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Una visita al primo server Web

Una visita al primo server Web

Pochi giorni fa sono stato al CERN e, fra le tante meraviglie tecnologiche di questo centro di ricerca scientifica, ho finalmente visto con i miei occhi il primo server Web della storia: la workstation NeXT usata da Tim Berners-Lee, l‘informatico che insieme a Robert Cailliau concepì presso il CERN quello che oggi chiamiamo il Web, ossia la parte di Internet strutturata in pagine contenenti testo, immagini e collegamenti ad altre pagine. Era il 1989: un’eternità di tempo fa, ai ritmi dell’informatica.

Oggi questa workstation è esposta al CERN qui in una teca sferica insieme al documento Information Management: A Proposal che Berners-Lee scrisse per proporre l’idea al suo capo, Mike Sendall, che la commentò laconicamente con tre parole visibili ancora oggi, scritte a mano, sulla stampa del documento: “Vague but exciting” (“Vago ma stimolante”).

Va ricordato che all’epoca Berners-Lee aveva pensato al Web soltanto come sistema di gestione delle informazioni interne del CERN e non come modo per organizzare tutta Internet, e che intendeva chiamare la propria creatura Mesh: solo in seguito, durante la scrittura del software per realizzarla, scelse di chiamarla World Wide Web. La parola “web” ricorre già, comunque, nel testo originale della sua proposta.

Fu proprio il CERN a ospitare la prima pagina del Web pubblico: è ancora visitabile oggi qui in una versione leggermente modificata (l’indirizzo originale era http://nxoc01.cern.ch/hypertext/WWW/TheProject.html).

Il primo server Web era un computer che nel 1989 era ai massimi livelli ma che oggi considereremmo primitivo: 8 megabyte (sì, megabyte) di RAM, 256 megabyte di disco magneto-ottico, processore a 25 MHz e disco rigido facoltativo. Il NeXT era una creatura di un altro nome celebre di Internet: Steve Jobs.

Trent’anni di Web: provate il primissimo browser stando nel vostro browser attuale

Trent’anni di Web: provate il primissimo browser stando nel vostro browser attuale

Ultimo aggiornamento: 2019/02/27 17:50.

Quest’anno il Web compirà trent’anni. L’invenzione di Tim Berners-Lee e di Robert Cailliau risale infatti al 1989. Non fu subito un successo travolgente: la proposta originale di Berners-Lee, che all’epoca lavorava al CERN di Ginevra, fu valutata dal suo capo, Mike Sendall, con tre sole parole: “vaga ma stimolante”.

L’idea era semplice e pratica: collegare tra loro i tanti documenti che popolavano l’Internet di allora, che era principalmente dedicata alla comunicazione scientifica, e permettere agli utenti di consultare questi documenti più rapidamente cliccando su una parola sullo schermo invece di dover digitare manualmente un indirizzo complicato ogni volta.

Nel 1990 Berners-Lee creò quindi un programma per sfogliare rapidamente questa ragnatela interconnessa di documenti sparsi per il mondo: fu il primo browser, antenato degli attuali Firefox, Chrome, Safari o Edge. Creò anche il programma che forniva i documenti al browser: quello che oggi chiamiamo il server Web. Cailliau, da parte sua, creò il primo browser per Mac e progettò il logo del Web: tre lettere W sovrapposte e sfalsate, che erano le iniziali di World Wide Web, ossia “ragnatela mondiale”. È per questo che ancora oggi gli indirizzi di molti siti cominciano con “www”.

Il resto, come si suol dire, è storia. L’uso di Internet e in particolare del Web esplose e nel giro di pochi anni divenne un motore economico formidabile, trasformando completamente le telecomunicazioni.

L’Internet primitiva di allora era molto differente da quella di oggi: se vi interessa rivederla, andate a worldwideweb.cern.ch e cliccate sul pulsante azzurro. Si avvierà una replica moderna di quel primo browser creato da Berners-Lee, realizzata di recente proprio per commemorare il trentennale.

Noterete subito che è tutto in bianco e nero e non ci sono immagini. All’epoca erano pochissimi i computer in grado di mostrare grafica e colori e le connessioni erano lente, per cui si andava al sodo: c’era solo testo, e nel testo mancavano quasi tutte le lettere accentate. La prima immagine fotografica comparve sul Web solo nel 1992: era una foto promozionale di una band musicale semiseria, amica di Berners-Lee. Per contro, non c’erano invadenti animazioni pubblicitarie.

