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Pirateria e gestori dei media, adattarsi o perire

Pirateria e gestori dei media, adattarsi o perire

Copyright, è ora di rendersi conto che i buoi sono scappati. E hanno vinto

J.K. Rowling, l’autrice della fantastilionaria saga di Harry Potter, ha avuto l’illuminazione: rifiutarsi di produrre una versione digitale legale dei suoi libri non ha impedito che i lettori se ne creassero una propria. Che scoperta.

Ieri sera sulla BBC è andata in onda una nuova, magnifica puntata di Doctor Who (Vincent and the Doctor). Neanche due ore più tardi, era già su Rapidshare, in qualità perfetta, da dove l’ho scaricata ad altissima velocità: ci ho messo meno della durata della puntata stessa. E me la sono vista insieme alla mia famiglia.

Sono impazzito e mi sto autodenunciando pubblicamente per pirateria? No. Qui al Maniero Digitale ricevo legalmente la BBC. Pago un canone a una società di telecomunicazioni (Cablecom) per poterlo fare, e il canone include anche i diritti d’autore: sto quindi scaricando un’opera che ho comunque il diritto di vedere. E la legge svizzera (articolo 19 della Legge federale sul diritto d’autore e sui diritti di protezione affini) permette il download puro delle opere vincolate da copyright (ma non la loro condivisione indiscriminata). Quindi scaricare Doctor Who da Rapidshare è legale, perché è un semplice scaricamento senza condivisione. A differenza di eMule e affini, dove chi scarica condivide.

Perché lo faccio? Perché per ragioni inconoscibili, da mesi il segnale della BBC via cavo fa schifo ed è spesso inguardabile. Quando è guardabile, è spesso compresso a livelli indecenti che riportano la televisione ai tempi delle gemelle Kessler. E comunque anche quando il segnale è pulito, registro la puntata e la digitalizzo per conservarla in un formato standard e senza DRM, così potrò riguardarmela quando voglio e sul dispositivo che voglio, e le mie figlie potranno fare altrettanto (e le loro figlie pure). Scaricandola da Rapidshare è già perfetta, pulita e in formato digitale, pronta per la visione e l’archiviazione.

In altre parole, il download “pirata” è più efficiente del servizio ufficiale. Non è questione di costi, perché tanto i diritti li pago lo stesso. Non sono uno scroccone. Sono un cliente disposto a pagare una cifra ragionevole per avere un prodotto che apprezza e che vuole sostenere economicamente. E come me ce ne sono molti.

Titolari dei diritti, rassegnatevi. Avete perso e noi abbiamo vinto. Se non offrite il download immediato, efficiente e senza inutili e costosi lucchetti digitali dei vostri prodotti, non farete altro che perdere un’occasione di fare soldi. Perché se vendete un download legale, liberamente fruibile senza acrobazie e senza vincoli a uno specifico dispositivo di lettura, ci saranno tante persone che lo compreranno perché hanno capito che produrre un fumetto, un libro, un film o un telefilm costa tempo e denaro e che gli autori non vivono d’aria. Persone che capiscono che se vogliono nuove puntate del programma che amano, devono mettere una piccola mano al portafogli. Certo, ci saranno anche gli scrocconi: ma ci sono già adesso. Fatevene una ragione.

Se non vendete un’edizione digitale scaricabile, non illudetevi che questo metta freno alla pirateria e che possiate abolire la distribuzione alternativa a colpi di leggine: non fa altro che inimicarvi i potenziali clienti e non è altro che un’occasione di vendita perduta.

Lasciamo perdere i massimi sistemi e la filosofia del diritto d’autore e guardiamo in faccia la realtà: la tecnologia ha ormai messo in mano a chiunque i dispositivi che permettono la duplicazione di qualunque vostra opera, e indietro non si torna, salvo che vogliate mettere una guardia a sorvegliare ogni fotocopiatrice e introdurre il permesso di stato per i masterizzatori. Parliamo di una cosa che capite. Soldi. Che state perdendo. Volete continuare a farlo? Continuate così.

