Questo articolo contiene anticipazioni sugli avvenimenti della seconda
stagione di Star Trek: Picard. Se non volete conoscerle, non leggete oltre. Non ci saranno ulteriori
avvertimenti 🙂.
Nella quinta puntata Q mostra a… qualcuno un biglietto da visita sul
quale c’è un numero di telefono:
Diversamente dai numeri usati abitualmente nei telefilm, che sono quasi sempre
finti (iniziano col prefisso 555), questo corrisponde a un numero reale. Cosa succede se lo si chiama? Questo (ho provato personalmente, essendo oggi il primo d’aprile temevo si trattasse di una burla):
La voce inimitabile di John DeLancie (che interpreta Q) dice: “Hello! You have reached the Q Continuum. We are unable to get to the phone right now, because we are busy living in a plane of existence your feeble, mortal mind cannot possibly comprehend. Furthermore, it’s pointless to leave a message, because we of course already knew that you would call, and we simply do not care. Have a nice day.”
Sempre nella stessa puntata, a 1m46s, c’è un bel riferimento nascosto alle missioni Apollo (che verranno poi citate esplicitamente nel corso dell’episodio):
L’allarme 1202 è quello che storicamente, durante il primo allunaggio nel 1969, causò non poche preoccupazioni agli astronauti: indicava un sovraccarico del computer di bordo, causato da un eccesso di compiti da svolgere (executive overload), a sua volta provocato da un errore di impostazione degli strumenti di bordo. Il computer era progettato così bene che riuscì a risolvere il problema con una serie di riavvii istantanei senza perdere il controllo del veicolo di allunaggio. A Terra il Controllo Missione sapeva di questa cosa e disse agli astronauti di proseguire lo stesso la manovra di discesa. Trovate una spiegazione più dettagliata in italiano qui su Tranquillity Base.
Siete in ufficio? Allora scommettiamo che entro un minuto vi farò alzare
ripetutamente dalla vostra sedia, e che i vostri colleghi presto faranno
altrettanto.
Molti utenti di computer hanno notato che ogni tanto, a caso, i loro monitor
si spengono per qualche istante e poi si riaccendono. Questo succede in
particolare con i grandi monitor piatti che sono molto popolari da qualche
anno (e succede anche a me nel mio ufficio, dove non ho moquette).
È una scocciatura breve ma persistente, anche perché non si riesce a trovarne
la causa. Si pensa
spesso a un cavo video che non fa contatto correttamente, a un difetto di
fabbricazione del monitor, a un aggiornamento del driver video riuscito male,
alla modalità di risparmio energetico o a un problema di alimentazione
elettrica, e può anche darsi che uno di questi fattori sia la causa della
magagna, ma spesso non è così.
Una delle cause probabili, infatti, è sotto di voi: la vostra poltrona. Se
avete una di quelle poltrone per ufficio che hanno una cosiddetta molla a gas, ossia hanno un meccanismo che le fa abbassare dolcemente
quando vi sedete, tenete presente che questi meccanismi producono un forte
impulso elettromagnetico, soprattutto quando l’utente si alza dalla sedia, e
questo impulso può essere così potente da causare la perdita di sincronismo
del segnale video.
Questo fenomeno inaspettato è documentato da vari video su YouTube e anche
nelle istruzioni di alcune aziende specializzate nella produzione di monitor e
accessori per monitor, come Displaylink, che cita
proprio le molle a gas delle poltrone per ufficio e menziona anche un documento tecnico di indagine
sul problema, proponendo anche una soluzione: sostituire i cavi video con
altri cavi dotati di un anello di ferrite.
Surprisingly, we have also seen this issue connected to gas lift office
chairs. When people stand or sit on gas lift chairs, they can generate an EMI
spike which is picked up on the video cables, causing a loss of sync. If you
have users complaining about displays randomly flickering it could actually be
connected to people sitting on gas lift chairs. Again swapping video cables,
especially for ones with magnetic ferrite ring on the cable, can eliminate
this problem. There is even a white paper
about this issue.
