Vai al contenuto
Antibufala: l’attentato dell’11 settembre “previsto” nella banconota da 20 dollari

Antibufala: l’attentato dell’11 settembre “previsto” nella banconota da 20 dollari

Ripubblico qui un’indagine antibufala ormai storica, risalente al 27 giugno 2002 e inizialmente pubblicata su Attivissimo.net, per accorpare sul Disinformatico il materiale disseminato incoerentemente su quel sito. L’indagine viene ripubblicata qui con la stessa datazione del suo ultimo aggiornamento significativo (2 gennaio 2005) per coerenza cronologica.

English Abstract

According to an e-mail that is circulating on the Internet and has been illustrated in many newsgroups and Websites, the United States 20-dollar bill contains hidden clues that forewarned of the September 11 attacks.

For example, according to these allegations, by folding the bill appropriately (as shown below) one can “reveal” the image of the Pentagon and of the twin towers of the World Trade Center surrounded by smoke. If the bill is folded in another way, it “reveals” the name “OSAMA”.

This is yet another example of the well-known phenomenon called pareidolia: the natural tendency to identify familiar shapes in random patterns, especially in an emotionally stressful context. What you get when you fold a 20-dollar bill is an image that only vaguely resembles the Pentagon or the World Trade Center, but the emotional force of the idea fills in the details.

The word “OSAMA” is “revealed” only by folding the bill in an extremely arbitrary way, and only if the “0” of the “20” is interpreted as the letter O. Other equally arbitrary folds allow to “reveal” other entirely irrelevant “hidden messages”, such as “TIT”, “THUD”, “SAM”, “NIT”, “TENDER”, and so forth. In other words, the same method can be used to find almost any “message” one wishes.

Il testo della catena di sant’Antonio

Circola in Rete un appello secondo il quale nella banconota americana da 20 dollari sarebbero nascosti segni che annunciavano gli attentati dell’11 settembre.

Piegando opportunamente la banconota, infatti, da un lato si formerebbe l’immagine del Pentagono circondato dal fumo dell’attacco; piegandola a rovescio, si formerebbe l’immagine delle torri gemelle del World Trade Center, anch’esse attorniate dal fumo. Cosa ancora più inquietante, piegando la banconota in un altro modo si forma un nome che tutto il mondo ha tristemente imparato a conoscere: OSAMA.

L’appello circola sotto forma di allegato Word o PDF, con illustrazioni che citano un sito satirico (Testinadivitello.it), che non ne è però l’origine, visto che la storia di piegare una banconota da 20 dollari circola anche nei newsgroup americani. Ecco alcune delle immagini:

Perché è una bufala

Non ho verificato personalmente per mancanza di banconote adatte (mandatemene una, se volete, le accetto volentieri), ma la situazione descritta nell’appello è probabilmente vera: alcuni lettori mi confermano che effettivamente piegando la banconota come indicato si ottengono i risultati descritti.

Come dobbiamo interpretare questa strana osservazione? Dobbiamo pensare che gli autori del cliché della banconota abbiano avuto una premonizione? Dobbiamo pensare invece che i disegnatori delle banconote americane siano complici dei terroristi e quindi ci siano chissà quali altri messaggi nascosti nelle altre banconote?

Improbabile. E’ invece assai più probabile e ragionevole pensare che si tratti di una semplice coincidenza, o per meglio dire, di uno di quei meccanismi psicologici ben noti a chi studia il paranormale: gli esseri umani tendono spontaneamente a riconoscere forme familiari in oggetti sconosciuti o irregolari. Si chiama pareidolia. Un tipico esempio è l’abitudine di scorgere le sembianze di cose, persone e animali nelle nuvole. Un altro esempio più controverso è il riconoscimento del volto della Madonna o di Padre Pio nelle macchie di muffa o umidità sui muri: ne ho viste parecchie, e io ci vedo sì a fatica un volto umano, ma come faccio a sapere che è quello di un santo e non è invece quello di Che Guevara?

