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La dicitura “Ogni riferimento a persone esistenti…” deriva da Rasputin

Perché nei film compare spessissimo la dicitura “Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale” anche quando vengono chiaramente raccontate delle vicende che riguardano persone esistenti o esistite e fatti accaduti?

Perché nel 1932 la MGM presentò il film Rasputin and the Empress (in italiano Rasputin e l’imperatrice), ambientato negli ultimi anni del regno zarista in Russia, nel quale la principessa Natasha (personaggio di fantasia) veniva sedotta dal famigerato monaco e mistico russo Rasputin (persona realmente esistita). La principessa Irina Alexandrovna di Russia (persona reale) fece causa alla MGM nel Regno Unito, affermando che “Natasha” era un chiaro riferimento a lei che ledeva gravemente la sua onorabilità, perché essere stata sedotta, all’epoca, era un’onta terribile, che la rendeva non più sposabile o degna di essere consorte.

Una delle locandine del film (fonte: IMDB).

La English Court of Appeal giudicò che la principessa avesse ragione e che la MGM dovesse risarcire lei e il marito Felix Yusupov (una delle quattro persone che avevano ucciso Rasputin) per l’ammontare di circa 125.000 dollari dell’epoca, equivalenti a circa tre milioni di dollari di oggi.

Questa vicenda è diventata quasi leggendaria ed è stata raccontata in tante versioni, ma Fabio, un amico e barrister che segue questo blog, mi segnala che perlomeno la causa è reale ed è Youssoupoff v Metro-Goldwyn-Mayer (1934) 50 TLR 581, CA, dove TLR sta per Times Law Reports e CA sta per Court of Appeal.

Dalla letteratura di settore emerge che una consulente legale che lavorava alla MGM aveva messo in guardia la casa cinematografica specificamente per la scena della seduzione della principessa, ma non era stata ascoltata e anzi era stata licenziata. La MGM quindi non poté fingere di non sapere, e così raggiunse un accordo stragiudiziale per circa un milione di dollari di allora (circa 24 milioni di oggi) per prevenire liti legali in tutti i paesi nei quali era stato distribuito Rasputin and the Empress e ritirò il film dalla circolazione per decenni.

Al termine della causa, Lord Justice Scritton, uno dei giudici che aveva gestito il caso, suggerì con enfasi che se il film avesse avuto un’avvertenza o disclaimer che avesse specificato che tutti gli eventi rappresentati sono finzione, come era già prassi fare per i libri, probabilmente la causa sarebbe andata ben diversamente. Da allora, per prudenza, l’industria del cinema appone sistematicamente questa dicitura, anche quando non ha molto senso farlo e anche se non sempre quella dicitura la mette al riparo da azioni legali e relativi risarcimenti.

Fonti: Il Post (2016), Truth and Lives on Film – The Legal Problems of Depicting Real Persons and Events in a Fictional Medium, seconda edizione, John T. Aquino (2022), con resoconto giuridico dettagliatissimo a pagg. 14-29; Slate.com (2016); ZME Science; Openculture.com (2024); Unintentional Defamation, Wikipedia; “Any Resemblance to Persons Living or Dead”: Film and the Challenge of Authenticity, Natalie Zemon Davis, The Yale Review, 86 (1986-87): 457-82 (Stanford.edu).

L’uomo che regalò Stonehenge a sua moglie

Questo articolo non c’entra niente con l’informatica: è una mini-indagine antibufala scaturita da un post che mi ha incuriosito [Global Museum su Mastodon, citato da Charlie Stross]. Oggi conosciamo Stonehenge come uno dei monumenti più importanti del Regno Unito, risalente a oltre 3500 anni fa, ma non è sempre stato così. Il 21 settembre 1915 un barrister (avvocato) britannico, Cecil Chubb, lo comprò all’asta per la cifra non trascurabile di 6600 sterline di allora, pari a circa 800.000 euro di oggi. Il proprietario precedente del terreno su cui sorge il complesso megalitico era morto in battaglia durante la Prima Guerra Mondiale. Fino a quel momento, Stonehenge era stato insomma una proprietà privata.

Una leggenda molto diffusa, tornata in auge in questi giorni [Global Museum su Mastodon], vuole che Chubb effettuò questo acquisto per errore oppure per fare un regalo alla moglie, che gli aveva chiesto di partecipare all’asta per acquistare delle sedie di pregio per la loro casa. La signora Chubb non fu particolarmente entusiasta di ricevere invece quello che all’epoca era un trascurato ammasso di grandi pietre, molte delle quali erano cadute (foto del 1885 circa). Secondo altre fonti, invece, il barrister comprò Stonehenge per impedire che finisse nelle mani di qualche miliardario americano, col rischio che venisse smantellato e trasferito negli Stati Uniti. Nel 1918, stufo dei rimproveri della moglie, Chubb donò il sito al Regno Unito e per questo fu insignito del titolo di primo baronetto di Stonehenge.

La leggenda è carina, ma mancano fonti primarie, le fonti secondarie si contraddicono tra loro, e tutta la vicenda è un po’ troppo bella per essere vera. Chubb era facoltoso e fece davvero quell’acquisto all’asta, ma spendere quella cifra imponente per errore pare davvero improbabile. C’è un altro scenario forse più cinico e plausibile: considerate le umili origini di Chubb, l’acquisto di Stonehenge con successiva donazione potrebbe essere stato un espediente per acquisire rapidamente un titolo e il conseguente status sociale.

Sia come sia, grazie anche a Cecil Chubb oggi il sito fa parte del Patrimonio Mondiale UNESCO ed è visitato ogni anno da circa un milione di persone.