Ubisoft e le gioie dei lucchetti antipirateria

Ubisoft e le gioie dei lucchetti antipirateria

Sistemi anticopia centralizzati, disastro annunciato

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Domanda: se una famosa società di videogiochi, stufa della pirateria dei propri prodotti, decide di adottare un sistema di protezione che richiede che gli utenti siano continuamente collegati ai suoi server, e quei server vanno in tilt, quanti utenti dei suoi giochi si troveranno bloccati? Risposta: tanti di quelli legittimi, e nessuno dei pirati.

Questa lezione sulle vulnerabilità dei sistemi antipirateria (DRM) ci viene gentilmente offerta stavolta da Ubisoft, quella che offre Assassin’s Creed II, i cui forum si sono popolati improvvisamente, pochi giorni fa (il 7 marzo scorso), di utenti legittimi furibondi perché non potevano più giocare al gioco legalmente acquistato. E per almeno dieci ore è andata avanti così. Questo sì che è un bel modo di incentivare l’acquisto legale dei propri prodotti.

Nel fiasco, però, c’è lo zampino dei vandali, stando a Ubisoft, che ha pubblicato su Twitter un avviso che informava che i suoi server erano stati attaccati e ha poi dichiarato che il 95% degli utenti non ha avuto problemi.

Quale che sia la causa del collasso temporaneo dei server, l’episodio dimostra la vulnerabilità di questo approccio antipirateria, che come tanti altri finisce per penalizzare l’utente che ha aperto il borsellino per avere una copia legale e non fa nulla per bloccare gli utenti che scroccano. Per un altro gioco della stessa società, Silent Hunter 5, è stato prontamente realizzato il crack per scavalcare questo stesso sistema antipirateria (anche per poter giocare senza essere online): quanto tempo ci vorrà perché succeda anche ad Assassin’s Creed II?

Radio: Apple contro il DRM, discografici nel panico

Disinformatico di domani: Steve Jobs propone di abolire il DRM, buona idea lanciata per pessime ragioni

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

La puntata del Disinformatico di domattina (Rete Tre RTSI, dalle 11 alle 12, anche in streaming) sarà dedicata al putiferio scatenato dalla proposta di Steve Jobs di vendere la musica senza sistemi anticopia. Le case discografiche rifiutano (tranne forse EMI), la FIMI ci mette il naso per confondere le acque, e ci si chiede perché Jobs debba fare una mossa apparentemente suicida che eliminerebbe il vendor lock-in sulle canzoni scaricate da iTunes e sul suo beneamato e stravenduto iPod.

Se volete intervenire via mail, scrivetemi a disinformatico@rtsi.ch. Tutti i dettagli della questione saranno pubblicati qui dopo la diretta, come ormai consueto.

Qui sotto, nel frattempo, potete partecipare a un sondaggio informale sull’argomento. Supponiamo che i negozi che vendono musica online legalmente ve la offrano (ai prezzi attuali) senza il DRM, ossia senza i lucchetti anticopia, quelli che impediscono per esempio di usare la musica di iTunes su lettori MP3 di altre marche non-Apple (salvo acrobazie). Sareste più inclini a comperare da loro?

  • Sì: perché il prodotto diventa più fruibile e viene venduto alle stesse condizioni dei CD (anche se leggermente inferiore come qualità audio), perché si diventa liberi di ascoltare il brano su qualsiasi apparecchio (lettore, computer, autoradio), perché il consumatore onesto non viene più trattato come ladro da cui difendersi, o perché volete dare un segno di incoraggiamento ai discografici e ai loro artisti.
  • No: ne comprereste ancora di meno, perché approfittereste della mancanza di lucchetti per scroccare ancora più facilmente che con il peer-to-peer. Per esempio, comprereste una canzone e poi la dareste gratis ai vostri amici, e i vostri amici farebbero lo stesso con voi, magari anche per il gusto di fregare i discografici.
  • Come prima: per voi non cambia nulla, per esempio perché non ne avete mai comprata e non avete comunque intenzione di farlo, perché preferite continuare a scaricare gratis dai circuiti peer-to-peer, perché comperate già dai negozi online e i lucchetti anticopia non vi danno fastidio, o perché i negozi online sono troppo complicati o non offrono quello che cercate.


