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Facebook Container di Mozilla.org rende Facebook meno ficcanaso

Facebook Container di Mozilla.org rende Facebook meno ficcanaso

È decisamente troppo presto per parlare di fuga in massa da Facebook, ma la rivelazione che il popolarissimo social network ha ceduto i dati di circa 50 milioni di suoi utenti a società come Cambridge Analytica, che li hanno usati per analizzare gli orientamenti politici e tentare di influenzare le scelte elettorali, ha spinto molte persone a chiedersi se sia il caso di continuare a usare Facebook e regalargli così tante informazioni personali su di noi e soprattutto sui nostri famigliari e i nostri amici e colleghi.

Tagliare completamente i ponti con Facebook, chiudendo ed eliminando il proprio profilo, è per molti un gesto troppo impegnativo e impraticabile. Ma c’è un’alternativa che consente di continuare a usare Facebook senza essere tracciati così tanto, specialmente da parte degli innumerevoli siti Web che incorporano silenziosamente i sistemi di tracciamento offerti dal social network di Mark Zuckerberg.

Quest’alternativa si chiama Facebook Container e potete scaricarla gratuitamente presso Mozilla.org. È un accessorio per il programma di navigazione Firefox (tecnicamente si chiama estensione), che isola la vostra attività su Facebook da quella nel resto di Internet se navigate appunto con Firefox.

Il vostro profilo Facebook continuerà a funzionare sostanzialmente come prima, ma sarete meno tracciati e regalerete meno dati sui vostri gusti e orientamenti personali. Quelli che avete già affidato a Facebook non verranno cancellati, ma perlomeno non gliene regalerete così tanti altri nuovi e aggiornati. Se cliccate su un link a un sito trovato in Facebook, quel link si aprirà in una scheda separata e isolata, rendendo molto più difficile per il sito sapere chi siete e associare la vostra visita al vostro profilo Facebook.

L’unico inconveniente è che non potrete cliccare sui “Mi piace” di Facebook presenti nei siti esterni o scrivere nei commenti di questi siti se sono gestiti tramite Facebook, e non potrete accedere ai siti usando le vostre credenziali di Facebook. Del resto, questo è necessario, se non volete essere tracciati.

È importante notare che installare Facebook Container non impedisce a Facebook di raccogliere dati su di voi mentre siete nel social network: impedisce di farlo a tutti i siti esterni. Siti esterni che, in tutta questa polemica sui nostri dati personali accumulati dall’azienda di Zuckerberg, hanno un ruolo importante ma poco considerato.

Anche molti siti di testate giornalistiche, infatti, stanno ospitando articoli che criticano il comportamento di Facebook, ma nel contempo includono nelle proprie pagine i pulsanti e i sistemi di commento di Facebook che consentono a queste testate di effettuare il tracciamento dei lettori e profilarli. Interrompere questa contestata profilazione commerciale di massa richiede anche che questi siti esterni a Facebook smettano di usare i sistemi di tracciamento offerti dal social network.

Lo faranno? È improbabile, almeno finché questa profilazione sarà redditizia. Ma se tanti utenti cominciano a non farsi più profilare grazie a soluzioni come Facebook Container, la convenienza diminuirà e forse i siti smetteranno di schedare i loro visitatori, cioè noi. Che non saremo più il prodotto in vendita, ma torneremo a essere clienti.

Maggiori dettagli su Facebook Container sono qui su Mozilla.org e in questo articolo di Graham Cluley.

Questo articolo è basato sul testo preparato per il mio servizio La Rete in 3 minuti per Radio Inblu del 3 aprile 2018.

Rientro della stazioncina spaziale cinese, molto rumore per nulla

Rientro della stazioncina spaziale cinese, molto rumore per nulla

Credit: Aerospace.org.

Fra i tanti tipi di fake news ce n’è uno che si sta facendo sentire parecchio in questi giorni: non è una notizia falsa in senso stretto, ma non è neanche vera, perlomeno non nel modo in cui è stata presentata da molte testate giornalistiche. È una via di mezzo.

Mi riferisco alla notizia dell’imminente rientro incontrollato della stazione spaziale cinese Tiangong-1a, presentata con toni allarmisti e catastrofici da quasi tutti i mezzi di comunicazione generalisti e discussa invece con attenta serenità dagli addetti ai lavori.

La notizia di base è vera: sì, una stazione spaziale abbandonata, che ha una massa di circa otto tonnellate, un po’meno di quella di un autobus, sta per rientrare dallo spazio secondo una traiettoria molto incerta. Ma i rischi che cada sull’Italia sono assolutamente minimi, tanto che questa storia non dovrebbe neanche essere una notizia.

