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Presentazioni, 25 anni d'incubo: come evitare la Powerpointosi

Presentazioni, 25 anni di incubo: come evitare la Powerpointosi

Questo articolo è stato pubblicato inizialmente presso Disinformatico.info, dove trovate l’originale con i commenti dei lettori. Ultimo aggiornamento: 2026/02/24 11:40.


PowerPoint, il popolarissimo e al tempo stesso odiatissimo software per presentazioni, compie 25 anni. Nacque infatti il 14 agosto 1984 Presenter (questo il suo nome iniziale), realizzato non da Microsoft, ma dalla californiana Forethought Inc. Come cambiano i tempi: originariamente questo software esisteva solo per Mac.

Nell’agosto del 1987, Microsoft comprò la Forethought per 14 milioni di dollari. Presenter fu ribattezzato PowerPoint e fu sviluppato ulteriormente da Microsoft per Windows e per Mac.

Oggi ha 500 milioni di utenti che mostrano al pubblico o ai dipendenti o ai clienti circa 30 milioni di presentazioni ogni giorno e vende ogni anno per un controvalore di oltre 100 milioni di dollari, detenendo il 95% del mercato del software per presentazioni.

Powerpoint, come tutti i software per presentazioni, viene spesso criticato perché spinge alla powerpointosi: la tendenza a diventare fragile gruccia degli oratori incapaci e a tediare il pubblico che subisce le presentazioni malfatte. E’ vero che la struttura stessa di una presentazione tende a schematizzare e incasellare spesso eccessivamente i concetti, ma è anche vero che gran parte della colpa delle tante presentazioni noiose ed inefficaci è di chi le realizza.

Ecco qualche consiglio in proposito, raccolto qua e là dalle mie esperienze, da questo articolo della BBC e soprattutto dall’ottima presentazione-parodia Death By Powerpoint di Alexei Kapterev*. Naturalmente, trattandosi di consigli sulle presentazioni, ve li offro in forma di elenco puntato. Volevo scriverli in lettere gialle su sfondo blu, ma mi sono trattenuto.