In realtà, piegando la banconota nel modo descritto nell’appello non si vede il Pentagono o il World Trade Center: si vedono delle strutture geometriche molto vagamente simili a quelle dei due edifici. Una volta “suggerita” dall’appello, la somiglianza si coglie, ma senza questo suggerimento l’immagine potrebbe rappresentare qualsiasi cosa.

La dicitura OSAMA, invece, usa un altro meccanismo caro agli pseudoanalisti della Bibbia, quelli che sostengono che nel testo sacro ci sono messaggi nascosti, decifrabili scegliendo un opportuno codice (ad esempio leggendo una lettera ogni tre, oppure due ogni cinque, o giù di lì). In realtà qualsiasi testo, sottoposto a un trattamento del genere, prima o poi “rivela” parole nascoste: non perché siano state nascoste intenzionalmente, ma semplicemente perché in qualsiasi sequenza casuale di lettere, prima o poi, compariranno gruppi di lettere che in una lingua o un’altra vogliono dire qualcosa. In un famoso esperimento, lo stesso trattamento fu infatti applicato a Moby Dick, testo pregevole ma difficilmente attribuibile a un’ispirazione divina, “rivelando” ogni sorta di parole e nomi, proprio come nella Bibbia.

Nel caso della banconota, la parola OSAMA viene “rivelata” piegando la banconota in un modo del tutto arbitrario, in modo da lasciare esposte solo alcune lettere della scritta THE UNITED STATES OF AMERICA (la O è invece uno zero tratto dal “20” presente in un angolo della banconota). Usando la stessa arbitrarietà, nella dicitura si possono “rivelare” molti altri messaggi: SAM (lo zio simbolo d’America), TIT (“tetta”), TITO (l’ex dittatore jugoslavo), TARA (la casa di Via col vento), TARIC (come TariqAziz, il ministro iracheno), TUER (“uccidere” in francese), giusto per dirne qualcuna. Se poi si legge a ritroso (da destra verso sinistra), si possono “rivelare” ARMATE, IRAN, MASS DETH (“more in massa”) in inglese, con un ‘trascurabile’ errorino ortografico), CRASH e ACIDI. Se poi ammettiamo anche gli anagrammi, troviamo ANTRACE e SARIN (un gas nervino).

Insomma, ci si può trovare di tutto, basta cercare. Volendo ci si trova anche U,N,A,F,I,C,A (metto le virgole per evitare i filtri sulle parolacce): vogliamo allora dire che nella banconota c’è la spiegazione di quello che in realtà manca tanto a bin Laden e lo rende così cattivo? Suvvia, qualcuno (qualcuna) si faccia avanti, così risolviamo il problema.

Premonizione? No. Semplicemente, un’ennesima sciocca leggenda metropolitana sui morti dell’11 settembre.

Plutone, pareidolie e profezie

Plutone, pareidolie e profezie

Le bellissime immagini di Plutone inviate dalla sonda spaziale New Horizons hanno incantato astronomi e appassionati per la ricchezza dei loro dettagli, ma hanno anche scatenato i meccanismi automatici di riconoscimento delle forme del nostro cervello, creando illusioni molto curiose chiamate in gergo tecnico pareidolie.

Nelle prime immagini la chiazza più chiara della superficie di Plutone ha dato a molti l’impressione di essere una forma di cuore particolarmente simmetrica, e questo ha contribuito non poco a rendere simpatico questo pianeta nano così gelido, lontano circa cinque miliardi di chilometri. Ma le immagini più dettagliate hanno spinto praticamente tutti a riconoscere in quella stessa macchia i lineamenti inconfondibili di Pluto, il cane di Topolino. Una volta che ve li hanno fatti notare, non potrete fare a meno di scorgerli automaticamente.

La forma così familiare è pura coincidenza, come lo è il fatto che Pluto è il nome inglese di Plutone e che il cane della Disney sia stato battezzato con questo nome proprio nel 1930, l’anno della scoperta del pianeta: nonostante sia una credenza molto diffusa che il cane Pluto si chiami così in onore di Plutone, la Disney non ha traccia dell’esatta ragione per la quale fu scelto il nome.