Fonti

The man who bought Stonehenge – and then gave it away, BBC, settembre 2015

Gift of Stonehenge to the Nation – letter from Cecil Chubb, Wiltshire Museum

Cecil Chubb’s Deed of Gift of Stonehenge, Sarsen.org

Dire le parolacce quando ti fai male è fisiologicamente benefico

Una ricerca pubblicata nel 2011 sul Journal of Pain (Richard Stephens e Claudia Umland, Swearing as a response to pain – Effect of daily swearing frequency. The Journal of Pain. Bish 12.12 (2011): 1274–1281) ha dimostrato che l’uso di parolacce può davvero produrre un efficace sollievo dal dolore a breve termine e che l’effetto è molto maggiore per le persone che non utilizzano parolacce regolarmente nella vita quotidiana.

Uno studio successivo pubblicato nel 2020 su Frontiers in Psychology (Richard Stephens e Olly Robertson, Swearing as a Response to Pain: Assessing Hypoalgesic Effects of Novel “Swear” Words. Front. Psychol., 30 April 2020 – Sec. Health Psychology – Volume 11 – 2020 indica inoltre che l’uso di parolacce convenzionali può aumentare la tolleranza al dolore del 33% rispetto all’uso di un linguaggio alternativo di parolacce inventate.

Stephens, docente senior di psicologia, e il ricercatore di dottorato Olly Robertson hanno condotto dei test per verificare se ripetere le parolacce fittizie twizpipe e fouch potesse essere efficace quanto pronunciare parolacce tradizionali nell’aiutare a tollerare il dolore.

La ricerca, finanziata da Nurofen, ha comportato la misurazione della soglia del dolore di 92 partecipanti che hanno tenuto le mani in un bagno di ghiaccio. La soglia del dolore è stata misurata cronometrando il tempo necessario per iniziare a sentire dolore, mentre la tolleranza al dolore è stata determinata dal tempo per il quale i partecipanti sono stati in grado di tenere le mani nell’acqua gelida.

Ogni partecipante ha affrontato la sfida quattro volte, ripetendo una delle parole di prova durante ogni tentativo. L’ordine delle parole era casuale, per evitare qualsiasi possibilità di distorsione dei risultati.

Lo studio ha scoperto che, sebbene pronunciare twizpipe e fouch provocasse reazioni emotive e umoristiche, queste parole avevano un impatto minimo nell’aiutare a sopportare il dolore, rispetto all’uso delle tradizionali parolacce che inducono analgesia da stress e aumentano la tolleranza al dolore del 33%.

Fonti aggiuntive: The Science of Why Swearing Reduces Pain, Wired.com, 2018; Only ‘traditional’ swearing improves our ability to tolerate pain, new study finds, Keele University, 2020.

Cento anni fa nasceva il “televisore”

Una foto d’epoca mostra il socio di Baird, Oliver Hutchinson, come lo presentava il “televisore”. È la prima foto mai scattata a un’immagine televisiva.

Quasi esattamente un secolo fa, il 28 gennaio 1926, il Times di Londra annunciava a pagina 9 la presentazione del cosiddetto “televisore” (televisor in originale) alla comunità scientifica.

Il Times raccontò così l’evento: [fonte: Bairdtelevision.com]

“Alcuni membri della Royal Institution e altre persone che hanno visitato un laboratorio situato in una stanza ai piani alti di Frith Street, a Soho, hanno assistito a una dimostrazione dell’apparecchio inventato dal signor J.L. Baird, il quale sostiene di aver risolto il problema della televisione. È stata loro mostrata una macchina trasmittente, costituita da un grande disco rotante in legno contenente delle lenti, dietro il quale si trovavano un otturatore rotante e una cellula fotosensibile. È stato spiegato che grazie all’otturatore e al disco con le lenti era possibile far passare ad alta velocità davanti alla cellula fotosensibile l’immagine di oggetti o persone poste davanti alla macchina. La corrente nella cellula varia in proporzione alla luce che la colpisce e questa corrente variabile viene trasmessa a un ricevitore, dove comanda una luce situata dietro un dispositivo ottico simile a quello posto all’estremità trasmittente. In questo modo, un punto luminoso percorre uno schermo di vetro smerigliato. La luce è fioca nelle ombre e brillante nelle zone luminose e percorre lo schermo così rapidamente che l’immagine intera appare simultaneamente all’occhio.”

“Ai fini della dimostrazione, la testa di un pupazzo da ventriloquo è stata manipolata come immagine da trasmettere, sebbene sia stato riprodotto anche il volto umano. Prima su un ricevitore nella stessa stanza del trasmettitore e poi su un ricevitore portatile in un’altra stanza, ai visitatori è stata mostrata una ricezione riconoscibile dei movimenti della testa del pupazzo e di una persona che parlava. L’immagine trasmessa era fioca e spesso sfocata, ma ha confermato l’affermazione secondo la quale attraverso il “Televisor”, come il signor Baird ha chiamato il suo apparecchio, è possibile trasmettere e riprodurre istantaneamente i dettagli del movimento e aspetti quali l’espressività del volto.”

“Resta da vedere fino a che punto gli ulteriori sviluppi porteranno il sistema del signor Baird verso un uso pratico. Egli ha a quanto pare superato i precedenti insuccessi nella costruzione di celle fotosensibili in grado di funzionare alla grande velocità richiesta, e ora che ha ottenuto il sostegno finanziario per il suo lavoro sarà in grado di migliorare e perfezionare il suo apparecchio. È stata presentata una richiesta al Ministro delle Poste per ottenere una licenza di trasmissione sperimentale e a breve potrebbero essere effettuate delle prove con il sistema da un edificio in St. Martin’s Lane.”

Nel 1980 il programma britannico Tomorrow’s World ricostruì una versione funzionante del televisore di Baird, un capolavoro di tecnologia steampunk.

