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Sistemi anticopia de “Lo Hobbit” paralizzano le proiezioni

Sistemi anticopia de “Lo Hobbit” paralizzano le proiezioni

Quando io e tanti altri diciamo che i sistemi anticopia e antipirateria puniscono soltanto gli utenti legittimi e non bloccano i pirati, questo è proprio quello che intendiamo: la proiezione della prima di Lo Hobbit, quella in 3D a 48 fotogrammi al secondo, insomma la più speciale e ambita, quella da veri fan, è stata un flop epico, con spettatori inferociti ed esercenti umiliati.

In Italia, stando al Corriere, solo 12 sale sulle 21 attrezzate sono riuscite a proiettare il film, perché i codici di sblocco del sistema anticopia sono arrivati troppo tardi. Disagi analoghi sono stati registrati anche in Francia e Germania.

E poi chi fa film si chiede perché la gente sta a casa e scarica i film a scrocco.

Amazon: i libri digitali che comprate non sono vostri. Le gioie del DRM

Ho scritto per la Radiotelevisione Svizzera una serie di articoli sulla notizia di una cliente di Amazon che si è trovata con l’e-reader azzerato e svuotato di libri. Il caso ha messo in luce un fatto troppo disinvoltamente ignorato: gli e-book non vengono venduti. Vengono dati in licenza. E la concessione d’uso può essere revocata senza preavviso, senza motivo, senza appello e senza rimborso.

Così ho fatto un test di autodifesa sul mio Kindle e ho tolto i lucchetti digitali ai libri che ho regolarmente comprato. Craccare il DRM anticopia di Amazon è facile e quindi il DRM è inutile e danneggia solo gli acquirenti onesti.

Lo hanno già capito i produttori di software e i venditori di musica. Gli editori no. Sarà meglio che si sveglino. E presto.

Se vi interessa, la storia comincia qui.

Aggiornamento (2012/10/28): è disponibile il podcast della puntata del Disinformatico radiofonico nel quale ho raccontato la vicenda.

Bruce Willis NON sta facendo causa ad Apple

Bruce Willis NON sta facendo causa ad Apple

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “alessandro.du*” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

L’ANSA e varie testate (Corriere della Sera; News.com.au; IBTimes; Rockit; America24) stanno riportando la notizia che l’attore Bruce Willis stia facendo causa, o pensando di farla, contro Apple per i diritti della propria collezione di musica acquistata da iTunes, perché ha scoperto che non la può legalmente tramandare agli eredi come si fa con i dischi normali.

La notizia è una bufala partorita, a quanto pare, dal Sunday Times e ripresa dal Daily Mail qui; è stata seccamente smentita dalla moglie di Willis via Twitter. Però la questione dei diritti sulla musica lucchettata e acquistata da iTunes e simili è reale. Maggiori dettagli sul Guardian, TechCrunch, CNN.

È interessante notare che ancora una volta il giornalismo “professionale” ha preso una storia e l’ha ripubblicata senza alcuna verifica, semplicemente perché era ghiotta e vendibile.

iPad jailbreak! [UPD 12:25]

iPad jailbreak! [UPD 12:25]

Debutta l’iPad, protezione già scardinata. Comincia a diventare interessante

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “mario.c*” e “whatthehellis*”.

L’iPad è finalmente in vendita (solo la versione wifi; quella 3G non ancora). Nella quiete post-orgasmica dei fanboy che hanno fatto la fila per comperarlo il primo giorno, qualcuno s’è dato da fare e a quanto pare ne ha già scavalcato le protezioni imposte da Apple per decidere quali applicazioni i suoi utenti possono far girare sulla loro nuova tavoletta magica. Il video è qui, e ha l’aria perlomeno plausibile; la fonte è MuscleNerd dell’iPhone Dev-Team, che ha una buona reputazione in fatto di jailbreaking di iPhone e iPod Touch. Alcuni dettagli della tecnica usata sono su Engadget.

