Podcast RSI – Ricerca in Google peggiorata apposta. Come rimediare
Ultimo aggiornamento: 2025/12/30 10:55.
Questo è il testo della puntata del 15 dicembre 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.
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Se avete la sensazione che la ricerca in Google non sia più quella di una volta, quella che trovava al primo colpo quello che cercavate, siete in buona compagnia.
Ormai da qualche tempo, se si cerca qualcosa con Google non si ottiene più direttamente il risultato desiderato: oggi si riceve prima di tutto una sintesi generata da un’intelligenza artificiale, che è spesso sbagliata e fuorviante, poi si ottengono dei risultati sponsorizzati, poi arriva l’elenco delle ricerche correlate fatte da altri utenti, poi vengono visualizzati dei prodotti pubblicizzati, e solo a questo punto Google propone finalmente il risultato desiderato. O almeno qualcosa che gli somiglia, perché di solito servono due o tre tentativi.

Questo peggioramento delle prestazioni è reale. Cosa più importante, è intenzionale.
Benvenuti alla puntata del 15 dicembre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo, e vi racconto perché Google ha scelto consapevolmente di funzionare peggio, e soprattutto come possiamo rimediare.
[SIGLA di apertura]
Uno studio condotto dal gruppo di ricerca tedesco Webis nel 2024 [Is Google Getting Worse? A Longitudinal Investigation of SEO Spam in Search Engines, Advances in Information Retrieval. 46th European Conference on IR Research (ECIR 2024), Lecture Notes in Computer Science, March 2024, Springer; Opensearchfoundation.org; Webis.de (PDF); ACM.org] conferma un’impressione condivisa da molti utenti: le ricerche fatte con Google non sono più efficaci come una volta e stanno peggiorando da qualche anno.
Secondo questo studio, la colpa di questo declino è l’enorme quantità di contenuti di bassa qualità che vengono ottimizzati dagli esperti di marketing per comparire nei risultati di Google più in alto rispetto ai contenuti effettivamente utili. Il fenomeno riguarda anche anche motori di ricerca rivali, come Bing e DuckDuckGo, stando a questi ricercatori.
Ma c’è anche chi punta il dito verso la dirigenza di Google, accusandola di aver deciso cinicamente di seguire la strada del peggioramento allo scopo di massimizzare i profitti. Esperti del settore come Cory Doctorow [Medium.com; CBC Radio] e Edward Zitron [Wheresyoured.at] indicano anche una persona che sarebbe specificamente colpevole di questo stato di cose: l’informatico Prabhakar Raghavan [Wikipedia; Techspot.com], che è oggi Chief Technologist di Google e ha diretto per alcuni anni il settore pubblicità e commercio dell’azienda e poi anche quello della ricerca.
Zitron basa la propria accusa sulle mail interne di Google rese pubbliche dall’inchiesta antitrust del Dipartimento di Giustizia statunitense sul colosso della ricerca online. Nel 2019, spiega Zitron, la crescita del numero di ricerche fatte dagli utenti tramite Google era sostanzialmente stagnante, e il settore pubblicità lanciò un allarme: bisognava trovare un modo per indurre gli utenti a fare più ricerche e più clic sulle inserzioni.
Ogni volta che un utente cerca qualcosa in Google, infatti, gli viene mostrata della pubblicità, per la quale Google incassa denaro dagli inserzionisti; se l’utente non solo vede l’inserzione ma ci clicca anche su, Google incassa di più. Ma Google era già all’epoca di gran lunga il motore di ricerca più usato al mondo, per cui non era possibile aumentare il numero di ricerche fatte reclutando nuovi utenti.
La prima soluzione scelta da Google nel 2019 fu rendere le inserzioni meno differenti dai risultati veri e propri, eliminando il colore verde del testo che contrassegnava le pubblicità e proseguendo una tendenza, in corso da anni, che annacquava sempre di più la differenza visiva fra contenuti visualizzati a pagamento e risultati effettivamente desiderati dall’utente.
Per dirla in altre parole, Google fece man mano in modo che fosse più facile per l’utente cliccare per errore su uno spot invece di cliccare su un risultato genuino, e lo fece nonostante nel 2013 si fosse già presa un richiamo da parte della Commissione Federale per il Commercio statunitense (la Federal Trade Commission).
Un grafico pubblicato da Searchengineland.com mostra eloquentissimamente questo progressivo deterioramento.

Nel 2007, per esempio, le inserzioni su Google comparivano su sfondo colorato e i risultati veri venivano invece mostrati su sfondo bianco. Nel 2013 lo sfondo era scomparso, sostituito da un bordo e da un’iconcina che indicava che si trattava di una pubblicità. Nel 2020 l’unica differenza visiva rimasta era costituita da un’etichettina che in inglese era composta da due sole lettere: “AD”, abbreviazione di “advert”, ossia “pubblicità”. Oggi tutti questi avvertimenti sono svaniti e distinguere un risultato reale da un’inserzione è quasi impossibile.
La seconda soluzione adottata da Google per aumentare gli introiti fu letteralmente peggiorare le proprie prestazioni, seguendo una logica ineccepibile ma spettacolarmente cinica.