Allora, ho vinto la scommessa? Adesso potete farla voi con i vostri colleghi.
Buon divertimento.
Allerta spoiler: questo articolo descrive il finale del libro 1984 di George Orwell. Se non volete sapere come finisce il romanzo,
non leggete oltre.
Adoro scoprire qualcosa che ribalta le mie certezze e amplia le mie
conoscenze. Avete presente 1984 di George Orwell? Il romanzo famoso per
la sua visione apocalitticamente pessimista di una dittatura che controlla le
persone attraverso una sorveglianza continua e ossessiva e una continua,
opprimente riscrittura del passato e una neolingua fatta appositamente
per impedire pensieri sovversivi?
La narrazione nel romanzo si conclude (allerta spoiler) con la resa
totale del protagonista, Winston Smith, che subisce un memorabile lavaggio del
cervello. Il regime sembra destinato a durare per sempre, impermeabile a
qualunque tentativo di ribellione.
“Se vuoi un‘immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano — per sempre” gli dice fiero e inesorabile uno dei suoi torturatori.
È un finale forte, duro, che ha contribuito non poco a imprimere nella cultura
i concetti di 1984. Ma non è il vero finale.
Questo thread
su Twitter, infatti, fa notare che l’appendice linguistica al libro (Principles of Newspeak o Principi di Neolingua, disponibile qui in inglese), che molti non leggono (o leggono distrattamente), contiene alcune
rivelazioni annidate tra le righe. Traduco e riassumo il thread.
L’appendice è scritta da storici nel futuro nell’universo del romanzo, e
questi storici descrivono un sistema (la Neolingua) che è scomparso. Vuol
dire che il regime (Ingsoc o Socing nell’edizione italiana) è
crollato, e suggerisce che sia crollato prima del 2050. In altre parole, 1984 ha una specie di lieto fine.
L’appendice dice che la Neolingua descritta in 1984 è raccolta nella
nona e decima edizione del dizionario di Neolingua e che l’undicesima
edizione fu quella finale. Non si sa quando il Partito è salito al
potere o ha dato il via alla Neolingua, ma se è già arrivato alla decima
edizione nel 1984 o giù di lì e il Partito non sale al potere prima del
1959, allora le edizioni vengono pubblicate al massimo ogni tre o quattro
anni. Se la decima edizione viene pubblicata all’incirca nell’epoca degli
eventi descritti nel libro e il Socing dura abbastanza da produrre
un’undicesima edizione ma non una dodicesima, questo vuol dire che il regime
è crollato circa un decennio dopo gli avvenimenti raccontati.
Un altro indizio è che era prevista la traduzione in Neolingua dei classici
della letteratura inglese, per poi distruggere gli originali. La fine di
questa traduzione era prevista per non prima del primo o secondo decennio
del ventunesimo secolo. Ma i tempi verbali, e il fatto che i futuri autori
dell’Appendice danno per scontato che i lettori conoscano le opere di Shakespeare,
Milton, Jefferson e altri, fanno presumere che l’Ingsoc sia crollato appunto prima
del primo o secondo decennio del ventunesimo secolo.
E ancora: O’Brien (il torturatore di Winston Smith) promette di eliminare
totalmente la sua esistenza come dimostrazione del potere del Partito: “Né un nome in un registro, né un ricordo in un cervello in vita”. Ma
l’Appendice cita “Il Ministero della Verità, dove lavorava Winston Smith”, e questo
implica che i futuri autori dell’Appendice siano al corrente dell’esistenza
di Smith e che il suo ricordo non sia quindi stato estirpato.
Orwell avrebbe quindi scritto un epilogo ottimista, ma lo avrebbe nascosto
sotto forma di appendice tecnica, ignorata da tanti perché sembrava
semplicemente un saggio linguistico. E ha fatto bene, perché sarebbe stato un
crimine letterario guastare il pugno allo stomaco di quell’“Amava il Grande
Fratello” appiccicandovi un epilogo esplicito a lieto fine. Il lieto fine c’è,
ma Orwell te lo fa sudare.