Questo elimina (almeno temporaneamente) uno dei difetti più significativi dell’iPad: la mancanza di libertà di scelta delle applicazioni (solo quelle approvate da Apple possono essere installate). Se la persona che lo usa non può scegliere che programmi installarvi, non è un personal computer. Con un jailbreak le cose diventano già più interessanti e un po’ di quella libertà d’uso viene riconquistata.

Resta quell’altro problemino, vale a dire la mancanza di supporto Flash, che per esempio attualmente rende impossibile per gli utenti iPad vedere parecchi siti interessanti, anche se la situazione sta migliorando. Immaginatevi di sfogliare il Disinformatico sul vostro luccicante iPad e scoprire che non potete vedere questo notevole video di CollegeHumor linkato nell’articolo. O che non funzionano Hulu o pezzi di Myspace o IMDB. Improvvisamente il vostro gadget ultramoderno viene battuto da un netbook del 2008. Lo stesso vale se per caso volete stampare qualcosa che avete concepito sull’iPad: non c’è una porta USB (per averla ci vuole un accessorio che si paga a parte). Per queste e altre cose l’iPad dipende comunque da un vero computer e non lo sostituisce. Grazie, aspetterò la prossima versione. O quella di un altro produttore che non decide tutto per me e supporta Flash.

C’è anche quell’altra questioncella per la quale mi sono preso un bel po’ di male parole: il retro bombato. In alluminio, che si graffia facilmente, perché l’Ipad è pensato per essere appoggiato, ma non su un tavolo, perché secondo Yahoo se lo si mette su un piano liscio scivola e gira su se stesso quando lo si sfiora per comandarlo (chi ce l’ha faccia la verifica). Mettergli dei piedini di gomma o un astuccio protettivo sarebbe l’equivalente di tenere la plastica sulle sedie del salotto buono.

Ma pazienza: ci sono due cose per le quali potrei quasi essere tentato di prendere un iPad, magari quando il suo prossimo sistema operativo avrà eliminato i limiti di multitasking e i prezzi saranno scesi, come è avvenuto per l’iPhone. Una è l’uso di un iPad come monitor remoto domestico (via wifi) di un altro PC, tramite VNC e simili (per esempio Desktop Connect; foto qui). Un oggetto da 700 grammi, sottile e compatto, sul quale gira (virtualmente) OS X? Adesso cominciamo a ragionare: questo è quello che si aspettavano gli appassionati (sì, lo so, con quest’accrocchio OS X non gira realmente sull’iPad, ma è come se lo facesse, salvo per giochi e altre amenità ad alto refresh dello schermo).

L’altra è il riconoscimento vocale. Io vivo di riconoscimento vocale grazie al software della Dragon, che mi ha salvato dai dolori atroci ai tendini delle mani che mi stavano rendendo insopportabile l’uso di qualunque tastiera (da più di vent’anni scrivo per lavoro quasi un milione di caratteri al mese). Poter andare in giro e dettare su un oggetto leggero, sottile, che si accende subito (a differenza del netbook che uso oggi per queste cose) e ha una batteria che dura a lungo sarebbe un bonus fantastico. E potrei usare l’iPad anche per le mie presentazioni Keynote. C’è Dragon Dictation per iPad, gratuito per un breve periodo. Se qualcuno sa come funziona (per l’inglese), mi faccia un fischio.

Aggiornamento: per gli indecisi che non sanno se comprare o meno l’iPad, suggerisco questo flowchart ironico (da BBspot) ma molto veritiero.

E qui su Lifehacker è spiegato come ottenere l’interfaccia di mail dell’iPad in Firefox su un computer vero: basta cambiare lo user agent.

Radio: l’anticopia rimane, licenze confuse, multa MP3

Radio: l’anticopia rimane, licenze confuse, multa MP3

Disinformatico radio di oggi: EMI non molla il DRM, la BSA frena sulle licenze, multa per gli MP3

Stamattina, come ogni martedì, dalle 11 alle 12 sono in diretta sulla Rete Tre della Radio Svizzera di lingua italiana (con streaming in diretta e podcast in differita).

