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Jobs: basta DRM nella musica online

Jobs: basta DRM nella musica online

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di “Pape” e “Steficol67”.

Il 6 febbraio scorso, Steve Jobs,
lìder maximo di Apple, ha infranto un
tabù. Ha chiesto pubblicamente alle case discografiche di rinunciare alla
tecnologia anticopia, il cosiddetto DRM (Digital Rights Management), che grava sulla musica venduta via Internet. La sua lettera aperta è
pubblicata qui (in
originale) e tradotta in italiano da Melablog.it
qui.

L’entusiasmo degli internauti è altissimo. S’invoca San Jobs da Cupertino come
il liberatore delle masse musicalmente oppresse. Ma le grandi case
discografiche, la
IFPI
(federazione internazionale dei discografici) e la
FIMI (Federazione
dell’Industria Musicale Italiana) gli hanno risposto inviandogli
(metaforicamente) un iPod con su un due di picche inciso col laser. Non se ne
parla nemmeno, dicono. Però EMI si è staccata dal coro e si
vocifera
di una sua possibile rinuncia al DRM.

Cosa sta succedendo? Adesso che è passato qualche giorno si può provare a fare
un po’ di luce sulla faccenda.

La prima cosa che lascia perplessi è il pulpito dal quale è partita la
predica. Steve Jobs rappresenta Apple, che con il negozio online iTunes è il
gigante del mercato della musica venduta legalmente in Rete, con l’88% delle
vendite USA (dati
2006). Due miliardi di canzoni vendute dal 2003 a oggi non sono noccioline. Il
servizio iTunes ha il grandissimo merito di aver sbugiardato i discografici
che pensavano che la musica venduta online non avesse futuro perché i
consumatori sono disonesti, e non è un merito trascurabile. Ma tutta la musica
venduta da iTunes è lucchettata con sistemi anticopia. Non è quindi un
controsenso che sia proprio Steve Jobs a chiedere l’eliminazione dei sistemi
anticopia?

Jobs si difende dicendo che l’anticopia gliel’hanno imposto Sony BMG,
Universal, Warner ed EMI, che secondo i dati forniti da Jobs stesso
controllano la distribuzione di oltre il 70% della musica di tutto il mondo.
Se dipendesse da lui, Apple rinuncerebbe all’anticopia
“in un batter d’occhio”, senza
esitazioni, perché questa sarebbe
“la migliore alternativa per i consumatori”. Le altre alternative prospettate sono lo status quo (sistemi anticopia
incompatibili che legano l’utente a una specifica marca o gamma di lettori, il
cosiddetto vendor lock-in) oppure la
condivisione del sistema anticopia Apple con gli altri venditori di musica
protetta (la cosiddetta
interoperabilità).

Ma come, Jobs non teme di vedersi crollare il mercato delle vendite degli
iPod? Dopotutto quei due miliardi di brani lucchettati da iTunes oggi
funzionano soltanto sugli iPod. Se domani fossero privi di lucchetti, o se i
lucchetti fossero apribili anche con lettori meno costosi di altre marche, ci
sarebbe poco incentivo a comperare i lettori Apple. No?

No, dice il boss di Apple. Sono stati venduti 90 milioni di iPod, per cui in
media le canzoni lucchettate presenti su un iPod sono soltanto ventidue. Tutte
le altre (e un iPod recente ne contiene un migliaio) sono prive di protezione
DRM. Il messaggio subliminale di Jobs è che la gente compra gli iPod perché
sono fighissimi, non perché è obbligata dai sistemi anticopia.

C’è un errore in questo calcolo: l’assunto che tutti e 90 milioni di iPod
venduti dal 2001 a oggi siano ancora vivi e vegeti, quando sappiamo benissimo
che per motivi di obsolescenza tecnologica, di invecchiamento della batteria,
di maltrattamento e di caccia al
trendy, i vecchi iPod sono in buona
parte defunti.

Tuttavia le vendite recenti sono state talmente spropositate rispetto agli
anni passati (60 milioni di pezzi soltanto da gennaio 2006, secondo i dati di
vendita compilati da
Wikipedia)
che il calcolo di Jobs rimane spannometricamente accettabile ma va rivisto
verso l’alto. Le canzoni lucchettate sugli iPod sono in media qualche decina.
E trenta o quaranta euro da buttare via in caso di migrazione ad un’altra
marca di lettore, più il disagio di doversi ricomprare da capo tutta la musica
protetta, sono un incentivo tutt’altro che trascurabile a restare fedeli alla
Mela. Il vendor lock-in c’è, e Jobs
gioca con le cifre per minimizzarlo.

E’ per questo che neanche ai consumatori onesti piace il DRM: li punisce anche
quando non violano la legge e limita la loro libertà di scelta. Il DRM di
Apple, benché sia ritenuto “liberale” rispetto ad altri (si fa chiamare
addirittura FairPlay), è l’equivalente
di un disco che suona soltanto su un giradischi della Philips ma non sui
giradischi di nessun’altra marca. O di un’autostrada fruibile soltanto dalle
Porsche Cayenne.

