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Podcast RSI – Tilly Norwood, attrice sintetica o beffa virale?

Ultimo aggiornamento: 2025/10/08 17:00.

Questo è il testo della puntata del 6 ottobre 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP AUDIO: spezzone dal video AI Commissioner]

Tilly Norwood è in questo momento probabilmente il nome più odiato a Hollywood e ovunque si faccia cinema o televisione. Dal momento del suo recente debutto in pubblico a Zurigo, ha collezionato citazioni nei media di tutto il mondo e critiche da parte dei più importanti sindacati attori, secondo i quali Tilly Norwood non è nemmeno un’attrice e non dovrebbe rubare il mestiere a chi invece lo è davvero.

Che Tilly Norwood non sia un’attrice è indubbio: si tratta infatti di un personaggio fotorealistico generato tramite intelligenza artificiale. Non è certo il primo del suo genere. Ma quello che ha scosso il mondo del cinema e della televisione, e ha causato la sua levata di scudi collettiva, è stato l’annuncio che questo personaggio verrà rappresentato da una talent agency, un’agenzia di rappresentanza artistica per attori. I commenti indignati degli attori in carne e ossa e gli editoriali di critica livorosi non si contano.

Ma scavando nei dettagli di questa vicenda emerge che ci sono parecchie cose che non quadrano e la storia di Tilly Norwood andrebbe raccontata con un taglio meno indignato e più tecnico. Ci provo con questa puntata del 6 ottobre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Cominciamo dai fatti di base: allo Zurich Summit, una serie di conferenze e dibattiti sul mondo del cinema che si è svolta pochi giorni fa in occasione del festival del cinema di Zurigo, una delle relatrici è stata Eline Van Der Welden, CEO di Particle6, uno studio di produzione britannico specializzato nella generazione di immagini digitali tramite intelligenza artificiale. Durante un dibattito, Van Der Welden ha parlato di Tilly Norwood, uno dei personaggi sintetici creati dalla sua azienda, e ha dichiarato testualmente che avrebbe annunciato “nei prossimi mesi quale agenzia la rappresenterà”.

[CLIP AUDIO: dichiarazione di Van der Welden, tratta da Deadline.com a 2:00 dall’inizio]

Il sito specializzato Deadline Hollywood ha riportato questa dichiarazione, presentandola come un fatto assodato, titolando che “le agenzie di rappresentanza artisti ronzano intorno all’attrice basata su IA Tilly Norwood” [“Talent Agents Circle AI Actress Tilly Norwood As Studios Quietly Embrace AI Technology – Zurich Summit”] e la notizia è diventata virale, finendo sui media non solo specialistici, come Variety, ma anche generalisti in tutto il mondo [BBC; RSI] e provocando le reazioni di personalità come Whoopi Goldberg e Emily Blunt.

Un comunicato diffuso dal sindacato degli attori di Hollywood, il SAG-AFTRA, ha dichiarato senza mezzi termini che “è contrario alla sostituzione degli attori in carne e ossa da parte di entità sintetiche” e ha ribadito che Tilly Norwood “non è un’attrice: è un personaggio generato da un programma per computer addestrato attingendo al lavoro di innumerevoli artisti reali senza permesso e senza compenso. Non ha esperienze di vita alle quali attingere, non ha emozioni e, per quello che abbiamo visto, al pubblico non interessa guardare contenuti generati da computer e slegati dall’esperienza umana. Non risolve alcun ‘problema’, ma crea quello dell’uso di recitazioni rubate per lasciare senza lavoro gli attori, compromettendo la loro sussistenza e sminuendo il valore del talento umano”.

Parole di fuoco, che si concludono con un monito, ricordando ai produttori che non possono usare attori sintetici senza rispettare gli obblighi contrattuali del sindacato. A questa protesta si sono associate quelle del sindacato attori canadese ACTRA e quella del sindacato britannico Equity [The Wrap].

La narrazione che prevale, nei tanti articoli che parlano di Tilly Norwood, è che si sia di fronte a una svolta epocale nel cinema e nella televisione, e che ben presto attori e attrici umani verranno sostituiti da personaggi sintetici che non sbagliano le battute, non hanno comportamenti discutibili, non hanno rivendicazioni salariali, non invecchiano e non si stancano mai: delle marionette perfette per l’industria dell’intrattenimento. La sostituzione sarebbe insomma ineluttabile e imminente.

Ma dal punto di vista tecnico le cose non stanno affatto come sono state raccontate comunemente.


Prima di tutto, c’è un forte dubbio di tipo legale. Tilly Norwood non è una persona fisica: è un costrutto digitale, una serie di pixel su uno schermo, un fantoccio animato da una serie di comandi, o prompt, impartiti da un animatore. Pertanto non può essere rappresentata da un’agenzia per artisti, come ha dichiarato invece Eline Van Der Welden, così come non può esserlo per esempio Biancaneve, intesa come personaggio d’animazione.

