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*Podcast RSI – Google blocca l’adblocker che blocca gli spot; iPhone, arrivano gli app store alternativi, ma solo in UE

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della
Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate
qui sul sito della RSI
(si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare
qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite
iTunes,
Google Podcasts,
Spotify
e
feed RSS.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle
fonti di questa puntata, sono qui sotto.

Vi piacciono gli adblocker? Quelle app che bloccano le pubblicità e
rendono così fluida e veloce l’esplorazione dei siti Web, senza continue
interruzioni? O state pensando di installarne uno perché avete visto che gli
altri navigano beatamente senza spot? Beh, se adoperate o state valutando di
installare uno degli adblocker più popolari, uBlock Origin, c’è una novità
importante che vi riguarda: Google sta per bloccarlo sul proprio browser
Chrome. Ma c’è un modo per risolvere il problema.

Ve lo racconto in questa puntata del Disinformatico, il podcast della
Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane
dell’informatica, e vi racconto anche cosa succede realmente con gli iPhone
ora che l’App Store di Apple non è più l’unico store per le app per
questi telefoni e quindi aziende come Epic Games, quella di Fortnite, sono
finalmente libere di offrire i propri prodotti senza dover pagare il 30% di
dazio ad Apple, anche se lo sono solo a certe condizioni complicate. Vediamole
insieme. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Google sta per bloccare l’adblocker uBlock Origin

La pubblicità nei siti a volte è talmente invadente, specialmente sugli
schermi relativamente piccoli degli smartphone, che diventa impossibile
leggere i contenuti perché sono completamente coperti da banner, pop-up e
tutte le altre forme di interruzione inventate in questi anni dai
pubblicitari. Molti utenti si difendono da quest’invasione di réclame
adottando una misura drastica: un adblocker, ossia un’app che si
aggiunge al proprio browser sul computer, sul tablet o sul telefono e blocca
le pubblicità.

Uno degli adblocker più popolari, con decine di milioni di utenti, è uBlock
Origin, un’app gratuita disponibile per tutti i principali browser, come per
esempio Edge, Firefox, Chrome, Opera e Safari. È scaricabile presso
Ublockorigin.com ed è manutenuto ormai
da un decennio dal suo creatore, Raymond Hill, che non solo offre
gratuitamente questo software ma rifiuta esplicitamente qualunque donazione o
sponsorizzazione. Questa sua fiera indipendenza, rimasta intatta mentre altri
adblocker sono scesi a compromessi lasciando passare le “pubblicità amiche”,
lo ha fatto diventare estremamente popolare.

Il sito di Ublock Origin.

Ovviamente i pubblicitari, e i siti che si mantengono tramite le pubblicità,
non vedono di buon occhio questo successo degli adblocker, e quindi c’è una
rincorsa tecnologica continua fra chi crea pubblicità che eludono gli ablocker
in modi sempre nuovi e chi crea adblocker che cercano di bloccare anche quei
nuovi modi.

Anche Google vive di pubblicità, e quindi in questa rincorsa non è affatto
neutrale: se le pubblicità che Google vende non vengono viste dagli utenti,
gli incassi calano. E infatti il suo browser Chrome, uno dei più usati al
mondo, sta per bloccare l’adblocker uBlock Origin. I trentacinque milioni di
utenti che lo adoperano su Chrome, stando perlomeno ai dati presenti sulla sua
pagina
nel Chrome Web Store [screenshot qui sotto], si troveranno quindi presto orfani, perché è in arrivo
un
aggiornamento
importante della tecnologia di supporto alle estensioni in Chrome, fatto
formalmente per aumentarne la sicurezza, l’efficienza e la conformità agli
standard, ma questo aggiornamento ha anche un effetto collaterale non
trascurabile: renderà uBlock Origin incompatibile con le prossime versioni di
Chrome.

Ublock Origin nel Chrome Web Store.

Niente panico: al momento attuale uBlock Origin funziona ancora su Chrome, ma
nelle prossime versioni del browser di Google verrà disabilitato
automaticamente. Per un certo periodo, gli utenti avranno la possibilità di
riattivarlo manualmente, ma poi sparirà anche questa opzione.

uBlock Origin continuerà a funzionare sugli altri browser, per cui un primo
rimedio al problema per i suoi milioni di utenti è cambiare browser, passando
per esempio a Firefox. Ma questo non è facile per gli utenti poco esperti e
rischia di introdurre incompatibilità e disagi, perché la popolarità di Chrome
spinge i creatori dei siti a realizzare siti Web che funzionano bene soltanto
con Chrome, in una ripetizione distorta della celebre
guerra dei browser
che aveva visto protagonista Internet Explorer di Microsoft contro Netscape
alla fine degli anni Novanta.

Raymond Hill, il creatore di uBlock Origin, non è rimasto con le mani in mano.
Vista la tempesta in arrivo, ha già creato e reso disponibile, sempre
gratuitamente, un nuovo adblocker che è compatibile con le prossime versioni
di Google Chrome. Si chiama uBlock Origin Lite, ed è già disponibile sul
Chrome Web Store. Trovate i link per scaricarlo su Disinformatico.info. Per ragioni tecniche
non è potente ed efficace come il suo predecessore, per cui Raymond Hill non
lo propone come aggiornamento automatico ma lo raccomanda come alternativa.

Ublock Origin Lite nel Chrome Web Store.

Se siete affezionati alla navigazione senza pubblicità grazie a uBlock Origin,
insomma, avete due possibilità: cambiare browser oppure passare alla versione
Lite di uBlock Origin, che è già stata installata in questo momento da circa
trecentomila utenti.

