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Il Corriere e il presunto aereo supersonico di Putin

Il Corriere e il presunto aereo supersonico di Putin

La versione originale dell’articolo
(credit: pgc)

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Pretendono di essere considerati giornalisti e non sanno nemmeno fare i conticini. Elmar Burchia, dalle pagine del Corriere della Sera, partorisce una nuova bestialità che pone di nuovo la domanda: ma perché la redazione del Corriere butta nello sciacquone la reputazione di un giornale pubblicando panzane come queste?

Nell’articolo, intitolato Ecco l’aereo supersonico di Putin (O è solo propaganda?), Burchia scrive che l’aereo “potrà trasportare un carico di 200 tonnellate, ossia fino a 400 carri armati da combattimento (quelli di ultima generazione del progetto russo Armata)”. Domanda da scuola elementare: quanto pesa dunque un carro armato secondo Elmar Burchia?

I commenti all’articolo fanno notare la fesseria, e allora viene inserita una correzione: “potrà trasportare un carico di 200 tonnellate, ossia (con un’intera flotta) fino a 400 carri armati da combattimento”. Bella forza: se costruisco una flotta sufficientemente numerosa, riuscirò a trasportare anche mille o diecimila carri armati.

L’errore fondamentale dell’articolo è che è copiato pari pari da questo articolo di Russia Today, organo di propaganda del governo russo, ed è pura fantasia, come segnala giustamente Business Insider ridicolizzando il progetto. Le sue specifiche sono infatti fantascientifiche: un aereo da trasporto supersonico con capacità di carico di 200 tonnellate non s’è mai visto nemmeno lontanamente.

Oltretutto questo colosso supersonico senza precedenti dovrebbe essere spinto da un sistema di propulsione ibrido elettrico totalmente sperimentale. In servizio entro il 2024? Passare dal progetto al metallo in assetto di volo in nove anni? Buona fortuna. Basta guardare il disastro di corruzione e ritardi della nuova base russa per i lanci spaziali di Vostochny, dove non c’è nemmeno da inventare nuove tecnologie, per capire quanto sia irrealizzabile un obiettivo come quello annunciato acriticamente dal Corriere.

Non è un caso che questo “aereo di Putin” sia documentato esclusivamente da un po’ di grafica al computer: è un mero esercizio di “vorrei, ma non posso”, soprattutto in un’economia con le pezze al sedere come quella russa. Propinare al lettore questa fuffa spacciandola per una notizia significa prendere in giro il lettore e sprecare il suo tempo.

Per il Corriere, il 5% equivale a uno su cinque

Per il Corriere, il 5% equivale a uno su cinque

Corriere della Sera. Articolo a firma di Nando Pagnoncelli. Titolo: “Il sondaggio | La riforma della prescrizione piace al 59%. Ma solo un italiano su 5 la conosce nei dettagli”. Testo: “solo il 5% dichiara di conoscerlo nel dettaglio”.

La gente mi chiede spesso perché svergogno pubblicamente le testate che scrivono bestialità come questa invece di contattarle in privato e segnalare educatamente l’errore. Semplice: perché se glielo dici in privato, se ne strafregano.

Luca Chiodini, un utente come tanti, ha segnalato questa castroneria al Corriere oggi nel primo pomeriggio:

Niente da fare. La scempiaggine segnalata è ancora lì adesso, alle 21. Ho rimosso le pubblicità dallo screenshot per non regalare favori agli inserzionisti.

Trovate una copia permanente qui su Archive.org.

Vediamo che succede ora che l’ho mostrata pubblicamente:

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Corriere: vaccino, 150 mila dosi iniziali alla Germania, 9.750 all’Italia, ma per Arcuri è tutto “proporzionale alla popolazione”

Ultimo aggiornamento: 2020/12/28 12:55.

Ieri (26 dicembre) il Corriere della Sera ha pubblicato un’intervista, a firma di Monica Guerzoni, al commissario straordinario italiano per l’emergenza Covid Domenico Arcuri (copia permanente).

L’intervista contiene un perfetto esempio di pessima comunicazione su un tema delicatissimo:

La Germania ha avuto 150 mila dosi e noi 9.750?
«Il
numero di dosi simboliche per partire tutti assieme il 27 dicembre è
proporzionale alla popolazione, la Germania dalla Ue ha avuto le stesse
dosi o poco più».

