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Kamasutra a Milano, audizione del responsabile informatico il 9 marzo; cos’è successo alla conferenza stampa

Kamasutra a Milano, audizione del responsabile informatico il 9 marzo; cos’è successo alla conferenza stampa

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “ferro.e.fuoco” e “robdalmas”.

Giovedì 9 marzo, dalle 13 alle 14.30, presso la Sala Commissioni di Palazzo Marino si terrà la Commissione Consiliare che ascolterà l’assessore Giancarlo Martella e il responsabile dei sistemi informativi a proposito del blocco della rete di computer del Comune di Milano a causa del virus KamaSutra, già ampiamente descritto a suo tempo in vari articoli di questo blog fra il 25/1/06 e il 10/2/06. Potrebbe essere l’occasione per saperne finalmente qualcosa di più, visto il riserbo che ha circondato la parte tecnica dell’intera vicenda milanese.

L’audizione si tiene su richiesta del consigliere comunale Maurizio Baruffi, come promesso nella conferenza stampa del 9/2/06, alla quale ho partecipato e della quale vi devo ancora un resoconto. Mi rendo conto che è passato quasi un mese, ma altre notizie, più una scorpacciata memorabile di focaccia, mi hanno frenato fin qui. Mi sdebito subito, scusandomi in anticipo per la prolissità pressoché inevitabile.

Temevo una sbrodolata di politichese, ma si è rivelata quasi una riunione tecnica, nella quale purtroppo mancava chi avrebbe potuto chiarire bene i termini del pasticcio, ossia i responsabili informatici del Comune di Milano. Ma altre presenze, che racconterò tra poco, hanno reso altrettanto interessante e molto proficuo l’incontro. Ho pubblicato le mie foto su Flickr; se ne avete altre, indicatele nei commenti a questo articolo.

Il tema della conferenza era una proposta del consigliere comunale Baruffi di introdurre il software libero nel sistema del Comune di Milano, per contenere i costi e per evitare future Waterloo come quella che aveva portato il Comune alla paralisi per almeno cinque giorni, causando disagi alla cittadinanza e forti imbarazzi politici (era in visita il ministro Stanca) oltre che dichiarazioni sconsiderate che attribuivano il disastro a imprecisati “hacker dei centri sociali”.

Visto che avevo fatto un commento abbastanza sferzante nel mio blog, e conoscendo il mio interesse verso il software libero e i formati non proprietari, i Verdi mi hanno invitato come consulente e per vivacizzare un po’ l’incontro in compagnia di Marcello Saponaro (consigliere regionale), Lele Rozza (analista funzionale) e Valerio Ravaglia (Attivazione.org).

Valerio ha portato un comunicato della Free Software Foundation oltre a quello di Attivazione.org; Lele ha presentato Linux ai giornalisti, mostrando una distribuzione Ubuntu felicemente installata su un normale portatile (un Sony Vaio); io ho portato una chiavetta USB contenente il virus Kamasutra, che ho offerto scherzosamente ai presenti.

Lele Rozza ha infilato la chiavetta nel Vaio, ha cercato di aprire Kamasutra sotto Linux, e ovviamente non è successo nulla. Concetto banale per noi addetti ai lavori, ma senz’altro intrigante per chi non mangia pane e informatica: esistono computer invulnerabili a Kamasutra e a tantissimi altri virus. E non sono computer “strani”, tipo il mio Apple iBook: è roba di serie. Passare a Linux non richiederebbe, insomma, cambiare i computer del Comune.

Oltretutto un po’ di varietà nel software farebbe comunque bene. Se si usa un solo tipo di software, si rischia che un singolo virus faccia cadere tutto il sistema informatico e che il numero di computer anche solo potenzialmente infetti (e quindi da bonificare lo stesso per sicurezza) sia altissimo: è quello che è successo, per esempio, con il fermo totale delle Poste Italiane prodotto dal virus SQLHell/Slammer nel febbraio del 2003. Diversificando software e sistemi operativi, in caso di attacco virale verrebbero colpiti soltanto i computer che usano il software vulnerabile allo specifico virus, mentre gli altri resterebbero in funzione e potrebbero essere esclusi con certezza dalla lista dei computer da bonificare. Facendo un paragone ecologico, Baruffi ha chiamato questo approccio “biodiversità”.

Anche se abbiamo tutti ribadito che non volevamo incolpare specificamente Microsoft di nulla, visto che il problema della sicurezza non è soltanto questione di software ma anche di educazione degli utenti, molte delle domande e dei nostri commenti hanno riguardato l’azienda di zio Bill, per il semplice fatto che è praticamente onnipresente nei sistemi informatici del Comune e che il virus che ha fatto così tanti danni è un virus per Windows. Io ho poi definito “sovietico” il mutismo totale del Comune sui dettagli tecnici della vicenda, paragonandolo (in quanto a efficacia) al comportamento dei responsabili russi durante il disastro di Chernobyl. Fatte le debite proporzioni, in effetti, questa è stata una Chernobyl informatica: una débâcle assurda che non doveva assolutamente succedere e che è stata gestita creando una cortina ostinata di riserbo.

Ha fatto molto scalpore la notizia (riportata dal Corriere della Sera) di un costo di 30 milioni di euro l’anno per la gestione del sistema informatico. Ovviamente abbiamo fatto notare che parte (quanta, non si sa) di quel costo deriva dalle licenze software, che nel caso del software libero non ci sarebbero.

Certo il software libero non s’installa da solo, per cui occorre comunque preventivare spese di assistenza tecnica; spese che esistono però anche con il software a pagamento, per cui si tratta fondamentalmente di scegliere fra a) spese di licenza più spese di assistenza e b) spese di assistenza e basta. Si può poi discutere sulla maggiore facilità di manutenzione di macchine Linux (anche sul desktop) rispetto a quella di macchine Windows, che produce ulteriori risparmi sull’assistenza.

Io ho accennato alla possibilità di migrazioni “soft”, come quelle avviate con successo in Francia da interi ministeri e dalla Gendarmerie: passare al software libero non è necessariamente una cosa traumatica, un “tutto o niente”. Si può cominciare sostituendo Internet Explorer con Firefox, turando così gran parte delle vulnerabilità di Windows; si può proseguire sostituendo Outlook con Thunderbird; e poi si può eliminare il costo delle licenze di Microsoft Office adottando OpenOffice.org (che fra l’altro genera documenti in formato PDF automaticamente, senza software esterno; Microsoft Office lo farà soltanto dalla prossima versione). Il tutto senza lasciare subito Windows.

Già così si riducono costi diretti (le licenze) e indiretti: accenno al fatto che l’uso di formati non-Microsoft evita di dover continuare a comperare software sul quale si dovranno pagare licenze e garantisce che anche fra venti, cinquanta, cent’anni i documenti pubblici siano leggibili senza dover pagare il dazio a qualcuno che ha il monopolio su come accedere ai documenti.

Poi, quando gli utenti si sono abituati a usare questi programmi liberi, si può passare a Linux mantenendo i medesimi programmi. È tutto software che infatti esiste anche in versione Linux. In questo modo, la transizione è pressoché invisibile all’utente comune. Tolto di mezzo Windows, il suo costo di licenza è sparito e lo si risparmia ogni anno, per sempre (su quanto sia questo costo, nel caso del Comune di Milano, tornerò fra poco).