Ma allora perché Jobs cerca di minimizzare l’importanza del suo DRM nel
successo di iPod e iTunes e scarica la questione sulle case discografiche? Una
possibile spiegazione è che Apple è impegolata in questo momento con varie
azioni legali in Europa: Germania, Francia, Norvegia e Olanda ritengono che
FairPlay, funzionando soltanto sui lettori Apple, sia incompatibile con la
libera concorrenza, come nota il sito specializzato in questioni d’informatica
giuridica
Findlaw. E in Italia c’è l’esposto di Altroconsumo
all’Antitrust. Questo è un danno d’immagine notevole per Apple, che ama
presentarsi come amica degli utenti e maestra nell’offrire prodotti facili da
usare. Dando la colpa ai discografici, Jobs cerca di salvare quest’immagine.

La spiegazione suona piuttosto plausibile se si considera l’obiezione di Jobs
all’idea di adottare un sistema anticopia unico per tutti i lettori di ogni
marca o di concedere ad altri produttori di lettori l’uso di FairPlay:

“concedere in licenza un sistema DRM richiede che si rivelino alcuni dei suoi
segreti a molte persone in molte aziende, e la storia c’insegna che questi
segreti inevitabilmente sfuggono di mano… Correggere con successo [una fuga
di segreti] richiede il potenziamento del software del negozio di musica
online, del software di gestione della musica degli utenti e del software dei
lettori, dotandoli di nuovi segreti; poi occorre trasferire questo software
aggiornato alle decine (o centinaia) di milioni di Mac, PC Windows e lettori
già in uso. Tutto questo va fatto rapidamente e in maniera altamente
coordinata: un’impresa molto difficile quando tutti i pezzi sono in mano ad
un’unica azienda, ma quasi impossibile se più società controllano pezzi
separati del puzzle e tutte devono agire all’unisono per correggere la falla.”

Jobs dice che anche Microsoft sta facendo la stessa cosa, ossia adottando un
sistema DRM (quello di Zune) di cui controlla tutti gli elementi, senza
concederli in licenza a terzi. Sono obiezioni abbastanza deboli. La prima è
smentita dall’esistenza di segreti larghissimamente condivisi: basti pensare
al DRM usato per i telefonini, per esempio per la musica, i programmi TV o le
suonerie. La seconda suona molto come una ripicca: certo, io sono
anticoncorrenziale, ma anche zio Bill lo è. Ve la prendete con me perché sono
piccolo (no, Steve, ce la prendiamo con te perché hai oltre l’80% del mercato
dei lettori, mentre Microsoft non conta nulla in questo campo).

Un’altra considerazione che fa dubitare delle motivazioni apparentemente
disinteressante di Jobs è che invoca la fine del DRM soltanto sulla
musica, ma non sui film. Visto che
Jobs è il più grande azionista individuale della Pixar, quella di
Toy Story, Monsters & Co, Gli Incredibili, Cars
e Alla Ricerca di Nemo, è una
distinzione piuttosto curiosa.

Si direbbe, insomma, che Jobs stia invocando la fine del DRM per un proprio
tornaconto: così può presentarsi come paladino dei consumatori e passare la
patata bollente del DRM e della concorrenza sleale alle case discografiche,
che tanto sono già impopolari. Inoltre confida che l’iPod si venda lo stesso
anche senza il guinzaglio dell’anticopia. Meglio rischiare un possibile calo
di vendite che vedersi escluso dal mercato in quattro paesi europei (col
pericolo che altri seguano a ruota).

Ma i discografici non la bevono. Prima di parlarne, però, vale la pena di
soffermarsi su una considerazione di Jobs che nasce sì dal suo tornaconto, ma
tocca un tasto molto valido lo stesso: la totale inutilità, per i
discografici, dei sistemi anticopia.

“Perché le quattro grandi case discografiche dovrebbero permettere ad Apple e
agli altri di distribuire la loro musica senza usare sistemi DRM per
proteggerla? La risposta più semplice è che i DRM non hanno funzionato, e
forse non funzioneranno mai, come freno alla pirateria. Anche se le quattro
grandi case discografiche esigono che tutta la loro musica venduta in Rete sia
protetta da DRM, quelle stesse case discografiche continuano a vendere ogni
anno miliardi di CD che contengono musica completamente priva di protezioni…
Nel 2006, i vari negozi online hanno venduto nel mondo due miliardi di brani
protetti da DRM, mentre le case discografiche stesse hanno venduto su CD oltre
venti miliardi di canzoni completamente prive di DRM e senza protezioni…
Allora, se le case discografiche vendono oltre il 90% della propria musica
senza DRM, che beneficio ricavano dal vendere la piccola percentuale restante
vincolandola con un sistema DRM?”

Questo è un assurdo perfettamente condivisibile, di cui si parla in Rete da
anni. Va precisato che le case discografiche hanno tentato a più riprese di
vendere “CD” con protezioni anticopia, ma i risultati sono stati disastrosi,
come ben sa Sony. Bisogna però che ne parli uno come Jobs affinché i discografici ascoltino e
magari comincino a riflettere. A prescindere dai motivi per cui ne parla, Jobs
è effettivamente riuscito a suscitare un dibattito e a dire quello che nessuno
osava dire per non essere tacciato di favoreggiamento della pirateria
musicale: il DRM fa male alla musica, ed è una fregatura per tutti. Quindi è
ora di sbarazzarsene. E lo stesso vale anche per film e altri contenuti
multimediali, come scopriranno ben presto i legittimi acquirenti di Blu-Ray e
HD-DVD.

