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Podcast RSI – Meta incassa 7 miliardi di dollari l’anno da spot-truffa, e lo sa

Questo è il testo della puntata del 10 novembre 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


Se vi è capitato di notare una pubblicità sfacciatamente truffaldina su Facebook o Instagram e avete provato a segnalarla ma non è successo nulla e lo spot è rimasto al suo posto, c’è una buona ragione. Anzi, ci sono sette miliardi di buone ragioni. Meta, la società che gestisce questi due social network oltre a WhatsApp, incassa infatti sette miliardi di dollari ogni anno dalle pubblicità fraudolente. E grazie a un’indagine appena pubblicata da Reuters, sappiamo che i dirigenti di Meta sono perfettamente consapevoli di questa situazione e hanno deciso di non fare nulla, perché l’ammontare di qualunque sanzione delle autorità sarebbe inferiore a quello che incassa.

Non solo: quando Meta si accorge che un inserzionista sta truffando, spesso non lo blocca, ma si limita a farlo pagare di più per continuare a pubblicare i suoi spot che raggirano gli utenti. In altre parole, Meta guadagna di più da una pubblicità truffaldina che da uno spot onesto. Non è una teoria: lo dicono i documenti interni di Meta stessa.

Benvenuti alla puntata del 10 novembre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Ogni giorno, Meta mostra agli utenti di Facebook, Instagram e WhatsApp circa 15 miliardi di pubblicità ad alto rischio di truffa. Da queste pubblicità incassa 7 miliardi di dollari l’anno. Alla fine del 2024, l’azienda prevedeva che il 10% del suo fatturato globale, circa 16 miliardi di dollari, sarebbe derivato dal fatto di mostrare consapevolmente ai propri utenti delle pubblicità che promuovono truffe o prodotti illegali. Sono alcuni dei dati che emergono da un’inchiesta pubblicata pochi giorni fa da Reuters e basata su documenti interni di Meta.

I comportamenti intenzionali di Meta rivelati dall’inchiesta lasciano a bocca aperta per il loro cinismo assoluto. Gran parte delle truffe sui suoi social network proviene da operatori che vengono rilevati eccome dai servizi di monitoraggio antifrode interni, ma Meta blocca questi inserzionisti solo se questi sistemi automatici sono sicuri almeno al 95% che sia in corso una truffa. Se la percentuale è inferiore, Meta semplicemente fa pagare all’inserzionista un importo maggiore per ciascuno spot, ma non lo blocca.

C’è di più: la documentazione interna dell’azienda di Mark Zuckerberg spiega che un utente che clicca su una pubblicità fraudolenta verrà bombardato da altre pubblicità truffa, grazie agli automatismi, i famosi algoritmi social, che cercano di presentare agli utenti delle pubblicità basate sui loro interessi.

Altre informazioni interne dimostrano che Meta ha ordinato ai suoi team antifrode di non intervenire contro gli inserzionisti sospettati di frode se bloccarli rischia di far perdere a Meta più dello 0,15% del fatturato globale. A ottobre 2024, i dirigenti di Meta hanno presentato a Zuckerberg in persona un piano antifrode, che invece di agire drasticamente avrebbe concentrato i propri sforzi nei Paesi nei quali si temeva un intervento a breve del legislatore. Hanno poi concordato che avrebbero tentato di ridurre gli incassi legati a truffe, gioco d’azzardo illegale e merci proibite dal 10,1% circa del 2024 al 7,3% entro la fine di quest’anno. Hanno i mezzi per bloccare le truffe, ma li applicano con il contagocce per non causare cali troppo repentini nel fatturato aziendale.

È difficile leggere i dati portati alla luce dall’indagine di Reuters senza evocare la parola “complicità”. Qui non si tratta più di un semplice “se non paghi per qualcosa, il prodotto in vendita sei tu”. Non è più una sorta di compromesso di convenienza, nel quale gli utenti accettano di essere sorvegliati a scopo pubblicitario in cambio di un servizio che permette loro di restare in contatto con parenti, amici e clienti. Meta sta volutamente, consapevolmente dando i propri utenti – cioè noi – in pasto ai truffatori perché guadagna dalle loro truffe.

Questa è la reale natura dei social network che quattro miliardi di persone al mondo continuano a usare. Un territorio di caccia per criminali, che ingannano gli adulti con finti investimenti facili e seducono i minori per ricattarli minacciando di pubblicare le loro foto intime, e la passano liscia perché le loro inserzioni su Facebook e Instagram contribuiscono al fatturato.

È per questo che segnalare una truffa sui social network di Meta è molto spesso una perdita di tempo. Anche a me è capitato di segnalare account che erano sfacciatamente in violazione delle regole di Facebook o di Instagram, perché presentavano immagini di minori in atteggiamenti illegali o fingevano di essere account di celebrità che promuovevano investimenti e prodotti, e mi è capitato di sentirmi rispondere spesso che andava tutto bene così. Addirittura segnalare in massa spesso è inutile. I documenti interni di Meta rivelano che l’azienda lo sa e non fa praticamente nulla.


Uno di questi documenti, datato 2023, mette in luce il livello stratosferico di indifferenza di Meta verso i suoi utenti truffati o esposti a truffe. In quel periodo gli utenti di Facebook e Instagram stavano inviando circa centomila segnalazioni valide di tentativi di truffa ogni settimana, ma Meta le ignorava o le respingeva nel 96% dei casi. Però possiamo consolarci, perché i responsabili della sicurezza si erano impegnati, in questi documenti, a ridurre questa percentuale al 75%. Per loro, lasciar correre tre truffe su quattro sarebbe un bel risultato.

Lo so che niente di tutto questo vi farà chiudere i vostri account Instagram, Facebook o WhatsApp. Moltissimi utenti hanno investito anni nel creare una rete di amicizie e di contatti su questi social network e quindi sono comprensibilmente molto riluttanti a smettere di usarli anche di fronte a rivelazioni come queste. Il loro atteggiamento spesso è del tipo “sì, lo so che mi profilano, ma tanto non ho niente da nascondere, facciano pure; io non voglio perdere i contatti con i parenti e gli amici, e se non fanno abbastanza contro le frodi starò attento a non cliccare sulle pubblicità.”

Ma stare attenti a non abboccare agli spot non basta. Questa intenzionale, calcolata carenza di vigilanza di Meta sui propri social favorisce infatti un ecosistema di truffatori impuniti e ben attrezzati ,che rubano gli account degli utenti e ne prendono il controllo per diffondere i loro raggiri usando le identità delle vittime. In questo modo gli amici di quelle vittime crederanno che il consiglio di investimento in criptovalute arrivi da una persona di fiducia, e abboccheranno più facilmente.

L’indagine di Reuters cita un esempio eloquente fra tanti. Una donna ha scoperto di non poter più accedere al proprio account Facebook e si è accorta che qualcuno lo stava usando per mostrare una falsa tessera da dipendente sulla quale c’era la sua faccia. Il testo del post annunciava che lei (la vittima) era ora “certificata per le criptovalute”. La donna ha segnalato subito il problema a Meta, ripetutamente, ma non è successo nulla. Il suo account, con il suo nome e la sua faccia, continuava ad annunciare che lei era diventata ricca grazie alle cripto e voleva dare ai suoi amici la stessa opportunità. Chiedere alla polizia di intervenire è stato inutile: gli agenti le hanno detto che normalmente Meta non risponde alle segnalazioni di account rubati neanche quando arrivano dalle forze dell’ordine.

E così la donna ha cercato di avvisare tutti i propri contatti, chiedendo di non interagire con il suo account e di segnalarne il furto a Meta. Ma anche questo non è servito a nulla. Nonostante un centinaio di segnalazioni, Meta non ha fatto niente per parecchio tempo, e così i truffatori sono riusciti a raggirare cinque suoi colleghi che si sono fidati dei consigli che a loro sembravano provenire da lei e hanno perso cifre ingenti.

I documenti interni di Meta rivelano un altro aspetto poco conosciuto del mondo delle frodi online: i truffatori sono ricchi. Per trovare le proprie vittime, investono in campagne di spot sui social per decine o centinaia di migliaia di dollari. Uno dei documenti cita il caso di un truffatore che ha pagato a Meta ben 250 mila dollari per fare inserzioni nelle quali si spacciava per il primo ministro canadese e propinava, anche qui, investimenti in criptovalute. Avete capito bene: un criminale ha pagato a Meta quella cifra. Non c’è da sorprendersi se Meta ha chiuso un occhio e anzi nei suoi documenti interni ha sottolineato che le sue regole attuali non segnalerebbero affatto questo tipo di account.

A volte gli occhi che vengono chiusi sono ben più di uno. Gli stessi documenti interni dell’azienda rivelano che alcuni grandi inserzionisti truffaldini potevano accumulare oltre cinquecento violazioni senza essere puniti. E alcune campagne fraudolente sono immense: quattro di esse, rimosse da Meta qualche mese fa, fruttavano da sole all’azienda di Zuckerberg incassi per 67 milioni di dollari al mese.

