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Jobs: basta DRM nella musica online

Jobs: basta DRM nella musica online

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di “Pape” e “Steficol67”.

Il 6 febbraio scorso, Steve Jobs,
lìder maximo di Apple, ha infranto un
tabù. Ha chiesto pubblicamente alle case discografiche di rinunciare alla
tecnologia anticopia, il cosiddetto DRM (Digital Rights Management), che grava sulla musica venduta via Internet. La sua lettera aperta è
pubblicata qui (in
originale) e tradotta in italiano da Melablog.it
qui.

L’entusiasmo degli internauti è altissimo. S’invoca San Jobs da Cupertino come
il liberatore delle masse musicalmente oppresse. Ma le grandi case
discografiche, la
IFPI
(federazione internazionale dei discografici) e la
FIMI (Federazione
dell’Industria Musicale Italiana) gli hanno risposto inviandogli
(metaforicamente) un iPod con su un due di picche inciso col laser. Non se ne
parla nemmeno, dicono. Però EMI si è staccata dal coro e si
vocifera
di una sua possibile rinuncia al DRM.

Cosa sta succedendo? Adesso che è passato qualche giorno si può provare a fare
un po’ di luce sulla faccenda.

La prima cosa che lascia perplessi è il pulpito dal quale è partita la
predica. Steve Jobs rappresenta Apple, che con il negozio online iTunes è il
gigante del mercato della musica venduta legalmente in Rete, con l’88% delle
vendite USA (dati
2006). Due miliardi di canzoni vendute dal 2003 a oggi non sono noccioline. Il
servizio iTunes ha il grandissimo merito di aver sbugiardato i discografici
che pensavano che la musica venduta online non avesse futuro perché i
consumatori sono disonesti, e non è un merito trascurabile. Ma tutta la musica
venduta da iTunes è lucchettata con sistemi anticopia. Non è quindi un
controsenso che sia proprio Steve Jobs a chiedere l’eliminazione dei sistemi
anticopia?

Jobs si difende dicendo che l’anticopia gliel’hanno imposto Sony BMG,
Universal, Warner ed EMI, che secondo i dati forniti da Jobs stesso
controllano la distribuzione di oltre il 70% della musica di tutto il mondo.
Se dipendesse da lui, Apple rinuncerebbe all’anticopia
“in un batter d’occhio”, senza
esitazioni, perché questa sarebbe
“la migliore alternativa per i consumatori”. Le altre alternative prospettate sono lo status quo (sistemi anticopia
incompatibili che legano l’utente a una specifica marca o gamma di lettori, il
cosiddetto vendor lock-in) oppure la
condivisione del sistema anticopia Apple con gli altri venditori di musica
protetta (la cosiddetta
interoperabilità).

Ma come, Jobs non teme di vedersi crollare il mercato delle vendite degli
iPod? Dopotutto quei due miliardi di brani lucchettati da iTunes oggi
funzionano soltanto sugli iPod. Se domani fossero privi di lucchetti, o se i
lucchetti fossero apribili anche con lettori meno costosi di altre marche, ci
sarebbe poco incentivo a comperare i lettori Apple. No?

No, dice il boss di Apple. Sono stati venduti 90 milioni di iPod, per cui in
media le canzoni lucchettate presenti su un iPod sono soltanto ventidue. Tutte
le altre (e un iPod recente ne contiene un migliaio) sono prive di protezione
DRM. Il messaggio subliminale di Jobs è che la gente compra gli iPod perché
sono fighissimi, non perché è obbligata dai sistemi anticopia.

C’è un errore in questo calcolo: l’assunto che tutti e 90 milioni di iPod
venduti dal 2001 a oggi siano ancora vivi e vegeti, quando sappiamo benissimo
che per motivi di obsolescenza tecnologica, di invecchiamento della batteria,
di maltrattamento e di caccia al
trendy, i vecchi iPod sono in buona
parte defunti.

Tuttavia le vendite recenti sono state talmente spropositate rispetto agli
anni passati (60 milioni di pezzi soltanto da gennaio 2006, secondo i dati di
vendita compilati da
Wikipedia)
che il calcolo di Jobs rimane spannometricamente accettabile ma va rivisto
verso l’alto. Le canzoni lucchettate sugli iPod sono in media qualche decina.
E trenta o quaranta euro da buttare via in caso di migrazione ad un’altra
marca di lettore, più il disagio di doversi ricomprare da capo tutta la musica
protetta, sono un incentivo tutt’altro che trascurabile a restare fedeli alla
Mela. Il vendor lock-in c’è, e Jobs
gioca con le cifre per minimizzarlo.

E’ per questo che neanche ai consumatori onesti piace il DRM: li punisce anche
quando non violano la legge e limita la loro libertà di scelta. Il DRM di
Apple, benché sia ritenuto “liberale” rispetto ad altri (si fa chiamare
addirittura FairPlay), è l’equivalente
di un disco che suona soltanto su un giradischi della Philips ma non sui
giradischi di nessun’altra marca. O di un’autostrada fruibile soltanto dalle
Porsche Cayenne.

