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Podcast RSI – Niente social sotto i 16 anni, parte l’esperimento australiano. Altri Paesi si preparano

Questo è il testo della puntata dell’8 dicembre 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: “Australia will become the first country in the world to ban under 16s from having social media accounts.”]

È la voce della ministra australiana per le comunicazioni Anika Wells, che annuncia che il prossimo 10 dicembre entrerà in vigore in Australia il divieto assoluto di avere un account sui principali social network per chiunque abbia meno di sedici anni. Molti Paesi stanno osservando con interesse questo esperimento sociale australiano per vederne i risultati.

Ma ancora prima della scadenza, i giovani del Paese stanno scoprendo come eludere questo divieto, beffando i controlli sull’età in maniere comicamente semplici. Le buone intenzioni dei politici si scontrano con la realtà tecnica e ne escono con le ossa rotte, come ampiamente previsto dagli esperti. Ma da questa sperimentazione stanno anche emergendo idee meno grossolane e più mirate su come arginare gli effetti sociali indiscutibilmente pesantissimi dei trucchi usati dai social network per indurre dipendenza nei loro utenti. Trucchi che uno dei loro inventori definisce senza mezzi termini “cocaina comportamentale”.

Benvenuti alla puntata dell’8 dicembre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Dal 10 dicembre prossimo in Australia sarà vietato ai minori di sedici anni possedere un account su TikTok, Instagram, Facebook, Threads, X, Snapchat, Twitch, Kick, Reddit e YouTube. È il primo effetto di una legge, denominata Social Media Minimum Age Bill, approvata poco più di un anno fa. Ne avevo parlato in questo podcast all’epoca, segnalando i problemi tecnici di questo divieto.

È passato un anno, e come era facile prevedere i problemi tecnici non sono stati risolti: non appena i social network colpiti dal provvedimento hanno iniziato ad avvisare i loro utenti che avrebbero perso i loro account se non avessero dimostrato di avere più di sedici anni, i giovanissimi sotto questa soglia hanno escogitato tecniche per eludere i controlli. È emerso che su Snapchat, per esempio, basta mostrare alla telecamera frontale dello smartphone una foto di una persona adulta, oppure indossare una maschera di carnevale che raffiguri un viso adulto, e l’app risponde “Grazie di aver verificato la tua età”.

Uno degli aspetti più criticati della legge australiana, infatti, è che delega ai social network il compito di scegliere la tecnica usata per verificare l’età. E ovviamente i social network hanno fatto solo il minimo indispensabile per essere conformi alla legge, perché non hanno nessun interesse a perdere utenti. Dare alle volpi le chiavi del pollaio non è mai una buona idea, specialmente se le sanzioni in caso di inadempienza sono trascurabili, come in questo caso. Il loro importo massimo, 50 milioni di dollari [australiani], sembra notevole, ma è l’equivalente di appena un paio d’ore di fatturato delle grandi piattaforme social.

Le volpi in questione hanno scelto vari metodi per la verifica dell’età. Alcune offrono il riconoscimento facciale, che però è facilmente aggirabile e poco preciso, per cui sbaglia spesso, approvando una quattordicenne dall’aspetto maturo e rifiutando chi ha lineamenti molto fini, con un margine di errore di circa due o tre anni per eccesso o per difetto.

L’invio di una foto di un documento d’identità è più affidabile, ma comporta che i social network (o meglio, le società private alle quali hanno dato l’incarico in subappalto) diventano custodi di milioni di documenti personali, e questo chiaramente non piace agli utenti, che non si fidano dei social. Inoltre procurarsi temporaneamente un documento di una persona più che sedicenne non è un problema.

C’è anche il metodo della cosiddetta age inference o stima dell’età basata sul comportamento online, ma è risultato poco attendibile. La legge australiana, però, parla semplicemente di “misure ragionevoli” di verifica, senza fissare metodi specifici o livelli minimi di affidabilità, e questi sono i risultati.

Le tecniche di elusione del divieto sono tante. Si può anche usare una VPN per simulare di non essere in Australia, o si possono usare piattaforme social non colpite dal divieto, e questo significa che paradossalmente la legge australiana rischia di spingere gli adolescenti verso servizi online ancora meno adatti alla loro età oppure ancora meno moderati dai loro gestori, come WhatsApp o Telegram. Le piattaforme escluse dal divieto sono numerose e includono Discord, GitHub, Lego Play, Roblox, Steam, Steam Chat, Google Classroom e YouTube Kids. Anche ChatGPT non fa parte dei servizi online vietati ai minori di sedici anni.

Inoltre gran parte dei contenuti dei social network resta comunque accessibile ai minori: infatti chi ha meno di sedici anni non può avere un account social, ma può benissimo vedere qualunque post, video o foto presente sui social che abbia un link pubblico.


Va detto che i legislatori australiani erano consapevoli del fatto che questo divieto sarebbe stato eludibile da qualunque adolescente sufficientemente motivato. Ma quello che conta, secondo le dichiarazioni della ministra per le comunicazioni Anika Wells, è che la legge permette ai genitori di dire ai figli che non sono loro i cattivi che vietano arbitrariamente l’uso dei social: è lo Stato a vietarlo. Questa legge è anche un messaggio chiaro del fatto che i social network sono considerati ufficialmente un ambiente tossico, e questo è un aiuto non tecnico ma sociale tutt‘altro che trascurabile. Un parafulmine per le ire dei minori ai quali verrà tolto tra pochi giorni un canale di comunicazione dal quale dipendono per i propri rapporti sociali con i coetanei.

