Questo articolo era stato scritto inizialmente per Il
Disinformatico
della Radiotelevisione Svizzera ma non è più disponibile sul sito della RSI,
per cui lo ripubblico qui in versione aggiornata. Ultimo aggiornamento:
2016/04/12 18:50.
Si celebra oggi il cinquantacinquesimo anniversario del primo volo spaziale
umano, quello effettuato dal russo Yuri Gagarin il 12 aprile 1961, e tornano le
ipotesi di messinscena o di altri voli precedenti che sarebbero falliti
tragicamente e sarebbero stati censurati e tenuti nascosti. C’è un fatto poco
conosciuto che può essere utile per chiarire come andarono le cose e conferma
che Gagarin andò davvero nello spazio: le sue trasmissioni video furono
intercettate dai servizi di intelligence statunitensi. Le immagini,
sgranate e distorte ma sufficienti a confermare la presenza di un cosmonauta a
bordo del veicolo orbitante, sono pubblicate da Sven Grahn in un
dettagliatissimo articolo intitolato
TV from Vostok. Le vedete qui accanto.
La fonte di queste immagini è un documento della CIA oggi disponibile su
Internet: s’intitola
Snooping on Space Pictures, risale al 1964 e fu reso pubblico nel 1994. Nel documento si dichiara che
“venti minuti [dopo il decollo della Vostok] furono rilevate trasmissioni
mentre il veicolo passava sopra l’Alaska. Solo 58 minuti dopo il lancio, l’NSA
riferì che la lettura in tempo reale dei segnali mostrava chiaramente un uomo
e lo mostrava mentre si muoveva. Prima che Gagarin avesse completato il suo
storico volo di 108 minuti, elementi dell’intelligence
avevano una conferma tecnica che un cosmonauta sovietico era in orbita ed era
vivo.”
L’annuncio ufficiale di Radio Mosca fu diramato pochi minuti prima di questa
conferma. Presso Firstorbit.org c’è un
magnifico video commemorativo, First Orbit, realizzato per il
cinquantenario della missione, che ricostruisce con estrema fedeltà, attraverso
immagini reali riprese da Paolo Nespoli a bordo della Stazione Spaziale
Internazionale fra dicembre 2010 e gennaio 2011, quello che vide Gagarin durante
la sua orbita. Il sito include una vasta
collezione
di registrazioni filmate e sonore e di fotografie rare.
Per tutti coloro che sono intrigati dalle tesi di chi sostiene che ci furono
altri cosmonauti prima di Gagarin e che Yuri fu il primo a tornare vivo rimando
all’ottimo libro di Luca Boschini, Cosmonauti perduti (edito da
Prometeo), che grazie a ricerche approfondite sui documenti sovietici originali
smonta queste fantasie ma rivela intrighi ancora più affascinanti: non
dimentichiamo che all’epoca il volo di Gagarin, come tutto il programma spaziale
sovietico, fu coperto da un segreto ossessivo che oggi sembra quasi
inconcepibile.
Nelle comunicazioni radio del volo di Gagarin, i responsabili e i tecnici a
terra furono citati usando numeri al posto dei nomi (Sergei Korolev era il
Numero 20, il generale Nikolai Kamanin era il Numero 33; Leonov fu citato solo
come Blondin). Il fatto che Gagarin non rimase a bordo fino
all’atterraggio (perché la capsula non era in grado di effettuare un atterraggio
morbido) fu tenuto segreto, anche per non invalidare l’omologazione
internazionale del record. Le foto degli altri cosmonauti furono censurate
sistematicamente per nasconderne le identità. La forma della
Vostok rimase ignota, obbligando i giornali a lavorare di fantasia.
Adesso siamo abituati a vedere i lanci delle Soyuz russe in diretta TV e
ci sembra normale avere la GoPro di bordo che mostra Samantha Cristoforetti (e
prossimamente Paolo Nespoli) all’interno della capsula mentre si
arrampica verso lo spazio; ma queste sarebbero state cose inaudite in
quell’incredibile giorno di aprile del 1961, quando la fantascienza divenne
realtà, soltanto sedici anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
Ecco un po’ di copertine di giornali e riviste italiane dell’epoca, tratte
dall’archivio di Gianluca Atti, che ringrazio per aver messo a disposizione la
sua vasta collezione anche per l’Almanacco dello Spazio. Notate le rappresentazioni della Vostok totalmente inventate: nessuno
sapeva com’era realmente al di fuori di pochissimi addetti ai lavori in Unione
Sovietica. L’ultima immagine la mostra com’era realmente.




