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Attenzione alle false proposte di aiutare l’Ucraina. Anche a quelle sexy

Attenzione alle false proposte di aiutare l’Ucraina. Anche a quelle sexy

I truffatori su Internet non hanno scrupoli. Non si fermano di fronte a nulla, neppure alla guerra: anzi, ne approfittano, sfruttando l’emotività di chi vi assiste e vorrebbe poter aiutare in qualche modo.

L’esperto informatico Graham Cluley segnala in particolare due casi di tentata truffa legati all’invasione russa dell’Ucraina.

Il primo caso è una mail che finge di provenire da donne ucraìne che offrono di mostrare le proprie grazie in chat a pagamento. Andando a controllare il sito che organizza il servizio emergono rimpalli da un sito a un altro e soprattutto strane condizioni contrattuali, fra le quali spicca il fatto che il foro competente per eventuali controversie legali sarebbe quello di Frankfort, nel Kentucky, un po’ lontano dal teatro del conflitto. 

Non c’è modo di verificare che le donne in questione siano realmente ucraìne o che i soldi spesi in questa maniera arrivino effettivamente alle persone in difficoltà in Ucraina. La situazione drammatica di questo paese sembra essere semplicemente la leva emotiva che viene sfruttata in questo momento dai truffatori, per cui consiglio di essere particolarmente cauti di fronte a questo tipo di offerte.

Tenete presente, inoltre, che ci sono truffatori che non si limitano a questo tipo di inganno, ma vanno ben oltre, invitando le vittime a chat gratuite che diventano ben presto bollenti. Il loro obiettivo, in questo caso, è convincere le vittime a esibirsi personalmente in video, usando la tecnica del “se mi fai vedere qualcosa tu, ti faccio vedere qualcosa anch’io”, e poi ricattarle minacciando di pubblicare il video della chat, magari mandandola specificamente agli amici o al partner sentimentale, i cui nomi vengono facilmente trovati dai ricattatori grazie alle informazioni che le persone pubblicano sui social network.

L’informatico Graham Cluley segnala anche un altro tipo di truffa, nel quale una mail inviata da un sedicente “Esercito dell’Ucraina” chiede sostegno economico e dice che la Banca Nazionale dell’Ucraina ha aperto un conto speciale per la raccolta di fondi, anche tramite criptovalute come i bitcoin.

La cosa strana è che il link presente nella mail (copia su Archive.org) porta davvero al sito reale della Banca Nazionale dell’Ucraina, specificamente alla sua pagina che annuncia realmente l’apertura di un conto speciale a sostegno delle forze armate ucraine, proprio come dice la mail truffaldina, ma c’è un trucco.

Le coordinate di pagamento indicate nella mail dei truffatori sono differenti da quelle riportate sul sito reale della banca. La banca indica dei numeri di conto normali, mentre la mail dei truffatori riporta un wallet o portafogli in bitcoin (bc1qv729ckc4m256vzjsmvwg4gcerdkh64zr7hp8f8).

In altre parole, i truffatori stanno approfittando di una notizia reale, e del buon cuore delle persone, per imbrogliare. 

Per fortuna sembra che per ora l’imbroglio stia andando maluccio: dato che il registro delle transazioni delle criptovalute è pubblico, possiamo sapere quanti soldi sono passati dal wallet usato dai truffatori. Al momento ammontano a circa 279 dollari, versati ai criminali da otto vittime.

Fate attenzione, e se volete fare donazioni, rivolgetevi soltanto a intermediari conosciuti e affidabili; non fidatevi dei link ricevuti via mail o tramite WhatsApp e simili.

BitcoinUp, occhio alle trappole

BitcoinUp, occhio alle trappole

Mi è arrivata una segnalazione (grazie Lorenza) di un messaggio molto sospetto che sta circolando: una notifica che arriva sugli smartphone e secondo la quale il politico italiano Matteo Salvini sarebbe stato ospite di un programma di una rete televisiva italiana (“la trasmissione di
Floris”
, presumo si riferisca a “Dimartedì” su La7, condotto da Giovanni Floris) e avrebbe parlato dei miracoli di questa app basata sui Bitcoin.

Sempre secondo la notifica, il conduttore della trasmissione si sarebbe iscritto all’app come dimostrazione in diretta.

Non mi risulta che sia successo nulla del genere: la notifica fa probabilmente parte dei tanti tentativi di speculare sull’interesse per i bitcoin. 