Infatti nella notte tra il 24 e 25 marzo scorso è rientrato dallo spazio uno stadio di un razzo russo, che ha sorvolato l’Italia mentre si disintegrava per il calore prodotto dal rientro, ma non c’è stata alcuna psicosi di massa prima dell’evento: i media ne hanno parlato soltanto dopo che lo stadio, che aveva una massa di circa tre tonnellate, è rientrato senza far danni, come consueto, e ne hanno parlato soltanto perché il suo rientro è stato visto in numerose città d’Italia da varie persone che si chiedevano cosa fosse quella strana scia nel cielo notturno.

La piccola stazione cinese (che non c’entra nulla con la grande Stazione Spaziale Internazionale, che se ne sta salda al suo posto) invece ha scatenato l’allarme mediatico. Eppure i dati parlano chiaro. Prendete un mappamondo e segnate tutta la fascia che va dal Centro Europa fino alla punta meridionale dell’Africa. Poi prolungate quella fascia tutt’intorno al globo: includerete tutta l’Africa, l’Asia meridionale, l’Australia, e buona parte dell’America del nord e del sud, tutta la fascia centrale dell’Oceano Pacifico, dell’Oceano Atlantico e di quello Indiano. La stazione cinese Tiangong-1 può cadere in qualunque punto di tutta questa immensa porzione di terra e acqua, rispetto alla quale l’Italia è minuscola.

La fascia di Terra sorvolata dalla Tiangong-1. Notate le dimensioni dell’Italia.

La probabilità che qualche suo frammento sopravviva alla violenza del rientro e arrivi a terra è già bassa: quella che gli eventuali frammenti colpiscano proprio l’Italia è ancora più bassa. Ma non è zero, ed è per questo che la Protezione Civile ha pubblicato un avviso precauzionale. Solo che quest’avviso, paradossalmente, è stato interpretato dai media come una conferma di un rischio credibile e significativo quando non lo è. La regola giornalistica che le catastrofi annunciate si vendono sempre bene ha fatto il resto.

Per fortuna su Internet ci sono molti siti, come Planetary.org, Gbtimes.com, Aerospace.org, Heavens-above.com, Esa.int o Asi.it, e su Twitter ci sono astronomi come Jonathan McDowell e Marco Langbroek, che consentono di avere dati precisi sul rientro della Tiangong-1, senza allarmismi inutili e con aggiornamenti in tempo reale, e permettono di scoprire che in passato sono rientrati in modo incontrollato oggetti ben più massicci, come la stazione sovietica Salyut-2, le cui venti tonnellate precipitarono sulla Terra nel 1973 senza far danni. Anche lo Skylab statunitense (77 tonnellate) fece un rientro parzialmente incontrollato nel 1979: alcuni frammenti arrivarono al suolo in Australia, ma senza alcuna conseguenza a cose e persone.

Vale insomma la solita regola: per le notizie tecniche, i siti specializzati battono sempre le testate generaliste. Niente panico.

Questo articolo è basato sul testo preparato per il mio servizio La Rete in 3 minuti per Radio Inblu del 27 marzo 2018. Fonti aggiuntive: SpaceAnswers.com, Space.com.

Griefbot: fantasmi digitali

Griefbot: fantasmi digitali

In Be Right Back, una puntata della celebre serie di fantascienza Black Mirror, una giovane donna che ha perso tragicamente il proprio partner in un incidente stradale si trova a dover affrontare una tentazione inattesa che le arriva dagli amici: iscriversi a un servizio online che usa i dati accumulati nei social network dalla persona deceduta per creare una sorta di personalità virtuale che scrive, chatta, parla e si comporta come il partner che non c’è più. In pratica la donna continua a dialogare con il partner morto, come se fosse ancora vivo. Sul telefonino riceve messaggi che sembrano provenire da lui e sente persino la sua voce.

Quella puntata risale al 2013, ma cinque anni dopo la sua idea è già diventata realtà. Questo servizio viene chiamato “griefbot”, una parola che combina il termine inglese “grief” (ossia “lutto”), con “bot”, ossia “programma o agente automatico”.

Gli amici di un uomo russo, Roman Mazurenko, morto a Mosca investito da un’auto, hanno creato un griefbot, ossia un programma che attinge al vasto archivio di messaggi social lasciati da Roman e scrive come se fosse lui: gli amici considerano questo griefbot una sorta di monumento digitale in memoria dello scomparso.

Lo stesso ha fatto il tecnologo Muhammad Ahmad, che lavora presso l’università di Washington: quando è morto suo padre, ha raccolto tutti i suoi scritti, li ha digitalizzati e inseriti in un programma di intelligenza artificiale per dare ai propri figli l’occasione di farsi un’idea di come fosse il loro nonno che non hanno mai potuto conoscere.

Si tratta di sistemi sperimentali, costruiti pazientemente e in modo personalizzato: siamo ancora lontani da un servizio “chiavi in mano” che consenta, per esempio, di prendere tutte le chat di Facebook e WhatsApp e tutti i messaggi vocali di una persona e creare un suo duplicato virtuale credibile. Ma non sembrano esserci ostacoli tecnologici significativi.