In questa replica del primissimo browser manca anche l’ormai consueta casella degli indirizzi: per visitare un sito bisognava cliccare su un menu per farla comparire. L’altra grande differenza è che bisognava fare doppio clic sui link invece di cliccare una sola volta come si fa oggi. La ragione di questa differenza è importante: un clic singolo, infatti, permetteva di modificare le pagine Web di cui si era proprietari e di crearne delle nuove. Il nonno di tutti i browser, insomma, non serviva solo a consultare passivamente, come oggi, ma era anche uno strumento per creare contenuti.

Ovviamente molte pagine dei siti di oggi, concepite per i browser moderni, sono quasi illeggibili, ma è interessante e utile poter vedere quanta strada è stata fatta da quegli inizi “vaghi ma stimolanti” e quante cose dell’Internet attuale consideriamo scontate e invece sono frutto di tanto lavoro oggi dimenticato ma decisamente da riscoprire.

Note

La procedura per aprire un sito con il browser ricostruito di Berners-Lee è Document – Open from full document reference. Ricordatevi di digitare http:// prima del nome del sito.

Alcuni dei siti più antichi di Internet sono citati su Thoughtcatalog e InterestingEngineering.

Divertitevi con il mio primo resoconto del WWW nel mio libro Internet per tutti, uscito nel 1994. Preistoria della Rete.

La band semiseria si chiamava Les Horribles Cernettes: qui sotto trovate il loro video Surfing on the Web, datato 1993. La loro prima foto è questa.

Archeoinformatica: ELEA 9003, computer da 500 MB di memoria. Nel 1959. Incontro con il progettista Franco Filippazzi

Immaginate il primo calcolatore al mondo interamente transistorizzato, capace di gestire fino a 500 MB di memoria di massa (non RAM) nel 1959, dieci anni prima dello sbarco sulla Luna. Immaginate 800 milioni di lire del 1959: tanto costava questa macchina straordinaria. Immaginate che questo gioiello sia stato inventato e realizzato in Italia.

Anzi no: non immaginate, perché l’ELEA 9003 era tutto questo. Martedì sera (22 maggio) alle 21, il professor Franco Filippazzi, uno dei progettisti dell’ELEA 9003, sarà a Villa Ghirlanda (Cinisello Balsamo) per un incontro pubblico organizzato dal Comune di Cinisello Balsamo, OpenLabs e AICA. Trovate un po’ di informazioni qui e potete contattare per tutti i dettagli la Biblioteca Civica (02.66.023.552; biblioteca chiocciola comune.cinisello-balsamo.mi.it). L’ingresso è libero.

Se l’argomento v’intriga, cominciate a documentarvi sfogliando queste pagine. E riflettete sui progressi (e mancati progressi) della tecnologia in quasi cinquant’anni.

Don Eyles, informatico che scrisse il software per l’allunaggio, sarà a Milano il 19 ottobre

Don Eyles, informatico che scrisse il software per l’allunaggio, sarà a Milano il 19 ottobre

Don Eyles.

Si dice spesso quanto fossero poco potenti, rispetto a quelli di oggi, i computer che permisero il primo allunaggio umano nel 1969 e quelli successivi,sempre più complessi, fino al 1972. Si parla molto meno delle persone che concepirono quei computer e ne scrissero il software.

Una di queste persone, Don Eyles, sarà al Politecnico di Milano venerdì 19 ottobre dalle 17.00, nell’Aula L.13 del Building B12, in via La Masa 34. I dettagli sono qui sul sito del Politecnico. Eyles terrà una conferenza in inglese che ci riporterà indietro nel tempo e ci
farà rivivere gli indimenticabili momenti dell’allunaggio.

Non ancora trentenne, Don Eyles scrisse buona parte del software dei computer di guida delle missioni Apollo e in particolare le routine per la gestione degli allunaggi. La sua rapida e brillante soluzione per aggirare un guasto durante la missione Apollo 14 permise all’equipaggio di scendere sulla Luna. Nel suo sito, fra le altre chicche, spiega come andarono realmente le cose con gli allarmi del computer durante il primo allunaggio, quello di Apollo 11: scene che molti vedranno presto al cinema nel film First Man.

