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Credete che il vostro telefonino vi ascolti e vi mandi pubblicità delle cose di cui parlate? (seconda parte)

Credete che il vostro telefonino vi ascolti e vi mandi pubblicità delle cose di cui parlate? (seconda parte)

Ho da proporvi un altro episodio della serie “No, il tuo telefonino non ti ascolta; sei tu che noti le coincidenze”, seguito ideale di questa storia.

Oggi stavo chiacchierando in casa con la famiglia. A un certo punto, parlando di risposte argute a qualcosa detto da qualcuno che ti vengono in mente sempre troppo tardi, ho citato la bella espressione francese “l’esprit de l’escalier”.

Descrive esattamente quella condizione esasperante in cui la risposta perfetta e brillante ti viene in mente soltanto quando ormai sei in fondo alle scale e lontano dal tuo interlocutore, per cui è troppo tardi per dirla e ti prenderesti a calci per non averla pensata prima.

Beh, indovinate cosa è comparso poco fa nel mio flusso di tweet:

Non è stata una proposta di Twitter estemporanea: seguo abitualmente Quite Interesting perché è, appunto… parecchio interessante. Però quando ho notato il tweet di QI mi è venuta subito in mente la conversazione di poco prima.

Quante probabilità ci sono che quella esatta espressione assolutamente specifica mi capiti a distanza temporale cosi ravvicinata due volte di fila? Non si tratta di un generico “scarpe” o “divani”. Però è successo, e non c’è nessun modo in cui quelli di QI possano aver sentito la nostra conversazione per poi decidere di mandare quel loro tweet.

Morale della storia: dato un numero sufficientemente elevato di eventi, le coincidenze, anche le più strane, a volte accadono. Se nel corso della giornata vedo tanti tweet e dico tante cose, prima o poi l’argomento di quello che ho detto e quello che ho visto coinciderà, e io me ne accorgerò perché siamo animali abili a riconoscere gli schemi.

Quindi prima di accusare i social network, Microsoft, Samsung, Apple o Google di usare i nostri telefonini per ascoltare tutto quello che diciamo, pensiamoci bene. Anche perché non ne hanno bisogno: hanno già tantissimi dati su di noi e sui nostri gusti.

E se alla fine di questa storia ancora non siete convinti e pensate che il telefonino vi spii, allora siate coerenti e buttate via lo smartphone. Oppure state in dignitoso silenzio, così Facebook dovrà leggervi nel pensiero 🙂

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Credete che il vostro telefonino vi ascolti e vi mandi pubblicità delle cose di cui parlate?

Credete che il vostro telefonino vi ascolti e vi mandi pubblicità delle cose di cui parlate?

Ultimo aggiornamento: 2021/05/17 9:15.

Siete fra quelli che pensano che il loro telefonino ascolti le loro conversazioni e mostri pubblicità di conseguenza, perché vi è capitato di parlare di una cosa insolita e poi quella stessa cosa vi è stata proposta da Google o Facebook o Instagram? Ho una storia per voi. L’ho raccontata di fretta su Twitter qualche giorno fa, ma la riassumo meglio qui.

Molta gente mi scrive appunto dicendo che una volta ha parlato con gli amici di una cosa molto particolare e specifica e poi proprio quella cosa è comparsa subito dopo nelle pubblicità sul suo computer o smartphone, e quindi non può essere un caso.

Io spiego sempre che sono già state fatte tante verifiche tecniche da parte di esperti indipendenti (per esempio il test fatto da Wandera) e non c’è traccia di ascolto generalizzato e sfruttamento di quello che viene detto (a parte il riconoscere parole chiave tipo “Ehi Siri” o “OK Google” o “Alexa”).

Spiego anche che Google e social network non hanno bisogno di ascoltarci per capire i nostri interessi: leggono già la nostra Gmail, i nostri post Facebook, sanno i nostri “mi piace”, analizzano le nostre foto, tracciano i siti che visitiamo.

