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Qtrax, annuncio in odor di bufala

Qtrax, annuncio in odor di bufala

Musica legale gratis in cambio di pubblicità? I giornali abboccano a Qtrax

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Sono rimasto colpito dall’incredibile quantità di pagine di giornale (qui e qui, per esempio, Repubblica; qui Wired; qui il Times) dedicate all’annuncio di Qtrax, secondo il quale la società avrebbe reso legalmente scaricabile gratis, in cambio di spot visualizzati sullo schermo del computer degli utenti, la musica delle principali case discografiche. Ben 30 milioni di brani, diceva Qtrax.

Peccato che dietro l’annuncio al MIDEM ci sia in realtà il vuoto pneumatico e pochissimi fra i giornalisti dei media tradizionali abbiano pensato di chiedere un riscontro alle dirette interessate: le case discografiche, appunto. Lo hanno fatto invece The Register e la BBC, col risultato che Warner, EMI e Universal hanno dichiarato di non aver concesso alcuna licenza a Qtrax. Sony BMG non ha rilasciato dichiarazioni.

Il boss di Qtrax, Allan Klepfisz, ha risposto che gli accordi erano in fase di definizione. Ma, guarda un po’, lo ha detto dopo la smentita delle major. Ma allora perché Qtrax ha annunciato gli accordi di licenza come se fossero già cosa fatta?

C’è di peggio. Qtrax dice che le sue canzoni saranno lucchettate con il DRM e funzioneranno (inizialmente) solo sui PC Windows. Adesso che le case discografiche hanno finalmente capito che l’anticopia non funziona, arriva Qtrax e pensa da sola di poter riportare indietro le lancette dell’orologio?

E poi c’è la questione dell’iPod. Siccome Apple non ha concesso in licenza il DRM dell’iPod (FairPlay), non c’è modo di suonare le canzoni di Qtrax, che usano un altro DRM, sull’iPod. Considerate le percentuali bulgare di diffusione degli iPod rispetto agli altri lettori musicali digitali, se una canzone non è suonabile sugli iPod, non la vuole nessuno. Non supportare l’iPod è un suicidio commerciale. Qtrax dice che la sua musica sarà compatibile con l’iPod, ma in che modo? Non si sa. La comunità di Slashdot sviscera bene l’argomento.

Un lettore, alex2ruote, mi scrive dicendo che ha scaricato il programma di Qtrax (un ibrido di Firefox e Songbird, per ora solo in versione Windows), ma “quando hai trovato la musica e clicchi download, ti si apre una finestrella con scritto: Download coming soon.” Anche le annunciate restrizioni territoriali sembrano essere aria fritta: “quando ti registri l’elenco delle nazioni è breve, la Svizzera non vi è inclusa, e lo zip code (obbligatorio) prevede un minimo di 5 cifre, quindi devi mettere una nazione a caso e inventare lo zip. Stranamente l’Italia compare”. Eppure l’Italia non doveva essere fra i paesi abilitati al servizio.

The Register nota inoltre che Qtrax è una derivazione di una società di nome SpiralFrog, che riuscì a pagare 2 milioni di dollari alla Universal ancora prima di aver iniziato a vendere. Sembra insomma che ci sia all’opera lo stesso genio. Wired si pente di aver pubblicato l’annuncio iniziale senza verificarlo e ora fa notare che dei trenta milioni di brani promessi da Qtrax, al momento non ce n’è neanche uno. Anche il Times fa dietrofront e dice che anche la Sony ha confermato che non c’è alcun diritto di Qtrax a usare il suo catalogo musicale.

“Non siamo idioti”, ha replicato Klepfisz secondo il Times. In effetti, essendo riusciti a gabbare i giornalisti di tutto il mondo e a farsi una pubblicità gratuita impagabile, non si può certo definirli idioti. Quelli di Qtrax, intendo.