E la soluzione di Meta a questo tipo di problema è stata aumentare le tariffe per gli inserzionisti sospettati di essere fraudolenti. Gli stessi documenti sottolineano che Meta vuole ridurre questo flusso di incassi legati alle frodi, ma farlo troppo in fretta potrebbe avere appunto un effetto deleterio sulle sue proiezioni di fatturato e potrebbe spaventare gli azionisti. Tanto le sanzioni delle autorità costerebbero meno dei tre miliardi e mezzo di dollari che Meta guadagna ogni sei mesi dalle pubblicità sfacciatamente ingannevoli.


Meta ha risposto all’inchiesta di Reuters dicendo che i documenti interni “mostrano una visione selettiva che distorce l’approccio di Meta alle frodi e alle truffe” e che la stima che il 10% del fatturato derivi da frodi è approssimata per eccesso, ma non ha fornito un dato più esatto. L’azienda ha aggiunto che negli ultimi diciotto mesi le segnalazioni di truffe da parte degli utenti sono calate del 58% e che ha rimosso oltre 134 milioni di contenuti fraudolenti. Ma non ha indicato quanti non ne ha rimossi. E rimane sempre il solito problema che in questi social network la volpe è la guardia del pollaio. E ora sappiamo che prende anche soldi per lasciare che altri spennino i suoi polli. Cioè noi.

È comprensibile che di fronte a notizie di questo genere si provi impotenza e rassegnazione. I social network sono una parte troppo ben radicata delle nostre attività personali e professionali. È difficile, quasi impossibile farne a meno, e quindi si sopportano angherie come quelle messe in luce dalla meticolosa indagine di Reuters.

Ma in realtà la scelta fra accettare una gestione cinica e scellerata come questa e rinunciare ai social network è una falsa alternativa. Ci sono social network nei quali la volpe non è la guardia del pollaio, non possiede il pollaio, e non fa entrare nel pollaio le faine per guadagnarci. Sono i social network come Mastodon, quelli del cosiddetto fediverso, quelli creati dagli utenti per gli utenti, senza un CEO o un proprietario che può fare il bello e il cattivo tempo e senza un algoritmo che sceglie per noi cosa farci vedere e cosa no.

Nulla vieta di installare sul telefono, tablet o computer un’app social gratuita come Mastodon accanto a Facebook o Instagram e poi proporre gradualmente ai propri contatti di passare a una piattaforma meno oppressiva. Nessuna grande caotica migrazione improvvisa, ma una transizione graduale. È quello che faccio io, e funziona. Se rivelazioni come queste di Reuters vi ispirano almeno a provare a cambiare le cose invece di attendere invano che cambino da sole, fateci un pensierino. Trovate tutto presso Joinmastodon.org.

Niente Panico RSI – Puntata del 2025/11/10

Qui sotto trovate lo streaming della diretta del 10 novembre scorso di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La trasmissione è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.


Qui sotto trovate approfondimenti e fonti di alcuni dei temi che abbiamo affrontato nella puntata.

  • Kim Kardashian che non crede agli allunaggi (questione approfondita qui), e la sua origin story (con famosa foto di bicchiere poggiato sul suo posteriore nel 2014).
  • La missione Artemis II intorno alla Luna che si svolgerà forse in anticipo a febbraio 2026 (e il mio libro che ne parla). Rispondo agli ascoltatori che chiedono come mai non siamo ancora tornati sulla Luna.
  • CicapFest imminente e i miei trascorsi di “guaritore filippino” per dimostrare gli inganni perpetrati da questi truffatori.
  • La storia del fantasma di Azzurrina, esaminata e spiegata da Marco Morocutti del CICAP (video).
  • Ricorrenze e personaggi celebri: la principessa Sissi.
  • Le Tesla che “vedono i fantasmi”.
  • Rosy decide a quale fiore mi abbino bene (il tarassaco, dice ChatGPT).

Podcast RSI – Kim Kardashian nega gli allunaggi citando frasi di un astronauta lunare

Questo è il testo della puntata del 3 novembre 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata. Mi sono già occupato delle tesi lunacomplottiste di Kim Kardashian in questo articolo scritto a caldo, ma ho scelto di tornare sull’argomento perché ci sono vari elementi nuovi e aggiuntivi.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: Buzz Aldrin che dice “It didn’t happen”]

È la voce di Buzz Aldrin, astronauta dello storico primo viaggio umano sulla Luna nel 1969, che dice “non è successo”. Tre parole che hanno scatenato un ritorno di fiamma del cospirazionismo riguardante gli allunaggi, alimentato da una testimonial conosciutissima come Kim Kardashian, secondo la quale l’astronauta, con quel suo “non è successo”, intende confessare che i suoi primi passi sulla Luna insieme a Neil Armstrong non sono mai avvenuti.

È intervenuto addirittura il direttore della NASA, che ha ribadito sui social che gli allunaggi furono reali e che ce ne furono non uno ma ben sei, ma senza spiegare quel “non è successo”.

Sono Paolo Attivissimo, e vi do il benvenuto alla puntata del 3 novembre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica, che in questo caso si appoggia all’informatica per tenere fede alla prima parte del suo nome: quel “disi” che sta per “disinformazione”. Questa settimana, insomma, torno a fare il cacciatore di bufale.

[SIGLA di apertura]


A fine ottobre è andata in onda una nuova puntata del programma The Kardashians, un quasi-documentario distribuito dalla piattaforma di streaming commerciale Hulu. Normalmente questo fatto non sarebbe una notizia di interesse informatico, ma in questa puntata, la seconda della settima stagione per essere precisi, c’è un momento in cui una delle protagoniste, Kim Kardashian, 355 milioni di follower su Instagram [uno dei 10 account più seguiti al mondo], si rivolge alla collega Sarah Paulson e le parla di alcune dichiarazioni dell’astronauta Buzz Aldrin, che oggi ha 95 anni.

Statistiche dell’account Instagram di Kim Kardashian (fonte: InsTrack).

[CLIP: “This girl says, ‘What was the scariest moment?’ And he goes, there was no scary moment because it didn’t happen. It could have been scary, but it wasn’t because it didn’t happen.”]

Kim Kardashian dice che una ragazza ha chiesto a Aldrin quale fu il momento che gli fece più paura in quella missione di 56 anni fa e lui ha risposto che non c’è stato un momento di paura perché non accadde. L’astronauta, dice Kardashian, ribadisce che avrebbe potuto fare paura, ma non lo fece perché non accadde.

Presentata così, senza contesto, la frase di Aldrin sembra un’ammissione che il suo allunaggio non accadde, e infatti Kardashian dice che per via di queste sue parole lei crede che lo sbarco sulla Luna non sia mai avvenuto.

[CLIP: Kim Kardashian che dice “So I think it didn’t happen”]

Questa dichiarazione della Kardashian è diventata virale sui social network e nei media in generale, meritandosi l’attenzione di Sean Duffy, direttore pro tempore della NASA, che sul social X ha risposto che sulla Luna ci siamo andati, e ben sei volte, e ci stiamo per tornare con le missioni umane del programma Artemis.

Screenshot di Google News del 4 novembre 2025.

Può sembrare strano, e forse discutibile, che un direttore della NASA si scomodi per rispondere alle tesi complottiste di una persona che è celebre puramente per il fatto di essere celebre [Britannica.com] e non è un esponente autorevole della comunità aerospaziale, ma 355 milioni di follower e una presenza costante nei media generalisti non si possono ignorare e la NASA dipende dagli umori dei politici, che a loro volta dipendono dagli umori degli elettori, che sono spesso pilotati da quello che dicono gli influencer nei programmi televisivi e sui loro canali social, e quindi una risposta era in un certo senso necessaria.

Screenshot della risposta di Sean Duffy, Acting Administrator della NASA.

Anche perché, come nota Sean Duffy, manca poco al ritorno sulla Luna con la missione Artemis II, che dovrebbe portare quattro persone intorno alla Luna nel 2026 per la prima volta dal 1972, quando si conclusero le missioni del programma Apollo. La prima data possibile per questo volo è ai primi di febbraio prossimo, con anni di ritardo, con costi da capogiro e con il prestigio tecnologico degli Stati Uniti sul piatto.

Ma torniamo alle parole dell’astronauta Aldrin. Sono così strane e inquietanti che persino l’austera BBC inizialmente ha ipotizzato che non fossero realmente sue. Di questi tempi, in effetti, potrebbero essere state generate usando l’intelligenza artificiale. E invece la dichiarazione è reale e sappiamo esattamente quando è stata fatta.

La versione iniziale dell’articolo della BBC, salvata su Archive.is.
La versione aggiornata attuale dell’articolo della BBC.