È un virgolettato: quello che il lettore si aspetta sia una trascrizione esatta e fedele delle precise parole dette dall’intervistato.

Ma la proporzione è sbagliata: la Germania ha 83 milioni di abitanti e l’Italia ne ha 60 milioni. Il rapporto di popolazione è 83/60, ossia 1,38. Il rapporto delle dosi simboliche è invece 150.000/9750, ossia 15,38. Come può essere “proporzionale alla popolazione”?

Non si capisce perché la giornalista non abbia interrotto Arcuri dicendogli “Aspetti un attimo, come sarebbe a dire? Mica è proporzionale alla popolazione”. Incapacità di Arcuri, discalculia della giornalista, o siamo in presenza di un virgolettato inventato, piaga tipica del giornalismo italiano? Nell’articolo non viene neppure aggiunta una nota di chiarimento.

Altrove, per esempio su Swissinfo.ch, le dichiarazioni di Arcuri descrivono in modo ben differente, ma comunque piuttosto nebuloso, i criteri di distribuzione:

Le dosi, ha spiegato Arcuri, saranno divise per tutte le regioni in base
ad una percentuale individuata sulla base del quantitativo totale
previsto per ogni regione nella prima distribuzione.

Il numero di 150.000 dosi iniziali per la Germania è confermato da DW.com e da Reuters, che conferma anche le 9750 dosi iniziali italiane. Da alcuni articoli sembra che 9750 dosi iniziali siano state assegnate a ciascun Land (stato federato) tedesco: BZ Berlin, Deutschland.de. Gli stati federati sono sedici, per cui i conti grosso modo tornerebbero (9750 x 16 = 156.000); Tio.ch/ATS spiega che la Germania “ha ottenuto 151.125 flaconcini: 9.750 per ciascuno dei suoi 16 Stati
regionali, eccetto il più piccolo – Brema – che ne ha avuto la metà”
. Resta il fatto che non c’è alcuna proporzionalità rispetto alla popolazione.

Sempre Tio/ATS scrive che “dall’ufficio del commissario italiano per l’emergenza Domenico Arcuri
hanno negato che esista «alcuna discriminazione» nei confronti
dell’Italia. Per il Vax Day, sostengono, la Germania avrebbe avuto «11
mila dosi» e «le 150 mila che le sono state consegnate fanno parte delle
forniture successive»”
. Ma non è quello che ha riportato il Corriere.

Anche Pagella Politica ha tentato di fare chiarezza: ciascun paese europeo avrebbe in effetti ricevuto 9750 dosi simboliche, da usare per il V-day del 27 dicembre per le prime vaccinazioni, ma alcuni paesi (come Francia e Germania) avrebbero contemporaneamente ricevuto già altre dosi da usare nei giorni successivi.

Comunque siano andate le cose, con questo genere d’informazione sui giornali nazionali non c’è da stupirsi se la gente teorizza complotti o discriminazioni fra paesi europei o resta amaramente confusa e non crede più a nulla. La comunicazione governativa e giornalistica della pandemia è stata disastrosa e continua ad esserlo.

 

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Per il Corriere, Alessandro Magno fu imperatore di Roma. Ma le fake news son colpa di Internet

Per il Corriere, Alessandro Magno fu imperatore di Roma. Ma le fake news son colpa di Internet

Scrive così Maria Rosaria Spadaccino sul Corriere della sera il 5 febbraio 2021: “Napoleone non venne mai a Roma, ma la desiderò molto. A lei si ispirò e
ai suoi imperatori Augusto, Alessandro Magno, ma anche a Giulio Cesare”
.

Link all’originale; copia permanente su Archive.is; screenshot per i giustamente increduli qui sotto.

 

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La Stampa, L’Espresso, il Corriere e il metodo redazionale: nessuno rilegge

La Stampa, L’Espresso, il Corriere e il metodo redazionale: nessuno rilegge

Molta gente mi dice che esagero quando parlo di metodo redazionale scadente e
disastroso ogni volta che un giornale pubblica una bufala.

“Dai, Paolo” mi dicono
“è soltanto un errore, errare è umano, gli sbagli succedono a tutti”.
Certo, i refusi càpitano a tutti. Anche a me, e chi segue questo blog
lo sa bene.