Apple, anticopia nei nuovi laptop

Apple, anticopia nei nuovi laptop

Lucchetti digitali hardware nei laptop Apple. Di nuovo

No, non siamo tornati nel 2006. Apple, però, crede di sì, a quanto pare: perché così come allora aveva infilato nei suoi computer i controversi chip TPM/Palladium con le loro funzioni anticopia, suscitando insurrezioni e boicottaggi, oggi riprova a menomare i diritti dei suoi utenti introducendo sistemi anticopia direttamente a livello hardware nei suoi nuovi portatili. Bella mossa, complimenti.

I MacBook, MacBook Pro e MacBook Air appena usciti, infatti, offrono un unico connettore per monitor esterno, il DisplayPort, che integra un sistema di restrizioni chiamato DisplayPort Content Protection (DPCP), parente stretto dell’HDMI usato nei prodotti audiovisivi in alta definizione.

Queste restrizioni sono concepite per impedire la pirateria audiovisiva realizzata intercettando il flusso di dati decodificati in uscita sul connettore per monitor esterno. Il segnale in uscita è cifrato e soltanto i monitor compatibili sono in grado di decifrarlo. Se il monitor non ha integrato questo sistema anticopia, i video protetti da lucchetti anticopia non verranno riprodotti, anche se l’utente ne ha tutti i diritti legali.

Lo scenario che sta facendo infuriare maggiormente gli utenti è questo. Un utente si compra un bel Mac portatile e, siccome è onesto, non scarica film e telefilm pirata. Va a comperarli nei siti legali: per esempio, proprio da Apple. Collega al laptop un bel monitor o, meglio ancora, un videoproiettore, e invece di godersi il film in HD, come sarebbe suo diritto avendo aperto il borsellino, si trova davanti una schermata come questa, citata da Ars Technica, che ha pubblicato un bell’articolo in proposito.

Immaginate di dover fare una presentazione in pubblico e di voler mostrare uno spezzone di un Blu-Ray o di un video legalmente acquistato “protetto” dall’anticopia. E’ un vostro diritto: si chiama diritto di citazione. Tutto funziona quando fate le prove sul monitor interno del laptop, ma quando vi trovate davanti al pubblico e collegate il vostro fiammante Mac al proiettore, il video non va. E non c’è verso di farlo andare.

Un monitor VGA o DVI, infatti, non è in grado di rispondere correttamente alle interrogazioni del connettore DisplayPort. Se il contenuto da riprodurre è protetto anticopia, DisplayPort rifiuterà di riprodurlo sul monitor esterno. Ci vuole un monitor o proiettore compatibile (HDMI). Niente HDMI? Niente film e niente presentazione. Ed è difficile pensare che tutte le sale di conferenza si riattrezzino per fare un piacere ai signori di Hollywood. E’ altrettanto difficile pensare che il manager medio che si è appena comprato un Macbook Air e va in giro a fare presentazioni o corsi abbia il dovere di preoccuparsi di questi arcani tecnologici.

Come sottolinea giustamente BoingBoing.net, se comperate un computer Apple, “preparatevi a buttar via il vostro monitor, e a farlo più volte”. Sì, perché “l’elenco dei monitor ‘conformi’ cambierà nel tempo: il monitor che comperate oggi può essere ‘revocato’ domani e cessare di funzionare”. Oltre al danno economico, c’è la violazione del diritto: “Qui non si tratta di far valere la legge sul diritto d’autore: si tratta di concedere a una manciata di case cinematografiche diritto di veto sulla progettazione dell’hardware.” E’ come far progettare i ponti ai salumieri.

Qualcuno ricorderà che Steve Jobs, il boss di Apple, aveva scritto che il DRM era male e che Apple spingeva per toglierlo: “questa è chiaramente la migliore alternativa per i consumatori”. Belle parole, ma i fatti raccontano una storia parecchio differente.

Quale sarà il risultato dell’introduzione di questi lucchetti hardware? Probabilmente nessuno, all’inizio. Poi cominceranno a diffondersi gli aneddoti e le segnalazioni di disastri e imbarazzi causati da questa scelta di Apple, e l’immagine di Apple come paladina in contrapposizione alla “cattiva” Microsoft ne uscirà sporca. E alla fine gli utenti impareranno a non comperare film lucchettati e si rivolgeranno alle versioni pirata, che non hanno queste limitazioni.