* Aggiornamento (2026/02/24): il link originale alla presentazione di Kapterev non era più valido. L’ho sostituito con una versione aggiornata.
  • Non voltate le spalle al pubblico. Il pubblico è lì per ascoltare voi, per sentirvi parlare dal vivo, non per guardare le slide. Trovate la maniera di tenere sotto controllo cosa c’è realmente sullo schermo dietro di voi senza voltarvi e mantenete il più possibile il contatto visivo con il pubblico.
  • Evitate fiumi di testo. Le slide non devono essere come pagine di libro. Se lo sono, la gente farà fatica a leggerle e a seguire contemporaneamente quello che state dicendo. Devono contenere poche parole essenziali: il discorso articolato dovete farlo voi.
  • Non leggete le slide. Chi legge mentalmente va molto più veloce di chi legge ad alta voce, per cui ripetere pari pari il contenuto delle slide è mortalmente noioso.
  • La presentazione non è la scaletta delle cose che dovete dire. Deve essere un complemento arricchente al vostro discorso: non deve essere lo schema del discorso. Quello va messo nelle note su schermo che il pubblico non vede, oppure su un foglio di carta.
  • Evitate scritte microscopiche e grafici troppo intricati. È una presentazione, santo cielo, non un esame della vista. Il pubblico non riuscirà a cogliere tutti i dettagli, se sono minuscoli.
  • Evitate schemi di colore troppo sgargianti, ma anche quelli banali. Il già citato testo giallo su sfondo blu è da evitare il più possibile, come lo sono i colori psichedelici. I modelli predefiniti dei programmi per presentazioni di solito sono un buon compromesso, ma bisogna ricordarsi di usarli e di variarli periodicamente. Tenete presente che le condizioni di luce di una proiezione sono sempre peggiori di quelle nelle quali guardate la presentazione sul vostro monitor.
  • Usate immagini efficaci. Non ricorrete alla clipart insignificante e già vista: ricorrete a foto d’impatto, divertenti o simboliche, che aggiungano contenuto invece di complementare le parole. Se potete esprimere un concetto esclusivamente mediante un’immagine, fatelo.
  • Spezzate le slide prolisse. Troppi concetti in una singola slide non verranno memorizzati. Suddivideteli su più slide.
  • Preparate un’introduzione accattivante e una frase finale memorabile. Non siete lì per fornire a voce quello che potreste distribuire come stampato. Ogni presentazione è, a modo suo, uno spettacolo emozionale. Se non mostrate che quello di cui parlate vi appassiona, non potete pretendere di appassionare il pubblico.
  • Provate, provate, provate. Fate passare e ripassare le slide per assicurarvi che le transizioni avvengano correttamente e che gli elementi di ogni slide appaiano nell’ordine giusto. Esercitatevi a fare la presentazione provandola ad alta voce per controllarne i contenuti e la durata.
  • Controllate l’ortografia. Lasciare strafalcioni è il modo migliore per comunicare al pubblico che siete superficiali e disattenti.
  • Non mostrate al pubblico il contatore del numero delle slide. Questo spinge lo spettatore a fare un conto alla rovescia mentale e a concentrarsi sul “quanto manca ancora” invece che sui contenuti. Non c’è come vedere “1 di 178” per far scappare il pubblico o indurlo a simulare malori.
  • Attenti alla cliccata fantasma. Alcune transizioni richiedono tempo per essere visualizzate. Se cliccate prima che siano finite, credendo che il computer non abbia “preso” la cliccata precedente per andare avanti, finirete nella slide successiva e vi perderete. Tenete d’occhio gli indicatori sul vostro schermo, che segnalano quando ogni transizione è stata completata.
  • Memorizzate i tasti d’emergenza. Se scappa una cliccata fantasma, o volete saltare una slide o tornare indietro, segnate su un Post-it i tasti da usare. Vi servirà nei momenti di panico.
  • Includete solo quello che vi serve per illustrare il concetto. Non rimpinzate la presentazione di dati irrilevanti.
  • Provate le connessioni. Verificate in anticipo che il vostro computer sia compatibile con il videoproiettore e se possibile lasciatelo collegato e impostato. Assicuratevi che l’alimentatore del computer sia inserito e alimenti correttamente il computer, altrimenti la vostra presentazione verrà interrotta tragicamente dallo spegnimento del PC.
  • Spegnete screensaver e risparmio energetico. Se parlate troppo a lungo su una slide, non volete che lo schermo dietro di voi diventi nero o, peggio ancora, faccia scorrere sul megaschermo la vostra collezione di foto porno.
  • Preparate un backup; anzi due. Tenete una copia della presentazione su una penna USB e generatene una versione in formato PDF, da mettere anch’essa sulla penna. Il PDF funzionerà su qualsiasi computer d’emergenza. Stampate una copia della falsariga della vostra presentazione. La carta non crasha.
  • Usate il vostro computer; se necessario, insistete. Specialmente se c’è poca luce in sala, rischiate di non trovare i tasti dove siete abituati a trovarli, e il software e il sistema operativo possono essere differenti e incompatibili. A volte basta una versione leggermente differente di software per rovinare l’impaginazione, ed è facilissimo che il computer altrui non abbia i vostri font prediletti.
  • Non guardate la persona che sta dormendo. C’è sempre, anche se la vostra presentazione tratta di lingerie per pornostar, e se cominciate a fissarla perderete irrimediabilmente entusiasmo e concentrazione.
Archeoinformatica: alle origini di PowerPoint

Archeoinformatica: alle origini di PowerPoint

Sapevate che PowerPoint inizialmente era un prodotto solo per Mac? La curiosa storia di questa popolarissima applicazione per presentazioni, che vanta 1,2 miliardi di copie circolanti, è raccontata in un articolo intitolato The Improbable Origins of PowerPoint e pubblicato su IEEE Spectrum.

PowerPoint debuttò nel 1987: come racconta in un libro uno dei suoi creatori, Robert Gaskins, all’epoca l’idea era creare un software per generare lucidi o diapositive su pellicola fotografica, da proiettare usando lavagne luminose o proiettori per diapositive (i videoproiettori erano ancora troppo primitivi). Non era certo il primo del suo genere: Lotus Freelance e Harvard Graphics, nomi oggi dimenticati, dominavano il mercato. L’innovazione più importante di questo nuovo prodotto dell’azienda di Gaskins, la Forethought, era che invece di dover affidare la presentazione a un grafico, il relatore avrebbe potuto crearla direttamente e rapidamente, senza intermediari e con un enorme risparmio di tempo, grazie alla semplicità d’uso rispetto ai concorrenti.