Ma io sto parlando di metodo di lavoro. Ossia di abitudini
e di scelte precise quotidiane, che prima o poi portano inesorabilmente a
disastri.

È un po’ come l’elettricista che tutti i giorni taglia e giunta fili senza staccare la
corrente: è proprio un modo di lavorare, un’abitudine cementata. Per un po’
gli va liscia, ed è pure contento perché risparmia tempo e disagi al cliente.
Poi rimane folgorato, e a quel punto tutti piangono.

Per esempio, pubblicare senza rileggere, o senza far rileggere, è ormai un
metodo di lavoro consolidato in tutte le redazioni di cui vedo le
pubblicazioni. E i risultati si vedono.

Un altro esempio è il titolo che dice una cosa mentre l’articolo ne dice
un’altra, perché il titolista (ammesso che esista questa fantomatica figura)
non parla col giornalista e non capisce una cippa di quello che sta titolando.
Neanche lui rilegge. E i risultati si vedono.

Ma ci vuole un livello d’incoscienza speciale, un metodo di lavoro
particolarmente scalcinato e incurante delle conseguenze, per fare quello che
è successo oggi a Fabio Pozzo su La Stampa.

Cosa c’è che non va nel metodo di lavoro di Fabio Pozzo? Beh, oggi ha scritto
(o perlomeno ha firmato) un
pezzo
sugli armatori e sull’aumento dei prezzi delle spedizioni via nave. Quello che
vedete nell’immagine all’inizio dell’articolo e che trovate in copia
permanente qui:
archive.is/FWCKV.

In quell’articolo c’è un passaggio molto delicato, perché
“entra in un campo, quello della concorrenza, che è un nervo scoperto x gli
armatori, non vorrei si causasse qualche reazione”
, dice Pozzo o chi per lui. Testuali parole.

Come faccio io a conoscere queste testuali parole? Perché
sono state scritte nel testo dell’articolo.  

In altre parole, Fabio Pozzo (o chi per lui) ritiene che sia un metodo di
lavoro accettabile scrivere i promemoria interni confidenziali
nel testo dell’articolo. Agevolo screenshot. Notate niente?

La cosa tragicomica è che quel promemoria era chiaramente confidenziale:
“L’argomento sotto è molto delicato, valuta tu se dare un’impronta un po’
più sfumata in quanto si entra in un campo, quello della concorrenza, che è
un nervo scoperto x gli armatori, non vorrei si causasse qualche
reazione”
.

Beh, se si scrivono e si lasciano i commenti interni negli articoli
pubblicati, sì, “qualche reazione” si causa eccome. Forse non quella
degli armatori, ma quella dei lettori.

Insomma:

  1. il giornalista scrive gli appunti confidenziali nel testo dell’articolo
    (primo errore fondamentale)
  2. non rilegge quello che ha scritto prima di inviarlo per la pubblicazione
    (secondo errore fondamentale)
  3. e nessuno in redazione legge prima di pubblicare (terzo errore fondamentale)

Questo è un classico esempio di metodo di lavoro fallimentare e
sbagliato: è l’elettricista che lavora sui cavi in tensione. Qui non è un
refuso: è proprio un comportamento incosciente di una redazione. Di cui noi
lettori paghiamo le conseguenze. Per un po’ va tutto bene, si risparmiano
tempo e soldi, fino a quando va male. Come oggi.

Questo comportamento non è occasionale e non è limitato a La Stampa.
Ecco un esempio fresco fresco da l’Espresso. Edizione cartacea, quella che non si può correggere facendo finta che non sia mai successo nulla:

Sì, qui è rimasta l’istruzione “mettere la dieresi sulla “u” per favore!”. Perché nessuno rilegge.

E questo è un titolo di oggi del Corriere, che parla della nota città di News York a caratteri cubitali: nessuno rilegge.

Fabio Pozzo de La Stampa, dopo la mia
segnalazione
su Twitter, ha
corretto
l’articolo. Anche il Corriere ha cambiato il titolo (solo nella versione per desktop; la versione per smartphone lo riporta ancora). Per L’Espresso, invece, niente da fare: verba volant, scripta manent. Se le scripta sono su carta, s’intende.

Questo, sottolineo, è soltanto il bollettino dei disastri di oggi.

Speriamo che la lezione sia stata imparata, non soltanto da Pozzo,
ma da tutta la filiera di produzione. E magari anche da chi si avvicina al
giornalismo e vuole evitare queste brutte figure.