La lista dei benefici dell’eliminazione del DRM per gli utenti onesti è
notevole:

  • Eliminato il vendor lock-in. Se
    domani voglio prendere un lettore di un’altra marca, lo posso fare e
    copiarci tutta la musica che avevo sul lettore precedente.
  • Eliminata la complicatissima gestione delle licenze digitali. Migrare la
    propria musica legalmente acquistata da un computer a un altro è come
    copiare dei normali file. Non occorre più fare riattivazioni, riabilitazioni
    e quant’altro.
  • La musica acquistata è per sempre. Scompare il rischio di trovarsi con un
    pugno di bit illeggibili perché il gestore del sistema DRM ha deciso di
    cambiare sistema (come ha fatto Microsoft) o non esiste più o non fornisce
    software aggiornato.
  • Usare legalmente la musica acquistata diventa facile come usare quella
    scaricata a scrocco, col vantaggio che la qualità della musica acquistata è
    garantita. Basta MP3 rippati da dilettanti che usano codec e bitrate
    squallidi o etichettano le canzoni coi nomi sbagliati.
  • Condividere la musica con la famiglia è più facile. Non occorre più fare i
    salti mortali per dare ai figli una copia di una canzone da mettere nel
    proprio telefonino o lettore MP3.
  • Creare una rete domestica di diffusione della musica digitale è più facile
    perché non ci sono lucchetti, autorizzazioni e limiti da gestire.

I discografici, dicevo, non la bevono. La Warner ha
detto
chiaro e tondo, per bocca del suo boss Edgar Bronfman, che l’idea di Jobs è
“totalmente priva di merito”. E
sull’assurdo dei CD venduti senza protezioni, Bronfman ribatte che
“l’idea che la musica non meriti la stessa tutela del software, dei film,
dei videogame o di altre proprietà intellettuali semplicemente perché nel
mondo fisico esiste un prodotto obsoleto non protetto è completamente priva
di logica o di merito”
. Avete capito? Il CD, quello che vende venti miliardi di canzoni l’anno, è
un “prodotto obsoleto” (per la precisione, Bronfman parla di
legacy product). Sarà.

La FIMI, invece, ha le idee un po’ confuse, almeno stando a quanto riferito da
Visionblog.it: Enzo Mazza, presidente della FIMI, dice che
“Steve Jobs omette il fatto che le case discografiche non hanno mai chiesto
che i DRM fossero chiusi”
, e fin qui nessun problema, ma poi giustifica l’uso del DRM dicendo che
“Alle case discografiche i Drm servono esclusivamente come strumento per la
gestione dei diritti d’autore, per sapere quante copie vengono vendute e
come ripagare gli autori.”

Questa è una baggianata. Il DRM non è un contacopie. Per sapere quante volte
viene scaricata una canzone si usano i log dei server, si usa un contatore
software, si usano mille altre tecniche, ma non c’è nessuna ragione per usare
gli attuali sistemi DRM, che sono invece dei
bloccacopie (esistono anche i sistemi
DRM di watermarking, che hanno
funzioni differenti, ma questa è un’altra storia). Servono a limitare dove e
come viene usato un brano scaricato.

Stupisce che il presidente della Federazione Industria Musicale Italiana non
comprenda un concetto basilare come questo. Confido nell’errore di
trascrizione, perché altrimenti c’è da preoccuparsi, però vedo che anche a
Punto Informatico
Mazza ha espresso un concetto analogo (“Ma le protezioni sono solo un pezzo del DRM, uno strumento che consente di
associare dati ed informazioni ai contenuti distribuiti, quindi di sapere
cosa e quanto circola”
). Mah.

Quello che più mi preoccupa è questa frase di Mazza:
“Il domani non è il possesso dei contenuti, ma è il loro accesso, è la
licenza per l’accesso ai contenuti che si desiderano in qualsiasi modo e
momento, e indipendentemente dalla piattaforma.”

Immaginate questa frase applicata a un libro. Il futuro auspicato da Mazza è
un mondo in cui le persone non hanno il diritto di
possedere un libro, ma soltanto quello
di accedervi, dietro pagamento di
licenza e presentazione di documento d’identità, e soltanto se e quando i
titolari della licenza lo vorranno. Il giorno che non vorranno più che
leggiate un certo libro perché scomodo o sgradito al governo o all’ideologia
di turno, il libro non sarà più accessibile. Questo diritto eterno, imposto
tramite la tecnologia, non solo va contro il diritto d’autore, che ha una data
di scadenza ben precisa (anche se lunga, ce l’ha), ma ha un sapore
totalitario. Forse dovrei mandare a Mazza una copia di
Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. Anche
in quel romanzo, possedere libri era un reato.