Un AGC (Apollo Guidance Computer): a sinistra il computer vero e proprio, a destra la sua tastiera e interfaccia (DSKY).

Don Eyles ha anche collaborato allo sviluppo del software dello Shuttle e della Stazione Spaziale Internazionale.

La visita di Don Eyles in Italia è stata organizzata e gestita da BIS-Italia, la Sezione italiana della British Interplanetary Society, nel quadro delle attività relative a Maker Faire 2018 a Roma, dove sono stati celebrati i Makers For Space e il 50° anniversario del Programma Apollo. Durante l’evento la BIS ha mostrato al pubblico la prima replica completa dell’Apollo Guidance Computer realizzata in collaborazione con ASIMOF, Associazione Italiana Modelli Fedeli. La replica dell’AGC è stata anche sponsorizzata da Pariani Srl e Promec-in Srl, che hanno collaborato alla realizzazione meccanica.

Per saperne di più: Wired.com, Hackaday.com, RollingStone.com.

Archeoinformatica: Blastar, un videogioco del 1984 un po’ speciale

Archeoinformatica: Blastar, un videogioco del 1984 un po’ speciale

Blastar è un videogioco tipico degli anni Ottanta: un miscuglio semplificato di Space Invaders e Asteroid, con le astronavi degli alieni nemici che si spostano lateralmente sullo schermo e vanno colpite con i proiettili sparati dall’astronave del giocatore.

Fin qui niente di speciale; anzi, il gioco è primitivo anche per gli standard molto modesti di quell’epoca e non va confuso con il quasi omonimo Blaster per Atari. Ma se guardiamo l’età del suo creatore cominciano le sorprese: si trattava di un ragazzo di dodici anni che viveva in Sudafrica e che aveva imparato a programmare da solo leggendo un libro.

I suoi sforzi gli valsero 500 dollari, pagatigli dalla rivista PC and Office Technology che pubblicò il listato (la sequenza delle istruzioni di programmazione) affinché altri utenti potessero trascriverlo e caricarlo nei propri computer, come si usava allora: Internet era embrionale, non era aperta al pubblico e comunque nessuno aveva il modem per collegarvisi e i dischetti erano costosissimi, per cui ci si arrangiava trascrivendo i programmi a mano.

La sorpresa più grossa, però, arriva guardando il nome del ragazzino, stampato sulla rivista: Elon Musk.

L’immagine qui sopra è tratta dal libro di Ashlee Vance Elon Musk: Tesla, SpaceX, and the Quest for A Fantastic Future (2015), una cui edizione si può sfogliare qui su Issuu.com.

Che fine ha fatto quel gioco? È ancora disponibile: un ingegnere del software di Google di nome Tomas Lloret Llinares ha convertito il programma di Elon Musk in HTML5, creando una pagina Web nella quale potete giocare a Blastar con qualunque browser moderno.



Fonti aggiuntive: The Verge, Business Insider, Fortune, Wait But Why, Popular Mechanics.

35 anni di Wargames

35 anni di Wargames

Ai primi di giugno del 1983 uscì sugli schermi dei cinema statunitensi uno dei film più importanti della storia della sicurezza informatica. Ebbene sì, Wargames compie in questi giorni ben 35 anni. Racconta con leggerezza e garbo le avventure di un giovane appassionato d’informatica, David Lightman (interpretato da Matthew Broderick), che nel tentativo di penetrare telematicamente nei computer di una famosa società che produce videogiochi trova invece per sbaglio una connessione a un supercomputer della difesa nazionale americana. Lì si imbatte in quella che lui crede sia una lista di nuovi videogiochi, dalla quale sceglie un titolo accattivante: “Guerra Termonucleare Globale”.

Ma in realtà non si tratta di giochi: sono le simulazioni usate dalla difesa statunitense per prepararsi a un eventuale attacco atomico sovietico. David inizia a giocare, senza rendersi conto che sta scatenando il panico nucleare fra i militari, convinti che i sovietici stiano attaccando sul serio, e la situazione precipita.