Danimarca, Grecia, Romania, Francia, Nuova Zelanda, Malesia e la Commissione Europea hanno manifestato l’intenzione di introdurre un’età minima di accesso ai social network. Anche in Italia, Germania, Paesi Bassi, Regno Unito e Spagna ci sono proposte di legge in questo senso. La consapevolezza che non si può restare senza fare nulla di fronte a dati sempre più allarmanti sull’aumento del disagio giovanile, del bullismo, dei contenuti d’odio, dei predatori online e delle ansie direttamente legate all’uso dei social network è ormai ampiamente diffusa. Il problema è cosa fare, e come farlo.

L’Unicef, per esempio, sostiene che i cambiamenti proposti dalla legge australiana “non risolveranno i problemi che i giovani devono affrontare online. I social media”, dice, “hanno molti aspetti positivi, come l’educazione e il mantenimento dei contatti con gli amici… è più importante rendere più sicure le piattaforme social e ascoltare i giovani per essere sicuri che le modifiche siano davvero utili.” Anche perché non è che appena si compiono sedici anni si diventa di colpo automaticamente capaci di gestire le trappole dei social network.

Una delle proposte tecnicamente più interessanti è quella di rendere opzionali gli algoritmi che propongono contenuti. Oggi praticamente tutti i social network registrano e schedano accuratamente i gusti e le abitudini di ogni loro utente e gli suggeriscono persone o contenuti che potrebbero interessargli. Ma questi algoritmi sono fatti in modo da farci continuare a scorrere e guardare i contenuti dei social, dando la priorità a qualunque cosa che produca forti risposte emotive, come l’indignazione, la rabbia o la misoginia. Togliere l’algoritmo ai social, o renderlo facoltativo, permetterebbe agli utenti di scegliere cosa vogliono vedere invece di trovarsi con un fiume continuo di contenuti preselezionati e predigeriti. Che è quello che già avviene, per esempio, sul social network non commerciale Mastodon.

Gli esperti confermano che gli algoritmi sono uno dei fattori chiave nella tossicità dei social network. Per esempio, non sono in grado di capire se un utente si è soffermato a guardare un video perché gli piace o perché è inorridito, e quindi gli propongono ciecamente altri contenuti dello stesso tipo. Inoltre alimentano stereotipi pericolosi: uno studio del 2024 ha creato degli account di prova su TikTok e su YouTube, e tutti quelli identificati come maschili sono stati bombardati in breve tempo di “contenuti maschilisti, antifemministi ed estremisti di altro tipo”. Ma gli algoritmi sono anche uno dei principali fattori di crescita e di fatturato dei social network, che quindi sono disposti a fare qualunque cosa e usare qualunque trucco pur di continuare a massimizzare i profitti e creare dipendenza nei loro utenti.

Quest’accusa è confermata da un esperto assoluto del settore, Aza Raskin, che ha una caratteristica molto particolare: è stato lui a inventare, nel 2006, il cosiddetto scorrimento infinito (o infinite scrolling): quella funzione delle app e dei siti per cui non si arriva mai in fondo a una pagina, ma vengono continuamente caricati nuovi contenuti. Questa funzione toglie all’utente il bisogno di cliccare per passare a una pagina successiva. Gli toglie la pausa e quindi rende molto più facile continuare a guardare video e post senza mai fermarsi e soprattutto senza dover mai pensare.

In un’intervista alla BBC del 2018, Raskin ha spiegato che ogni dettaglio di un’app social viene studiato per massimizzare la creazione di una dipendenza. Per esempio, si analizza l’esatta sfumatura di colore dell’indicatore delle notifiche, che è sempre rosso perché questo colore stimola il cervello con sensazioni di urgenza più di ogni altro, ma alcuni toni di rosso funzionano meglio di altri. Raskin descrive questa strategia dei social network con un termine particolarmente efficace.

[CLIP da “Smartphones: The Dark Side” (BBC, 2018): “It’s as if they’re taking behavioral cocaine and just sprinkling it all over your interface”]

Quello che fanno i tecnici dei social network, spiega l’esperto, è spargere su tutta l’interfaccia della loro app cocaina comportamentale.


Anche altri esperti confermano che i gestori dei social network creano consapevolmente una dipendenza nei loro utenti. Lea Pearlman, coinventrice del pulsante “Mi piace” di Facebook, conferma che persino lei era diventata dipendente dalla gratificazione offerta da quel “Mi piace”. Sandy Parakilas, tecnico di Facebook fino al 2012, ha spiegato che nell’azienda c’era una chiara consapevolezza del fatto che il prodotto creava assuefazione e dipendenza, con un “modello commerciale progettato per coinvolgerti e fondamentalmente succhiarti via dalla vita tutto il tempo possibile e poi vendere quell’attenzione agli inserzionisti.” L’ex presidente di Facebook Sean Parker ha ammesso che l’azienda stava “sfruttando una vulnerabilità della psicologia umana”, ne era consapevole ma lo faceva lo stesso.