Le eventuali case di produzione che fossero interessate a usare Tilly Norwood nelle loro realizzazioni dovrebbero semmai ingaggiare lo studio di produzione che gestisce il software che genera le immagini di questo personaggio digitale, esattamente come si assolda una società di effetti speciali come Weta o Industrial Light and Magic. Non ha senso parlare di agenzie di rappresentanza artisti: Tilly Norwood non è un’artista.

Van Der Welden non ha fatto i nomi di queste ipotetiche agenzie che sarebbero interessate a “scritturare” Tilly Norwood, trincerandosi dietro la riservatezza professionale. Questo significa che non ci sono conferme indipendenti di quello che ha dichiarato. Van der Welden, oltre a essere CEO di Particle6, si qualifica come attrice e comica. Non è che per caso siamo di fronte a una sua prestazione attoriale per promuovere la propria azienda?

C’è infatti un altro aspetto: la casa di produzione di Van Der Welden, la Particle6 o più formalmente Particle Productions Ltd, ha in totale…. quattro dipendenti, stando alle fonti e ai registri ufficiali pubblicamente consultabili [Endole; Endole; LinkedIn; Companies House], e uno di questi dipendenti è lei. È credibile che una microscopica società di quattro persone abbia battuto sul tempo i colossi dell’intelligenza artificiale e dell’animazione digitale, creando la prima “attrice” sintetica di qualità?

La risposta, come avrete intuito, è un inequivocabile “no”, confermato dall’esame tecnico del cortometraggio comico che vede Tilly Norwood come protagonista, intitolato AI Commissioner e disponibile per l’esame su YouTube.

Il video, che è dichiaratamente generato interamente con software di intelligenza artificiale, può sembrare convincente e qualitativamente sufficiente a una prima visione. Ma chi ha l’occhio allenato a riconoscere le immagini sintetiche nota fin dalla prima inquadratura i difetti tipici di questi prodotti:

  • le insegne sugli edifici formano parole senza senso,
  • pochi secondi più tardi le mani dei personaggi si deformano in maniera innaturale ogni volta che interagiscono con qualunque oggetto,
  • i loro denti diventano una scomposta striscia bianca quando aprono la bocca,
  • gli oggetti che tengono in mano fluttuano magicamente quando li lasciano andare [a 0:54, sullo sfondo a destra],
  • le locandine dei “film” interpretati da Tilly Norwood hanno sgorbi al posto delle lettere,
  • e in almeno un punto il nome del personaggio, scritto correttamente, è vistosamente aggiunto a mano in post-produzione [a 1:19; è storto e disallineato rispetto alla prospettiva della locandina sulla quale dovrebbe essere scritto].
Insegne improbabili.
Mani mostruose.
Dentature allucinanti.
Nel video l’oggetto in mano a questo personaggio resta a mezz’aria quando cambia la mano che lo regge.
Una scritta priva di senso (in basso) e una scritta corretta ma storta rispetto alla prospettiva della locandina.

Anche i video pubblicati sull’account Instagram di Tilly Norwood hanno esattamente gli stessi difetti. Le fattezze del personaggio cambiano da una scena all’altra, e in uno dei video il braccio di Tilly Norwood trapassa il volante dell’auto nella quale è seduta, mentre in un altro i suoi capelli scompaiono nel nulla e l’addome diventa ondulato come se fosse di gomma. E come capita spesso nel vestiario generato dalla IA, le asole e i bottoni sono distribuiti totalmente a casaccio.

Notate i capelli sulla spalla.
Subito dopo i capelli spariscono. E sarebbe una pancia, quella?

Persino nel suo sito, Tillynorwood.com, le immagini che dovrebbero promuoverla e dimostrare la sua qualità sono zeppe di errori classici, come le mani deformi e i bottoni del vestito disposti senza alcun ordine o senso logico. E viene addirittura presentata con vanto l’immagine in cui il suo braccio è letteralmente inglobato nel volante dell’auto.

Tilly Norwood ha polso e mano inglobati nel volante.
Quante dita ha questa creazione spacciata per rivoluzionaria?

Queste immagini e questi video possono sicuramente stupire chi non è del mestiere e li guarda distrattamente sullo schermo troppo piccolo di un telefonino, ma se li si guarda con occhio anche minimamente clinico e su uno schermo di dimensioni sensate ci si rende conto che siamo ben lontani dal realismo, dalla coerenza e dalla qualità che servirebbero per sostituire un attore o un’attrice in carne e ossa al cinema o in TV.