È il 2015 e siamo nel Regno Unito. Buzz Aldrin ha 85 anni ed è ospite della Oxford Union Society, una prestigiosa associazione, fondata nel 1823, che promuove dibattiti e discussioni portando a contatto con il pubblico persone di spicco a livello internazionale, da Albert Einstein nel 1933 a Stepheh Hawking a Jane Goodall per il mondo scientifico e da Winston Churchill ai presidenti statunitensi Carter, Reagan e Clinton. Fra l’altro, fu qui che un altro presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, chiese pubblicamente scusa per la prima volta per lo scandalo Watergate che lo aveva travolto portandolo alle dimissioni negli anni Settanta. Non è, insomma, un’occasione di poco conto.

È qui che l’astronauta fa la dichiarazione citata da Kim Kardashian. Lo sappiamo grazie a Internet, i cui motori di ricerca, usati opportunamente, permettono di trovare la fonte originale delle parole di Aldrin. Il video integrale del suo incontro pubblico alla Oxford Union Society è presente sul canale YouTube ufficiale di questa associazione.

Grazie alla trascrizione automatica offerta da YouTube, è possibile individuare rapidamente il punto esatto del video nel quale avviene lo scambio di parole che ha convinto così efficacemente Kim Kardashian è a 30 minuti e 11 secondi dall’inizio.

Una persona del pubblico chiede a Aldrin quale fu il momento di massima paura del viaggio:

[CLIP: “What was the scariest moment of the journey?”]

Aldrin ha appena trascorso mezz’ora a raccontare i dettagli di come lui e Neil Armstrong sono andati sulla Luna con la missione Apollo 11 lasciando in orbita ad attenderli il terzo uomo della missione, Michael Collins, e risponde dicendo queste parole:

[CLIP: “Scariest? It didn’t happen. It could have been scary.”]

L’espressione di Aldrin subito dopo aver detto le parole che secondo i lunacomplottisti sarebbero una confessione.

L’astronauta risponde dicendo con un sorriso: “Quello di massima paura? Non accadde”, e il pubblico reagisce ridendo. Aldrin inizia a dire che avrebbe potuto fare paura, e poi gli arriva dalla platea, forse dai suoi assistenti, il suggerimento di raccontare un episodio specifico di grande rischio avvenuto sulla Luna: quello in cui trovò sul pavimento del veicolo di allunaggio un interruttore. Quello che serviva per preparare l’accensione del motore per riportarli in orbita. Senza quell’interruttore non sarebbe stato possibile tornare a casa. Fu trovata poi una soluzione diventata famosa, ossia un pennarello ficcato nel pannello comandi per azionare la chiusura del circuito, e tutti tornarono a casa sani e salvi.

Dal contesto, ossia da quella cosa fondamentale che i formati ultracorti di TikTok omettono per natura e che i complottisti ignorano per forma mentis e a volte per tornaconto, è chiarissimo cosa intende Buzz Aldrin. Sta dicendo che non accadde un momento di massima paura, perché l’intera missione era pericolosa.

Dalla sua gestualità, dalla reazione divertita del pubblico e da tutto quello che ha detto prima e dirà nel seguito del video è lampante che non sta affatto affermando che la sua missione non avvenne. Non è un’improvvisa confessione che tutto quello che ha detto prima e che ha dichiarato per decenni è una menzogna. Però se si isolano le sue parole, si ignora tutto quello che le circonda e si è mentalmente predisposti all’equivoco, quell’“It didn’t happen” può in effetti essere frainteso. Come ha fatto, appunto, Kim Kardashian.


Certo, per levarsi il dubbio e zittire i complottisti si potrebbe chiedere a Buzz Aldrin di chiarire il senso di quello che ha detto in un video di dieci anni fa, che è quello che ha suggerito Kim Kardashian successivamente nella puntata del suo programma, proponendo di invitare il novantacinquenne a partecipare al podcast della sorella Khloe.

Kim Kardashian ha poi affermato anche che sulla Luna non c’è la forza di gravità, che invece c’è eccome ed è un fatto scientifico fondamentale e indiscusso, a prescindere dagli allunaggi. Questa sua affermazione fa sospettare che lei non sia particolarmente ferrata sull’argomento spaziale, sul quale però elargisce con tono così convinto e categorico accuse, critiche e negazioni di fronte alla sua vastissima platea. E per fortuna c’è Internet, che permette a chi vuole informarsi seriamente di accedere alle fonti originali, senza doversi fidare di riassuntini di parte di sei secondi.

Chiedere a un astronauta di confermare quello che dice da 56 anni, raccontando ogni dettaglio della sua esperienza spaziale con il sostegno dei colleghi, compresi i rivali russi dell’epoca, e di spiegare che una frase tolta dal contesto e vista – tagliuzzata ad arte – su TikTok non è informarsi, come dice invece Kim Kardashian al suo pubblico, è già in sé piuttosto offensivo oltre che ridicolo. Ma purtroppo in questo momento non è il caso di invitare Aldrin a nessun podcast.

Forse Kim Kardashian non lo sa, presa com’è a sfogliare “un milione di articoli” che negano gli allunaggi, come dice lei stessa nella puntata, ma l’astronauta è in lutto. Ha appena perso la moglie, Anca Faur, il 28 ottobre scorso. Si è spenta serenamente, dice l’annuncio della famiglia Aldrin, a 66 anni. I due si erano sposati due anni fa.

Mentre era sulla Luna, per quello storico primo sbarco, Buzz Aldrin descrisse il luogo con due parole: “Magnificent desolation”, ossia desolazione magnifica. Sulla Terra, le parole di Kim Kardashian che lo riguardano non hanno nulla di magnifico, ma rivelano tanta desolazione.

Kim Kardashian rilancia il complottismo lunare. Ecco perché ripete una panzana

Ultimo aggiornamento: 2025/11/06 23:50.

Per chi ha fretta

Durante la puntata del 30 ottobre scorso di The Kardashians, Kim Kardashian ha citato e sostenuto le tesi di complotto che negano gli allunaggi umani avvenuti tra il 1969 e il 1972. Ha citato delle frasi attribuite all’astronauta Buzz Aldrin, che insieme a Neil Armstrong scese sulla Luna a luglio del 1969.

La Kardashian ha citato un video che è un montaggio di vari spezzoni di interviste a Aldrin. In uno di questi spezzoni viene chiesto all’astronauta quale sia stato il momento di massima paura e lui risponde che non c’è stato perché non è successo. Lei interpreta il “non è successo” come se fosse riferito alla missione, senza chiedersi che senso avrebbe mai che Aldrin dicesse di non essere andato sulla Luna dopo cinquant’anni di gloria per esserci andato. In realtà, guardando il video integrale si capisce subito che Aldrin sta rispondendo con precisione e letteralmente alla domanda e dice che non è mai accaduto un singolo momento di massima paura, perché l’intera missione era piena di rischi.

In un altro spezzone, sembra che Aldrin dica che “non ci siamo andati”, ma sta rispondendo a una bambina che gli ha chiesto come mai non ci siamo tornati, e la sua risposta è che secondo lui non ci siamo andati di nuovo per questione di costi. Tutto qui.

Come al solito, i complottisti rimontano intenzionalmente le dichiarazioni delle persone per adattarle alle loro tesi idiote e le persone ingenue abboccano agli inganni dei complottisti. Quando la persona ingenua è celebre, finisce per diffondere scemenze, aiutata dai produttori di reality che fiutano una polemica che faccia parlare della loro vacua paccottiglia. La polemica sul nulla viene poi amplificata dalla grancassa del giornalismo cialtrone e dei social network che promuovono qualunque contenuto generi traffico e quindi profitto, fregandosene delle conseguenze.

E i fatti si accucciano in un angolo, ignorati da tutti.

In dettaglio

Nella puntata numero 2 della settima stagione del programma The Kardashians (distribuito su Hulu), andata in onda pochi giorni fa, Kim Kardashian ha manifestato la propria credenza nella tesi complottista secondo la quale gli allunaggi umani del programma Apollo, avvenuti fra luglio 1969 e dicembre 1972, sarebbero stati una messinscena.

A 40:47 dall’inizio, Kim Kardashian si rivolge alla collega Sarah Paulson e le parla di video che riguardano Buzz Aldrin, l’astronauta che insieme a Neil Armstrong camminò sulla Luna durante il primo allunaggio umano a luglio del 1969. Kardashian dice a Paulson: “This girl says, ‘What was the scariest moment?’ And he goes, there was no scary moment because it didn’t happen. It could have been scary, but it wasn’t because it didn’t happen.” (“Questa ragazza dice ‘Qual è stato il momento che ti ha fatto più paura?’ e lui dice che non c’è stato un momento di paura perché non è accaduto. Avrebbe potuto essere spaventevole, ma non lo è stato perché non è accaduto.”).

Kardashian poi aggiunge: “So I think it didn’t happen” (“Quindi io penso che non sia accaduto”).