___
Luca Frusone mi segnala via Twitter un’altra peculiarità decisamente orwelliana delle varie edizioni di 1984: non sono tutte uguali, e anzi differiscono in un aspetto fondamentale: la presenza o assenza di un singolo carattere di stampa, forse per errore o su istruzione di Orwell stesso, che cambia completamente la vicenda di Winston Smith. Cosa decisamente ironica, visto che uno dei temi del libro è l’alterazione dei documenti per adattare la storia al volere politico. Se vi interessa, la trovate in inglese qui.
“Al bivio, svoltare a destra e imboccare la Via Emilia. Preparare due sesterzi per il pedaggio. La destinazione si trova a
sette giorni di marcia. Ci sono diciassette locande disponibili lungo il
percorso.”
Se ci fosse stata un’app di navigazione ai tempi degli antichi romani,
probabilmente avrebbe dato istruzioni del genere. Ovviamente in latino, ma
lasciamo stare.
In realtà un’applicazione di navigazione per l’Europa del secondo secolo dopo
Cristo esiste davvero, ed è assolutamente affascinante, anche se arriva un po’
in ritardo per i viaggiatori dell’epoca. Si chiama ORBIS, ed è
pubblicata dalla Stanford University presso Orbis.stanford.edu.
Se siete curiosi di sapere quanto tempo ci voleva e quanto costava spostarsi
nell’Europa dell’Impero Romano, o siete docenti in cerca di qualche sito
Internet interessante ed educativo per i vostri allievi, o magari siete
scrittori o autori in cerca di realismo per il vostro racconto storico, potete
consultare questo sito, che simula le percorrenze lungo le vie di
comunicazioni terrestri, fluviali e marittime principali con un modello
interattivo, tenendo conto persino delle variazioni stagionali e delle
correnti marine.
Cliccando sul pulsante Start del sito compare una mappa che,
esattamente come Google Maps, permette di scegliere punto di partenza,
destinazione e mezzo di trasporto. Andare da Mediolanum a Londinium (i nomi delle località sono ovviamente in latino) in estate
col proprio cavallo avrebbe richiesto 22 giorni. L’app calcola anche il
consumo di “carburante”, ossia di cibo per il cavallo o per il pedone.
Esplorando le varie opzioni saltano fuori dati che probabilmente ribalteranno
la percezione di molti sulla facilità di spostamento nell’antichità. Basandosi
sulle annotazioni storiche, i creatori di ORBIS indicano che spostare una
truppa militare da Roma a Lutetia (l’attuale Parigi) in estate avrebbe
richiesto soltanto una ventina di giorni di marcia forzata. E portarla da Roma
a Neapolis (253 chilometri) avrebbe richiesto due soli giorni in nave.
A patto, s’intende, di potersi permettere il viaggio. Buon divertimento con i
vostri viaggi fantastici.
Avete mai provato a far dire cose strane o addirittura parolacce agli
assistenti vocali? Se l’avete fatto, o se avete seguito i miei podcast
recenti, avrete notato che si rifiutano.
Ma se una delle vostre aspirazioni
fondamentali nella vita è riuscire a convincere la compassatissima voce di un
computer a dire cosacce o ridicolaggini, o più seriamente vi serve una voce
neutra che legga un testo o un annuncio, ho una soluzione facile per voi.
È sufficiente avere un Mac e aprire una finestra di Terminale (Applicazioni – Utility – Terminale). Qui si digita say seguito dalla frase che volete far declamare alla
voce computerizzata. Tutto qui.
L’accento della voce è quello della lingua scelta per l’interfaccia di MacOS,
per cui preparatevi a letture bislacche se usate testi in lingue differenti.
Potete però andare nelle Preferenze di Sistema, nella sezione Accessibilità, e
scegliere altre voci, oppure scrivere il nome della voce che vi interessa dopo
il comando say.