 

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Antibufala Classic: L’immagine delle “crepe” nello Shuttle Columbia (2003)

Antibufala Classic: L’immagine delle “crepe” nello Shuttle Columbia (2003)

I sette del Columbia

I sette del Columbia: da sinistra, Rick D. Husband, William C. McCool, Ilan
Ramon, David M. Brown, Michael P. Anderson, Laurel B. Clark, Kalpana
Chawla.
Per aspera ad astra.

 

Indagine iniziale: 2003/02/02. Ultimo aggiornamento: 2021/01/31 14:55. La
versione originale di quest’indagine è pubblicata
qui su Attivissimo.net. Alcuni link potrebbero essere obsoleti. I tempi verbali sono stati
aggiornati per tenere conto del tempo trascorso.

 

English abstract (il resto è in italiano)

Following the Columbia
Space Shuttle disaster in February 2003, many TV and press reports showed a
photograph which allegedly depicted cracks in the structure of
Columbia, suggesting them as the cause of her disintegration upon reentry, which
killed all seven astronauts on board.

Actually, the photograph doesn’t show cracks; it shows folds of the thermal
insulation inside
Columbia’s payload bay, which has nothing to do with protection from the heat of
reentry. The payload bay is closed during reentry, so the area shown in the
photograph is not exposed to any heat at all.

 

Premessa

Questa non è la solita pagina antibufala semiseria.
Sette persone morirono nell’incidente dello Shuttle Columbia, l’1
febbraio 2003.

Intorno alle loro morti si fece molto pessimo giornalismo e soprattutto nacque
un falso scoop su presunte immagini di “crepe” nella navetta, la cui
smentita non fu pubblicata dai media tradizionali con la stessa
risonanza con la quale fu pubblicata la notizia fasulla iniziale, scaturita da
una vergognosa incompetenza dei giornalisti preposti nel riferire l’accaduto.

 

La foto delle “crepe”

Numerosi giornali, emittenti televisive e siti Web, fra cui Repubblica.it,
Rai.it, Corriere.it e sicuramente tanti altri italiani ed esteri, pubblicarono
con grande evidenza, e senza alcuno spirito critico, una foto che circolava su
giornali e TV in Israele. L’immagine era tratta da un video ripreso durante la
missione del Columbia e avrebbe mostrato delle “crepe” o dei danni alla
superficie della navetta.

La versione del Corriere, per esempio, è
qui
(copia permanente). 

 

Qui sotto presento un paio delle tante versioni in circolazione, che sono
state più o meno ritoccate digitalmente (non da me) per esaltarne i colori e i
dettagli.

immagine delle presunte crepe in colori originali

 

immagine della presunta crepa in colori ritoccati

Le immagini delle presunte “crepe” dello Shuttle.

 

Perché l’immagine è fasulla

Il dettaglio mostrato nell’immagine non mostra l’ala dello Shuttle e
non mostra delle crepe nel rivestimento esterno della navetta.

Infatti qualunque cosa siano i dettagli mostrati,
sono sicuramente sulla parte superiore della navetta, non in
quella inferiore (dove si ritenne inizialmente che fosse avvenuto l’impatto al
decollo e che si fosse scatenato il danno che poi causò il disastro) e nemmeno
sul bordo dell’ala (dove si scoprì in seguito che si era
verificato
il danno principale).

Lo si capisce da due considerazioni molto semplici:

  • la prima è che l’intera parte inferiore della navetta è nera (grigio
    molto scuro, per essere pignoli) e il bordo dell’ala è nero o grigio,
    mentre la zona mostrata nel video è bianca;
  • la seconda è che sullo Shuttle
    non ci sono finestrini che guardano sotto. E per questa missione non
    era presente il famoso braccio robotizzato (il Canadarm) che poteva
    portare una telecamera al di fuori della navetta. 

Potrebbe allora essere un dettaglio della superficie superiore delle
ali?

Molti analisti, compresi numerosi esperti aerospaziali, nella foga del momento
smentirono quest’ipotesi dicendo che

“…da nessun finestrino della navetta è possibile vedere l’ala del veicolo…
questa circostanza è stata appena confermata dagli esperti delle altre sei
agenzie che partecipano alla realizzazione della ISS (la stazione spaziale
internazionale): oltre a Nasa e Esa, le agenzie di Canada, Russia, Giappone,
brasiliana”.

