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Podcast RSI – Meta incassa 7 miliardi di dollari l’anno da spot-truffa, e lo sa

Questo è il testo della puntata del 10 novembre 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


Se vi è capitato di notare una pubblicità sfacciatamente truffaldina su Facebook o Instagram e avete provato a segnalarla ma non è successo nulla e lo spot è rimasto al suo posto, c’è una buona ragione. Anzi, ci sono sette miliardi di buone ragioni. Meta, la società che gestisce questi due social network oltre a WhatsApp, incassa infatti sette miliardi di dollari ogni anno dalle pubblicità fraudolente. E grazie a un’indagine appena pubblicata da Reuters, sappiamo che i dirigenti di Meta sono perfettamente consapevoli di questa situazione e hanno deciso di non fare nulla, perché l’ammontare di qualunque sanzione delle autorità sarebbe inferiore a quello che incassa.

Non solo: quando Meta si accorge che un inserzionista sta truffando, spesso non lo blocca, ma si limita a farlo pagare di più per continuare a pubblicare i suoi spot che raggirano gli utenti. In altre parole, Meta guadagna di più da una pubblicità truffaldina che da uno spot onesto. Non è una teoria: lo dicono i documenti interni di Meta stessa.

Benvenuti alla puntata del 10 novembre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Ogni giorno, Meta mostra agli utenti di Facebook, Instagram e WhatsApp circa 15 miliardi di pubblicità ad alto rischio di truffa. Da queste pubblicità incassa 7 miliardi di dollari l’anno. Alla fine del 2024, l’azienda prevedeva che il 10% del suo fatturato globale, circa 16 miliardi di dollari, sarebbe derivato dal fatto di mostrare consapevolmente ai propri utenti delle pubblicità che promuovono truffe o prodotti illegali. Sono alcuni dei dati che emergono da un’inchiesta pubblicata pochi giorni fa da Reuters e basata su documenti interni di Meta.

I comportamenti intenzionali di Meta rivelati dall’inchiesta lasciano a bocca aperta per il loro cinismo assoluto. Gran parte delle truffe sui suoi social network proviene da operatori che vengono rilevati eccome dai servizi di monitoraggio antifrode interni, ma Meta blocca questi inserzionisti solo se questi sistemi automatici sono sicuri almeno al 95% che sia in corso una truffa. Se la percentuale è inferiore, Meta semplicemente fa pagare all’inserzionista un importo maggiore per ciascuno spot, ma non lo blocca.

C’è di più: la documentazione interna dell’azienda di Mark Zuckerberg spiega che un utente che clicca su una pubblicità fraudolenta verrà bombardato da altre pubblicità truffa, grazie agli automatismi, i famosi algoritmi social, che cercano di presentare agli utenti delle pubblicità basate sui loro interessi.

Altre informazioni interne dimostrano che Meta ha ordinato ai suoi team antifrode di non intervenire contro gli inserzionisti sospettati di frode se bloccarli rischia di far perdere a Meta più dello 0,15% del fatturato globale. A ottobre 2024, i dirigenti di Meta hanno presentato a Zuckerberg in persona un piano antifrode, che invece di agire drasticamente avrebbe concentrato i propri sforzi nei Paesi nei quali si temeva un intervento a breve del legislatore. Hanno poi concordato che avrebbero tentato di ridurre gli incassi legati a truffe, gioco d’azzardo illegale e merci proibite dal 10,1% circa del 2024 al 7,3% entro la fine di quest’anno. Hanno i mezzi per bloccare le truffe, ma li applicano con il contagocce per non causare cali troppo repentini nel fatturato aziendale.

È difficile leggere i dati portati alla luce dall’indagine di Reuters senza evocare la parola “complicità”. Qui non si tratta più di un semplice “se non paghi per qualcosa, il prodotto in vendita sei tu”. Non è più una sorta di compromesso di convenienza, nel quale gli utenti accettano di essere sorvegliati a scopo pubblicitario in cambio di un servizio che permette loro di restare in contatto con parenti, amici e clienti. Meta sta volutamente, consapevolmente dando i propri utenti – cioè noi – in pasto ai truffatori perché guadagna dalle loro truffe.

Questa è la reale natura dei social network che quattro miliardi di persone al mondo continuano a usare. Un territorio di caccia per criminali, che ingannano gli adulti con finti investimenti facili e seducono i minori per ricattarli minacciando di pubblicare le loro foto intime, e la passano liscia perché le loro inserzioni su Facebook e Instagram contribuiscono al fatturato.