Non è coincidenza, invece, un’immagine impressionante che mostra un dipinto di Plutone perfettamente somigliante alle fotografie appena arrivate dallo spazio. La descrizione che accompagna il dipinto dice che risale al 1979. Visto che l’aspetto di Plutone era sconosciuto fino a pochi giorni fa, come è possibile che esista un suo ritratto preciso realizzato trentasei anni fa? È un falso? Una precognizione? L’ha dipinto un extraterrestre?

Lo spiega Don Dixon, l’autore del dipinto, su Cosmographica: l’immagine è autentica, ma non è frutto di un potere di profezia. Si tratta semplicemente del risultato di una serie di deduzioni azzeccate. Anche nel 1979, quello che si sapeva già di Plutone (distanza dal Sole, dimensioni approssimative e composizione chimica di base) rendeva ragionevole presumere che il pianeta avesse un’atmosfera periodicamente attiva che avrebbe distribuito delle brine negli avvallamenti e che fosse di colore rossastro a causa dell’abbondanza di particolari idrocarburi nella parte più esterna del sistema solare. Le forme circolari, così caratteristiche, sarebbero state inevitabili a causa del riempimento dei crateri d’impatto da parte di ghiacci di varie sostanze.

Nessun potere paranormale, insomma, ma semplicemente l’applicazione di un po’ di ragionamento e di un bel po’ di talento artistico.

CNN: allarme, “bandiera dell’ISIS” al Gay Pride di Londra. Ma il drappo mostra sagome di giocattoli sessuali

CNN: allarme, “bandiera dell’ISIS” al Gay Pride di Londra. Ma il drappo mostra sagome di giocattoli sessuali

La CNN ci regala una grande prova di giornalismo. Al Gay Pride di Londra, ieri, la scaltrissima giornalista Lucy Pawle ha segnalato in diretta TV la presenza di una “bandiera dell’ISIS”. Perché un’organizzazione forsennatamente omofoba come l’ISIS di certo sventolerebbe la propria bandiera in una manifestazione dedicata all’orgoglio omosessuale.

Ma soprattutto la Pawle, e con lei tutta la redazione della CNN, non si è resa conto che la bandiera mostrava sagome di giocattoli sessuali in una devastante parodia dei drappi dell’ISIS, come si vede bene in questa foto (vista dalla Pawle).

Anzi, la giornalista della CNN ha detto che è persino andata dalla polizia a segnalarla. Ha notato anche che i “simboli” non erano scritte in arabo e che “sembra che io sia l’unica persona che l’ha notata e nessuno sta facendo domande”. Certo, Lucy, fatti una domanda e datti una risposta: come mai sei l’unica che l’ha notata? Non è che per caso sei tu quella che ha preso un granchio e non tutti gli altri?

Non contenta della cretinata già commessa fin qui, la CNN ne ha fatto una “esclusiva” e ha chiamato addirittura l’analista di sicurezza Peter Bergen per chiedere un commento. Per fortuna Bergen ha notato che il Gay Pride è un evento un tantinello strano dove sventolare una bandiera dell’ISIS. Ma la conduttrice in studio, Suzanne Malveaux, ha rincarato comunque la dose d’isteria chiedendosi se la bandiera indicasse il luogo del prossimo attacco dell’ISIS. La CNN è stata letteralmente colta in fallo dagli internauti, accorsi prontamente in massa a spiegare lo scivolone.

Questo non è giornalismo: questo è terrorismo mediatico, perpetrato da giornalisti così disperatamente affamati di sensazionalismo da aver perso il senso dell’umorismo.

L’episodio è un esempio classico della Sindrome dell’Autostrada Contromano: l’incredibile, sconfinata capacità dell’essere umano di credere di essere l’unico ad avere ragione e che tutti gli altri abbiano torto, diventando cieco ai fatti che gli gridano il contrario, specialmente quando c’è di mezzo qualcosa che conferma i suoi pregiudizi. La Sindrome prende il nome dalla barzelletta classica dell’automobilista rincretinito che s’infila in autostrada contromano e si rivolge indignato ai propri passeggeri terrorizzati dicendo “Ma guarda quanti cretini che stanno andando contromano!”. È un comportamento classico dei complottisti d’ogni sorta. Fa pena vederlo usare dai giornalisti.