Una dichiarazione analoga fu riportata ad esempio presso
Repubblica.it.

Ma la smentita non era corretta. In realtà
le ali erano almeno parzialmente visibili dai finestrini dello Shuttle
rivolti verso il vano di carico
. Lo dimostra questa foto Nasa, tratta proprio dalla sfortunata missione del
Columbia. L’originale ad alta risoluzione è disponibile presso
Spaceflight.nasa.gov:

Le ali dello Shuttle erano visibili eccome dalla cabina. Questa foto fu ripresa attraverso i finestrini rivolti verso il vano di carico.

 

In teoria, quindi, quell’inquadratura presentata dai media potrebbe
mostrare un dettaglio della superficie superiore delle ali. Ma
le ali non hanno nessun elemento nero sporgente come quello mostrato nella
foto misteriosa.
Questo per ovvi motivi tecnici: non si possono lasciare sporgenze così
esagerate su una superficie di un’ala, perché causerebbero una resistenza
aerodinamica assurda. È un fatto facilmente verificabile nelle innumerevoli
foto dello Shuttle disponibili sul sito della Nasa.

La spiegazione al mistero viene proprio ricercando quell’elemento nero: come
segnalato presso
Strangecosmos.com, si tratta di uno dei perni di accoppiamento sui quali si innestano i
portelloni del vano di carico dello Shuttle.

Sul sito della Nasa, per esempio, c’è un’immagine panoramica
in formato Quicktime VR che inquadra il vano di carico ed è ripresa da una
delle telecamere che erano montate all’interno del vano stesso negli Shuttle.
Se la scaricate e la ruotate verso destra, compare indiscutibilmente una
struttura estremamente simile all’oggetto nero ritratto nella foto misteriosa.

Qui sotto ho raccolto alcuni fotogrammi della panoramica, carrellando da
sinistra verso destra:

fotogramma della panoramica

fotogramma della panoramica

fotogramma della panoramica

fotogramma della panoramica con perno

Eccolo lì: l’oggetto misterioso.

 

Ora che l’oggetto misterioso è identificato, è facile trovarlo in altre foto
della Nasa e soprattutto capire il punto di vista dal quale fu ripresa
l’immagine in discussione:
dall’interno del vano di carico dello Shuttle, guardando verso la paratia
anteriore o posteriore del vano stesso.

Nel vano di carico c’erano appunto delle telecamere, comandabili dall’interno
della navetta, e il bordo superiore delle paratie del vano era
dotato di sedici perni di accoppiamento (otto sulla paratia anteriore, otto
sulla posteriore). Queste informazioni sono facilmente reperibili nel sito
della Nasa usando le parole chiave bulkhead latches e
payload bay e sfogliando l’archivio fotografico della Nasa.

Nel
Press Kit del tragico volo del Columbia c’è, a pagina 12, una foto del vano di
carico, esattamente come fu configurato proprio per questa missione, che
mostra bene la collocazione della telecamera presente sulla paratia anteriore
del vano (freccia verde) e di due dei perni di accoppiamento (frecce gialle):

In questa immagine il muso dello Shuttle Columbia è in alto a
destra e si notano i due rettangoli scuri che sono i finestrini della
cabina dai quali si poteva osservare il vano di carico.

 


Dettaglio dell’immagine precedente.

La freccia indica la collocazione della telecamera sulla paratia anteriore del vano di carico. Immagine tratta dal Press kit della missione finale del Columbia.

 

Nell’immagine Nasa mostrata qui sotto, tratta da un’altra missione, sono
visibili una telecamera (cerchiata in arancione) e alcui perni (due dei quali
sono cerchiati in verde).

vista telecamera e perni

Da questi elementi si capisce che
nella foto misteriosa, la telecamera è stata orientata verso l’esterno,
in modo da inquadrare appunto uno dei perni situati nelle sue vicinanze.

Di conseguenza, la “crepa” che nell’immagine misteriosa compare in
basso al centro (quella che a detta di alcuni sarebbe tenuta insieme dal
nastro adesivo) era con tutta probabilità semplicemente
una delle normali giunzioni irregolari della copertura termica flessibile
che riveste l’interno del vano di carico
, e
l’“ammaccatura” era quindi verosimilmente una semplice piega di questo
rivestimento
.