Allora, molto rumore per nulla? Ognuno suona la propria campana e noi ci
dobbiamo sorbire la cacofonia conseguente? Dipende. C’è forse una casa
discografica che ha visto la luce in fondo al tunnel e ha capito che non è
quella di un treno di pirati che le viene incontro. La EMI, dice USA Today,
sta seriamente
valutando
l’idea di vendere la musica in Rete senza DRM. E Yahoo prevede che entro
Natale la maggior parte del suo catalogo musicale online sarà privo di
lucchetti.

“Le etichette discografiche capiscono che il DRM deve sparire: non è che
una tassa sui consumatori digitali”

dice Dave Goldberg, general manager di
Yahoo Music, prevedendo un aumento del 15-20% se le canzoni sono acquistabili
senza DRM. Il mio
mini-sondaggio
informale sembra indicare che la sua previsione di maggiore propensione
all’acquisto sia azzeccata: al momento in cui scrivo, il 50% dei lettori
dichiara che comprerebbe più musica se non ci fosse il DRM, e solo il 5% dice
che la scroccherebbe di più.

Un analista della Forrester Research, citato sempre da
USA Today, incoraggia EMI in modo sensato e pragmatico:
“La EMI non avrebbe motivo di preoccuparsi dei pirati, perché chiunque
voglia piratare la musica lo sta già facendo. Il cliente pagante è
tutt’altra razza.

Appunto. Sono anni che lo diciamo. Magari i tempi sono maturi per far
finalmente scendere dal pero anche le altre etichette discografiche. Steve
Jobs propone ai consumatori di chiedere ai discografici di dare un taglio al
DRM: armiamoci e partite, insomma. Io vorrei andare un po’ più in là: mi
impegno qui a comperare duecento euro di musica online senza DRM dalla prima
major discografica che rinuncerà ai sistemi anticopia. Qualcun altro si
associa?

Rick Astley invade gli iPhone sbloccati

Rick Astley invade gli iPhone sbloccati

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Finalmente un virus anche per iPhone. Perché lasciare agli altri tutto il divertimento di avere uno sconosciuto che ti entra nel telefono e gli fa fare quello che gli pare? Ora anche gli utenti del cellulare feticcio di Apple (che è un buon telefonino, ma non tanto da venerarlo come fanno alcuni, specialmente chi non ce l’ha) possono vedere soddisfatta questa lacuna.

Arriva infatti dall’Australia un vero e proprio worm autopropagante: ogni iPhone infetto cerca altri iPhone attraverso la rete telefonica e si installa in quelli che trova. Ma il titolo di Apple in borsa non è precipitato e non c’è alcuna pandemia cellulare, perché il worm ha i denti limati.

Infatti funziona soltanto sugli iPhone ai quali è stato applicato un jailbreak, letteralmente una “fuga dal carcere”, ossia ai quali è stata rimossa la protezione messa da Apple per bloccarne alcune funzionalità e vietare all’utente di installare software non approvato dalla società della mela morsicata. E fra gli iPhone con jailbreak, colpisce soltanto quelli ai quali è stato installato il programma SSH e non è stata cambiata la password di amministratore supersegreta, ossia alpine. State cominciando a sbadigliare?

Ma Graham Cluley di Sophos procede inesorabile nella descrizione di quello che si candida ad essere il worm più fiacco della storia: vale la pena parlarne lo stesso, perché oltre a essere un proof of concept (una dimostrazione di fattibilità) mi offre lo spunto per raccontare un po’ di folklore internettiano.

L’unico danno che fa questo programma autoreplicante, infatti, è cambiare lo sfondo dell’iPhone infettato, mettendovi una foto del cantante Rick Astley e la dicitura “ikee is never going to give you up”. Un chiaro riferimento a una delle canzoni di maggior successo di Astley, Never Gonna Give You Up, annata 1987, ma un chiarissimo messaggio per i conoscitori del folklore di Internet: il worm è un rickroll, ossia una presa in giro, secondo una tradizione scoppiata nel 2007.

Il rickroll consiste nel fornire, durante una conversazione online, un link che sembra portare a qualcosa di altamente desiderato o provocatorio (per esempio il celebre video in cui Carla Bruni si sfila le mutandine e le porge maliziosamente a Sarkozy durante una funzione pubblica, credendo di non essere ripresa) ma che in realtà porta al video della canzone di Rick Astley. L’arte del rickroll sta nel creare una descrizione del link che contiene un vago indizio della sua natura burlesca, che verrà ignorato a causa della concitazione e del desiderio evocati dalla descrizione stessa. Il divertimento sta nel vedere quanta gente ci casca. Tanta, a quanto pare: il video di Astley su YouTube usato solitamente per i rickroll ha superato quota 21 milioni di visioni.

Ma torniamo alla parte tecnica del worm. Non ci sono per ora segnalazioni di infezioni al di fuori dell’Australia; non funziona sugli iPhone e iPod touch non sbloccati (senza jailbreak); richiede che sia installato SSH e che non sia stata cambiata la password di default. Se riesce a installarsi, cerca altri iPhone nelle stesse condizioni e li infetta. L’analisi di Sophos indica che si tratta di un worm dimostrativo sostanzialmente innocuo, ma nulla vieta di usarne il canovaccio per creare versioni più aggressive.