Fonti aggiuntive: Hollywood Reporter, Il Post.

Questo blog verrà ora bloccato in Turchia? L’impossibilità di non offendere nessuno

Questo blog verrà ora bloccato in Turchia? L’impossibilità di non offendere nessuno

Credit: Charlie Hebdo

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Pochi giorni fa i rappresentanti del governo turco hanno partecipato in forze alla grande manifestazione per la libertà d’espressione in risposta alla strage nella redazione di Charlie Hebdo, ma quello stesso governo ha bandito la pubblicazione in Turchia della copertina di Charlie che vedete qui accanto. Vengono banditi anche i siti web che la pubblicano.

Tutti i dettagli sono su il Post.

Anzi, non tutti i dettagli: ne manca uno, e non banale, che è quello indicato nelle etichette dell’articolo che state leggendo. Sono sicuro che ci arrivate da soli se guardate bene la copertina di Charlie Hebdo.

E a chi, anima pia, pensasse che si può ancora essere liberi senza offendere nessuno, suggerisco la lettura delle norme editoriali ritenute necessarie per una pubblicazione di portata globale da parte della Oxford University Press, la più grande casa editrice universitaria del mondo, che pubblica circa 6000 libri nuovi ogni anno in oltre 150 paesi. Pensavo fossero l’ennesima bufala del Daily Mail, ma sono confermate dal Guardian e dall’Independent.

È vietato mostrare maiali, carne di maiale, salsicce, pancetta o qualunque altra cosa che alluda al maiale, per non offendere le sensibilità dei musulmani. Peppa Pig è a rischio. Babe maialino coraggioso è tabù. Idem per Piglet (Pimpy in italiano) di Winnie the Pooh. Esiste addirittura un acronimo da usare come promemoria: PARSNIP (pastinaca in italiano), ossia niente riferimenti a “politica, alcool, religione, sesso, narcotici, ismi” (come per esempio il comunismo) e il maiale (pork).

Bisogna fare attenzione a non mostrare ragazzi e ragazze che abitano insieme come studenti, ragazze che vanno a comperare pantaloncini, amici che escono per andare a bere. Non bisogna mostrare relazioni omosessuali, cani (si potrebbero offendere i coreani e i musulmani), l’oroscopo e il gioco d’azzardo. Se si descrive una cosa innocente come una cena al ristorante, non si può menzionare il vino.

E così per non offendere i più permalosi (e fra questi includo i puritani ipocriti di Facebook, terrorizzati dai capezzoli femminili, e chi impazzisce se un ragazzo abbraccia una ragazza) ci troviamo ad essere censurati tutti. L’unico modo per non offendere nessuno è il silenzio totale, che è la morte delle idee.

Quando sento queste idiozie, mi viene voglia di fondare una religione che ha come tabù il color malva, i numeri dispari e le righe diritte. Non ho nessun desiderio di entrare nel postribolo della politica, ma se i politici pensano di mettere le mani su Internet, allora stanno entrando nel mio campo e mi sento in dovere di mettere in chiaro i fatti.

Antibufala: il video dell’“alieno” sulla Luna

Antibufala: il video dell’“alieno” sulla Luna

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “fccm*”.

Lo liquiderei come giornalismo estivo per riempire il vuoto, se non fosse che cretinate di questo genere appaiono in tutte le stagioni. Sta circolando la notizia (Huffington Post.it e .comMirrorDaily Mail e persino la Rai) del ritrovamento di un’immagine della superficie della Luna nella quale si vede una figura umanoide in piedi, con tanto di ombra. Ovviamente, dato che non abbiamo missioni umane in corso sulla Luna, la conclusione-spazzatura proposta da varie fonti è che debba trattarsi di un alieno.

Ovviamente no, non è un alieno, anche perché pensare che le creature extraterrestri debbano per forza avere forma umana è supremamente arrogante oltre che ottuso. Si tratta semplicemente di pareidolia: una forma vaga che il cervello tenta di interpretare assegnandole un’identità familiare.