In termini di lotta alla pirateria, insomma, questo sarà un autogol fenomenale: dato che il film pirata sarà più versatile e fruibile di quello legale, spingerà gli utenti a piratare di più anziché di meno. Perché la versione legale non funzionerà sui monitor non benedetti da Padre Steve, mentre quella pirata andrà allegramente.

Fonti: The Register, Slashdot, AppleInsider, Punto Informatico.

Blu-Ray ha vinto, ma non vende

Vendite di Blu-Ray scarse, perché?

Cnet riferisce che nonostante il formato Blu-Ray abbia sconfitto il rivale HD-DVD, le vendite dei lettori scarseggiano. Per il segmento dei lettori stand-alone (escluse console), sono scese del 40% fra gennaio e febbraio, con un recupero minimo (2%) a febbraio-marzo.

Le ragioni sono molteplici, come commenta The Inquirer: lucchetti antipirateria inutili che danneggiano gli utenti legittimi mentre i pirati se la spassano indisturbati, sistemi di gestione lenti (BD-J) che hanno reso obsoleti i primi lettori (con grande gaudio degli acquirenti) e costi in salita dei lettori.

Di fronte a questi ostacoli, molti utenti hanno capito che non è il caso di farsi abbindolare da un’azienda che non ha esitato a infettare i propri utenti (il rootkit di Sony non ce lo siamo dimenticati, vero?) e conviene investire invece in lettori DVD che aumentano digitalmente la risoluzione dei DVD tradizionali, rendendoli più gradevoli anche sui televisori e videoproiettori di grande formato grazie all’upconverting o upscaling. Non occorre ricomperare i film, non serve cambiare TV per averne uno dotato di sistemi anticopia, e i DVD si possono trasferire legalmente ad altri supporti senza troppi problemi, per esempio per vederli in viaggio o immagazzinarli nel proprio jukebox domestico.

Sempre meno lucchetti anche per Warner

Musica Warner legalmente disponibile senza DRM

7digital.com e Warner Music hanno siglato un accordo per vendere anche in Irlanda, Spagna, Francia, Germania e Regno Unito musica in formato MP3 pulito, senza lucchetti, di artisti come Madonna e Red Hot Chili Peppers (fonte: BBC). In realtà i controlli di 7digital sul paese dal quale viene effettuato l’acquisto non sembrano funzionare granché, per cui la vendita non è realmente limitata ai paesi europei sopra indicati: dal Maniero Digitale, in Svizzera, ho appena acquistato due canzoni per prova, pagandole con Paypal, e sono arrivate senza problemi.

Un passo alla volta, il DRM sta scomparendo. Alla fine persino i discografici hanno visto la luce. Ora tocca al mondo del cinema. Ho un DVD, legalmente acquistato, che non riesco a rippare (è un documentario di National Geographic, mi serve per lavoro, dannazione) per via di questi stupidi lucchetti. Per poter acquisire le immagini ho dovuto procurarmi la versione pirata. Che razza di sistema è, uno che obbliga gli utenti onesti a comportarsi da criminali?

I CD della Sony infettano Windows

I CD Sony infettano gli utenti legittimi


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Lo so, arrivo tardi sulla scena: si parla già da qualche tempo di questo scandaloso sistema anticopia usato da Sony, che infetta i PC Windows con un rootkit, rendendoli vulnerabili ad attacchi opportunisti e danneggiando il funzionamento del masterizzatore. Cerco di farmi perdonare facendo un succoso riepilogo della vicenda e dei suoi ultimi aggiornamenti.

Tutto comincia il 31 ottobre 2005, quando Mark Russinovich di Sysinternals.com annuncia di aver scoperto con sorpresa sul proprio PC Windows un rootkit: un programma nascosto, contenuto in una directory nascosta e invisibile ai normali comandi di Windows e accompagnato da vari device driver anch’essi nascosti. Russinovich li scopre soltanto perché sta testando proprio un programma anti-rootkit.