Prima di indicare i temi di questa puntata, vorrei anticiparvi il tema principale della prossima: interrogherò gli esperti svizzeri e italiani per farmi spiegare quali sono gli attuali diritti dell’utente per quanto riguarda la copia e la condivisione. Cosa si rischia realmente con il peer to peer? E’ lecito farsi una copia di un DVD o di un CD per uso personale? Cambia qualcosa se il disco è protetto contro la copia? Se faccio un video di Youtube nel quale suono una canzone delle major e ci canto sopra ruttando (è solo un’ipotesi, tranquilli), sto violando il diritto d’autore? Come mi devo regolare se voglio includere una foto in un sito o un blog? Se un blogger è stato portato in tribunale per un topless di Jennifer Aniston, quali altri casi a rischio ci sono?

Ma non vorrei limitare le domande alle situazioni tradizionali, per cui scatenatevi: se avete domande o scenari di copia e di diritto d’autore che vorreste chiarire, scrivetemi via mail o pubblicate un commento qui sotto.

Ecco invece l’anticipazione dei temi di stamattina:

  • Torno sulla questione delle “licenze da uccidere” con l’intervento della BSA svizzera: le copie OEM di Windows non possono essere vendute sfuse se non sono in tedesco. Ma il servizio clienti di Microsoft dice il contrario. Allora, chi ha ragione?
  • Dietrofront di EMI: aveva proposto di rinunciare all’anticopia sui brani scaricabili legalmente, ma ora ha cambiato idea. Come mai, e quali sono le conseguenze per l’utente comune?
  • Grossa falla di Firefox da turare: qual è il rischio e come evitarlo.
  • L’antipirateria di Microsoft cambia le regole: diventa più difficile usare copie illegali di Windows, e chi l’ha fatta franca finora rischia di trovarsi in crisi. Fra poco, la sorveglianza sarà integrata automaticamente in XP e non sarà più facoltativa.
  • Megamulta MP3: Microsoft condannata (non definitivamente) a versare un miliardo e mezzo di dollari ad Alcatel per aver usato abusivamente la tecnologia MP3 nei propri prodotti. Il bello è che Microsoft era convinta di avere regolare licenza (pagata 16 milioni di dollari). Tremano, adesso tutti i produttori di qualsiasi lettore Mp3 hardware o software. E’ in pericolo l’esistenza dello standard di fatto?
  • Antibufala: Checkmessenger.net vi promette di elencare i contatti di MSN che vi hanno bloccato. Ma in cambio vuole forse troppe informazioni. Bufala, truffa o servizio vero?
Anticopia HD-DVD ancora bucato: la rivolta

Anticopia HD-DVD ancora bucato: la rivolta

Rivolta degli utenti contro il bavaglio sulla chiave dell’anticopia degli HD-DVD

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “pietro.pi****” e “ngila”.

Il sistema anticopia degli HD-DVD è stato bucato. Di nuovo. La differenza, stavolta, è che l’organizzazione che coordina l’uso del sistema, denominato AACS (Advanced Access Content System), ha iniziato a inviare lettere di cease and desist (una sorta di diffida legale) ai siti come Digg che hanno pubblicato la chiave di cifratura segreta scoperta dai ricercatori. Digg ha inizialmente ubbidito alle diffide, ma poi si è schierata con gli utenti, scatenando un putiferio. Il risultato, piuttosto prevedibile, è che il numero di siti che pubblica la chiave è aumentato a dismisura. Bella mossa.

Non solo: per evitare le diffide, e per mostrare quanto sia inefficace e ridicola la richiesta di tenere un segreto che ormai non è più un segreto e di non pubblicare un numero, vengono inventati metodi sempre più originali. Boing Boing ha raccolto dei fotomontaggi che mostrano la chiave che non si deve nominare, e gli utenti hanno già iniziato a creare poesie, sudoku, magliette, quiz, video Youtube e mille altre maniere per pubblicare la chiave sotto la tutela del diritto d’espressione.