Il prodotto si chiamava inizialmente Presenter ed era destinato ai PC IBM che stavano inondando il mercato, ma le limitazioni tecniche del PC obbligarono ad abbandonare questa piattaforma e passare al Macintosh di Apple, che vantava una grafica (per quei tempi) più potente. Qui sotto ne potete vedere un esempio in un video:

L’applicazione fu ribattezzata PowerPoint 1.0 e fu un successo istantaneo fra gli utenti Macintosh, ripagando l’investimento dell’azienda in meno di un mese. Tre mesi dopo il debutto di PowerPoint, arrivò Microsoft, che comprò in blocco l’intera azienda produttrice di PowerPoint per 14 milioni di dollari in contanti. E il resto, compresa la famosa Sindrome da Powerpoint, è storia.

10 anni di iPhone

10 anni di iPhone

Dieci anni fa, il 29 giugno 2007, veniva messo in vendita il primo iPhone, rivelato al pubblico da Steve Jobs di Apple il 9 gennaio 2007. Oggi è facile considerarlo un prodotto che non poteva fallire, ma è importante ricordare quanto era limitato al suo debutto.

L’iPhone era infatti costosissimo, era disponibile soltanto con un unico operatore telefonico statunitense, e aveva una connessione dati lentissima (inferiore al 3G attuale). Non c’era GPS, non c’era una fotocamera frontale e la fotocamera posteriore non aveva il flash. Lo schermo a colori da 3,5″ era a malapena accettabile per gli standard odierni, ma offriva la vera rivoluzione: niente tastiera fisica.

Non c’era l’App Store e non c’erano app a parte quelle preinstallate. Era totalmente dipendente da un computer per gli aggiornamenti e i backup (iCloud non esisteva). Non c’erano giochi. Non c’era Siri. Ma l’effetto wow fu garantito dal suo design elegante e innovativo, che aboliva la tastiera fisica e la sostituiva con una tastiera touch.

Vale la pena di ricordare quanto l’iPhone fu criticato dalla concorrenza, in particolare da Steve Ballmer di Microsoft (video). Per l’anniversario, inoltre, uno degli sviluppatori della tastiera touch dell’iPhone ha pubblicato le immagini dei prototipi dello smartphone di Apple.

Fonte aggiuntiva: Cnet.

Dovete spostare petabyte di dati? Col camion si fa prima, parola di Amazon

Dovete spostare petabyte di dati? Col camion si fa prima, parola di Amazon

Nel 2001 scrissi un articoletto che segnalava il fatto che già allora Linux, a differenza di Windows XP, aveva iniziato a supportare file singoli con dimensioni fino a 144 petabyte (un petabyte equivale a mille terabyte o un milione di gigabyte; in pratica, mille dei dischi rigidi standard di oggi). All’epoca la notizia aveva suscitato qualche ecchissenefrega, visto che l’idea di file così colossali pareva remota.

Ma gli anni passano, la tecnologia galoppa, e così già nel 2013 segnalavo vari casi pratici di aziende e centri di ricerca che generavano petabyte di dati (suddivisi però in file multipli e non in un singolo file). Oggi le aziende di questo genere sono aumentate e hanno un problema: trasferire queste quantità inimmaginabili di dati.

Gizmodo e Wired spiegano che Amazon ha introdotto da poco un servizio per il trasferimento di grandi quantità di dati tramite camion, perché è più veloce che farlo via Internet.

Può sembrare assurdo, ma considerate che un singolo autoarticolato di Amazon Web Services, chiamato Snowmobile, contiene fino a 100 petabyte, ossia abbastanza da contenere cinque copie integrali dell’Internet Archive, ossia non solo di tutta l’Internet attuale, ma anche di tutte le sue versioni passate e archiviate. E ci sono aziende come DigitalGlobe, che collezionano e vendono immagini satellitari di tutto il pianeta per consentire rilievi, tracciamenti e statistiche, che hanno petabyte di dati da salvare e spostare: DigitalGlobe, per esempio aggiunge ai propri archivi 100 terabyte di dati al giorno.