Ha ribadito questa sua tesi anche in seguito nella puntata, a 41:50 [video su Today.com]. Uno dei produttori le chiede “You think that we didn’t walk on the Moon?” (“Credi che non abbiamo camminato sulla Luna?”) e lei risponde: “I don’t think we did. I think it was fake. I’ve seen a few videos on Buzz Aldrin talking about it didn’t happen. He says it all the time now in interviews. Maybe we should find Buzz Aldrin. Oh my God, Khloe should get him on her podcast. […] Why does Buzz Aldrin say it didn’t happen?” (“Non credo che l’abbiamo fatto. Credo che fu una messinscena. Ho visto alcuni video a proposito di Buzz Aldrin che dice che non è successo. Adesso lo dice in continuazione nelle interviste. Forse dovremmo trovare Buzz Aldrin. O mio Dio, Khloe dovrebbe ospitarlo nel suo podcast. […] Perché Buzz Aldrin dice che non è successo?”).

Subito dopo, Kim Kardashian afferma inoltre che “sulla Luna non c’è gravità” (“There’s no gravity on the Moon”) [Entertainment Weekly]: un’asserzione indiscutibilmente falsa che rivela eloquentemente il livello reale della sua conoscenza dell’argomento sul quale ritiene di poter sentenziare così pesantemente, accusando gli altri di essere bugiardi. E poi chiede: “Why is the flag blowing? The shoes that they have in the museum, that they wore on the Moon, is a different print in the photos. Why are there no stars?” (“Perché la bandiera sta sventolando? Le scarpe che hanno nel museo, che hanno indossato sulla Luna, l’impronta è diversa nelle foto. Perché non ci sono stelle?”). Insomma, i capisaldi del lunacomplottismo, ai quali è già stata data risposta infinite volte: la bandiera sventola perché gli astronauti la stanno muovendo per posizionarla, gli astronauti indossavano delle soprascarpe termicamente isolanti, le stelle sono troppo fioche per vedersi in luce diurna.

Queste sue dichiarazioni sono diventate virali e così hanno ricevuto una breve risposta su X da Sean Duffy, direttore pro tempore della NASA, che ha ribadito che sì, siamo andati sulla Luna, ci siamo andati sei volte, e ci stiamo tornando con le missioni del programma Artemis.

Inevitabilmente, vista la notorietà di Kim Kardashian, le sue parole di complottismo dichiarato hanno attirato le attenzioni moleste e gli entusiasmi dei vari invasati e ottusangoli che ancora non si sono rassegnati al fatto che gli allunaggi sono una realtà documentata e accettata da chiunque ne sappia mezza sulla storia dell’astronautica e persino dai rivali sovietici. Perché queste persone non vogliano accettare questo semplice fatto sarebbe da capire, ma lasciamo stare e vediamo i fatti che riguardano le parole attribuite da Kardashian a Aldrin.

Il video al quale si riferisce Kim Kardashian è uno spezzone tratto da un incontro pubblico con Aldrin avvenuto alla Oxford Union Society nel 2015, secondo le ricerche di Today.com [video, a 1:49] e Unilad.com. La versione originale del video è disponibile qui sul canale YouTube della Oxford Union e nell’embed qui sotto.

Nel video, a 30:11, una persona del pubblico chiede all’astronauta quanto segue: “What was the scariest moment of the journey?” (“Quale fu il momento di massima paura del viaggio?”) e Aldrin, che a questo punto ha parlato già per mezz’ora di tutti i dettagli di come è andato sulla Luna, risponde: “Scariest? It didn’t happen. It could have been scary.” (“Quello di massima paura? Non accadde. Avrebbe potuto essere”).

Dal contesto dovrebbe essere lampante che quando Aldrin dice “non accadde” non si sta riferendo alla missione, della quale ha appunto parlato fino a questo punto in toni di assoluta realtà, ma si sta riferendo al momento di maggiore paura. Sta dicendo che non accadde un momento di massima paura, perché la missione era tutta pericolosa, come ha appena finito di dire. Tutto qui.

Dal pubblico, poi, gli arriva un suggerimento, e Aldrin si lancia in una lunga spiegazione delle attività sulla Luna, al rientro nella cabina del veicolo di allunaggio (ancora una volta, con il tono di chi sta raccontando un fatto reale), e rievoca il fatto di aver trovato sul pavimento della cabina un interruttore-disgiuntore (circuit breaker). Era quello di attivazione del motore che avrebbe dovuto riportare lui e il suo compagno Armstrong in orbita intorno alla Luna per incontrare il terzo membro dell’equipaggio, Michael Collins, che li stava aspettando nel veicolo spaziale principale. Insomma, trovare che questo comando fondamentale per il ritorno sulla Terra era rotto sarebbe stato forse il momento di massima paura.

Ma tutto questo, nello spezzone tagliato furbescamente dai complottisti, non lo trovate. Chiedetevi perché.


Colgo l’occasione per aggiungere un altro debunking che riguarda un video tagliato ad arte che riporta in modo ingannevole delle dichiarazioni di Buzz Aldrin. Secondo i lunacomplottisti, l’astronauta avrebbe detto a una bambina che l’allunaggio non è mai successo.

Lo scambio è visibile per esempio qui su YouTube o nell’embed qui sotto. Secondo Snopes e i dati pubblicati su YouTube, il video originale fu registrato a Washington, DC, il 5 settembre 2015, al National Book Festival.

Cominciamo dai dati di base, cioè dalla trascrizione fedele dello scambio tra la bambina e Aldrin, perlomeno come viene presentato nel video proposto dai complottisti, che è uno spezzone isolato di una conversazione che dura ben 17 minuti e nella quale Aldrin parla ripetutamente della realtà dei viaggi lunari, suoi e altrui.

Bambina: Why has nobody been to the moon in such a long time?

Aldrin: That’s not an eight-year-old’s question… That’s MY question. I want to know. But I think I know, ’cause we didn’t go there and… and that’s the way it happened and… and if it didn’t happen, it’s nice to know why it didn’t happen, so in the future, if we want to keep doing something, we need to know why something stopped in the past that we wanted to keep it going [segue rimontaggio delle parole di Aldrin].

Prima di tutto, la bambina chiede come mai non siamo tornati sulla Luna per così tanto tempo, e Aldrin risponde a questa domanda. Quindi l’assunto iniziale di entrambi è che ci siamo andati e la questione è capire come mai non ci siamo andati più.

La risposta di Aldrin è “Questa non è una domanda da bambina di otto anni [nel senso di “un adulto ti ha imbeccato questa domanda”, e in effetti nel video non tagliato si sente una voce maschile adulta che suggerisce alla bambina le parole chiave di ciascuna domanda]… è la MIA domanda. Lo voglio sapere”. Cioè Aldrin vorrebbe sapere come mai non siamo tornati sulla Luna per oltre cinquant’anni. E prosegue dicendo “Credo di saperlo, perché non ci siamo andati [sottinteso “di nuovo”] e… ed è andata così e…. e se non è successo [cioè se non ci siamo tornati], è utile sapere perché non è mai successo, così in futuro, se vogliamo continuare a fare qualcosa, abbiamo bisogno di sapere come mai in passato una cosa che volevamo far continuare si è interrotta.”

Aldrin non si esprime in maniera molto chiara (è sempre stato così nel parlare), ma il senso di quello che dice è comprensibile: siamo andati sulla Luna, abbiamo smesso di andarci, ed è utile interrogarsi sui motivi per cui abbiamo smesso di andarci, perché capire il passato può aiutarci a evitare che succeda di nuovo in futuro.

Il senso delle parole di Aldrin diventa molto più evidente se si ascolta anche la parte della risposta di Aldrin alla domanda della bambina che manca nella versione proposta dai complottisti e spiega i motivi del mancato ritorno sulla Luna secondo lui (da 8:00 nel video non tagliato):

Aldrin: Money. It’s a good thing. If you want to buy new things, new rockets, instead of keep doing the same thing over and over, then it’s going to cost more money. And other things need more money too. So having achieved what the President wanted us to do … and then what thousands, millions of people in America, and millions of people around the world …

“Soldi”, spiega l’astronauta. Abbiamo smesso di andare sulla Luna per carenza di fondi. [il denaro] è una buona cosa. Se si vogliono comperare cose nuove, razzi nuovi, invece di continuare a fare la stessa cosa tante volte, allora costerà altri soldi. E ci sono anche altre cose che hanno bisogno di più soldi. Quindi, avendo ottenuto quello che il Presidente voleva che facessimo [andare sulla Luna, quindi Aldrin sta dicendo chiaramente che le missioni lunari sono avvenute]… e poi quello che migliaia di persone in America e milioni di persone nel mondo…”.

A questo punto Aldrin si ferma e cambia discorso.

Aldrin: You know, when we toured around the world after we came back [from the moon], the most fascinating observation was signs that said “WE did it.” Not just us, not just America, but we, the world! Different countries! They felt like they were part of what we were able to do. And that made us feel very good.