Per sapere quali voci sono disponibili potete digitare say -v ‘?’ (compreso il punto interrogativo fra apici). Questo è il risultato sul mio Mac:
In italiano, per esempio, potete scegliere Alice o Luca. In inglese ci sono vari accenti: Alex, Fred, Samantha e Victoria (US), Daniel (GB), Fiona (Scozia), Karen (Australia), Moira (Irlanda), Rishi e Veena (India), Tessa (Sud Africa), con vari livelli di qualità. Per esempio:
say -v SamanthaSpace, the final frontier. These are the voyages of the Starship Enterprise…
Il comando say ha moltissime altre opzioni, compresa quella di salvare su file: per richiamarle tutte basta
digitare man say.
Per esempio, per chiedere al Mac di leggere un file di testo si dà il comando
say -v [nome della voce] -f [nome del file]
Se si vuole salvare su file la lettura, il comando è
say -v [nome della voce] -f [nome del file] -o [nome del file audio AIFF da generare]
Per motivi incomprensibili, l’algoritmo di YouTube mi ha proposto questo video altrettanto incomprensibile. Non capisco se è umorismo finlandese o se è un tutorial serio su come aprire correttamente una porta. In Finlandia negli anni Ottanta c”erano persone che non avevano familiarità con le porte? C’è qualche motivo di privacy per insegnare ad aprire le porte in questo modo? La piroetta finale serve per fare da paraspifferi umano nelle saune?
Il vestiario, il tono, le movenze sono totalmente surreali e sembrano tratte da uno sketch di Monty Python (e forse, stando ai commenti su Youtube, il filmato proviene proprio da un programma comico, Hepskukkuu). Attivate i sottotitoli se non parlate correntemente il finlandese per ottenere il massimo effetto.
Traduco alla buona i sottotitoli:
Sapevate che una persona su tre apre costantemente le porte nel modo sbagliato? Non siate anche voi cattivi apritori di porte, perché ci sono poche cose più facili che aprire una porta. La regola generale per aprire una porta è che la porta si apre sempre nello stesso modo. È importante imparare correttamente le basi di come si apre una porta.
Ci si avvicina alla porta con calma. Tre metri prima della porta, dovete regolare il vostro passo in modo che il piede sinistro finisca a circa cinque centimetri dalla soglia. Il piede destro sta indietro.
Il prerequisito per aprire una porta in modo ritmicamente efficace è poggiare il vostro peso sul piede sinistro. La vostra postura è corretta se potete alzare senza sforzo il piede destro e ruotarlo senza cadere.
Ora estendete il braccio sinistro verso la maniglia della porta, spostando il peso in avanti. A causa di questa manovra, il vostro peso sposta la mano sinistra, che spinge verso il basso la maniglia quasi automaticamente.
Inserite il piede destro nell’apertura che si è prodotta, ruotando su di esso e rivolgendo la parte anteriore del vostro corpo verso la direzione d’entrata, mentre rilasciate la presa sulla maniglia e allo stesso tempo impugnate la maniglia con la mano destra e spostate il vostro peso sulla destra.
La porta si chiude. Ecco che avete imparato ad aprire e chiudere una porta che si apre in avanti.
Ma spesso le porte si aprono verso di noi. Va ricordato che in questa lezione vi abbiamo solo insegnato come aprire una porta quando la porta si apre dal lato destro spingendola. Il metodo che abbiamo imparato ora non va applicato all’apertura di qualunque altro tipo di porta, altrimenti resterete chiusi fuori.
Lo segnalo qui per sorridere insieme, ma al tempo stesso mi viene un pensiero: quanti dei gesti quotidiani assolutamente normali non documentiamo in questo modo e quindi verranno dimenticati saranno completamente incomprensibili per gli archeologi del futuro, portando a equivoci colossali?
Penso a cose che abbiamo già dimenticato, come il primo e secondo sonno oppure l’idea che Atlantide era solo una metafora satirica di Platone, non un continente reale, e che quindi tutti i vari fanta-archeologi e ciarlatani televisivi che cercano Atlantide sono gonzi quanto quelli che in futuro cercheranno in tutto il mondo di trovare l’Isola che non c’è di Peter Pan.