“Caricare” di dati un camion da 100 petabyte richiede una decina di giorni, e ci vuole altrettanto tempo per scaricarli, mentre il viaggio fisico dei dati da una costa degli Stati Uniti a quella opposta richiede circa 45 ore. Cento petabyte, insomma, vengono trasferiti tramite camion in circa 22 giorni. La stessa quantità di dati, trasferita tramite servizi Internet ad alta velocità come Google Fiber (1 gigabit al secondo), richiederebbe quasi trent’anni. Le connessioni sperimentali più veloci oggi disponibili (circa 1 terabit/secondo) permetterebbero di trasferire 100 petabyte in una decina di giorni, ma sono appunto sperimentali e non funzionano su lunghe distanze. Per cui il camion batte Internet.

Archeoinformatica: Iloveyou, attacco virale storico (2000)

Archeoinformatica: Iloveyou, attacco virale storico (2000)

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2017/05/05 21:45.

Credit: Naked Security.

L’attacco virale via mail avvenuto l’altroieri ha ricordato a molti uno degli attacchi più grandi della storia di Internet: Iloveyou, di cui ricorre il diciassettesimo anniversario proprio in questi giorni.

Era infatti il 4 maggio 2000 quando esplose la circolazione di una mail che aveva come titolo “ILOVEYOU” e come testo “Kindly check the attached LOVELETTER coming from me”. Una dichiarazione d’amore irresistibile per chiunque: anche chi non era in cerca di storie d’amore difficilmente resisteva alla curiosità di sapere chi o cosa c’era dietro il messaggio. Anche l’uso di parole universali e semplici (è difficile trovare qualcuno che non sappia cosa vuol dire “I love you”) ha contribuito immensamente al successo, per così dire, della propagazione del malware.

Come racconta Naked Security, furono colpiti utenti e aziende in tutto il mondo e a tutti i livelli, compresa la CIA, la Ford e il Parlamento britannico, intasati dalle migliaia di copie del messaggio che venivano generate automaticamente.

Iloveyou (noto anche come Love Bug, LoveLetter o VBS/LoveLet) aveva infatti un allegato, LOVELETTER.TXT.VBS, che usava la doppia estensione .txt.vbs per fingere di essere un file di testo e nascondere la vera identità di script in Visual Basic. Lo script veniva così eseguito da chi credeva di aprire un file di testo allegato alla mail d’invito e prendeva il controllo del computer in modo da inoltrare copie del malware agli utenti presenti nella rubrica della vittima.

L’autore dell’attacco fu scoperto in pochi giorni: era Onel de Guzman, un giovane studente delle Filippine, che il 10 maggio 2000 confessò di aver diffuso il worm. Non fu incriminato perché all’epoca le leggi filippine non contemplavano i reati informatici. Nelle Filippine Onel de Guzman fu visto come una sorta di star nazionale.

La storia di Iloveyou, comunque, non è finita nel 2000: è stata ripresa cinematograficamente nel 2011 per una commedia romantica dal titolo, piuttosto prevedibile, di Subject: I Love You.

Archeoinformatica: cosa voleva dire “hacker” in origine?

Archeoinformatica: cosa voleva dire “hacker” in origine?

Da anni c’è una polemica sull’uso del termine hacker. Gli informatici usano questa parola per indicare semplicemente una persona che ha talento informatico e sa tirar fuori dai dispositivi elettronici prestazioni che i comuni mortali non immaginano neanche. Giornalisticamente, invece, hacker è considerato sinonimo di criminale informatico.
Il doppio significato crea infiniti equivoci e molta irritazione negli informatici che lamentano che il significato originale è stato stravolto. È una lamentela che ho fatto anch’io spessissimo, ma scopro adesso che è sbagliata, per cui rettifico al volo.