Alcuni di questi tentativi sconfinano nella truffa e nell’abuso, usando appunto nomi di programmi televisivi o di celebrità senza il loro consenso o addirittura inventando finte pagine di giornale che magnificano le opportunità di guadagno dei loro servizi, come questa falsa pagina di Repubblica che parla di Maria de Filippi, il cui ultimo investimento avrebbe “lasciato gli esperti a bocca aperta e spaventato le banche” (copia permanente su Archive.is):

Di questa tendenza parla anche Marco Cavicchioli in questo video, con molti esempi di finte pagine di giornali che sembrano promuovere servizi legati alle criptovalute.

Finte notizie come queste purtroppo approdano anche su testate giornalistiche reali, come ho raccontato il mese scorso, causando ancora più confusione nei lettori, che si fidano di quello che vedono scritto.

La notifica ricevuta dalla lettrice parla specificamente di un’app denominata BitcoinUp, il cui sito fa promesse mirabolanti (“i nostri algoritmi
di trading stanno generando risultati folli per i nostri clienti […] guadagna potenzialmente fino a $ 1500 il primo
giorno di negoziazione […]”
), ed è interessante leggere quali sono le conseguenze per chi si iscrive a BitcoinUp, secondo il racconto di Lorenza: ha scaricato d’impulso l’app e vi ha inserito nome, cognome e numero di telefono.

“Da
lì sono tempestata di chiamate con prefissi da Romania, Inghilterra,
Svizzera, Germania o Austria, li sto bloccando ma mi arrivano sempre
chiamate con numeri diversi. Ad una ho risposto e hanno riappeso.”

Ora Lorenza non vuole essere più contattata, ma ormai il suo numero è nelle rubriche di altri partecipanti a BitcoinUp.

Posso solo ripetere per l’ennesima volta le raccomandazioni classiche: non bisogna credere a tutto quello che si legge, anche se sarebbe legittimo aspettarsi dalle testate giornalistiche un minimo di controllo in più, e qualunque offerta che vi sembri troppo bella per essere vera probabilmente non è vera. 

Purtroppo le ristrettezze economiche aumentano il desiderio di trovare vie d’uscita, e il valore crescente dei bitcoin attira speculatori e imbroglioni in cerca di vittime vulnerabili. Siate prudenti, e non date i vostri dati al primo che passa.

I bitcoin consumano tanta energia. Che proviene in gran parte da fonti inquinanti. Un dilemma etico

I bitcoin consumano tanta energia. Che proviene in gran parte da fonti inquinanti. Un dilemma etico

Ultimo aggiornamento: 2021/04/20 1:35.

Tutti parlano di criptovalute e in particolare di bitcoin, grazie anche al
fatto che il controvalore dei bitcoin è salito vertiginosamente. Chi ha comprato
bitcoin un anno fa oggi ha ben 12 volte l’investimento iniziale.

Ma questa corsa all’oro digitale ha anche un risvolto ecologico che non va
trascurato. Ogni creazione di bitcoin e ogni transazione richiede
complicatissimi calcoli matematici, che richiedono enormi potenze di calcolo.
A loro volta, queste potenze di calcolo richiedono computer altrettanto
potenti, che consumano energia. Tanta energia. E molta di questa energia viene
prodotta usando fonti altamente inquinanti.

Non solo: la matematica dei bitcoin è fatta in modo che man mano che aumenta
la potenza di calcolo disponibile aumenta anche la difficoltà dei calcoli, per
cui aumenta anche il consumo di energia.

Secondo una stima del Cambridge Centre for Alternative Finance, pubblicata
presso Cbeci.org, nel 2019 la generazione di
bitcoin consumava
più energia dell’intera Svizzera: 77 terawattora ogni anno (la Svizzera ne ha consumati circa 57). Oggi, nel
2021, questo consumo stimato di energia è salito a 127,7 TWh/anno, ossia
più di Norvegia o Argentina
(mentre il consumo svizzero è lievemente diminuito (-0,8%)). Altre stime indicano valori più bassi.

Queste stime hanno ampi margini d’incertezza, ma la tendenza è chiara: i
consumi derivanti dall’uso dei bitcoin stanno aumentando. Oggi rappresentano,
secondo il CCAF, lo 0,6% dei
consumi totali di elettricità del pianeta. A titolo di paragone, tutti i
datacenter del mondo consumano
199 TWh/anno.