Aggiungo anche che ascoltarci di nascosto sarebbe illegalissimo in tutto il mondo e sarebbe un rischio enorme, che queste grandi aziende non hanno nessuna convenienza a correre. 

Ricordo poi a questi scettici che noi esseri umani abbiamo una tendenza innata a notare le coincidenze e dimenticare le non coincidenze. Si chiama effetto Baader-Meinhof, illusione di frequenza o, in alcuni casi, illusione di recentezza. Compri un’auto azzurro cielo, improvvisamente tutte le auto che noti sono azzurro cielo. Aspetti un bimbo, incontri solo donne incinte.

Ma non c’è niente da fare: questi scettici mi dicono sempre “Ma il mio caso è troppo particolare! Non può essere una semplice analisi delle mail o della localizzazione o di tutto quello che ho scritto sui social! Non ho mai parlato prima di tagliabecchi laser per pulcini!” (Sì, esistono).

Piccola parentesi: se davvero credete che il vostro telefono ascolti tutto quello che dite, compresi i vostri momenti intimi e le vostre conversazioni confidenziali, cosa diavolo ci fate ancora con un telefonino? Siate coerenti e buttatelo via, o almeno spegnetelo.

Vengo dunque alla storia che vi avevo promesso. Per tutti quelli che non credono che possano esistere coincidenze così precise come quelle che ho citato e mi vengono raccontate, questo è quello che mi è successo poco fa.

Il 6 agosto scorso ero in un camerino a provare pantaloni. Ho lasciato il mio marsupio vicino all’ingresso del camerino, chiuso da una tendina, e ho pensato (senza dirlo ad alta voce) “certo che se qualcuno infilasse la mano nel camerino me lo potrebbe rubare e io dovrei rincorrerlo in mutande, forse è meglio spostarlo” (scusatemi se ora questa scena è nella vostra immaginazione).

Il treno dei miei pensieri è andato avanti nella sua corsa, come fa spesso, e così ho pensato “Ma mi metterei davvero a correre in mutande in un centro commerciale per acchiappare un ladro di portafogli? Cosa mi dovrebbero rubare per indurmi a una scena del genere?” Da informatico ho pensato subito al mio laptop.

Non ho condiviso questo pensiero con nessuno, nemmeno con mia moglie. L’ho messo per iscritto per la prima volta in questo tweet, alle 17:07 del giorno dopo (7 agosto), il giorno dopo aver immaginato di rincorrere seminudo in pubblico un ladro che mi avesse rubato con destrezza il laptop.

E l’ho messo per iscritto perché un’oretta prima di quel tweet mi era capitato di vedere, nel flusso delle notizie che sfoglio spesso, che la BBC aveva pubblicato questo: un uomo che rincorre nudo un cinghiale che gli ha rubato la borsa contenente il suo laptop.

L’episodio è successo vicino a Berlino, e la moglie dell’uomo, che è un nudista, ha pubblicato altre foto della vicenda.

Dovrei quindi pensare “Non può essere una coincidenza! Chiaramente la BBC mi legge nel pensiero!”? Secondo i ragionamenti degli scettici/paranoici, sì.

Le corrispondenze sono troppe, no?

  1. L’ho pensato proprio il giorno prima.
  2. Ho pensato proprio a un laptop.
  3. Ho pensato che me lo portassero via con destrezza.
  4. Ho pensato di rincorrere il ladro.
  5. Ho pensato di farlo in condizioni imbarazzanti.


Ma in realtà io mi sono ricordato di quel pensiero fugace soltanto perché ho visto la notizia della BBC. Era uno dei mille pensieri che mi passano per la testa ogni giorno. Ho semplicemente ricordato quello che più o meno corrispondeva alla notizia: ho notato una coincidenza.

Se non ci fosse stata quella notizia a stimolare il ricordo, mi sarei completamente dimenticato di quel pensiero. Quanti pensieri facciamo nel corso di una giornata? Uno fra i tanti ha coinciso con una notizia, tutto qui.