In altre parole: tutto quello che è stato mostrato da Eline Van Der Welden è assolutamente alla portata di qualunque generatore di immagini commerciale, come Kling, Midjourney, Krea.ai, Sora o Google Veo, ed è realizzabile con una spesa minima da chiunque abbia un pizzico di esperienza nel generare video sintetici e motivazione per investirci del tempo.

Anzi, prodotti come Krea.ai consentono di fare anche il cosiddetto training, ossia di usare una serie di foto di una persona (reale o sintetica), ripresa da varie angolazioni, per ottenere un personaggio pilotato dalla IA il cui volto resta sempre uguale, meglio di quanto faccia quello di Tilly Norwood.

Se quella di Eline Van Der Welden era un’operazione autopromozionale, è riuscita perfettamente: il nome della sua pasticciata creatura sintetica è oggi sulla bocca di tutti. Ma chi teme che Tilly Norwood rappresenti la fine degli attori umani può abbassare l’ascia dell’indignazione e prendere in mano la lente d’ingrandimento dell’osservazione spassionata per dormire sonni tranquilli.

Le cose, però, potrebbero cambiare in futuro: gli attuali generatori di video basati su intelligenza artificiale producono immagini imperfette, inadeguate per primi piani e protagonisti, ma accettabili per scene che si svolgono sullo sfondo, come del resto faceva già James Cameron in Titanic quasi vent’anni fa [1997] con le comparse virtuali che popolavano il ponte della nave nelle inquadrature più ampie, e rispetto a qualche anno fa la qualità ha fatto passi da gigante e continua a farne. Ma c’è anche il rischio che l’intelligenza artificiale generativa sia arrivata al limite delle proprie prestazioni e che aggiungendo potenza di calcolo si ottenga solo un affinamento minimo e insufficiente a sostituire in tutto e per tutto un attore o un’attrice in primo piano.

Sia come sia, la questione sollevata da Tilly Norwood e dalle proteste dei sindacati è seria: è il momento di regolamentare un settore che rischia di compromettere la sussistenza di moltissime persone e che si basa sullo sfruttamento non retribuito degli attori del passato. Queste intelligenze artificiali, infatti, vengono addestrate dalle grandi aziende che le controllano dando loro un enorme numero di immagini e video di scene con attori veri. Scene per le quali non si sa se siano stati pagati diritti di utilizzo.

Se lo facciamo noi, è pirateria. Se lo fa OpenAI, per esempio, è un modello di business necessario, come ha dichiarato l’azienda durante un’audizione a una commissione del Parlamento britannico nel 2024, spiegando che ChatGPT non sarebbe possibile se OpenAI non utilizzasse gratuitamente qualunque cosa mai scritta da noi esseri umani e tuttora vincolata dal copyright. OpenAI, fra l’altro, è valutata 80 miliardi di dollari.

Ed è forse qui la vera lezione di questa vicenda di Tilly Norwood: la conferma della tesi generale secondo la quale lo scopo fondamentale del boom dell’intelligenza artificiale è consentire ai ricchi di accedere alle competenze togliendo a chi è competente la possibilità di accedere alla ricchezza [“The underlying purpose of AI is to allow wealth to access skill while removing from the skilled the ability to access wealth.”].

Fonti aggiuntive

Attivissimo.me migrato, lavori in corso

Ultimo aggiornamento: 2025/10/08.

Da stamattina (7 ottobre) il mio blog/sito Attivissimo.me risiede su WordPress.com. L’hosting precedente su Gandi.net era diventato intollerabilmente lento, non so se per colpa mia o per altre ragioni, e quindi ho dovuto prendere la decisione drastica di trasferire tutto, e di corsa perché ovviamente le magagne arrivano nel momento in cui sono più stracarico di lavoro del solito.

Tutti i post che c’erano sul vecchio hosting sono presenti qui. Ce n’è anche qualcuno in più che avevo scritto come test anni fa.

Non ho (ancora) integrato i commenti di Disqus; per ora uso quelli standard di WordPress. Vediamo come vanno. Non garantisco nulla. Spero di poter recuperare e reimportare i commenti Disqus che avete inviato finora.

Se il vostro browser, visitando questo sito, vi ha detto o vi dice che la connessione non è privata e che il sito è pericoloso, è un falso allarme. Sono io che ho configurato temporaneamente il redirect alla sperindio per fare in fretta. Adesso non dovrebbero esserci più allarmi.

Alcuni font sono sbagliati, lo so, e ci sono correlati e link social bislacchi e inutili: ci lavorerò appena posso. L’importante era risolvere il problema immediato dell’inaccessibilità totale al server precedente, che mi impediva di postare.

Ci saranno disagi. Me ne scuso in anticipo. Questo è il meglio che sono riuscito a fare nel pochissimo tempo che posso dedicare a quest’urgenza mentre incombono tutte le altre (non ultima quella di un libro che devo chiudere entro fine mese).