Va detto che cambiare lo sfondo del cellulare è comunque un’intrusione non autorizzata in un dispositivo informatico, ossia un reato punibile in molti paesi, e può avere un costo non banale, sia per ripristinare lo sfondo desiderato, sia per la paura di furto di dati che può evocare. È comunque un forte richiamo a fare attenzione quando si modifica un apparecchio: se non si sa esattamente cosa si sta facendo, c’è il rischio di farsi male esponendosi inconsapevolmente ad attacchi ben più gravi di un video degli anni Ottanta che parte a sorpresa.

iPhone, pronta la patch PDF, niente jailbreak facile

iPhone, pronta la patch PDF, niente jailbreak facile

Credit: mwilkie.

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

L’11 agosto Apple ha rilasciato di gran carriera gli aggiornamenti del sistema operativo iOS per iPhone/iPod Touch e iPad che chiudono la grave falla, scoperta pochi giorni fa, che consentiva di infettare questi dispositivi semplicemente scaricando e visualizzando un documento PDF. Turando la falla, però, diventa inservibile il servizio di sblocco (jailbreak) veloce e facile offerto da Jailbreakme.com, che si basava appunto sull’uso di questa vulnerabilità a fin di bene.

Gli aggiornamenti compaiono esclusivamente sul programma iTunes e non apportano altre modifiche o novità, per cui chi avesse sbloccato il proprio dispositivo può in teoria anche evitare di aggiornarlo, purché si ricordi che rischia di essere infettato se incontra e apre un documento PDF ostile. Il breve avviso tecnico di Apple è consultabile qui (iPhone/iPod) e qui (iPad).

Preparatevi a uno scaricamento piuttosto consistente: secondo The Unofficial Apple Weblog, l’aggiornamento per iPhone/iPod è di ben 580 megabyte e quello per l’iPad è di 475 megabyte. Sono inclusi nel rattoppo gli iPhone dal 3G in poi e gli iPod touch dalla seconda generazione in avanti.

Se avete un iPhone o iPod delle generazioni precedenti, Apple non ha rimedi per voi. Come segnalato nei commenti, se volete proteggervi contro la falla PDF dovete ricorrere al jailbreak e all’applicazione PDF Patch che trovate visitando Cydia con il vostro dispositivo. Come è capitato a me con il mio iPod touch, modello MA623LL. Grazie Apple.

Ah, se fate un jailbreak, non dimenticate di cambiare la password di root. Quella predefinita è alpine. Le istruzioni sono sempre su Cydia.



Fonti aggiuntive: Engadget, Gizmodo, ZDNet, Sophos, Intego.

Controlli parentali, terza parte: iPhone, iPad, iPod

Controlli parentali, terza parte: iPhone, iPad, iPod


Se avete affidato ai figli un dispositivo iOS (iPhone, iPad o iPod) ma volete mettere dei limiti al suo uso, il software preinstallato offre parecchie opzioni. Per prima cosa occorre andare in Impostazioni – Generali – Restrizioni – Abilita restrizioni e impostare un PIN di quattro cifre che protegga le vostre scelte di restrizione.

Fatto questo, potete selezionare quali applicazioni limitare: per esempio, potete bloccare l’accesso a Safari, alla fotocamera, a Siri, al negozio di iTunes. Avete anche la possibilità di vietare l’installazione e disinstallazione di app e gli acquisti in-app. Potete impostare i tipi di contenuti, per esempio limitando la visione dei film, dei programmi TV e altro ancora in base all’età consigliata (la restrizione si applica soltanto ai contenuti legalmente acquistati che supportano questa funzione).

Nella sezione Siti Web potete bloccare l’accesso a tutti i siti, limitare i contenuti per adulti (non è un sistema perfetto, ma ci prova) oppure bloccare l’accesso a siti specifici. In Foto potete regolare l’accesso delle app alle foto memorizzate sul dispositivo e in Localizzazione potete decidere se consentire al minore di attivarla o disattivarla e quali app possono accedere a quest’informazione.

Infine, Partite multigiocatore consente di vietare (appunto) i giochi con più giocatori (per evitare incontri con bulli e molestatori) e Utilizzo dati cellulare permette di vietare l’uso della trasmissione dati per accedere a Internet.

C’è molto altro, descritto in questa pagina di aiuto di Apple in italiano, e il tutto è appunto protetto dal PIN, per cui assicuratevi di tenerlo ben segreto, cambiatelo periodicamente e segnatevelo: se lo dimenticate dovrete azzerare (inizializzare) il dispositivo, col rischio di perdere tutti i dati non salvati altrove.

Se però volete porre limiti di tempo o di orario, vi serve un’applicazione supplementare, come per esempio Curbi. L’app è in prova gratuita per due settimane ma l’uso mensile si paga (6,99 euro / 7 franchi) e bisogna destreggiarsi con l’inglese (non c’è una traduzione in italiano). Se superate questi ostacoli, però, avete la possibilità di impostare appunto orari e tempi di utilizzo, ricevere via mail un rapporto settimanale dettagliato di utilizzo del dispositivo e gestire il dispositivo direttamente dal vostro iPhone, iPad o computer, filtrare la navigazione, sapere quali app sono installate, consentire o meno l’accesso a Internet e altro ancora.