Più in dettaglio, un briciolo d’indagine da parte di queste testate dove la gente in teoria viene pagata per produrre notizie non guasterebbe. Se la facessero, infatti, salterebbe fuori che la tesi dell’“alieno umanoide” non sta in piedi nemmeno per un istante, e andrebbe cestinata subito, per una ragione molto semplice: le ombre sono sbagliate. Nell’immagine, infatti, l’ombra dell’“umanoide” indica una fonte di luce che sta in alto a sinistra, mentre le ombre dei crateri circostanti suggeriscono una fonte di luce che sta a destra.

Usando Google Earth per visitare la Luna ed esaminare l’anomalia, risulta che si trova alle coordinate 27°34’26.35″N 19°36’4.75″W (circa a 60 km a nord-est del cratere Lambert) e che la sua proiezione sulla superficie misura circa 160 metri. Sarebbe un alieno bello grosso.

C’è un altro fatto interessante: la stessa anomalia, come segnala un delirante sito ufologico al quale non voglio regalare pubblicità, c’è anche altrove in Google Moon e ha esattamente la stessa forma e “ombra” alle coordinate 26°47’13.20″N 3°10’8.65″E:

Ora decidete voi qual è la spiegazione più sensata e probabile:

a) gli alieni hanno piazzato sulla Luna colossali statue umanoidi che proiettano ombre fasulle e che la NASA fa finta di ignorare anche se le darebbero una motivazione potentissima per attirare soldi per tornare sulla Luna;

b) si tratta di esempi delle numerose macchie prodotte da polvere e peluzzi durante lo sviluppo, la duplicazione o la scansione delle immagini della Luna riprese su pellicola, e il nostro cervello tende spontaneamente a interpretarle come forme umane.

Il vantaggio evolutivo della pareidolia

Il vantaggio evolutivo della pareidolia

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “vento” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Una delle spiegazioni più intriganti per il fenomeno della pareidolia, ossia la tendenza a riconoscere forme familiari in immagini che in realtà sono solo forme pseudocasuali (le macchie nel muro scambiate per Madonne, per esempio), è che si tratti di un meccanismo nato dalla selezione naturale.

La tesi, in sunto, è questa: se un nostro antenato primitivo non si accorgeva che nell’erba alta c’era nascosto un predatore, finiva mangiato e quindi non si riproduceva. Gli umani che avevano una maggiore propensione a riconoscere le forme dei predatori mimetizzati, invece, non venivano mangiati e quindi si riproducevano.

A lungo andare, questa selezione avrebbe promosso gli individui che avevano maggiormente questa sensibilità e anche quelli che l’avevano in eccesso, perché chi scappava anche quando la macchia a forma di predatore non era un predatore ma soltanto una macchia aveva più probabilità di cavarsela rispetto a chi diceva “tranquilli, quello non è un leone, è soltanto una macchia” tre secondi prima che la “macchia” se lo portasse via fra le zanne.

Da qui, insomma, nascerebbe la pareidolia. Ma spiegarla è un conto; un altro è vederla concretamente in funzione. Il fotografo statunitense Art Wolfe ha pubblicato una serie di fotografie di animali mimetizzati che evocano l’emozione intensa che accompagna questo fenomeno quando il predatore nascosto c’è davvero e non ce ne accorgiamo se non dopo vari secondi di esame attento, durante i quali il predatore ci avrebbe già mangiato.

Ve ne propongo qualcuna qui sotto: credo ci sia un leggero ritocco dei colori per aumentare l’effetto, ma è comunque una serie di esempi molto potenti. È difficile non sussultare quando di colpo ci rendiamo conto che l’animale era sotto i nostri occhi ma non lo vedevamo e che quindi nella realtà ce ne saremmo accorti troppo tardi. Buon divertimento anche con le altre foto, con aiutini, se necessario.