Oltretutto la mia mente ha dovuto forzare un po’ per far combaciare il pensiero e la notizia: il mio ladro non era un cinghiale. Non ero in un prato. E non ero nudo. Ma fa niente, ho avvertito subito un brivido per la corrispondenza sorprendente.

Questi processi mentali sono gli stessi alla base dei presunti sogni premonitori e dei successi dei sensitivi, delle cartomanti e dei paragnosti figli di paragnosti. Ci ricordiamo le cose azzeccate, scartiamo quelle sbagliate.

Quindi prima di dire “il mio telefonino mi ascolta, ho le prove” e accusare Google, Facebook e gli altri social di commettere atti altamente illegali su scala massiccia, pensateci bene e chiedetevi se per caso esiste un’altra spiegazione. Perché le coincidenze càpitano.

Davvero non avete mai scritto/googlato/messo un like a qualcosa legato a quel tema che ora vi viene proposto? La geolocalizzazione rivela il vostro interesse per quella cosa? I vostri amici ne hanno mai parlato online? Avete condiviso la stessa rete Wi-Fi con persone che hanno discusso online di quell’argomento? Non dimenticate che Google e social network sono maestri nel cercare ogni possibile appiglio di correlazione per proporvi pubblicità mirata.

Fine della storia. Se ora non riuscite a levarvi dalla mente un nudista che rincorre un cinghiale o un informatico spilungone in mutande, mi spiace. Ma è sempre meglio che pensare di essere ascoltati 24 ore su 24.

Qualche giorno dopo aver scritto la prima stesura di questo articolo mi è capitato un episodio che ne conferma le conclusioni.

Vietati gli AirTag nelle valigie stivate sui voli Lufthansa, anzi no

Vietati gli AirTag nelle valigie stivate sui voli Lufthansa, anzi no

Questo articolo è disponibile anche in versione podcast audio.

Gli AirTag, i localizzatori elettronici di Apple grandi quanto una moneta,
sono ottimi non solo per ritrovare le chiavi smarrite ma anche per scoprire
che fine hanno fatto le nostre valigie dopo un volo in aereo, soprattutto
quando la compagnia aerea le smarrisce.

Molti viaggiatori hanno preso l’abitudine di infilare uno di questi
localizzatori nelle proprie valigie prima dell’imbarco, usando sia gli AirTag
sia i prodotti analoghi di altre marche, e in parecchi
casi questo
ha
rivelato
dove si trovavano gli effetti personali smarriti ben prima che venissero
localizzati dalle compagnie aeree, causando imbarazzi e cattiva pubblicità. Ad
aprile 2022, per esempio, la compagnia Aer Lingus ha
perso
i bagagli di un passeggero, dichiarando di non avere idea di dove si
trovassero, ma il proprietario ha usato gli AirTag per indicare alla compagnia
aerea dov’erano e li ha recuperati con l’aiuto della polizia.

Tuttavia l’8 ottobre scorso Lufthansa ha
dichiarato
pubblicamente che vietava gli AirTag accesi lasciati nei bagagli
perché – ha dettosono classificati come pericolosi e devono essere spenti”. È stata la
prima compagnia a vietarli esplicitamente. Ma il 12 ottobre Lufthansa ha fatto
dietrofront,
dicendo
che le autorità tedesche avevano dato il via libera.

Il divieto iniziale era dovuto al fatto che gli AirTag sono considerati
“dispositivi elettronici portatili” e quindi sono soggetti alle norme
sulle merci pericolose emesse dall’Organizzazione Internazionale
dell’Aviazione Civile (ICAO) per il trasporto sugli aerei. Avendo un
trasmettitore, in teoria andrebbero spenti, come si fa per i telefonini, i
computer portatili, i tablet e simili messi nel bagaglio e stivati.

Ma si tratta di un trasmettitore Bluetooth Low Energy, alimentato oltretutto
da una batteria minuscola, una CR2032 approvata per l’uso negli orologi e nei
telecomandi per automobili, per cui le emissioni radio e la pericolosità di
questi localizzatori non sono paragonabili per esempio a quelle di un
telefonino, tablet o computer. Infatti alcune compagnie aeree li accettano
esplicitamente e negli Stati Uniti sono
consentiti
dalla FAA, l’ente che si occupa della regolamentazione dell’aviazione civile.