Ma allora perché Jobs cerca di minimizzare l’importanza del suo DRM nel
successo di iPod e iTunes e scarica la questione sulle case discografiche? Una
possibile spiegazione è che Apple è impegolata in questo momento con varie
azioni legali in Europa: Germania, Francia, Norvegia e Olanda ritengono che
FairPlay, funzionando soltanto sui lettori Apple, sia incompatibile con la
libera concorrenza, come nota il sito specializzato in questioni d’informatica
giuridica
Findlaw. E in Italia c’è l’esposto di Altroconsumo
all’Antitrust. Questo è un danno d’immagine notevole per Apple, che ama
presentarsi come amica degli utenti e maestra nell’offrire prodotti facili da
usare. Dando la colpa ai discografici, Jobs cerca di salvare quest’immagine.

La spiegazione suona piuttosto plausibile se si considera l’obiezione di Jobs
all’idea di adottare un sistema anticopia unico per tutti i lettori di ogni
marca o di concedere ad altri produttori di lettori l’uso di FairPlay:

“concedere in licenza un sistema DRM richiede che si rivelino alcuni dei suoi
segreti a molte persone in molte aziende, e la storia c’insegna che questi
segreti inevitabilmente sfuggono di mano… Correggere con successo [una fuga
di segreti] richiede il potenziamento del software del negozio di musica
online, del software di gestione della musica degli utenti e del software dei
lettori, dotandoli di nuovi segreti; poi occorre trasferire questo software
aggiornato alle decine (o centinaia) di milioni di Mac, PC Windows e lettori
già in uso. Tutto questo va fatto rapidamente e in maniera altamente
coordinata: un’impresa molto difficile quando tutti i pezzi sono in mano ad
un’unica azienda, ma quasi impossibile se più società controllano pezzi
separati del puzzle e tutte devono agire all’unisono per correggere la falla.”

Jobs dice che anche Microsoft sta facendo la stessa cosa, ossia adottando un
sistema DRM (quello di Zune) di cui controlla tutti gli elementi, senza
concederli in licenza a terzi. Sono obiezioni abbastanza deboli. La prima è
smentita dall’esistenza di segreti larghissimamente condivisi: basti pensare
al DRM usato per i telefonini, per esempio per la musica, i programmi TV o le
suonerie. La seconda suona molto come una ripicca: certo, io sono
anticoncorrenziale, ma anche zio Bill lo è. Ve la prendete con me perché sono
piccolo (no, Steve, ce la prendiamo con te perché hai oltre l’80% del mercato
dei lettori, mentre Microsoft non conta nulla in questo campo).

Un’altra considerazione che fa dubitare delle motivazioni apparentemente
disinteressante di Jobs è che invoca la fine del DRM soltanto sulla
musica, ma non sui film. Visto che
Jobs è il più grande azionista individuale della Pixar, quella di
Toy Story, Monsters & Co, Gli Incredibili, Cars
e Alla Ricerca di Nemo, è una
distinzione piuttosto curiosa.

Si direbbe, insomma, che Jobs stia invocando la fine del DRM per un proprio
tornaconto: così può presentarsi come paladino dei consumatori e passare la
patata bollente del DRM e della concorrenza sleale alle case discografiche,
che tanto sono già impopolari. Inoltre confida che l’iPod si venda lo stesso
anche senza il guinzaglio dell’anticopia. Meglio rischiare un possibile calo
di vendite che vedersi escluso dal mercato in quattro paesi europei (col
pericolo che altri seguano a ruota).

Ma i discografici non la bevono. Prima di parlarne, però, vale la pena di
soffermarsi su una considerazione di Jobs che nasce sì dal suo tornaconto, ma
tocca un tasto molto valido lo stesso: la totale inutilità, per i
discografici, dei sistemi anticopia.

“Perché le quattro grandi case discografiche dovrebbero permettere ad Apple e
agli altri di distribuire la loro musica senza usare sistemi DRM per
proteggerla? La risposta più semplice è che i DRM non hanno funzionato, e
forse non funzioneranno mai, come freno alla pirateria. Anche se le quattro
grandi case discografiche esigono che tutta la loro musica venduta in Rete sia
protetta da DRM, quelle stesse case discografiche continuano a vendere ogni
anno miliardi di CD che contengono musica completamente priva di protezioni…
Nel 2006, i vari negozi online hanno venduto nel mondo due miliardi di brani
protetti da DRM, mentre le case discografiche stesse hanno venduto su CD oltre
venti miliardi di canzoni completamente prive di DRM e senza protezioni…
Allora, se le case discografiche vendono oltre il 90% della propria musica
senza DRM, che beneficio ricavano dal vendere la piccola percentuale restante
vincolandola con un sistema DRM?”

Questo è un assurdo perfettamente condivisibile, di cui si parla in Rete da
anni. Va precisato che le case discografiche hanno tentato a più riprese di
vendere “CD” con protezioni anticopia, ma i risultati sono stati disastrosi,
come ben sa Sony. Bisogna però che ne parli uno come Jobs affinché i discografici ascoltino e
magari comincino a riflettere. A prescindere dai motivi per cui ne parla, Jobs
è effettivamente riuscito a suscitare un dibattito e a dire quello che nessuno
osava dire per non essere tacciato di favoreggiamento della pirateria
musicale: il DRM fa male alla musica, ed è una fregatura per tutti. Quindi è
ora di sbarazzarsene. E lo stesso vale anche per film e altri contenuti
multimediali, come scopriranno ben presto i legittimi acquirenti di Blu-Ray e
HD-DVD.