La questione è più spinosa di quanto possa sembrare. Secondo una interpretazione dei fatti, i ricercatori avrebbero pubblicato un segreto industriale. Pubblicare una chiave dell’AACS sarebbe come rivelare il codice del caveau di una banca: un gesto sconsiderato che apre le porte alle razzie dei disonesti.

Ma non tutti sono di questo parere. La pubblicazione e la successiva diffida, secondo alcuni, non farebbero altro che rivelare la follia dell’anticopia e l’effetto pericoloso delle leggi statunitensi sul copyright, in particolare la controversa DMCA (Digital Millennium Copyright Act). Dice per esempio Cory Doctorow: “se mai c’è stato un esempio del perché la DMCA deve morire, è questo. L’idea che sia illegale possedere un numero di sedici cifre, parlarne a scuola o pubblicarlo su un sito di notizie è un insulto a un paese dove la libertà d’espressione è al primo posto della Costituzione.”

Gli aspetti legali della pubblicazione di questa chiave sono discussi dalla Electronic Frontier Foundation. Ed Felten, professore di Princeton e noto ricercatore nel settore della sicurezza informatica e del DRM (Digital Rights Management) anticopia, ha osservato che il comportamento dei titolari del sistema AACS è equivalente ad asserire di essere i proprietari di un numero e che nessun altro ha il diritto di usare quel numero: a dimostrazione dell’assurdità della pretesa, derivante dall’applicazione della legge DMCA, ha creato una pagina che permette a chiunque di diventare “proprietario” di un numero a 128 bit e di diffidare (in base alla legge) chiunque altro dall’usare quel numero. Portata alle sue estreme conseguenze, quest’iniziativa renderebbe illegale qualsiasi sistema di protezione basato su numeri a 128 bit. Un autogol piuttosto eloquente.

L’assurdità della situazione attuale viene messa ulteriormente in mostra dal comunicato della AACS LA, coordinatrice della gestione del sistema anticopia in questione, che asserisce che il numero (non un programma o un dispositivo, ma il numero stesso, nudo e crudo) è un circumvention tool, ossia un grimaldello o uno strumento di elusione dell’anticopia.

C’è poi la questione della copia legale dei supporti acquistati: sapendo che i CD, DVD, Blu-Ray e HD-DVD hanno una vita prevista di circa vent’anni (nelle normali condizioni di conservazione domestica, la plastica del disco si deteriora), l’acquirente dovrebbe avere il diritto di tutelare il proprio investimento. Ma questo è impossibile per via dell’anticopia.

L’intero pasticcio rivela chiaramente non solo i limiti delle attuali leggi sui sistemi anticopia ma anche quelli dei sistemi anticopia medesimi: qualsiasi tecnologia anticopia nella quale le chiavi vengono disseminate in milioni di apparecchi e messe in mano all’utente, e nel quale è sufficiente che un solo dispositivo al mondo scavalchi la protezione, è destinato a fallire miseramente, facendo ricadere sugli utenti i suoi costi inutili. Tanto i pirati sanno già come procurarsi i film su HD-DVD. Secondo The Register, è già stata trovata una nuova falla nel sistema anticopia. La tecnica è complicata e richiede un saldatore, ma non è un problema: basta appunto che un solo dispositivo al mondo sia modificato in questo modo, e l’intero repertorio di HD-DVD e Blu-Ray è sproteggibile.

L’unica conseguenza di tutto questo tentativo di lucchettare quello che non si può lucchettare è che chiunque acquisti un lettore HD-DVD o un impianto TV ad alta definizione è trattato come il nemico: gli apparecchi devono usare cavi blindati crittograficamente e devono essere dotati di chip di comunicazione cifrata, altrimenti niente alta definizione.

Comperare un impianto di questo genere è diventato un autentico rompicapo. Un televisore marchiato “HD ready” è in grado di riprodurre l’alta definizione, direte voi: c’è pure scritto. Nossignore: deve anche avere un connettore HDMI, che lavora insieme con la protezione anticopia HDCP, e tutti gli elementi dell’impianto devono avere le stesse protezioni. Chiaro, no?