Forse, più di ogni divieto, può essere efficace far sapere ai giovani e anche agli adulti quale sia la vera natura dei social network commerciali. Spazi concepiti per sfruttare l’utente, non per facilitargli la comunicazione. Spazi nei quali i truffatori sono tollerati e a volte persino protetti, perché generano miliardi di incassi, per esempio a Meta con le loro inserzioni fatte per promuovere i loro raggiri, come ho raccontato in una puntata recente di questo podcast. Non sono parchi di divertimento: sono laboratori, nei quali siamo trattati come topolini e siamo altrettanto sacrificabili.

Imporre per legge l’estirpazione dai social network delle funzioni che creano questa dipendenza, come lo scorrimento infinito e gli algoritmi, sembra insomma essere una soluzione tecnicamente molto più efficace, praticabile e verificabile di un semplice limite di età. E in ogni caso quel limite di età può essere applicato senza dare alle piattaforme social tanti dati personali, usando per esempio un’identità digitale garantita dallo Stato, come quella svizzera recentemente adottata o quella in fase di sviluppo nell’Unione Europea, che consente all’utente di certificare a un social network la propria età senza inviargli nessuna informazione personali, nessuna scansione di documenti e nessuna foto del proprio volto.

Nel bene e nel male, l’Australia sta facendo certamente da apripista, e questo significa che gli altri Paesi possono imparare dalle sue esperienze pionieristiche cosa funziona e cosa non funziona. E magari, si spera, non ripetere gli stessi errori.

Podcast RSI – WhatsApp, miliardi di nomi e numeri saccheggiabili per anni

Questo è il testo della puntata dell’1 dicembre 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: audio di notifica WhatsApp]

Una falla fondamentale nel funzionamento di WhatsApp ha reso possibile compilare un elenco di tre miliardi e mezzo di numeri di telefono di utenti e associarli a circa un miliardo di nomi, foto e informazioni di profilo di quegli utenti. È la più grande fuga di dati della storia: l’elenco telefonico di mezza umanità, senza filtri. Una manna per ficcanaso, stalker, truffatori e anche governi repressivi, visto che in alcuni paesi avere WhatsApp sul telefono è illegale e può portare ad arresti e persecuzioni.

Questa è la storia di questa fuga di dati e di come i suoi autori, dopo aver raccolto questo bottino immenso, lo hanno semplicemente cancellato. Ma è anche la storia di cosa possiamo fare noi, come utenti, di fronte all’indifferenza di Meta per questa falla, che in parte è ancora aperta.

[CLIP: audio di notifica WhatsApp]

Benvenuti alla puntata del primo dicembre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Il successo planetario di WhatsApp deriva in gran parte dalla sua facilità di utilizzo. Quando la installiamo, normalmente le diamo il permesso di leggersi tutti i numeri della nostra rubrica telefonica. L’app cerca ciascuno di questi numeri nell’archivio centrale degli utenti di WhatsApp e, se li trova, recupera le informazioni di profilo corrispondenti, che spesso includono il nome della persona e una sua foto. E così, in una manciata di secondi, l’app è pronta per l’uso, con tutti i contatti che ci servono, chiaramente etichettati.

È tutto molto bello, ma se guardiamo questa facilità con l’occhio di chi si occupa di sicurezza informatica ci rendiamo conto che permette a un malintenzionato di compilare un elenco di tutti gli utenti di WhatsApp del mondo, insieme alle relative informazioni di profilo, semplicemente mettendo in rubrica uno dopo l’altro tutti i numeri di telefono possibili del pianeta.

Descritta così sembra un’idea totalmente assurda, ma in realtà si tratta di una tecnica classica di estrazione di dati: la cosiddetta enumeration. Per fare la ricognizione di un bersaglio informatico si tentano tutti gli indirizzi possibili, o tutti gli accessi possibili, alla ricerca di punti deboli o di informazioni interessanti. Una enumeration è l’equivalente informatico di un ladro che tenta di aprire sistematicamente tutte le porte e le finestre di una casa per vedere quali non sono chiuse a chiave o bloccate.

Anche a me, molti decenni fa, è capitato di fare enumeration sui numeri di telefono: non per rubare, ma per semplice curiosità di giovane hacker. Erano i tempi in cui per collegarsi a Internet o a un servizio informatico pubblico si usava ancora il modem, sulla rete telefonica fissa, e molti di questi accessi e servizi non erano pubblicamente catalogati. E così programmavo il computer e il modem per tentare uno dopo l’altro tutti i numeri di telefono possibili, concentrandomi su quelli a chiamata gratuita per non svenarmi. Se rispondeva una voce, il mio modem riagganciava; se rispondeva un altro modem, partiva un tentativo di connessione. In questo caso salvavo le informazioni che identificavano il servizio, e poi passavo al numero successivo [in sostanza facevo wardialing].

Fu un piacere scoprire quante università, banche, aziende e istituzioni stavano adottando le comunicazioni digitali. Nella comunità hacker di quell’epoca ci si scambiavano i risultati di queste scansioni per costruire collettivamente una mappa di questo universo informatico così promettente e futuribile. Ma una sera, mentre ascoltavo i tentativi del mio computer, sentii rispondere una voce maschile con chiaro accento americano e tono da centralinista. Disse due parole: “FBI Headquarters…”.