Al momento attuale, insomma, sembra che gli AirTag e i localizzatori affini si
possano mettere tranquillamente nelle valigie, ma è sempre opportuno chiedere
alla specifica compagnia aerea con la quale si vola.

Comunque stiano le cose, la vicenda è un esempio notevole della potenza della
tecnologia informatica moderna, che permette a un singolo utente di essere più
efficace di un servizio bagagli smarriti di un’intera compagnia aerea.

Fonti aggiuntive:
Airwaysmag,
9to5Mac,
New York Times,
Watson.ch.

Perché SaluteLazio ha il tracciamento di Facebook e Google nell’area privata e chiede di accettare un’informativa privacy che non esiste?

Salutelazio.it, il sito del sistema
sanitario regionale della Regione Lazio, ospita tracciatori di Facebook e di
Google nell’area privata. Lo segnala
Eugenio Petullà, mostrando queste immagini:

Le immagini pubblicate da Petullà mostrano che nel codice HTML dell’area
privata è presente il codice del
Facebook Pixel, che è il sistema di tracciamento di Facebook, e c’è un link a Google
Analytics. Questo sembra indicare che l’utente viene tracciato da Facebook e
da Google anche nella sua sessione sanitaria privata.

Non sono utente di SaluteLazio, per cui non posso verificare questa
segnalazione (di cui non ho motivo di dubitare). Se potete farlo voi,
segnalatemelo nei commenti o in privato via mail (a
paolo.attivissimo@gmail.com).

È assolutamente folle che un ente sanitario pubblico immetta un tracciatore
commerciale nel proprio sito.

Ieri ho
chiesto chiarimenti
via Twitter a SaluteLazio e oggi ho scritto una PEC al DPO indicato nell’informativa sulla privacy: finora non ci sono risposte.

Intanto Petullà ha
scoperto
che l’informativa sui cookie di SaluteLazio porta al nulla. Se ci si collega
al sito per la prima volta (o in navigazione privata), compare infatti la
richiesta di accettare i cookie, accompagnata dal link
Leggi l’informativa cookie completa; ma questo link porta semplicemente
a salutelazio.it (l’HREF è vuoto, nota
Camelia Boban; copia permanente). 

In altre parole: Salutelazio.it chiede agli utenti di accettare un’informativa
che non esiste.

Ci fanno una testa così con la tutela della privacy e il GDPR, e poi fanno
sconcezze ridicole come queste.

Intanto, se volete farvi un’idea di quanto sia invasivo e pervasivo il
tracciamento commerciale effettuato da Facebook (con il consenso dei vari siti), provate a sfogliare la vostra Attività fuori da Facebook, che “include informazioni che aziende e organizzazioni condividono con noi sulle tue interazioni con loro, ad esempio quando visiti le loro app o i loro siti web”

Sarà interessante scoprire perché la Regione Lazio manda a Facebook informazioni sulle interazioni degli utenti con il sito e in particolare con la sezione dedicata alla salute.

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Lo smartphone consiglia il dentifricio della mamma. Per quelli che pensano che il telefonino li ascolti: no, non ne ha bisogno

Lo smartphone consiglia il dentifricio della mamma. Per quelli che pensano che il telefonino li ascolti: no, non ne ha bisogno

Newsweek
ha segnalato un thread diventato virale su Twitter che spiega benissimo il
reale potere dei sistemi di tracciamento pubblicitario e ribadisce il concetto
che la paura diffusa che gli smartphone ascoltino le nostre conversazioni per
proporci i prodotti di cui parliamo è infondata per una ragione molto
semplice: non hanno bisogno di farlo perché hanno già tutto quello che serve,
e glielo abbiamo fornito noi.

Il
thread
è stato pubblicato da Robert G. Reeve, che lavora nel settore della tecnologia
informatica relativa alla privacy e conosce da vicino la questione.