Se volete un altro paragone, e se non ho perso qualche zero per strada, 127,7
TWh sarebbero sufficienti a far fare oltre 100.000 km a tutte le auto della
Svizzera (circa 6 milioni di veicoli) o 16.000 km a tutte le auto d’Italia
(circa
39 milioni) se fossero tutte elettriche (stimando 0,2 kWh/km).

Il 65% dell’hashrate
(la potenza di calcolo complessiva usata per generare bitcoin e gestirne le
transazioni) si trova in Cina.

Inoltre secondo la ricerca del CCAF circa i due terzi dell’energia consumata
per gestire i bitcoin provengono da fonti fossili, e questo significa che i
bitcoin hanno un impatto ambientale significativo. Investire in bitcoin e
presentarsi come sostenitori dell’ecologia, come ha fatto per esempio
Tesla
a febbraio scorso, sembra essere un controsenso. 

I sostenitori dei bitcoin obiettano che parte dell’energia usata deriva da
fonti rinnovabili oppure da centrali che la devono generare anche se non viene
utilizzata e non c’è modo di accumularla, per cui formalmente non è tolta ad
altri usi. Tuttavia è difficile quantificare con precisione quanta sia questa
parte.

Ma probabilmente l’obiezione principale all’adozione su vasta scala
dei bitcoin (e specificamente dei bitcoin) è il numero di transazioni
gestibili da questo sistema: attualmente è
meno di sette
al secondo ed è tecnicamente difficilissimo aumentarlo. Non si può pensare di
usare questa criptovaluta per gestire gli scambi dell’economia
mondiale.

 


A titolo di confronto, la rete informatica di un singolo gestore di
carta di credito, come Visa, ha una
capacità teorica
di 65.000 transazioni al secondo.

Altre criptovalute hanno sviluppato metodi che consentono un numero molto
superiore di transazioni al secondo e riducono fortemente il consumo di
energia, ma al prezzo di una minore sicurezza. Il problema è che oggi è il
bitcoin la forma di criptovaluta dominante.

In sintesi: per come stanno le cose ora, i bitcoin non hanno alcuna
possibilità di sostituire le monete convenzionali e producono molto
inquinamento. Altre criptovalute possono far di meglio, ma resta il dilemma
del grande consumo di energia, inevitabile per qualunque criptovaluta basata
sul
proof of work

e in generale per qualunque tecnologia basata sulla blockchain.

Per cui mi sa che liquiderò i miei pochi bitcoin: mi arrendo al fatto che non
sono eticamente sostenibili, salvo prove contrarie. 

 

2021/04/20. Ho liquidato il mio wallet e ho convertito in franchi svizzeri, che ora riposano nel mio conto corrente.

Fonti aggiuntive:
BBC,
BBC.

Ha 240 milioni di dollari in bitcoin e solo due tentativi per indovinare la password che li protegge

Ha 240 milioni di dollari in bitcoin e solo due tentativi per indovinare la password che li protegge

Stefan Thomas. Credit:
NYT.

Se la storia di un britannico che ha
buttato in discarica
un disco rigido contenente oltre 200 milioni di euro in bitcoin è da incubo,
non è da meno, ed è forse peggiore, quella di Stefan Thomas. Un disco rigido
perso in discarica è perso: non ce l’hai più sotto il naso. Ma nel caso di
Stefan Thomas la fortuna in bitcoin, circa 240 milioni di dollari, è davanti a
lui che gli fa marameo.

Thomas è un programmatore che vive a San Francisco. Più di dieci anni fa,
spiega il
New York Times, è stato pagato per un lavoro con 7002 bitcoin. All’epoca ciascuno di quei
bitcoin valeva pochi dollari. Oggi ne vale oltre 30.000.

Thomas ha salvato quegli spiccioli in un portafogli digitale IronKey, una
chiavetta ultrasicura protetta da una password… e poi ha perso il foglietto
sul quale aveva scritto la password.

La chiavetta è ancora nelle sue mani, ma il contenuto è inaccessibile senza
password. Cosa peggiore, dopo dieci tentativi falliti il dispositivo bloccherà
completamente l’accesso e non consentirà altri tentativi. A Thomas ne sono
rimasti soltanto due.