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Licenze da uccidere

Licenze da uccidere

Windows Vista scontato e legale? Google Earth illegale in ufficio? Le stranezze delle licenze software

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “giuliano.gra****” e “brunori”. L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Ieri sono andato in un negozio dalle parti di Lugano per verificare una diceria che mi era arrivata da amici informatici del posto: Windows Vista OEM, l’edizione che va venduta in abbinamento a un nuovo PC ed è legata a quel PC, sarebbe invece venduta senza problemi anche senza PC. Un bel risparmio, visto che per esempio la versione Premium OEM di Vista costa circa 170 franchi (104 euro) qui, mentre la versione Premium full costa in Italia 580 franchi (359,99 euro) secondo il listino Microsoft.

Il rivenditore mi ha confermato questa prassi e fornito anche i dettagli: la versione OEM si può avere a patto di comperare contemporaneamente un disco rigido di qualsiasi marca oppure un mouse. Ma il mouse dev’essere di marca Microsoft.

Gli ho detto che le pagine Web antipirateria di Microsoft dicono che l’OEM non è vendibile separatamente da un computer, ma ha detto che c’è un “accordo particolare”. Altri rivenditori svizzeri estendono la prassi ad altri componenti, come mainboard e processori. Non occorre comperare un intero computer, dicono.

E’ legale? Il sito italiano di Microsoft sembra parlare piuttosto chiaro: “Attraverso la licenza OEM Windows Vista viene offerto all’utente finale preinstallato sul PC. La licenza OEM non può essere trasferita su un PC diverso da quello su cui viene preinstallata. Lo stesso fa quello francese al quale si viene rimandati visitando l’area antipirateria del sito svizzero di Microsoft. Si parla insomma chiaramente di PC (ordinateur), non di hard disk. Ma la EULA (licenza) di Vista parla di “dispositivo (sistema hardware fisico)” o “partizione hardware”.

INSTALLATION AND USE RIGHTS. Before you use the software under a license, you must assign that license to one device (physical hardware system). That device is the “licensed device.” A hardware partition or blade is considered to be a separate device.

Ho girato la domanda al servizio clienti telefonico di Microsoft in Svizzera e ho ricevuto una conferma interessante: sì, in Svizzera è legale perché la vendita di software OEM separatamente dall’hardware è sancita dalla legge “nei paesi di lingua tedesca” (sic). Per cui in realtà non ci sarebbe neppure il requisito dell’acquisto contemporaneo di hardware. Non solo: il software acquistato in questo modo, mi ha detto il servizio clienti dietro mia domanda specifica, è esportabile e legalmente utilizzabile anche all’estero in tutto il mondo. E’ quindi prevedibile un improvviso afflusso di clienti esteri verso i negozi svizzeri, visto il risparmio di diverse centinaia di euro nel caso di Vista ma anche di altro software.

Ho contattato anche via mail Microsoft Italia e BSA per avere un parere sulla questione, ma finora non ho avuto risposta. Comunque vada a finire, è chiaro che la confusione è facile e il cliente rischia di non sapere se e quando è in regola e di trovarsi nell’infelice situazione di aver pagato centinaia di euro in più inutilmente (va detto che, volendo essere rigorosi, una licenza OEM non è migrabile, mentre una licenza full lo è).

Le cose vanno ben diversamente nel software libero, le cui licenze consentono copia e scaricamento liberi e gratuiti, senza incubi di illegalità e disquisizioni su cosa sia un “PC” e quando quel PC perde la propria identità, come descritto nella “burla del bollino” tempo fa.