Analizzando il rootkit, Russinovich scopre ancora più sorprendentemente che il rootkit è stato installato quando ha suonato sul proprio PC un disco pubblicato dalla Sony, Get Right with the Man dei Van Zant. Il disco, infatti, ha una protezione anticopia, denominata XCP e prodotta dall’inglese First 4 Internet, che si installa permanentemente nel PC senza avvisare che non è rimovibile e che altera il funzionamento di Windows rendendolo più vulnerabile.

Il sistema anticopia, infatti, non ha un programma di disinstallazione, e si occulta usando una tecnica estremamente rozza: altera Windows in modo che non veda qualsiasi file il cui nome inizi con “$sys$”. Sony ha usato questo metodo per impedire agli utenti di accorgersi della presenza del sistema anticopia.

C’è un problema: il metodo, ovviamente, comporta che qualsiasi virus o altro software ostile che si imbatte in un Windows alterato da Sony in questo modo si ritrova con un nascondiglio perfetto: basta che usi un nome che inizia con “$sys$”, e diventerà invisibile sia a Windows, sia agli antivirus.

Fra le altre chicche scoperte da Russinovich c’è anche il fatto che il sistema anticopia è sempre attivo come processo nascosto e utilizza il processore, rallentandolo, anche quando non si sta suonando il disco protetto. Basta insomma installare l’anticopia Sony per errore una sola volta per trovarsi con un computer permanentemente rallentato.

Così Russinovich tenta di fare quello che chiunque farebbe se trovasse un rootkit sul proprio PC: rimuoverlo. Sony, come dicevo, non ha fornito un sistema di disinstallazione, per cui l’unico modo è rimuoverlo manualmente intervenendo sulla configurazione intima di Windows. Come risultato, gli scompare l’icona del lettore CD. Solo dopo aver speso altro tempo per ripristinare ulteriormente Windows e togliere altri elementi nascosti del sistema anticopia Sony, Russinovich riesce a riportare Windows al funzionamento normale. E chi lo ripagherà del tempo perso per riparare il proprio computer a causa del sistema Sony?

L’annuncio di Russinovich non passa inosservato. La prima reazione è l’indignazione contro Sony per aver usato metodi degni di un pirata informatico: metodi fra l’altro assolutamente inutili, perché il disco è perfettamente copiabile usando un Mac o un PC Linux (e anche con alcuni programmi di ripping per Windows). In altre parole, siamo alle solite: le case discografiche insistono a usare sistemi anticopia che i pirati sanno scavalcare senza alcun problema ma che puniscono gli acquirenti legittimi dei dischi.

Ma non mancano reazioni più sofisticate. La prima è stata quella dei giocatori poco onesti di World of Warcraft, che hanno approfittato della funzione di occultamento del rootkit Sony in un modo molto astuto: la Blizzard Entertainment, che produce World of Warcraft, ha creato un programma, Warden, che sorveglia il gioco ispezionando i PC dei giocatori alla ricerca di particolari programmi usati per barare. Ma basta installare questi programmi su un PC infettato dal sistema anticopia Sony e aggiungere al nome dei file del programma il prefisso “$sys$”, e Warden non riesce a vederlo. Così i bari continuano indisturbati, grazie a Sony.

A fronte delle prime proteste, Sony rilascia una patch il 3 novembre 2005, che però non disinstalla il sistema anticopia: si limita a renderne visibili i file (e li aggiorna installandone una nuova versione).

Sempre il 3 novembre, Interlex.it pubblica una vivace e dettagliata analisi della tattica Sony, e giustamente si chiede perché Sony dovrebbe usare un sistema simile e nascondersi all’utente:

“A chi serve un rootkit? Ovviamente a chi ha qualcosa da nascondere! O, più precisamente: a chi vuole nascondere ad un legittimo utente il fatto di aver installato, a sua insaputa, un software sul suo sistema. E il fatto di volerne nascondere a tutti i costi l’esistenza già la dice lunga sia sulla legittimità dell’installazione che sulla liceità delle funzioni svolte dal software surrettiziamente installato!”