La lista dei benefici dell’eliminazione del DRM per gli utenti onesti è
notevole:

  • Eliminato il vendor lock-in. Se
    domani voglio prendere un lettore di un’altra marca, lo posso fare e
    copiarci tutta la musica che avevo sul lettore precedente.
  • Eliminata la complicatissima gestione delle licenze digitali. Migrare la
    propria musica legalmente acquistata da un computer a un altro è come
    copiare dei normali file. Non occorre più fare riattivazioni, riabilitazioni
    e quant’altro.
  • La musica acquistata è per sempre. Scompare il rischio di trovarsi con un
    pugno di bit illeggibili perché il gestore del sistema DRM ha deciso di
    cambiare sistema (come ha fatto Microsoft) o non esiste più o non fornisce
    software aggiornato.
  • Usare legalmente la musica acquistata diventa facile come usare quella
    scaricata a scrocco, col vantaggio che la qualità della musica acquistata è
    garantita. Basta MP3 rippati da dilettanti che usano codec e bitrate
    squallidi o etichettano le canzoni coi nomi sbagliati.
  • Condividere la musica con la famiglia è più facile. Non occorre più fare i
    salti mortali per dare ai figli una copia di una canzone da mettere nel
    proprio telefonino o lettore MP3.
  • Creare una rete domestica di diffusione della musica digitale è più facile
    perché non ci sono lucchetti, autorizzazioni e limiti da gestire.

I discografici, dicevo, non la bevono. La Warner ha
detto
chiaro e tondo, per bocca del suo boss Edgar Bronfman, che l’idea di Jobs è
“totalmente priva di merito”. E
sull’assurdo dei CD venduti senza protezioni, Bronfman ribatte che
“l’idea che la musica non meriti la stessa tutela del software, dei film,
dei videogame o di altre proprietà intellettuali semplicemente perché nel
mondo fisico esiste un prodotto obsoleto non protetto è completamente priva
di logica o di merito”
. Avete capito? Il CD, quello che vende venti miliardi di canzoni l’anno, è
un “prodotto obsoleto” (per la precisione, Bronfman parla di
legacy product). Sarà.

La FIMI, invece, ha le idee un po’ confuse, almeno stando a quanto riferito da
Visionblog.it: Enzo Mazza, presidente della FIMI, dice che
“Steve Jobs omette il fatto che le case discografiche non hanno mai chiesto
che i DRM fossero chiusi”
, e fin qui nessun problema, ma poi giustifica l’uso del DRM dicendo che
“Alle case discografiche i Drm servono esclusivamente come strumento per la
gestione dei diritti d’autore, per sapere quante copie vengono vendute e
come ripagare gli autori.”

Questa è una baggianata. Il DRM non è un contacopie. Per sapere quante volte
viene scaricata una canzone si usano i log dei server, si usa un contatore
software, si usano mille altre tecniche, ma non c’è nessuna ragione per usare
gli attuali sistemi DRM, che sono invece dei
bloccacopie (esistono anche i sistemi
DRM di watermarking, che hanno
funzioni differenti, ma questa è un’altra storia). Servono a limitare dove e
come viene usato un brano scaricato.

Stupisce che il presidente della Federazione Industria Musicale Italiana non
comprenda un concetto basilare come questo. Confido nell’errore di
trascrizione, perché altrimenti c’è da preoccuparsi, però vedo che anche a
Punto Informatico
Mazza ha espresso un concetto analogo (“Ma le protezioni sono solo un pezzo del DRM, uno strumento che consente di
associare dati ed informazioni ai contenuti distribuiti, quindi di sapere
cosa e quanto circola”
). Mah.

Quello che più mi preoccupa è questa frase di Mazza:
“Il domani non è il possesso dei contenuti, ma è il loro accesso, è la
licenza per l’accesso ai contenuti che si desiderano in qualsiasi modo e
momento, e indipendentemente dalla piattaforma.”

Immaginate questa frase applicata a un libro. Il futuro auspicato da Mazza è
un mondo in cui le persone non hanno il diritto di
possedere un libro, ma soltanto quello
di accedervi, dietro pagamento di
licenza e presentazione di documento d’identità, e soltanto se e quando i
titolari della licenza lo vorranno. Il giorno che non vorranno più che
leggiate un certo libro perché scomodo o sgradito al governo o all’ideologia
di turno, il libro non sarà più accessibile. Questo diritto eterno, imposto
tramite la tecnologia, non solo va contro il diritto d’autore, che ha una data
di scadenza ben precisa (anche se lunga, ce l’ha), ma ha un sapore
totalitario. Forse dovrei mandare a Mazza una copia di
Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. Anche
in quel romanzo, possedere libri era un reato.

Allora, molto rumore per nulla? Ognuno suona la propria campana e noi ci
dobbiamo sorbire la cacofonia conseguente? Dipende. C’è forse una casa
discografica che ha visto la luce in fondo al tunnel e ha capito che non è
quella di un treno di pirati che le viene incontro. La EMI, dice USA Today,
sta seriamente
valutando
l’idea di vendere la musica in Rete senza DRM. E Yahoo prevede che entro
Natale la maggior parte del suo catalogo musicale online sarà privo di
lucchetti.