La strategia di peggioramento intenzionale scelta dalla dirigenza di Google sembra in apparenza un autogol, ma in realtà ha perfettamente senso, perlomeno dal punto di vista degli azionisti dell’azienda. Se il motore di ricerca funziona bene e fornisce al primo colpo il risultato desiderato dall’utente, quell’utente è contento, però ha visto una sola bordata di pubblicità.
Ma cosa succederebbe se il motore di ricerca funzionasse meno bene e gli fornisse il risultato soltanto al secondo o terzo tentativo? Vedrebbe il doppio o il triplo di inserzioni. E così gli incassi di Google aumenterebbero massicciamente. Questa è l’idea geniale che, secondo Doctorow e Zitron, fu adottata da Prabhakar Raghavan alcuni anni fa e ha portato alla situazione attuale.
Normalmente peggiorare la qualità di un servizio indurrebbe gli utenti a cercare delle alternative, ma nel caso di Google all’atto pratico non ce ne sono. Grazie anche agli accordi commerciali con i produttori di smartphone, Google è il motore di ricerca predefinito su quasi tutti i dispositivi mobili del mondo, compreso l’iPhone. Google paga una ventina di miliardi di dollari ogni anno ad Apple per questo piazzamento di assoluto favore.
Inoltre la stragrande maggioranza degli utenti non sa come cambiare il motore di ricerca predefinito e spesso non sa neanche che esistono alternative, per cui di fatto Google può permettersi di peggiorare il proprio servizio senza subire alcuna conseguenza negativa. Anche perché le autorità antitrust statunitensi che dovrebbero intervenire si limitano da anni a scrivere letterine di fermo rimprovero.
Google, insomma, è come un albergatore che possiede l’unico hotel in una località e quindi può permettersi di aumentare i prezzi quanto gli pare o di fornire un servizio scadente e al risparmio, perché tanto i clienti non hanno scelta. E lo stesso cinico ragionamento vale anche per i suoi fornitori e per il suo personale: può decidere lui quanto e quando pagarli, perché non hanno nessun altro a cui possono vendere i loro prodotti e servizi.
Questa strategia, che l’esperto Cory Doctorow definisce coloritamente enshittification o immerdificazione, funziona benissimo, tanto è vero che viene adottata anche da altri colossi del settore informatico e tecnologico.
Amazon, per esempio, ha iniziato vendendo prodotti sottocosto e con la spedizione gratuita per gli abbonati ad Amazon Prime. Una volta consolidata la clientela, il numero di fornitori che usavano Amazon per vendere i propri prodotti è aumentato vertiginosamente, e a quel punto l’azienda di Jeff Bezos ha iniziato a chiedere commissioni sempre più alte a questi fornitori, tanto che nel 2023 oltre il 45% del prezzo di vendita dei prodotti finiva in tasca ad Amazon.
Audible, che controlla oltre il 90% del mercato degli audiolibri, inizialmente offriva agli autori dal 20% al 40% degli incassi, ma ora usa un complesso e fumoso sistema di redistribuzione degli introiti e di restituzione degli audiolibri, per cui ai pesci piccoli arriva una miseria e solo i grandi nomi ricevono lauti compensi; anzi, ai grandi arriva anche una quota degli incassi delle vendite dei piccoli. Gli utenti non sanno che esiste questo meccanismo e pensano che quello che pagano per un audiolibro vada in buona parte all’autore, ma non è così [Medium.com, 2025; Authorsguild.org, 2022].
Inoltre Audible, che è di proprietà di Amazon, impone sistemi anticopia su tutti gli audiolibri che distribuisce, per cui un utente che dovesse decidere di smettere di usare Audible perderebbe tutti i libri che ha pagato. L’azienda, quindi, tiene in pugno sia gli autori, sia i consumatori.
Ma almeno nel caso di Google noi utenti possiamo fare subito qualcosa di concreto contro questo modo di operare.
Questo qualcosa si chiama SearXNG [pronuncia: surk-sing o searching], ed è facilissimo da usare (a differenza del suo nome, che è complicatissimo da pronunciare): basta installarlo oppure, ancora più semplicemente, visitare uno dei siti che lo offre via Web e immettere lì quello che si vuole cercare.
Si ottengono risultati puliti e precisi, senza deliranti e inaffidabili aiutini forniti da energivore intelligenze artificiali, senza risultati sponsorizzati da scansare, senza inserzioni mascherate, e senza regalare dati personali a mega-aziende o a nessuno. E SearXNG non costa nulla, perché è un servizio gestito dagli utenti per gli utenti, non è in mano a fantastiliardari discutibili ed è basato su software aperto e libero.
SearXNG è un cosiddetto metamotore di ricerca. In sostanza, passa la vostra richiesta a una rosa di motori di ricerca commerciali, che includono Google, Bing, DuckDuckGo e molti altri, e restituisce a voi i risultati. Fa da filtro salvaprivacy e impedisce a questi motori di acquisire informazioni su di voi e di collezionare la cronologia delle vostre ricerche.