È per questo che segnalare una truffa sui social network di Meta è molto spesso una perdita di tempo. Anche a me è capitato di segnalare account che erano sfacciatamente in violazione delle regole di Facebook o di Instagram, perché presentavano immagini di minori in atteggiamenti illegali o fingevano di essere account di celebrità che promuovevano investimenti e prodotti, e mi è capitato di sentirmi rispondere spesso che andava tutto bene così. Addirittura segnalare in massa spesso è inutile. I documenti interni di Meta rivelano che l’azienda lo sa e non fa praticamente nulla.


Uno di questi documenti, datato 2023, mette in luce il livello stratosferico di indifferenza di Meta verso i suoi utenti truffati o esposti a truffe. In quel periodo gli utenti di Facebook e Instagram stavano inviando circa centomila segnalazioni valide di tentativi di truffa ogni settimana, ma Meta le ignorava o le respingeva nel 96% dei casi. Però possiamo consolarci, perché i responsabili della sicurezza si erano impegnati, in questi documenti, a ridurre questa percentuale al 75%. Per loro, lasciar correre tre truffe su quattro sarebbe un bel risultato.

Lo so che niente di tutto questo vi farà chiudere i vostri account Instagram, Facebook o WhatsApp. Moltissimi utenti hanno investito anni nel creare una rete di amicizie e di contatti su questi social network e quindi sono comprensibilmente molto riluttanti a smettere di usarli anche di fronte a rivelazioni come queste. Il loro atteggiamento spesso è del tipo “sì, lo so che mi profilano, ma tanto non ho niente da nascondere, facciano pure; io non voglio perdere i contatti con i parenti e gli amici, e se non fanno abbastanza contro le frodi starò attento a non cliccare sulle pubblicità.”

Ma stare attenti a non abboccare agli spot non basta. Questa intenzionale, calcolata carenza di vigilanza di Meta sui propri social favorisce infatti un ecosistema di truffatori impuniti e ben attrezzati ,che rubano gli account degli utenti e ne prendono il controllo per diffondere i loro raggiri usando le identità delle vittime. In questo modo gli amici di quelle vittime crederanno che il consiglio di investimento in criptovalute arrivi da una persona di fiducia, e abboccheranno più facilmente.

L’indagine di Reuters cita un esempio eloquente fra tanti. Una donna ha scoperto di non poter più accedere al proprio account Facebook e si è accorta che qualcuno lo stava usando per mostrare una falsa tessera da dipendente sulla quale c’era la sua faccia. Il testo del post annunciava che lei (la vittima) era ora “certificata per le criptovalute”. La donna ha segnalato subito il problema a Meta, ripetutamente, ma non è successo nulla. Il suo account, con il suo nome e la sua faccia, continuava ad annunciare che lei era diventata ricca grazie alle cripto e voleva dare ai suoi amici la stessa opportunità. Chiedere alla polizia di intervenire è stato inutile: gli agenti le hanno detto che normalmente Meta non risponde alle segnalazioni di account rubati neanche quando arrivano dalle forze dell’ordine.

E così la donna ha cercato di avvisare tutti i propri contatti, chiedendo di non interagire con il suo account e di segnalarne il furto a Meta. Ma anche questo non è servito a nulla. Nonostante un centinaio di segnalazioni, Meta non ha fatto niente per parecchio tempo, e così i truffatori sono riusciti a raggirare cinque suoi colleghi che si sono fidati dei consigli che a loro sembravano provenire da lei e hanno perso cifre ingenti.

I documenti interni di Meta rivelano un altro aspetto poco conosciuto del mondo delle frodi online: i truffatori sono ricchi. Per trovare le proprie vittime, investono in campagne di spot sui social per decine o centinaia di migliaia di dollari. Uno dei documenti cita il caso di un truffatore che ha pagato a Meta ben 250 mila dollari per fare inserzioni nelle quali si spacciava per il primo ministro canadese e propinava, anche qui, investimenti in criptovalute. Avete capito bene: un criminale ha pagato a Meta quella cifra. Non c’è da sorprendersi se Meta ha chiuso un occhio e anzi nei suoi documenti interni ha sottolineato che le sue regole attuali non segnalerebbero affatto questo tipo di account.