Per chi ha chiesto l’origine di questa tesi evoluzionista, posso segnalare un articolo di Michael Shermer su Scientific American di dicembre 2008, intitolato Patternicity: Finding Meaningful Patterns in Meaningless Noise, che si riallaccia a un articolo contemporaneo apparso in Proceedings of the Royal Society B, dal titolo The Evolution of Superstitious and Superstition-like Behaviour, dei biologi Kevin R. Foster e Hanna Kokko. Non so se questa sia la prima citazione del supposto beneficio evolutivo della pareidolia, ma è un buon punto di partenza.

La “suora-fantasma” sul campanile a Palermo

La “suora-fantasma” sul campanile a Palermo

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “gpanzica” e alle segnalazioni di @andrea_massaro, @giorgio79 e @r73lio

A Palermo, sul campanile della chiesa di Santa Maria della Mercede, è stata vista ripetutamente la figura spettrale di una suora che si affaccia in gesto di preghiera (foto qui accanto). Il fenomeno si ripete verso sera da circa tre settimane e ha attirato molti curiosi e fedeli e naturalmente l’attenzione della stampa locale (SiciliaInformazioni).

Se ne occupa anche LiveSicilia, con ben nove minuti di video che riescono a evitare la considerazione più semplice: ma non si può puntare sul campanile un buon teleobiettivo e vedere meglio cos’è questa presunta figura? Magari inquadrandola da angolazioni differenti? E viste le dimensioni della cella campanaria, non è un po’ troppo gigante quella suora-fantasma?

Finalmente arriva Roberto Villino, che in un minuto e quarantatré secondi smonta tutta la faccenda.

I credenti non s’offendano. Qui non si tratta di essere credenti, ma di essere creduli: a mio avviso, venerando un banale gioco di luci sminuiscono la propria fede.

Quiz: un fantasma nel parcheggio?

Quiz: un fantasma nel parcheggio?

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “piccolopescer*”.

Oggi intorno a mezzogiorno ho fatto questa foto con il mio cellulare dalla mia auto. La pubblico qui tale e quale, così come l’ha salvata la sincronizzazione automatica su Dropbox che uso.

Guardate il riflesso nel finestrino dell’auto.

Secondo voi cos’è? Vediamo se riuscite a indovinare. Buon divertimento.

Aggiornamento (2013/02/20): La soluzione è ora nei commenti. Complimenti a chi ha indovinato e grazie a chi ha proposto spiegazioni alternative sbagliate per aver illustrato come la mente lavora in condizioni d’insufficienza di dati e quando c’è chi cerca di confonderla. Aver sbagliato non è sintomo di stupidità: è perfettamente umano. Questi processi mentali sono innati e automatici, e lo scopo del quiz, oltre al divertimento, era proprio metterli in evidenza per conoscerli meglio.

Il “fantasma” di Napoli è un falso intenzionale

Il “fantasma” di Napoli è un falso intenzionale

La foto del “fantasma” napoletano non è un equivoco: è un falso fabbricato intenzionalmente

Non si tratta della solita forma sfocata che il cervello interpreta erroneamente come se fosse la sagoma di una bambina: nella foto del “fantasma” del Museo Archeologico di Napoli di cui si parla tanto in questi giorni c’è di mezzo una falsificazione intenzionale.

La paternità della foto è stata attribuita dal Mattino a un “uomo del ministero, inizialmente scettico”. ANSA ha pubblicato la foto e ne ha identificato l’autore: “l’architetto Oreste Albarano, nominato dal ministero per i Beni Culturali come responsabile dei lavori al Museo. Lui, ai fantasmi, dice di non credere. Dopo le sollecitazioni di alcuni operai, si e’ recato personalmente al Museo. Ha fatto alcune foto con il suo cellulare e, da qui, la ‘sorpresa’: sullo sfondo la sagoma di una bimba che, secondo quanto e’ stato accertato, non e’ la figlia di nessuno degli operai”.

Anche Repubblica cita l’attribuzione della fotografia e nota che Albarano ha “chiamato un’equipe di esperti del soprannaturale, tra i quali docenti universitari”. Ma la direttrice del Museo, Valeria Sampaolo, smentisce questa chiamata ai Ghostbuster, stando al Corriere e ad ADNKronos (agenzia citata da Leggo). Per il Corriere, tra gli operai del cantiere del Museo ci sarebbe addirittura il “panico” a causa del fantasma.