Ma all’utente finale, a noi consumatori, quanto costa tutta questa complicazione e tutto questo lucchettamento inutile?

Come leggere gratis i giornali italiani

Come leggere gratis i giornali italiani

E-giornali italiani a pagamento, sicurezza colabrodo: ennesimo fallimento del paywall

Questo è il link diretto all’editoriale di Giorgio Bocca sulla versione iPad a pagamento dell’Espresso del 26 maggio scorso.

È una pagina presa a caso: la regola per consultarle tutte, gratuitamente, è questa:

http://ws.ipad.espresso.repubblica.it/_deploy/pdf/[annomesegiorno]/p_[numeropagina].pdf

E questo è il link diretto alla pagina 5 del Sole 24 Ore del 29 maggio scorso. Non spiego neanche come funziona la regola per consultare le altre; non ce n’è bisogno.

Non ci vuole altro. Niente password da rubare, niente codici strani da digitare. Il paywall, l’invenzione salvifica che doveva consentire all’editoria di entrare nel mondo digitale controllando la distribuzione delle copie attraverso le App e i vari apparecchietti lucchettati come l’iPad e il Kindle, è una fregatura inutile, che danneggia e rende scomoda la vita solo agli utenti onesti, esattamente come gli informatici avevano avvisato. Naturalmente senza essere ascoltati.

La scoperta è stata pubblicata da Andrea Draghetti su Oversecurity.net, dove trovate le istruzioni per molti altri e-giornali italiani e stranieri. Alcune hanno smesso di funzionare, altre sono allegramente ancora aperte nonostante i responsabili siano stati avvisati. Seriamente, cari editori: un URL pubblico per contenuti a pagamento? Ma da chi vi siete fatti fregare?

Canada, i pirati stavolta sono i discografici

Canada, i pirati stavolta sono i discografici

Artisti derubati dalla pirateria musicale: quella dei discografici

Per oltre vent’anni hanno piratato le canzoni degli artisti musicali più noti, da Beyonce a Bruce Springsteen passando per il grande jazzista Chet Baker, lucrando sul loro lavoro senza corrispondere un soldo dei diritti d’autore dovuti. La banda dei cospiratori ha già ammesso la propria colpevolezza, e in tribunale rischia una condanna che prevede un risarcimento minimo di 48 milioni di franchi (32 milioni di euro) ma potrebbe arrivare a 5,8 miliardi di franchi (3,8 miliardi di euro).

Posso farvi i nomi di questi pirati: Sony BMG, EMI Music, Universal Music e Warner Music, nelle rispettive filiali canadesi.

Sì, stavolta i ladri sono proprio le case discografiche, quelle che ci hanno rimbambito di slogan sul non rubare la musica altrui, quelle che hanno lucchettato le canzoni con i sistemi anticopia (DRM) e punito gli acquirenti onesti, quelle che non hanno esitato nel 2006 a infettare i computer dei clienti pur di difendere i propri diritti (usando un rootkit, installato dal sistema anticopia XCP).

In Canada, infatti, dalla fine degli anni Ottanta le case discografiche in questione hanno adottato la prassi di pubblicare, sfruttare e vendere brani musicali senza ottenere preventivamente la specifica licenza e autorizzazione del titolare dei diritti, e senza quindi pagare nulla all’artista, semplicemente promettendo di farlo in seguito. Sì, avete capito bene. Dichiaravano di non essere in grado di individuare il titolare, e i brani orfani venivano messi così in una pending list, una “lista dei sospesi”.

Se in alcuni casi era effettivamente difficile rintracciare i titolari dei diritti, asserire di non essere riusciti a individuare Chet Baker o Bruce Springsteen dopo vent’anni pare invece piuttosto surreale. La lista dei sospesi ha continuato a crescere disinvoltamente negli anni e ora include circa 300.000 canzoni di migliaia di artisti canadesi ed esteri, sui quali Sony, EMI, Universal e Warner hanno lucrato per oltre vent’anni senza corrispondere un soldo.