A volte gli occhi che vengono chiusi sono ben più di uno. Gli stessi documenti interni dell’azienda rivelano che alcuni grandi inserzionisti truffaldini potevano accumulare oltre cinquecento violazioni senza essere puniti. E alcune campagne fraudolente sono immense: quattro di esse, rimosse da Meta qualche mese fa, fruttavano da sole all’azienda di Zuckerberg incassi per 67 milioni di dollari al mese.

E la soluzione di Meta a questo tipo di problema è stata aumentare le tariffe per gli inserzionisti sospettati di essere fraudolenti. Gli stessi documenti sottolineano che Meta vuole ridurre questo flusso di incassi legati alle frodi, ma farlo troppo in fretta potrebbe avere appunto un effetto deleterio sulle sue proiezioni di fatturato e potrebbe spaventare gli azionisti. Tanto le sanzioni delle autorità costerebbero meno dei tre miliardi e mezzo di dollari che Meta guadagna ogni sei mesi dalle pubblicità sfacciatamente ingannevoli.


Meta ha risposto all’inchiesta di Reuters dicendo che i documenti interni “mostrano una visione selettiva che distorce l’approccio di Meta alle frodi e alle truffe” e che la stima che il 10% del fatturato derivi da frodi è approssimata per eccesso, ma non ha fornito un dato più esatto. L’azienda ha aggiunto che negli ultimi diciotto mesi le segnalazioni di truffe da parte degli utenti sono calate del 58% e che ha rimosso oltre 134 milioni di contenuti fraudolenti. Ma non ha indicato quanti non ne ha rimossi. E rimane sempre il solito problema che in questi social network la volpe è la guardia del pollaio. E ora sappiamo che prende anche soldi per lasciare che altri spennino i suoi polli. Cioè noi.

È comprensibile che di fronte a notizie di questo genere si provi impotenza e rassegnazione. I social network sono una parte troppo ben radicata delle nostre attività personali e professionali. È difficile, quasi impossibile farne a meno, e quindi si sopportano angherie come quelle messe in luce dalla meticolosa indagine di Reuters.

Ma in realtà la scelta fra accettare una gestione cinica e scellerata come questa e rinunciare ai social network è una falsa alternativa. Ci sono social network nei quali la volpe non è la guardia del pollaio, non possiede il pollaio, e non fa entrare nel pollaio le faine per guadagnarci. Sono i social network come Mastodon, quelli del cosiddetto fediverso, quelli creati dagli utenti per gli utenti, senza un CEO o un proprietario che può fare il bello e il cattivo tempo e senza un algoritmo che sceglie per noi cosa farci vedere e cosa no.

Nulla vieta di installare sul telefono, tablet o computer un’app social gratuita come Mastodon accanto a Facebook o Instagram e poi proporre gradualmente ai propri contatti di passare a una piattaforma meno oppressiva. Nessuna grande caotica migrazione improvvisa, ma una transizione graduale. È quello che faccio io, e funziona. Se rivelazioni come queste di Reuters vi ispirano almeno a provare a cambiare le cose invece di attendere invano che cambino da sole, fateci un pensierino. Trovate tutto presso Joinmastodon.org.

Smartphone, social e minori, proibire o regolamentare? Indagine della RSI

Il 16 settembre scorso è andata in onda un’inchiesta del programma Falò della Radiotelevisione Svizzera sulla questione dei danni sociali causati dall’uso di smartphone e social network in particolare ai minori. I dati statistici si sono accumulati per anni e sono preoccupanti. Ora, finalmente, ci si interroga su cosa fare per una situazione che gli esperti hanno segnalato da tempo, restando largamente inascoltati.

Io faccio un piccolo intervento intorno a 19:00, mostrando che i controlli sui contenuti di Instagram sono inesistenti ed espongono gli utenti a pornografia e immagini di violenza estrema e che spesso questi contenuti inaccettabili non vengono rimossi nemmeno se li si segnala (probabilmente perché il “controllo” viene effettuato automaticamente, senza coinvolgere un essere umano).

Chiarisco il mio commento sul mettere la volpe a capo del pollaio: mi riferivo alle proposte di obbligare Meta e gli altri gestori di social network a effettuare controlli più severi sull’età degli utenti.

Queste aziende non hanno nessun incentivo economico a limitare gli utenti e nessuna penalità significativa se non lo fanno diligentemente (le sanzioni milionarie spesso citate sono l‘equivalente di qualche ora di fatturato e sono quindi un banale costo operativo, non un pericolo). Far fare questi controlli a loro significa regalare altri dati personali dei nostri figli (scansioni dei volti e dei documenti) ad aziende che vivono della vendita di quei dati.