Ma Gianluca Nicoletti, su La Stampa, fa notare che foto del genere si fabbricano dagli albori della fotografia e che oggi esistono addirittura delle applicazioni apposite per telefonini, come Ghost Capture. E guarda caso, nel repertorio di “spettri” preconfezionati di Ghost Capture c’è una bambina la cui immagine richiama sorprendentemente quella nella foto attribuita ad Albarano.

Alla stessa conclusione è arrivato il fototecnico Paolo Bertotti di PhotoBuster, che ho intervistato via mail.

“È stata clonata due volte la stessa sagoma” mi scrive Bertotti, “uno dei punti in comune tra la sagoma della foto di Napoli e quella del software dell’iPhone ad esempio è la corda che pende utilizzata come cintura… il particolare della sfera alla fine della corda si nota anche sulla foto schiarita estremamente.”

Paolo mi ha inviato una dimostrazione eloquentissima: a sinistra l’immagine del “fantasma” presa direttamente dal software Ghost Capture, al centro la versione trasformata e degradata a causa della compressione JPEG (Ghost Capture, precisa Paolo, lavora a bassa risoluzione se non si compra la versione a pagamento), e a destra l’immagine di Napoli.

Secondo Paolo, è molto probabile che l’immagine del “fantasma” sia stata ritoccata usando lo strumento “clone” di Photoshop o simile, perché sulla sinistra dell’immagine della bambina si notano delle ripetizioni di pixel sul particolare della gonna, che è ripetuto lateralmente a sinistra della figura principale. Inoltre a suo avviso nei vari passaggi prima di arrivare alla pubblicazione la fotografia è stata ingrandita e rielaborata più volte, come indicano gli artefatti di compressione ampiamente visibili.

Guardando la fotografia mi è venuto il dubbio che anche i suoi colori originali siano stati alterati: sono decisamente scadenti persino per la fotocamera di un telefonino. Paolo Bertotti conferma: “la foto ha subito dei ribilanciamenti su toni, colori e fattori di contrasto, che hanno colpito principalmente le zone più chiare dell’immagine”.

La mia ipotesi iniziale di una pareidolia (oggetto realmente esistente sul posto, che il nostro cervello interpreta come una figura umana) non trova concorde il fototecnico: “Può darsi, ma stavolta improbabile: troppi particolari, le pieghe della gonna, la definizione dei contorni, e altri piccoli elementi fanno capire che stavolta NON è pareidolia (la corrispondenza dei particolari con l’immagine da me scattata è veramente alta: il particolare della cintura ad esempio è identico all’esempio che ti ho inviato, un altro particolare è il colore leggermente diverso della presenza rispetto allo sfondo, infatti c’è meno dominante gialla sulla sagoma che nel resto della foto.)”

Gli ho chiesto se si può trattare di un fotomontaggio realizzabile usando un telefonino, senza richiedere attrezzatura più sofisticata: “Certo che è possibile, anzi è certo […] Probabilmente la foto è stata dapprima scattata con il software appena citato e poi riprocessata con altri software (ad esempio PS Express e PEStudio, sempre per iPhone) per variarne colori, saturazione e contrasto. Almeno tre interventi sono stati eseguiti sulla fotografia dallo scatto, ma è inquantificabile realmente in quanto non siamo in possesso dell’originale, possiamo trarre conclusioni solamente dall’analisi visiva e della gamma dell’immagine. La foto è certamente un falso.”

Paolo mi ha inviato questa demo veloce, fatta tutta tramite iPhone in “due minuti scarsi” prendendo una foto dalla libreria d’immagini:

A questo punto, invece di concentrarsi sull’inesistente fantasma, sarebbe opportuno chiedersi chi ha falsificato la fotografia per gabbare giornalisti e lettori, e perché i giornali hanno pubblicato questa truffa senza fare un minimo di controllo preliminare che avrebbe permesso di smascherare la falsificazione. Che squallore.