Il mio modem riagganciò con indifferenza e passò al numero successivo come se niente fosse, ma io rimasi colpito da quella risposta. Forse avevo trovato uno dei numeri nazionali usati dagli agenti dell’FBI per chiamare gratuitamente la sede centrale negli Stati Uniti da qualunque telefono, tipicamente da una cabina; a quei tempi non c’erano i cellulari e men che meno c’era il roaming. O forse avevo semplicemente trovato un buontempone che era stufo delle chiamate moleste e dei ragazzini con il modem e aveva escogitato questo deterrente molto convincente. Sia come sia, passai qualche sera con l’ansia di trovarmi i Men in Black alla porta. Ma non accadde nulla.

[CLIP: audio di notifica WhatsApp]

Tornando a WhatsApp, fare la scansione di tutti i numeri di telefono del mondo per vedere quali hanno un account WhatsApp è una tecnica di enumeration fattibilissima e realistica. Ovviamente non si immettono a mano tutti i numeri in un telefonino, ma si usa un software apposito, tipicamente uno dei tanti client open source che emulano l’app di WhatsApp. Con questa tecnica è possibile interrogare ben settemila numeri telefonici al secondo per ogni computer assegnato a questo compito. Basta insomma un po’ di pazienza e di automazione e l’elenco di tutti gli utenti WhatsApp del pianeta si può davvero creare.

Se vi state chiedendo come mai cito questa cifra così precisa, chiarisco subito, a scanso di equivoci, che non è farina del mio sacco: è quella che hanno documentato le persone che hanno creato davvero questo elenco mondiale.


Un gruppo di ricercatori universitari e informatici austriaci ha infatti pubblicato di recente un articolo tecnico che spiega in dettaglio le tecniche e i risultati di una scansione di massa effettuata da loro su tutti i numeri telefonici cellulari potenziali del mondo, che sono circa 63 miliardi, alla ricerca di quelli associati a un account WhatsApp.

Questi ricercatori sono riusciti in breve tempo a compilare un censimento di circa tre miliardi e mezzo di numeri telefonici di utenti WhatsApp, al ritmo di circa cento milioni di tentativi ogni ora. Per il 57% di questi numeri era accessibile la foto del profilo e per un altro 29% era accessibile il testo del profilo.

Il primo risultato interessante di questo censimento è che WhatsApp non ha bloccato questa scansione di massa, nonostante l’elevatissimo e anomalo numero di consultazioni dei suoi archivi provenisse da un unico indirizzo IP e da un solo account aperto dai ricercatori. Questo significa che qualunque malintenzionato avrebbe potuto fare la stessa cosa. Anzi, i ricercatori documentano che WhatsApp era già stata avvisata anni fa del problema comportato da questa situazione ma in sostanza non aveva fatto nulla per risolverlo. Normalmente un attacco basato su enumeration si blocca o si scoraggia mettendo un tetto al numero di richieste al secondo che possono essere fatte da un singolo dispositivo (è il cosiddetto rate limiting), ma Meta, che possiede WhatsApp, ha introdotto questo tetto solo dopo che i ricercatori l’hanno avvisata di quello che avevano fatto.

Per anni, insomma, chiunque può aver silenziosamente compilato un censimento analogo, che i ricercatori definiscono “la più vasta esposizione di numeri di telefono e di dati utente associati mai documentata” e sarebbe, secondo loro, “la più grande fuga di dati della storia, se non fosse stata realizzata nell’ambito di una ricerca svolta responsabilmente”. I ricercatori austriaci, infatti, hanno cancellato i dati raccolti, dopo averli però analizzati estesamente.

Il secondo risultato interessante è appunto legato a questa analisi. Molte persone si chiedono quale sia il problema e cosa mai possano farsene i malintenzionati di dati che tutto sommato sono pubblici, come il numero di telefono e le informazioni del profilo. Ma è l’aggregazione di questi dati che fa la differenza. Truffatori e spammer ci andrebbero a nozze, usandoli per campagne mirate, per esempio, e i ficcanaso potrebbero trovare facilmente i numeri di telefono di celebrità o persone vulnerabili. E Meta, ovviamente, ha accesso a questi dati molto vendibili a scopo pubblicitario e di marketing, perché la crittografia end-to-end che WhatsApp usa protegge le conversazioni, ma non i dati di contorno.

Tuttavia i ricercatori hanno notato una cosa peggiore. Ci sono milioni di numeri di telefono iscritti a WhatsApp in Paesi nei quali l’app è ufficialmente bandita: per esempio 2,3 milioni in Cina e 1,6 milioni in Myanmar. Per anni i governi di questi paesi avrebbero potuto sfruttare questa falla di WhatsApp per censire e punire quegli utenti, e Meta lo sapeva ma non ha fatto nulla.

C’è infine un altro aspetto sorprendente scoperto dai ricercatori. La loro scansione ha consentito anche di accedere alle chiavi crittografiche di questi tre miliardi e mezzo di account. Queste chiavi sono un elemento fondamentale della protezione della riservatezza dei messaggi. Averle scaricate e censite non consente di intercettare i messaggi, ma i ricercatori hanno scoperto che un numero non trascurabile di account WhatsApp ha le stesse chiavi. Questo vuol dire che quegli account sarebbero in grado di decifrare i messaggi degli altri utenti che hanno la medesima loro chiave. Questo fenomeno, però, non sembra essere dovuto a un errore tecnico da parte di WhatsApp ma, secondo i ricercatori, è causato dall’uso di versioni alterate dell’app da parte di truffatori professionisti.