Curbi ha delle particolarità che è meglio conoscere: per esempio, per motivi tecnici sovrastima di una decina di minuti i tempi di utilizzo delle app e segnala app che non conoscete e non avete installato (si tratta del software che visualizza le pubblicità nelle app normali). Inoltre non blocca l’uso di app o giochi che non richiedono l’accesso a Internet, e può essere rimossa (però la si può combinare con le Restrizioni preinstallate per risolvere questi problemi).

Naturalmente tutto questo non vale se l’adorabile creatura ha craccato o fatto il jailbreak del dispositivo: ma in questo caso la soluzione non è tecnologica e ci vuole una sana chiacchierata a tu per tu. I rischi del crack o jailbreak saranno l’argomento della prossima puntata.

Non impostate la data del vostro iPhone all’1/1/1970

Non impostate la data del vostro iPhone all’1/1/1970

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2016/02/19 8:15.

Durante la puntata precedente del Disinformatico radiofonico su ReteTre è arrivata in diretta la segnalazione di un ascoltatore, Benat, che diceva che stava circolando un messaggio che invitava i proprietari di iPhone a impostare la data dell’1/1/1970 e riavviarlo per ricevere un “uovo di Pasqua” ma era in realtà un inganno piuttosto pesante: chi seguiva quest’invito si trovava con lo smartphone completamente bloccato e impossibile da riavviare o ripristinare. L’unico rimedio era riportarlo a un negozio per l’assistenza tecnica. Durante la diretta non c’è stato tempo di verificare la segnalazione, per cui ho promesso di parlarne nella puntata successiva e di scriverne qui.

L’inganno è reale, quindi non impostate il vostro iPhone al primo gennaio 1970: se è un modello 5s o superiore, dopo un riavvio si bloccherà completamente. La stessa avvertenza vale per gli iPad Air e iPad Mini 2 e per gli iPod touch di sesta generazione. Apple raccomanda di non impostare date di maggio 1970 o precedenti e dice che un aggiornamento software imminente permetterà di prevenire il problema.

L’unico modo noto finora per sbloccare un dispositivo bloccato in questa maniera è lasciare che la sua batteria si scarichi completamente, oppure aprirlo (cosa non facile) e scollegare la batteria.

Lo scherzo è nato presso 4chan, famoso (o famigerato) luogo online di raduno di internauti che hanno una propensione per le provocazioni, le trasgressioni e gli scherzi di dubbio gusto.

Ma perché gli iCosi hanno questo strano comportamento? E come mai ce l’hanno soltanto certi modelli? La spiegazione esatta è per ora ignota, ma è presumibilmente legata a due fatti indiscussi: il primo è che tutti i dispositivi colpiti hanno processori a 64 bit e il secondo è che l’1/1/1970 non è una data a caso ma è il giorno d’inizio della cosiddetta epoca Unix, ossia è la data dalla quale i sistemi operativi basati su Unix (come appunto iOS) iniziano per convenzione a contare il tempo, rappresentandolo come il numero di secondi trascorso da allora (per la precisione dalle 0:00:00 dell’1/1/1970).

In attesa di eventuali chiarimenti da Apple, la teoria prevalente sul problema di data degli iCosi è quindi che le loro versioni a 64 bit sbagliano a gestire i calcoli del tempo quando la data è vicina allo zero dell’epoca Unix. Tom Scott ipotizza che ci sia di mezzo un integer underflow: una sorta di millennium bug legato alla gestione delle date in Unix. Comunque stiano le cose, lasciate stare la data del vostro dispositivo: il tempo è una cosa seria.

Fonti aggiuntive: Gizmodo, Catb.org, Apple, Ars Technica.

“Oleg Pliss” blocca iPhone, iPod e iPad, poi chiede riscatto per sbloccarli

“Oleg Pliss” blocca iPhone, iPod e iPad, poi chiede riscatto per sbloccarli

Numerosi utenti, principalmente in Australia e negli Stati Uniti, si sono trovati con gli iPhone, iPad e iPod touch bloccati da un messaggio che chiede un riscatto di cinquanta o cento dollari o euro per sbloccarli. La richiesta è accompagnata dall’avviso “Device hacked by Oleg Pliss”. Il riscatto va inviato, stando alle istruzioni, a un indirizzo di mail di Hotmail, usando un codice di sistemi di pagamento online come Moneypack, Ukash o PaySafeCard; in altri casi va inviato a un account PayPal, che però risulta inesistente.

Il trucco usato in questo caso è particolarmente crudele: il fantomatico Oleg Pliss, infatti, utilizza alla rovescia la funzione Trova il mio iPhone (o iPad o iPod) offerta da Apple. Normalmente questa funzione viene usata quando il dispositivo viene smarrito o rubato e il proprietario vuole bloccarlo in modo da renderlo inservibile o perlomeno bloccare l’accesso ai dati contenuti nel dispositivo stesso. Oleg Pliss, invece, ha trovato il modo di attivare quest’antifurto (probabilmente violando gli account iCloud degli utenti) e di bloccare il dispositivo con un codice di sblocco che solo lui conosce, potendo così chiedere un riscatto per rivelare al legittimo proprietario il codice in questione.