Il giorno dopo (4 novembre 2005), Russinovich analizza la patch offerta da Sony, che richiede una solfa interminabile di richieste via e-mail a Sony per ottenerla, e scopre che è così rozza e brutale che può far crashare il PC (Russinovich offre un metodo molto più semplice e sicuro per disabilitare il sistema anticopia).

La seconda analisi di Russinovich rivela inoltre che il sistema anticopia trasmette a Sony dati utilizzabili per sorvegliare le abitudini musicali dell’utente: infatti contatta automaticamente (e senza informarne l’utente) un sito della Sony per richiedere eventuali aggiornamenti alle immagini delle copertine dei dischi Sony protetti dal sistema anticopia. Dice Russinovich:

“Con questo tipo di connessione… non citato nella EULA, negato da Sony e non configurabile in alcun modo… i loro server potrebbero tenere traccia di ogni volta che viene suonato un disco protetto e l’indirizzo IP del computer che lo sta suonando”.

E’ a questo punto che entrano in gioco le società che producono antivirus: F-Secure dichiara che il sistema anticopia Sony verrà identificato dai suoi antivirus e che “le tecniche di occultamento usate sono esattamente le stesse usate dal software ostile noto come rootkit” e che “è pertanto molto scorretto che il software commerciale utilizzi queste tecniche”.

Computer Associates è ancora più pesante e definisce il sistema anticopia Sony senza mezzi termini un “trojan” e lo cataloga nello spyware. L’analisi di CA, inoltre, dimostra che Sony sta facendo di tutto per rendere difficile la disinstallazione.

La protesta assume anche una connotazione legale: viene annunciato che l’1 novembre 2005 è stata iniziata dall’avvocato Alan Himmelfarb una class action in California contro Sony, chiedendo risarcimenti per tutti i consumatori danneggiati e l’inibizione della vendita dei dischi protetti da questo sistema anticopia.

Nel contempo, l’italiana ALCEI (Associazione per la Libertà nella Comunicazione Elettronica Interattiva) presenta un documentatissimo esposto alla Guardia di Finanza, ipotizzando fra le altre la violazione dell’articolo 392 c.p., che punisce “…colui che, al fine di esercitare un preteso diritto, si fa arbitrariamente ragione da sé medesimo ‘alterando, modificando, o cancellando in tutto o in parte un programma informatico’, ovvero ‘impedendo o turbando il funzionamento di un sistema informatico o telematico’” e chiedendo di sapere, fra le altre cose, se il sistema anticopia è presente nei dischi Sony in vendita in Italia.

Il 9/11 la Electronic Frontier Foundation pubblica un elenco dei dischi protetti dal sistema anticopia contestato: una ventina di titoli, che includono nomi come Celine Dion, Ricky Martin e Neil Diamond, e spiega come riconoscere i dischi infetti.

Il 10 novembre 2005 viene rilevato il primo virus che sfrutta la falla di sicurezza creata da Sony: una variante del virus Breplibot. Sony ora non può più argomentare che si tratta di una falla ipotetica. Anche Kasperski definisce “spyware” l’anticopia Sony, mentre McAfee aggiorna il proprio antivirus per “rilevare, rimuovere e impedire la reinstallazione” dell’XCP. Zone Labs (quella di Zone Alarm) segue a ruota insieme a Sophos.

L’11 novembre arrivano altri virus che sfruttano la falla Sony, e le cause contro Sony salgono a sei. Lo stesso giorno, entra in scena il peso massimo: si scomoda addirittura il Department of Homeland Security (il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale statunitense, quello che si occupa di antiterrorismo). Parlando dei sistemi anticopia ma senza fare il nome di Sony, un suo funzionario ammonisce, di fronte al presidente della RIAA (associazione dei discografici USA), che

“è molto importante ricordare che la proprietà intellettuale è vostra: ma il computer no, e nella ricerca della tutela della proprietà intellettuale, è importante non disabilitare o minare le misure di sicurezza che la gente oggigiorno ha bisogno di usare… se si verifica un’epidemia di influenza aviaria… dipenderemo moltissimo sulla capacità di fornire accesso a distanza per moltissime persone, e mantenere funzionante l’infrastruttura sarà questione di vita o di morte”.