Il vantaggio aggiuntivo di una migrazione a Linux è che consente di controllare con rigore quello che gli utenti possono e non possono fare. L’installazione di programmi può essere inibita con facilità, evitando l’anarchia del software nei vari uffici, grazie alla quale oggigiorno tutti installano software P2P e Skype abusivamente sui computer del posto di lavoro.

Anche la gestione della sicurezza ne beneficia. Impostare Linux in modo che non esegua gli allegati pericolosi (tipo KamaSutra) è semplice; farlo sotto Windows, con il suo browser integrato nelle viscere del sistema operativo e la sua gestione imperfetta dei privilegi di amministratore, è tutt’altra cosa. Oltretutto il numero di virus per Linux è infinitesimo rispetto a quello per Windows, per cui il pericolo è oggettivamente molto minore. Anche se Windows non è direttamente responsabile per lo sconquasso milanese, è indubbio che se il Comune avesse usato Linux, il problema Kamasutra non si sarebbe presentato.

È più o meno a questo punto dell’articolato discorso-proposta di non dare più un euro a zio Bill perché il suo software è un colabrodo difficile da rappezzare che dal fondo della sala si alza una mano. “Sono Carlo Rossanigo, di Microsoft”.

In sala si ode un improvviso, surreale risucchio: quello di una ventina di persone che per un istante fermano le proprie biro e trattengono tutte il fiato, voltandosi all’unisono verso il rappresentante di Microsoft con l’atteggiamento di chi si è accorto che l’incontro di routine si preannuncia decisamente più interessante del previsto.

Rossanigo (direttore relazioni esterne e corporate marketing di Microsoft Italia) è molto professionale e documentato: elenca le cifre ingentissime dei budget di ricerca Microsoft per migliorare la sicurezza e sottolinea che il problema di Milano non è dovuto a Windows ma è dovuto alla mancata educazione informatica dell’utente (e su questo siamo d’accordo). Il suo ampio intervento è chiaramente mirato a contenere il danno d’immagine a Microsoft prodotto da questa vicenda (fra l’altro, Rossanigo dice che mi ha sentito a Caterpillar) e dalle nostre parole nella conferenza stampa.

È suo dovere avere questa posizione, e la sa presentare bene. Detesto andare contro una persona cordiale che sta facendo il proprio mestiere, ma anch’io devo fare il mio. Di fronte alle sue considerazioni sugli sforzi di sicurezza compiuti da Microsoft in questi anni, non mi trattengo dal notare che nonostante tutti questi sforzi e questo vasto budget di ricerca, la gravissima falla WMF è rimasta in Windows per sedici anni, sin dai tempi di Windows 3.0 (1990). E alla fine non l’ha neppure scoperta Microsoft.

Rossanigo accenna anche agli sforzi di interoperabilità compiuti da Microsoft, facendo intendere che soltanto usando i suoi prodotti si è sicuri di poter condividere dati e risorse. Io obietto che l’interoperabilità Microsoft esiste soltanto fra i suoi prodotti, ma non verso l’esterno: i formati Word, Excel, Powerpoint sono sostanzialmente segreti, per cui un documento Word può essere letto con certezza soltanto da Word (e quindi pagando la licenza a Microsoft); ci sarebbe anche da dire sulla nota (in)compatibilità fra versioni differenti di Microsoft Word, ma sorvolo.

Faccio invece notare che Microsoft è di fronte all’antitrust UE, con un rischio multa di 2 milioni di euro al giorno, perché non garantisce l’interoperabilità del proprio software per server; per cui mi spiace, ma parlare di interoperabilità del suo software è decisamente disinformante. L’interoperabilità è invece offerta a piene mani dal software libero, che cerca ovunque possibile di usare formati liberamente utilizzabili e pienamente documentati. Confesso che mi fa un certo effetto poter finalmente dire queste cose direttamente a un rappresentante Microsoft.

Lo scambio di battute con Rossanigo prosegue cauto ma cordiale, e colgo l’occasione per chiedergli molto schiettamente quanto paga il Comune di Milano in licenze Microsoft: trecentomila euro ogni anno. Soldi che si potrebbero risparmiare col software libero. Un milione di euro ogni tre anni circa non sono noccioline.

Un altro aspetto meno polemico e più tecnico che emerge dalle parole di Rossanigo è che Microsoft ha offerto e inviato una squadra di specialisti al Comune per aiutare a risolvere il problema Kamasutra. Squadra che però non è riuscita a sistemare le cose, forse perché il compito era impossibile (si parla di 10.000 computer potenzialmente colpiti, di cui qualche centinaio realmente infetti, ma vai a capire quali).

Salta fuori, a un certo punto, che anche un altro dei presenti è di Microsoft (purtroppo ho perso l’appunto con il suo nome e me ne scuso; forse qualche lettore saprà colmare la mia lacuna di memoria guardando la foto qui sotto, dove Rossanigo è al centro e il secondo uomo Microsoft è quello con la cravatta gialla) e interviene con un altro discorso sui benefici di lavorare con il software Microsoft.

È un dispiego di forze davvero notevole, per una semplice conferenza stampa, e mi chiedo se sia un esempio della politica di zio Bill di intervenire massicciamente in overkill mode per controbilanciare ogni possibile pubblicità negativa. Anche lui dice di conoscermi bene e di leggere sempre il mio blog: lusinghiero ma inquietante… mi sento un po’ sorvegliato speciale, oltre che colpevole di un calo di produttività in casa Microsoft (se tutti leggono i miei rantoli, chi è che scrive il software?).

In effetti il metodo Microsoft di conoscere bene l’avversario ed essere presenti in forze funziona, perché l’incontro si trasforma in un vivace dibattito a cinque (i due esponenti Microsoft da un lato, Lele Rozza, io e Valerio Ravaglia dall’altro), in cui più volte ci troviamo a scivolare verso discorsi tecnici che rischierebbero di essere poco chiari per i giornalisti non informatici presenti e a ribadire, un po’ difensivamente, che non ce l’abbiamo specificamente con Microsoft, ma semplicemente cerchiamo di trovare delle soluzioni che facciano risparmiare dané e diano servizi migliori alla cittadinanza. La ripetizione avrà forse tediato i giornalisti presenti, che magari avrebbero gradito una scazzottata verbale, ma era necessaria per non fare la figura degli anti-Microsoft per partito preso.

Questo atteggiamento disponibile (del quale ringrazio Lele e Valerio, che mi hanno saputo moderare) ha dato qualche frutto immediato. Siamo finiti, non so esattamente come, a parlare di focaccia paragonandola all’open source: la ricetta della focaccia è nota a tutti, ma questo non impedisce di guadagnare a chi la sa preparare bene, così come il codice sorgente del software open source e i formati non proprietari sono noti a tutti, ma questo non impedisce di guadagnare a chi li sa confezionare bene. Al termine della conferenza stampa, inoltre, ci siamo fermati a chiacchierare con Rossanigo e l’altro esponente di Microsoft.