Sono tanti i misteri delle licenze del software, che sono probabilmente fra i documenti più diffusi e al tempo stesso più ignorati dell’universo. Non le legge nessuno. Una cliccata su Accetto e via. Ma cosa stiamo accettando di preciso? Andando a frugare nella licenza di Windows Vista, per esempio, salta fuori che si ha diritto al rimborso se non lo si usa, come nelle versioni precedenti (io ne so qualcosa, e ci sono precedenti specificamente svizzeri grazie a Dell):

By using the software, you accept these terms. If you do not accept them, do not use the software. Instead, return it to the retailer for a refund or credit. If you cannot obtain a refund there, contact Microsoft or the Microsoft affiliate serving your country for information about Microsoft’s refund policies.

>Questo potrebbe essere utile per chi compera un PC nuovo (specialmente un laptop) per metterci su Linux o installarci una versione di Windows di cui possiede già regolare licenza.

Ma nel contempo ci sono a volte clausole-bavaglio piuttosto curiose, come questa, tratta sempre dalla EULA di Vista:

9. MICROSOFT .NET BENCHMARK TESTING. The software includes one or more components of the .NET Framework 3.0 (“.NET Components”). You may conduct internal benchmark testing of those components. You may disclose the results of any benchmark test of those components, provided that you comply with the conditions set forth at http://go.microsoft.com/fwlink/?LinkID=66406. Notwithstanding any other agreement you may have with Microsoft, if you disclose such benchmark test results, Microsoft shall have the right to disclose the results of benchmark tests it conducts of your products that compete with the applicable .NET Component, provided it complies with the same conditions set forth at http://go.microsoft.com/fwlink/?LinkID=66406.

In sintesi, Microsoft decide se e come posso pubblicare un mio test di un suo prodotto. Interessante. Immaginate questa clausola applicata al cinema: i critici potrebbero recensire i film soltanto alle condizioni decise dal produttore. Una garanzia d’informazione imparziale, direi. L’ultima volta che ho controllato, esisteva ancora il diritto di critica, con o senza il permesso del criticato.

Ma zio Bill non è l’unico a riservare sorprese nelle licenze: ci pensa anche Google, per esempio con Google Earth. Non è permesso usare la versione gratuita o Plus di Google Earth in ufficio:

“Non è consentito eseguire il Software o utilizzare le informazioni geografiche visualizzabili né qualsiasi stampa o schermata generata con il medesimo in ambiente commerciale o professionale o per scopi commerciali o professionali per se stessi o terze parti”

Così dice la EULA. Notate la precisazione “in ambiente”: quindi non è questione di scopo, ma di dove usate Google Earth. Se volete essere legali in ufficio, cacciate fuori 400 dollari.

Ma la licenza più stravagante in assoluto credo sia quella usata da Adobe nel 2000 per il libro elettronico Alice nel Paese delle Meraviglie, che ne vietava la lettura ad alta voce. Il grande Lawrence Lessig pubblicò all’epoca un interessante spiegone, nel quale racconta come Adobe tentò di chiarire che “leggere ad alta voce” non vuol dire “leggere ad alta voce”, “prestare” non significa necessariamente “prestare”, e altre perle del genere. Vale la pena di rileggerlo per capire come le aziende più disparate tentino continuamente di prendere possesso digitale, tramite il DRM, della cultura. Alice è fuori copyright da tempo: nessuno ha il diritto di vietarne la lettura e la copia. Ma loro, i grandi dei media, ci provano lo stesso. Per questo il DRM è male: non solo non fa nulla per frenare la pirateria tradizionalmente intesa, ma consente questo genere di pirateria. Quello in cui i pirati sono le aziende e le vittime sono gli utenti.

EMI: non volete l’anticopia? Pagate

EMI: negozianti di musica online, o mi pagate, o mi tengo l’anticopia

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “franz” e “salvatartiano”.

La casa discografica EMI ha suscitato speranze negli utenti ventilando l’ipotesi di vendere musica via Internet senza sistemi anticopia penalizzanti e inefficaci contro la pirateria, come raccontato di recente, anche in risposta all’appello anti-anticopia di Steve “Apple” Jobs. Sarebbe stata la prima major a farlo, a differenza delle etichette “minori” che vendono la propria musica senza lucchetti tramite siti come Emusic (che vanta 100 milioni di brani venduti).