Ha invece senso, secondo me, che lo Stato fornisca un servizio di identità digitale che comunichi a questi social solo il dato di legittimazione all’uso, ossia “certifico che questo utente – di cui non ti dico nient’altro, niente nome, cognome, indirizzo, documento, genere, volto, età precisa – ha più di X anni”. In pratica, io cittadino mi rivolgo allo Stato, che ha già i miei dati, e lo Stato mi dà un token, un codice usa e getta slegato dalla mia identità, che posso usare per autenticarmi in un social o in un negozio online o in un forum.

Non so se ci sono georestrizioni sul programma, ma se vi interessa è qui sul sito della RSI (72 minuti). I singoli servizi trasmessi durante la puntata sono qui: A scuola senza smartphone (6 minuti) e Smartphone e social, tempo di divieti? (20 minuti). Entrambi sono stati realizzati da Paola Santangelo e Andrea Campiotti.

Podcast RSI – Proteggere i giovani da smartphone e social network è un “imperativo globale”, secondo i dati scientifici

Questo è il testo della puntata dell’1/9/2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


Il possesso di uno smartphone prima dei 13 anni è fortemente correlato a una minore salute mentale in età adulta, soprattutto tra le giovani donne. Questo calo diffuso della salute mentale si manifesta come pensiero suicidario, distacco dalla realtà e scarsa autostima. Sono i risultati piuttosto inesorabili e ineludibili di uno studio basato sul più grande database mondiale di dati sul benessere mentale.

Ma le soluzioni ci sono. Quello che scarseggia, invece, è il coraggio di adottarle.

Benvenuti alla puntata del primo settembre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Uno studio mondiale basato su centinaia di migliaia di persone giovani e pubblicato a luglio 2025 sulla rivista scientifica Journal of Human Development and Capabilities presenta risultati impressionanti sugli effetti negativi di smartphone e social network che daranno da pensare a molti genitori.

Secondo questo studio, che attinge al più grande database mondiale di informazioni sulla salute mentale, il Global Mind Project, i giovani che oggi hanno fra i 18 e i 24 anni e avevano ricevuto il loro primo smartphone a 12 anni o ancora prima manifestano ora maggiore aggressione, pensiero suicidario, distacco dalla realtà, minore capacità di gestire le emozioni e bassa autostima [“aggression, suicidal thoughts, feelings of detachment from reality, and diminished self-worth, emotional control, and resilience”, p. 497]. Il 41% delle persone tra i 18 e i 34 anni lotta contro sintomi o capacità funzionali ridotte che sono un ostacolo concreto nella loro vita quotidiana.

Questi problemi non sono legati esclusivamente al possesso di uno smartphone: sono associati anche all’accesso precoce ai social network, e comportano un maggior rischio di cyberbullismo, disturbi del sonno e difficoltà relazionali in seno alla famiglia in età adulta.

L’arrivo degli smartphone a partire dai primi anni Duemila, dicono gli autori della ricerca, ha trasformato il modo in cui le persone giovani stabiliscono legami, imparano concetti e nozioni e formano le proprie identità. Questi dispositivi, sottolineano, vanno distinti dai telefonini tradizionali perché sono costantemente connessi a Internet e danno accesso continuo e in ogni luogo ai social network.

Il problema, spiegano gli autori dello studio, è che gli algoritmi dei social network, ossia i sistemi che selezionano e propongono contenuti ai singoli utenti, tendono ad amplificare i contenuti dannosi e a incoraggiare una persona a fare confronti con le altre, e hanno anche un impatto importante su altre attività, come le interazioni faccia a faccia e il sonno. Tutte cose che un genitore o un docente sa bene e percepisce quotidianamente da tempo, ma vederle documentate da un’analisi rigorosa e di massa le sposta dalla vaghezza degli aneddoti personali alla concretezza del dato statistico.

Gli esperti che hanno condotto lo studio chiedono interventi urgenti per proteggere la salute mentale delle generazioni che costituiranno gli adulti del futuro. Mettono in guardia sul fatto che i sintomi che si rilevano in età adulta “non sono quelli tradizionali di depressione e ansia, e possono sfuggire agli studi che si basano sui test di valutazione standard”. Lo spiega la neuroscienziata Tara Thiagarajan, laureatasi a Stanford e principale autrice dell’articolo scientifico in questione.