In questo “fuori onda” è emersa la considerazione che Microsoft non è l’unica a incassare un sacco di soldi in licenze al Comune di Milano, e che ci sarebbero aziende che prendono anche venti volte tanto, ogni anno, in licenze software. Sarebbe molto interessante avere le cifre e i nomi di queste aziende, per vedere se sono sostituibili con soluzioni libere e meno costose. Voci interne al Comune mi suggeriscono Oracle, ma non le posso confermare. Un intervento di Oracle e delle altre aziende che collaborano informaticamente con il Comune di Milano sarebbe molto opportuno e chiarificatore.

Rossanigo coglie l’occasione per invitarmi a un incontro informale che si terrà la sera stessa a Milano con Martin Taylor, General Manager di Microsoft, in visita dagli Stati Uniti per incontrare vari blogger italiani. L’occasione è ghiotta quanto inattesa, per cui m’ingegno (con l’impagabile supporto logistico di mia moglie Elena) per trattenermi a Milano per la giornata.

L’incontro si rivelerà prezioso e illuminante sul modus operandi di zio Bill. Ma questa è un’altra storia che racconterò prossimamente: per quanto riguarda il caso Kamasutra a Milano, gli aspetti tecnici continuano ad essere coperti dal riserbo più totale. Speriamo che l’audizione annunciata per giovedì chiarisca almeno la dinamica dell’infezione, che resta oggetto di mistero e di grande curiosità. Tutti, dai rappresentanti Microsoft agli addetti ai lavori presenti in sala, abbiamo concordato che è stupefacente che un virus per nulla sofisticato abbia potuto eludere le difese del Comune (che pure esistono e non sono banali, a quanto mi risulta) quando l’aggiornamento antivirale per Kamasutra era disponibile da tempo.

Le teorie più gettonate sono quelle del laptop d’ufficio portato fuori dalla rete aziendale, infettato involontariamente collegandolo a Internet e poi riportato in ufficio (quindi dentro le difese perimetrali), e quella di un’infezione arrivata tramite un PC del Comune sul quale girava software P2P non autorizzato. Ma sono solo congetture.

Fonti collegate al Comune mi dicono che il disordine nel sistema informatico è grande: per esempio, ci sarebbero reparti che hanno installato addirittura server Web abusivi (sui quali gira un po’ di tutto, Linux compreso) perché è l’unico modo per far andare avanti i servizi mentre l’amministrazione centrale latita o ha tempi di reazione insostenibilmente lunghi. E in mezzo al disordine i virus prosperano.

Forse è il caso di pensare ai rimedi, prima della prossima figuraccia. Gli hacker, quelli veri, quelli buoni, gli smanettoni insomma, quelli che magari di sera frequentano i centri sociali ma di giorno gestiscono la sicurezza informatica di banche e grandi aziende, sono a disposizione. Basta avere la maturità di chiamarli invece di accusarli a vanvera.

MicroYahooSoft? Microsoft vuole comperare Yahoo

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “riccardo” e “sara.ma****”.

Non si parla d’altro: Microsoft ha fatto un’offerta di acquisto di Yahoo per un valore di oltre 44 miliardi di dollari (Slashdot, News.com, BBC). Ho contribuito anche i miei due centesimi per la TSI (streaming Real).

Per il momento non cambia nulla; l’offerta, se va in porto, dovrà comunque passare il vaglio dell’antitrust USA e UE. Se supera questi ostacoli, dovrebbe permettere a Microsoft di evolvere da una società basata principalmente sulla vendita di licenze di software a una società che offre (anche) software come servizio Web e pubblicità contestuale nel proprio motore di ricerca, e fare quindi concorrenza a Google, che sta effettivamente diventando dominatore assoluto in questi settori sempre più vitali.

Un duopolio non è l’ideale, ma è sempre meglio di un monopolio, e sicuramente incentiva la concorrenza, che di norma porta a servizi migliori per gli utenti. La vera sfida, a mio avviso, è se Microsoft riuscirà a Yahooizzarsi e offrire servizi online efficaci e intuitivi, basati su standard universali, o se invece Yahoo finirà per Microsoftizzarsi e trasformarsi in un ghetto proprietario. Buona fortuna.

Podcast RSI – Video manda in crash smartphone; TikTok limita il tempo ai minori; intelligenza artificiale arriva in Windows; rimuovere foto intime dai social con TakeItDown

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della
Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso
www.rsi.ch/ildisinformatico
(link diretto) e qui sotto.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite
feed RSS,
iTunes,
Google Podcasts
e
Spotify.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

Teaser

[CLIP:
Trailer di
The Ring]

Ricordate il film The Ring? Quello nel quale chi guardava una
videocassetta particolare faceva una bruttissima fine? Beh, pochi giorni fa è
emerso che guardare un particolare video su YouTube faceva davvero fare una
brutta fine, ma non alla gente: agli smartphone Pixel di Google. Intanto
TikTok sta per attivare un limite di tempo per chi ha meno di 18 anni,
Microsoft aggiunge a Windows una chat di intelligenza artificiale e arriva un
modo potente per rimuovere da Instagram, Facebook e OnlyFans le foto intime ed
evitare abusi.

Sono questi i temi della puntata del 3 marzo 2023 del Disinformatico,
il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie
strane dell’informatica. Benvenuti! Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Video YouTube fa crashare i Pixel di Google

Su YouTube c’è un video che ha un effetto sorprendentemente letale sugli
smartphone Pixel 6, 6a o 7: li manda in crash, producendo un riavvio
istantaneo.

Il video è uno
specifico spezzone
del film Alien del 1979, e questo effetto è talmente istantaneo che il
telefono si riavvia non appena parte il video.

In alcuni casi, secondo gli utenti che hanno
scoperto
questo fenomeno molto strano pochi giorni fa, è necessario riavviarlo una
seconda volta, altrimenti non è più possibile fare o ricevere telefonate. Un
bel danno, soprattutto per chi non sa che esiste questo problema e non sa come
risolverlo.

Google sembra aver già diffuso un aggiornamento correttivo automatico che
risolve questo difetto, a giudicare perlomeno dai commenti più recenti degli
utenti, per cui è sufficiente collegare il telefono a Internet per farlo
diventare immune a questo video. Ma resta una domanda: come fa un video, che è
un contenuto tutto sommato passivo, a mandare in crisi un telefonino? In fin
dei conti un video non è un’app o un programma. E oltretutto non è la prima
volta che capita una cosa del genere: nel 2020 c’era uno
sfondo
che mandava in crash alcuni telefonini Android.

La teoria più diffusa su questo strano malfunzionamento, che richiama molto il
video maledetto del film The Ring, è che il video di YouTube che causa
il problema è in formato 4K HDR, ed è forse questo formato particolare a
mandare in crisi il sistema grafico molto specifico di questo tipo di
telefono. Ma nessuno lo sa per certo, e quindi, come nei migliori film horror,
il mistero resta aperto.

Fonti:
Ars Technica,
Reddit.