Se vi capita un attacco di questo tipo, potete provare a cambiare i dati dell’Apple ID associato al dispositivo. Un’altra strada è fare un azzeramento del dispositivo, con conseguente perdita dei dati se non ne avete una copia di scorta.

La prevenzione, invece, richiede l’uso di password lunghe e uniche sugli account iCloud e l’attivazione della verifica in due passaggi (o autenticazione a due fattori, che impedisce a un aggressore di cambiare le impostazioni se viola un account): due precauzioni che è comunque saggio adottare a prescindere da questo attacco specifico.


Fonti: Sophos, Ars Technica.

iPhone, iPad, iPod touch: come bloccare l’installazione app e gli acquisti in-app

iPhone, iPad, iPod touch: come bloccare l’installazione app e gli acquisti in-app

Ho ricevuto parecchie richieste, principalmente da genitori preoccupati, di descrivere in dettaglio come si impediscono l’installazione di app e gli acquisti in-app su iPhone, iPad e iPod touch. L’ansia generata dalla bufala di Talking Angela, i frequenti casi di addebiti inattesi per acquisti in-app sulla carta di credito associata all’iDispositivo e il risarcimento di 32 milioni di dollari da parte di Apple per acquisti in-app ingannevoli stanno finalmente attirando l’attenzione sul fatto che lasciare in mano a un bambino un dispositivo complesso dal quale è facile prelevare denaro con l’inganno non è una buona idea.

La descrizione seguente si riferisce a un iPad con iOS7, ma il principio generale vale anche per gli altri iDispositivi.

La prima cosa da fare è andare all’icona Impostazioni, scegliere Generali e poi Restrizioni. Poi bisogna abilitare le restrizioni, toccando Abilita restrizioni. Questo fa comparire la richiesta di un PIN di quattro cifre, che sarà noto soltanto al genitore e che non deve essere ovvio (niente data di nascita e niente 0000 o 1234 e simili). Quando lo impostate, il PIN va immesso due volte, per sicurezza.

A questo punto disattivate iTunes Store, iBooks Store, Installazione app, Eliminazione app e Acquisti In-App. Fra l’altro, già che ci siete, se preferite inibire anche le fotocamere integrate nell’iPad / iPod / iPhone, potete farlo qui disattivando Fotocamera e/o Facetime.

Per gli acquisti in-app è inoltre prudente, come ulteriore protezione, attivare la richiesta di password a ogni acquisto, invece di ogni 15 minuti: gli acquisti dovrebbero essere comunque bloccati, ma è meglio mettere una barriera in più. Andate in Impostazioni, Generali, Restrizioni, digitate il PIN e toccate Richiedi password. Qui potete toccare Subito e il gioco è fatto.

Se qualcuno tenta di indovinare il PIN, dopo sei tentativi falliti il dispositivo si blocca per un minuto. Passato il minuto, si ha una sola possibilità di ritentare e poi il dispositivo si blocca per cinque minuti.

iPhone OS4 in sintesi

iPhone OS4 in sintesi

Multitasking (o quasi) in arrivo per l’iPhone, poi per l’iPad

Qualche appunto veloce sul nuovo sistema operativo per iPhone, iPod e iPad, presentato oggi da Apple. Scrivo sulla base del liveblogging di Gizmodo e ZDNet, al quale rimando per i dettagli (anche qui, con video demo di multitasking).

Apple dichiara 450.000 iPad venduti fino a questo momento.

Il 64% dell’uso di browser mobili in USA è dell’iPhone, di cui sono stati venduti nel mondo 50 milioni di esemplari, più 35 di iPod touch. Sembra un numero molto grande, ma facendo due conti salta fuori che si tratta del 13% degli smartphone venduti nel mondo da quando esiste l’iPhone.

Note: L’iPhone fu introdotto a giugno 2007. Le vendite di smartphone da allora ammontano a 372 milioni di pezzi: 172 nel 2009, 139 nel 2008, 122 nel 2007 (GartnerGartner). Ho dimezzato il totale 2007 per tenere conto dei sei mesi di disponibilità dell’iPhone.

Il nuovo sistema operativo, iPhone OS 4, sarà disponibile al pubblico “quest’estate”: l’anteprima per gli sviluppatori viene rilasciata oggi. Sarà disponibile sull’iPad dall’autunno di quest’anno. Non funzionerà sugli iPhone e iPod touch più vecchi: per avere le funzionalità complete di OS 4 occorrerà un iPhone 3GS o superiore oppure un iPod touch di terza generazione; su iPhone 3G e iPod touch di seconda generazione le nuove funzioni saranno usabili solo in parte; tutti i modelli precedenti non saranno compatibili.