Traduco: “Sai, quando abbiamo fatto un tour mondiale dopo che siamo tornati [dalla Luna, ribadendo di nuovo che le missioni lunari sono state effettuate e aggiungendo che lui vi ha partecipato], la cosa più affascinante che abbiamo notato erano i cartelli che dicevano ‘NOI l’abbiamo fatto’. Non solo noi, non solo l’America, ma noi, il mondo! Paesi diversi! Sentivano di essere parte di quello che eravamo riusciti a fare. E questo ci ha fatto sentire molto bene.”

Questa seconda parte della risposta mette assolutamente in chiaro che non c’è nessuna presunta confessione di Aldrin, ma anzi una conferma di quello che ha sempre dichiarato e che è avvalorato da una vastissima documentazione storica. Se poi qualcuno crede di informarsi guardando venti secondi di video su TikTok o YouTube e che quei venti secondi tagliuzzati tendenziosamente siano più credibili di montagne di documenti tecnici accettati da tutto il mondo scientifico, il problema è suo.

Potete ascoltare l’intervista completa ad Aldrin qui su YouTube o nell’embed qui sotto.

Per chi fosse interessato ad approfondire, ricordo che il mio libro sui complotti lunari è sfogliabile gratuitamente online e acquistabile in versione aggiornata su carta.

Fonti aggiuntive

Nasa hits back at Kim Kardashian’s moon landing conspiracy, BBC, 31 ottobre 2025.

‘Yes, we’ve been to the moon before’: Nasa rebuffs Kim Kardashian conspiracy theory, The Guardian, 31 ottobre 2025

NASA to Kim Kardashian: We’ve been to the moon six times, Reuters, 31 ottobre 2025.

Kim Kardashian, We Have Indeed Been to the Moon, NASA Says, The New York Times, 31 ottobre 2025.

NASA Issues Horrified Response to Kim Kardashian, Futurism.com, 2 novembre 2025.

Artemis II, quasi sicuro un rinvio della partenza per la Luna. Intanto la Cina va avanti

Il programma spaziale statunitense è nel caos, come lo è del resto gran parte del Paese. Oltre ai battibecchi interni su chi debba essere il prossimo direttore della NASA, oltre allo scontro personale “ti amo – ti lascio – ti amo ancora torna da me” fra Elon Musk e Donald Trump, sulla partenza della missione Artemis II incombe ora anche l’infantile shutdown del governo degli Stati Uniti.

La missione dovrebbe riportare degli esseri umani a volare intorno alla Luna (senza atterrarvi) dopo decenni di attese, false partenze e rinvii rimpallati da un presidente a un altro, e la prima data possibile per la partenza è il 5 febbraio 2026. Da quella data ci sono circa cinque giorni di tempo per lanciare il vettore SLS con la navicella Orion e i suoi quattro astronauti; passati quei giorni, la prossima occasione si presenterà circa un mese dopo, per un’altra manciata di giorni, perché Keplero e Newton non si fanno ammansire da nessuno, e se non sarà possibile partire a marzo la finestra di lancio successiva sarà a fine aprile. Basta insomma perdere qualche giorno di tempo sulla tabella di marcia per avere uno slittamento di quasi un mese.

Gran parte del governo americano è sostanzialmente fermo da quattro settimane. Le operazioni essenziali della NASA, che è un ente governativo, sono protette, ma il personale federale di contorno e tutti i subappaltatori non vengono più pagati e non ricevono gli stipendi. Nonostante questa situazione, in queste settimane i tecnici al Kennedy Space Center hanno completato lo stacking (posizionamento e accoppiamento) del veicolo spaziale Orion in cima al suo lanciatore gigante SLS dentro l’enorme hangar del VAB (Vehicle Assembly Building).

Artemis II è dentro il VAB, racchiusa da imponenti impalcature. In cima al grande razzo SLS (di cui si scorge solo la sommità, che è la porzione arancione) si vedono lo stadio di propulsione ICPS (la parte cilindrica bianca), il modulo di servizio (costruito in Europa) e la capsula Orion (la porzione troncoconica centrale). Questo complesso è sormontato dal sistema per interruzioni di lancio (Launch Abort System), un potente razzo ad accensione istantanea capace di sollevare l’intera capsula e allontanarla dal razzo in caso di avaria grave. Fonti: Spacenews/Sean Duffy su X e Lockheed Martin, ottobre 2025.

Secondo le informazioni raccolte da Ars Technica e SpaceNews, tutti i contratti legati ad Artemis II sono coperti finanziariamente fino ai primi di novembre. Poi non si sa. Prima della partenza bisogna completare i collaudi e i controlli del lanciatore e del veicolo spaziale, bisogna concludere l’addestramento degli astronauti e delle squadre di controllo della missione, e infine bisogna trasportare il razzo gigante fino alla rampa di lancio per una dimostrazione di rifornimento e per una simulazione completa del conto alla rovescia (Wet Dress Rehearsal).

Ma è difficile fare tutte queste cose quando stanno crollando le infrastrutture di base del Paese: per esempio, raggiungere il centro spaziale è un’avventura a causa della carenza di controllori del traffico aereo civile, che non essendo pagati si stanno arrabattando a fare altri lavori. Kirk Shireman, che è vicepresidente e program manager per Orion alla Lockheed Martin, ha dichiarato che si sta “avvicinando rapidamente il punto in cui ci sarà un impatto significativo” anche per chi lavora al lancio di Artemis II.


Intanto, in Cina, i test dei veicoli che porteranno i primi astronauti cinesi sulla Luna proseguono indisturbati e con una serie di successi basati su due principi fondamentali: semplicità di progetto e risolutezza nell’eseguire un piano senza tentennamenti e melodrammi personali.

Nei mesi precedenti la Cina ha effettuato delle accensioni statiche di una versione modificata del vettore Lunga Marcia 10 che verrà usato per i voli verso la Luna, delle prove di pad abort del veicolo per equipaggi Mengzhou, predisposto per missioni lunari, e una prova di decollo e atterraggio del veicolo di allunaggio per equipaggi Lanyue. Nel 2026 prevede di effettuare il primo volo spaziale di un esemplare di Mengzhou (non si sa se con o senza equipaggio) e del razzo Lunga Marcia 10.

Niente Panico RSI – Puntata del 2025/10/27

È andata in onda lunedì 27 alle 9 una nuova puntata in diretta di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La trasmissione è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Il programma sarà in pausa la settimana prossima (non ci sarà una puntata il 3 novembre) e tornerà il 10 novembre alla stessa ora.


Qui sotto trovate approfondimenti e fonti di alcuni dei temi che abbiamo affrontato nella puntata.

Il neurone delle coccole

Hannah Fry è una professoressa di matematica alla Cambridge University e divulgatrice scientifica che collabora con la BBC e ha una voce stupenda oltre a 1,6 milioni di follower su Instagram (@fryrsquared).

In questo suo reel su Instagram spiega il “neurone delle coccole”: fra i vari neuroni sottocutanei che si attivano soltanto quando percepiscono un particolare tipo di tocco ce n’è un tipo, scoperto negli anni Novanta del secolo scorso e chiamato C-tactile afferent, che ignora praticamente qualunque stimolo e si attiva solo se rileva una carezza molto delicata (A system of unmyelinated afferents for innocuous mechanoreception in the human skin).

Si sa che questi neuroni sono presenti in molti animali e sono il motivo per cui adorano le coccole e le carezze. Negli umani sono particolarmente selettivi: una carezza troppo lenta o troppo veloce li lascia indifferenti e reagiscono solo se lo stimolo si muove sulla pelle a circa 3 centimetri al secondo. Sono schizzinosi anche per la temperatura, perché la fonte dello stimolo deve essere intorno a 32°C (la temperatura tipica della mano di una persona). Ma non ci si può accarezzare da soli: deve farlo qualcuno o qualcos’altro.

Quale può essere il vantaggio evolutivo di una caratteristica del genere? In fin dei conti, come dice Fry, “l’evoluzione in generale consiste nell’essere il più pigri possibile senza morirne”. Uno studio del 2022 (Gentle as a mother’s touch: C-tactile touch promotes autonomic regulation in preterm infants) ha rilevato che le carezze materne adottano spontaneamente questa velocità di stimolazione ottimale e producono una riduzione della frequenza cardiaca del bambino e quindi del suo livello di stress. La carezza a 3 centimetri al secondo è come una “ninna nanna biologica incorporata, il cui ritmo è preprogrammato in tutti noi, anche prima della nascita”. Come vantaggio aggiuntivo, funziona anche negli adulti.

La maledizione reale che probabilmente uccise John Wayne

Lost in History segnala la tragica vicenda del film The Conqueror (1956, in italiano Il Conquistatore), che vide John Wayne negli improbabilissimi panni di Gengis Khan. Fu un flop, una macchia nella sua lunga e celebrata carriera cinematografica, durata dal 1939 al 1976, soprattutto nei grandi film western americani.