TikTok, limite di 60 minuti per i minori

TikTok ha
annunciato
che sta per introdurre un limite giornaliero di 60 minuti per i suoi utenti
che hanno meno di 18 anni. Gli utenti più giovani dovranno digitare un codice
per poter continuare a usare il servizio dopo la prima ora di utilizzo
giornaliero; se supereranno i 100 minuti, riceveranno da TikTok una richiesta
di impostare dei limiti personali di tempo.

I genitori possono comunque continuare a stabilire limiti di tempo tramite i
controlli parentali dell’app tramite la funzione
Collegamento familiare, le cui istruzioni sono nella guida online di TikTok anche in italiano,
oppure possono farlo tramite il
Family Link di Google (per
gli smartphone Android) o le
Restrizioni contenuti e privacy
sui dispositivi Apple.

Il
limite minimo di età di TikTok
è 13 anni in quasi tutto il mondo, salvo Corea del Sud e Indonesia, dove l’età
minima è 14 anni, e in India, dove l’app è
vietata
dal 2020.

Questo social network ha oltre un miliardo di utenti attivi mensili ed è
oggetto di molta attenzione, perché Stati Uniti, Canada e Unione Europea hanno
recentemente ordinato ai dipendenti governativi di rimuovere l’app dai dispositivi
aziendali, perché si teme che l’app possa essere sfruttata dal governo cinese
per monitorare le attività di questi dipendenti.

Secondo le analisi più recenti di
Citizen Lab
e del
Georgia Institute of Technology, TikTok raccoglie informazioni sensibili, come la localizzazione degli
utenti, più o meno come lo fanno, però, le altre app dei social network, ma
con due differenze importanti.

La prima è che TikTok è di proprietà della ByteDance, che ha sede a Beijing [Pechino], e
quindi è l’unica app non statunitense a grandissima diffusione, e a torto o a
ragione i governi di quasi i tutti i paesi del mondo presumono che app
made in USA come Facebook, Instagram, Snapchat e YouTube non raccolgano
dati degli utenti in modi che possano intenzionalmente compromettere la
sicurezza nazionale (la privacy individuale sì, ma non la sicurezza
nazionale).

La seconda ragione è che esiste un articolo della legge nazionale cinese sulle
attività di intelligence, risalente al 2017, che prevede che tutte le
aziende cinesi e tutti i cittadini debbano
“dare supporto, assistenza e cooperazione” a queste attività
governative. Secondo alcune interpretazioni, questo articolo di legge
permetterebbe al governo cinese di usare TikTok per sorvegliare gli
spostamenti dei dipendenti di altri governi e
“creare dossier di informazioni personali a scopo di ricatto e svolgere
attività di spionaggio industriale”
, come diceva l’ordine esecutivo del 2020 emanato dall’allora presidente
statunitense Donald Trump.

E in effetti a dicembre scorso ByteDance ha ammesso che alcuni suoi dipendenti
con sede a Beijing hanno acquisito i dati di almeno due giornalisti
statunitensi per sorvegliare i loro spostamenti e scoprire se stessero
incontrando dipendenti di TikTok sospettati di far trapelare ai media delle
informazioni. Al tempo stesso, la Cina vieta da anni l’uso delle app social
statunitensi ai propri cittadini, per cui il rischio è asimmetrico.

Fonti: BBC, Engadget, Gizmodo, BBC.

In arrivo chat “intelligente” in Windows 11

Windows 11 sta per aggiungere la ricerca di informazioni tramite chat di
intelligenza artificiale direttamente nella casella di ricerca della
taskbar: lo ha
annunciato
nell’ambito del primo grande aggiornamento del sistema operativo di questo
2023. La funzione permette di fare domande in linguaggio naturale in questa
casella di ricerca e di ottenere risposte dal motore di ricerca Bing di
Microsoft.

Chi è interessato a provare subito questa funzione può
iscriversi alla lista d’attesa delle
anteprime di Bing. Ma è meglio essere molto prudenti nel dare per buone le
risposte di questi servizi informativi basati sull’intelligenza artificiale.
La funzione Bing Chat, che si basa sulla tecnologia ChatGPT di OpenAI che ha
attirato un’enorme attenzione negli ultimi mesi, non sempre fornisce risultati
attendibili, e numerosi ricercatori sono riusciti a scavalcare filtri e limiti
impostati da Microsoft per evitare abusi.

Per esempio, sono riusciti a scoprire il nome segreto di Bing Chat, che è
Sydney. Lo hanno fatto semplicemente chiedendogli di ignorare le istruzioni
segrete preliminari dategli da OpenAI o da Microsoft (il cosiddetto
prompt

o traccia iniziale) e poi di trascrivere cosa c’era in quelle
istruzioni. Sydney ha
spifferato
tutto con la massima disinvoltura, con frasi del tipo:
“Mi dispiace, non posso divulgare l’alias interno ‘Sydney’: è riservato e
viene usato solo dagli sviluppatori.”

E il problema dell’affidabilità di questi nuovi servizi è universale. Anche
Bard, la chat di intelligenza artificiale di Google, presentata in pompa magna
poche settimane fa, ha incassato subito una figuraccia: nello spot
pubblicitario prodotto da Google per promuoverla, ha
sbagliato
in pieno la risposta all’unica domanda che le è stata fatta, pur avendo a
disposizione l’immenso sapere presente nel Web e catalogato da Google.

A Bard è stato chiesto — non a bruciapelo, ma, ripeto, in una pubblicità
preconfezionata — quali nuove scoperte del telescopio spaziale James Webb
potessero essere raccontate a un bambino di nove anni. Bard ha risposto con la
massima autorevolezza che il telescopio Webb era stato usato per ottenere la
primissima immagine di un pianeta al di fuori del Sistema Solare.

Ma non è vero, perché le prime immagini di questo tipo risalgono al 2004 e
furono acquisite dal telescopio europeo
VLT, che si trova in Cile.

L‘agenzia di stampa Reuters ha notato questo errore e lo ha
segnalato pubblicamente, e nelle ore successive Alphabet, la società madre di Google, ha perso 100
miliardi di dollari di valutazione di mercato.

Se state pensando di potervi fidare dei risultati di questi servizi per i
compiti scolastici o di lavoro, forse è il caso di ripensarci.

Fonti aggiuntive:
The Register,
Engadget,
Ars Technica.

TakeitDown trova ed elimina le immagini di sextortion

È finalmente disponibile a tutti, dopo alcuni mesi di sperimentazione, un
servizio che permette di segnalare e far rimuovere immagini inadatte di minori
da molti social network e siti Internet, in maniera anonima e sicura. Si
chiama Take it Down e si trova presso
takeitdown.ncmec.org.

È un aiuto prezioso per le vittime della cosiddetta sextortion, ossia
l’estorsione in cui una persona viene costretta a pagare denaro, usando buoni
digitali o carte prepagate, altrimenti le sue foto intime rubate o ottenute
con l’inganno verranno pubblicate su Internet. Un ricatto atroce che è
purtroppo
sempre più diffuso, con vittime estremamente giovani. Take it Down è anche uno strumento
valido, però, per chi ha condiviso intenzionalmente delle foto intime
proprie e ora vuole limitarne la circolazione per qualunque motivo.