In sintesi: Reeve è stato a casa di sua madre per una settimana, e si è visto
comparire sul telefonino la pubblicità del dentifricio usato da lei e che ha
usato anche lui. Non hanno mai parlato del dentifricio in questione. Allora
come fa lo smartphone a proporglielo?

Oltre a raccogliere sistematicamente dati come la geolocalizzazione, l’uso
delle tessere fedeltà, le prenotazioni e gli acquisti, le applicazioni
installate sui telefonini usano la geolocalizzazione correlata: prendono nota
di chi si trova regolarmente nelle sue vicinanze e ricostruiscono così la rete
dei suoi contatti (amici, colleghi, famiglia).

I pubblicitari usano questa correlazione per mostrargli pubblicità basate
sugli interessi di chi gli sta intorno. Cose che non vuole, ma che qualcuno
dei suoi contatti potrebbe volere. Lo scopo, dice Reeve, è istigare
subliminalmente a parlare di quel prodotto (nel suo caso, il dentifricio).
“Non ha mai avuto bisogno di ascoltarmi per farlo. Sta semplicemente
confrontando metadati aggregati”
.

Reeve conclude notando che questi fatti tecnici sono noti e pubblicati da
tempo, ma non indignano nessuno. Tantissime persone hanno rinunciato alla
propria privacy.
“Conoscono il dentifricio usato da mia madre. Sanno che ero da mia madre.
Sanno che io sono su Twitter. Ora ricevo pubblicità su Twitter per il
dentifricio di mia madre. I tuoi dati non riguardano soltanto te: riguardano
anche il fatto che possono essere usati contro tutte le persone che conosci
e anche quelle che non conosci, per plasmare inconsciamente i
comportamenti”
.

Reeve conclude segnalando gli ultimi aggiornamenti di Apple, che consentono di
bloccare buona parte di questo tipo di tracciamento.
“Se non altro, rendiamoglielo difficile”, conclude.

Questo è il thread completo originale:

I’m back from a week at my mom’s house and now I’m getting ads for her
toothpaste brand, the brand I’ve been putting in my mouth for a week. We never
talked about this brand or googled it or anything like that. As a privacy tech
worker, let me explain why this is happening.

First of all, your
social media apps are not listening to you. This is a conspiracy theory. It’s
been debunked over and over again. But frankly they don’t need to because
everything else you give them unthinkingly is way cheaper and way more
powerful.

Your apps collect a ton of data from your phone. Your
unique device ID. Your location. Your demographics. Weknowdis. Data
aggregators pay to pull in data from EVERYWHERE. When I use my discount card
at the grocery store? Every purchase? That’s a dataset for sale.

They can match my Harris Teeter purchases to my Twitter account
because I gave both those companies my email address and phone number and I
agreed to all that data-sharing when I accepted those terms of service and the
privacy policy.

Here’s where it gets truly nuts, though. If my
phone is regularly in the same GPS location as another phone, they take note
of that. They start reconstructing the web of people I’m in regular contact
with.

The advertisers can cross-reference my interests and
browsing history and purchase history to those around me. It starts showing ME
different ads based on the people AROUND me. Family. Friends. Coworkers.

It will serve me ads for things I DON’T WANT, but it knows someone
I’m in regular contact with might want. To subliminally get me to start a
conversation about, I don’t know, fucking toothpaste. It never needed to
listen to me for this. It’s just comparing aggregated metadata.

The other thing is, this is just out there in the open. Tons of
people report on this. It’s just, nobody cares. We have decided our privacy
just isn’t worth it. It’s a losing battle. We’ve already given away too much
of ourselves
[link a due
articoli che ne parlano]
.

So. They know my mom’s toothpaste. They know I was at my mom’s.
They know my Twitter. Now I get Twitter ads for mom’s toothpaste. Your data
isn’t just about you. It’s about how it can be used against every person you
know, and people you don’t. To shape behavior unconsciously.