Trascrivo il testo del servizio (più avanti trovate la mia traduzione):

About 50 years ago, a new gadget came on the market, the repercussions of which have affected almost everybody. Happily though, those of us who now work in the industry it helped to found no longer have to go through all this rigmarole every time we go to work. That gadget was a television set, and half a century
ago it demanded that those who appeared on it got properly made up. And that meant blue lips and lots of white face powder.

One of the pioneers of television was a Scotsman, John Logie Baird, and back in the 20s, using rather crude
apparatus, he succeeded in transmitting pictures over short distances. By 1930, “televisors”, as they were called, were on sale to the general public for about £26.

The picture was actually viewed down here, through a magnifying glass; and behind it, a screen about the size of a matchbox.

Next week, London Science Museum will open an exhibition covering 50 years of television and broadcasting. And we thought it appropriate for Tomorrow’s World to remember the Scotsman who made it all possible, by trying to transmit for the first time in 45 years a Baird-type television picture. And we’re going to do it on a lovingly recreated Baird system.

Now, his picture quality wasn’t very good by today’s standards, which is why I’m wearing all this makeup. Baird’s
picture was made up of 30 lines scanned vertically. And he did this with a beam of light and a rotating drum of mirrors, 30 mirrors in all. The performer sits in front of the mirrors, with the light beam scanning him. Two photocells then pick up the reflected light from his face and the signals are fed down a series of cables to a transmitter and on to the receiver, which contains a neon bulb.

Just in front is a metal disc, a spinning disc, and in it are thirty tiny holes, too small to see as it goes round. But as it spins, it should be possible to see the image of the performer looking through these holes, just level with a neon tube.

Incidentally, early television pictures were not black and white at all. They were pink, because of the color of the neon light. And what’s more, they’re so dim that our studio cameras are just not sensitive enough to do the job for us.

So, by way of contrast, perhaps, we’re using a piece of tomorrow’s world to look at the Baird image. It’s a new surveillance camera so sensitive that it can almost see in the dark.

So, that’s the setup. Let’s now try and make a television picture in the way they did it in the late 20s and early 30s. And I must say, first of all, it is the most peculiar experience sitting here with a light scanning your face 30 times a second. I suspect anybody suffering from epilepsy wouldn’t be able to tolerate this for very long.

Now, we have to do this in almost total darkness because the cells are extremely sensitive. So, let’s put all the studio lights out, switch on the Baird system, and up it comes. I center myself in the screen. Perhaps for the first time in 45 years, over the air, a picture of a television performer, yes, it’s me, on the Baird system.

And if you would like to know what it felt like to be a television star of the early 30s, well, you can try this for yourself if you visit the science museum in South Kensington when the exhibition opens. But I think you’ll have to bring your own dicky bow if you want to do the job properly. So, there it is. A little bit of history recreated on Tomorrow’s World. And until next week, from all of us in the studio, good night.

Traduzione:

Circa 50 anni fa fu introdotto sul mercato un nuovo dispositivo, le cui ripercussioni hanno influenzato quasi tutti. Fortunatamente, quelli di noi che ora lavorano nel settore che ha contribuito a fondare non devono più affrontare tutte queste complicazioni ogni volta che si recano al lavoro. Quel dispositivo era un televisore, e mezzo secolo fa richiedeva che coloro che apparivano sullo schermo fossero adeguatamente truccati. Questo voleva dire labbra blu e una notevole quantità di cipria bianca.

Uno dei pionieri della televisione fu uno scozzese, John Logie Baird, che negli anni 20 del Novecento, utilizzando apparecchiature piuttosto rudimentali, riuscì a trasmettere immagini su brevi distanze. Già nel 1930 i “televisori”, come venivano chiamati, erano in vendita al pubblico a circa 26 sterline.

L’immagine veniva in realtà visualizzata qui sotto, attraverso una lente d’ingrandimento, e dietro di essa c’era uno schermo delle dimensioni di una scatola di fiammiferi.

La prossima settimana, il Museo della Scienza di Londra inaugurerà una mostra che ripercorre 50 anni di televisione e trasmissioni televisive. Abbiamo ritenuto opportuno che Tomorrow’s World ricordasse lo scozzese che rese possibile tutto questo cercando di trasmettere per la prima volta in 45 anni un’immagine televisiva di tipo Baird. Lo faremo utilizzando un sistema Baird ricreato con cura.

La qualità dell’immagine non era molto buona per gli standard odierni, ed è per questo indosso tutto questo trucco. L’immagine di Baird era composta da 30 linee scansionate verticalmente. Lo faceva utilizzando un raggio di luce e un tamburo rotante dotato di specchi, 30 specchi in tutto. L’artista si siede davanti agli specchi, con il raggio di luce che lo scansiona. Due fotocellule captano la luce riflessa dal suo viso e i segnali vengono trasmessi attraverso una serie di cavi a un trasmettitore e poi al ricevitore, che contiene una lampada al neon.

Proprio davanti c’è un disco di metallo, un disco rotante, e al suo interno ci sono trenta piccoli fori, troppo piccoli per essere visti mentre gira. Tuttavia, mentre gira, dovrebbe essere possibile vedere l’immagine dell’artista guardando attraverso questi fori, proprio all’altezza di un tubo al neon.

Fra l’altro, le prime immagini televisive non erano affatto in bianco e nero. Erano rosa, a causa del colore della lampada al neon. Inoltre sono così fioche che le nostre telecamere da studio non sono abbastanza sensibili per svolgere il loro compito.

Quindi, per contrasto forse, stiamo utilizzando un pezzo del mondo di domani per guardare l’immagine di Baird. Si tratta di una nuova telecamera di sorveglianza così sensibile da poter quasi vedere al buio.

Quindi questa è la configurazione. Proviamo ora a realizzare un’immagine televisiva come si faceva alla fine degli anni ’20 e all’inizio degli anni ’30. Devo dire, prima di tutto, che è un’esperienza molto particolare stare seduti qui con una luce che ti illumina il viso 30 volte al secondo. Immagino che chi soffre di epilessia non riuscirebbe a tollerarlo a lungo.