Il film, diretto da John Badham, quello della Febbre del Sabato Sera, fu un successo di pubblico inaspettato, ma soprattutto rappresentò l’introduzione all’informatica e all’hacking per un’intera generazione. La scena in cui David, per far colpo su una ragazza, Jennifer (interpretata da Ally Sheedy), le cambia i voti scolastici collegandosi al computer della scuola tramite il suo personal computer e una connessione telefonica via modem fu una rivelazione: i computer si potevano collegare fra loro! Si potevano usare per mandare messaggi o per scaricare dati e programmi invece di trasferirli faticosamente di persona! Internet non c’era ancora, perlomeno per gli utenti comuni, per cui la connessione era diretta e lentissima, ma c’era.

Wargames, visto dall’Italia del 1983 (con gli occhi di un allora giovane informatico di vostra conoscenza), pareva a molti fantascienza, ma in realtà era estremamente realistico nelle sue premesse: i sistemi informatici, anche quelli militari, erano davvero vulnerabili. Il film parlava già correttamente di backdoor e di firewall come forme di attacco e di difesa informatica. La tecnica usata da David per trovare computer da penetrare, ossia chiamare automaticamente uno dopo l’altro tutti i numeri telefonici di una regione e sentire se rispondeva il pigolìo stridulo di un modem, era anch’essa reale. Gli informatici la ribattezzarono wardialing proprio per rendere omaggio a Wargames.

Il film colpì anche l’allora presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, che chiese ai suoi esperti se davvero i sistemi informatici del governo fossero così attaccabili come si vedeva nel film. La risposta affermativa portò alle prime leggi e direttive sulla sicurezza informatica. Gli esperti avevano già avvisato di questi rischi sin dal 1967 nei loro rapporti tecnici, ma erano rimasti inascoltati. Per far capire finalmente la serietà del problema ci voleva Hollywood.

Trentacinque anni dopo, Wargames è un’operazione nostalgia per gli informatici di vecchia data, ed è citatissimo nel libro Ready Player One di Ernest Cline (quasi per nulla nell’omonimo film di Spielberg), ma le sue lezioni sono ancora attualissime: le password troppo ovvie che permettono al protagonista di farsi strada nei computer altrui si usano purtroppo anche oggi, e gli attacchi informatici fra nazioni sono diventati una realtà quotidiana. Ma la lezione più importante di Wargames è di un altro genere: il supercomputer del film riflette sulla guerra termonucleare globale e fa la battuta più memorabile e profonda di tutto il film.

“Strano gioco. L’unica mossa vincente è non giocare.”

Fonti aggiuntive: L’antro atomico del Dr. Manhattan, Movieplayer.it, Stackexchange, It World, Il Post, Webcitation.org.

Il primo attacco informatico della storia...nel 1834?

Il primo attacco informatico della storia…nel 1834?

A quando risale il primo abuso di un sistema di telecomunicazione, o di hacking nella terminologia moderna? Secondo questo articolo di Tom Standage, al 1834.

Ovviamente a quell’epoca non c’era Internet e non esistevano i computer, ma la Francia aveva comunque già una propria rete di telecomunicazione nazionale, inaugurata addirittura nel 1794, in piena Rivoluzione Francese: era il telegrafo ottico, composto da catene di torri di segnalazione, piazzate a distanze da 8 a 10 chilometri l’una dall’altra e dotate di un braccio rotante che reggeva due bracci più piccoli alle estremità.

Questi bracci potevano essere orientati in vari modi per comporre un complesso codice di simboli, che venivano trasmessi da una torre all’altra con un sistema molto semplice: l’operatore della torre ricevente guardava con il cannocchiale i simboli mostrati dalla torre trasmittente e poi li ripeteva muovendo i bracci della propria torre. I suoi movimenti venivano visti dall’operatore della torre successiva, che li ripeteva a sua volta, e così via finché il messaggio arrivava a destinazione.

Con questo sistema i messaggi viaggiavano a circa 500 chilometri l’ora, coprendo per esempio la distanza fra Parigi e Lille (230 km) in una mezz’oretta, in un’epoca nella quale l’alternativa più celere, un corriere a cavallo, avrebbe impiegato almeno trenta ore. La Francia costruì una rete di 556 stazioni semaforiche che coprivano circa 4800 chilometri, e altri paesi europei realizzarono reti analoghe.