In altre parole: Sony, hai passato il segno. La legge non ti conferisce il diritto di danneggiare i computer altrui, neppure se lo fai per difendere il tuo diritto d’autore. E se il tuo sistema anticopia rende vulnerabili i computer proprio quando ne abbiamo più bisogno, sei responsabile anche tu delle gravissime conseguenze.

L’11 novembre, poco dopo queste parole di fuoco dell’amministrazione Bush, Sony dichiara che sospenderà “come misura precauzionale” la fabbricazione di CD che usano il sistema anticopia XCP (in altre parole, non ritirerà dal mercato quelli già in circolazione e si riserva il diritto di riprendere a usare XCP quando le pare). E’ disponibile in Rete il testo del comunicato Sony, ed è abbastanza ironico che il comunicato parli di “facilità d’uso” del sistema anticopia, visto che si installa senza informare l’utente di cosa fa, mentre per rimuoverlo bisogna chiedere il permesso a Sony.

Questo, in estrema sintesi, è quello che è successo fin qui. Mi resta un’ultima cosa: spiegare come riconoscere un’eventuale infezione da parte di questo sistema e come prevenirla. Il rischio è relativamente basso, dato che pare che i CD protetti con XCP non siano ancora in circolazione in Europa, ma una controllatina non fa mai male.

  • Prendete un file qualsiasi, duplicatelo e cambiatene il nome prefissandolo con “$sys$”: se scompare (cioè se Esplora Risorse non lo vede più), siete infetti; se rimane visibile, siete a posto.
  • Per evitare infezioni, disabilitate temporaneamente l’Autorun di Windows, premendo il tasto Shift durante l’inserimento del disco, ed evitate in generale di installare qualsiasi software presente sui CD musicali Usate un Mac o un PC Linux, entrambi immuni all’anticopia Sony; o più semplicemente ed efficacemente, non comperate dischi infetti.

Ciao da Paolo.

Radiohead scaricabili senza DRM, quanto pagano i fan?

Musica online: l’economia dell’offerta contro quella della repressione

Come preannunciato alcuni giorni fa, il nuovo album “In Rainbows” dei Radiohead è disponibile per lo scaricamento, senza lucchetti digitali e senza prezzo fisso. Avete capito bene: si può scaricare senza restrizioni e siete voi a decidere quanto pagarlo. L’operazione a volte presenta qualche intoppo tecnico, ma il principio generale è valido.

E’ una formula di vendita senza intermediari decisamente atipica. Ma funziona? Sicuramente ha dato all’album dei Radiohead moltissima pubblicità gratuita, e non va dimenticato che oltre alla versione digitale scaricabile c’è anche una lussosa versione fisica (cofanetto con 2 CD e 2 vinili) in vendita che beneficia di questa promozione a costo zero.

C’è chi ha fatto le pulci ai download dei Radiohead. Si può davvero scaricare l’album senza pagare: basta immettere “0.00” come prezzo, ed effettivamente secondo un sondaggio condotto nel Regno Unito, circa un terzo del primo milione di scaricatori ha fatto così. Ma grazie al fatto che altri hanno pagato anche più di 20 dollari, il prezzo medio pagato è di circa 8 dollari, paragonabile a quello di molti CD, ma senza tutto il fardello di intermediari, agenti, negozianti, stampatori di CD e copertine, TIR che trasportano i dischi, codazzo di “assistenti personali” e compagnia bella.

Funziona, insomma: e la questione più interessante, qui, è capire cosa spinge le persone a pagare qualcosa che potrebbero avere gratis. E’ davvero così diffusa la lungimiranza che permette di capire che se nessuno paga, i Radiohead non venderanno altra musica secondo questa formula? O c’è sotto qualcos’altro?

Dopotutto, la stessa lungimiranza dovrebbe far capire che anche l’industria del disco attuale è destinata a soccombere se tutti piratano e nessuno paga, ma questo non ha impedito alla pirateria musicale di dilagare.