“Le etichette discografiche capiscono che il DRM deve sparire: non è che
una tassa sui consumatori digitali”

dice Dave Goldberg, general manager di
Yahoo Music, prevedendo un aumento del 15-20% se le canzoni sono acquistabili
senza DRM. Il mio
mini-sondaggio
informale sembra indicare che la sua previsione di maggiore propensione
all’acquisto sia azzeccata: al momento in cui scrivo, il 50% dei lettori
dichiara che comprerebbe più musica se non ci fosse il DRM, e solo il 5% dice
che la scroccherebbe di più.

Un analista della Forrester Research, citato sempre da
USA Today, incoraggia EMI in modo sensato e pragmatico:
“La EMI non avrebbe motivo di preoccuparsi dei pirati, perché chiunque
voglia piratare la musica lo sta già facendo. Il cliente pagante è
tutt’altra razza.

Appunto. Sono anni che lo diciamo. Magari i tempi sono maturi per far
finalmente scendere dal pero anche le altre etichette discografiche. Steve
Jobs propone ai consumatori di chiedere ai discografici di dare un taglio al
DRM: armiamoci e partite, insomma. Io vorrei andare un po’ più in là: mi
impegno qui a comperare duecento euro di musica online senza DRM dalla prima
major discografica che rinuncerà ai sistemi anticopia. Qualcun altro si
associa?

Gioca a Jurassic World sull’iPad e spende oltre 5000 euro

Gioca a Jurassic World sull’iPad e spende oltre 5000 euro

Giocare a un giochino gratuito e trovarsi in bolletta 4000 sterline (circa 5780 franchi, 5290 euro) è una di quelle esperienze che cementa per sempre il rapporto padre-figlio. È quello che è successo in Inghilterra a Mohamed Shugaa, che vive nel West Sussex, che ha scoperto che suo figlio Faisall, di sette anni, aveva memorizzato le sue password dell’iPad e del suo Apple ID e li aveva usati per giocare a Jurassic World, facendo in tutto 65 acquisti all’interno del gioco gratuito nel corso di cinque giorni a dicembre scorso, senza rendersi conto che i Dino Bucks, i soldi virtuali usati nel gioco, vengono poi convertiti in soldi veri, per un totale appunto di 4000 sterline.

Il padre sapeva che il figlio era in grado di accedere al suo iPad, ma non era consapevole che Faisall sapesse anche la sua password di Apple ID e soprattutto si chiede come faccia Apple a pensare che qualcuno possa consapevolmente spendere migliaia di sterline per acquistare dinosauri virtuali e aggiornare un giochino, e non mandi all’utente un avviso o ponga un limite di spesa.

Più in generale, la Federal Trade Commission statunitense ha pubblicato un’infografica (immagine qui accanto) che mette in guardia i genitori su quello che possono fare le app: raccogliere nomi e indirizzi dei bambini, far spendere soldi veri anche se l’app è gratuita, includere pubblicità discutibili, collegarsi ai social network e altro ancora. Non sono, insomma, semplici giochini da scegliere e affidare ai bambini senza pensarci troppo.

Per prevenire queste situazioni conviene prendere alcune precauzioni, come per esempio attivare il sensore d’impronta del dispositivo, se presente; creare un account iTunes separato per il figlio, senza associarlo a una carta di credito e usando invece una tessera prepagata; non mostrare le proprie password a nessuno, neanche ai familiari; e naturalmente tenere d’occhio l’estratto conto della propria carta di credito.

Per fortuna la disavventura della famiglia Shugaa è finita bene: è riuscito a convincere l’assistenza clienti di Apple ad annullare la fattura, visto il suo importo davvero elevato. Ma non è detto che vada sempre bene, specialmente se la cifra in gioco è meno elevata.



Fonti: Sophos.

Dettagli sugli account iTunes bucati

Dettagli sugli account iTunes bucati

400 account iTunes violati da uno sviluppatore disonesto. Pochi, ma smontano il mito del giardino cintato perfetto e sicuro

Il 4 luglio scorso il negozio online iTunes di Apple s’è trovato con una classifica anomala: 40 delle 50 applicazioni più vendute nel settore libri dell’App Store appartenevano a un unico sviluppatore, il vietnamita Thuat Nguyen. Come avevo segnalato, si trattava di una frode: lo sviluppatore aveva preso il controllo di un certo numero di account iTunes di altri utenti e li stava usando per acquistare con i soldi altrui le applicazioni che aveva messo lui stesso su iTunes, in modo da incassarne i proventi. Altri sviluppatori fraudolenti stavano facendo lo stesso.

Una storia poco felice per Apple, perché ha messo in luce la scarsa sicurezza dei controlli su chi vende applicazioni nell’App Store: la società del truffatore era registrata nello Store come “mycompany” e il suo sito era una pagina vuota. Ci si chiede come abbia fatto un profilo del genere ad essere ammesso come venditore.

Ora sono emersi altri dettagli: secondo Apple, citata dalla BBC, Nguyen aveva violato circa 400 account di iTunes ed è stato espulso dall’App Store insieme alle sue applicazioni fraudolente. La società della Mela ha rafforzato la propria sicurezza: d’ora in poi chiederà più spesso agli utenti di immettere il codice di sicurezza della loro carta di credito durante gli acquisti su iTunes. Apple ha precisato inoltre che i suoi server non sono stati penetrati.

C’è però chi, come TheNextWeb, segnala, dati alla mano, che altri venditori nell’App Store stanno tuttora frodando gli utenti nello stesso modo, e fa anche i nomi delle applicazioni e degli sviluppatori fraudolenti (World War, Charismaist, Storm8 e altri), dubitando (sulla base delle segnalazioni ricevute) che i frodati siano soltanto i 400 indicati da Apple.