Dobbiamo farlo quasi nel buio totale perché le fotocellule sono estremamente sensibili. Quindi, spegniamo tutte le luci dello studio, accendiamo il sistema Baird ed ecco che appare. Mi metto al centro dello schermo. Forse per la prima volta in 45 anni, in onda, l’immagine di un personaggio televisivo, sì, sono io, sul sistema Baird.

E se volete sapere come ci si sentiva ad essere una star televisiva dei primi anni ’30, beh, potete provarlo voi stessi visitando il museo della scienza a South Kensington quando aprirà la mostra. Tuttavia, credo che dovrete portarvi un vostro papillon se volete fare le cose per bene. Ecco qua. Un po’ di storia ricreata a Tomorrow’s World. E fino alla prossima settimana, da tutti noi in studio, buona sera.

Niente Panico RSI – Puntata del 2025/10/06

Ultimo aggiornamento: 2025/10/13 19:40.

È andata in onda lunedì scorso una nuova puntata in diretta di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi (e stavolta anche GG) sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La trasmissione è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Qui sotto trovate approfondimenti e fonti di alcuni dei temi che abbiamo affrontato nella puntata.

Asteroide potrebbe colpire la Luna nel 2032, detriti pericolosi per i nostri satelliti

L’asteroide 2024 YR4 misura circa 60 metri; non è in rotta di collisione con la Terra, ma i calcoli aggiornati suggeriscono una piccola ma reale possibilità, circa il 4%, che possa schiantarsi sulla Luna il 22 dicembre 2032. Un impatto lunare creerebbe un cratere con un diametro compreso fra 500 metri e 2 chilometri e potrebbe scagliare nello spazio circa 100.000 tonnellate di detriti, aumentando enormemente il numero di micrometeoroidi nelle vicinanze della Terra.

Una nube di detriti di questa portata potrebbe mettere in pericolo i satelliti, i telescopi spaziali e persino gli astronauti a bordo di veicoli spaziali o della Stazione Spaziale Internazionale. Un nuovo studio esplora le opzioni di difesa, compresi gli impattatori cinetici come la missione DART della NASA o, in modo più radicale, l’uso di un dispositivo nucleare per spingere o frantumare l’asteroide.

Una finestra di lancio si aprirebbe alla fine del 2029, ma qualsiasi intervento comporta dei rischi: non si conosce ancora la massa esatta dell’asteroide e un errore di calcolo potrebbe avvicinarlo alla Terra.

Le incertezze attuali verranno ridotte nel 2028, quando la traiettoria dell’asteroide lo porterà ad avvicinarsi alla Terra (a distanza di sicurezza, comunque).

I dettagli sono nell’articolo scientifico in preprint intitolato Analysis of deflection and disruption options for asteroid 2024 YR4, datato 15 settembre 2025 ma al momento non disponibile online (o perlomeno io non riesco a trovarlo; forse è questo con un titolo leggermente differente, Space Mission Options for Reconnaissance and Mitigation of Asteroid 2024 YR4).

Perché molti personaggi dei cartoni animati indossano guanti bianchi?

È una cosa alla quale raramente si fa caso perché è una caratteristica diffusissima, ma molti personaggi dei cartoni animati indossano guanti bianchi, e lo fanno in molti casi anche quando non rappresentano persone ma sono animali. Perché Bugs Bunny, un coniglio, indossa questi guanti?

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Bugs Bunny. Fonte: Wikipedia.

La giustificazione tecnica è che i guanti bianchi creano un netto contrasto con la maggior parte degli sfondi e dei corpi dei personaggi, rendendo le mani molto più facili da vedere e seguire durante il movimento. Questo era particolarmente importante nei primissimi cartoni animati, che erano in bianco e nero e quindi non potevano usare le sfumature di colore per rendere più leggibili le scene e più comprensibile l’azione. Inoltre un guanto è più semplice da disegnare rispetto a una mano, che ha unghie, nocche, pieghe della pelle e tanti altri dettagli.

Ma c’è anche un’altra ragione meno tecnica: i primi cartoni animati si ispirarono ai cosiddetti minstrel show, una forma di spettacolo da palcoscenico nato negli Stati Uniti durante l’Ottocento, che consisteva in una miscela di sketch comici, varietà, danze e musica e veniva interpretato da attori bianchi con la faccia dipinta di nero, cioè in blackface. Questi spettacoli rappresentavano i neri in maniera stereotipata e quasi sempre offensiva, presentandoli come ignoranti, pigri e superstiziosi. In altre parole, erano spettacoli totalmente razzisti. Il colore di Topolino o di Felix il Gatto non è casuale, insomma.

Nei minstrel show gli artisti indossavano appunto guanti bianchi, allo scopo di rendere visibili al pubblico i movimenti delle loro mani, e gli animatori degli anni Venti e Trenta del secolo scorso mantennero questa caratteristica nei loro personaggi. Oggi questo riferimento culturale profondamente discutibile si è perso e molti personaggi dei cartoni animati moderni (Sonic, Mario) indossano guanti puramente per tradizione iconografica del mondo dell’animazione e per i motivi tecnici che ho citato prima.

Per chi volesse saperne di più, ci sono libri come Birth of an Industry: Blackface Minstrelsy and the Rise of American Animation, di Nicholas Sammond (2015) [Google Books; Duke University Press], che ha un ricco sito di approfondimento contenente spezzoni di cartoni animati di Topolino degli anni Trenta che sbandierano disinvoltamente un razzismo agghiacciante. Altri libri che permettono di non dimenticare queste origini poco edificanti di personaggi che abbiamo normalizzato sono elencati presso Academia.edu. Ci sono anche i documentari Ethnic Notions, che ha vinto un Emmy nel 1988 [Wikipedia], e Color Adjustment, entrambi di Marion Riggs [Archive.org]. Con il clima politico statunitense attuale, c’è da chiedersi per quanto tempo resteranno ancora disponibili.