Per ora non mandate suggerimenti tecnici di miglioramento o gentili offerte di aiuto: non ho il tempo materiale di coordinare nulla del genere. Sono veramente in panic mode in queste settimane. A libro consegnato ne riparleremo con calma.

Grazie per la vostra pazienza!

– Paolo

Se Attivissimo.me è lento, provate Paoloattivissimo.com

Sto tribolando parecchio con l’installazione di WordPress che gestisce Attivissimo.me: per motivi ignoti e nonostante vari interventi drastici per rimuovere plugin e file ridondanti, purgare cache e ispezionare log, da qualche giorno la pagina della Bacheca dalla quale posso postare un nuovo articolo o editarne uno esistente è diventata lentissima (ci mette vari minuti a caricarsi).

Lo stesso avviene, almeno per me, quando tento di sfogliare Attivissimo.me come lettore. Succede anche a voi?

Sto allestendo un WordPress alternativo in hosting su WordPress.com: lo trovate presso Paoloattivissimo.com. È ancora in bozza, ma i contenuti sono sincronizzati con quelli di Attivissimo.me, a parte i commenti, che per ora non sono disponibili.

Niente Panico RSI – Puntata del 2025/09/29

È ricominciato lunedì scorso Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La trasmissione è riascoltabile sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

I temi e le fonti della puntata
  • No, l’Area 51 non fu divulgata da Clinton nel 1995. Vari siti (per esempio Reddit; Accaddeoggi.it, su pagina non più accessibile) riportano che oggi sarebbe l’anniversario del momento in cui, nel 1995, l’allora presidente degli Stati Uniti Bill Clinton avrebbe finalmente annunciato al mondo l‘esistenza dell’Area 51. Non è così. Il 29 settembre 1995 Clinton firmò un documento, intitolato Presidential Determination on Classified Information Concerning the Air Force’s Operating Location Near Groom Lake, Nevada, No. 95-45, nel quale si limitava a esentare la “sede operativa dell’Aeronautica militare degli Stati Uniti presso Groom Lake, in Nevada” da alcune norme ecologiche.
    Ma l’esistenza della base era discussa ufficialmente almeno dal 1955, con tanto di comunicato stampa (Dreamlandresort.com). Negli anni Sessanta la base aveva addirittura una squadra di softball, gli 8-Ballers, e i suoi risultati venivano pubblicati in una newsletter non segretata, con titoli che citavano l’Area 51 con il suo nome, come “Area 51 Wins Slow-Pitch Tournament”. Altre info sull’Area 51 e sui velivoli straordinari che sono stati collaudati lì sono su Gwu.edu: The Area 51 File: Secret Aircraft and Soviet MiGs.
    Secondo Britannica.com, il governo statunitense riconobbe ufficialmente l’esistenza dell’Area 51 nel 2013, quando rilasciò un documento della CIA, fino a quel momento coperto dal segreto militare, che riguardava la storia dell’aereo-spia U-2. I voli di prova dell’U-2 svolti all’Area 51 negli anni Cinquanta del secolo scorso causarono molti degli avvistamenti di UFO in quella zone, perché questo velivolo poteva raggiungere quote molto più elevate di quelle degli altri aerei di quel periodo storico.
  • L’autopsia dell’alieno del 1995 è un falso conclamato. Ne avevo scritto qui (2006) e qui (2017). Accenniamo anche al mito degli alieni a Roswell.
  • Michael Jackson e la sua celeberrima posa inclinata. Il brevetto della tecnica che consentiva a Jackson di effettuare questa mossa apparentemente impossibile: Method and means for creating anti-gravity illusion, US5255452A (1992).
  • Anniversario della nascita del fisico Enrico Fermi. Ricordiamo anche il Paradosso di Fermi, la cui vicenda viene meticolosamente ricostruita in un lungo articolo di Eric M. Jones, intitolato “Where Is Everybody? An Account of Fermi’s Question” (1985).
  • Articolo scientifico spiega come intercettare meglio eventuali segnali extraterrestri. Secondo un nuovo studio sostenuto dalla NASA (Detecting Extraterrestrial Civilizations that Employ an Earth-level Deep Space Network), eventuali civiltà tecnologiche extraterrestri potrebbero rilevare i segnali radio che inviamo alle nostre sonde spaziali. Ogni volta che il Controllo missione invia istruzioni a un rover su Marte o a una sonda lontana, parte di quel potente segnale manca il bersaglio e continua a viaggiare nello spazio, potenzialmente per sempre. Gli scienziati della Penn State e del Jet Propulsion Laboratory della NASA hanno analizzato oltre 20 anni di dati provenienti dal Deep Space Network e hanno scoperto che se una civiltà aliena si trovasse lungo lo stesso piano orbitale della Terra e di Marte, ci sarebbe il 77% di probabilità di intercettazione di una delle nostre trasmissioni, specialmente se si trovasse entro circa 23 anni luce dal Sistema Solare.
    Ovviamente questo fenomeno funziona in entrambi i sensi: se gli eventuali alieni inviassero istruzioni ai loro esploratori planetari, quei segnali si diffonderebbero nello spazio e noi potremmo teoricamente rilevarli osservando i sistemi stellari vicini dotati di pianeti il cui piano orbitale è disposto di taglio rispetto alla Terra. Questi sistemi sono quindi candidati preferenziali per eventuali campagne di radioascolto.