Multitasking. Senza aumento significativo dei consumi di batteria e accessibile con due pressioni sul tasto home. È un ibrido di multitasking vero e task switching: audio, VOIP, localizzazione e altri servizi funzionano anche in background, per cui per esempio si può usare Skype intanto che si consulta un’altra applicazione, per esempio, e alcune applicazioni possono terminare un’operazione in corso anche mentre l’utente ne usa un’altra (upload di foto, per esempio), ma per il resto le applicazioni vengono “congelate” (salvandone lo stato) per poi rientrarvi: non proseguono l’esecuzione. Astuto. Il multitasking non funzionerà sull’iPhone 3G e sull’iPod touch di seconda generazione: richiederà l’iPhone 3GS o l’iPod touch di terza generazione.

Supporto per tastiere esterne Bluetooth. Ottima idea. Così sarà possibile immettere molto più agevolmente grandi quantità di testo.

Pubblicità integrate nelle applicazioni. La soluzione per gli spot proposta da Apple si chiama iAd (da non confondere con iPad e iPod): pubblicità dentro le applicazioni, come banner cliccabili che si espandono in animazioni e informazioni interattive. Tutto in HTML5. Viene fatto l’esempio di mettere uno spot ogni 3 minuti in un’applicazione, così l’applicazione è gratuita ma lo sviluppatore guadagna (insieme ad Apple, che si prende il 40%). Uno spot ogni tre minuti? Spero sia una battuta.

Altre cose interessanti. Cartelle per organizzare le applicazioni, Mail migliorato, supporto per iBooks (il negozio di libri digitali di Apple) con condivisione e sincronizzazione segnalibri fra iPhone e iPad di uno stesso utente, cifratura di mail e allegati, distribuzione di applicazioni anche senza passare per iTunes (svincolerà in parte iPad da un computer?), supporto per SSL. Niente supporto per Java o Flash, e niente applicazioni osé o non benedette da Apple.

Anche il Disinformatico ha la sua App

Anche il Disinformatico ha la sua App

iDisinformatico

Messaggio autopromozionale: è disponibile da subito gratuitamente l’applicazione per dispositivi Apple che consente di ascoltare la diretta della Rete Tre della RSI (Radio Svizzera di lingua italiana), compreso il Disinformatico in edizione radiofonica del venerdì mattina, sull’iPhone, sull’iPod touch e sull’iPad.

Per ottenerla, lanciate iTunes e scegliete l’App Store, sul vostro computer o sul vostro iPhone/iPod touch/iPad, e cercate “Rete Tre”; oppure andate dritti a questo link, scaricate e installate. Funziona anche su iPod Touch e iPad via Wifi, e include anche altre trasmissioni della RSI: Liberalauto e Baobab. C’è un Link diretto al blog che state leggendo, al palinsesto dei programmi, all’elenco delle canzoni in onda, e alla mail per inviare un messaggio alla diretta di Retetre.

Grazie a Google Alerts ho scoperto inoltre che esiste un gadget di Google per questo blog: si chiama, indovinate un po’, il Disinformatico. L’ha realizzato FacileGadget.it, ma non so altro.

Le novità di Apple

Le novità di Apple

È arrivato l’iPad mini. E telefona pure

Qualche nota molto veloce sulla presentazione del nuovo iPhone e delle altre novità di Apple.

Se ho capito bene leggendo i liveblogging dei vari siti che erano al WWDC (Engadget, Gizmodo, ZDNet e altri), ci saranno due tipi di applicazioni installabili su iPad, iPhone e iPod touch: quelle normali, che come oggi dovranno avere l’approvazione di Apple, e quelle in HTML5, che invece non avranno vincoli o controlli. Una novità molto positiva, se confermata.

Arriva il negozio iBooks anche per l’iPhone: acquisti effettuabili direttamente, senza passare da un computer (era ora). Si acquista una volta sola, si legge su più dispositivi, con sincronizzazione segnalibri e note. Carino.

Il nuovo iPhone 4: maggiore autonomia, più sottile (9,3 mm), vetro davanti e dietro, telecamera anteriore, fotocamera/telecamera e flash LED sul retro, display da 960×640 pixel e 3,5 pollici, 326 pixel per pollice. Come l’iPad, adotta la microSIM. Come l’Ipad, ha un processore A4. Come l’iPad, ha un display IPS. 7,2/6,8 Mbps download/upload (teorici). Giroscopio a tre assi. Fotocamera da 5 megapixel che fa video HD a 30 fps. Videochiamate, finalmente: ma solo via Wifi, su standard aperto. Preordinazioni a partire dal 15 giugno; in vendita nei negozi USA dal 24. In vendita in Italia e Svizzera a luglio.

Il sistema operativo è ribattezzato iOS4 e copre iPad, iPhone e iPod Touch; un ecosistema che, secondo Jobs, conta 100 milioni di dispositivi. Aggiornabili gratis dal 21 giugno tutti gli iPhone 3GS e 3G (quest’ultimo senza alcune funzioni non supportate) e per gli iPod touch, prima generazione esclusa.

In conclusione: è il momento ideale per approfittare della smania di upgrade degli iFan di Apple e comperare da loro per due soldi gli iPhone 3GS di cui vorranno sbarazzarsi per passare al nuovo gioiello.