La vicenda di Stefan Thomas è arrivata all’attenzione di vari esperti
informatici, compreso Alex Stamos, professore a Stanford e grandissimo esperto
di sicurezza informatica, che ha mandato un
tweet
a Thomas con una considerazione molto allettante: per 220 milioni di dollari
in Bitcoin criptati non è il caso di fare dieci tentativi di indovinare la
password. Semmai si assoldano dei professionisti che si comprino delle
chiavette uguali e investano sei mesi a cercare una via per accedere ai dati o
almeno rimuovere il limite di tentativi. Stamos si offre di organizzare il
tutto in cambio del 10%, che sono 22 milioni di dollari.

Quello di Thomas non è l’unico caso di criptovalute inaccessibili: si stima
che i bitcoin bloccati o dimenticati in tutto il mondo ammontino a circa 140 miliardi di
dollari.

236 milioni di euro in bitcoin sono sepolti in una discarica in Galles

236 milioni di euro in bitcoin sono sepolti in una discarica in Galles

Con il rapido aumento di valore dei bitcoin, molte persone stanno tirando fuori dai cassetti le chiavette o i dischi rigidi sui quali, anni fa, avevano generato o custodito questa criptovaluta quando era soltanto un esperimento di poco valore. Oggi quei bitcoin possono valere cifre molto ingenti, a patto di riuscire a recuperarli. E qui arrivano le sorprese amare.

La BBC racconta il caso estremo di James Howells, che vive a Newport, in Galles, che aveva comprato 7500 bitcoin nel 2009, quando valevano pochissimo. Howells li aveva archiviati sul disco rigido di un computer portatile, per poi dimenticarsene. Nel 2013 aveva buttato via quel computer e il suo disco rigido, sul quale ci sono quei bitcoin che oggi valgono circa 236 milioni di euro.

Howells dice di essere disposto a donare un quarto di quella somma alla città se riesce a recuperare il disco rigido dalla discarica nella quale si trova il computer, ma la città dice che le leggi vigenti non consentono di effettuare la ricerca.

Il malcapitato sostiene che la ricerca sarebbe meno difficile di quel che si potrebbe pensare, perché verrebbe affidata a professionisti e Howells sa con precisione quando ha buttato via il disco rigido e quindi sa in che zona della discarica si dovrebbe trovare. Inoltre alcuni investitori si sono offerti di coprire le spese in cambio di una percentuale dei bitcoin recuperati.

Ma non è così semplice: un portavoce della città di Newport ha spiegato che la ricerca, che comporta uno scavo, avrebbe un impatto ambientale enorme sulla zona: il costo dello scavo e dell’immagazzinaggio e del trattamento dei rifiuti estratti ammonterebbe a milioni di sterline, senza alcuna garanzia di ritrovare il tesoro digitale. Ammesso di ritrovarlo, non ci sarebbe alcuna certezza di trovarlo funzionante e di poterne estrarre i bitcoin. Per cui la fortuna del signor James Howells resta virtuale.

Morale della storia: fate i backup. Sempre.

OggiTreviso, testata giornalistica, pubblicizza e promuove un sito truffa

OggiTreviso, testata giornalistica, pubblicizza e promuove un sito truffa

Ultimo aggiornamento: 2020/11/24 1:00.

OggiTreviso ha avuto la simpatica idea di ospitare un “pubbliredazionale” (quella sottile forma di prostituzione giornalistica per cui fai finta che una pubblicità sia un articolo) che linka un sito truffa.

Una copia permanente dell’articolo è presso Archive.is/txHUG.

Il sito-truffa in questione (Bitcoin Up) è documentato qui su Bitcoin.com.

Ho provato a telefonare in redazione: nessuna risposta. Ho mandato una mail. Vediamo se serve.

Dal sito di Oggitreviso.it
cito: “OggiTreviso | Quotidiano on line iscritto al n. 87/2008 del
registro stampa del Tribunale di Treviso del 15/02/2008 | Direttore:
Ingrid Feltrin Jefwa”
.

Faccio notare le dimensioni lillipuziane dell’unica parola che fa capire, dopo aver letto tutto il pezzo, che non si tratta di un articolo ma di una pubblicità mascherata. Però le fake news e la disinformazione, signora mia, son colpa di Internet e dei gruppi chiusi su Telegram, vero?