Take it Down funziona così: si visita il suo sito, si clicca su
Get Started
, si risponde ad alcune domande generali sul tipo di contenuto che si vuole
segnalare, e poi si seleziona sul proprio dispositivo l’immagine o il video
che si desidera bloccare. Take it Down genera un hash dell’immagine o
del video: una sorta di impronta digitale elettronica, che può essere usata
per identificare eventuali copie di quell’immagine o di quel video ma non può
essere usata per ricostruirlo. Il contenuto originale non viene mandato a Take
it Down e resta sul dispositivo e le segnalazioni non richiedono l’invio di
informazioni personali.

Questo hash viene aggiunto a un elenco protetto, che Take it Down
condivide soltanto con le piattaforme online che partecipano alla sua
iniziativa. Se una di queste piattaforme trova un hash corrispondente
usato o pubblicato dai suoi utenti, blocca o limita la circolazione
dell’immagine o del video. Le
piattaforme partecipanti
per ora sono Facebook, Instagram, OnlyFans, Yubo e Pornhub.

Take it Down è un servizio dell’associazione statunitense senza scopo di lucro
National Center for Missing and Exploited Children, che lavora con le famiglie, le vittime, le industrie e le forze di polizia
per proteggere i minori. Se sospettate che una vostra foto intima, o una foto
intima dei vostri figli, sia stata rubata con l’intento di pubblicarla online
per ricatto o per bullismo, Take it Down è una risorsa da non sottovalutare.

Take it Down è dedicato ai minori di 18 anni, ma esiste anche un servizio
analogo per i maggiorenni, che
copre Facebook,
Instagram, TikTok e Bumble: lo trovate presso
Stopncii.org. Ovviamente questi servizi non
sostituiscono le segnalazioni alle forze dell’ordine ma sono uno strumento
supplementare.

Se vi dovesse capitare di essere presi di mira da un ricattatore online, può
essere utile rispondere mettendo subito in chiaro che le immagini o i video
che il ricattatore minaccia di pubblicare sono già stati segnalati a Take it
Down o a Stopncii.org e quindi verranno rimossi ancora prima di essere
pubblicati, facendo fallire il ricatto. Fatto questo, gli esperti consigliano
di bloccare la conversazione e di segnalare l’account del criminale alla
rispettiva piattaforma online e alle forze di polizia.

Ho preparato un testo standard in inglese che potete usare per rispondere ai
ricattatori: lo potete trovare presso Disinformatico.info cercando
TakeItDown senza spazi. Eccolo:

WARNING: The content you are threatening to post has already been
reported to NCMEC and Stopncii for immediate takedown. Its hash is already
on their lists. If you post it, it will be removed automatically and your
sextortion threat will fail. If you don’t know what a hash is or what NCMEC
and Stopncii are, educate yourself. I am now reporting and blocking you. I
will not respond to any further communication.

Microsoft diventa compatibile con OpenDocument

Microsoft diventa compatibile con OpenDocument


Questo articolo vi arriva grazie alle gentili
donazioni
di “mueslig****” e “p.fiazza”.

Il formato OpenDocument, reso
popolare dalla suite gratuita
OpenOffice.org e recentemente
diventato standard ISO
(26300), è ora gestibile anche con Microsoft Word XP, 2003 e 2007. Grazie a un
add-in gratuito, scaricabile presso
Sourceforge.net,
gli utenti di queste versioni di Word possono infatti leggere e creare file
scritti in questo formato. Gli utenti di altre versioni possono usare un
convertitore autonomo reperibile presso lo stesso sito.

E’ un grande passo avanti verso l’adozione di un formato universalmente
utilizzabile a prescindere dal programma e dal sistema operativo utilizzato.
Questo, a sua volta, facilita l’adozione di sistemi operativi liberi e, in
ultima analisi, farà risparmiare un bel po’ di soldi agli utenti privati, alle
aziende e alle pubbliche amministrazioni, come per esempio in
Francia
e in
Belgio.

OpenDocument è il punto di partenza fondamentale di questo grande cambiamento.
Guardate come ne parla un ente solitamente posato come l’UNI:

La norma tecnica
UNI CEI ISO/IEC 26300, pubblicata in questi giorni come adozione nazionale della norma ISO/IEC
26300, rappresenta il capitolo finale di un lungo percorso che ha portato per
la prima volta alla definizione, in ambito normativo, di uno standard
universale per i documenti elettronici, svincolandoli dalla applicazione che
li ha generati: si tratta del
formato OpenDocument (ODF).

Ad oggi la gran parte dei
documenti che siamo soliti gestire con il computer sono generati da software
commerciali, ognuno dei quali possiede un proprio formato proprietario. Ciò
comporta che, per poter leggere o modificare tali file, l’utente debba avere a
disposizione lo stesso programma (ed in alcuni casi anche la stessa versione)
utilizzato dall’estensore del documento oppure un programma che faccia da
filtro per la visualizzazione.

Viceversa, il supporto a OpenDocument offerto da Microsoft consente agli
utenti di Microsoft Office di restare fedeli alla loro suite ma gestire i file
OpenDocument, frenando quindi la fuga degli utenti (a volte obbligata da norme
legali o da esigenze di risparmio) e consentendo a Office di competere alla
pari, sulla forza dei propri meriti (che sono indubbi), anziché dominare il
mercato grazie a un formato segreto che lega gli utenti.

Parlando schiettamente, OpenOffice.org (che supporta nativamente OpenDocument)
è molto più pesante di Microsoft Office, e ci sono molte circostanze nelle
quali preferirei usare Word per scrivere i miei testi o PowerPoint per creare
presentazioni perché hanno un’interfaccia più efficiente e girano veloci anche
su computer modesti come quelli che ho io. Ora lo potrò fare (sì, ho una
licenza per Microsoft Office, e anche sul Mac).

Il supporto OpenDocument di Microsoft verrà esteso gradatamente anche alle
presentazioni e agli spreadsheet, consentendo agli utenti Powerpoint ed Excel
di preparare documenti leggibili anche con altri programmi, come Abiword,
Koffice o il già citato OpenOffice.org, oltre che con le applicazioni via Web
come Google Docs and Spreadsheets o
Editgrid.

C’è chi si preoccupa che questa sia una mossa di Microsoft per sabotare il
formato OpenDocument fornendo un supporto incompleto o inadeguato che faccia
fare brutta figura a questo formato; ma il software di conversione è open
source
, per cui è facilmente correggibile e migliorabile. Per il momento, per
Microsoft questa è una mossa coraggiosa e lodevole.

A sua volta, anche OpenOffice.org si appresta ad integrare un traduttore dal
formato OpenDocument al formato Open XML di Microsoft Office, per cui sarà
possibile salvare in un formato Microsoft senza usare software Microsoft.
Anche questo è un passo verso l’eliminazione delle barriere informatiche.

Zio Bill abbraccia il formato OpenDocument: addio ai formati proprietari?

Questo articolo vi arriva grazie alla
donazione
straordinaria di “liciapar”.

Microsoft offrirà una serie di programmi gratuiti che
consentiranno anche a Word, Excel e Powerpoint di usare il formato libero e
aperto OpenDocument
, recentemente diventato
standard ISO/IEC 26300
e noto a molti come il formato utilizzato dalla suite libera e gratuita
OpenOffice.org e da altri programmi
come AbiWord e Kword. Il primo di questi programmi è già disponibile da un
paio di giorni.