Gli ostacoli, infatti, sono semmai di ordine etico. Per esempio, si può creare un clone virtuale di una persona senza il suo consenso? Chi è il titolare dei diritti sulla personalità di un defunto? E se il clone fosse di qualcuno che è ancora vivo e che quindi si trova ad avere un gemello online che parla e scrive come lui o lei?

Gli psicologi dicono che questo genere di personalità virtuale può avere una funzione consolatoria nella gestione di un lutto, persino quando chi ne fa uso è consapevole che si tratta semplicemente di un programma che pesca e rimescola le frasi pertinenti dall’archivio delle cose dette dalla persona defunta e non è capace di creare pensieri nuovi. In psicoterapia si usa spesso la tecnica della sedia vuota: il paziente dialoga con la sedia come se vi fosse seduta la persona che non c’è più. Questi griefbot sarebbero una versione digitale di questa tecnica.

La puntata di Black Mirror ha una conclusione che non è il caso di svelare qui ed è ben lontana dalle prestazioni dei griefbot attuali. Ma l’intelligenza artificiale progredisce in fretta e l’illusione di parlare con una persona reale diventa sempre più potente. E propone uno scenario inquietante: un giorno i social network saranno ricolmi di fantasmi.

Questo articolo è basato sul testo preparato per il mio servizio La Rete in 3 minuti per Radio Inblu del 27 marzo 2018.

No, la BBC non ha detto che gli operatori ONU abusano delle donne in Siria

No, la BBC non ha detto che gli operatori ONU abusano delle donne in Siria

Fonte: Sky TG24 / Archive.is.

Vi siete mai chiesti come nasce una fake news? Possiamo vedere questo processo andando a prendere la recentissima, terribile notizia degli abusi sulle donne in Siria da parte di operatori dell’ONU in cambio di aiuti umanitari, che è falsa anche se è stata pubblicata da molte testate giornalistiche cartacee e televisive, come nota Bufale un tanto al chilo.

Quasi tutte le testate che hanno pubblicato la notizia errata hanno citato la fonte, che è un servizio della BBC, quindi con un alto livello di credibilità. La citazione ha comprensibilmente dato ai lettori e agli spettatori l’impressione che non ci potesse essere alcun dubbio di autenticità.

Ma andando a recuperare questa fonte emerge che il testo originale della notizia non parla affatto di “operatori dell’ONU”, ma di “uomini del posto che consegnavano gli aiuti per conto delle Nazioni Unite e di organizzazioni di beneficenza internazionali in Siria”. La BBC precisa che sono stati proprio gli operatori dell’ONU a denunciare questi abusi. Questi “uomini del posto” hanno il controllo politico delle aree bisognose di questi aiuti e il personale dell’ONU deve per forza passare tramite loro.

Fonte: BBC.

C’è una grande differenza fra accusare di abusi contro le donne il personale dell’ONU e le persone del posto, ma questa differenza si è persa nella traduzione dall’inglese da parte di chi ha riportato la notizia in italiano. In altre parole, la notizia falsa è nata per un errore di chi l’ha tradotta.

Ma come è possibile che tutte le testate giornalistiche in italiano abbiano commesso lo stesso errore? In teoria ognuna dovrebbe attingere alla fonte originale, tradursela e poi scrivere il proprio articolo o servizio, ma la realtà della produzione giornalistica è molto differente dalla teoria.

In moltissime redazioni si pratica infatti il cosiddetto “giornalismo copiaincolla”: non si va alla fonte originale, ma si copia e si incolla il testo di qualche agenzia di stampa (o, in alcuni casi, di qualche testata concorrente), gli si aggiunge qualche aggettivo e qualche considerazione generale, e il lavoro è fatto. I moderni mezzi informatici rendono questo copia-e-incolla estremamente semplice e conveniente, e la tentazione di usarli senza fare i controlli che invece sarebbero necessari è sempre molto forte per via della fretta e della pressione di pubblicare.

Il risultato è che se un giornalista o un’agenzia di stampa sbaglia e tutti copiano da lì, l’errore si propaga. I lettori, poi, vedono la stessa notizia ripetuta da varie fonti apparentemente indipendenti e quindi credono che sia autentica e verificata, anche se in realtà non è vera o è gravemente travisata, come nel caso della notizia sugli abusi contro le donne in Siria.

Conoscere questi meccanismi di produzione delle notizie è utile per non incappare in fake news come questa; conoscere le altre lingue, in particolare l’inglese, per poter andare alla fonte originale di una notizia è un antidoto prezioso a questo genere di errore a catena, sia come lettori, sia come giornalisti. In un mondo perfetto questo controllo da parte dei lettori non dovrebbe essere necessario, ma i fatti dimostrano, purtroppo, che anche il giornalismo contribuisce alle fake news e quindi occorre difendersi.