Il “nastro adesivo” più grande era probabilmente
un riflesso interno della lente della telecamera, mentre il “nastro”
più esterno sembra essere stato
un dettaglio della superficie del vano di carico. Sicuramente
sfogliando l’immenso
archivio della Nasa si trovano
delle conferme: lascio a voi il cimento. 

L’ideale sarebbe recuperare il video integrale dal quale è tratta l’immagine
controversa, in modo da capirne il contesto e il punto di ripresa: non sono
riuscito a trovarlo, ma secondo il
Corriere dell’epoca si tratta di una ripresa fatta
“durante la telefonata fra Sharon e Ramon”, ossia fra l’allora primo
ministro israeliano Ariel Sharon e l’astronauta israeliano Ilan Ramon. Questa
comunicazione, tecnicamente una in-flight conference, avvenne il 21
gennaio 2003, secondo le
foto d’archivio di Getty Images.

Perni e rivestimento sono ben visibili in quest’altra immagine Nasa,
disponibile ad alta risoluzione
qui
e relativa alla missione STS-109:

perni e rivestimento

Uno dei perni di innesto, situato sulla paratia posteriore del vano di
carico (cerchio verde), e un esempio del rivestimento flessibile (cerchio
arancione).

 

perni e rivestimento ingranditi

Ingrandimento di uno dei perni (la zona cerchiata in verde nell’immagine
precedente). Notate anche quanto è irregolare e frastagliato il rivestimento
termico: sembra “ammaccato”.

 

dettaglio giunzioni

Un altro dettaglio delle giunzioni, di forma molto irregolare, del
rivestimento termico all’interno del vano di carico.

 

Una delle telecamere del vano di carico è visibile insieme a un perno in
quest’altra immagine, tratta dalla missione STS-103:

telecamera e perni

Una telecamera (riquadrata in arancione) e uno dei perni di innesto
(riquadrato in verde).

 

telecamera e perni in dettaglio

Una telecamera esterna, in un ingrandimento della zona riquadrata in
arancione nell’immagine precedente.

 

Le varie navette non erano tutte identiche: ognuna era leggermente diversa
dall’altra. Anche le telecamere cambiavano da navetta a navetta, ma il
concetto non cambia: ogni Shuttle aveva una o più telecamere nel vano di
carico.

Per esempio, questa è una vista dall’alto della navetta Endeavour,
presa dalla Stazione Spaziale Internazionale il 7 giugno 2002: mostra molto
chiaramente una telecamera (di modello diverso da quella mostrata qui sopra) e
i perni della paratia anteriore. L’immagine originale ad alta risoluzione è
disponibile
qui.

telecamera dell’Endeavour

Una telecamera (cerchiata in verde) della navetta Endeavour.

 

telecamera e perni dell’Endeavour

Un ingrandimento dell’immagine precedente: si vedono benissimo una
telecamera (cerchiata in verde) e i perni (quelli del lato sinistro sono
cerchiati in arancione).

 

Altre foto, trovate dagli utenti del newsgroup it.scienza.astronomia,
mostrano chiaramente perni e telecamere. Per esempio,
questa
è una foto molto dettagliata della navetta Endeavour.

 

Conclusioni

Mistero risolto, dunque. Sarebbe stato bello che i media “ufficiali” si
fossero  rimangiati la falsa notizia con la stessa enfasi con la quale la
sbatterono maldestramente in prima pagina. Se ero riuscito a risolvere
l’enigma io, con l’aiuto dei lettori, come mai non c’erano riusciti loro, pur
avendo mezzi ben più potenti? Se vi vien voglia di mormorare
“voglia di scoop”, non siete soli.

Un lettore mi segnalò che il 3/2/2003
“…il TG5 aveva già smentito la notizia della crepa sulle ali e ammesso
che invece si trattava del vano di carico.”
Io stesso fui intervistato da Caterpillar, la trasmissione di
Radiodue, il 6/2/2003 per smentire questa foto. Ma tutto questo non impedì a
Corrado Augias di ripresentare con enfasi la foto su Raitre, durante la
trasmissione Enigma, il 7/2/2003. L’intervento di Augias era
preregistrato, ma l’etica professionale avrebbe suggerito di non mandarlo in
onda piuttosto che diffondere notizie sbagliate.