L’informatico Graham Cluley segnala infatti un articolo del 20 novembre 1963, pubblicato sul giornale del campus del Massachusetts Institute of Technology (MIT), che parla già di hacker nel senso di vandali informatici. Nel caso citato dall’articolo, gli hacker hanno alterato la rete telefonica dell’istituto per addebitare le chiamate interurbane facendole pagare a un impianto radar locale, hanno collegato il computer PDP-1 alla rete telefonica per trovare le linee che consentivano di fare chiamate esterne, e altro ancora.

Hanno ragione i giornalisti, insomma. Ma volendo si può andare ancora più indietro, agli anni Cinquanta, quando la parola hack indicava chiunque pasticciasse e interferisse con la tecnologia in generale per scherzo, secondo la rivista Slice dell’MIT.

Addio al suono di avvio dei Mac: i nuovi laptop sono muti

Addio al suono di avvio dei Mac: i nuovi laptop sono muti


Un paio di settimane fa ho raccontato la storia del suono Sosumi del Mac e del suo compagno, il suono d’avvio, entrambi creati da Jim Reekes facendo uno slalom fra gli ostacoli legali. Il suono d’avvio, nella sua attuale tonalità, è in uso dal 1998: un tempo lunghissimo in informatica. Dal 2012, questo suono di avvio è anche un marchio registrato che identifica i prodotti Apple.

Ma ho parlato troppo presto: è di pochi giorni fa la notizia che i nuovi portatili Macbook Pro di Apple non faranno più “bong” all’avvio e saranno completamente muti. La scoperta è stata fatta confrontando le istruzioni di reset della NVRAM dei nuovi computer con quelli della versione precedente. Questi nuovi laptop, infatti, si accendono automaticamente quando vengono aperti sollevando lo schermo, e sarebbe spiacevole avere un “bong” inatteso per esempio nel mezzo di una riunione.

Inoltre, grazie ai dischi rigidi a stato solido (SSD), l’avvio è praticamente indistinguibile da una ripresa dopo una sospensione, per cui i tre secondi della durata del suono di avvio finiscono per pesare non poco sul tempo che ci mette un laptop ad essere pronto per l’uso. In pratica i MacBook Pro diventano sempre più simili a degli smartphone, concepiti per restare sempre accesi e in standby.

Il suono di avvio mancherà ai nostalgici dei Mac, ma avrà anche una conseguenza importante per i bambini del futuro: non sapranno che il suono di avvio di WALL-E è quello di un Mac e quindi non capiranno il riferimento umoristico.

Fonti aggiuntive: 9 to 5 Mac.

Le parole di Internet: software

Le parole di Internet: software

Credit: Pexels, licenza CC0.

Sappiamo tutti cosa vuol dire software: ma vi siete mai chiesti da dove viene questa parola inglese, così centrale nella tecnologia e nell’economia di oggi, e a quando risale?

Lo spiega il suo inventore, il pioniere informatico Paul Niquette, che afferma di averla coniata per scherzo a ottobre del 1953, quando in tutti gli Stati Uniti esistevano soltanto sedici elaboratori elettronici digitali e la parola computer indicava ancora una persona addetta ai calcoli, da effettuare a mano, al massimo con l’aiuto di un regolo calcolatore.

All’epoca l’idea di considerare le istruzioni di un programma come un’entità separata rispetto ai componenti fisici del calcolatore e addirittura di poterle trasferire da un calcolatore a un altro era ancora una novità coraggiosa: i programmi, infatti, venivano impostati cambiando fisicamente dei circuiti o dei componenti della macchina.

Negli anni Cinquanta non esisteva ancora una parola tecnica di uso comune per indicare questo concetto astratto (si parlava genericamente di programma), e così Paul Niquette, che a quei tempi era un giovane studente diciannovenne che scriveva programmi per computer alla University of California, Los Angeles (UCLA), coniò il termine software; ma lo fece in un momento d’irriverenza di cui oggi abbiamo perso la cognizione.

Il vocabolo inglese software nacque infatti come gioco di parole: Niquette pensò che siccome i componenti materiali di un calcolatore si chiamano hardware (cioè “ferramenta” o “macchinari”, più letteralmente “cose dure”), allora la parte immateriale di un computer, il suo programma, poteva chiamarsi “soft-ware”, che significa più o meno “cose molli”.