Visti i vantaggi strategici delle comunicazioni rapide, il telegrafo ottico era riservato ad usi governativi e militari. Napoleone Bonaparte portava sempre un telegrafo ottico portatile nel proprio quartier generale e fece estendere la linea da Parigi a Milano, Torino e Venezia.

Per tutelare la riservatezza dei messaggi veniva usata una forma di cifratura, per cui i telegrafisti non conoscevano il contenuto dei messaggi che ripetevano. Soltanto chi inviava un messaggio e chi lo riceveva potevano decodificarlo. In altre parole, il telegrafo ottico aveva la crittografia end-to-end come ce l’ha oggi WhatsApp. Era Internet in versione steampunk.

By Jeunamateur – Own work d’après “La télégraphie Chappe”, FNHAR, 1993, CC BY-SA 3.0, Wikimedia.

Se vi interessano i dettagli tecnici e la storia del sistema, su Difesa.it (tramite Archive.org) trovate un ricchissimo approfondimento (PDF) del professor Francesco Frasca. Altre informazioni sono su Wikipedia e su Posta e società.

Ma come fu possibile “hackerare” un sistema di telecomunicazione militare cifrato, e soprattutto perché? E chi furono questi proto-hacker?

Hacker nel 1834

È qui che entrano in scena i fratelli François e Joseph Blanc, due banchieri che operavano sulla borsa di Bordeaux. Assoldarono a Parigi un collaboratore che teneva sotto osservazione la borsa parigina, la più importante e influente di Francia, e passava informazioni sugli andamenti più significativi a un operatore del telegrafo ottico a Tours, sulla linea che trasmetteva i dati fino a Bordeaux.

Siccome la rete telegrafica era solo per uso governativo e un messaggio non autorizzato sarebbe stato immediatamente evidente a tutti, i fratelli Blanc trovarono il modo di annidare i propri messaggi dentro quelli autorizzati: usarono i simboli adoperati per indicare le correzioni.

I due corruppero l’operatore telegrafico a Tours, dandogli istruzioni di commettere degli errori molto specifici nelle trasmissioni, lasciando che si propagassero lungo la linea, e poi di correggerli poco dopo. Gli errori rappresentavano in codice gli andamenti di borsa a Parigi. Un complice che viveva vicino all’ultima stazione lungo la linea, vicino a Bordeaux, prendeva nota degli errori e li riferiva ai fratelli Blanc. In termini moderni, i Blanc usavano la steganografia.

Il sistema consentì ai fratelli Blanc di conoscere gli andamenti parigini (e i loro effetti sulla borsa di Bordeaux) cinque giorni prima dei propri concorrenti locali, visto che la posta da Parigi ci metteva appunto cinque giorni ad arrivare a Bordeaux tramite carrozze trainate da cavalli, e così i fratelli guadagnarono giocando d’anticipo.

Riuscirono a farla franca per due anni, fino a quando il loro operatore complice si ammalò e rivelò tutto il meccanismo a un amico dal quale sperava di farsi sostituire. Ma quando i fratelli Blanc furono smascherati, le autorità si accorsero che non c’erano leggi che vietavano specificamente l’iniezione di messaggi privati nella rete del telegrafo ottico e quindi i due rimasero a piede libero.

Morale della storia: le intrusioni nelle reti restano spesso invisibili a lungo, perché gli intrusi non hanno interesse a farsi notare; l’elemento più fragile della catena della sicurezza è quello umano, per cui pensare alla sicurezza solo in termini di tecnologia è sbagliato; e c’è sempre un modo per abusare di qualunque sistema, specialmente se c’è un incentivo economico per farlo. La storia dei fratelli Blanc dimostra che queste sono regole senza tempo.

Fonte aggiuntiva: Inc.com.

40 anni di spam

40 anni di spam

Qui sotto trovate il testo della prima mail classificabile come spam: risale al primo maggio 1978, quando Gary Thuerk (foto qui accanto, tratta da Computerworld), un venditore della DEC (Digital Equipment Corporation, nome importante dell’informatica di quegli anni, successivamente assorbito da HP) inviò a tutti gli utenti di Arpanet, una delle reti da cui poi sarebbe nata Internet, un invito a partecipare alla presentazione del nuovo computer della sua azienda. Lo spam compie insomma quarant’anni.