Ma secondo Ars Technica, EMI ha cambiato radicalmente idea. O meglio, ha detto di essere disponibile a concedere la vendita dei brani dei propri artisti senza DRM a patto che i venditori le elargiscano un congruo anticipo. L’importo di quest’anticipo non è noto, ma è stato sufficiente a porre fine alle trattative con Apple, Microsoft, RealNetworks e Yahoo Music.

Un’altra ragione per il fallimento delle trattative è, stando sempre ad Ars Technica, la possibilità che la rivale Warner assorba la EMI (che è la piu’ piccola delle major del disco). E la Warner ha già giurato fedeltà al DRM, costi quel che costi.

Il ragionamento che ha portato EMI a chiedere un anticipo a titolo di indennizzo contro il presunto rischio derivante dalla vendita di canzoni senza lucchetto è che tutto sommato la situazione attuale delle vendite online è soddisfacente per i discografici, anche se non lo è per gli utenti che si trovano obbligati a usare una specifica marca di lettore hardware o software per usare i brani lucchettati legalmente acquistati. Di conseguenza, ragiona EMI, se i consumatori vogliono canzoni senza lucchetti, dovranno accollarsi un costo maggiore.

Geniale. Prima si vende un prodotto menomato, poi si chiede al consumatore di pagare di più se vuole la versione intatta. Nel frattempo, i pirati della musica se la spassano, e i discografici stessi, come notava Jobs, sono i primi a distribuire versioni non lucchettate delle proprie canzoni tramite i CD presenti in tutti i negozi.

Podcast, la serie completa

Disponibili tutti i podcast del Disinformatico

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “paolo.bor****” e “paolo.tomel****”.

Con il permesso della RTSI, da domattina sarà disponibile la raccolta completa dei podcast del Disinformatico: le puntate più recenti saranno scaricabili, senza lucchetti anticopia e in semplice formato MP3 fruibile su qualsiasi lettore, presso il solito indirizzo www.rtsi.ch/podcast; le puntate meno recenti saranno disponibili, sempre senza lucchetti, dall’archivio delle apparizioni mistiche. Man mano che le puntate scompaiono dal sito della RTSI, verranno pubblicate nel mio archivio.

Radio: EMI vende MP3 senza lucchetti; Google Maps fa il matto; pesci d’aprile e falle IE

Disinformatico radio: EMI rinuncia (in parte) al DRM, Google colpito dalla Maledizione di Haugesund, pesci d’aprile informatici, cursore assassino per Internet Explorer

Come ogni martedì, l’edizione radio del Disinformatico va in onda in diretta sulla Rete Tre della Radio Svizzera di lingua italiana, ricevibile anche in streaming in tempo reale (Real Audio) e in differita come podcast. Ecco i temi della puntata di oggi:

  • La clamorosa scelta di EMI di vendere musica online di qualità superiore e senza lucchetti anticopia (DRM). Come reagiranno i consumatori? L’eliminazione degli odiati lucchetti aumenterà le vendite di questi brani più fruibili o incrementerà la pirateria?
  • I migliori pesci d’aprile storici del mondo informatico, e una menzione speciale per un pesce d’aprile vintage che riguarda da vicino il Canton Ticino.
  • Google Maps colpito dalla Maledizione di Haugesund come Microsoft: le indicazioni stradali sono, in alcuni casi, decisamente eccentriche, come quando vi viene chiesto di attraversare a nuoto l’Atlantico.
  • Falla di sicurezza in Internet Explorer: un cursore animato appesta la Rete così tanto da spingere Microsoft a preparare un aggiornamento di sicurezza straordinario. Come difendersi e come accorgersi di eventuali infezioni virali.

EMI toglie i lucchetti alla musica online

Da maggio EMI venderà musica senza DRM

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “robgarosi” e “aldo_e_giacomo”.