Podcast RSI – Identità elettronica: pro e contro tecnici, promesse e preoccupazioni

Questo è il testo della puntata del 29 settembre 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: varie voci che chiedono “Mi dà un documento per favore?”]

Immaginatevi di rispondere a questa richiesta senza dover frugare nella borsa o nel portafogli per trovare una tessera consunta che ha su una vostra foto venuta male. Immaginate che non vi vada a genio l’idea di dare a uno sconosciuto l’elenco completo dei fatti vostri impressi su quella tessera, compreso l’indirizzo di casa come avviene nei documenti di alcuni paesi,* quando in realtà dovete dimostrare soltanto di essere maggiorenni o di essere chi dite di essere. O immaginate di essere online e che un sito di acquisti o un social network vi chieda una foto di un documento o addirittura di fare una scansione tridimensionale del vostro volto.

* La carta d’identità elettronica italiana, per esempio, include l’indirizzo di residenza, il codice fiscale e vari altri dati personali.

Ora immaginate di poter rispondere a queste situazioni semplicemente mostrando il vostro smartphone, che fornirà al vostro interlocutore soltanto le informazioni strettamente necessarie al caso specifico, garantite e autenticate dallo Stato. Questa è la promessa del cosiddetto Id-e o e-ID o mezzo di identificazione elettronico, già disponibile in numerosi Paesi.

Ma questa promessa è accompagnata anche da alcune preoccupazioni. Si teme di barattare la comodità con la sicurezza e di svendere la riservatezza in cambio dell’efficienza. Ci si preoccupa che si possa aprire gradualmente la porta a una sorveglianza di massa informatizzata e a vulnerabilità informatiche e che si finisca per escludere dalla società chi non ha o non può avere uno smartphone.

Benvenuti alla puntata del 29 settembre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica e focalizzato, in questo caso, sui pro e i contro delle identità elettroniche. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Ci siamo abituati ormai da tempo all’idea che per acquistare certi prodotti, accedere a vari posti, fruire di determinati servizi o chiedere documentazione alla pubblica amministrazione si debba presentare un documento d’identità. Spesso non si tratta soltanto di esibire momentaneamente un documento a qualcuno che lo verifica al volo, ma quel documento viene anche scansionato o fotocopiato o comunque conservato, non sempre legittimamente, da chi ce lo ha chiesto.

E questa conservazione, a volte, non è particolarmente diligente. Lo testimonia il fatto che immettendo semplicemente in Google le parole chiave giuste emergono migliaia di scansioni di documenti d’identità perfettamente leggibili, archiviate maldestramente in qualche cloud mal configurato, a disposizione del primo truffatore che passa, e anche del secondo e del terzo. La gestione e la custodia corretta di questi dati personali rappresentano un costo importante per le amministrazioni e per le aziende.

Con la graduale introduzione dei controlli di età minima nei social network e nei siti di acquisti e di incontri, ci siamo anche abituati a dare a queste mega-aziende una scansione 3D del nostro volto oppure una foto fronte-retro di un nostro documento di identità. Quel documento contiene nome, cognome, indirizzo, data di nascita esatta, foto del volto e molte altre informazioni personali in più rispetto a quelle realmente necessarie per una semplice verifica dell’età. Una sovrabbondanza di dati che queste aziende divorano con entusiasmo per fare profilazione di massa delle persone insieme ai nostri like, alla rete dei nostri contatti e alla nostra localizzazione.

Questi problemi evidenti di sicurezza, riservatezza e costo della situazione attuale possono essere ridotti drasticamente con un sistema di identificazione elettronica come quelli già esistenti da molti anni in vari Paesi europei e come quello previsto in Svizzera dalla legge federale approvata dalla votazione popolare di ieri.

L’identificazione elettronica svizzera che viene proposta è gestita direttamente dallo Stato, che la rilascia e ne è responsabile, e si basa su standard tecnici aperti. I dati personali vengono custoditi e trattati a bordo dello smartphone dell’utente, in un’app statale chiamata Swiyu per iOS e Android [codice su Github]. Tutta la gestione ha luogo su computer dell’infrastruttura della Confederazione e quindi i dati non finiscono in qualche cloud aziendale magari d’oltreoceano, come avviene invece con le identificazioni online attuali.