2020/11/23 11:50

Questa è la mail che ho inviato ieri alle 12:24 a redazione@oggitreviso.it:

Oggetto: Sito truffa in vostro pubbliredazionale

Buongiorno,

sono un giornalista informatico. Vi segnalo che state pubblicizzando un
sito truffaldino in questo vostro pubbliredazionale:

https://www.oggitreviso.it/bitcoin-valore-aggiunto-anche-principianti-delle-criptovalute-242129

Le indicazioni di truffa:

https://news.bitcoin.com/the-tell-tale-signs-of-a-scam-crypto-website/

Vi invito a rimuovere l’articolo per non essere visti come complici di
truffa.

Cordiali saluti

Paolo Attivissimo

Stamattina ho ricevuto dalla redazione di OggiTreviso una mail che ringrazia della segnalazione ma parla di denigrazione da parte mia e mi intima di rimuovere “immediatamente” questo mio articolo.

Mi sono rifiutato, non solo per diritto di cronaca, ma soprattutto perché il pubbliredazionale contenente il link al sito truffa e la sua promozione è ancora al suo posto in questo momento (copia permanente delle 10:44 UTC) e quindi persiste il pericolo di portare i lettori a un sito truffaldino, con l’aggravante che i lettori tenderanno a fidarsi di quanto pubblicato da una testata giornalistica.

2020/11/24 1:00

L’articolo risulta ora rimosso. Al suo posto compare un semplice “Pagina 403”.

 

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Chi ha spostato un miliardo di dollari in bitcoin?

Chi ha spostato un miliardo di dollari in bitcoin?

Uno degli aspetti spesso dimenticati delle criptovalute è che per definizione tutte le transazioni sono pubbliche; ogni spostamento di valuta è visibile a tutti. Non si sa di chi sono i soldi, ma si vede come si muovono. È grazie a questa caratteristica che sappiamo che qualcuno ha tolto 69.369 bitcoin, l’equivalente di circa un miliardo di dollari, da un wallet (un conto in criptovaluta) martedì scorso.

Il wallet in questione, noto come 1HQ3Go3ggs8pFnXuHVHRytPCq5fGG8Hbhx, era seguitissimo e dormiente dal 2015. Era popolare non solo perché era uno dei wallet più ricchi del mondo, ma anche perché conteneva soldi collegati a Silk Road, un noto mercato criminale online il cui fondatore era stato processato appunto nel 2015.

Per qualche giorno si è ipotizzato che qualcuno fosse riuscito finalmente a scoprire la password che proteggeva il wallet e compiere così il più grande furto di criptovalute della storia senza neanche spostarsi dalla tastiera, ma poi l’autore della transazione si è fatto avanti.

È il governo statunitense, specificamente il suo Dipartimento di Giustizia, che in un comunicato ha spiegato che un furto miliardario è effettivamente avvenuto, ma nel 2012 o 2013. Lo ha commesso un informatico che è riuscito a entrare nel sito di Silk Road e trasferire i soldi dei criminali sul proprio wallet. L’informatico ha ora consegnato i soldi al Dipartimento.

Non si sa chi sia questo ladro, che nei documenti legali è citato solo come Individuo X. Né si sa come sia stato individuato, anche se è stato reso noto che c’è di mezzo la società investigativa specializzata Chainalysis. Ma sembra piuttosto chiaro che stare seduti su un miliardo di dollari rubati a una banda criminale era una situazione insostenibile per chi ha commesso questo furto colossale. Come sempre, la parte difficile non è commettere il reato informatico: è gestirne le conseguenze.

Per i curiosi che si stanno chiedendo che aspetto abbia un miliardo di dollari, segnalo questa stima fatta da Groovewallet: in biglietti da cento dollari, sono circa 10 tonnellate.


Antibufala mini: i bitcoin consumano tanta energia quanto la Svizzera! Sì, però...

Antibufala mini: i bitcoin consumano tanta energia quanto la Svizzera! Sì, però…

È vero, come si dice in giro, che la criptovaluta bitcoin consuma tanta elettricità quanto l’intera Svizzera? Sì.

La dichiarazione arriva dallo studio Cambridge Bitcoin Electricity Consumption Index, realizzato dal centro di ricerca Centre for Alternative Finance dell’Università di Cambridge, nel Regno Unito, ed è una stima basata su una serie molto complessa di assunti. Indica che i computer che gestiscono i bitcoin in tutto il mondo attualmente consumano circa 77 terawattora ogni anno.

Nel 2018 la Svizzera ha consumato circa 57 terawattora, per cui è corretto dire che i bitcoin consumano tanta energia elettrica quanto l’intera Svizzera: anzi, si stima che ne consumino di più.