Riassumendo: nonostante le promesse di avere a cuore la nostra privacy e la protezione apparente data dalla crittografia end-to-end, Meta ha accesso a una massa enorme di dati statistici sugli utenti di WhatsApp e ha fatto molto poco in questi anni per arginare il problema del censimento di massa degli utenti da parte di terzi ostili e di governi poco democratici. Quel poco che ha fatto è stata una reazione alle segnalazioni pubbliche dei vari ricercatori.

Il nucleo del problema è l’uso del numero di telefono come chiave per trovare le persone. WhatsApp sta lavorando all’introduzione dei nomi utente, come avviene in altre app di messaggistica, e questo sarebbe un buon passo nella direzione giusta.

Nel frattempo, noi utenti possiamo fare qualcosina per renderci meno vulnerabili e appetibili a ficcanaso, truffatori, molestatori e spammer. Lasciando da parte gesti drastici come disinstallare WhatsApp e passare ad applicazioni analoghe, come Signal, cosa che per moltissimi è impraticabile, possiamo perlomeno scegliere di impostare WhatsApp in modo che le nostre informazioni di profilo siano accessibili solo ai nostri contatti o addirittura a nessuno.

Basta andare nella sezione Privacy dell’app e impostare a Nessuno o I miei contatti opzioni come Chi può vedere l’ultimo accesso, Chi può vedere quando sono online, Chi può vedere la mia immagine del profilo e Chi può visualizzare la mia sezione info.

È meglio dare anche uno sguardo alle impostazioni di condivisione della posizione in tempo reale nelle chat, che sono sempre nella sezione Privacy dell’app.

Già che ci siamo, conviene cogliere l’occasione anche per limitare chi ci può aggiungere ai gruppi, andando in Privacy – Gruppi e scegliendo I miei contatti invece di Tutti. Questo impedisce agli spammer di aggiungerci ai loro gruppi altamente indesiderati.

Può sembrare paradossale che un’app che prometteva di rendere più semplici le comunicazioni ci costringa a complicarci la vita per proteggere proprio quelle comunicazioni, ma non bisogna dimenticare che il motivo reale per il quale esistono le app commerciali di messaggistica non è il bene dell’utente, ma quello dell’azionista dell’azienda che produce l’app. E meno male che ci sono i ricercatori, che ficcano il naso nel funzionamento dietro le quinte di queste app per tutelarci dagli altri ficcanaso della Rete.

Niente Panico RSI – Puntata del 2025/12/01

Qui sotto trovate la registrazione (senza musica) della puntata del primo dicembre 2025 di Niente Panico, il consueto programma che conduco insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La trasmissione è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Qui sotto trovate approfondimenti e fonti di alcuni dei temi che abbiamo affrontato nella puntata.

  • Margareta Magnusson, l’arte di mettere in ordine le proprie cose prima di morire e le eredità digitali.
  • Interpol arresta 260 truffatori e ricattatori online. Un’operazione multinazionale condotta in Africa e denominata “Contender 3.0” ha identificato oltre 1400 vittime di truffe online, principalmente sextortion o ricatto sessuale, che hanno perso in totale circa 2,8 milioni di dollari. Le autorità dichiarano di aver smantellato 81 infrastrutture criminali informatiche in tutto il continente, assumendo il controllo dei siti web e dei server utilizzati per attirare le vittime e riciclare i pagamenti. Per le vittime il danno emotivo può essere devastante: oltre a perdere somme di denaro spesso significative, subiscono anche l’umiliazione di sapere di essere state ingannate da un truffatore e rischiano di essere umiliate anche dai familiari che le accusano di ingenuità senza rendersi conto che i truffatori sono professionisti nel loro settore. Interpol nota che le truffe romantiche e la sextortion sono particolarmente attraenti per i criminali in Africa in parte perché hanno una bassa barriera all’ingresso (basta avere un laptop o uno smartphone, senza conoscenze tecniche approfondite) e offrono un guadagno potenziale elevato. Anche se alle vittime vengono estorte solo piccole somme di denaro, queste piccole cifre possono sommarsi rapidamente. Le migliori difese sono consapevolezza ed educazione: più si parla di sextortion e truffe romantiche e meno si stigmatizzano le vittime, meglio è, dice Interpol [Interpol; Bitdefender]
  • Le guide antitruffa della Prevenzione Svizzera della Criminalità sono disponibili qui in italiano.
  • La prima (e per ora unica) persona sepolta sulla Luna. Non è un presidente o un miliardario ma uno scienziato: è Eugene M. Shoemaker, geologo, fondatore della scienza della geologia planetaria, che insegnò ai primi astronauti lunari come riconoscere e selezionare i campioni di roccia da riportare sulla Terra. Nel 1993, insieme alla moglie Carolyn e all’astronomo canadese David Levy, divenne lo scopritore di una cometa, denominata Shoemaker-Levy 9, che era in rotta di collisione con Giove. Dopo la sua morte nel 1997, una sua collega e collaboratrice, Carolyn Porco, chiese alla NASA di commemorarlo portando un campione delle sue ceneri sulla Luna. Fu fatto nel 1998 con l’aiuto di una società specializzata, Celestis: circa 30 grammi delle ceneri furono inserite in una capsula di policarbonato collocata a bordo della sonda Lunar Prospector. A fine missione, nel 1999, la sonda fu fatta precipitare sulla Luna [Atlas Obscura].
  • Tempesta solare blocca aerei. L‘astrofisica sembra una scienza astratta e lontana dalla realtà quotidiana, ma quello che succede nel cosmo ha effetti molto concreti qui sulla Terra. Migliaia di aerei della serie A320 fabbricati dalla Airbus sono stati tenuti a terra per aggiornarne il software dopo un incidente legato a un brillamento solare. Airbus, in un comunicato, ha spiegato che “L’analisi di un recente evento che ha coinvolto un aereo della famiglia A320 ha rivelato che le intense radiazioni solari possono danneggiare i dati fondamentali per il funzionamento dei comandi di volo”. L’evento in questione è il volo JetBlue 1230 del 30 ottobre scorso da Cancún, in Messico, a Newark, nel New Jersey, che ha improvvisamente perso quota. I piloti hanno effettuato un atterraggio di emergenza a Tampa, in Florida, dove circa 15 persone sono state trasportate in ospedale [CNN].
  • Tempesta magnetica blocca radio e danneggia GPS. La tempesta magnetica del 10 maggio 2024 ha causato blackout radio, degrado della precisione del posizionamento fornito dal GPS e interruzioni o riduzioni del funzionamento di satelliti (in particolare del satellite meteo GOES-16 e dei satelliti della costellazione Starlink) [INGV].
  • La cometa extrasolare 3I/ATLAS. Non è un’astronave aliena, come delirano i complottisti, ma è una cartolina dallo spazio lontanissimo. È stata analizzata in dettaglio dai grandi telescopi spaziali e terrestri e potrebbe essere visibile con un buon telescopio amatoriale.