Inoltre i dati che vengono trasmessi durante l’uso sono solo quelli strettamente necessari: per esempio, se un negozio fisico o online deve verificare un’età, riceverà soltanto l’informazione che il cliente ha più di 18 anni e nient’altro. Con i sistemi attuali, invece, il negozio viene a sapere, e finisce per archiviare, tutte le informazioni presenti sul documento tradizionale mostrato o trasmesso online. La privacy è insomma maggiormente protetta se si usa un’identificazione elettronica.

I dati scambiati sono protetti dalla crittografia e non sono riutilizzabili da terzi, per cui intercettarli è sostanzialmente inutile, e per chi li riceve è semplice verificare che siano autentici. Invece superare gli attuali controlli usando una carta d’identità tradizionale falsificata o trovata su Internet è relativamente facile, soprattutto online.

I documenti di identificazione tradizionali, inoltre, possono essere rubati e usati abusivamente fino alla loro scadenza prefissata, salvo che ci siano complessi coordinamenti fra archivi delle denunce di furto o smarrimento e negozi o servizi pubblici, mentre l’identificazione elettronica è facilmente revocabile in qualunque momento e cessa immediatamente di essere usabile ovunque.

Fra l’altro, la revocabilità non va vista come una procedura d’emergenza, come lo è nel caso dei documenti d’identità cartacei, ma è una prassi standard del sistema. Infatti l’identità digitale è legata strettamente allo specifico esemplare di smartphone dell’utente, grazie ancora una volta alla crittografia, e quindi non è trasferibile, in modo che siano praticamente impossibili i furti di identità. Se si cambia smartphone, si chiede semplicemente il rilascio di un nuovo certificato di identità digitale. L’intero procedimento è gratuito per i residenti.

C’è anche un altro livello di protezione della privacy: i dati personali delle credenziali digitali degli utenti non vengono mai custoditi nei server dello Stato e non c’è un’autorità centrale che li aggrega, custodisce o controlla. Lo scambio di dati avviene direttamente, in maniera decentrata, fra l’utente e il servizio o negozio. In questo modo è impossibile collegare tra loro le informazioni sull’utilizzo delle varie credenziali e fare profilazione di massa degli utenti.


I vantaggi di un sistema di identità digitale decentrato e non commerciale sono insomma numerosi, ma ci sono comunque degli aspetti meno positivi da considerare.

Il primo è la scarsa intuitività, almeno all’inizio, quando presentare il telefono per identificarsi non è ancora un gesto abituale e diffuso, anche se lo si fa già per i biglietti aerei, per i pagamenti contactless nei negozi fisici e in varie altre occasioni. Tutte le procedure informatiche che permettono, dietro le quinte, la garanzia e la verifica di un’identità digitale sono arcane e scarsamente comprensibili per l’utente non esperto, mentre verificare un documento d’identità tradizionale è un gesto naturale che conosciamo tutti.

Il secondo aspetto è la potenziale fragilità del sistema elettronico: una carta d’identità tradizionale funziona sempre, anche quando non c’è campo, e non ha una batteria che si possa scaricare. È un problema già visto con chi non stampa più i biglietti del cinema o del treno e poi va nel panico perché gli si scarica il telefono e non ha modo di ricaricarlo, o con chi si affida al navigatore nell’app e poi non sa che strada prendere quando si trova in una zona senza segnale cellulare.

Un terzo problema è la necessità di avere uno smartphone, e specificamente uno smartphone moderno con funzioni crittografiche integrate, se si vuole usare l’identità digitale: è vero che quasi tutte le persone oggi hanno un telefono cellulare, ma non tutte hanno uno smartphone Android o iOS. E ci sono persone che per mille ragioni, come costo, impatto ambientale, difficoltà motorie, diffidenza verso la tecnologia e antipatia per le interfacce tattili, non vogliono essere costrette a portarsi in giro un oggetto di questo genere.

Del resto non ci sono alternative tecniche realistiche: la potenza di calcolo e la facilità di aggiornamento che sono necessarie per avere un sistema sicuro e flessibile non consentono soluzioni come per esempio delle tessere in stile carta di credito, e comunque qualunque dispositivo dedicato comporterebbe un costo di produzione, distribuzione e gestione di milioni di esemplari, per non parlare del problema di far abituare le persone a portare con sé e tenere sempre carico un dispositivo in più, mentre lo smartphone è bene o male già nelle tasche di quasi tutti.

È anche per questo che la Confederazione continuerà a offrire tutti i servizi anche in maniera analogica e i metodi tradizionali di identificazione non verranno soppiantati ma resteranno disponibili in parallelo, per evitare che si formino dei ghetti tecnologici che intrappolano chi non può permettersi o non può usare uno smartphone, e quindi proprio le persone più deboli e vulnerabili.