Questo articolo è basato sul testo preparato per il mio servizio La Rete in 3 minuti per Radio Inblu dell’1 marzo 2018.

“Mandatemi le vostre criptovalute, ve le raddoppierò”. Indovinate come va a finire

“Mandatemi le vostre criptovalute, ve le raddoppierò”. Indovinate come va a finire

Credit: Coindesk.

Se qualcuno vi chiedesse di spedirgli una banconota da cento euro e vi promettesse di mandarvene in cambio ben quattro dello stesso valore, gli credereste? Immagino di no. Eppure questo è esattamente quello che sta succedendo in questo momento su Internet, in particolare su Twitter.

Da qualche tempo si è scatenata una nuova febbre dell’oro intorno alle cosiddette criptovalute, ossia le monete virtuali come i Bitcoin, usabili per fare acquisti e ricevere pagamenti in molti siti Internet e in alcuni punti di vendita tradizionali. Molti utenti sperano di poter guadagnare grandi cifre comprando criptovalute nella speranza che aumentino ancora di valore, e in effetti questo è successo nei mesi scorsi. Chi ha comprato Bitcoin a febbraio del 2017 e li ha rivenduti a dicembre dello stesso anno, ha incassato circa venti volte il proprio investimento iniziale in pochi mesi, secondo i dati di Coindesk. Ma non c’è nessuna garanzia che questi andamenti proseguano: anzi, da dicembre 2017 a oggi il valore dei bitcoin si è dimezzato.

Questa frenesia sta producendo livelli di ingenuità davvero preoccupanti, di cui i truffatori si stanno puntualmente approfittando. La moda del momento fra questi criminali è creare un account Twitter il cui nome somiglia a quello di qualche imprenditore molto ricco, come Elon Musk o John McAfee, ma ha una grafia leggermente differente e non ha il bollino di autenticazione; da questi account annunciano che i primi che manderanno una certa somma in criptovalute riceveranno in cambio una somma raddoppiata o addirittura decuplicata.

Per rendere vagamente più plausibile questa promessa assolutamente incredibile, questi truffatori creano delle pagine Web nelle quali si possono vedere quelle che sembrano essere le somme restituite agli investitori, ma è tutto finto: infatti non tutti sanno che tutte le transazioni fatte in criptovalute sono pubblicate in un registro liberamente accessibile e verificabile, e in questo registro non c’è traccia di queste restituzioni.

Spesso questi annunci truffaldini vengono pubblicati su Twitter in una conversazione fatta dal legittimo titolare dell’account originale, che è seguitissimo, e quindi vengono visti da milioni di persone. E fra questi milioni c’è sempre qualcuno che abbocca. Lorenzo Franceschi-Bicchierai, su Motherboard, segnala il caso di uno di questi truffatori che è riuscito a farsi mandare l’equivalente di circa 35.000 dollari dagli ingenui in cerca di facili guadagni. Lo sappiamo, appunto, perché il registro delle transazioni è pubblico e quindi i movimenti sul conto virtuale del truffatore sono visibili a chiunque.

Twitter sta correndo ai ripari rimuovendo questi annunci e bloccando gli account che li pubblicano, ma i truffatori stanno reagendo a questo filtraggio con vari trucchi, come l’uso dell’alfabeto cirillico per comporre frasi in inglese. Se vedete un annuncio di questo genere, non abboccate e segnalatelo a Twitter. E se avete amici appassionati di criptovalute, avvisateli di questa nuova frontiera del raggiro.

In tutta questa vicenda resta un mistero di fondo, ossia il motivo per cui una cosa che non faremmo mai nella vita reale diventa credibile su Internet. E come in ogni febbre dell’oro reale o virtuale, c’è sempre qualcuno che guadagna sicuramente: i truffatori e i venditori di picconi.

Questo articolo è basato sul testo preparato per il mio servizio La Rete in 3 minuti per Radio Inblu del 27 febbraio 2018.

Fake news scientifiche

Fake news scientifiche

Ultimo aggiornamento: 2018/02/22 14:20.

Capita spesso di sentir citare nei media qualche notizia un po’ curiosa basata su una ricerca scientifica. Gli scienziati hanno scoperto per esempio che il cioccolato fondente fa bene al cuore; altri scienziati hanno trovato che il cioccolato fa male; insomma, si sente di tutto e il suo contrario, eppure ogni volta le notizie sono basate su studi scientifici. E se si va a cercare gli studi citati, si scopre che esistono davvero. Come è possibile?

Spesso si tratta di interpretazioni giornalistiche maldestre e troppo sensazionaliste di articoli scientifici di per sé corretti, ma un’altra spiegazione è arrivata di recente grazie a una dimostrazione particolarmente memorabile. Anche se da fuori magari la differenza non è ben visibile, non tutte le riviste scientifiche hanno la stessa qualità: ci sono quelle serie e ci sono quelle che di scientifico in realtà hanno ben poco e sono soltanto contenitori dai titoli altisonanti nei quali chiunque può pubblicare qualunque cosa senza che vi sia il minimo controllo di scientificità.