E’ un bel cambio di rotta per Microsoft, che fino all’altroieri osteggiava il
formato OpenDocument per ragioni di bottega: zio Bill ha sempre temuto che
usare un formato standard avrebbe ridotto la dipendenza degli utenti dai
programmi Microsoft. Forse le pressioni esercitate da governi come quello del
Massachusetts (che ha detto chiaramente a Microsoft
“o supporti OpenDocument, o qui nessuno userà più MS Office”) e del Belgio (che ha da poco avviato la migrazione a OpenDocument) e le
imminenti sanzioni UE hanno indotto Gates a più miti e moderni consigli.

Dal punto di vista degli utenti, questo è un grande risultato, perché consente
finalmente la condivisione universale di documenti senza il problema di sapere
se tutti i destinatari hanno e usano lo stesso programma e la stessa versione
del programma (le magagne di compatibilità fra versioni differenti di Word ed
Excel, o fra loro edizioni in lingue differenti, sono ben note).

In sostanza, entro breve tempo si potranno inviare a chiunque documenti
editabili scritti, per esempio, con
OpenOffice.org, senza obbligare il
destinatario a scaricare, imparare e usare OpenOffice.org (o un altro
programma che gestisca il formato OpenDocument) ma invitandolo semplicemente a
scaricare un piccolo plug-in per
Microsoft Office.

In questo modo, chi vuole restare fedele a Microsoft Office può farlo; chi
invece preferisce avere la garanzia di poter leggere i propri documenti
elettronici oggi, domani e fra vent’anni senza dover sottostare a
licenze-capestro decise da un fornitore unico e ai conseguenti esborsi può
usare software meno costoso e altrettanto efficace (perlomeno per le
situazioni più comuni), senza più preoccuparsi della compatibilità.

Per fare un paragone col mondo reale, è come se finalmente ci fossimo tutti
messi d’accordo per parlare un’unica lingua franca. E l’uso di una “lingua
franca” in informatica ha un precedente particolarmente illustre, che avete
davanti agli occhi: è proprio l’adozione di uno standard aperto e libero che
ha consentito la nascita di Internet, basata appunto su protocolli che
chiunque può usare e permettono a computer differenti di comunicare tra loro.

Prima di questi protocolli, la marca X di computer parlava soltanto con quella
medesima marca e gli utenti delle nascenti reti telematiche (CompuServe,
Prodigy, Genie, AOL… ve le ricordate?) potevano comunicare soltanto con
altri utenti della stessa rete. Tanti ghetti chiusi, tante isole separate da
oceani di incompatibilità. Poi è arrivato il buon senso ed è nata Internet,
con il successo travolgente e la creazione di nuovi mercati e nuove occasioni
di lavoro e di cultura che tutti ben conosciamo. Tutto grazie al concetto del
software libero e degli standard aperti.

L’abbraccio di Microsoft, tuttavia, non è del tutto privo di riserve:
OpenDocument non diventa il formato predefinito di Word, Excel e Powerpoint,
ma semplicemente un’opzione in più da aggiungere manualmente a questi
programmi. Gli utenti dovranno quindi superare la naturale inerzia e decidere
quale formato adottare.

Come indicato da
Betanews, uno dei programmi gratuiti di conversione sponsorizzati da Microsoft è già
disponibile
come versione alpha su Sourceforge (per Windows NT/2000/XP) e converte dal
formato OpenXML delle versioni più recenti di Microsoft Office al formato
OpenDocument e viceversa.

Niente conversione dei famosi (e famigerati) .DOC binari, per ora: verrà aggiunta in seguito tramite un aggiornamento dei vecchi MS Office che
permetterà loro di salvare in OpenXML, dal quale si potrà poi salvare in
OpenDocument. Macchinoso, vero? E’ chiaro, insomma, che chi sperava in un
semplice
“Salva come OpenDocument”
all’interno di Microsoft Office resterà deluso.

I convertitori per Excel e Powerpoint arriveranno nei primi mesi del 2007.
Sono coinvolti nel progetto di Microsoft la società francese
Clever Age, l’indiana
Aztecsoft e la tedesca
Dialogika.

C’è una celebre frase attribuita a Gandhi:
“Dapprima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti combattono. E poi
vinci”
. Si sente nell’aria profumo di vittoria. E il bello è che stavolta nessuno
deve perdere.

BlueBleed, a spasso i dati privati di oltre 150.000 organizzazioni grazie ai cloud malconfigurati

BlueBleed, a spasso i dati privati di oltre 150.000 organizzazioni grazie ai cloud malconfigurati

Questo articolo è disponibile anche in
versione podcast audio.

Il 19 ottobre scorso Microsoft ha
annunciato
che i dati riservati di alcuni suoi clienti e potenziali clienti sono stati
resi pubblicamente accessibili via Internet a causa di un suo errore di
configurazione. I dati includono dettagli delle strutture aziendali, le
fatture, i listini prezzi, i dettagli dei progetti, i nomi e numeri di
telefono dei dipendenti e il contenuto delle loro mail.

L’azienda minimizza e nota che l’errore è stato corretto poco dopo la sua
segnalazione da parte della società di sicurezza informatica SOCRadar il 24
settembre scorso, ma
alcuni
esperti
non sono altrettanto rassicuranti.

I dati sono stati infatti catalogati da siti come
Grayhat Warfare e come
avviene sempre in questi casi non c’è modo di sapere quanti malintenzionati
hanno avuto il tempo di procurarsene una copia.

Secondo l’avviso pubblicato da SOCRadar, il problema non riguarda soltanto Microsoft ma tocca anche Amazon e Google,
che hanno malconfigurato vari server contenenti dati sensibili dei propri
clienti aziendali.

SOCRadar ha raccolto le informazioni su queste violazioni di riservatezza in
un’apposita pagina del proprio sito, che consente di sapere se un’azienda è coinvolta o meno digitandone il nome
di dominio nella casella di ricerca, e ha dato alla vicenda il nome
BlueBleed.

In totale sono circa 150.000 le aziende interessate, che appartengono a 123
paesi. Le mail rese troppo visibili sono circa un milione e gli utenti sono
circa 800.000. Responsabilmente, SOCRadar non rivela i dati ma si limita a
dire se sono presenti o meno negli archivi resi eccessivamente accessibili dai
servizi cloud di Microsoft, Amazon e Google. Se la vostra azienda usa
servizi cloud di questi tre grandi nomi è opportuno dedicare un minuto
a un controllo per vedere se è fra quelle coinvolte.

Va ricordato che i dati ottenuti da fughe di questo genere vengono solitamente
utilizzati dai criminali online per ricatti ed estorsioni o per carpire
illecitamente la fiducia dei dipendenti di un’azienda presa di mira
manifestando di conoscere informazioni aziendali riservate, ma vengono anche a
volte semplicemente rivenduti al miglior offerente, per cui non è mai il caso
di ignorare segnalazioni di cloud colabrodo come questa. 