Può sembrare che qualche centinaio di utenti frodati sia trascurabile rispetto ai circa 150 milioni di iscritti ad iTunes: basta non essere uno di loro. Per i malcapitati, infatti, scatta la necessità di contattare la società emettritrice della loro carta di credito, bloccare la carta stessa e contestare gli addebiti non autorizzati. Apple non ha bloccato i pagamenti e non fornisce rimborsi, anche perché si presume che i codici delle carte di credito siano stati carpiti agli utenti mediante attacchi o truffe avvenute al di fuori dell’App Store.

Purtroppo la proverbiale reticenza di Apple a fornire informazioni in materia di sicurezza in questo caso rischia di essere un autogol in termini d’immagine anche se gli account sono stati soffiati agli utenti in modo estranei ad Apple. La serietà dell’App Store ne esce indebolita, anche perché ora molti stanno facendo le pulci a questo mercato apparentemente ipercontrollato e selezionato e si chiedono, per esempio, come è possibile che un singolo sviluppatore, Brighthouse Labs, abbia sviluppato 4568 applicazioni per l’App Store. E che nessuno di Apple abbia notato la cosa.

Visto il persistere di queste anomalie, è tuttora consigliabile verificare i propri acquisti recenti su iTunes, rimuovere dal sito Apple (tramite il programma iTunes) i dati della propria carta di credito e cambiare password di accesso al servizio, scegliendone una più robusta e difficile.

Fonti aggiuntive: Slashdot, Engadget, ZDNet, Lifehacker.

Account iTunes bucati

Account iTunes bucati

iTunes e App Store, account violati

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Stanno comparendo numerose segnalazioni di account iTunes violati e di soldi prelevati senza autorizzazione da questi account. Per prudenza, è consigliabile cambiare password di iTunes, controllare i propri acquisti su iTunes e rimuovere dal sito Apple, tramite il programma iTunes, i dati della propria carta di credito, se li avete immessi.

Per toglierli occorre fare login al proprio account iTunes usando il programma omonimo, verificare il proprio account, cancellare il numero della carta dalla casella apposita e scegliere Nessuno come metodo di pagamento (la scelta di Nessuno elimina il messaggio di errore che segnala dati incompleti).

Le prime avvisaglie del problema sono comparse nella categoria libri dell’App Store statunitense, che s’è trovata oggi (4 luglio) con una classifica anomala: 40 delle 50 applicazioni più vendute appartenevano allo stesso sviluppatore, Thuat Nguyen. Poi altri sviluppatori hanno avuto un analogo boom di vendite. Infine è emerso che un numero non trascurabile di utenti iTunes di vari paesi stava segnalando che dai propri account iTunes erano stati effettuati acquisti per cifre importanti (anche 600 dollari) a beneficio delle applicazioni di questi sviluppatori. Acquisti statunitensi che riguardavano libri vietnamiti non tradotti, probabilmente piratati e piuttosto costosi: una situazione abbastanza bizzarra.

Presumibilmente gli sviluppatori – tutti vietnamiti come i libri, finora – hanno usato gli account violati per acquistare massicciamente le proprie applicazioni con i soldi altrui e quindi tentare di incassare laute cifre.

TheNextWeb segnala che in iTunes, i link all’assistenza e alla società di Nguyen (registrata in iTunes come “mycompany”) portano a un sito vuoto su Home.com e si chiede come mai Apple non abbia dei controlli che segnalino quando uno sviluppatore di applicazioni arriva a saturare di colpo la classifica, e soprattutto si chiede come faccia una società che non ha un sito Web, non ha una descrizione ed ha applicazioni che stanno intasando iTunes a sfuggire (finora) a ogni controllo e a qualunque punizione.

Uno dei presunti vantaggi di un giardino cintato ed esclusivo come quello di iTunes è che l’utente si può fidare delle applicazioni che acquista. Qui sembra che la fiducia rischi di incrinarsi parecchio.

I forum di MacRumors segnalano, tuttavia, account violati già nei mesi scorsi, come se il problema non fosse recente; forse oggi la magagna si è manifestata con un picco, pianificato proprio per un giorno di festa nazionale negli Stati Uniti, quando quindi l’attenzione e la sorveglianza nelle aziende è molto bassa. Alexbrie.com, il primo sito a segnalare l’anomalia, ha scritto di aver ricevuto notizia direttamente da Philip Schiller, Senior Vice President of Worldwide Product Marketing di Apple, che è in corso un’indagine.

Aggiornamento: i libri sospetti sono stati rimossi da iTunes. Secondo questo articolo su MacRumors, il numero di acquisti necessario per prendere il controllo della fascia alta della classifica nella sezione libri di iTunes è piuttosto modesto (50-250 al giorno), per cui il numero di account violati potrebbe essere dello stesso ordine di grandezza. Sempre troppi quando si è fra le vittime della violazione, ma non si potrebbe parlare di violazioni di massa.

Fonti aggiuntive: TUAW, Engadget, Apple Insider.