Prendete per esempio la rivista American Research Journal of Biosciences. Suona autorevole e scientifica, ma un biologo è riuscito recentemente a farsi accettare e pubblicare da questa rivista un articolo [Rapid genetic and developmental morphological change following extreme celerity, ora rimosso] che descriveva dei presunti effetti biologici delle velocità estreme: allergie all’acqua, mutazioni genetiche e morfologiche che però non influivano sulla fertilità. Uno degli autori dell’articolo era il dottor Lewis Zimmerman.

Se conoscete Star Trek, state già ridendo: infatti Zimmerman è il nome del medico di bordo della serie Star Trek Voyager e l’articolo non è altro che una riscrittura, con lessico pseudoscientifico, di Threshold (Oltre il limite) una delle puntate più imbarazzanti di questa serie, nella quale alcuni membri dell’equipaggio di un’astronave viaggiano a velocità altissime, mai raggiunte prima, e di conseguenza si trovano trasformati progressivamente in una sorta di viscide salamandre spaziali che si accoppiano e si riproducono.

Le “salamandre spaziali” di Star Trek: Voyager.

Il biologo (quello vero) è riuscito a farsi pubblicare dalla rivista tutta questa storia semplicemente pagando cinquanta dollari. Nessuno l’ha verificata. E non è finita: anche tre altre riviste “scientifiche” hanno accettato l’articolo-burla, ma non sono arrivate al punto di pubblicarlo.

Queste pseudoriviste scientifiche si chiamano in gergo predatory journal, ossia “riviste predatorie”: esistono soltanto per incassare soldi dai ricercatori che hanno fame di essere pubblicati e fanno, in sostanza, fake news in campo scientifico. Ne esistono parecchie, e per fortuna esistono anche esperti che le smascherano, come Jeffrey Beall, bibliotecario e ricercatore alla University of Colorado, che gestisce un elenco online di questi journal, utilissima ai giornalisti per evitare di diffondere notizie false apparentemente avvalorate da una pubblicazione scientifica.

Per sapere se un articolo scientifico è attendibile, non basta insomma che sia pubblicato su una rivista dal nome scientifico: serve che la rivista goda di buona reputazione, guadagnata sul campo. Questa reputazione si misura con il cosiddetto impact factor o fattore di impatto: una sorta di punteggio basato sul numero di citazioni ricevute altrove dagli articoli pubblicati nella rivista. Più è alto, più la rivista è considerata attendibile e credibile. Le classifiche degli impact factor sono facilmente consultabili su Internet. Non vi stupirà, credo, scoprire che la rivista che ha pubblicato la burla delle salamandre di Star Trek ha un impact factor che vale esattamente zero.


Aggiornamento 1:
se volete leggerlo e godervelo, l’articolo Rapid genetic and developmental morphological change following extreme celerity è tuttora presente negli archivi dell’Austin Journal of Pharmacology and Therapeutics, ed è firmato da Paris T, Kim H, Torres B, Ocampa K, Janeway K e Zimmerman L.

Aggiornamento 2: Ruggio81 e altri mi segnalano correttamente che il medico olografico si chiama Joe Zimmerman, mentre Lewis Zimmerman è il nome del suo progettista. Ho corretto l’articolo per tenerne conto.

Questo articolo è basato sul testo preparato per il mio servizio La Rete in 3 minuti per Radio Inblu del 22 febbraio 2018. Fonti aggiuntive: Iflscience, Science Alert, Space.com.

Fine dell’angoscia per il carattere indiano che crasha gli iCosi

Fine dell’angoscia per il carattere indiano che crasha gli iCosi

Panico generale per gli utenti di iPhone, iPad, Apple Watch, Mac e Apple TV: temono di ricevere in un messaggio il temutissimo carattere della lingua telugu (mostrato qui accanto) che manda in tilt tutti questi dispositivi se viene visualizzato.

Apple ha distribuito oggi un aggiornamento di iOS (11.2.6), macOS (10.13.3), watchOS (4.2.3) e tvOS (11.2.6) che risolve il problema, ma chi ha un dispositivo Apple non aggiornabile rischia di restare indifeso a lungo. E nel frattempo imperversano da giorni i guastafeste che pensano che sia divertente pubblicare nei social network questo carattere in modo da far crashare in massa i dispositivi Apple e mettere nei guai i loro utenti.

Non è la prima volta che i dispositivi Apple o di altre marche vengono messi in crisi da una cosa apparentemente così banale come un semplice carattere tipografico, ma stavolta gli effetti sono molto seri: c’è chi lamenta di non riuscire più a riavviare il telefonino o il tablet, trasformatosi in un costoso fermacarte.