Apple’s latest updates let you block apps’ tracking and Facebook
is MAD. They’re BEGGING you to just press accept and go back to business as
usual. Block the fuck out of every app’s ads. It’s not just about you: your
data reshapes the internet
[link ad articolo
sull’argomento]
.

The internet is never going to be the wacky place it was when I
had a Livejournal and people shared protean gifs in the form of YTMNDs. Big
business has come to suck the joy (and your dollars) out of it. At least make
it hard for them.

Facebook supplica gli utenti iPhone di non disattivare il tracciamento pubblicitario, in USA accetta solo il 4%

Facebook supplica gli utenti iPhone di non disattivare il tracciamento pubblicitario, in USA accetta solo il 4%

Ricordate l’aggiornamento di iOS alla versione 14.5? Quello che aggiungeva l’opzione di disattivare con facilità il tracciamento pubblicitario? Ne avevo parlato il 29 aprile scorso.

Quest’opzione, chiamata AppTrackingTransparency, consente la disattivazione globale andando in Impostazioni – Privacy – Tracciamento e spegnendo Richiesta tracciamento attività e consente la disattivazione per una singola app andando in Impostazioni, toccando l’app e disattivando Consenti tracciamento

Facebook, che vive fondamentalmente di tracciamento pubblicitario, non l’ha presa bene e ha lanciato una campagna contro l’opzione anti-tracciamento, con pubblicità sui principali giornali statunitensi e una pagina online che presenta una rassegna di piccoli imprenditori digitali che usano il tracciamento pubblicitario di Facebook per trovare i propri clienti e che, dice Facebook, verranno messi in crisi da questa decisione di Apple.

Gli utenti hanno reagito piuttosto eloquentemente: secondo i dati raccolti dalla società di analytics Flurry, solo il 4% degli utenti iPhone statunitensi ha acconsentito al tracciamento attivando l’opzione Richiesta tracciamento attività oppure attivando Consenti tracciamento per una specifica app. A livello mondiale gli utenti che hanno accettato il tracciamento sono il 12%.

Il dato, basato su un campione abbastanza significativo, può essere interpretato in due modi.

Il primo è che alla gente la privacy interessa. Specialmente quando è facile da mantenere e quando per perderla bisogna fare qualcosa, invece di perderla in automatico e passivamente.

Il secondo è che la gente è semplicemente pigra e quindi accetta qualunque impostazione predefinita. Come prima accettava il tracciamento pubblicitario perché era il default, oggi accetta di non essere tracciata per lo stesso motivo.

 

SwissCovid avrà nuove funzioni: altro test pubblico di sicurezza

SwissCovid avrà nuove funzioni: altro test pubblico di sicurezza

Stamattina l’Ufficio federale della sanità pubblica svizzero ha annunciato
l‘avvio di un test pubblico di sicurezza per SwissCovid, l’app di tracciamento
di prossimità finora usata per consentire di allertare anonimamente chi è stato
vicino a una persona risultata poi positiva.

Il tweet è piuttosto ermetico: che cos’è la “funzione check-in”? E
perché viene aggiunta a SwissCovid? Sono sempre un po’ sospettoso quando vedo
aggiunte di questo genere, perché temo il classico feature creep che ha
spesso conseguenze impreviste.

Questo è quello che ho trovato finora: l’annuncio
del Centro Nazionale di Cibersicurezza dice che

Tra breve l’app SwissCovid sarà completata con l’applicazione
«NotifyMe», che potrà essere impiegata nel quadro di eventi e riunioni.
Il codice sorgente di SwissCovid verrà pertanto ampliato. 

e linka delle
FAQ
che citano
CrowdNotifier (altre info qui), che
parlano di un tracciamento di presenza (non più di prossimità) sicuro, decentrato e protettivo della privacy, allo scopo di  (traduco) “semplificare e accelerare il processo di notifica delle persone che hanno condiviso un luogo semipubblico con una persona positiva alla SARS-CoV-2 per un tempo prolungato, senza introdurre nuovi rischi per gli utenti e i luoghi.”