 

Ringraziamenti

Grazie ai tanti lettori che hanno contribuito a quest’indagine, segnalandomi
dichiarazioni, dettagli tecnici e foto, e in particolare a glucrezi,
Marco Fa** e Alex (un lettore di ZeusNews.it). Senza di loro, frugare
negli archivi della Nasa e nella miriade di siti dedicati alla tragedia del
Columbia sarebbe stato impraticabile.

 

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Vaccini, ANSA confonde millimetri e millilitri. Giornalismo un tanto al chilo. E non è l’unica

Vaccini, ANSA confonde millimetri e millilitri. Giornalismo un tanto al chilo. E non è l’unica

Ma chi scrive per ANSA ha almeno un neurone funzionante? Perché da come scrive non si direbbe proprio.

“La
dose di vaccino per ogni persona è di 0,3 millimetri”
scrive ANSA, oltretutto in una “Notizia d’origine certificata”. Va be’, dai, si sarà distratto. Ma poi insiste: “deve essere
estratta in condizioni asettiche e utilizzando siringhe di precisione
adeguate, da un flaconcino di vaccino che contiene 2,25 millimetri”
.

E poi ancora: “fermo restando la necessità di garantire la
somministrazione del corretto quantitativo di 0.3 millimetri”
.

Questo è il livello di competenza delle persone che ANSA incarica di redigere le notizie. Quelle notizie che dovrebbero informarci su cose importanti come, appunto, la salute.

Copia permanente per gli increduli: https://archive.is/Bjre4.

La stessa perla è stata pubblicata dal Corriere (dietro paywall, nientemeno) e dall’Huffington Post (copia permanente). HuffPost ha poi corretto.

  

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Muore Chuck Yeager, pilota leggendario. Il Corriere dice che superò “il muro del suolo”

Muore Chuck Yeager, pilota leggendario. Il Corriere dice che superò “il muro del suolo”

Ultimo aggiornamento: 2020/12/08 17:55.

Questo è Massimo Gaggi sul Corriere della Sera. È nella cache di Google.

Nel 1947 a bordo del Bell X-1 fu il primo a superare il muro del suolo.

in Vietnam portò a termine 127 milioni di combattimento.

 

Lasciamo stare gli altri refusi del testo. Nessuno rilegge. Della qualità non gliene frega più niente a nessuno.

 

17.55. Correzione: nella prima stesura di questo post avevo scritto che l’articolo del Corriere era nella sezione a pagamento. In realtà era il mio filtro anti-Facebook che attivava lo spottone pubblicitario della sezione a pagamento. Eh sì, perché il Corriere fa tracciare i propri lettori da Facebook. Grazie, ma anche no. Sono un lettore, non il prodotto in vendita.

Da dove arriva la storia di Facebook che causerebbe la sifilide?

Da dove arriva la storia di Facebook che causerebbe la sifilide?

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “stefano.pas*” e “giannitrinca”.

Quando ho letto il lancio dell’ANSA (Gb: torna la sifilide, Facebook tra le cause), sono rimasto per un po’ a chiedermi come potesse Facebook riportare in auge nel Regno Unito La Silfide, il famoso balletto romantico che ha segnato l’inizio della danza sulle punte. Non potevo credere che qualcuno avesse scritto seriamente che Facebook causasse la sifilide. Men che meno che l’avesse scritto l’ANSA.

Perlomeno il Corriere ha avuto il pudore di virgolettare la parola cause, con formula dubitativa, ma per il resto copia e incolla il dispaccio ANSA, errori compresi (mirabile il suo “Daily Telegragh). Secondo questi articoli, il professor Peter Kelly, direttore della sanità pubblica nella regione di Teesside (che si scrive con due S, ma pazienza), avrebbe detto che il numero di persone affette da sifilide è quadruplicato nelle aree in cui Facebook è molto popolare “proprio perché il network ha dato alla gente un nuovo modo di incontrare più partner per incontri sessuali occasionali”.  Anzi, “il personale sanitario di Teesside avrebbe infatti trovato un legame tra i social network e l’aumento dei casi del batterio”. Dichiarazioni dall’aria autorevolissima.