Mail-from: DEC-MARLBORO rcvd at 3-May-78 0955-PDT
Date:  1 May 1978 1233-EDT
From: THUERK at DEC-MARLBORO
Subject: ADRIAN@SRI-KL
To:   DDAY at SRI-KL, DAY at SRI-KL, DEBOER at UCLA-CCN, [...]

DIGITAL WILL BE GIVING A PRODUCT PRESENTATION OF THE NEWEST MEMBERS OF THE
DECSYSTEM-20 FAMILY; THE DECSYSTEM-2020, 2020T, 2060, AND 2060T.  THE
DECSYSTEM-20 FAMILY OF COMPUTERS HAS EVOLVED FROM THE TENEX OPERATING SYSTEM
AND THE DECSYSTEM-10  COMPUTER ARCHITECTURE.  BOTH THE DECSYSTEM-2060T
AND 2020T OFFER FULL ARPANET SUPPORT UNDER THE TOPS-20 OPERATING SYSTEM.
THE DECSYSTEM-2060 IS AN UPWARD EXTENSION OF THE CURRENT DECSYSTEM 2040
AND 2050 FAMILY. THE DECSYSTEM-2020 IS A NEW LOW END MEMBER OF THE
DECSYSTEM-20 FAMILY AND FULLY SOFTWARE COMPATIBLE WITH ALL OF THE OTHER
DECSYSTEM-20 MODELS.

WE INVITE YOU TO COME SEE THE 2020 AND HEAR ABOUT THE DECSYSTEM-20 FAMILY
AT THE TWO PRODUCT PRESENTATIONS WE WILL BE GIVING IN CALIFORNIA THIS
MONTH.  THE LOCATIONS WILL BE:

               TUESDAY, MAY 9, 1978 - 2 PM
                   HYATT HOUSE (NEAR THE L.A. AIRPORT)
                   LOS ANGELES, CA

               THURSDAY, MAY 11, 1978 - 2 PM
                   DUNFEY'S ROYAL COACH
                   SAN MATEO, CA
                   (4 MILES SOUTH OF S.F. AIRPORT AT BAYSHORE, RT 101 AND RT 92)

A 2020 WILL BE THERE FOR YOU TO VIEW. ALSO TERMINALS ON-LINE TO OTHER
DECSYSTEM-20 SYSTEMS THROUGH THE ARPANET. IF YOU ARE UNABLE TO ATTEND,
PLEASE FEEL FREE TO CONTACT THE NEAREST DEC OFFICE
FOR MORE INFORMATION ABOUT THE EXCITING DECSYSTEM-20 FAMILY.

Ripesco da un mio vecchio articolo del 2003 per Apogeonline la storia di questo messaggio:

“Tutti gli utenti” è oggigiorno un’espressione un po’ fuorviante, dato che all’epoca gli utenti erano talmente pochi da essere inclusi in un elenco stampato. Ma resta il fatto che fu il primo caso di disseminazione a tappeto di un annuncio commerciale tramite posta elettronica.

La reazione della comunità della Rete non si fece certo attendere: un coro di proteste quasi unanime, con l’eccezione di un giovane Richard Stallman, che inizialmente non capiva perché ci si scaldasse tanto, e anzi sembrava interessato alle applicazioni dello spam come servizio per combinare incontri galanti. Fu comunque un episodio isolato, dato che all’epoca Arpanet aveva un vero e proprio regolamento ufficiale (acceptable use policy) che ne vietava assolutamente l’uso commerciale e quindi l’invito disseminato da Thuerk era palesemente una violazione delle norme d’uso.

[…]

In quei tempi eroici non era ancora stato coniato il termine spam per indicare, appunto, lo spam come lo conosciamo oggi. Per questo battesimo bisogna attendere infatti il 31 marzo 1993, quando il moderatore Richard Depew pubblicò involontariamente duecento messaggi di fila in un newsgroup di Usenet (che non era ancora considerata parte integrante di Internet) a causa di un difetto del software che stava sperimentando.