Potete scegliere fra tanti siti che lo forniscono: l’elenco completo e aggiornato si trova presso Searx.space, e trovate una guida completa e dettagliata in italiano presso Devol.it. Se usate un sito europeo, i vostri dati personali beneficiano delle protezioni offerte dalla normativa GDPR.
Provarlo non costa nulla, e se vi piace potete poi impostarlo come motore di ricerca predefinito in qualunque browser seguendo le apposite istruzioni. Potete anche configurarlo in modo da selezionare i motori di ricerca che più vi interessano e le categorie che desiderate, come immagini, video, contenuti presenti sui social network, musica e altro ancora.
Può sembrare paranoico ed eccessivo ricorrere a soluzioni come questa per evitare di essere profilati commercialmente, ma è ormai chiaro che il problema non è più puramente di natura commerciale. Il corso attuale della politica statunitense significa infatti che i dati che affidiamo ad aziende di quel Paese possono essere usati contro di noi molto concretamente.
Lo dimostra per esempio un recente avviso, pubblicato ai primi di dicembre sul Federal Register, che è l’equivalente statunitense della gazzetta ufficiale. Questo avviso annuncia [Rsi.ch; BBC] l’intenzione di chiedere a chiunque voglia visitare gli Stati Uniti di fornire la cronologia* delle sue attività sui social network sull’arco degli ultimi cinque anni se proviene da un Paese che è esentato dal visto, come Australia, Regno Unito, Svizzera, Francia, Germania e altri. Verranno chiesti anche i numeri di telefono usati negli ultimi cinque anni e gli indirizzi e-mail degli ultimi dieci, insieme a informazioni sui familiari, come per esempio i loro nomi, numeri di telefono, data e luogo di nascita e indirizzo di residenza.
* Numerosi lettori mi hanno segnalato un articolo de Il Post del direttore, Francesco Costa, che sembra contraddire quello che ho detto e scritto nel podcast e minimizzare l’effettiva pericolosità di questa misura proposta. Ma a pagina 9 l’annuncio del Federal Register riporta testualmente quanto segue (grassetti aggiunti da me): "In order to comply with the January 2025 Executive Order 14161 (Protecting the United States From Foreign Terrorists and Other National Security and Public Safety Threats), CBP is adding social media as a mandatory data element for an ESTA application. The data element will require ESTA applicants to provide their social media from the last 5 years." Cosa si intenda con “their social media from the last 5 years" è da chiarire, ma io lo interpreterei in maniera molto estensiva, perché non è una richiesta di fornire i nomi degli account social, ma di fornire i “media”, ossia i contenuti di quegli account.
Costa dice anche che “Non risulta che in questi anni l’inclusione degli account social fra le moltissime informazioni personali che è sempre stato necessario fornire [...] abbia determinato comportamenti repressivi simili a quelli che l’amministrazione Trump ha attuato contro alcune persone che erano già nel paese, come gli studenti filopalestinesi espulsi per il loro attivismo”.
Ma va notato che i visti di sei persone non statunitensi sono stati revocati in seguito ai loro commenti fatti sui social network a proposito dell’uccisione del commentatore di estrema destra Charlie Kirk [The Guardian, 2025/10/14]. Inoltre è già accaduto che turisti di vari Paesi si siano visti negare l’ingresso negli Stati Uniti di recente “sulla base di contenuti trovati nei dispositivi mobili” [The Times, 2025/12/11]. Che tutto questo, come dice Costa, non sia successo “in questi anni” non fornisce alcuna garanzia per il futuro.
In aggiunta, il Dipartimento di Stato USA ha dato istruzioni al proprio personale di rifiutare le richieste di visti, soprattutto del tipo H-1B (visti di lavoro temporanei), di persone che lavorano nel fact-checking e nella moderazione di contenuti, dichiarando che si tratta di forme di “censura” dell’asserita libertà di parola degli statunitensi [Npr.org, 2025/12/11].
L‘amministrazione Trump sta inoltre cercando di vietare a cinque ricercatori europei l’ingresso o la residenza negli USA, accusandoli di essere “censori stranieri” che vogliono imporre restrizioni nei social network [Scripps News, 2025/12/29].
In questa lista manca per ora la cronologia delle ricerche online, ma viene il dubbio che non sia una dimenticanza perché la storia completa di tutto quello che abbiamo mai cercato in Google ce l’hanno già. Ricorrere a soluzioni come SearXNG è quindi un piccolo ma positivo passo nella direzione giusta, verso la sovranità digitale che la cronaca ha trasformato da fantasia idealista in necessità assolutamente concreta.
Fonti aggiuntive
Perché è necessario e urgente liberarsi di Google – e come cominciare a farlo, Wumingfoundation.org, 2020.
Quickstart for SearXNG, Elest.io.
SearXNG enjoyers, how do you do it?, Privacyguides.net, 2022.
SearXNG, Wikipedia.org, 2025.
Welcome to SearXNG, Searxng.org, 2025.
Setting Up SearXNG, Snee.la, 2024.
How to Get AI Out of Your Google Search Results, Therevelator.org, 2025.
Just Want Links in Google Search Results Instead of AI Overviews? Here’s How to Do It, Cnet.com, 2025.



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