Gli studi svolti finora sugli effetti sulla salute mentale del tempo trascorso davanti agli schermi dei dispositivi, sui social network e sugli smartphone hanno già indicato alcuni effetti negativi, ma spesso in modo contraddittorio o poco chiaro, dando quindi al legislatore, al mondo scolastico e alle famiglie una giustificazione per non fare nulla o minimizzare il problema.

Questa nuova ricerca, invece, ha ottenuto risultati molto netti attingendo a questo grande database, che include profili e informazioni contestuali su oltre due milioni di individui distribuiti in 163 paesi e su 18 lingue, applicando un cosiddetto quoziente di salute mentale [Mental Health Quotient, MHQ], che è uno strumento di autovalutazione che misura il benessere sociale, emozionale, cognitivo e fisico delle persone e genera una sorta di punteggio generale della salute mentale individuale.

I risultati principali del possesso precoce di uno smartphone includono tutti i sintomi che ho già citato e anche le allucinazioni. Il punteggio di salute mentale, inoltre, scende progressivamente man mano che cala l’età di questo primo possesso. Per esempio, chi ha ricevuto il suo primo smartphone a 13 anni ha un punteggio medio di 30, ma il punteggio medio di chi lo ha ricevuto a cinque anni è 1.

Lo studio ha rilevato effetti differenti fra ragazzi e ragazze: il possesso precoce è associato principalmente a una immagine di sé meno positiva, a una minore autostima, a un calo nella fiducia in se stesse e nella resilienza emozionale tra le ragazze, mentre tra i ragazzi prevalgono le riduzioni di stabilità, calma ed empatia. Queste tendenze, fra l’altro, sono universali e si riscontrano in tutte le regioni del mondo, in tutte le culture e in tutte le lingue.

Se vi servivano dei dati oggettivi per avere una giustificazione per fare qualcosa per questo problema, questa ricerca può essere insomma un buon punto di partenza, che include molti altri risultati interessanti oltre a quelli che ho riassunto qui.

Ma che cosa si può fare esattamente?


Agire in modo efficace di fronte a un problema sociale di questa portata non è facile. Un genitore che decida di limitare l’accesso dei figli agli smartphone e ai social network rischia di portare quei figli a un’esclusione sociale, perché tutti gli altri loro coetanei li usano.

Confidare nelle capacità e nel buon senso dei minori stessi è, dicono i ricercatori, “irrealistico ed eticamente insostenibile” perché “i sistemi di intelligenza artificiale che alimentano i social network sono concepiti appositamente per sfruttare le vulnerabilità psicologiche, per manipolare e per scavalcare le difese cognitive, e questo pone una sfida considerevole quando la corteccia prefrontale non è ancora matura,” scrivono i ricercatori. Prendersela con i ragazzi e le ragazze perché non sanno resistere alle lusinghe di un sistema creato dagli adulti appositamente per manipolarli significa insomma scaricare le colpe sulle vittime.

I ricercatori propongono quattro tipi generali di rimedi, che elencano in ordine di fattibilità decrescente.

Il primo rimedio, il più fattibile, è introdurre un’educazione obbligatoria alle competenze digitali e alla salute mentale, che includa l’etica delle relazioni online e offra delle strategie per la gestione dell’influenza degli algoritmi, del cosiddetto catfishing (cioè l’uso di false identità online allo scopo di ingannare), del bullismo digitale e dei predatori sessuali. Questa educazione dovrebbe precedere l’accesso autonomo ai social network, analogamente a quello che si fa con la patente di guida.

Il secondo rimedio proposto è rafforzare i controlli sull’età di accesso ai social network e fare in modo che ci siano conseguenze significative per questi social e per le società del settore tecnologico se questi controlli, gestiti da loro, si rivelano inefficaci. I ricercatori ammettono che questa è una sfida tecnicamente difficile ma notano che “spostare verso i fornitori di tecnologie la responsabilità di mitigare i rischi e proteggere gli utenti riduce gli oneri che gravano sulle famiglie e sugli individui”.

In altre parole, visto che i social network causano questo problema e ci guadagnano cifre enormi, che siano loro a rimediare, e che lo facciano a spese loro. I ricercatori notano che in altri campi, come il consumo di tabacco e di alcolici, un impianto di leggi efficace nel rendere responsabili le aziende è ottenibile se c’è, cito, “volontà politica sufficiente”.

Il terzo rimedio, che secondo i ricercatori ha una fattibilità media, come il precedente, è vietare l’accesso ai social network ai minori di 13 anni su qualunque dispositivo. Questa è una sfida tecnica notevole, che si basa sull’età minima di legge ma richiede meccanismi di applicazione concreta che siano efficaci e affidabili.