Podcast RSI – Come riconoscere un’immagine generata da IA: metodi e strumenti

Questo è il testo della puntata del 24 novembre 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: citazione di Jeremy Carrasco da questo video: “You will be fooled by an AI photo this week and you probably already have been and you didn’t know it”]

Questa è la voce di Jeremy Carrasco, un professionista audiovisivo che insegna, sui suoi popolari canali social [YouTube; TikTok; Instagram; sito Showtools.ai], le tecniche per riconoscere immagini e video che sembrano veri ma sono in realtà generati tramite app di intelligenza artificiale. Sta dicendo che probabilmente siete già stati ingannati da un’immagine sintetica di recente e che con l’arrivo del nuovo software generativo di Google, chiamato bizzarramente Nano Banana Pro, queste immagini sono diventate praticamente indistinguibili a occhio nudo da quelle vere, con tutti i problemi che questo comporta.

Ma ci sono ancora dei metodi che ci possono aiutare a evitare questa continua demolizione della barriera che fino a poco tempo fa separava quasi sempre il reale dal falso. Ve li presento in questa puntata, datata 24 novembre 2025, del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io, come consueto, sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Quando vado nelle scuole per parlare con gli studenti e i docenti di temi legati all’informatica, fa sempre capolino la questione delle immagini generate dall’intelligenza artificiale e di come riconoscerle. Molte persone, giovani e adulte, sono convinte di essere perfettamente in grado di distinguere le foto reali dalle immagini sintetiche. Ma quando mostro loro una serie appositamente scelta di immagini create con i più recenti software di sintesi grafica, mescolate insieme a fotografie reali, non riescono a separare il contenuto sintetico da quello fotografico.

È ormai passato il tempo in cui le immagini generate si riconoscevano grazie a elementi abbastanza vistosi come il numero delle dita delle mani o la forma stessa delle mani. I vecchi software fallivano molto spesso nel creare immagini realistiche di queste parti anatomiche complesse e articolate. Ma non è più così, e quindi bisogna evitare l’errore di dichiarare che un’immagine è sicuramente reale solo perché le persone raffigurate hanno mani realistiche con cinque dita e non quattro o sei.

Un altro indizio utile è la posizione dei nei e delle lentiggini sul viso o sul corpo delle persone raffigurate. Se cambia da un’immagine all’altra, almeno una delle immagini in questione deve essere sintetica. Anche la forma dei denti e delle orecchie è un buon indicatore: se non è coerente, è il caso di sospettare che si tratti di immagini generate.

Ma attenzione: non è vero il contrario. Se vedete che nei, lentiggini, orecchie e denti sono coerenti in una serie di immagini, non vuol dire affatto che siano per forza vere. Possono essere semplicemente fotogrammi tratti da un video sintetico. Questa è una tecnica molto usata proprio per generare gruppi di immagini con dettagli persistenti.

Molte persone credono di essere capaci di riconoscere a occhio le immagini sintetiche guardando la pelle dei soggetti raffigurati, che in effetti è spesso troppo uniforme, lucida e plasticosa oltre che priva dei dettagli di una pelle reale. Ma esistono app che generano immagini e video sintetici con soggetti che hanno una pelle perfettamente realistica, con i pori, la peluria e le piccole variazioni di colore tipiche di una pelle umana effettiva. E in questo caso non si può neanche sentenziare che un’immagine è sicuramente sintetica se il soggetto raffigurato ha la pelle uniforme e priva di dettagli, perché da decenni il mondo della fotografia commerciale usa programmi di fotoritocco per eliminare sistematicamente rughe, nei e qualunque altra caratteristica considerata “imperfezione”. Specialmente nel settore delle immagini di moda, le carnagioni impossibilmente perfette grazie a Photoshop sono ovunque da tempo.