Vi capita mai di essere in una conversazione nella quale state silenziosamente
pregando che arrivi uno squillo di telefono o una notifica per darvi una scusa
per sganciarvi? Avete mai bisogno di sembrare indaffarati quando non lo siete
affatto?
C’è una soluzione semplice per queste esigenze: Busysimulator.com. Un sito che genera i
suoni di notifica delle app pìù popolari, da Google Calendar a Slack a Skype
passando Discord, Apple Mail e Outlook. C’è anche il suono della vibrazione di
un telefonino. Per attivarli basta cliccare sull’icona corrispondente.
Se cliccate su uno dei pulsanti il suono di notifica corrispondente non viene
emesso una sola volta, ma viene ripetuto a intervalli più o meno casuali. Il
pallino sotto ogni icona è un cursore che regola la cadenza di
ripetizione.
Se volete disattivare tutto, basta un clic sul pulsante rosso etichettato Stop All.
L’idea è di Brian Moore, un “direttore creativo/tecnologo” che sta a Los Angeles, in California, e
funziona particolarmente bene nelle videoriunioni interminabili. Buon
divertimento.
Adesso scusatemi ma devo assolutamente andare, mi sta arrivando una raffica di
notifiche, dev‘essere qualcosa di importante.
La religione nello spazio è un aspetto molto particolare ma poco conosciuto
delle attività spaziali con equipaggi. Di solito le credenze religiose, se ve
ne sono, vengono praticate privatamente dai singoli astronauti o cosmonauti. A
bordo della Stazione Spaziale Internazionale ci sono alcune icone religiose
cristiane, appese nella sezione russa, e la cabina personale di ciascun
occupante della Stazione può ospitare oggetti legati alla spiritualità, ma la
Stazione formalmente non offre niente di più, e lo stesso vale per i veicoli
spaziali in generale.
Storicamente ci sono pochi momenti religiosi legati allo spazio. L’equipaggio
di Apollo 8, nel 1968, lesse in diretta TV alcuni passi della Genesi (testo sacro per tre religioni) durante il primo volo di esseri
umani intorno alla Luna. Buzz Aldrin, durante la prima missione umana sulla
Luna, Apollo 11, celebrò la comunione cristiana, ma lo fece
privatamente (anche per evitare contestazioni, alla quale la NASA era
estremamente sensibile per motivi legali). Oggi ognuno porta con sé la propria
spiritualità in maniera molto discreta. Occasionalmente si scorge qualche
collana con simboli religiosi al collo di qualche astronauta, ma a parte
questo la religione ha poco spazio nello spazio.
Alcune religioni, però, hanno regole precise che vengono messe alla prova
dall’ambiente spaziale, ben diverso da quello nel quale sono nate. Un esempio
è dato dall’Islam, con la sua prescrizione di pregare rivolgendosi verso la
Mecca. Una cosa perfettamente fattibile quando si è fermi sulla Terra: basta
avere una bussola o un GPS e una mappa per calcolare qual è la direzione
giusta, che non cambia. Ci sono metodi differenti (quello del cerchio massimo o quello della lossodromia o rhumb line in inglese), per cui un musulmano in Alaska o a New York può
pregare rivolgendosi verso nord o verso est, ma finché si sta fermi sulla
superficie terrestre il problema è relativamente semplice: si sceglie una
direzione e si tiene quella.
A bordo di un veicolo spaziale o di una stazione spaziale che orbita intorno
alla Terra a 28.000 km/h, invece, questa direzione cambia continuamente. Nel
corso di una singola sessione di preghiera, può variare anche di 180 gradi.
Nel 2007 l’astronauta malese Sheikh Muszaphar Shukor, musulmano, andò nello
spazio a bordo di una Soyuz, raggiungendo la Stazione Spaziale
Internazionale, e si pose quindi il problema di consentirgli di espletare
correttamente le proprie devozioni durante i dieci giorni della sua missione.