Ma nel 2008 gli eredi di Chet Baker hanno avviato una causa presso i tribunali dell’Ontario (potete leggerne gli atti), e gli altri artisti si sono associati all’azione legale, instaurando una class action. Le case discografiche stesse hanno già ammesso che la lista dei sospesi indica pagamenti inevasi che secondo loro ammontano ad almeno 50 milioni di dollari canadesi (48 milioni di franchi, 32 milioni di euro). C’è poco da cavillare: l’esistenza della lista di sospesi è di per sé un’ammissione del reato.

A questo importo si aggiungono i risarcimenti previsti dalla legge a carico di chi viola il diritto d’autore, che potrebbero arrivare a 20.000 dollari a canzone violata, per un totale di 6 miliardi di dollari canadesi (5,8 miliardi di franchi, 3,8 miliardi di euro). Cifre enormi, che ironicamente nascono dalle stesse regole usate dalle case discografiche per chiedere milioni di risarcimento dai privati cittadini colti a violare il diritto d’autore usando i circuiti peer to peer. Chi di spada ferisce…

Registrazioni audio perse per sempre

Registrazioni audio perse per sempre

I suoni del passato sono a rischio, colpa di lucchetti e supporti labili

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “fabio.turch*” e “marco_dell*”.

Grandi porzioni della nostra eredità culturale sonora sono già state distrutte o restano inaccessibili al pubblico, e la perdita permanente di registrazioni sonore insostituibili continua. Così dice la Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, che ha pubblicato un rapporto, The State of Recorded Sound Preservation in the United States: A National Legacy at Risk in the Digital Age, che fa il punto della situazione in materia di conservazione delle registrazioni audio storiche.

Qualche dato: meno del 14% delle registrazioni sonore commerciali effettuate negli Stati Uniti prima del 1965 è disponibile al pubblico. Non c’è nessun piano coordinato per conservare tutte le registrazioni digitali diffuse via Internet tramite siti Web o podcast. Molti supporti digitali, come i CD registrabili, hanno una vita molto più breve dei supporti analogici che sostituiscono: da tre a cinque anni. Un disco di vinile, se conservato correttamente, invece “dura altri cento o duecento anni”, ha detto alla BBC Sam Brylawski, uno dei coautori del rapporto.

Il rapporto nota inoltre che molte registrazioni storiche sono già andate perdute: per esempio, la maggior parte delle trasmissioni radio fra il 1925 e il 1935, che pure erano state registrate all’epoca, è persa per sempre. Le apparizioni di interpreti come Duke Ellington e Bing Crosby e le radiocronache degli eventi sportivi dell’epoca sono state distrutte o riciclate.

Ma non è solo questione di supporti che si deteriorano o di registrazioni che non vengono conservate in partenza. Il rapporto della Biblioteca del Congresso sottolinea che “le leggi sul diritto d’autore statunitensi ostacolano la conservazione e l’accesso in molti modi, e questo va riesaminato”, ha detto Brylawski. “Nella maggior parte dei paesi europei, il copyright sulle registrazioni audio dura 50 anni; negli Stati Uniti, non ci sono registrazioni audio di dominio pubblico e non ce ne saranno fino al 2067”. Persino un cilindro di cera del 1895 è vincolato dalle leggi fino a quella data. Per come stanno oggi le leggi, le restrizioni imposte dal diritto d’autore renderebbero illegali gran parte delle iniziative di conservazione delle registrazioni sonore, secondo il rapporto.

Le 181 pagine del rapporto forniscono raccomandazioni dettagliate su come procedere per evitare di trovarsi, per esempio, con registrazioni insostituibili conservate soltanto su audiocassette, che Brylawski definisce “bombe a orologeria” che non saranno più ascoltabili. Voi cosa state facendo per conservare le vostre registrazioni audio personali? Spero non siate messi male come me, con una montagna di audiocassette che non ho mai tempo di digitalizzare.