L’origine bizzarra del tema musicale di James Bond

Grazie al programma Quite Interesting della BBC ho scoperto una chicca davvero sorprendente che riguarda il celeberrimo tema musicale che identifica James Bond: quello che potete sentire qui sotto, suonato dalla chitarra elettrica, da 0:08 a 0:21.

Quel tema è tratto da questo brano, Bad Sign, Good Sign, eseguito in stile indiano:

Non è una coincidenza o una teoria: è un fatto storicamente assodato. Ma non è plagio, perché fu la stessa persona a comporre entrambi i brani. La persona in questione è Monty Norman: aveva scritto Bad Sign, Good Sign per un musical che non ebbe grande successo. Quando gli fu commissionata la colonna sonora di Dr. No (Agente 007 licenza di uccidere, 1962), riprese la melodia di quel musical e la rielaborò in quello che oggi conosciamo tutti come il tema di James Bond. E ora non riuscirete mai più a vedere un film di 007 senza pensare a questa versione indianeggiante [Montynorman.com].

Un regalo di compleanno insolito e speciale: i miei programmi radio di 40 anni fa, restaurati

Come avevo raccontato in un articolo del 2021, tanti anni fa, in una galassia lontana lontana, avevo una ventina d’anni e facevo il DJ nelle radio private della zona di Pavia, dove abitavo, e producevo anche un programma musicale in inglese per un’emittente “pirata” olandese in onde medie e onde corte, World Music Radio. In Italia conducevo i programmi con il mio nome e cognome, mentre per World Music Radio avevo adottato il nom de microphone John Sinclair.

Andrea, amico di lunghissima data, appassionato di radio, è l’erede dell’archivio programmi di WMR e gestore dell’incarnazione attuale di questa stazione, WMR Classic, che ritrasmette i programmi storici dei suoi conduttori. Per il mio compleanno, il 28 settembre, ha previsto insieme all’amico e collega Adriano un palinsesto speciale:

  • dalle 9:00 alle 11:00 – Speciale John Sinclair
  • dalle 12:00 alle 22:20 circa – Speciale John Sinclair

Andrea ha pazientissimamente restaurato tutti i programmi, ripulendo l’audio originale e sostituendo i brani musicali (fortemente compressi e distorti dai riversamenti analogici che si facevano a quei tempi) con le loro versioni digitalizzate. Il risultato è davvero notevole e molto ascoltabile, soprattutto se vi piace la musica degli anni Ottanta.

Se vi va, potete seguire lo speciale in onde medie sui 927 kHz (1 kW) da Milano, con copertura Nord Italia e parte del Canton Ticino, oppure in streaming:

https://www.getmeradio.com/stations/power927milano-8553/ (slot illimitati)
https://www.getmeradio.com/stations/wmrclassic-8810/ (20 slot disponibili)

Buon ascolto e buon divertimento, per citare il compianto Leonardo “Leopardo” Re Cecconi di Radio Milano International, e grazie ad Andrea e Adriano per questo regalo molto speciale!

Una foto dell’epoca in cui trasmettevo a Pavia Radio City. All’epoca ti accontentavi di due giradischi, due lettori di audiocassette, un microfono e un mixer. Sì, avevo i capelli lunghi e ricci.

Eventi informatici interessanti in Ticino

25 settembre, ore 17-18.30 al Campus Est USI-SUPSI (Sala Polivalente), Lugano Viganello: Commodore, Sinclair, Atari – i computer che si collegavano alla TV. Entrata libera ma gradita la prenotazione al seguente link: https://form-dti.app.supsi.ch/form/view.php?id=585583. Nell’incontro si parlerà dell’impatto che l’Home computing ha avuto sul successivo sviluppo dell’informatica, stimolando la creazione di programmi, videogiochi e le prime forme di arte digitale. Interverranno: Sandro Pedrazzini, Sergio Gervasini, Fabio Guido Massa e Stefania Calcagno.

27 settembre-19 ottobre alla Villa Santa Lucia, via Santa Lucia 22, Melano (zona Lido): Mostra CTRL+Cinema: storia dei computer dentro e fuori lo schermo. La mostra non è solo un’esposizione di computer vintage, ma è un portale verso il futuro che immaginavamo. Ingresso gratuito. Orari e dettagli al link: www.esocop.org/ctrlcinema.

Account Paypal veri che sembrano falsi, mistero di famiglia risolto

Le eredità digitali sono un gran casino. Chiunque si sia trovato a gestire un lutto in famiglia oggi si trova confrontato con una sfida in più: districarsi nei vari account social e di servizi online di chi non c’è più e difficilmente ha lasciato istruzioni dettagliate e aggiornate su cosa sono e cosa farne. Con la spedizione delle bollette via mail e le comunicazioni delle aziende che arrivano sempre più spesso via WhatsApp, c’è il rischio di trovarsi con pagamenti in sospeso, multe e sanzioni di cui non si sa nulla. Viceversa, ci possono essere soldi custoditi online, sotto forma di conti PayPal o in criptovalute, che può essere interessante recuperare.

Tutto questo è ovviamente un territorio di caccia molto fertile per i truffatori, per cui a gennaio scorso, quando ho ricevuto delle mail a prima vista provenienti da Paypal sulla casella di mail di mio padre (morto cinque anni fa), con un invito a leggere e accettare le condizioni di contratto aggiornate, ho pensato subito a un classico phishing e le ho ignorate, sapendo che mio padre non era assolutamente il tipo di persona che avrebbe aperto un conto Paypal. E se anche l’avesse fatto, ne avrebbe preso nota (rigorosamente su carta, insieme a tutte le sue password). Nessuno in famiglia ne sapeva nulla.