Ma non si era detto che i social network minavano i rapporti interpersonali? Parrebbe invece proprio il contrario, stando almeno alla notizia. Però bisogna vedere da dove è scaturita. L’ANSA cita il Telegraph (sbagliandone il nome), che in effetti ha riportato la vicenda, ma il Telegraph l’ha presa dal Sun, un giornale le cui pagine più affidabili sono quelle dell’oroscopo.

Per fortuna c’è chi si prende la briga di andare a sentire le fonti dirette, come Rory Cellan-Jones della BBC, che ha trovato il comunicato stampa originale dei servizi sanitari di Middlesbrough e ha chiamato il professor Kelly. Il comunicato stampa non parla affatto di Facebook: è un avviso sulla recrudescenza dei casi di sifilide nella zona e contiene un solo riferimento generico quanto ovvio alle attività sociali online: “I siti di social networking rendono più facile per le persone incontrarsi per del sesso occasionale.” Anche i telefoni e le automobili, se è per quello.

Il professor Kelly, tramite un collega, ha detto alla BBC che la frase del Sun che gli viene attribuita e che incolpa Facebook e altri siti simili dell’aumento di casi di sifilide nella zona è completamente sbagliata. I fatti sono che nell’area gestita dall’azienda sanitaria locale britannica c’erano meno di dieci casi di sifilide segnalati; nel 2009 ce n’erano trenta. Non è certo un’epidemia dilagante.

Anche la frase “a Sunderland, Durham e Teesside, tutte aree in cui il sito sociale é molto popolare, il numero di persone affette da sifilide è quadruplicato” è una bufala, perché Sunderland e Durham non sono nell’area servita dall’unità del professor Kelly e alla quale si riferisce il numero di casi di malattia venerea.

Insomma, tutta la faccenda non ha molto a che fare con le modalità di trasmissione delle malattie veneree, ma in compenso ha molto da insegnare sulle modalità di propagazione distorta delle notizie: quando ci sono di mezzo sesso e tecnofobia, un Vero Giornalista non sa resistere.

Osama, nuova foto, nuovo fake [UPD 22:25]

Osama, nuova foto, nuovo fake [UPD 22:25]

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Questa è la foto che campeggia in questo articolo de L’Unità e questo del Corriere della Sera, entrambi con la data di oggi (3 maggio 2011).

L’articolo de L’Unità scrive in proposito quanto segue: “una nuova presunta foto che ritrarrebbe Osama bin Laden morto pochi minuti dopo il raid condotto dalle forze statunitensi in Pakistan è stata pubblicata online da un sito web, mentre il link viene rilanciato su Twitter dagli hacker di Anonymous. L’autenticità dell’immagine non è verificabile. ISi tratta di un’immagine notturna in cui il leader di al Qaida giace a terra con una ferita sopra l’occhio destro. Il corpo sembra sorretto da un soldato Usa. In Italia è stata rilanciata dall’Ansa. Ma la ferita sulla testa di Osama Bin Laden sembra contraddire le ricostruzioni del blitz, è a destra mentre doveva essere a sinistra”.

Il lancio dell’ANSA è questo. Però è inutile nascondersi dietro alla foglia di fico del solito “la pubblico perché fa audience, tanto dico che non è verificabile”. Santo cielo, gente, e fatela verificare una buona volta. Gli esperti ci sono. Pagateli.

In attesa che ANSA, Corriere o L’Unità aprano il portafogli, i lettori di questo blog hanno già fatto un lavoro egregio. Gratis. Guardate infatti quest’immagine, segnalatami da Gian_Ibanez, e ditemi se non notate qualche bizzarra somiglianza:

Confrontiamo:

La fonte di quest’immagine è Liveleak. Che ne dite, riusciamo a scoprire anche da che film è tratto questo nuovo fake?

22:25. Risolto: la fonte è il film Black Hawk Down. Lo spiegone è già su Repubblica, che cita Vanity Fair italiano come scopritore: una correttezza rara e apprezzata. Finché i mastini del copyright non intervengono, potete vedere la scena del film a 12:47 qui su Youtube.

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2020/01/09. Rivisitando questo articolo in occasione di un altro scivolone giornalistico-bellico, mi rammarico di non aver catturato degli screenshot degli articoli originali di Unità, Corriere e ANSA, che sono stati prontamente corretti per cancellare le tracce delle figuracce. Anche Archive.org ne conserva solo copie risalenti ai giorni successivi, quando erano stati riscritti (Unità su Archive.org; Corriere su Archive.org).