Video di presentazione dell’id-E realizzato dalla Confederazione prima del recente referendum.

Resta comunque il problema di fondo di tante innovazioni tecnologiche degli ultimi tempi: la crescente centralità e importanza che fanno assumere allo smartphone nella vita di tutti i giorni. Quello che una volta era un telefono è oggi un oggetto fragile e costoso al quale viene chiesto di fare sempre più cose: fotocamera, agenda, navigatore, chiave di casa e dell’auto, custodia per i biglietti di viaggio, portafogli, traduttore, terminale bancario e adesso anche mezzo di identificazione. Se perdiamo lo smartphone o si rompe, rischiamo la paralisi sociale. Ma siccome capita raramente, ci abituiamo, diamo per scontato che funzioni, e smettiamo di sapere come usare i metodi alternativi.


Tirando le somme, il sistema di identità digitale svizzero non è perfetto, ma l’ottimo è nemico del buono, e non fare nulla significa lasciare le cose come stanno, cioè continuare a riversare dati personali negli immensi collettori delle aziende trilionarie del settore tecnologico. Il timore istintivo che un sistema di identità digitale porti a un ipotetico Grande Fratello governativo è comprensibile, ma l’alternativa è continuare a sottostare agli umori dei tanti Grandi Fratelli commerciali che non sono affatto ipotetici.

Una regola d’oro dell’informatica, quando si tratta di privacy e riservatezza, è che bisogna sempre progettare i software che gestiscono questi aspetti cruciali della vita sociale democratica in modo che siano resistenti non solo alle tentazioni di abuso del governo corrente di un Paese, ma anche a quelle di tutti i possibili governi futuri, compresi quelli peggiori immaginabili. Per l’identità digitale svizzera sono state prese misure tecniche robuste proprio per ridurre al minimo questo rischio. La sua progettazione si basa su tre punti di forza principali.

  • Il primo è la cosiddetta privacy by design, ossia la riservatezza è incorporata e intrinseca e non è una funzione aggiunta a posteriori.
  • Il secondo è la minimizzazione dei dati, ossia in ogni fase vengono condivisi e scambiati soltanto i dati strettamente necessari allo scopo specifico, e anzi se un negozio o servizio ne chiede più del necessario è prevista la sua segnalazione pubblica.
  • Il terzo è il decentramento, vale a dire i dati dell’identità digitale di un utente sono custoditi esclusivamente sul suo dispositivo, senza archivi centrali.

A questi tre si aggiunge un quarto punto felicemente lungimirante: il sistema di identità digitale svizzero è concepito per essere conforme agli standard internazionali, in modo da garantire che possa essere usato in futuro anche all’estero, per esempio nell’Unione Europea, che si sta attrezzando con un sistema analogo.

Se tutto procederà secondo i piani, dall’anno prossimo sarà possibile avere una sorta di portafoglio elettronico che potrà contenere documenti e attestati della pubblica amministrazione, diplomi, biglietti, licenze di circolazione, tessere di assicurazione malattia, tessere di socio, carte clienti, iscrizioni protette ai social network e altro ancora, senza più stampare e spedire montagne di carta o tessere di plastica, e permetterà di identificarsi online, o meglio di qualificarsi per esempio in termini di età o di licenze,senza regalare a ogni sito tutti i nostri dati personali.

La spesa prevista per lo sviluppo e la gestione di questa identità digitale nazionale e per l’infrastruttura che la supporterà equivale a meno di tre franchi e mezzo a testa all’anno. Sembra una spesa ragionevole, se permette di snellire la burocrazia e di evitare di dover inviare ovunque immagini dettagliate dei nostri documenti.

E soprattutto se permette di creare una penuria di scansioni di documenti di identificazione sfruttabili dai criminali informatici. Sarebbe davvero splendido riuscire a indurre finalmente in questi malviventi una vera e propria… crisi di identità.

Fonti

Un regalo di compleanno insolito e speciale: i miei programmi radio di 40 anni fa, restaurati

Come avevo raccontato in un articolo del 2021, tanti anni fa, in una galassia lontana lontana, avevo una ventina d’anni e facevo il DJ nelle radio private della zona di Pavia, dove abitavo, e producevo anche un programma musicale in inglese per un’emittente “pirata” olandese in onde medie e onde corte, World Music Radio. In Italia conducevo i programmi con il mio nome e cognome, mentre per World Music Radio avevo adottato il nom de microphone John Sinclair.