La differenza forse sta nel destinatario dell’offerta: pagare la propria band preferita fa sentire bene; pagare le case discografiche, che hanno una reputazione paragonabile a quella delle lobby farmaceutiche, non è altrettanto gratificante. Il problema, in tal caso, non è di natura commerciale, ma d’immagine: le case discografiche e le società che tutelano i diritti d’autore devono reinventarsi e riguadagnarsi una reputazione. Cosa che sarà molto difficile finché insisteranno a fare cause da duecentomila dollari per ventiquattro canzoni messe in file sharing o a chiedere indennizzi ai garagisti che tengono la radio troppo alta.

Nuovo album Radiohead, il prezzo lo decide chi compra

Radiohead, download a offerta dal 10 ottobre

Non correte: per ora il nuovo album dei Radiohead, In Rainbows, non si può scaricare o comperare. Sono aperte le prevendite, e con una formula che sicuramente causerà incubi ai discografici che non sanno stare al passo con i tempi e la tecnologia.

L’intero album sarà infatti scaricabile a offerta dal sito apposito (decisamente psichedelico). Niente prezzo fisso: sono gli acquirenti a decidere quanto vale la musica della band. Ma si potrà scaricare soltanto la musica nuda e cruda, senza tutti quegli oggetti di contorno che fanno la gioia un po’ feticista dei veri fan (ah, come mi manca il profumo del vinile dei dischi appena arrivati in radio…).

Chi vuole un oggetto fisico potrà acquistarlo dal 3 dicembre prossimo (o forse prima, secondo il sito) a 80 dollari, in cambio dei quali riceverà una confezione di lusso, con tanto di doppio album in vinile da 12 pollici più un CD “enhanced” e sette canzoni in più, foto, illustrazioni e testi confezionati in una custodia rigida.

Questo è il settimo album dei Radiohead ed è il primo senza l’appoggio di una casa discografica, dato che il loro contratto con la EMI è terminato nel 2003. Ed è una differenza importante. Ora che sono famosi e liberi dalle restrizioni di un contratto, possono mettere in pratica quello che molti artisti stanno cominciando a capire: il modello commerciale tradizionale dell’industria del disco non funziona. Le case discografiche e tutti gli altri componenti della filiera che porta il CD nei negozi (Fisco compreso) si mangiano una proporzione eccessiva del prezzo che paghiamo per i CD (e in molti casi anche per i download). Allora conviene mettersi in proprio e scavalcare questi intermediari, che grazie a Internet non hanno più ragione di esistere.

Ma al tempo stesso i Radiohead hanno capito che c’è una parte del loro “prodotto” che è per definizione protetto da un sistema anticopia pressoché invalicabile: la confezione. La musica si copia; il libretto, le foto, l’album in vinile no. O meglio, si possono copiare, ma a un costo talmente alto da rendere inutile l’impresa.

Invece di lucchettare le canzoni e scocciare gli utenti onesti, insomma, gli artisti hanno capito che conviene dare all’acquirente un oggetto che aggiunga valore alla musica. Sicuramente è più efficace che far causa ai fan.

Se questo modello commerciale ha successo, a che cosa serviranno i discografici?

Va chiarito che i Radiohead non sono i primi a proporre questa formula: siti come Magnatune, Jamendo o Quoteunquoterecords già seguono il principio che si può scaricare liberamente e si paga quel che si ritiene opportuno. Ma i Radiohead sono il primo nome di spicco a farlo, ed è questo che inquieta chi finora si è opposto al buon senso e ha cercato di mantenere un monopolio obsoleto credendo che si trattasse di un diritto immortale.

Videorimborsi, Google ci ripensa

Google Video restituirà tutto

Secondo il blog ufficiale di Google, chi ha acquistato video da Google Video riceverà un rimborso completo sulla propria carta di credito anziché cinque dollari in buoni acquisto di Google. La scadenza dei video, lucchettati con il DRM, è stata inoltre prorogata di sei mesi.

Un cambiamento significativo rispetto alle intenzioni iniziali, ma gli aspetti riguardanti il DRM non cambiano: questo episodio è la dimostrazione che chi compra musica e video lucchettati con sistemi anticopia è alla mercé del venditore e non è mai veramente libero di fruire di quello che ha comprato.