Il quarto e ultimo rimedio, quello meno fattibile in assoluto ma anche quello di maggiore impatto potenziale, è introdurre dei divieti all’accesso non solo ai social ma anche agli smartphone, intesi specificamente come dispositivi personali facilmente portatili che abbiano accesso a Internet e includano app supplementari oltre a quelle per telefonare e ricevere messaggi di testo.

Questi divieti andrebbero applicati ai minori di 13 anni, offrendo delle alternative pratiche, come dei telefonini che forniscano solo i servizi di base, ossia chiamate e messaggi, senza social network o contenuti generati dall’intelligenza artificiale. Questi prodotti esistono già, ma attualmente sono presentati dal marketing delle case produttrici come soluzioni riservate agli utenti anziani invece di proporle come dispositivi protettivi per minori. I ricercatori si rendono conto che mettere in atto divieti di questa portata è difficile, perché va contro le norme socioculturali sull’accesso alla tecnologia, si scontra con le libertà di decisione dei genitori ed è concretamente difficile da far rispettare negli spazi privati.


In sintesi, dicono questi ricercatori, un genitore che mette in mano a un minore uno smartphone non lo sta aiutando affatto ad acquisire competenze digitali, come pensano molti, ma gli sta causando un danno che si trascinerà fino alla vita adulta. Servono urgentemente misure protettive e preventive, e cominciano ad accumularsi dati oggettivi che raccomandano di estendere almeno in parte queste misure anche alle persone fra i 14 e i 18 anni.

I precedenti di successo non mancano. Nelle loro conclusioni, i ricercatori fanno l’esempio delle norme sull’accesso e il consumo di alcolici da parte di minori, che rendono responsabili i genitori, gli esercizi commerciali e i fabbricanti. Chi mette alcolici a disposizione di minori può essere sanzionato, può perdere la licenza commerciale o finire in tribunale, e le aziende che producono alcolici sono soggette a restrizioni pubblicitarie molto severe e possono essere punite se si rivolgono a minori o non fanno rispettare i limiti di età. Quindi perché non farlo anche per gli smartphone e i social?

Sarebbe una misura impopolare per molti utenti, ma alcuni governi, come quello australiano, si stanno già muovendo in questa direzione, sia pure con misure non sempre complete, efficaci e persuasive. Il tassello mancante, di solito, è la punibilità delle aziende. Forse a causa del loro immenso potere economico, raramente i politici se la sentono di attribuire le colpe a chi realmente le ha perché ha creato il problema e finge di essere incapace di risolverlo.

Finge, sì, perché è semplicemente inconcepibile che aziende high-tech come X o Meta, che si vantano di avere potentissime intelligenze artificiali capaci di analizzare e digerire trilioni di parole, non siano in grado di accorgersi che sui loro servizi esistono da anni gruppi e forum come quello sessista venuto alla ribalta in questi giorni [LaRegione.ch; Tio.ch; Tio.ch]. Era tutto alla luce del sole, senza crittografia a proteggere le conversazioni, le foto e i commenti, eppure Meta, che ospitava il gruppo Facebook in questione [chiamato “Mia moglie”, 32mila utenti, dove gli uomini pubblicavano scatti di mogli o fidanzate, spesso fatti a loro insaputa, e chiedevano agli altri iscritti di commentarli], non ha fatto nulla. Anzi, anche quando io stesso ho segnalato contenuti assolutamente inaccettabili ed evidentissimamente contrari alle loro stesse regole che si trovavano sui social di Meta, le mie segnalazioni sono state respinte, come quelle di tanti altri utenti che cercano di vigilare dove chi dovrebbe farlo non lo fa.

Il problema è talmente grave che i ricercatori parlano di “imperativo globale” per la sua soluzione e avvisano che “se proseguiranno le attuali tendenze al possesso di smartphone e all’accesso ai social network” in età sempre più giovanile si rischia che questa situazione da sola sia “responsabile per disagi mentali come pensieri suicidari, dissociazione dalla realtà e capacità ridotte di controllo delle emozioni e di resilienza in quasi un terzo della prossima generazione.”

Nel frattempo, nel 2024 Meta ha incassato 164 miliardi di dollari; Apple ne ha incassati 391, Google 348 e Samsung 218. Sarà davvero interessante vedere chi avrà il coraggio di remare seriamente contro questo mare di soldi.