Ci sono però ancora oggi alcuni indizi visivi che possono rivelare con ragionevole certezza la natura sintetica di un’immagine o di un video. Jeremy Carrasco suggerisce di ingrandire i video e di guardare l’erba, le piante, il pelo animale o i capelli eventualmente inquadrati: nei video sintetici risulteranno sgranati e i loro dettagli sembreranno ribollire e rimescolarsi in modo molto caratteristico.

Un’altra tecnica abbastanza efficace è guardare le eventuali scritte presenti nell’immagine. Molti generatori di queste immagini sintetiche, infatti, sbagliano clamorosamente a generare caratteri e parole. Ma Nano Banana Pro, per esempio, genera testi perfetti, per cui non si può dichiarare che una foto è reale solo perché le sue scritte sono perfettamente realistiche.

Hany Farid, docente universitario alla University of California ed esperto di informatica forense oltre che autore di libri sulla falsificazione delle immagini e sulle tecniche per riconoscerle, suggerisce inoltre di controllare la coerenza delle ombre e delle cosiddette linee di fuga. Nelle immagini reali, le linee parallele degli oggetti raffigurati, per esempio i binari di un treno o gli spigoli di un oggetto o di una stanza, sembrano convergere tutte in un punto. Nelle immagini sintetiche, invece, queste linee non lo fanno. Lo stesso vale per le ombre: se si tracciano delle righe che uniscono un punto di un’ombra con la zona del soggetto che ha creato quell’ombra, quelle righe devono convergere tutte in uno stesso punto, che deve essere specificamente il punto dal quale proviene la luce che illumina la scena. Se non lo è, la foto è perlomeno manipolata.

How to Spot Fake AI Photos

Ma ci sono anche degli strumenti software che ci possono aiutare in quest’analisi.


L’esperto Jeremy Carrasco consiglia di usare l’intelligenza artificiale come analista automatizzato. Ma attenzione: dare un’immagine in pasto a ChatGPT e chiedere se è reale o meno non è assolutamente sufficiente. Invece Gemini, una delle intelligenze artificiali di Google, può controllare se un’immagine contiene un watermark, una sorta di “filigrana” invisibile ai nostri occhi, che indica con certezza che l’immagine è sintetica. Questa filigrana si chiama tecnicamente SynthID ed è presente in quasi tutte le immagini generate dai prodotti di Google, compreso l’iperrealistico Nano Banana Pro.

Per rivelarla occorre prima di tutto scaricare la foto sospetta o farne uno screenshot della massima dimensione possibile. Poi bisogna andare a Gemini.google.com, fare login con un account Google, caricare l’immagine nella chat di Gemini (o Gem) e si immette la richiesta o prompt “Questa immagine è stata generata usando l’IA di Google?”. Si sceglie la modalità rapida e si preme Invio.

Quando arriva la risposta, bisogna espanderla per verificare che la ricerca di SynthID abbia avuto successo: ma attenzione, perché questo vuol dire solo che il rivelatore sta funzionando correttamente. Quello che conta in realtà è il testo della risposta di Gemini. Se dice che l’indicatore SynthID è stato trovato, l’immagine è sicuramente artificiale. Ma se dice che non l’ha trovato, non vuol dire che l’immagine sia autentica: potrebbe essere stata generata da un altro software di intelligenza artificiale che non inserisce questo watermark oppure potrebbe essere stata semplicemente ritoccata con Photoshop.

Il professor Farid consiglia un’altra tecnica, più generale: guardare il cosiddetto “rumore residuo” dell’immagine, che è un avanzo inevitabile del processo di generazione di un’immagine tramite intelligenza artificiale. Anche le immagini reali, scattate per esempio con una fotocamera o con un telefono, contengono questo rumore, ma ha delle caratteristiche molto differenti. Questo rumore residuo normalmente non è visibile a occhio nudo, ma può diventarlo se si usano app apposite. Se il rumore residuo di un’immagine assume l’aspetto di una stella con una griglia regolare di puntini usando queste app, l’immagine è quasi sicuramente sintetica o è stata perlomeno manipolata con app che usano l’intelligenza artificiale.


Dunque esistono ancora dei modi per distinguere un’immagine generata da una reale. Per il momento, la distinzione fra reale e sintetico è ancora salva. Ma si tratta di modi tutti complicati e macchinosi, che richiedono un impegno mentale e manuale che non possiamo applicare a ognuna delle migliaia di immagini che vediamo ogni giorno. Ci vorrebbe qualcosa di simile a un antivirus, un’app che controlla automaticamente ciascuna immagine visualizzata e la etichetta come sintetica oppure no, o almeno ci dà dei gradi di probabilità.

È un tipo di verifica che i social network potrebbero fare, viste le loro risorse tecnologiche immense, ma sembra che non ci sia alcun desiderio di farlo da parte di queste grandi organizzazioni commerciali. Instagram, TikTok e YouTube, per esempio, chiedono di etichettare volontariamente le immagini generate e sono in grado di etichettare automaticamente le immagini generate dai loro software e quelle prodotte dai software altrui se includono appositi indicatori, ma si tratta di foglie di fico che non risolvono nulla di concreto. E poi c’è OpenAI, che ha addirittura creato un intero social, Sora, basato sulla creazione e sullo scambio di video generati dall’intelligenza artificiale, e pensa che basti mettere un bollino in semitrasparenza per garantire che nessuno verrà ingannato. In realtà questo bollino si può tranquillamente rimuovere con software appositi.