Radio: Apple contro il DRM, discografici nel panico

Disinformatico di domani: Steve Jobs propone di abolire il DRM, buona idea lanciata per pessime ragioni

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

La puntata del Disinformatico di domattina (Rete Tre RTSI, dalle 11 alle 12, anche in streaming) sarà dedicata al putiferio scatenato dalla proposta di Steve Jobs di vendere la musica senza sistemi anticopia. Le case discografiche rifiutano (tranne forse EMI), la FIMI ci mette il naso per confondere le acque, e ci si chiede perché Jobs debba fare una mossa apparentemente suicida che eliminerebbe il vendor lock-in sulle canzoni scaricate da iTunes e sul suo beneamato e stravenduto iPod.

Se volete intervenire via mail, scrivetemi a disinformatico@rtsi.ch. Tutti i dettagli della questione saranno pubblicati qui dopo la diretta, come ormai consueto.

Qui sotto, nel frattempo, potete partecipare a un sondaggio informale sull’argomento. Supponiamo che i negozi che vendono musica online legalmente ve la offrano (ai prezzi attuali) senza il DRM, ossia senza i lucchetti anticopia, quelli che impediscono per esempio di usare la musica di iTunes su lettori MP3 di altre marche non-Apple (salvo acrobazie). Sareste più inclini a comperare da loro?

  • Sì: perché il prodotto diventa più fruibile e viene venduto alle stesse condizioni dei CD (anche se leggermente inferiore come qualità audio), perché si diventa liberi di ascoltare il brano su qualsiasi apparecchio (lettore, computer, autoradio), perché il consumatore onesto non viene più trattato come ladro da cui difendersi, o perché volete dare un segno di incoraggiamento ai discografici e ai loro artisti.
  • No: ne comprereste ancora di meno, perché approfittereste della mancanza di lucchetti per scroccare ancora più facilmente che con il peer-to-peer. Per esempio, comprereste una canzone e poi la dareste gratis ai vostri amici, e i vostri amici farebbero lo stesso con voi, magari anche per il gusto di fregare i discografici.
  • Come prima: per voi non cambia nulla, per esempio perché non ne avete mai comprata e non avete comunque intenzione di farlo, perché preferite continuare a scaricare gratis dai circuiti peer-to-peer, perché comperate già dai negozi online e i lucchetti anticopia non vi danno fastidio, o perché i negozi online sono troppo complicati o non offrono quello che cercate.


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EMI toglie i lucchetti alla musica online

Da maggio EMI venderà musica senza DRM

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “robgarosi” e “aldo_e_giacomo”.

Ieri Apple ed EMI hanno annunciato congiuntamente che da maggio l’intero catalogo di musica digitale di EMI sarà disponibile anche in forma esente dai contestati lucchetti digitali antipirateria (DRM). Qui trovate il comunicato Apple. I brani saranno più cari di quelli protetti (1 dollaro e 29 cent contro i 99 cent attuali; prezzi analoghi in euro) ma saranno anche qualitativamente migliori, essendo forniti in formato AAC (leggibile praticamente da tutti i più diffusi lettori audio e su tutti i computer) a 256 kbps.

Secondo il comunicato stampa EMI, i brani saranno disponibili anche in vari bitrate, fino alla “qualità CD”; ZDNet parla anche di formati MP3 e WMA offerti tramite altri rivenditori affiliati ad EMI. Gli album interi saranno in vendita al medesimo prezzo sia in versione lucchettata, sia in versione liberamente fruibile.

Le versioni protette non scompaiono; l’offerta senza lucchetti si affianca a quella attuale. Apple ha invece promesso che entro la fine del 2007 circa metà delle canzoni offerte tramite iTunes sarà disponibile in entrambe le versioni. Chi ha già acquistato da iTunes canzoni lucchettate potrà acquistare le corrispondenti versioni senza DRM pagando la differenza (30 cent a brano). Anche tutti i video musicali della EMI saranno disponibili in formato senza DRM senza alcuna maggiorazione di prezzo.

L’entusiasmo degli utenti è a dir poco incontenibile: i lucchetti digitali, come avrete avuto modo di leggere più volte in questo blog e altrove, sono vissuti come una vessazione inutile, perché impediscono agli acquirenti legittimi di fruire liberamente della musica acquistata (vincolando così l’utente a una specifica marca di lettori, come nel caso di iPod e le canzoni acquistate tramite iTunes) e perché tanto è facilissimo aggirare le protezioni anticopia, per cui la pirateria non viene affatto contrastata dal DRM. Molti, me compreso, hanno detto da sempre che avrebbero comperato più musica online se non ci fossero state queste fastidiose protezioni. Bene: il momento è arrivato.

La vera sfida, ora, è infatti la reazione degli utenti: ora che almeno una casa discografica (che ha in repertorio artisti come Robbie Williams, Joss Stone e tanti altri) offre canzoni senza lucchetti e qualitativamente superiori, come richiesto, gli utenti le compreranno? O approfitteranno di questa nuova e attesa libertà per piratare ancora più di quanto fanno ora? E’ un gesto coraggioso, quello di EMI: un gesto di fiducia verso i consumatori. Speriamo non venga abusato, altrimenti difficilmente le altre case discografiche seguiranno l’esempio di EMI.