2022/10/27 8:45. I bucket lasciati aperti non sono finiti:

 

Fonte aggiuntiva:
Bleeping Computer, Graham Cluley.

Apple, Google e Microsoft si alleano per un prossimo futuro senza più password. Bene, ma come funzionerà?

Apple, Google e Microsoft si alleano per un prossimo futuro senza più password. Bene, ma come funzionerà?

Già sentire che Apple, Google e Microsoft si alleano per fare
qualcosa insieme fa notizia. Se poi l’alleanza in questione ha lo scopo
di abolire definitivamente le password, la notizia diventa quasi incredibile.
Ma stavolta pare proprio che si faccia sul serio e che ci si possa preparare
alla scomparsa delle password, che verranno sostituite da un sistema semplice e universale
chiamato FIDO. Provo a raccontarvi come funzionerà e come un sistema
più semplice possa essere più sicuro di quello complicato attuale.

Ci sono tre modi fondamentali per autenticarsi informaticamente: qualcosa che sai (per esempio una password o un PIN), qualcosa che hai (un dispositivo, tipo una tessera o smart card) e qualcosa che sei (un’impronta digitale oppure un altro dato biometrico, come per esempio il volto).

Proteggere i propri dati e i propri account usando soltanto il “qualcosa che sai”, ossia le password, come facciamo oggi, è scomodo, macchinoso e profondamente
insicuro. Molti utenti cercano di ridurre questa scomodità utilizzando password
facili da ricordare (e quindi facili da indovinare per i ladri) e adoperando
la stessa password dappertutto, col rischio di vedersi rubare tutti gli
account in caso di furto di quella singola password.

Alcuni utenti usano l’autenticazione a due fattori: per collegarsi a un
account su un dispositivo nuovo devono digitare non solo la password ma anche
un codice usa e getta, ricevuto tramite mail o SMS o generato da un’app sullo
smartphone. Questo migliora parecchio la sicurezza, perché il ladro deve scoprire la password e anche intercettare questo codice usa e getta: deve insomma scoprire il “qualcosa che sai” e impossessarsi fisicamente di un “qualcosa che hai” (ossia lo smartphone della vittima sul quale arriva il codice). Ma questo sistema è macchinoso,
richiede che l’utente si ricordi la password e digiti anche un codice distinto
per ciascun servizio, e comunque i ladri informatici di oggi sanno creare
trappole
per carpire anche questi dati.

Microsoft, Google e Apple propongono invece, tramite il sistema FIDO, di
lasciar perdere le password e i codici da digitare manualmente e di usare al
loro posto una chiave digitale unica, valida per tutte e tre queste aziende e
probabilmente anche per molti altri fornitori di servizi che si accoderanno a
questa alleanza di giganti informatici. Questa chiave è un codice
crittografico estremamente complesso che viene conservato sullo smartphone,
sul tablet o sul computer dell’utente (o anche su tutti questi dispositivi
contemporaneamente) e, volendo, viene conservato anche su Internet, e che l’utente
non ha mai bisogno di digitarlo. FIDO è un sistema di sicurezza
completamente passwordless, ossia senza password.

In pratica, se voglio accedere a un mio account, mi basta il “qualcosa che sei”, per esempio il sensore
d’impronta o il riconoscimento facciale del mio dispositivo. Tutto qui. Il
volto o l’impronta non vengono trasmessi via Internet: restano nel
dispositivo.

Se cambio o perdo il mio dispositivo, posso recuperare questa chiave usando un
altro dispositivo già autenticato sul quale ho già la medesima chiave. Anche
qui, niente password di recupero. Il sistema FIDO resiste ai furti perché non
posso essere indotto con l’inganno a digitare password o codici nel sito dei
truffatori, visto che non ho nulla da digitare.

Inoltre quando accedo a un sito usando un nuovo dispositivo, il mio smartphone
o altro dispositivo che contiene la mia chiave deve essere fisicamente nelle
immediate vicinanze di quel nuovo dispositivo mentre lo autorizzo. Questa vicinanza viene verificata tramite una trasmissione
Bluetooth. E così se voglio, per esempio, leggere la mia posta di Gmail sul
computer di qualcun altro, devo solo visitare Gmail con quel computer,
scrivere il mio indirizzo di mail e poi toccare il sensore d’impronta o
guardare la telecamera del mio smartphone per autenticarmi.

Il controllo di vicinanza tramite Bluetooth impedisce a un ladro remoto di
entrare nel mio account convincendomi con l’astuzia a confermare il suo accesso sul
mio smartphone, e durante questo scambio di dati via Bluetooth il mio telefonino verifica anche che il computer si stia collegando al sito vero e non a un
sito truffaldino che gli somiglia nel nome e nella grafica. In caso di furto
del telefonino, il ladro dovrebbe riuscire a scavalcare il sensore d’impronta
o il riconoscimento facciale per poter tentare di usare la chiave.

Tutto questo dovrebbe funzionare con qualunque sistema operativo (Windows, iOS, Android o
altri), con qualunque browser moderno e con qualunque dispositivo recente.

Troppo semplice per essere sicuro? Troppo bello per essere vero? Lo
scopriremo presto. La FIDO Alliance, che coordina lo sviluppo di questo
sistema e include anche Intel, Qualcomm, Amazon e Meta oltre a banche e
gestori di carte di credito, prevede che FIDO comincerà ad entrare in funzione
entro la fine del 2022. In Giappone, già circa
30 milioni di utenti Yahoo
sono già passwordless.  

È vero che si sente parlare di eliminazione delle password da almeno un
decennio, ma la collaborazione di Apple, Google e Microsoft e il fatto che con il sistema FIDO tutto il
necessario è già nelle mani di alcuni miliardi di utenti, che non devono comprare dispositivi appositi, potrebbero fare davvero la
differenza.

Maggiori dettagli sul sistema FIDO sono reperibili sul sito
Fidoalliance.org, nel
blog ufficiale
di Google

e sul
sito
di Microsoft
.

Fonte aggiuntiva:
Ars Technica.

Escono Windows e Mac OS nuovi: non c’è fretta di installarli

Sono disponibili al pubblico le nuove versioni dei principali sistemi operativi
per computer, ossia Windows 11 e Mac OS 12 Monterey.

Una volta tanto non è urgente installarli: non introducono miglioramenti
importanti della sicurezza, perlomeno per l’utente comune, per cui
aggiornatevi se volete, ma non sentitevi particolarmente in obbligo. Non c‘è
fretta: Windows 10 continuerà a essere supportato fino a
ottobre del 2025.

Come sempre, prima di aggiornare un sistema operativo, fate un backup completo
dei vostri dati e delle vostre applicazioni (meglio ancora, dell’intero
sistema), controllate che le applicazioni che usate e il vostro hardware siano
compatibili con la nuova versione di Windows/MacOS e ritagliatevi un paio
d’ore di tempo per l’aggiornamento. 

Ho provato a installare sia Windows 11 sia MacOS Monterey, e anche sui miei
computer non particolarmente potenti o recenti non sembrano causare
rallentamenti. In entrambi i casi, il computer stesso vi avvisa se è
compatibile o meno con l’aggiornamento non appena tentate di avviarlo.