Fu affrontata anche la questione di come compiere gesti spiritualmente
importanti come inginocchiarsi o chinare il capo in un ambiente nel quale, non
essendoci un alto o un basso, non ha molto senso parlare di abbassare lo
sguardo o di porsi in una posizione di sottomissione. C’era anche la questione
del digiuno dall’alba al tramonto durante il Ramadan, e la missione di Shukor
avveniva proprio in quel periodo. Come si determinano albe e tramonti in un
ambiente in cui il sole “sorge” e “tramonta” sedici volte nell’arco di
ventiquattro ore?
Anche i lavaggi rituali pongono problemi non banali, in un ambiente nel quale
l’acqua scarseggia ed è riciclata partendo da urina e sudore.
Shukor non fu il primo astronauta musulmano: prima di lui volarono Sultan bin
Salman bin Abdulaziz al-Saud (1985) e Anousheh Ansari (2006), ma fu il primo
per il quale furono redatte delle linee guida formali. L’agenzia spaziale
malese Angkasa, per la quale volava Shukor, organizzò una conferenza apposita,
radunando 150 scienziati e studiosi islamici che produssero un documento, “A Guideline of Performing Ibadah (worship) at the International Space
Station (ISS)”, successivamente approvato dalle autorità religiose malesi.
Il documento mostra che alla fine prevalse il pragmatismo: ogni fedele faccia
quello che può. Se può rivolgersi precisamente verso la Mecca, bene;
altrimenti va bene se si orienta verso la proiezione della Mecca, o in
alternativa almeno verso la Terra, e se neanche questo è possibile con
certezza, conta comunque l’intenzione più che la pedanteria geografica.
Del resto, problemi analoghi possono capitare sui mezzi di trasporto
terrestre, per esempio quando un treno cambia direzione in galleria o un aereo
cambia rotta di notte. La preghiera potrebbe iniziare in una direzione e
terminare in un’altra, ma è lo spirito che conta.
Se nello spazio non è possibile inginocchiarsi perché non c’è un alto o un
basso, inoltre, fu deciso che è accettabile inclinare la testa oppure chiudere
gli occhi, o anche solo immaginare di compiere questi gesti di devozione.
Per gli orari delle preghiere e dei digiuni, Shukor adottò il fuso orario del
suo luogo di partenza dalla Terra, il Kazakistan. Per i lavaggi, invece, gli fu permessa la soluzione usata nelle zone desertiche della Terra, dove si usano le ”abluzioni a secco” (terra e sabbia
per pulirsi le mani): Shukor batté simbolicamente le mani contro una parete o uno specchio.
In questo video si vede Sheikh Muszaphar Shukor che mostra come ha effettuato
le preghiere giornaliere islamiche a bordo della Stazione.
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“L’esplosione nucleare di stasera potrebbe essere abbagliante: probabile
ottima visibilità”. Così titolava l’Honolulu Advertiser nel 1962 in occasione di Starfish Prime: che non era il titolo di un film di fantascienza, ma il
nome dato al progetto statunitense – assolutamente, incredibilmente,
follemente reale – di far esplodere nello spazio una bomba termonucleare mille
volte più potente di quella di Hiroshima, per vedere cosa sarebbe successo.
L’esperimento fu effettivamente realizzato il 9 luglio di quell’anno,
caricando una bomba all’idrogeno da 1,4 megatoni su un missile che la portò a
400 chilometri di quota sopra l’Oceano Pacifico. Sono state da poco rese
pubbliche molte immagini e riprese inedite dell’esplosione, finora tenute
segrete.
È difficile, oggi, immedesimarsi nello stato d’animo di allora. C’era la
Guerra Fredda: l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti si puntavano addosso a
vicenda migliaia di testate nucleari, sufficienti a distruggere la razza umana
più volte, e studiavano metodi sempre più efficaci e letali per compiere
questa distruzione reciproca assicurata.
Nel 1958, l’astrofisico James Van Allen aveva annunciato la scoperta delle
fasce di particelle energetiche (protoni ed elettroni) che circondano la Terra
e che oggi portano il suo nome. Lo stesso giorno in cui fece l’annuncio, Van
Allen si mise d’accordo con i militari per una serie di lanci di bombe
atomiche allo scopo di vedere se erano in grado di distruggere queste fasce.