The Conqueror fu girato nel 1954 a St. George, nel sud-ovest dello Utah. Questa location fu scelta perché ritenuta simil alla Mongolia, ma aveva una particolarità: stava a circa 200 km sottovento rispetto al Nevada Test Site, dove le forze armate USA effettuavano i test delle bombe atomiche. Non con esplosioni sotterranee, ma in atmosfera. Fra il 1951 e il 1963 il governo statunitense fece esplodere in questo modo circa 100 bombe.

Questi test erano una manifestazione di totale incoscienza, tipica di quei tempi, perché anche allora si sapeva benissimo che le detonazioni nucleari in superficie sollevavano colossali nubi di polvere radioattiva, che poi veniva portata dal vento a ricadere su vaste aree abitate, ma le autorità facevano finta di niente. La Commissione per l’Energia Atomica (AEC) addirittura realizzò un filmato pubblicitario per convincere il pubblico che era tutto a posto. I nativi americani, che popolavano quelle zone, non furono mai avvisati.

Il cast del film, prodotto dal celebre miliardario e aviatore Howard Hughes, trascorse vari mesi a St. George, fra giugno e agosto del 1954. Gran parte di The Conqueror fu girato nel vicino Snow Canyon.
Al momento delle riprese, l’AEC dichiarò che il sito del film era perfettamente sicuro, e come se non bastasse, alla fine delle riprese, Hughes e il regista Dick Powell fecero spedire 60 tonnellate di terra (che a loro insaputa era radioattiva) da Snow Canyon agli studi cinematografici di Culver City, in California, per rendere realistiche e coerenti le riprese aggiuntive. Questa sabbia radioattiva del deserto rimase in deposito per decenni.

Pochi anni dopo le riprese cominciarono a manifestarsi gravi problemi di salute nel cast e nella troupe:

  • Il regista del film, Dick Powell, morì di cancro linfatico all’età di 53 anni.
  • Nel 1960 all’attore Pedro Armendáriz fu diagnosticato un cancro ai reni in fase terminale.
  • All’attrice Susan Hayward, 15 anni dopo, fu diagnosticato un cancro alla pelle, al seno e all’utero. Morì di cancro al cervello nel 1975 a soli 56 anni.
  • Un’altra attrice coprotagonista, Agnes Moorehead, morì di cancro all’utero all’età di 74 anni.
  • L’attore Lee Van Cleef morì di cancro alla gola nel 1989.
  • I figli di John Wayne, Michael e Patrick, andarono a trovare il loro famoso padre sul set ed ebbero in seguito un cancro alla pelle e tumori benigni.
  • Al figlio di Susan Hayward fu rimosso un tumore benigno dalla bocca.
  • John Wayne stesso lottò per anni contro il cancro ai polmoni, diagnosticato per la prima volta nel 1964. Il polmone malato e due costole gli furono rimossi chirurgicamente, ma 14 anni dopo, quando si sottopose a un intervento chirurgico alla cistifellea, scoprì di avere in realtà un cancro allo stomaco al quarto stadio. Morì a Los Angeles nel giugno 1979 a 72 anni.
  • Nel 1990 fu stabilito che circa 110 delle 220 persone che avevano lavorato a The Conqueror avevano sviluppato una qualche forma di cancro e 49 ne erano morte; un tasso molto superiore alla media statistica di circa 30.

Howard Hughes si sentì colpevole di questa strage e spese 12 milioni di dollari per acquistare tutte le copie di The Conqueror affinché non potesse mai più essere visto.

Il suolo di alcuni canyon di St. George rimase pericolosamente contaminato fino al 2007. Durante gli anni ’70, i tassi di leucemia tra gli indiani Shoshone occidentali e i residenti della zona di St. George furono cinque volte superiori rispetto al resto dello stato.

In totale, l’esercito statunitense svolse 928 test nucleari al Nevada Test Site tra il 1951 e il 1992. Si stima che i cento test atmosferici effettuati abbiano rilasciato quasi 150 milioni di curie di ricaduta radioattiva, ossia circa 20 volte la quantità di radiazioni rilasciate durante il disastro nucleare di Chernobyl, in Ucraina. Un disastro che fu involontario, mentre i test nucleari statunitensi furono assolutamente intenzionali e pianificati.

Podcast RSI – La tastiera a prova di gatto esiste. Da 25 anni

Questo è il testo della puntata del 27 ottobre 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


Se avete gatti, sapete benissimo quanto sia irresistibile per loro la tastiera del vostro computer. La maggior parte delle volte, la pressione delle loro zampe sui tasti produce semplicemente una sequenza di caratteri senza senso, che si cancella facilmente da una mail o da un documento. Ma a volte la combinazione di tasti premuta è una di quelle che cambia un’impostazione di base del computer, cancella file o azzera i settaggi di un server.

Con tutte le innovazioni tecnologiche che ci sono, come mai le tastiere dei computer non sono dotate di un sistema incorporato che le protegga dalle digitazioni feline? Un uomo ha deciso di rimediare. Quell’uomo si chiama Chris Niswander, e questa è la storia della sua soluzione, che esiste da 25 anni, è stata insignita di un premio, ma rimane ignorata dalla maggior parte dei possessori di gatti.

Benvenuti! Questa è la puntata del 27 ottobre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Gli zampettamenti inattesi dei gatti sulle tastiere dei computer sono una nota fonte di incidenti informatici. A chiunque abbia un felino sarà capitato di trovare una lunga sequenza di caratteri privi di senso in coda a un documento o a un messaggio. Ad alcuni, particolarmente sfortunati, sarà capitato di trovarsi cancellato un file. In casi estremi, l’interazione gatto-tastiera può portare a disservizi molto gravi, come il blackout informatico che a settembre del 2023 ha colpito i computer del Veterans Affairs Medical Center di Kansas City, città che nonostante il nome si trova nello stato americano del Missouri. Un tecnico stava esaminando la configurazione di un gruppo di server quando il suo gatto è saltato sulla tastiera e ha cancellato quella configurazione, portando al fermo dei sistemi informatici del centro medico per ben quattro ore [The Register].

Online si trovano innumerevoli segnalazioni di disastri informatici causati da gatti che camminano su tastiere, come per esempio la perdita irrimediabile di ben 14.000 campioni musicali capitata nel 2021 a un utente di Reddit: il gatto ha premuto il tasto di cancellazione e il computer ha calcolato che l’insieme dei file cancellati era troppo grande per metterlo temporaneamente nel Cestino e quindi lo ha cancellato permanentemente dal disco rigido. È per questo che si dovrebbero fare i backup, ma questa è un’altra storia.

Eppure la soluzione esiste, e risale addirittura a 25 anni fa. L’ha creata nel 1999 Chris Niswander, un informatico di Tucson, in Arizona, dopo che Amos, il gatto di sua sorella, ha camminato sulla tastiera del suo computer ed è riuscito a disinstallare del software, cancellare dei file cruciali e mandare in crash il computer in questione. Questa prodezza involontaria gli era riuscita probabilmente perché le sue zampe avevano premuto delle combinazioni di tasti che corrispondevano a scorciatoie a tastiera, che possono eseguire comandi estremamente potenti e profondi.

Da buon informatico, Niswander ha deciso di studiare il problema e trovare una soluzione software per distinguere le digitazioni umane da quelle feline. Così ha costruito delle sagome di cartone a forma di zampa di gatto e le ha usate per simulare la camminata di un felino su una tastiera.

Questo metodo, rudimentale ma efficace, gli ha permesso di notare che siccome le zampe dei gatti sono quasi sempre più grandi delle dimensioni di un singolo tasto, una zampettata di gatto tendeva a interessare più di un tasto per volta, diversamente dalle digitazioni degli esseri umani. Così ha compilato un enorme elenco di combinazioni di tasti fisicamente adiacenti che potevano essere premuti da una singola zampa di gatto e l’ha filtrato per conservare soltanto le combinazioni che eseguivano comandi.

Fatto questo, ha osservato il comportamento dei gatti sulle tastiere e ha notato che quando un felino appoggia la zampa, il suo peso e il momento del suo moto applicano forze intense ai tasti, e gli angoli e le posizioni dei cuscinetti di ciascuna zampa seguono dinamiche complesse, producendo pressioni differenti sui vari tasti e creando, scrive Niswander, “uno stile riconoscibile di digitazione che include schemi temporali insoliti.”

Armato di queste conoscenze, ha scritto del software capace di rilevare quello stile e di discriminarlo rispetto a quello umano, bloccando la tastiera, e lo ha chiamato Pawsense (rilevamento di zampa). Questo programma è tuttora disponibile per le principali versioni di Windows fino alla 10 compresa. Purtroppo non esiste una versione per Mac o Linux e il suo sviluppo si è interrotto nel 2020.