Fonti aggiuntive

Thiagarajan, T., et al. (2025). “Protecting the Developing Mind in a Digital Age: A Global Policy Imperative” Journal of Human Development and Capabilities (PDF).

Early smartphone use linked to poorer mental health in young adults, News-Medical.net

Chiude Phica.eu, sito sessista con migliaia di foto e commenti osceni, LaRegione.ch

Chiuso forum con foto intime rubate di donne, ci sono anche vittime ticinesi. «Cosa si fa?», Tio.ch

«Sul forum Phica c’ero pure io. Ho segnalato mesi fa, ma… nulla», Tio.ch

L’IA di Meta non sa nemmeno le preghierine. Quanti fantastiliardi ci hanno speso?

Ultimo aggiornamento: 2025/06/27 8:25.

Ho chiesto a Meta AI, la versione integrata in Whatsapp, un’informazione molto semplice: Quante R ci sono nel padre nostro (minuscolo solamente perché andavo di fretta). Risposta generata dai potentissimi server di Zuckerberg per i quali Meta sta spendendo cifre allucinanti:

Persino io so che questo non è il Padre Nostro corretto: quell’assurdo “indurre in tentazione” è stato finalmente corretto ufficialmente nel 2018 [Il Mattino]. Ma Meta AI non lo sa. Complimenti.

Sul fatto che Meta AI trovi soltanto cinque lettere R nel Padre Nostro non aggiungo alcun commento. L’errore è talmente grossolano che si commenta da solo.


2025/06/27 8.25

Nei commenti è stato segnalato il fatto che sbagliare il conteggio delle lettere in una parola o frase è un limite intrinseco dei grandi modelli linguistici (LLM), che funzionano sulla base dei cosiddetti token e quindi non “vedono” le lettere come le vediamo e consideriamo noi. Dario Bressanini sottolinea questo concetto in questo bel video [Facebook] e dice che chiedere a una IA di contare le lettere significa non conoscere bene lo strumento. Con l’aiuto (riveduto) di Whisper, ecco la trascrizione del video:

Non chiedete a ChatGPT! Lo so che lo fate, lo fanno tutti, lo faccio anch’io, è una tendenza sempre più diffusa, specialmente tra gli studenti, ma è un errore. Ora vi spiego meglio, e alla fine vi darò un consiglio.

L’intelligenza artificiale, o meglio gli LLM, i Large Language Model, modelli di linguaggio di grandi dimensioni, sta sostituendo Google per molte ricerche e se ne è accorto anche Google, che ha introdotto nei suoi risultati riassunti generati dalla sua AI Gemini.

Sempre più studenti chiedono a ChatGPT aiuto sugli argomenti più disparati o per risolvere degli esercizi, ma fidarsi ciecamente delle risposte è un rischio. Tempo fa ho letto un’intervista al premio Nobel Giorgio Parisi in cui raccontava di aver convinto un modello linguistico che 5 per 4 fa 25. Parisi ovviamente sa benissimo come funzionano questi sistemi, dato che la matematica su cui si basano è molto vicina ai suoi studi. Ma molte persone, studenti compresi, non hanno idea di cosa siano davvero questi modelli e vedo sempre più gente dire “Ah, ho chiesto a ChatGPT” e prendere per oro colato le sue risposte. È il nuovo “l’ha detto la televisione”, dopotutto si chiama intelligenza artificiale, no? Dovrebbe dare le risposte giuste.

E invece no, il punto chiave è che questi sistemi non sono stati progettati per dire la verità. La G di GPT sta per Generative. Il loro compito è generare testo plausibile in base al loro addestramento, non fornire risposte corrette. Se gli chiedete di risolvere un’operazione matematica, sbaglia e vi lamentate, fate solo la figura di chi non ha capito come funzionano questi sistemi. Come si dice, it’s a feature, not a bug: non è un errore, è una caratteristica. Il fatto che la si possa convincere che 5 per 4 faccia 25 non è una prova che l’intelligenza artificiale sia inaffidabile, ma è proprio la dimostrazione di come realmente funzioni. E non è un motivo valido per sottovalutare quello che di incredibile può fare.

Se vi lamentate pubblicamente perché ChatGPT conta male il numero di lettere R in una parola, non avete smascherato un truffatore, avete solo dimostrato di non aver capito lo strumento, facendo la figura del picio. È come provare a piantare un chiodo con un cacciavite e poi lamentarsi che non funziona bene. Beh, la colpa non è del cacciavite, ma vostra che lo state usando. Per piantare un chiodo serve un martello.