Se potete, installate gli aggiornamenti [nota personale: su un mio Mac Mini del 2014 l’installazione ha richiesto una trentina di minuti, per molti dei quali il Mac non ha dato il minimo segno di vita (schermo totalmente nero); su un MacBook Pro del 2015 ci sono voluti 12 minuti e non ci sono state inquietanti schermate nere]. Se non potete, vi conviene imparare a fare prima di tutto un po’ di prevenzione. Il passo più importante è disattivare le anteprime delle notifiche, perché la paralisi completa del dispositivo avviene quando questo famigerato carattere viene visualizzato in una notifica. Nei dispositivi Apple che usano iOS, andate quindi nelle Impostazioni, scegliete Notifiche e poi scegliete Mai nella sezione Mostra anteprime.

Fatto questo, se qualcuno vi manderà il carattere in questione e non avete (ancora) installato l’aggiornamento, perlomeno non andrà in tilt l’intero dispositivo ma si bloccherà soltanto la specifica app di messaggistica (che può essere Telegram, Snapchat, Twitter o altre ancora). Riavviarla è inutile, perché si bloccherà di nuovo. In questo caso potete provare ad accedere al vostro account di messaggistica usando un’altra versione della stessa app che sta su un computer Windows o Linux o su un dispositivo Android, e cancellare da lì la conversazione che contiene il carattere famigerato. Questi sistemi, infatti, sono immuni al problema che causa il collasso.

Nel caso dell’app Messaggi di iOS, invece, occorre andare nelle Impostazioni, scegliere Generali e poi Spazio libero: qui troverete un elenco di app che include appunto l’app Messaggi. Se la selezionate, potrete poi scegliere la conversazione da eliminare e tutto tornerà a funzionare.

Ma che succede se è troppo tardi e il vostro iPhone o iPad è completamente bloccato? Vi conviene andare da un tecnico e chiedere il suo intervento. Se siete smanettoni e coraggiosi, potete provare a mettere il dispositivo in modalità DFU e tentare un ripristino da zero di iOS. Alcuni coraggiosi hanno tentato di risolvere il problema installando la versione beta (cioè instabile) di iOS 11.3, che ha già eliminato il difetto del carattere telugu. Ma se lo fate senza fare prima un backup perderete tutti i vostri dati.

Come fa un singolo carattere a causare così tanti problemi? In realtà il simbolo è una combinazione di lettere e segni che contiene complesse istruzioni di posizionamento, per cui non è come un semplice carattere alfabetico latino: visualizzarlo richiede invece una serie di calcoli che i sistemi operativi di Apple sbagliavano, causando il tilt.

Questo articolo è derivato dal testo preparato per il mio servizio La Rete in 3 minuti per Radio Inblu del 20 febbraio 2018.

Antibufala: burundanga, l’allarme (falso) è tornato

Antibufala: burundanga, l’allarme (falso) è tornato

Credit: Davidpuente.it.

Se avete ricevuto tramite WhatsApp o Facebook un avviso che parla di una droga chiamata “burundanga” distribuita da sconosciuti tramite biglietti da visita impregnati, per stordire le persone e derubarle, cestinatelo e se possibile avvisate chi ve l’ha mandato che si tratta di un falso allarme, nonostante il fatto che in calce venga menzionato con nome e cognome un brigadiere della Guardia di Finanza di Reggio Emilia realmente esistente.

Si tratta infatti di una notizia falsa: una droga con questo nome esiste, ma non agisce per semplice contatto con la pelle o per inalazione di biglietti impregnati, e il brigadiere mi ha confermato personalmente che (cito) “si tratta di un racconto “BUFALA” che girava sulla posta elettronica”.

Il brigadiere mi ha spiegato che l’ha inoltrata a qualcuno dal proprio indirizzo istituzionale, che è rimasto in calce all’appello, e mi ha chiesto di non inviarla a nessuno e di cestinarla.

Ma c’è una particolarità: l’allarme circola in questi giorni, ma la smentita da parte del brigadiere mi è arrivata quasi nove anni fa. Infatti questa stessa, identica storia gira su Internet da anni con gli stessi dettagli: la stessa vittima, una donna, che viene avvicinata ad una stazione di servizio, riceve un biglietto da visita da un uomo, che si offre sempre come imbianchino, e inizia a sentirsi confusa e stordita; e lo stesso brigadiere che fa da testimone. Il brigadiere me la smentì a ottobre del 2009. Smentita purtroppo inutile, visto che la storia continua a diffondersi, sempre con il nome, cognome, indirizzo e numero di telefono del brigadiere.

L’allarme è falso non solo perché l’ha smentito un membro della Guardia di Finanza, ma anche perché una ricerca online rivela che quest’esatta scena sarebbe successa negli Stati Uniti, in Canada, nel Regno Unito e in Svizzera, oltre che in Italia. Sembra improbabile che esista una gang intercontinentale di finti imbianchini che da anni frequentano impunemente le stazioni di servizio di mezzo mondo.