Ma le mail hanno continuato ad arrivare, e il mittente sembrava essere realmente Paypal, per cui mi sono incuriosito. Vi racconto questa vicenda perché potrebbe essere utile per altre persone che si trovano nella mia stessa situazione.

Ho cercato in lungo e in largo, anche con strumenti di informatica forense, nei backup e nelle immagini disco che avevo fatto dei dispositivi di mio padre, ma non ho trovato la minima menzione di un account Paypal. Non avendo la password dell’account non potevo entrare nel conto; avendo la mail, potevo farmi mandare un link di reset della password, cosa che ho fatto. Il link mi è arrivato e portava effettivamente al sito di Paypal, che accettava la richiesta di reset di un conto associato alla mail di mio padre, a conferma che l’account era reale e non si trattava di un phishing.

Ma è emerso che l’account era protetto dall’autenticazione a due fattori (2FA), per cui il link di reset richiedeva il codice numerico temporaneo che veniva mandato via SMS. Il mistero si è quindi infittito, per due ragioni: mio padre non usava mai la 2FA, nonostante le mie perenni suppliche di mettersi in sicurezza, e il numero di telefono associato all’account (che potevo vedere in parte durante la procedura di reset) era un numero fisso, quello della sua abitazione, sul quale sarebbe stato impossibile anche per lui ricevere un SMS di autenticazione. La situazione non aveva alcun senso logico.

A questo punto mi trovavo con un account Paypal confermato come reale, in apparenza intestato a mio padre, ma inaccessibile. Non era phishing, non sembrava un account creato da mio padre; quindi come altro si poteva spiegare questo stato di cose?

La mia prima ipotesi è stata che si trattasse di un account aperto fraudolentemente a suo nome. Il suo indirizzo di mail e il suo numero di telefono erano facilmente reperibili online; qualcuno potrebbe averli usati per creare un account per qualche truffa. Nel qual caso su quel conto potevano esserci dei soldi… Non miei, certo, ma comunque soldi, da restituire se possibile ai derubati.


La cosa è rimasta ferma per qualche mese, intanto che ci rimuginavo sopra e inseguivo le infinite emergenze di lavoro e di famiglia che sembrano costellare la mia vita da qualche anno (a proposito, scusate se scrivo poco su questo blog ultimamente, ma sto facendo fatica a stare a galla in termini di risorse mentali e di sonno).

Qualche giorno fa è arrivata sulla casella di mail di mio padre l’ennesima mail di Paypal che mi ricordava di accettare le condizioni di contratto aggiornate, e così ho deciso di andare a fondo della questione. Invece di chiedere il reset della password, ho tentato di entrare nell’account Paypal usando le varie password che adoperava mio padre; tentativo disperato, lo so, soprattutto se l’account era stato aperto da un truffatore, ma non mi restavano altre vie percorribili.

Dopo alcuni tentativi falliti, bingo! Non sono riuscito a entrare nell’account, ma mi è comparso l’invito a contattare Paypal per risolvere il problema di accesso. Fra i metodi di contatto c’era anche un numero di telefono, e ho provato a usarlo: spiegare a voce tutta la situazione sarebbe stato infinitamente più facile che farlo per iscritto, e avrei potuto fornire subito eventuali elementi di autenticazione.

Il numero è 800 975 345 per chi chiama dall’Italia da telefono fisso. Per chiamare da cellulare o dall’estero, il numero di Paypal è +39 06 8938 6461. Gli operatori rispondono dalle 9 alle 19.30 italiane.

Ovviamente, da informatico che documenta truffe da una vita, mi sono messo nei panni di un operatore Paypal che riceve da un numero svizzero una telefonata del tipo “Salve, sono l’erede del signor Taldeitali ma non ho la password del suo account, mi può aiutare a prenderne il controllo?” e mi sono reso conto che le probabilità di essere creduto sulla parola per telefono erano veramente esigue. Ma valeva la pena di tentare.

L’operatore che mi ha risposto, Khaled, è stato gentilissimo e molto preciso. Gli ho spiegato con calma la situazione, sottlineando che non mi interessava accedere al conto, almeno per il momento, ma volevo solo sapere se era stato aperto fraudolentemente a nome di mio padre oppure no, perché non riuscivo a immaginare mio padre come titolare di un account Paypal, oltretutto segreto.

L’operatore evidentemente aveva già gestito situazioni di questo tipo e ha individuato molto rapidamente la ragione per cui esisteva l’account Paypal. Non ci sarei mai arrivato da solo. Sì, mio padre aveva davvero un account Paypal, aperto da lui e creato il 3 settembre 2007.

Spoiler: il saldo era zero.


Ho chiesto subito all’operatore se poteva dirmi se il saldo era zero o maggiore di zero, in modo da poter decidere se valesse la pena di avviare la procedura legale di subentro. Nota tecnica: credo che sia importante essere precisi nel formulare le domande, in casi come questi, per non chiedere all’operatore dati che per regolamento o legge non può dare, per cui non ho chiesto il saldo esatto. L’operatore mi ha risposto volentieri che il saldo era appunto zero.

Ma l’operatore mi ha dato anche un’informazione che ha fatto subito quadrare tutti gli indizi: ha detto che l’account era stato aperto automaticamente quando mio padre aveva acquistato una tessera prepagata di Lottomatica. Questo è stato il mio “momento a-HA!”.

Mio padre, infatti, era un accanito giocatore del lotto, con alterne fortune. Aveva perfettamente senso che avesse acquistato una prepagata e che con l’occasione avesse dato il proprio indirizzo di mail e numero di telefono. Aveva sì un account Paypal, ma non sapeva nemmeno di averlo, tant’è che non lo aveva mai confermato per attivarlo pienamente.

E così ora non mi resta che mandare una mail a Paypal, con una copia del certificato di morte, per chiudere l’account e mettere la parola fine a un piccolo mistero di famiglia.