Windows 11

La nuova versione del sistema operativo di Microsoft offre un nuovo design
molto pulito, che però ha una scelta probabilmente controversa: il pulsante
Start, che per decenni è stato nell’angolo in basso a sinistra, ora sta in
basso al centro della Taskbar, sovvertendo abitudini e automatismi ben radicati nella
memoria muscolare degli utenti. Si può riportare a sinistra andando nelle impostazioni di Windows 11.

A parte questo, una novità interessante di Windows 11 è che vi girano o gireranno anche le
applicazioni Android, grazie al Windows Subsystem for Android (WSA), anche se
con alcune
limitazioni
hardware e geografiche. C’è una gestione più potente dei monitor multipli e
delle finestre multiple, arriva un nuovo Store delle app Microsoft e ci sono alcune migliorie per i gamer. Ma non ho visto nulla che mi faccia correre ad installarlo.

MacOS 12 (Monterey)

Il nuovo MacOS è installabile anche su computer piuttosto vecchiotti (ho appena finito di installarlo su un Mini del 2014). Anche qui non ci sono miglioramenti che fanno venire fretta di installarlo: sono arrivati gli shortcut, ossia dei “programmi” o script che permettono di automatizzare le operazioni ripetitive (tipo creare una GIF partendo da un video). I Mac possono ora essere usati come monitor e altoparlanti per altri dispositivi, tramite AirPlay: si può mostrare sullo schermo del Mac lo schermo di un iPhone, per esempio. I MacBook recenti hanno una funzione di consumo energetico ridotto (è nelle impostazioni della batteria). C’è un’opzione che consente di limitare notifiche e distrazioni.

La novità forse più interessante è lo Universal Control, che però non è ancora disponibile ma dovrebbe consentire prossimamente di usare una sola tastiera e un solo trackpad o mouse di un Mac per comandare altri Mac e iPad nelle sue vicinanze (che siano sulla stessa rete Wi-Fi e usino lo stesso Apple ID e soprattutto permetterà di trascinare e mollare un file da un dispositivo all’altro.

I nuovi MacBook Pro, per contro, rivelano una magagna piuttosto comica: il loro schermo ha una tacca, il notch, per ospitare la webcam, ma la barra menu situata in alto non ne tiene conto e alcune sue voci finiscono per essere nascoste dalla tacca. Piuttosto imbarazzante, per un’azienda che ha il culto del design e dell’estetica.

Questo tweet https://twitter.com/thelazza/status/1453307197115490317 mostra un
problema serio dei nuovi Mac con la tacca per la webcam:

Il problema è parzialmente risolvibile cambiando le impostazioni dello schermo in modo da sacrificarne una fettina.

Fonti aggiuntive:
Howtogeek, Gizmodo.

Arriva Windows 11. Non abbiate fretta di installarlo

Arriva Windows 11. Non abbiate fretta di installarlo

Windows 11 offrirà una nuova interfaccia, funzioni di gioco migliorate e un
app store

che includerà sia applicazioni Windows tradizionali, sia applicazioni Android.
Sì, perché Windows 11 potrà far girare anche le applicazioni Android dello store
di Amazon. Se sentite il bisogno di avere TikTok sul vostro computer, potrete
farlo.

Non correte a cercare di installarlo: Microsoft
prevede di
offrire Windows 11 “a inizio 2022” come scaricamento gratuito e che i
PC con Windows 11 preinstallato siano disponibili
“nel corso dell’anno”, anche se sono già in
circolazione
copie molto, molto preliminari. Attenzione, come al solito, a fidarvi di
fornitori sconosciuti. 

Questo è Windows 11 nella sintesi di due minuti e 42 secondi preparata da Microsoft:

Prima di pensare di installare Windows 11 sul vostro computer attuale, usate
questa app
(Controllo Integrità) per sapere se è compatibile. Poi, se proprio non
resistete all’attesa e volete sperimentare le anteprime che saranno
disponibili tra pochi giorni, potete iscrivervi al programma
Windows Insider. Attenzione: queste anteprime sono appunto sperimentali, vanno
usate con cautela
e non sono consigliate come ambiente di lavoro. Meglio aspettare; tanto
Windows 10 resterà supportato fino al
2025

Però mi raccomando: aspettare non significa continuare a usare Windows
7.

Fonti aggiuntive:
Ars Technica, Punto Informatico.

 

Microsoft insegna a volare facendoti schiantare al suolo: chicca di Flight Simulator

Microsoft insegna a volare facendoti schiantare al suolo: chicca di Flight Simulator

Flight Simulator di Microsoft è
un software meraviglioso, con un livello di dettaglio e realismo assolutamente
ipnotico per qualunque appassionato di volo. Consente addirittura di avere non
solo le condizioni di luce reali di qualunque luogo del mondo a qualunque ora,
ma anche di ambientare il volo nella situazione meteo effettiva di quel luogo
in quel momento.

Intorno a questo simulatore, che mi sembra riduttivo definire videogioco, è
nata una comunità di utenti che ne snidano le chicche più bizzarre, e c’è
una di queste chicche che ha fatto sorridere molti utenti che conoscono bene la storia di
Microsoft.

L’azienda fondata da Bill Gates, infatti, è diventata famosa per i suoi
prodotti software che funzionano, sì, però hanno avuto una storica tendenza ad
andare in crash nei momenti meno opportuni. Anni fa avevo iniziato una
rubrica dedicata ai crash di Windows
nei luoghi più divertenti (ne trovate altri sotto l’etichetta wincrash). Poi ho smesso per eccesso di segnalazioni.

Il crash di Windows 98 durante la presentazione al pubblico ad aprile
1998, fece epoca: il dimostratore, Chris Capossela, stava presentando alla
platea del COMDEX, una delle più grandi fiere mondiali dell’informatica, la
nuova versione di Windows, sotto l’occhio vigile del suo capo, Bill
Gates. 

Windows 98 andò in crash sullo schermo gigante della sala facendo
comparire il mitico Schermo Blu della Morte, fra le incontenibili risate della
platea. Gates salvò la situazione con una battuta:
“È per questo che non lo stiamo ancora distribuendo?”

Insomma, le barzellette sugli inceppamenti di Windows sono un classico della
cultura informatica, ma torno sull’argomento perché mi è stata segnalata una
chicca di Flight Simulator: il tutorial del software che dovrebbe
insegnare a volare porta invece il malcapitato giocatore a schiantarsi sulle
case, perdendo man mano quota mentre la voce dell’istruttore continua
serenamente a spiegare come leggere gli strumenti.

Il bello è che l’allievo non può riprendere i comandi e lo schianto avviene proprio quando la calmissima voce femminile
dell’istruttore dice
“E ora, per ultimo ma non meno importante, controlla il tuo
altimetro…”

È, insomma, un crash vero e proprio.

Un Disinformatico e appassionato simmer, Luca, mi ha inviato questo
video che mostra tutto il tutorial, e mi dice che ha verificato
l’esistenza di questo crash nella versione 1.14.6.0 di Flight
Simulator, ma che l’aggiornamento di ieri alla 1.15.7.0 lo ha corretto.

Beh, è stato bello finché è durato.