Non ci sono progetti analoghi per il mercato dei film e telefilm scaricabili, e c’è chi obietta che non ha molto senso pagare un supplemento per avere quello che dovrebbe essere un diritto (la libera fruizione, nei limiti previsti dalla legge e non dai lucchetti tecnologici, di quanto è stato regolarmente acquistato), visto anche che non c’è alcuna maggiorazione per le versioni non-DRM dei supporti fisici attualmente in vendita (un CD lucchettato costa tanto quanto uno senza DRM). Ma è un primo passo nella direzione giusta.

Apple vende musica EMI senza DRM. Occhio!

Apple vende musica EMI senza DRM. Occhio!

iTunes offre musica senza lucchetti, ma c’è il colpo di coda

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “frastor” e “andrea****-sbru”.

Dal 30 maggio iTunes, il popolarissimo negozio online di musica scaricabile legalmente a pagamento, offre canzoni dal catalogo della EMI prive di lucchetti digitali o DRM. L’offerta si chiama iTunes Plus e offre file in formato AAC a 256 kbps liberamente copiabili e riproducibili su qualsiasi lettore che supporti il formato AAC.

I prezzi dei brani sono differenziati: 99 eurocent per quelli con DRM, 1,29 euro (2 franchi svizzeri, sarebbero 1,21 eurocent al cambio di oggi) per quelli senza DRM. I prezzi dei video musicali sono identici per le due versioni.

Le tracce precedentemente acquistate in versione lucchettata possono essere convertite, se disponibili senza DRM, pagando 30 eurocent per ciascuna (30% del prezzo base per gli album interi): basta avviare il programma iTunes, selezionare la sezione iTunes Plus e poi Aggiorna la mia libreria. Viene chiesto se si vuole impostare iTunes Plus come preferenza, in modo da essere sempre avvisati se esiste la versione senza DRM di un brano. E qui comincia il calvario.

Anche in iTunes Plus c’è il curioso limite ai minori di tredici anni nelle condizioni di servizio, che includono altri cavilli interessanti e francamente demenziali come il divieto di usare come suoneria del cellulare una canzone acquistata (presumo sia perché si ricadrebbe nella riproduzione in pubblico del brano). E se risiedete in Svizzera, vi beccate le paginate delle condizioni in tedesco e basta. Buona fortuna.

Vanno notate le condizioni d’uso dei brani senza lucchetti: “Lei è autorizzato a copiare, memorizzare e masterizzare Prodotti iTunes Plus come ragionevolmente necessario per uso personale, non commerciale”. E bisogna sempre ricordare chi è che comanda qui: “iTunes si riserva il diritto di modificare le Regole di Utilizzo in ogni momento”. Interessante. Che cosa succederà, in tal caso, alla musica che ho già comprato? Se San Steve Jobs decide che non ho più diritto di masterizzare, il mio lettore di CD in auto diverrà fuorilegge se ci suono le canzoni di iTunes regolarmente pagate?

C’è poi la chicca da Grande Fratello orwelliano: “Il Servizio è attualmente disponibile solo in Italia e non è disponibile in nessun altro paese”. Bugia, bugia! Mi sa che la frase è mal formulata. E poi: “Lei accetta di non utilizzare o tentare di utilizzare il Servizio al di fuori di detto territorio, ed accetta che iTunes possa utilizzare strumenti tecnologici per verificarne l’osservanza da parte sua”. Ma scusate, che crimine commetto, che danno causo se uso iTunes in un altro paese? I soldi che ho pagato cessano magicamente di valere quando varco la frontiera? Vuol dire che mentre sto a Lugano o a Vienna non posso legalmente usare iTunes? E allora le mie canzoni comprate su iTunes sono legali o no? Sono complicazioni vessatorie come queste che imbrigliano il mercato della musica legale.

Per non parlare, poi, di altre perle come questa: “22. Legge applicabile. Il presente Contratto e l’utilizzo del Servizio sono governati dalla legge inglese.” Uhm, scusate, ma che cosa volete che ne sappia io (e specialmente il cliente medio) della legge inglese? Da quando le leggi inglesi valgono in territorio italiano (o svizzero, dove mi trovo ora)? E iTunes è una società lussemburghese. Non è che devo sapere anche le leggi del Granducato, vero?

Superate le forche caudine del contratto, l’interfaccia di iTunes è di una semplicità disarmante: si clicca e si compra, pensa a tutto il software (iTunes memorizza i dati della carta di credito). L’unica pecca che ho notato è che manca un’indicazione chiara della presenza o meno del lucchetto digitale, anche se lo si può dedurre dal prezzo (almeno per i brani singoli) prima di acquistare. Per i brani acquistati, Sheldon Pax ha segnalato che il menu Informazioni dei singoli brani presenta dati differenti: “Doc. Audio AAC acquistato” per i brani senza DRM, “Doc. Audio AAC protetto” per quelli con DRM. Inoltre i file con DRM hanno l’estensione m4p, quelli senza DRM hanno l’estensione m4a.

Va notato, inoltre, che non tutti i brani sono disponibili in versione senza DRM; soltanto EMI, per ora, ha adottato questa formula commerciale, e non tutti i suoi brani sono già disponibili in versione senza lucchetto (Speed of Sound dei Coldplay, che avevo già acquistato in versione single, non c’è, e quindi non posso neppure convertirla al pagando 30 cent). Gli artisti già disponibili includono i Coldplay (sic), i Rolling Stones, Norah Jones, Frank Sinatra, i Pink Floyd e una decina di album di Paul McCartney (senza Beatles).