In tutto questo non va dimenticato che molti dei siti e dei servizi più usati
di Internet si mantengono grazie ai ricavi pubblicitari che gli adblocker
impediscono, per cui se usate un adblocker di qualunque tipo vale la pena di
dedicare qualche minuto ad autorizzare le pubblicità dei siti che vi piacciono
e che volete sostenere, lasciando bloccati tutti gli altri, anche come misura
di difesa contro i siti di fake news
nei quali è facile incappare e che si mantengono con la pubblicità, per cui a
loro non interessa che crediate o meno a quello che scrivono: l’importante per
loro è che vediate le loro inserzioni pubblicitarie. Ed è così che
paradossalmente gli adblocker diventano uno strumento contro la
disinformazione e i truffatori.

Fonti aggiuntive:
PC World,
WindowsCentral.

iPhone, arrivano gli app store alternativi. Ma solo in UE

Da quando è arrivato l’iPhone, una delle sue caratteristiche centrali è stata
quella di avere un unico fornitore di app, cioè l’App Store della stessa
Apple. Sugli smartphone delle altre marche, con altri sistemi operativi come
per esempio Android, l’utente è sempre stato libero di procurarsi e installare
app di qualunque provenienza con poche semplici operazioni, mentre Apple ha
scelto la via del monopolio, aggirabile solo con procedure decisamente troppo
complicate per l’utente medio.

Oggi, dopo sedici anni dal suo debutto nel 2008, l’App Store di Apple non è
più l’unica fonte di app disponibile agli utenti degli smartphone di questa
marca: debuttano infatti gli app store alternativi per gli iPhone. Ma solo per
chi si trova nell’Unione Europea. Una volta tanto, una novità arriva prima in
Europa che negli Stati Uniti, ma non scalpitate, le cose non sono così
semplici come possono sembrare a prima vista.

La novità è merito delle norme europee sulla concorrenza, specificamente del
Digital Markets Act o DMA, e delle azioni legali avviate da aziende come
Spotify, Airbnb e in particolare Epic Games, la casa produttrice di Fortnite,
aziende che contestavano non solo il regime di sostanziale monopolio ma anche
il fatto che Apple, come Google, chiede il 30% dei ricavi delle app: una
percentuale ritenuta troppo esosa da molti sviluppatori di app.

A questi costi si aggiungeva il fatto che alcuni tipi di app non erano
disponibili nell’App Store di Apple per scelta politica, per esempio su
pressioni di governi come quello cinese, indiano o russo, oppure per decisione
spesso arbitraria di Apple, come per esempio nel caso degli emulatori di altri
sistemi operativi (come il DOS) [The Verge], o nel caso dei browser alternativi (ammessi solo se usano lo stesso motore
interno WebKit di Safari [The Verge]), oppure dei contenuti anche solo vagamente relativi alla sessualità, come
nella
vicenda
emblematica dell’app che offriva un adattamento a fumetti dell’Ulisse
di Joyce, che era stata respinta per aver osato mostrare dei genitali maschili
appena accennati da un tratto di matita.

Apple ha giustificato finora queste restrizioni parlando di esigenze di
qualità e di sicurezza, e in effetti i casi di app pericolose giunte nel suo
App Store sono limitatissimi rispetto al fiume di malware e di spyware che si
incontra facilmente su Google Play per il mondo Android, ma non sempre queste
giustificazioni sono state documentate; l’argomentazione generale di Apple è
stata che solo Apple era in grado di fornire una user experience buona,
sicura e felice. In ogni caso, che ad Apple piaccia o no, l’Unione Europea ha
disposto che gli utenti di iPhone e iPad abbiano la facoltà di procurarsi app
anche attraverso app store
alternativi.

E così oggi un utente Apple che si trovi in Unione Europea può rivolgersi ad
app store come AltStore,
Setapp, Epic Games,
Aptoide e altri, trovandovi app
che non esistono nello store di Apple, soprattutto nel settore dei giochi e
degli emulatori.

Una cosa inimmaginabile qualche anno fa: Aptoide per iOS.

Ma la procedura non è affatto semplice. Mentre per usare l’App Store di Apple
l’utente non deve fare nulla, per usare gli store alternativi deve trovarsi
materialmente nel territorio dell’Unione Europea, e quindi per esempio la
Svizzera e il Regno Unito sono esclusi; deve impostare il paese o l’area
geografica del proprio ID Apple su uno dei paesi o delle aree geografiche
dell’Unione Europea, e deve aver installato iOS 17.4 o versioni successive. E
una volta fatto tutto questo, deve poi andare al sito dello
store alternativo ed eseguire tutta una serie di operazioni prima di
poter arrivare finalmente alle app vere e proprie. La cosa è talmente
complessa che Epic Games ha addirittura pubblicato su YouTube un video che
spiega la procedura.

Lo store della Epic Games.

La faccenda si complica ulteriormente se per caso l’utente esce per qualunque
motivo dall’Unione Europea: gli aggiornamenti delle app degli
store alternativi saranno ammessi solo per 30 giorni, e ci sono anche
altre limitazioni, elencate in un
tediosissimo documento
pubblicato da Apple che trovate linkato su Disinformatico.info.

[il documento di Apple elenca in dettaglio i paesi e le aree geografiche compatibili: Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia (incluse Isole Åland), Francia (incluse Guyana francese, Guadalupa, Martinica, Mayotte, Reunion, Saint Martin), Germania, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo (incluse Azzorre), Madeira, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna (incluse Isole Canarie), Svezia]

All’atto pratico, è difficile che questa apertura forzata e controvoglia
dell’App Store interessi a chi non è particolarmente esperto o appassionato,
ma perlomeno stabilisce il principio che a differenza di quello che avviene
altrove, nell’Unione Europea le grandi aziende del software non sono sempre in
grado di fare il bello e il cattivo tempo.


Fonti aggiuntive:
TechCrunch, IGNThe Verge,
TechCrunch

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