Detto questo, le persone vogliono risposte affidabili. Non gli basta avere un LLM che generi solo testo plausibile ma inventato. Vogliono fatti, vogliono certezze, e quindi le aziende si stanno adattando. Ora ChatGPT, Perplexity e altre aziende hanno strumenti che possono cercare sul web e riassumere le informazioni trovate. Google per esempio ha introdotto il suo Deep Research e funziona in modo impressionante, provatelo.

Ma il cuore del sistema resta sempre lo stesso, un modello linguistico addestrato per prevedere la parola successiva, o meglio il prossimo token, sulla base delle precedenti, indipendentemente dal valore di verità. Se nell’addestramento ha trovato più testi che dicono per esempio che aceto e bicarbonato siano un buon detergente, ripeterà questa informazione, anche se è una scemenza, e affinare i prompt può migliorare la risposta, ma non risolve il problema della radice. Forse dovrebbe leggere i miei libri.

Io li utilizzo moltissimo, li trovo straordinari, per fare il brainstorming, strutturare appunti sparsi, traduzioni, riassunti di documenti complessi, no, ve l’ho fatto vedere in due vecchi video, Il controllo della struttura logica di un articolo, la creazione di quiz a risposta multipla per gli esami, sbobinando le mie lezioni, scalette per approfondire un argomento, mappe concettuali e così via. E quando scrivo del codice in Mathematica, o faccio operazioni avanzate con Excel, o scrivo degli script complessi per la Z Shell che uso, il risparmio di tempo è notevolissimo.

Ma per usarli al meglio è necessario capire come funzionano internamente, che cosa possono fare e cosa per loro natura ancora non riescono a fare.

Non sono oracoli, generano testo basandosi sulle probabilità, bisogna sapere cosa aspettarsi e soprattutto verificare quello che producono. La sfida più grande oggi credo sia proprio quella di far capire agli studenti, e non solo ovviamente, che chiedere a ChatGPT non è sbagliato di per sé, ma lo diventa se ci si aspetta che la risposta sia sempre giusta. La verifica delle fonti rimane fondamentale, in pratica dovete usare la vostra intelligenza, non la sua.

Se volete capire meglio quali sono le basi della cosiddetta intelligenza artificiale moderna vi posso consigliare questo libro, Why Machines Learn: l’ho comprato un po’ di tempo fa, e spiega i fondamenti matematici, perché c’è della matematica alla base del funzionamento delle moderne reti neurali, a partire dagli anni 50, con i primi studi sul perceptrone, sulle prime reti neurali molto semplici, i primi successi, i primi fallimenti, fino ad arrivare ai giorni nostri, e spiega in dettaglio, ma non è assolutamente pesante (c’è un po’ di matematica, ma è sufficiente che vi ricordiate la matematica delle scuole superiori), però spiega molto bene come funzionano internamente questi sistemi che poi sono la base dei moderni modelli linguistici.

È un libro interessante, l’ho comprato e poi qualche tempo dopo mi è stato spedito senza che io lo chiedessi da Apogeo, che ringrazio però, insomma, avevo già letto la versione in inglese. Se uno va a fondo e capisce qual è la base di questi sistemi, capisce anche che è stupido lamentarsi perché “Ah il sistema non riesce a fare 4 più 5” oppure “l’ho convinto che 4 più 5 faccia 10”. Quindi se volete andare un po’ oltre vi consiglio appunto uno di questi libri.

Giustissimo, e sono felice di prendermi del picio da Dario. Ma l’esempio si fa lo stesso proprio perché evidenzia un limite d’uso per nulla ovvio, che l’utente medio non si aspetta e che queste IA non ci avvisano di avere. Inoltre mostra l’altro errore, il più pericoloso: l’incapacità di queste IA di ammettere che non sono capaci di fare una cosa.

Dare questi prodotti in pasto al pubblico generico senza mettere bene in evidenza questi limiti significa creare intenzionalmente disastri fregandosene delle conseguenze. Significa, per usare il paragone di Bressanini, vendere un cacciavite spacciandolo per un martello.

Sulle confezioni di candeggina, o di qualunque prodotto potenzialmente pericoloso, la legge obbliga a scrivere delle avvertenze belle grosse e in evidenza. Perché non possiamo chiedere che si faccia la stessa cosa per queste IA? Davvero dobbiamo accettare quella minuscola foglia di fico della scrittina in piccolo in grigio?