Si tratta infatti del classico fenomeno del “garante apparente”: una figura autorevole, come per esempio un agente di polizia, riceve un appello fasullo come questo e lo inoltra ai colleghi e agli amici dal proprio indirizzo di mail di lavoro. Il suo sistema di gestione della mail appone automaticamente in calce le sue coordinate professionali (nome, cognome, professione, numero di telefono) e quindi sembra che l’allarme sia stato autenticato dalle autorità.

Chi riceve questo appello così apparentemente autorevole lo inoltra ai propri amici, senza fermarsi a controllarlo perché è appunto garantito da una fonte affidabile, e così la notizia falsa si propaga e sopravvive per anni. Se lo ricevete, cestinatelo: non solo per evitare angosce inutili ai vostri amici, ma anche per aiutare quel povero brigadiere emiliano che da anni viene tormentato da questa storia, come i suoi colleghi statunitensi, canadesi, britannici e svizzeri che l’hanno inoltrata dal posto di lavoro. E se occupate un posto di lavoro autorevole, non usate la mail di lavoro per inoltrare allarmi di nessun genere. Altrimenti finirete tormentati anche voi.

App di fitness rivela attività militari di tutto il mondo. E anche quelle dei civili

Ultimo aggiornamento: 2018/01/30 9:50.

Quando gli esperti di sicurezza parlano della necessità di tutelare la privacy digitale e di non lasciare che le aziende possano raccogliere disinvoltamente dati sulle nostre attività capita spesso di sentire l’obiezione “Ma tanto io non ho niente da nascondere, e poi cosa vuoi che se ne facciano dei miei dati?”.

Una dimostrazione eloquente e un po’ inquietante di quello che si può fare con dati apparentemente innocui se li si aggrega e analizza è arrivata proprio pochi giorni fa: gli esperti si sono accorti che i dati combinati dei braccialetti digitali di fitness rivelano l’ubicazione delle basi militari in vari paesi del mondo, compresi molti luoghi estremamente sensibili o segreti.

Molti utenti di questi dispositivi riversano le proprie passeggiate, corse, pedalate, nuotate, sciate o vogate in app come Strava, che si definisce un “social network per atleti”. Lo fanno per tracciare i propri progressi o per competere via Internet con altri utenti. Questi dati includono la distanza percorsa, la velocità e le calorie consumate e anche la geolocalizzazione. Gli utenti possono scegliere di non condividere questi dati, ma molti li lasciano liberamente accessibili. Tanto che male c’è? Anzi, magari c’è da mostrare agli amici qualche risultato.

Ma a novembre scorso Strava ha deciso di rendere pubblica su Internet una dettagliatissima mappa mondiale interattiva dei percorsi seguiti dai suoi utenti [circa 27 milioni] nel corso del tempo: circa un miliardo di attività [tre trilioni di coordinate latitudine-longitudine, 10 terabyte di dati]. In questa mappa i percorsi più frequentati sono evidenziati da linee più luminose.

Bell’idea, però quando queste linee tracciano percorsi in zone desertiche o interessate da conflitti, rivelano la presenza di una categoria di persone che comprensibilmente svolgono molta attività fisica: i militari, che per esempio fanno jogging dentro e intorno alle proprie basi, facendole così spiccare luminose nelle zone altrimenti disabitate e disegnandone i contorni e le forme interne, perché non hanno disabilitato la geolocalizzazione e non hanno attivato le opzioni di protezione della privacy offerte da Strava.

Nei paesi in guerra questi dati rischiano di essere sfruttabili per esempio per un’imboscata o un attacco. La mappa, infatti, è consultabile da chiunque, ed è facile anche estrarne i dati individuali e scoprire i nomi degli utenti e i rispettivi percorsi abituali: dati perfetti per pedinare o rapire qualcuno. Su Twitter fioccano così le segnalazioni di installazioni militari sensibili di vari paesi, per esempio in Siria e in Afganistan, messe a nudo dalla decisione di Strava di rendere pubblici i propri dati senza pensare alle conseguenze, ma anche dalla mancanza di consapevolezza da parte di chi usa questi dispositivi e queste app di fitness in zone a rischio.

Anche se non vivete in una zona di guerra e non siete militari, affidare informazioni sensibili come la vostra posizione e i vostri percorsi abituali ad aziende che poi le pubblicano e le offrono a chiunque vi espone al rischio di stalking e altre molestie. Ne vale la pena, per potersi vantare delle proprie prodezze sportive? Pensateci: se la risposta è no, trovate la maniera di spegnere la geolocalizzazione.

Questo articolo è il testo preparato per il mio servizio La Rete in 3 minuti per Radio Inblu del 30 gennaio 2018. Fonti: The Verge, Hacker News, Ars Technica, The Register, Washington Post, Electronic Frontier Foundation.