Anche in questo caso nacque un putiferio, e gli utenti furibondi del newsgroup usarono per la prima volta il termine “spam” per indicare l’invio in massa di un messaggio non richiesto. La parola deriva dal mondo dei MUD, gli antenati dei giochi multiplayer online (niente immagini, solo testo: il motore grafico era composto dalle cellule cerebrali del giocatore), dove era in uso per definire un intasamento del sistema prodotto dalla ripetizione eccessiva, spesso generata automaticamente, di uno stesso comando. Nel parto di questo termine sono coinvolti anche un celebre sketch dei Monty Python e la Hormel Foods, che produce un alimento omonimo immortalato addirittura da un museo, ma questa è un’altra storia.

Duecento messaggi in un singolo newsgroup sono però poca cosa rispetto all’incidente successivo: nel 1994, i consulenti legali Canter e Siegel inviarono dall’Arizona un messaggio pubblicitario a tutti i newsgroup di Internet. Per un verso, fu un grande successo, dato che generò un massiccio aumento dei profitti della loro società e li rese famosi. O famigerati: per un altro verso fu infatti un autogol, dato che gli utenti insorsero di fronte a questo comportamento e soprattutto di fronte alla sfrontatezza dei due, che a differenza dei loro predecessori non si pentirono affatto del disturbo arrecato e anzi scrissero un libro per spiegare i loro metodi di spamming. Ma uno dei due, Laurence Canter, venne radiato dall’albo dalla Corte Suprema del Tennessee nel 1997, in parte a causa di questa sua campagna pubblicitaria.

Questo è il testo dello spam di Canter e Siegel:

Green Card Lottery 1994 May Be The Last One!
THE DEADLINE HAS BEEN ANNOUNCED.

The Green Card Lottery is a completely legal program giving away a
certain annual allotment of Green Cards to persons born in certain
countries. The lottery program was scheduled to continue on a
permanent basis.  However, recently, Senator Alan J Simpson
introduced a bill into the U. S. Congress which could end any future
lotteries. THE 1994 LOTTERY IS SCHEDULED TO TAKE PLACE
SOON, BUT IT MAY BE THE VERY LAST ONE.

PERSONS BORN IN MOST COUNTRIES QUALIFY, MANY FOR
FIRST TIME.

The only countries NOT qualifying  are: Mexico; India; P.R. China;
Taiwan, Philippines, North Korea, Canada, United Kingdom (except
Northern Ireland), Jamaica, Domican Republic, El Salvador and
Vietnam.

Lottery registration will take place soon.  55,000 Green Cards will be
given to those who register correctly.  NO JOB IS REQUIRED.

THERE IS A STRICT JUNE DEADLINE. THE TIME TO START IS
NOW!!

For FREE information via Email, send request to
cs...@indirect.com


-- 
*****************************************************************
Canter & Siegel, Immigration Attorneys
3333 E Camelback Road, Ste 250, Phoenix AZ  85018  USA
cs...@indirect.com   telephone (602)661-3911  Fax (602) 451-7617

Oggi il problema dello spam è in gran parte risolto, grazie ai potenti filtri antispam di grandi provider di mail come Google o Microsoft e anche al fatto che molti utenti usano sempre di più la messaggistica personale di WhatsApp, Telegram, Facebook e simili, ma se guardate nella cartella spam della vostra casella di posta troverete ancora le classiche offerte di prodotti per la salute e di incontri amorosi.

Secondo Statista, a settembre 2017 (il dato più recente disponibile) il 59,56% del volume globale di mail è spam, in calo rispetto al 71,1% del 2014, e gli Stati Uniti sono il suo maggiore produttore (12% del volume mondiale), seguito da vicino dalla Cina (11,25%).

Margaret Hamilton, l’informatica che portò l’uomo sulla Luna

Margaret Hamilton, l’informatica che portò l’uomo sulla Luna

Margaret Hamilton con la stampa del software
del computer AGC dell’Apollo.
Credit: NASA.

Capita a tutti di avere un problema al computer: di solito lo si riavvia e la cosa finisce lì. Ma quando il problema al computer capita mentre stai tentando di atterrare sulla Luna per la prima volta nella storia e il computer in crisi è quello che gestisce l’atterraggio, la cosa diventa un pochino più seria, perché il crash che ne può conseguire non è solo di tipo informatico.