Andrea, amico di lunghissima data, appassionato di radio, è l’erede dell’archivio programmi di WMR e gestore dell’incarnazione attuale di questa stazione, WMR Classic, che ritrasmette i programmi storici dei suoi conduttori. Per il mio compleanno, il 28 settembre, ha previsto insieme all’amico e collega Adriano un palinsesto speciale:

  • dalle 9:00 alle 11:00 – Speciale John Sinclair
  • dalle 12:00 alle 22:20 circa – Speciale John Sinclair

Andrea ha pazientissimamente restaurato tutti i programmi, ripulendo l’audio originale e sostituendo i brani musicali (fortemente compressi e distorti dai riversamenti analogici che si facevano a quei tempi) con le loro versioni digitalizzate. Il risultato è davvero notevole e molto ascoltabile, soprattutto se vi piace la musica degli anni Ottanta.

Se vi va, potete seguire lo speciale in onde medie sui 927 kHz (1 kW) da Milano, con copertura Nord Italia e parte del Canton Ticino, oppure in streaming:

https://www.getmeradio.com/stations/power927milano-8553/ (slot illimitati)
https://www.getmeradio.com/stations/wmrclassic-8810/ (20 slot disponibili)

Buon ascolto e buon divertimento, per citare il compianto Leonardo “Leopardo” Re Cecconi di Radio Milano International, e grazie ad Andrea e Adriano per questo regalo molto speciale!

Una foto dell’epoca in cui trasmettevo a Pavia Radio City. All’epoca ti accontentavi di due giradischi, due lettori di audiocassette, un microfono e un mixer. Sì, avevo i capelli lunghi e ricci.

Sci-Fi Universe 2026, prime info sugli ospiti: David Nykl (Stargate Atlantis, Arrow)

Il 17 e 18 gennaio prossimi ci sarà l’edizione 2026 di Sci-Fi Universe, la convention di fantascienza, astronomia e astrofisica organizzata dallo Stargate Fanclub Italia che ho il piacere di co-organizzare e co-condurre per passione, nata per creare un’occasione per tutti i fan di questi argomenti per rivedere amici di lunga data e conoscerne di nuovi.

Posso già annunciare alcuni degli eventi e degli ospiti di questa edizione:

Altri annunci arriveranno nei prossimi giorni: se seguite la SFU su Instagram, Mastodon, Facebook e sugli altri canali social dell’evento, verrete informati prontamente.

Le iscrizioni sono già aperte e sono a numero chiuso per rispettare i limiti di capienza delle sale del Parc Hotel di Peschiera del Garda.

Smartphone, social e minori, proibire o regolamentare? Indagine della RSI

Il 16 settembre scorso è andata in onda un’inchiesta del programma Falò della Radiotelevisione Svizzera sulla questione dei danni sociali causati dall’uso di smartphone e social network in particolare ai minori. I dati statistici si sono accumulati per anni e sono preoccupanti. Ora, finalmente, ci si interroga su cosa fare per una situazione che gli esperti hanno segnalato da tempo, restando largamente inascoltati.

Io faccio un piccolo intervento intorno a 19:00, mostrando che i controlli sui contenuti di Instagram sono inesistenti ed espongono gli utenti a pornografia e immagini di violenza estrema e che spesso questi contenuti inaccettabili non vengono rimossi nemmeno se li si segnala (probabilmente perché il “controllo” viene effettuato automaticamente, senza coinvolgere un essere umano).

Chiarisco il mio commento sul mettere la volpe a capo del pollaio: mi riferivo alle proposte di obbligare Meta e gli altri gestori di social network a effettuare controlli più severi sull’età degli utenti.

Queste aziende non hanno nessun incentivo economico a limitare gli utenti e nessuna penalità significativa se non lo fanno diligentemente (le sanzioni milionarie spesso citate sono l‘equivalente di qualche ora di fatturato e sono quindi un banale costo operativo, non un pericolo). Far fare questi controlli a loro significa regalare altri dati personali dei nostri figli (scansioni dei volti e dei documenti) ad aziende che vivono della vendita di quei dati.

Ha invece senso, secondo me, che lo Stato fornisca un servizio di identità digitale che comunichi a questi social solo il dato di legittimazione all’uso, ossia “certifico che questo utente – di cui non ti dico nient’altro, niente nome, cognome, indirizzo, documento, genere, volto, età precisa – ha più di X anni”. In pratica, io cittadino mi rivolgo allo Stato, che ha già i miei dati, e lo Stato mi dà un token, un codice usa e getta slegato dalla mia identità, che posso usare per autenticarmi in un social o in un negozio online o in un forum.

Non so se ci sono georestrizioni sul programma, ma se vi interessa è qui sul sito della RSI (72 minuti). I singoli servizi trasmessi durante la puntata sono qui: A scuola senza smartphone (6 minuti) e Smartphone e social, tempo di divieti? (20 minuti). Entrambi sono stati realizzati da Paola Santangelo e Andrea Campiotti.

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