Anticopia, craccato HDCP su Blu-ray e pay TV

Anticopia, craccato HDCP su Blu-ray e pay TV

La chiave supersegreta dell’anticopia su Blu-Ray e TV a pagamento non è più segreta

Il sistema anticopia HDCP (High-bandwidth Digital Content Protection) di Intel, concepito per impedire la duplicazione di audio e video digitali sugli apparecchi non autorizzati, in barba alle leggi che danno ai consumatori questo diritto per uso personale sui prodotti legalmente acquistati, è stato scavalcato definitivamente. La sua segretissima master key, la chiave passepartout che sblocca e sprotegge ogni cosa, è stata resa pubblica. Intel stessa ha confermato le voci che circolavano già in proposito.

In altre parole, tutte le complicazioni e le incompatibilità messe in atto per cercare di scoraggiare la pirateria non sono servite a nulla, se non a rendere più difficile la vita agli utenti onesti, afflitti dai costi maggiori di tutto il sistema anticopia (le case produttrici di lettori, televisori e proiettori pagano una royalty per poter usare l’HDCP e devono menomare i propri apparecchi). I pirati, invece copiavano allegramente qualunque cosa.

Il protocollo HDCP viene utilizzato per proteggere dalle intercettazioni i segnali digitali in uscita da set top box per TV via cavo e via satellite, lettori Blu-ray, console per videogiochi e altri apparecchi. Solo i televisori, monitor e proiettori autorizzati dalle case cinematografiche possono riprodurre questi segnali digitali protetti. Se avete un apparecchio tecnicamente in grado di riprodurre il segnale digitale ma non dotato di chip HDCP, siete fregati. L’HDCP era presente in Windows Vista già al debutto e penalizzava la fruizione di audio e video digitale da parte degli utenti legittimi anche sui computer dotati di questo sistema operativo (se il monitor non era compatibile HDCP, l’utente non poteva usarlo per vedere contenuti protetti, anche se ne aveva il diritto legale). C’è anche in Mac OS X.

Viene spontaneo pensare che a questo punto sarà più facile copiare i film in Blu-ray per vederseli su un computer o su un televisore non dotato di questi chip anticopia, ma in realtà esistono già metodi più che efficienti per questo genere di duplicazione, come dimostra la cattura da Iron Man 2 qui accanto. La vera novità è che ora diventa facile registrare digitalmente, senza perdita di qualità, i segnali delle TV via cavo e via satellite a pagamento in alta definizione. Finora questo era possibile solo accettando copie analogiche degradate.

Intel non sembra turbata dalla fuga di segreti: dice che farà causa a chiunque cerchi di realizzare apparecchi che la sfruttino. Buona fortuna: in un mercato nel quale anche risparmiare cinque dollari sui costi può significare la differenza fra essere competitivi o soccombere, sarà difficile che i fabbricanti in Cina, per esempio, resistano alla tentazione di generarsi le proprie chiavi HDCP invece di pagarle, offrendo così apparecchi meno cari e più versatili (ai quali si potranno, per esempio, collegare anche monitor o proiettori non-HDCP senza degrado artificiale della qualità).

Intanto Ars Technica riassume bene l’assurdità di questi sistemi anticopia: “A Intel e alle società di produzione di media non importa nulla che i loro sistemi di cifratura offrano soltanto una protezione simbolica e disagi ai consumatori; importa solo che siano sufficienti a soddisfare la soglia della [legge americana] DMCA per i sistemi di protezione dei contenuti: il loro vero strumento contro gli usi non approvati dei contenuti digitali è la minaccia di azioni legali, non la crittografia”. Oltretutto si sapeva già dal 2001 che il sistema HDCP era vulnerabile: bastava conoscere le chiavi di una cinquantina di apparecchi per recuperare la chiave passepartout usando un po’ di matematica.

In pratica, è oggi evidente che tutta la storia dell’HDCP era una foglia di fico data in pasto alle case discocinematografiche per convincerle a distribuire contenuti in alta definizione facendo loro credere di essere al riparo dalla pirateria. Invece i pirati incassano e la foglia di fico la paghiamo noi. Sotto forma di denaro per apparecchi più costosi e di ostacoli alla fruizione di quello che abbiamo legalmente acquistato. Deprimente.