Questi esperimenti avevano anche obiettivi militari: per esempio, scoprire se
le radiazioni di una detonazione nucleare avrebbero reso più difficile
localizzare missili nemici in arrivo o se li avrebbero invece distrutti, se
l’esplosione avrebbe spinto fino a terra le letali fasce di particelle in
corrispondenza di un bersaglio (per esempio Mosca) e se avrebbe interferito
con le comunicazioni militari.
La disinvoltura nucleare di quegli anni è incredibile, se vista con gli occhi
di oggi. Vari lanci fallirono e fu necessario distruggere i missili mediante
l’apposito comando radio, disperdendo frammenti radioattivi su una vasta zona.
In un caso (Bluegill Prime), il missile fu distrutto sulla rampa di lancio,
contaminando l’area della torre di lancio di plutonio e con i residui chimici
del carburante.
L’esplosione di Starfish Prime, la bomba lanciata da Johnston Island su un
missile Thor, fu visibile dalle Hawaii alla Nuova Zelanda. A Honolulu, negli
alberghi si tennero “Feste della Bomba Arcobaleno” (“Rainbow Bomb Parties”) con il naso all’insù. La detonazione nucleare, infatti, produsse aurore
artificiali e lampi multicolore dovuti all’interazione fra le radiazioni
emesse dalla bomba e l’atmosfera.
Ma gli effetti della bomba all’idrogeno furono molto più significativi di
semplici lampi giganti policromi. L’impulso elettromagnetico prodotto dalla
bomba fu di gran lunga superiore al previsto e causò blackout elettrici alle
Hawaii, a circa 1450 chilometri dal punto di detonazione, fece saltare circa
300 lampioni e almeno un collegamento telefonico in microonde. Tre satelliti
artificiali furono resi permanentemente inservibili e le radiazioni emesse
causarono il progressivo danneggiamento di un terzo di tutti i satelliti in
orbita bassa. Una delle vittime di Starfish Prime fu il primissimo satellite
commerciale per telecomunicazioni, Telstar.
Qui su Youtube potete
vedere uno dei documentari recentemente pubblicati che mostrano i dettagli
dell’esperimento, presentati con un tono che sembra tratto, non a caso, dal Dottor Stranamore di Stanley Kubrick.
Se volete saperne di più, potete consultare un documentario, Nukes in Space, narrato da
William Shatner (il capitano Kirk di Star Trek), un dettagliato articolo di NPR.org
e i video presentati da Make a History.com.
La prossima volta che qualcuno si lamenta che i giovani d’oggi sono
irresponsabili, provate a ricordare che i loro nonni facevano scoppiare bombe
atomiche nello spazio per fare fuochi d’artificio, senza pensare alle
conseguenze.
Ho già parlato in passato del progetto Orion, quello che nei primi anni Sessanta proponeva di portare nello spazio enormi veicoli grazie alla detonazione di bombe nucleari dietro un grosso ammortizzatore.
Non era uno scherzo: era un’idea alla quale avevano lavorato seriamente nomi come Freeman Dyson. Furono condotti dei test dimostrativi usando esplosivi convenzionali e si capì che per quanto istintivamente sembrasse una follia, l’idea di portare centomila o più tonnellate nello spazio facendo scoppiare un migliaio di bombe atomiche in rapida successione era praticabile.
Cosa più importante, se oggi ci accorgessimo in ritardo di un grosso asteroide in rotta di collisione con la Terra, la tecnologia di Orion sarebbe probabilmente l’unica in grado di salvare il mondo.
Parti del progetto sono ancora segrete oggi, ma un po’ di documentazione pubblica c’è. La BBC ha intervistato i protagonisti del progetto e raccolto i filmati sconcertanti dei test di quest’idea straordinaria, irripetibile figlia di un periodo in cui si pensava in grande e si glissava sulle conseguenze, e qualche tempo fa ha creato in proposito un documentario intitolato To Mars by A-Bomb, una cui versione forse leggermente rimaneggiata è consultabile su Youtube in inglese (uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette). Grazie all’amico Stefano per la segnalazione.
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