di competenza specifico, più di ogni
altro. Quando vedo questo genere di scempio e penso a quanto invece tribolo
ogni giorno per trovare la sfumatura precisa, mi ribolle il sangue.

Se riuscite a immaginare un cardiochirurgo che vede entrare in sala operatoria
Jason Voorhees
(quello di Venerdì 13) che dice
“Fatti da parte, ci penso io”, coi dirigenti dell’ospedale che
applaudono pensando al contenimento dei costi che hanno ottenuto, ecco, questo
è quello che si prova a vedere giornalisti che lavorano così. 

—-

Se vi state chiedendo quale fosse l’originale di quel medievaleggiante “la mattina tardi…”, la storia è piuttosto complicata.

La trascrizione integrale della telefonata è pubblicata dalla CNN (senza paywall, a differenza del Washington Post che è la fonte originale della notizia e della registrazione). Riporta che Trump dice “Late in the morning, they went early in the morning they went to the
table with the black robe, the black shield and they pulled out the
votes”

Ascoltando l’audio (spezzone qui) diventa chiaro che Trump dice “la mattina tardi andarono”, poi si corregge e dice “la mattina
presto andarono”
. Un traduttore decente spiegherebbe questo fatto con un “[si corregge]” o con un trattino di sospensione (“La mattina tardi andarono — La mattina presto andarono…”).

“They went to the table” non è “andarono
a tavola”
è “andarono al tavolo, visto che Trump sta parlando di presunti voti rubati durante le operazioni di conteggio e quindi non si tratta di una tavola da pranzo ma di un tavolo tipo scrivania. A questo servono i traduttori umani competenti: a capire il contesto, bestia nera dei traduttori automatici e dei traduttori umani inetti.

La “black robe” e il “black shield” sono in effetti enigmatici a prima vista, ma basta fare un attimo di ricerca in Google (a questo servono i giornalisti) per trovare questo debunking che spiega che si tratta di un riferimento a questa tesi di complotto: in un video di sorveglianza ripreso in un locale adibito alle operazioni di gestione delle schede elettorali in Georgia si vedono degli addetti che prendono delle scheda da dei contenitori situati sotto un tavolo coperto da un telo nero (la “veste nera”; sì, Trump parla come un imbecille, e il “black shield” è un emblema nero che forse si è immaginato e che nel video in questione non si vede). Si tratta di contenitori appositi, nei quali erano state messe le schede aperte ma non ancora conteggiate, in attesa che il conteggio riprendesse l’indomani. Non documentano alcuna irregolarità, come hanno accertato i funzionari della Georgia in tribunale.

 

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Buon Natale, con un regalino per gli appassionati di Luna

Buon Natale, con un regalino per gli appassionati di Luna

Ultimo aggiornamento: 2020/12/24 20:00.

Sarà un Natale anomalo, isolato e solitario per tanti. Molti di noi passeranno questi giorni rintanati in casa a fare binge watching di qualche serie rimasta in sospeso in questi mesi folli e allucinati.

Io ho approfittato di questi giorni di clausura per proseguire massicciamente numerosi progetti, che vi racconterò appena possibile, e per chiuderne uno che avevo dovuto lasciare in sospeso per mesi: i sottotitoli italiani completi del magnifico documentario Apollo 11 di Todd Douglas Miller, con le incredibili immagini originali restaurate e risincronizzate da Stephen Slater.

Di questo documentario avevo già parlato qui e qui, quando era uscito nel 2019, e ho avuto il piacere di intervistare Stephen Slater e di vedere Apollo 11 in sala insieme a Buzz Aldrin e Charlie Duke allo Starmus V; se volete rivivere le emozioni e le immagini di quest’impresa, ora potete procurarvi il Blu-ray o il file digitale (per esempio qui oppure qui su Amazon; Justwatch elenca varie fonti per il mercato italiano e per quello svizzero; se scoprite altre fonti, ditemelo e aggiornerò questo articolo).

Purtroppo, però, a quanto mi risulta il Blu-ray non ha i sottotitoli italiani, e quelli creati per le proiezioni avvenute in Italia erano, come dire, leggermente lacunosi, per cui li ho rifatti da capo. Sono a vostra disposizione gratuitamente qui (scaricateli con un clic destro invece di aprirli nel browser, se le accentate vi sembrano strane).

Per usarli, se avete il file digitale di Apollo 11, è sufficiente dire a un programma come VLC di aggiungerli al video. Sono già sincronizzati. Se notate errori o avete dubbi o migliorie da suggerire, ditemelo nei commenti.

Buona visione, e buone feste!

 

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