Ieri Apple ed EMI hanno annunciato congiuntamente che da maggio l’intero catalogo di musica digitale di EMI sarà disponibile anche in forma esente dai contestati lucchetti digitali antipirateria (DRM). Qui trovate il comunicato Apple. I brani saranno più cari di quelli protetti (1 dollaro e 29 cent contro i 99 cent attuali; prezzi analoghi in euro) ma saranno anche qualitativamente migliori, essendo forniti in formato AAC (leggibile praticamente da tutti i più diffusi lettori audio e su tutti i computer) a 256 kbps.

Secondo il comunicato stampa EMI, i brani saranno disponibili anche in vari bitrate, fino alla “qualità CD”; ZDNet parla anche di formati MP3 e WMA offerti tramite altri rivenditori affiliati ad EMI. Gli album interi saranno in vendita al medesimo prezzo sia in versione lucchettata, sia in versione liberamente fruibile.

Le versioni protette non scompaiono; l’offerta senza lucchetti si affianca a quella attuale. Apple ha invece promesso che entro la fine del 2007 circa metà delle canzoni offerte tramite iTunes sarà disponibile in entrambe le versioni. Chi ha già acquistato da iTunes canzoni lucchettate potrà acquistare le corrispondenti versioni senza DRM pagando la differenza (30 cent a brano). Anche tutti i video musicali della EMI saranno disponibili in formato senza DRM senza alcuna maggiorazione di prezzo.

L’entusiasmo degli utenti è a dir poco incontenibile: i lucchetti digitali, come avrete avuto modo di leggere più volte in questo blog e altrove, sono vissuti come una vessazione inutile, perché impediscono agli acquirenti legittimi di fruire liberamente della musica acquistata (vincolando così l’utente a una specifica marca di lettori, come nel caso di iPod e le canzoni acquistate tramite iTunes) e perché tanto è facilissimo aggirare le protezioni anticopia, per cui la pirateria non viene affatto contrastata dal DRM. Molti, me compreso, hanno detto da sempre che avrebbero comperato più musica online se non ci fossero state queste fastidiose protezioni. Bene: il momento è arrivato.

La vera sfida, ora, è infatti la reazione degli utenti: ora che almeno una casa discografica (che ha in repertorio artisti come Robbie Williams, Joss Stone e tanti altri) offre canzoni senza lucchetti e qualitativamente superiori, come richiesto, gli utenti le compreranno? O approfitteranno di questa nuova e attesa libertà per piratare ancora più di quanto fanno ora? E’ un gesto coraggioso, quello di EMI: un gesto di fiducia verso i consumatori. Speriamo non venga abusato, altrimenti difficilmente le altre case discografiche seguiranno l’esempio di EMI.

Non ci sono progetti analoghi per il mercato dei film e telefilm scaricabili, e c’è chi obietta che non ha molto senso pagare un supplemento per avere quello che dovrebbe essere un diritto (la libera fruizione, nei limiti previsti dalla legge e non dai lucchetti tecnologici, di quanto è stato regolarmente acquistato), visto anche che non c’è alcuna maggiorazione per le versioni non-DRM dei supporti fisici attualmente in vendita (un CD lucchettato costa tanto quanto uno senza DRM). Ma è un primo passo nella direzione giusta.

Apple vende musica EMI senza DRM. Occhio!

Apple vende musica EMI senza DRM. Occhio!

iTunes offre musica senza lucchetti, ma c’è il colpo di coda

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Dal 30 maggio iTunes, il popolarissimo negozio online di musica scaricabile legalmente a pagamento, offre canzoni dal catalogo della EMI prive di lucchetti digitali o DRM. L’offerta si chiama iTunes Plus e offre file in formato AAC a 256 kbps liberamente copiabili e riproducibili su qualsiasi lettore che supporti il formato AAC.

I prezzi dei brani sono differenziati: 99 eurocent per quelli con DRM, 1,29 euro (2 franchi svizzeri, sarebbero 1,21 eurocent al cambio di oggi) per quelli senza DRM. I prezzi dei video musicali sono identici per le due versioni.