La documentazione di Crowd Notifier prosegue dicendo che (traduco) “i sistemi esistenti di tracciamento di prossimità (app di tracciamento dei contatti come SwissCovid, Corona Warn App e Immuni) notificano soltanto un sottoinsieme di queste persone: quelle che sono state abbastanza vicine per abbastanza tempo. Gli eventi attuali hanno reso evidente la necessità di notificare tutte le persone che hanno condiviso uno spazio con una persona positiva alla SARS-CoV-2.”

Sembra insomma che si voglia introdurre in SwissCovid una nuova funzione che generi una notifica semplicemente quando si va in un luogo affollato nel quale risulta poi che c’era qualche persona positiva al Covid, anche se non si è stati vicini alla persona per periodi prolungati.

A giudicare dagli schemi pubblicati, che vedete in testa a questo articolo, ci sono dei codici QR che vengono generati dal proprietario del luogo (o locale) e vengono scansionati dai visitatori.

Si tratta di una proposta, per ora, e il suo scopo è (traduco) “fornire un’alternativa al crescente uso di app con intenzioni analoghe che sono basate su una raccolta invasiva o che si prestano ad abusi da parte delle autorità.”

La questione è aperta e delicata: le app di questo genere consentono, se realizzate male, tracciamenti di massa decisamente inaccettabili. Se ci saranno novità, le segnalerò qui. Se scoprite qualcosa, i commenti sono come sempre a vostra disposizione.

Apple rende visibile il tracciamento pubblicitario: Facebook teme di perdere così metà del proprio fatturato

Apple rende visibile il tracciamento pubblicitario: Facebook teme di perdere così metà del proprio fatturato

Con l’aggiornamento alla versione 14.5 di iOS e iPadOS gli utenti di iPhone e
iPad possono disattivare facilmente il tracciamento pubblicitario da parte delle
app.

La cosa ha mandato su tutte le furie molti siti che vivono vendendo i dati
acquisiti con questo tracciamento, come
Facebook,
Alibaba
e
altri

Per disattivare il tracciamento su iOS o iPadOS da parte di una singola app si
va in Impostazioni, si tocca l’app e si disattiva
Consenti tracciamento. Si può anche andare in
Impostazioni – Privacy – Tracciamento e disattivare globalmente il
tracciamento disattivando Richiesta tracciamento attività.

La Electronic Frontier Foundation, da sempre in prima linea nella difesa dei
diritti digitali, ha lodato l’iniziativa di Apple descrivendola come
“un passo nella direzione giusta”.

La
funzione antitracciamento
si chiama formalmente
AppTrackingTransparency
e in sintesi comporta il fatto che le app ora devono chiedervi il
permesso se vogliono tracciare le vostre attività nelle altre
app.

Questo tracciamento è spesso molto invasivo e finora è stato
praticamente invisibile e accettato passivamente: geolocalizzazione,
siti visitati, informazioni sulla salute e moltissimi altri dati
personali venivano raccolti dalle app senza che gli utenti ne fossero
avvisati, come spiega il
video promozionale
di Apple. Ora invece tutto diventa ben visibile, le app devono
chiedere esplicitamente il permesso di tracciare e l’utente può
decidere facilmente se concederlo o no.

Il timore delle aziende che vivono di tracciamento è che questa nuova
visibilità del loro operato spinga gli utenti a rendersi conto di come
stanno le cose e rifiutare di lasciarsi tracciare. 

Facebook
dice
che
durante i test ha
“rilevato
un calo di oltre il 50% dei ricavi degli editori con Audience
Network

dopo la rimozione della personalizzazione dalle campagne con
inserzioni per promuovere l’installazione di un’app mobile. In realtà,
è possibile che l’impatto su Audience Network su iOS 14 sia molto
maggiore.”

Notate l’uso del termine “editori”, che maschera il fatto che si
tratta di società che campano tracciando, profilando, schedando e
catalogando le persone. E che Facebook a sua volta campa su queste
società. Nel 2019 ha incassato 71 miliardi di dollari.