Ma sono davvero scomparsi tutti i lucchetti? Non proprio. Certo, i brani senza DRM sono copiabili liberamente e riproducibili su qualsiasi lettore (e convertibili in MP3, sia pure al prezzo di una leggera perdita di qualità), ma al loro interno ci sono informazioni personali sull’acquirente.

La scoperta è di Ars Technica, che sottolinea che i dati sono presenti in tutte le canzoni acquistate presso iTunes, non solo quelle senza DRM, e le istruzioni per verificare queste informazioni annidate sono pubblicate da Tuaw.com. E’ sufficiente aprire un file musicale con un editor esadecimale (va bene anche un editor di testi come TextEdit del Mac) per trovarci, in chiaro, il proprio nome e cognome preceduti dalla chiave name. Ci sono anche la data e l’ora d’acquisto.

Perché Apple non ha speso qualche parolina del suo interminable contratto d’uso per informare gli utenti di questo fatto? Non penserà certo che possa essere un sistema per tracciare chi distribuisce i brani agli amici o nei circuiti P2P (cosa vietata dal contratto), perché i dati sono perfettamente modificabili da chiunque con un banale editor (ho verificato) senza alterare il brano, per cui non hanno alcuna valenza probatoria. Ci si potrebbe scrivere il nome di qualcuno che ci sta antipatico e poi accusarlo di pirateria, per esempio.

E allora a cosa serve? Ars Technica ha una teoria: la raccolta di dati statistici. Il programma iTunes potrebbe comunicare ad Apple se un utente ha sul proprio disco brani che appartengono ad altri utenti e quindi si è macchiato di pirateria. Ma è soltanto una teoria, appunto. Quel che è certo è che Apple ha perso una buona occasione per dimostrarsi trasparente.

Comunque sia, Apple ora vende musica degli artisti EMI senza DRM, e io ho fatto una promessa a febbraio scorso: ho detto che avrei comprato 200 euro di musica dalla prima major che avesse mollato il DRM. Vado a spulciare il catalogo EMI.

7Digital.com, musica EMI senza DRM e scontata rispetto ad iTunes

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iTunes non è l’unico modo per avere legalmente musica senza DRM

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Una nuova sezione del sito di vendita legale di musica 7Digital permette di acquistare canzoni dal catalogo EMI senza lucchetti digitali, in alta qualità (MP3 da 320 kbps) e a prezzo spesso inferiore rispetto ad iTunes.

Diversamente da iTunes, inoltre, funziona con qualsiasi sistema operativo (iTunes funziona, salvo accrocchi, solo su Mac e Windows) e non inserisce dati personali nei brani scaricati. Purtroppo il sito è soltanto in inglese, e questo può costituire una limitazione non trascurabile.

Una funzione molto pratica di 7digital è il locker, o “armadietto”, nel quale vengono conservate tutte le canzoni acquistate dall’utente, che può quindi scaricarsele di nuovo se per caso perde gli originali. I prezzi partono da 50 pence (circa 75 eurocent, 1,2 franchi svizzeri), decisamente più bassi rispetto a quelli di iTunes (1,29 euro, pari a circa 2 franchi, per i brani senza DRM).

7 digital.com contiene anche una sezione Indiestore dove le band emergenti possono mettere in vendita (o regalare) la propria musica e anche i video.

Per usare 7digital non occorre installare software aggiuntivo: basta creare un account (gratuito). Si può pagare sia con la carta di credito, sia con Paypal. Il sito al momento risulta molto lento in alcune sezioni, ma comunque funzionante. Il vero problema, almeno finché anche le altre case discografiche non capiscono l’antifona, è che bisogna sapere quali artisti appartengono alla EMI, altrimenti i brani sono quasi sempre ancora lucchettati in formato WMA: in questo senso può essere utile la compilation di Wikipedia.

EMI senza DRM, boom di vendite

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Togliere i lucchetti alla musica fa vendere di più, almeno per ora

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La scelta di EMI di vendere musica online senza gli odiosi lucchetti del DRM sembra funzionare. Come riferisce Bloomberg News (riportata dal Tennessean e da Coolfer; grazie a The Inquirer per la dritta), Dark Side of the Moon dei Pink Floyd senza DRM ha venduto una media di 3600 copie a settimana; nelle 11 settimane precedenti all’offerta senza DRM tramite iTunes Plus, le copie settimanali erano 830. L’aumento è pari al 272%.

Anche altri album non se la cavano male: gli Smashing Pumpkins con Siamese Dream hanno aumentato le vendite del 17% sullo stesso periodo di riferimento; Come Away With Me di Norah Jones le ha incrementate di poco meno del 24%; Oh No degli OK Go ha avuto un incremento del 77%; e i Coldplay, con A Rush Of Blood To The Head, hanno segnato un aumento del 115%.

E’ possibile che questi numeri molto positivi derivino in parte dagli upgrade, ossia dagli acquisti fatti da chi aveva già la versione lucchettata e ha pagato un supplemento per avere quella senza lucchetti e con qualità audio migliore.

Per contro, gli stessi album in versione CD hanno avuto quasi tutti un forte calo di vendite, sempre secondo Coolfer. E’ possibile che l’avvento della musica online legale senza lucchetti abbia dato un’ulteriore spinta al calo di vendite generalizzato dei CD, che secondo Nielsen SoundScan ammonta al 21% negli Stati Uniti rispetto a giugno 2006.