Durante la discesa verso la Luna, infatti, il 20 luglio 1969, il computer di bordo del LM, il veicolo che doveva portare sulla Luna gli astronauti Neil Armstrong e Buzz Aldrin, andò in sovraccarico: stava ricevendo troppi dati a causa di un errore di procedura esterno che lo costringeva a svolgere troppi compiti contemporaneamente.

Gli astronauti chiamarono la Terra via radio, segnalando l’allarme con voce tesa: mancavano solo tre minuti all’atterraggio. Serviva una decisione immediata. Da Terra risposero di continuare la discesa ignorando la crisi del computer. Fu la scelta giusta, perché il software del computer scartò i compiti non strettamente necessari e si concentrò sull’unico davvero importante: atterrare.

L’episodio è leggendario e ben noto, ma pochi sanno che se non abbiamo tanti pezzettini d’astronauta sparsi sulla Luna è grazie in gran parte a una donna, Margaret Hamilton. In un’epoca in cui i posti chiave erano tutti in mano agli uomini e il sessismo era ovunque, la Hamilton era direttore e supervisore della programmazione del software del progetto Apollo, a soli 33 anni.

Fu lei, insieme alla propria squadra, a definire i criteri di progettazione e di collaudo del software che faceva funzionare il computer di bordo del LM e in particolare i concetti di elaborazione asincrona e schedulazione delle priorità che permisero al computer di non bloccarsi e consentirono agli astronauti di salvarsi da quel sovraccarico di dati e di atterrare sani e salvi. Erano tempi così pionieristici che fu lei a coniare il termine ingegneria del software. Per il suo lavoro, nel 2003 la NASA le conferì l’Exceptional Space Act Award, che comprendeva il premio in denaro più alto mai dato a una singola persona dall’ente spaziale.

I metodi sviluppati sotto la supervisione di Margaret Hamilton per andare sulla Luna sono quelli che stanno ancora oggi alla base di un’industria che vale circa 400 miliardi di dollari. Oggi la Hamilton ha 79 anni e dirige la Hamilton Technologies: guarda caso, una società specializzata in software ad altissima affidabilità.

Fonti aggiuntive: Time, Wired.

John Perry Barlow, 1947-2018

John Perry Barlow, 1947-2018

Fonte: Wikipedia.

Il 7 febbraio scorso è morto John Perry Barlow, una delle figure più significative negli anni della crescita di Internet. Aveva 70 anni. Molti lo conoscevano come autore di molti testi dei Grateful Dead, ma per gli internauti era il cofondatore della Electronic Frontier Foundation, un’importante associazione per la difesa dei diritti digitali, nata nel 1990.

Barlow è stato uno dei primi a rendersi conto che Internet avrebbe cambiato il mondo, collegando fra loro le persone, e che sarebbe diventato uno spazio globale sul quale i governi non avrebbero dovuto imporre la propria sovranità. In questo senso fu fondamentale la Dichiarazione d’Indipendenza del Cyberspazio, scritta da Barlow nel 1996 a Davos, in Svizzera. La trovate qui in italiano, tratta dal libro Italian Crackdown.

Le sue parole oggi suonano forse irrealisticamente idealiste, e Barlow stesso lo ammetteva liberamente: “Un buon modo per inventare il futuro è predirlo. Così ho predetto un’utopia, nella speranza di dare alla Libertà una partenza lanciata prima che le leggi di Moore e Metcalfe ci consegnassero quello che ora Ed Snowden definisce correttamente ‘totalitarismo chiavi in mano’”. Questo era lo spirito con il quale nacque Internet.

Dietro la patina dei grandi gruppi commerciali che cercano di trasformare Internet in una gabbia dorata commerciale nella quale siamo schedati, pedinati, sorvegliati e imbavagliati c’è ancora questa fondamentale irriverenza e indipendenza, codificata nella stessa struttura della Rete. Internet non è Facebook, non è Google: è molto di più. Non dimentichiamolo.

E già che ci siamo, proviamo ogni tanto a ripassare i suoi 25 principi di comportamento per adulti, per disintossicarci dalle abitudini aggressive che i social network spesso incentivano. Funzionano molto bene sia online, sia offline.