Il ragazzo era noto per la sua tendenza a coniare neologismi frivoli: non era l’unico, e anzi creare parole nuove era una moda abbastanza diffusa fra gli informatici di quei tempi. Per questo abbiamo termini come bit (letteralmente “pezzetto”) o byte (grafia alterata della parola bite, ossia “morso” o “boccone”).

Ma torniamo a software. Niquette ammette che quando gli venne in mente per la prima volta questa parola scosse la testa e si mise a ridere. Anche in seguito gli sembrò una frivolezza. Dice nelle sue memorie: “Le prime volte che dicevo ‘software’ ad alta voce, la gente intorno mi diceva ‘Eh?’[…] Sin dall’inizio pensavo che la parola fosse troppo informale da scrivere e spesso troppo imbarazzante da pronunciare. Ciononostante, con trepidazione e con un sorrisetto, ogni tanto includevo ‘software’ nei miei discorsi, nelle lezioni e nelle interviste.”

Oggi questo termine ci sembra assolutamente normale e le cose molli sono al centro di uno dei più grandi settori dell’industria mondiale, ma allora software era solo una “parola sciocca” sulle labbra di un diciannovenne molto sveglio. Viene da chiedersi quali parole che adesso consideriamo sciocche saranno altrettanto cruciali nel sapere umano fra cinquant’anni.

Fonti aggiuntive: History of Information.

Dieci anni di Disinformatico radiofonico

Dieci anni di Disinformatico radiofonico

Con la puntata di stamattina il Disinformatico compie dieci anni: la prima puntata andò in onda infatti il 3 ottobre 2006. All’epoca il programma andava in onda il martedì, non il venerdì, ma sempre alle 11 del mattino come oggi, la sigla RSI indicava solo la Radio Svizzera (la TV era RTSI), e c’era già il podcast (che ho archiviato qui).

Il titolo, fra l’altro, fu proposto da voi: ero a corto di idee, per cui ad agosto 2006 chiesi il vostro aiuto e arrivarono moltissimi suggerimenti, fra i quali la redazione della RSI ed io scegliemmo Disinformatica (grazie Giovanni), che poi fu trasformato in Il Disinformatico.

Rileggendo i commenti alla prima puntata e ai suoi argomenti ho rivisto con piacere tanti nomi di commentatori “storici” di questo blog. Non c’è che dire, i primi dieci anni sono volati in buona compagnia. Grazie di avermi seguito allora e di continuare a farlo ancora oggi.

Prossimo obiettivo: 500 puntate (adesso sono alla numero 473).

A quando risale la prima musica computerizzata? A 65 anni fa

A quando risale la prima musica computerizzata? A 65 anni fa

Alan Turing (The Guardian).

Sembra incredibile, ma i primi suoni musicali generati da computer risalgono ai primi anni Cinquanta del secolo scorso. La registrazione più antica di questi tentativi di fare musica tramite calcolatori è infatti datata 1951 ed è stata recentemente restaurata per ripresentarla al pubblico.

Il calcolatore sul quale fu suonata era un colosso che copriva buona parte del piano terra del Computing Machine Laboratory a Manchester, nel Regno Unito, e ha un padre d’eccezione: Alan Turing. Quello che decifrò, insieme a tanti colleghi e colleghe, i codici segreti tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale, gettò le basi dell’intelligenza artificiale ed è considerato uno dei fondatori dell’informatica moderna. La sua storia è stata raccontata bene, sia pure con qualche inesattezza e omissione, nel film The Imitation Game.

La registrazione restaurata, realizzata all’epoca dalla BBC su un disco di acetato da 12 pollici e oggi corretta per eliminare disturbi, distorsioni e variazioni di frequenza, include tre melodie: God Save the King (Queen), Baa Baa Black Sheep e In the Mood di Glenn Miller.

Fu proprio Alan Turing a programmare le prime note musicali in un computer, ma non era molto interessato a combinarle per produrre melodie: di questo si occupò un insegnante, Christopher Strachey, che in seguito divenne un celebre informatico. Strachey ricorda che la reazione di Alan Turing, quando gli fece sentire che il suo gigantesco computer faceva musica, fu un laconico “Good show” (più o meno “Bene”). E il resto, come si dice in questi casi, è storia.

Fonte: The Guardian.