 
Come spiega bene la EFF, il tracciamento pubblicitario nei dispositivi
Apple si basa su una sequenza di numeri e lettere lunga 16 byte, che si
chiama IDFA (acronimo di ID for advertisers). Questa
sequenza è unica per ciascun iPhone: è la sua targa, per così dire. Un
sistema analogo esiste nei telefonini Android e si chiama
Android Ad ID.

Gli Ad ID sono molto diversi dai cookie, con i quali vengono spesso
paragonati: i cookie hanno molte funzioni utili per gli utenti, come
per esempio ricordarsi le preferenze di lingua quando si visita un
sito, conservare i dati presenti in un carrello della spesa online se
ci si scollega, oppure evitare di doversi identificare ogni volta che
si accede a un sito protetto da login e password. Gli Ad ID, invece,
servono soltanto per consentire alle aziende pubblicitarie di
tracciare i singoli utenti.

La AppTrackingTransparency non è perfetta, spiega la EFF: non agisce
sul tracciamento fatto da un’app per monitorare come l’utente usa
quell’app. Inoltre c’è il rischio che l’utente, tartassato da tante
richieste di decidere se accettare tracciamenti da parte di tante app,
finisca per stufarsi e accettare senza pensarci.

Ma è, appunto, un primo passo, ed è più di quello che sta facendo
Google per Android. Cioè nulla, visto che gli Ad ID sono ancora saldi
al loro posto.

 

Fonti:
The Register,
Protocol,
Punto Informatico,
Ars Technica,
Apple,
Associated Press/Snopes,
Gizmodo.

Rivelare il tracciamento pubblicitario con Lightbeam

Rivelare il tracciamento pubblicitario con Lightbeam

Sappiamo tutti molto bene che quando sfogliamo i siti Web veniamo tracciati a scopo pubblicitario. Quello che però molti non sanno è la scala di questo tracciamento. C’è uno strumento che consente di rivelare in tempo reale quanto sono pettegoli i siti che visitiamo e a quanti altri siti raccontano che li abbiamo visitati.

Lo strumento si chiama Lightbeam 3.0 ed è un add-on gratuito per Firefox. Non è nuovo: è tornato dopo una lunga assenza e un cambio di gestore. Prima, infatti, lo gestiva la Mozilla Foundation, che però aveva smesso a ottobre 2019; ora lo mantiene un privato, il berlinese Princiya.

Lo potete vedere in azione in questo video: i triangolini sono i siti che non vengono visitati dall’utente ma che ricevono lo stesso informazioni da quelli effettivamente visitati (i cerchi).

In questo video, che dura un solo minuto, ho semplicemente visitato una decina di siti: un motore di ricerca (Google), due social network (Instagram e Facebook), due siti di viaggi (Tripadvisor e Booking), due giornali (Repubblica e il Corriere del Ticino), e due grandi negozi online, Amazon e Alibaba. Sfogliare questa decina di siti, però, mi ha fatto visitare, senza chiedermelo, ben 178 altri siti, presumibilmente a scopo di tracciamento pubblicitario.

I risultati, visti graficamente, sono eloquentissimi: non stupitevi se quando comperate qualcosa su Internet o cercate informazioni sui viaggi venite poi sommersi di pubblicità di quel prodotto o di viaggi in generale.

Se volete evitare questo tracciamento, vi conviene perlomeno installare un adblocker e attivare la protezione antitracciamento del vostro browser, se disponibile.

Due chiacchiere sul contact tracing e sulla nuova privacy digitale alla RSI

Pochi giorni fa ho partecipato in studio a una puntata di Parliamone alla Rete Uno della Radiotelevisione Svizzera dedicata alle app di contact tracing (o, più propriamente, di tracciamento di prossimità) e al ruolo delle grandi aziende digitali (Google, Apple, Amazon, Facebook) nella nuova privacy dei dati insieme a Nicola Colotti e Alessandro Longo. La presentazione della puntata è qui; il video è incorporato qui sotto.