Morale della storia: la realtà è sempre più complessa di quello che si immagina, anche quando si è abituati a pensare che sia complessa. E a volte dietro una mail che sembra phishing c’è una situazione autentica. Questo non vuol dire che si deve abbassare la guardia: i truffatori sono sempre in agguato.

Spero che questo racconto possa essere utile a qualcuno.


Piccola storia di Arthur, stregato dai misteri

Ieri ero a Como per il convegno sui misteri che avevo preannunciato; è stato interessantissimo dall’inizio alla fine e spero che vengano pubblicati i video degli interventi.

Nota a margine: grazie all’esperta di criminologia Marianna Cuccuru, che ha parlato dei misteri di Jack lo Squartatore, d’ora in poi riguarderò la Serie Classica di Star Trek con occhi differenti (è complicato; chi c’era, sa), e grazie a Pierluigi Panza, che ha raccontato i misteri della vita di Raffaello, non riuscirò più a guardare un quadro senza notare la posizione delle dita delle mani nei ritratti di donna di quel periodo storico, che ha tutto un codice di significati (anche qui, chi c’era, sa). E la visita privata all’hangar storico di idrovolanti accanto allo Yacht Club è stata una chicca assoluta.

Nel mio intervento ho raccontato una chicca che ho scoperto facendo ricerche per questo convegno. Molti di voi conosceranno il mito e il mistero della Mary Celeste, un brigantino canadese di 31 metri che a dicembre del 1872 fu trovato alla deriva, senza nessuno a bordo, malconcio ma galleggiante, nell’Atlantico del nord, trascinato dalle correnti verso lo Stretto di Gibilterra. Tutto indicava che la nave fosse stata abbandonata in fretta e furia pur non essendo a rischio di affondare. Nessuna delle dieci persone a bordo fu mai ritrovata e la Mary Celeste divenne un caso classico di nave fantasma.

La Mary Celeste quando ancora si chiamava Amazon, in un dipinto di artista ignoto, forse Honoré Pellegrin.

La vicenda della Mary Celeste colpì l’attenzione di Arthur, un giovane medico britannico, che undici anni dopo ne scrisse una versione romanzata, un racconto breve intitolato J. Habakuk Jephson’s Statement, che fu pubblicata nel 1884 e creò molto scalpore nell’opinione pubblica.

Fu il primo successo letterario del giovane Arthur, che tre anni dopo iniziò a pubblicare i suoi racconti di un detective dei misteri che usava il suo acume, la sua logica e il suo spirito d’osservazione per risolvere casi impossibili. Il cognome del giovane medico era Conan Doyle, e il suo detective era, ovviamente, Sherlock Holmes.

Il merito del persistere della leggenda della Mary Celeste (tanto da essere citata in tempi recenti anche in Doctor Who) è in gran parte suo.

Fonte: Maritime Museum of the Atlantic.

Podcast RSI – Novità da Meta: interoperabilità, accuse di intercettazione dei rivali, il gioco nascosto dentro Instagram

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de
Il Disinformatico
della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto:
lo trovate
qui sul sito della RSI
(si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare
qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite
iTunes,
Google Podcasts,
Spotify
e
feed RSS.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle
fonti di questa puntata, sono qui sotto.

Da pochi giorni Threads, l’app di messaggistica di Meta, permette di scambiare
messaggi anche con chi non ha Threads: è insomma diventata
interoperabile, e anche WhatsApp e Messenger stanno abbattendo le
barriere di compatibilità. È una rivoluzione silenziosa nel modo in cui usiamo
Internet. Ma non è l’unica notizia che ci arriva da Meta: c’è un’azione
legale, negli Stati Uniti, che accusa i massimi dirigenti di Meta di aver
violato le leggi sulla concorrenza e sulla riservatezza delle comunicazioni
pur di riuscire ad acquisire dati sulle attività del rivale Snapchat.

Benvenuti alla puntata del 29 marzo 2024 del Disinformatico, il podcast
della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane
dell’informatica e in particolare, questa volta, a notizie che arrivano da
Meta, come quella del giochino nascosto nell’app di Instagram. Se vi interessa
sapere come attivare questo gioco, magari per stupire gli amici, restate in
ascolto. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Meta entra davvero nel fediverso

Immaginate di poter usare una sola app per postare contemporaneamente su tutti
i social network e per scambiare messaggi con chiunque usi un social diverso
da quello che usate voi. Da WhatsApp potreste scrivere a chi sta su Messenger
o Mastodon e viceversa, per esempio. Invece di tenere sul telefono tante app
di messaggistica differenti e doversi ricordare che Mario è su Telegram e
Piera sta su Snapchat e saltare in continuazione da un’app all’altra, potreste
semplicemente scegliere una di queste app e usarla per comunicare con tutti.

Sarebbe bello, e sta cominciando a diventare realtà. Meta ha
annunciato
pochi giorni fa che la sua app Threads è ora in grado di scambiare messaggi
con qualunque social network che usi lo standard ActivityPub, come per esempio
Mastodon. E su un binario differente, anche WhatsApp e Messenger stanno
diventando
interoperabili con le app di messaggistica di altri gestori: in altre
parole, stanno diventando capaci di scambiare messaggi con utenti che usano
piattaforme differenti, a condizione che usino il protollo standard Signal o
un suo equivalente.

Nel caso di Threads, questa interoperabilità è già attiva adesso per gli
utenti che abbiano più di 18 anni, abbiano profili pubblici e abbiano account
basati negli Stati Uniti, in Canada o in Giappone; gli altri paesi seguiranno
a breve. È una funzione opzionale: per attivarla occorre andare nelle
impostazioni dell’account Threads, leggere la spiegazione di cos’è il
fediverso, e poi cliccare sul pulsante di attivazione. Per WhatsApp e
Messenger, invece, bisognerà aspettare che i gestori delle altre piattaforme
sottoscrivano gli accordi tecnici con Meta. Ma a parte questo, sembra che
tutto sia pronto. Anche in questo caso sarà il singolo utente a decidere se
attivare o meno questa possibilità di comunicare con una sola app verso
piattaforme di messaggistica differenti.