Se Pawsense vi interessa, è acquistabile presso Bitboost.com per una ventina di dollari. Funziona così: il software si carica automaticamente a ogni avvio del computer e sorveglia l’attività della tastiera. Quando rileva l’azione di un gatto, cosa che riesce a fare di solito nel giro di un paio di zampettate, fa comparire sullo schermo una finestra che blocca la tastiera e mostra un avviso di rilevamento.

La finestra di Pawsense.

Per sbloccare la tastiera bisogna cliccare su un apposito pulsante visualizzato sullo schermo oppure digitare la parola inglese human. Due cose che, si presume, un gatto non è capace di fare.

Pawsense usa inoltre gli altoparlanti del computer per emettere un suono irritante…

[CLIP: audio dei suoni irritanti in questione]

…che in teoria, per associazione, dovrebbe far passare al gatto la voglia di passeggiare sulla tastiera.

L’applicazione è altamente configurabile e permette di scegliere suoni irritanti personalizzati, di regolare la sensibilità del rilevamento e di ignorare alcune particolari combinazioni di tasti.

Chris Niswander ha ricevuto molte mail di gattofili di tutto il mondo che gli hanno confermato che il suo software funziona: non solo impedisce danni, ma addestra i gatti a non passare sulla tastiera. L’autore del software dice di aver guadagnato dalla sua creazione una cifra che definisce “sufficiente per giustificare lo sforzo di crearla”, e per vent’anni ha fatto manutenzione e aggiornamenti.

A marzo del 2000 la sua creazione fu testata e segnalata dalla prestigiosa rivista Scientific American, che ne confermò l’efficacia, notando che addestrava non solo i gatti ma anche gli umani, visto che nei test una digitazione maldestra del recensore umano aveva attivato il blocco della tastiera e quindi lo aveva indotto a diventare più preciso nella pressione dei tasti.

Ma insieme al riconoscimento da parte della rivista scientifica arrivò anche, nello stesso anno, un premio Ig Nobel, che ha portato con sé molta derisione. Per chi non li conoscesse, i premi Ig Nobel sono dei riconoscimenti satirici, delle parodie dei premi Nobel, che la rivista scientifico-umoristica Annals of Improbable Research presenta ogni anno dal 1991 ai ricercatori che si sono distinti per una scoperta o una ricerca scientifica particolarmente ridicola o inutile: cose come la scoperta che la presenza di persone crea eccitazione sessuale negli struzzi o lo standard governativo britannico per la corretta preparazione di una tazza di tè (sei pagine).

Fra gli insigniti figurano anche dei veri premi Nobel, come Andre Geim, che nel 2000 vinse un Ig Nobel per la fisica per aver usato dei magneti per far levitare una rana e dieci anni più tardi vinse un Nobel per la fisica per una ricerca su un altro argomento (le proprietà elettromagnetiche del grafene). I premi Ig Nobel vengono presentati in una cerimonia che si svolge presso il prestigiosissimo MIT e vengono consegnati quasi sempre da persone che hanno ricevuto dei veri premi Nobel.

Niswander è l’unico ad aver ricevuto un Ig Nobel per l’informatica, e questo gli ha procurato molta visibilità nella stampa. Purtroppo, però, molti articoli che segnalano questo conferimento si soffermano solo sulla parte umoristica o ridicola degli Ig Nobel, tralasciando di notare che in realtà l’obiettivo di questi premi è “onorare i risultati che all’inizio fanno ridere la gente, ma poi la fanno pensare.” E così molti pensano che Pawsense, il suo software, sia ridicolo e inutile, una burla fatta per spillare soldi. Ma non è così. L’unico suo limite è che da cinque anni non viene più aggiornato e rischia quindi di non funzionare con le versioni più recenti di Windows.


Ci sono anche altre soluzioni all’annoso problema dei gatti sulle tastiere. Ci sono software come CatLock, che è un progetto open source liberamente scaricabile e, come Pawsense, è disponibile solo per Windows. Ci sono anche soluzioni hardware, come le protezioni trasparenti rialzate per tastiere, sotto le quali l’utente può infilare comodamente le mani per scrivere mentre il gatto è libero di zampettare al di sopra…

Fonte: Amazon.

… oppure le tastiere supplementari, sulle quali il gatto può camminare quanto vuole perché tanto sono inattive e scollegate.

Fonte: Reddit.

Si può anche predisporre sulla scrivania un cuscino o il coperchio capovolto di una scatola, in modo da creare un’alternativa che attragga il felino maggiormente.

E a proposito di ricerche scientifiche sul comportamento dei gatti, non sembra che ci siano studi approfonditi sulle motivazioni di questa loro abitudine universale. Quel poco che si sa è che è improbabile che zampettare sulla tastiera sia un comportamento imitativo, anche se le ricerche dimostrano che i gatti sono in grado di mappare il loro corpo su quello umano per ripetere delle azioni, come per esempio toccare un oggetto con la testa o con un arto specifico.

È inoltre improbabile che i gatti siano attratti dal calore, anche se molti laptop di oggi effettivamente scaldano parecchio, perché in casa di solito ci sono anche altre fonti di calore molto più intense.

La spiegazione più plausibile, secondo gli esperti, è che i felini siano richiamati dall’odore, per noi impercettibile, che la loro persona di riferimento lascia sulla tastiera attraverso la traspirazione dei polpastrelli, e la loro natura li spinge a depositare il loro odore per sostituire quello umano e comunicare in sostanza che quel territorio e quella persona sono sotto il loro dominio.

E quindi, come sa ogni persona che convive con un gatto, non resta che accettare questa adorabile sottomissione e abituarsi a salvare e a bloccare la tastiera prima di allontanarsi dal computer. Per il Mac basta digitare Control-Comando-Q; per Windows basta premere insieme il tasto Windows e la lettera L.

Fonti

The Software That Detects When a Cat Is Messing with Your Keyboard, Priceonomics.com, 2015

C-A-T-T-T-T-T-T-T-T, Radio-weblogs.com, 2000?

Ig® Nobel Prize Winners, Improbable.com, 2025

Spoof Ig Nobel prizes awarded at Harvard, UPI.com, 2000

NEWS WATCH; When Keyboard Disasters Come In on Little Cat Feet, New York Times, 2000 (copia su Archive.is)

Paw Sense Computer Software, Petsweekly.com, 2000?

The (not so cute) reason your cat loves sitting on your laptop, BBC Science Focus, 2024

Cat on Computer: How to Protect Your PC from Paw-sible Damage, Auslogics.com, 2024

Niente Panico RSI – Puntata del 2025/10/20

È andata in onda lunedì 20 alle 9 una nuova puntata in diretta di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La trasmissione è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

In questa puntata abbiamo parlato di miti e fatti poco conosciuti che riguardano la Luna, di missioni spaziali passate e prossime, di visitatori interstellari (3I/ATLAS), del mio tentativo di candidarmi a un volo intorno alla Luna (che poi è stato annullato), di Michael Collins (il terzo uomo di Apollo 11) e del suo libro autobiografico Carrying the Fire, di disastri spaziali, di nebbia sulla Luna, e della cometa Lemmon.

Podcast RSI – Sora, il caos continua: dopo il copyright, calpesta i morti

Questo è il testo della puntata del 20 ottobre 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


Normalmente comincio questo podcast con uno spezzone sonoro che anticipa il tema della puntata, ma stavolta no. Perché Martin Luther King che fa versi e gesti da scimmia mentre tiene uno dei suoi storici discorsi pubblici, in un video generato dall’app di intelligenza artificiale Sora di OpenAI, è troppo ripugnante per farlo sentire, fosse anche solo per documentare il fatto che esiste.*

*  Ho verificato che esiste e ne conservo documentazione.

Ed è solo uno degli esempi del fiume di video che ritraggono persone celebri del passato mentre fanno cose ridicole o altamente offensive che sta inondando Internet grazie alle scelte intenzionali dell’azienda capitanata da Sam Altman. Torno a parlare di Sora, dopo averlo presentato nella puntata precedente di questo podcast, perché ci sono degli aggiornamenti importanti.

Benvenuti alla puntata del 20 ottobre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Sora, l’app di OpenAI che consente a chiunque di generare video sintetici iperrealistici lunghi una decina di secondi dando una semplice descrizione di quello che si vuole ottenere, ha già suscitato le ire assolutamente prevedibili delle case cinematografiche e televisive, perché era utilizzabile per generare video falsi che raffiguravano i personaggi più disparati, da Spongebob ai Simpson a Pikachu a tutto il cast animato di South Park, violando disinvoltamente il copyright dei loro creatori, e ha fatto dietrofront solo dopo gli ammonimenti delle major titolari dei diritti su quei personaggi, come ho raccontato nella puntata precedente di questo podcast [The Hollywood Reporter].

Sulla questione è poi intervenuto ufficialmente anche il governo giapponese, secondo quanto riferisce il sito locale ITMedia, inviando a OpenAI una richiesta formale di “non impegnarsi in azioni che possano costituire una violazione del diritto d’autore” e aggiungendo che “anime e manga sono tesori insostituibili di cui possiamo essere fieri in tutto il mondo” [The Register].