Per capire se è tanto o è poco e se è dannoso e dobbiamo preoccuparcene è necessario fare qualche confronto. Per esempio, i dispositivi elettrici lasciati sempre accesi ma inattivi nelle abitazioni soltanto negli Stati Uniti consumano quasi tre volte di più dei bitcoin a livello mondiale.

Inoltre i bitcoin rappresentano lo 0,36% del consumo totale mondiale di energia elettrica. Se vogliamo ridurre i consumi e quindi inquinare meno, abolire i bitcoin non farà molta differenza. Ci sono molti altri settori nei quali si possono ottenere risultati ben più significativi.

È invece interessante notare che i bitcoin sono molto meno efficienti, come consumo di energia, rispetto agli altri sistemi di pagamento elettronico tradizionali, come le carte di credito. Una singola transazione con bitcoin consuma quanto quattrocentomila transazioni con carta di credito.

Fonti aggiuntive: Naked Security; CCN; NewsBTC; Forbes; The Verge; BBC.

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Bitcoin, truffatore paga la propria vittima

Bitcoin, truffatore paga la propria vittima

Capita spesso di dover parlare di truffe online, soprattutto nel settore delle criptovalute, ma stavolta no. Ben Perrin, un canadese appassionato ed esperto divulgatore sul tema delle criptovalute, si è trovato a dialogare con un truffatore che lo voleva turlupinare proponendogli via Instagram un affarone: se Perrin gli avesse spedito dei bitcoin, il truffatore (che si faceva chiamare Susan Williams 2121) glieli avrebbe restituiti raddoppiati in 24 ore grazie alla potente “tecnologia blockchain 3.0”.

Ovviamente Perrin ha capito che si trattava di una truffa e ha deciso di fingersi ingenuo e incompetente, per cui ha creato con Photoshop delle finte schermate di transazioni e ha usato un po’ di social engineering per incantare il truffatore: ha cominciato a dirgli che era interessato a fare l’investimento cominciando con 20.000 dollari, ma che Stu Reid, un concorrente di Susan, gli aveva fatto un’offerta analoga mandandogli addirittura un pagamento dimostrativo. Quello che il truffatore non sapeva era che Stu Reid era un’invenzione di Perrin.

La faccio breve, perché Perrin ha tirato in lungo e costruito una storia ricca e articolata (che vi consiglio di leggere integralmente) per incantare “Susan Williams 2121”, ma alla fine la trappola è scattata: per non farsi rubare la vittima da quello che pensava fosse un rivale, il truffatore si è offerto di fare anche lui un pagamento dimostrativo. Sì, avete capito bene: il truffatore si è offerto di mandare soldi alla vittima. E così Perrin ha ricevuto dal truffatore 50 dollari in bitcoin, che ha prontamente donato in beneficenza per poi rivelare tutto all’aspirante criminale.

Computer degli allunaggi modificato per generare bitcoin

Computer degli allunaggi modificato per generare bitcoin

Ars Technica segnala che un esemplare di AGC, il computer che portò gli astronauti delle missioni Apollo sulla Luna, è stato modificato per generare bitcoin.

Gli AGC erano il top della tecnologia informatica dell’epoca. Negli anni Sessanta, infatti, i computer erano grandi come frigoriferi o intere stanze, ma l’AGC pesava soltanto una trentina di chili. Fu anche uno dei primi ad adottare i circuiti integrati, che per quegli anni erano una novità sperimentale.

Generare bitcoin richiede calcoli matematici estremamente onerosi, che oggi vengono svolti usando hardware specializzato, capace di generare migliaia di miliardi di hash al secondo (un hash, semplificando, è una delle fasi di calcolo per tentativi necessarie per ottenere un bitcoin). Un AGC ci mette dieci secondi per calcolarne uno. Secondo i ricercatori, è così lento che generare un blocco di bitcoin richiederebbe circa un miliardo di volte l’età dell’universo. Ma l’AGC, insieme all’intelligenza degli astronauti e dei tecnici sulla Terra e alla potenza di calcolo installata nei grandi centri di elaborazione della NASA, fu sufficiente a realizzare gli allunaggi.

Ne abbiamo fatta, di strada, da allora. Perlomeno in termini di prestazioni tecniche: cosa ci facciamo, con tutta questa potenza di calcolo, a volte è meglio non chiederselo.