Le tracce precedentemente acquistate in versione lucchettata possono essere convertite, se disponibili senza DRM, pagando 30 eurocent per ciascuna (30% del prezzo base per gli album interi): basta avviare il programma iTunes, selezionare la sezione iTunes Plus e poi Aggiorna la mia libreria. Viene chiesto se si vuole impostare iTunes Plus come preferenza, in modo da essere sempre avvisati se esiste la versione senza DRM di un brano. E qui comincia il calvario.

Anche in iTunes Plus c’è il curioso limite ai minori di tredici anni nelle condizioni di servizio, che includono altri cavilli interessanti e francamente demenziali come il divieto di usare come suoneria del cellulare una canzone acquistata (presumo sia perché si ricadrebbe nella riproduzione in pubblico del brano). E se risiedete in Svizzera, vi beccate le paginate delle condizioni in tedesco e basta. Buona fortuna.

Vanno notate le condizioni d’uso dei brani senza lucchetti: “Lei è autorizzato a copiare, memorizzare e masterizzare Prodotti iTunes Plus come ragionevolmente necessario per uso personale, non commerciale”. E bisogna sempre ricordare chi è che comanda qui: “iTunes si riserva il diritto di modificare le Regole di Utilizzo in ogni momento”. Interessante. Che cosa succederà, in tal caso, alla musica che ho già comprato? Se San Steve Jobs decide che non ho più diritto di masterizzare, il mio lettore di CD in auto diverrà fuorilegge se ci suono le canzoni di iTunes regolarmente pagate?

C’è poi la chicca da Grande Fratello orwelliano: “Il Servizio è attualmente disponibile solo in Italia e non è disponibile in nessun altro paese”. Bugia, bugia! Mi sa che la frase è mal formulata. E poi: “Lei accetta di non utilizzare o tentare di utilizzare il Servizio al di fuori di detto territorio, ed accetta che iTunes possa utilizzare strumenti tecnologici per verificarne l’osservanza da parte sua”. Ma scusate, che crimine commetto, che danno causo se uso iTunes in un altro paese? I soldi che ho pagato cessano magicamente di valere quando varco la frontiera? Vuol dire che mentre sto a Lugano o a Vienna non posso legalmente usare iTunes? E allora le mie canzoni comprate su iTunes sono legali o no? Sono complicazioni vessatorie come queste che imbrigliano il mercato della musica legale.

Per non parlare, poi, di altre perle come questa: “22. Legge applicabile. Il presente Contratto e l’utilizzo del Servizio sono governati dalla legge inglese.” Uhm, scusate, ma che cosa volete che ne sappia io (e specialmente il cliente medio) della legge inglese? Da quando le leggi inglesi valgono in territorio italiano (o svizzero, dove mi trovo ora)? E iTunes è una società lussemburghese. Non è che devo sapere anche le leggi del Granducato, vero?

Superate le forche caudine del contratto, l’interfaccia di iTunes è di una semplicità disarmante: si clicca e si compra, pensa a tutto il software (iTunes memorizza i dati della carta di credito). L’unica pecca che ho notato è che manca un’indicazione chiara della presenza o meno del lucchetto digitale, anche se lo si può dedurre dal prezzo (almeno per i brani singoli) prima di acquistare. Per i brani acquistati, Sheldon Pax ha segnalato che il menu Informazioni dei singoli brani presenta dati differenti: “Doc. Audio AAC acquistato” per i brani senza DRM, “Doc. Audio AAC protetto” per quelli con DRM. Inoltre i file con DRM hanno l’estensione m4p, quelli senza DRM hanno l’estensione m4a.

Va notato, inoltre, che non tutti i brani sono disponibili in versione senza DRM; soltanto EMI, per ora, ha adottato questa formula commerciale, e non tutti i suoi brani sono già disponibili in versione senza lucchetto (Speed of Sound dei Coldplay, che avevo già acquistato in versione single, non c’è, e quindi non posso neppure convertirla al pagando 30 cent). Gli artisti già disponibili includono i Coldplay (sic), i Rolling Stones, Norah Jones, Frank Sinatra, i Pink Floyd e una decina di album di Paul McCartney (senza Beatles).