Aggiornamento: 2018/01/30 9:50

Strava ha pubblicato un post di chiarimento, dal quale cito e traduco: “ci siamo resi conto nel corso del fine settimana che i membri di Strava nelle forze armate, fra gli operatori umanitari e altri che vivono all’estero possono aver condiviso la propria localizzazione in zone prive di altra densità di attività e così facendo possono aver inavvertitamente aumentato la consapevolezza di luoghi sensibili”. Ma pensarci prima di pubblicare la mappa no? Il post ricorda anche le istruzioni di privacy di Strava.

Più in generale, questa vicenda sottolinea tre principi di fondo:

  • ogni dato personale è abusabile;
  • affidare i propri dati personali a un’azienda motivata dal guadagno su quei dati è irresponsabile;
  • sperare che quella società commerciale custodisca diligentemente i nostri dati invece di monetizzarli è una pia illusione.

Ora pensate a tutto quello che avete riversato in Facebook in questi anni. Non dite che non ve l’avevamo detto.

No, la Polizia di Stato italiana non oscurerà le fake news. Però...

No, la Polizia di Stato italiana non oscurerà le fake news. Però…

Ultimo aggiornamento: 2018/01/25 11:35.

Davvero la Polizia di Stato italiana intende bloccare le fake news e decidere quali notizie sono vere e quali no, creando una sorta di “Ministero della Verità”, come hanno annunciato alcuni articoli su Internet e nei giornali? La risposta breve è no: la notizia della polizia antibufale è una bufala.

La risposta meno breve è che il recente comunicato stampa della Polizia di Stato che annuncia un “Protocollo Operativo per il contrasto alla diffusione delle Fake News attraverso il web” non parla di bloccare le notizie, ma di dare ai cittadini uno strumento online per segnalare le notizie sospette, la cui eventuale smentita verrà pubblicata sul sito della Polizia Postale e delle Comunicazioni, www.commissariatodips.it.

Questo protocollo fornirà anche ai cittadini un aiuto nel rivolgersi ai social network in modo autorevole in caso di notizie che li diffamano o danneggiano.

Saranno i social network, non la Polizia, a decidere se eventualmente rimuovere dai propri siti una notizia segnalata.

L’intento, insomma, è dare al cittadino diffamato un supporto, una voce che venga ascoltata più attentamente di quanto purtroppo avviene oggi con le segnalazioni individuali dei contenuti diffamatori, che spessissimo vengono semplicemente ignorate dai social network.

Ma questo intento è stato annacquato da una comunicazione confusa. La prima versione del comunicato stampa della Polizia di Stato [salvata su Archive.org], infatti, parlava effettivamente di “oscuramento dei contenuti inappropriati” in una frase che si prestava al malinteso, dando l’impressione che la Polizia di Stato si sarebbe occupata in prima persona di rimuovere le fake news da Internet [un compito che non le spetta per mille ragioni, non solo giudiriche] quando in realtà questo oscuramento sarebbe stato affidato ai “gestori delle piattaforme virtuali”.

Il comunicato è stato poi riscritto togliendo la frase che menzionava l’oscuramento, e questo ha creato ancora più apprensione, perché questa rettifica fondamentale non è stata dichiarata esplicitamente.

A sinistra, la versione del 18/1/2018; a destra, la versione del 20/1.

Soltanto consultando una versione estesa del comunicato, pubblicata su Commissariatodips.it, emerge che si tratta di “richieste di rimozione” rivolte ai social network e ai siti Web e non di ordini di oscuramento emanati e imposti dalle autorità. Nel frattempo, però, il danno mediatico c’è stato.

Restano comunque degli aspetti da chiarire in quest’iniziativa: per esempio, chi saranno gli “esperti” citati dal comunicato, che effettueranno “approfondite analisi” delle notizie? Come saranno qualificati, e con quali metodi e criteri effettueranno queste analisi? E come mai il protocollo parla soltanto di contrasto alle fake news diffuse “attraverso il Web”, trascurando il fatto che le notizie false o fabbricate vengono talvolta disseminate anche attraverso i media tradizionali?

Certamente l’attività della Polizia Postale contro le truffe, le bufale grossolane e le catene di Sant’Antonio, condotta attraverso pagine Facebook come Una vita da Social, si è dimostrata efficace e autorevole. Ma quando si passa dalla truffa alla notizia diventa indispensabile fornire la massima trasparenza e appoggiarsi agli esperti di notizie che esistono già: si chiamano bravi giornalisti.

Questo articolo è il testo preparato per il mio servizio La Rete in 3 minuti per Radio Inblu del 25 gennaio 2018. Fonti e approfondimenti: Arianna Ciccone, Butac, David Puente, Guido Scorza, The Guardian, EuroNews.it.