Questo crollo dei muri di incompatibilità che per anni hanno tenuto in ostaggi
gli utenti, che erano costretti a usare una specifica piattaforma e app, non
avviene per caso. È merito della pressione dell’Unione Europea sui grandi
social network, applicata anche tramite la nuova legge europea, il Digital
Markets Act o DMA, entrato da poco in vigore, che obbliga Meta e gli altri
gestori a diventare compatibili tra loro e abbattere questo ostacolo alla
libera concorrenza.

Ci vorrà ancora parecchio tempo prima che si arrivi all’interoperabilità
completa, anche perché ci sono ostacoli tecnici notevoli da superare, ma la
tendenza è ormai chiara e inarrestabile, con una notevole semplificazione una
volta tanto a favore di noi utenti.

Fonte aggiuntiva:
TechCrunch.

Se sei su Snapchat, YouTube o Amazon, forse Facebook ti ha spiato

Un’azione legale in corso negli Stati Uniti ha rivelato che Facebook aveva un
progetto segreto concepito per sorvegliare gli utenti del rivale Snapchat, che
poi si è esteso a coprire anche YouTube e Amazon. La vicenda risale al 2016,
quando Snapchat stava avendo un boom di utenti e Mark Zuckerberg, allora CEO
di Facebook (oggi Meta), voleva a tutti i costi informazioni sul traffico di
dati degli utenti di Snapchat, le cosiddette analytics, per capire i
motivi del successo del concorrente e sviluppare prodotti che potessero
arginarlo. Ma queste informazioni non erano disponibili, perché Snapchat usava
la crittografia per proteggere il proprio traffico di dati.

Così la società Onavo, acquisita da Facebook tre anni prima, fu incaricata di
sviluppare una soluzione a questo problema: un kit che veniva installato sui
dispositivi iOS e Android per intercettare il traffico prima che
venisse crittografato, usando un attacco di tipo
man in the middle tipicamente adoperato dai malintenzionati.

Questo kit fu distribuito da altre aziende come se fosse un loro prodotto, con
un loro marchio distinto, in modo che fosse difficile ricollegare i vari
prodotti alla singola fonte, ossia Onavo. Inoltre a volte gli utenti più
giovani di Snapchat venivano pagati fino a 20 dollari al mese ciascuno per
accettare di installare questi kit spioni, presentati agli utenti come se
fossero delle VPN, sotto il nome di
Onavo Protect: questo comportamento fu segnalato pubblicamente dal sito
TechCrunch
e denunciato dalla commissione australiana per la concorrenza e poco dopo
Facebook chiuse il progetto, che era stato attivato nel 2016 per intercettare
il traffico di Snapchat e poi era stato esteso a YouTube nel 2017 e ad Amazon
nel 2018, creando anche certificati digitali falsi per impersonare server
fidati di queste aziende e decifrare i dati sul traffico degli utenti,
passandolo a Facebook.

L‘azione legale attualmente in corso chiarirà colpe e responsabilità dal punto
di vista tecnico e giuridico, ma le dichiarazioni interne degli addetti ai
lavori di Facebook, rese pubbliche dagli atti della
class action intentata da utenti e inserzionisti pubblicitari, sembrano
piuttosto inequivocabili.

Non riesco a pensare a una sola buona ragione per dire che questa cosa è a
posto”
, aveva scritto per esempio in una mail interna Pedro Canahuati, all’epoca
responsabile principale per l’ingegneria di sicurezza di Facebook. I
responsabili della sicurezza dell’azienda, insomma, erano contrari a questo
tipo di comportamento, ma furono scavalcati.

Oltre alla prassi discutibilissima di presentare un software di sorveglianza
dicendo che si tratta solo di una VPN, cioè di una cosa che gli utenti
interpretano come un prodotto che protegge la privacy delle loro
attività online, c’è anche il problema che secondo gli inserzionisti
pubblicitari Facebook approfittò dei dati intercettati usando questo software,
per imporre costi di inserzione ben più alti di quelli che avrebbe potuto
chiedere in un mercato non alterato. Tutte cose da ricordare la prossima volta
che Meta fa promesse di privacy ai suoi
tre miliardi e mezzo
di utenti.


Fonte aggiuntiva:
Ars Technica.

Il giochino nascosto in Instagram

E per finire, una piccola chicca che forse alcuni di voi conoscono già: negli
ultimi aggiornamenti dell’app di Instagram c’è un gioco nascosto, che richiama
un po’ i vecchi videogiochi come Breakout o Pong. C‘è un emoji che si muove
sullo schermo e c’è in basso un cursore scuro da usare con un dito per parare
quell’emoji ed evitare che cada, facendolo rimbalzare il più a lungo possibile
sullo schermo. Man mano che riuscite a continuare queste parate, l’emoji si
muove sempre più velocemente.

Per accedere a questo giochino nascosto bisogna inviare un messaggio diretto a
qualcuno, scrivendo in quel messaggio un singolo emoji, quello con il quale
desiderate giocare. Magari è il caso anche di avvisare la persona a cui
mandate questo messaggio che non state mandand emoji a caso. Dopo averlo
inviato, toccate l’emoji e si avvierà il gioco. Un altro modo per rivelare il
gioco è cliccare su un emoji inviato da qualcun altro tramite messaggio
diretto. A quanto pare il gioco non è ancora disponibile a tutti gli utenti,
per cui provate e vedete cosa succede. Buon divertimento!

Fonte:
TechCrunch.