OpenAI ha risposto annunciando nuove restrizioni sui contenuti dei video generabili con Sora, ma sembra che voglia mantenere il proprio modello commerciale opt-out, nel quale in altre parole spetta ai singoli titolari dei diritti avvisare che non vogliono che i loro personaggi vengano utilizzati dall’app, come ha già fatto per esempio Disney [Reuters].

La filosofia commerciale di OpenAI è “faccio quello che mi pare con le cose che hanno creato gli altri fino a che non mi dicono uno per uno che non lo devo fare”. Ma gli addetti ai lavori notano che questo è l’esatto contrario di come funziona realmente il diritto d’autore [The Hollywood Reporter].

Sora, però, ha aperto anche un altro fronte di scontro, applicando questa sua filosofia anche ai personaggi celebri del passato. Come era ancora una volta assolutamente prevedibile, gli utenti di Sora hanno cominciato a generare video sempre più impresentabili e offensivi che mostrano grandi nomi della storia recente dire e fare cose irriferibili.

Forse la goccia che ha finalmente fatto traboccare il vaso e ha spinto OpenAI ad agire è stata la creazione di video sintetici raffiguranti Martin Luther King in situazioni che l’azienda, con un eufemismo davvero estremo, ha definito irrispettose” ma che bisognerebbe avere la dignità di descrivere per quello che sono: abusi profondamente razzisti.

Gli eredi dello storico leader e premio Nobel hanno chiesto a OpenAI di intervenire, e l’azienda ha annunciato che ha “messo in pausa le generazioni che raffigurano il dottor King intanto che rinforza le restrizioni sulle figure storiche”, insistendo però che continua a spettare ai singoli eredi o rappresentanti chiedere di essere esclusi dai video prodotti da Sora. Notate che OpenAI non ammette di aver capito che quello che sta facendo è profondamente, intuitivamente sbagliato dal punto di vista etico e morale, ma si limita a dire che mette il tutto “in pausa”.


Chiamarle “figure storiche” le fa sembrare distanti e astratte, ma si tratta di persone reali, i cui familiari oggi vengono sommersi da questo fiume di video sintetici che li toccano molto da vicino.

La figlia del compianto attore Robin Williams, Zelda, ha implorato pubblicamente su Instagram [The Independent] di non mandarle più video di suo padre generati con l’intelligenza artificiale. Le sue parole meritano di essere lette e ascoltate.

Smettete di pensare che io li voglia vedere o che li capisca […]” scrive. “Se state cercando di provocarmi, ho visto ben di peggio, e vi bloccherò e passerò oltre. Ma per favore, se avete un minimo di decenza, smettete di fare queste cose a lui e a me, e a chiunque, punto. È stupido, è uno spreco di tempo e di energia, e credetemi, non è quello che lui avrebbe voluto […] Vedere che il lascito di persone reali viene condensato fino a diventare un ‘questo somiglia vagamente e parla vagamente come loro ed è sufficiente così’, in modo che altre persone possano spandere orribile sbobba per TikTok che li muove come marionette, mi fa infuriare.” ha aggiunto Zelda Williams, che è regista cinematografica, proseguendo con un monito: “Non state facendo arte, state fabbricando hotdog disgustosi e ultraprocessati usando le vite di esseri umani, la storia dell’arte e della musica, e poi li cacciate in gola a qualcun altro sperando che vi diano un pollice alzato e a loro piacciano. Che schifo. […] Smettete di chiarmarlo ‘il futuro’: l’intelligenza artificiale non fa che riciclare e rigurgitare il passato per consumarlo di nuovo. State ingerendo lo Human Centipede dei contenuti, e lo fate dal fondo della fila, mentre quelli in testa ridono, consumano e consumano”.

Se non cogliete il riferimento a Human Centipede e non sapete cos’è, invidio il vostro candore, ma temo che lo scoprirete presto e capirete il senso profondo dello sfogo amarissimo della figlia di Robin Williams.

Un’altra figlia, quella di Martin Luther King, Bernice, si è associata all’appello di Zelda Williams con poche parole su Threads: “Concordo a proposito di mio padre. Per favore smettetela”.

E anche Ilyasah Shabazz, la figlia di Malcolm X, altro leader storico per i diritti degli afroamericani che ha pagato con la vita i propri ideali, di fronte all’ennesimo video generato che raffigura suo padre, si è unita pubblicamente a queste proteste, chiedendo come mai chi sviluppa l’intelligenza artificiale non agisca “con la stessa moralità, coscienza e attenzione […] che vorrebbe per le proprie famiglie” [Engadget].


L’app Sora, intanto, è in cima alle classifiche dell’App Store di Apple, e i video sintetici offensivi continuano a essere sfornati, perché le fantomatiche “restrizioni” citate continuamente come rimedio da OpenAI semplicemente non funzionano: sono facili da eludere con un minimo di inventiva e non è pensabile di poter escludere tutti i casi possibili di abuso.

Per esempio, il Washington Post ha segnalato che alcuni utenti sono riusciti a creare video che mostrano Malcolm X che fa battute volgari e parla di incontinenza intestinale, Kobe Bryant che pilota un elicottero come quello che è precipitato e ha portato alla sua morte, o l’ex presidente statunitense John Kennedy, morto assassinato, che fa battute sull’assassinio dell’attivista di destra Charlie Kirk [Forbes; Washington Post].

OpenAI sembra del tutto indifferente alle conseguenze sociali delle proprie azioni e anzi le difende, sostenendo che quello che fa serve per proteggere la competitività statunitense e, cito, “è questione di sicurezza nazionale”, secondo Sam Altman, perché altrimenti il primato tecnologico nell’intelligenza artificiale passerebbe alla Cina [Reuters].

Altman sostiene inoltre che una delle ragioni per cui OpenAi rilascia tecnologie come Sora è che vuole aiutare l’umanità nella transizione, inoculandola contro il fatto che in futuro “tutti saranno in grado di creare un video di te che fai qualunque cosa che loro desiderano usando i video pubblicamente disponibili su Internet che ti raffigurano.”

[CLIP – Sam Altman che parla]

Dice che “La società si adatterà a questo, ovviamente, ma uno dei modi che abbiamo trovato per aiutare la società con queste transizioni è rilasciare il software presto, con delle restrizioni, in modo che la società e la tecnologia abbiano il tempo di evolvere insieme.”

Secondo lui “ha funzionato con il testo, ma con il video sarà più difficile, perché i video hanno un forte impatto, ma credo che impareremo ad adattarci e impareremo molto in fretta che ci saranno tanti video falsi di te su Internet… succederà e basta. Inoculare la società ha probabilmente un valore” [Rowan Cheung/Deepcurates su Instagram].

Non è vero che “succederà e basta”, perché OpenAI sta facendo in modo che succeda e sta premendo a fondo l’acceleratore del cambiamento, senza darci il tempo di prendere fiato e prendere contromisure. Come farà la società ad adattarsi a un mondo nel quale non si può più credere a nulla di quello che si vede su uno schermo, e perché si debba correre a capofitto verso questo traguardo proprio sotto la sua guida, Sam Altman non ce lo dice.

Forse si aspetta che lo chiediamo a ChatGPT.

Fonti

OpenAI launches new AI video app spun from copyrighted content. Reuters, 2025.

OpenAI’s New Video Tool Features User-Generated ‘South Park,’ ‘Dune’ Scenes. Will Studios Sue?. Hollywood Reporter, 2025

WME to OpenAI: All Our Clients Are Opting Out of Sora 2. Hollywood Reporter, 2025

Japan tells OpenAI to stop spiriting away its copyrighted anime. The Register, 2025

Japan Warns OpenAI Over Sora 2 Copyright Infringement of “Irreplaceable” Anime and Manga, Securityonline.info, 2025

日本政府、OpenAIに「著作権侵害行為」を行わないよう要請 Sora 2での“アニメ風動画”問題を受け. ITmediaNews, 2025

OpenAI IP promises ring hollow to Sora losers. The Register, 2025

AI videos of dead celebrities are horrifying many of their families. Washington Post, 2025

Robin Williams’ daughter begs fans to stop sending her AI videos of late father: ‘Just stop doing this to him’. The Independent, 2025

OpenAI Blocks Sora Deepfakes Of Martin Luther King After ‘Disrespectful Depictions’. Forbes, 2025

OpenAI pauses Sora video generations of Martin Luther King Jr.. TechCrunch, 2025

OpenAI suspends MLK deepfakes on Sora after ‘disrespectful’ videos. The Verge, 2025

OpenAI suspends Sora depictions of Martin Luther King Jr. following a request from his family. Engadget, 2025

Statement from OpenAI and King Estate, Inc.. X.com, 2025

Sora update #1, Samaltman.com, 2025