Ma sono davvero scomparsi tutti i lucchetti? Non proprio. Certo, i brani senza DRM sono copiabili liberamente e riproducibili su qualsiasi lettore (e convertibili in MP3, sia pure al prezzo di una leggera perdita di qualità), ma al loro interno ci sono informazioni personali sull’acquirente.

La scoperta è di Ars Technica, che sottolinea che i dati sono presenti in tutte le canzoni acquistate presso iTunes, non solo quelle senza DRM, e le istruzioni per verificare queste informazioni annidate sono pubblicate da Tuaw.com. E’ sufficiente aprire un file musicale con un editor esadecimale (va bene anche un editor di testi come TextEdit del Mac) per trovarci, in chiaro, il proprio nome e cognome preceduti dalla chiave name. Ci sono anche la data e l’ora d’acquisto.

Perché Apple non ha speso qualche parolina del suo interminable contratto d’uso per informare gli utenti di questo fatto? Non penserà certo che possa essere un sistema per tracciare chi distribuisce i brani agli amici o nei circuiti P2P (cosa vietata dal contratto), perché i dati sono perfettamente modificabili da chiunque con un banale editor (ho verificato) senza alterare il brano, per cui non hanno alcuna valenza probatoria. Ci si potrebbe scrivere il nome di qualcuno che ci sta antipatico e poi accusarlo di pirateria, per esempio.

E allora a cosa serve? Ars Technica ha una teoria: la raccolta di dati statistici. Il programma iTunes potrebbe comunicare ad Apple se un utente ha sul proprio disco brani che appartengono ad altri utenti e quindi si è macchiato di pirateria. Ma è soltanto una teoria, appunto. Quel che è certo è che Apple ha perso una buona occasione per dimostrarsi trasparente.

Comunque sia, Apple ora vende musica degli artisti EMI senza DRM, e io ho fatto una promessa a febbraio scorso: ho detto che avrei comprato 200 euro di musica dalla prima major che avesse mollato il DRM. Vado a spulciare il catalogo EMI.

7Digital.com, musica EMI senza DRM e scontata rispetto ad iTunes

7Digital.com, musica EMI senza DRM e scontata rispetto ad iTunes

iTunes non è l’unico modo per avere legalmente musica senza DRM

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “giboni” e “marco.albe****”.

Una nuova sezione del sito di vendita legale di musica 7Digital permette di acquistare canzoni dal catalogo EMI senza lucchetti digitali, in alta qualità (MP3 da 320 kbps) e a prezzo spesso inferiore rispetto ad iTunes.

Diversamente da iTunes, inoltre, funziona con qualsiasi sistema operativo (iTunes funziona, salvo accrocchi, solo su Mac e Windows) e non inserisce dati personali nei brani scaricati. Purtroppo il sito è soltanto in inglese, e questo può costituire una limitazione non trascurabile.

Una funzione molto pratica di 7digital è il locker, o “armadietto”, nel quale vengono conservate tutte le canzoni acquistate dall’utente, che può quindi scaricarsele di nuovo se per caso perde gli originali. I prezzi partono da 50 pence (circa 75 eurocent, 1,2 franchi svizzeri), decisamente più bassi rispetto a quelli di iTunes (1,29 euro, pari a circa 2 franchi, per i brani senza DRM).

7 digital.com contiene anche una sezione Indiestore dove le band emergenti possono mettere in vendita (o regalare) la propria musica e anche i video.

Per usare 7digital non occorre installare software aggiuntivo: basta creare un account (gratuito). Si può pagare sia con la carta di credito, sia con Paypal. Il sito al momento risulta molto lento in alcune sezioni, ma comunque funzionante. Il vero problema, almeno finché anche le altre case discografiche non capiscono l’antifona, è che bisogna sapere quali artisti appartengono alla EMI, altrimenti i brani sono quasi sempre ancora lucchettati in formato WMA: in questo senso può essere utile la compilation di Wikipedia.