Ci sono molti siti che dichiarano di poter distinguere le immagini sintetiche da quelle reali se gliele mandate, ma hanno un difetto fondamentale: ogni volta che viene rilasciata una nuova versione di un generatore di immagini, questi siti ci mettono parecchio tempo a “imparare” a riconoscere le immagini generate con questo nuovo software. Di conseguenza, i loro verdetti non sono attendibili: possono dichiarare solennemente che una foto è sintetica quando non lo è o che è reale quando invece è generata da un software molto recente.

[Ho fatto una prova con il popolare rilevatore di Undetectable.ai, e non è stato difficile ingannarlo: un deepfake con sostituzione del volto è stato dichiarato “reale al 98%”. Questo è il verdetto della versione gratuita, quella che presumibilmente viene usata dalla maggior parte degli utenti; non so se le cose migliorano usando la versione a pagamento.]

A noi utenti non resta che appoggiarsi solo a fonti affidabili e dubitare di tutto il resto, specialmente quando l’immagine o il video proviene da chissà chi e ha un forte impatto emotivo, che distrae e impedisce di notare gli errori tipici delle immagini sintetiche. Come consiglia il professor Farid, “prendiamo fiato prima di condividere”.

[CLIP: citazione di Farid tratta da questo video: “Take a breath before you share information…”]

Fonti aggiuntive

3 ways to spot fake photos at work, Aiadopters.club

Photo forensics – Hany Farid, Fotomuseum.ch

Strumenti di analisi presso 29a.ch

How to Detect Deepfakes: The Science of Recognizing AI Generated Content (video)

Niente Panico RSI – Puntata del 2025/11/24

La puntata in diretta del 24 novembre 2025 di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Qui sotto trovate approfondimenti e fonti di alcuni dei temi che abbiamo affrontato nella puntata.

  • Cleopatra è cronologicamente più vicina all’iPhone che alle piramidi egizie. L’ultima sovrana del Regno tolemaico d’Egitto visse in un’epoca più vicina ai giorni nostri, in particolare all’invenzione dell’iPhone nel 2007, che alla costruzione della Grande Piramide di Giza, completata intorno al 2580 a.C. Il suo regno terminò infatti intorno al 30 a.C., quindi 2055 anni fa, e Cleopatra nacque nel 69 a.C., ossia 2511 anni fa. Sembra impossibile, ma le piramidi erano già antichissime ai tempi di questa figura storica. La scala dei tempi storici è a volte disorientante.
  • Antibufala: non è vero che la scienza dice che servono diecimila passi al giorno per stare in forma. Un articolo pubblicato nella rivista scientifica The Lancet Public Health ha esaminato 57 studi precedenti per vedere in che modo il conteggio dei passi giornalieri influisse sui risultati di salute. Partendo da una base di 2.000 passi al giorno, ha rilevato che ogni aumento di 1.000 passi comporta un aumento dei benefici per la salute. A 7.000 passi la mortalità per tutte le cause risulta diminuita del 47%, il rischio di demenza scende del 38%, le cadute del 28% e le malattie cardiovascolari del 25%. Emerge anche una riduzione del rischio di depressione, diabete di tipo 2 e cancro. Anche arrivare a 4.000 passi riduce la mortalità per tutte le cause del 36%. Dopo 7.000 passi, tuttavia, l’entità di questi miglioramenti inizia a rallentare. L’obiettivo non ufficiale di 10.000 passi ha origine da una campagna di marketing per i contapassi, pubblicizzati poco prima delle Olimpiadi di Tokyo del 1968. Il numero non era basato su alcuna indicazione sanitaria, ma sul fatto che in giapponese il numero 10.000 (万) assomiglia a una persona che cammina [Science Focus, The Independent].
  • Ricorrenza del secondo volo umano sulla Luna, Apollo 12, con la storia del paginone centrale di Playboy nascosto a bordo, delle foto di Playmate infilate nella lista delle cose da fare durante le escursioni lunari, e del rientro sulla Terra molto movimentato di questo equipaggio.
  • Traduzioni e traduttori, convegno a Berna: sono stato relatore sul tema della traduzione di brevetti, che è da una quarantina d’anni il mio lavoro principale (ma di cui parlo molto poco).
  • Mini-Intervista CicapFEST: Silvia Pagnoscin, laureata in fisica all’Università di Pisa e in fisica e astronomia all’Università degli Studi di Firenze, dove oggi è dottoranda, è stata relatrice al CicapFEST per parlare di geofisica planetaria e astrobiologia: la scienza che studia l’origine, l’evoluzione e la distribuzione della vita nell’universo. In particolare, la sua ricerca è focalizzata sullo studio degli oceani nascosti sotto la superficie ghiacciata di alcune lune di Giove e Saturno, che potrebbero celare oasi cosmiche inaspettate e contengono oceani con più acqua liquida di quanta ce ne sia in tutti gli oceani della Terra.
  • Ricorrenza della scomparsa di Freddie Mercury, avvenuta il 24 novembre 1991. La BBC segnala che la zecca britannica, la Royal Mint, ha coniato una moneta commemorativa da collezione in occasione del quarantesimo anniversario della sua leggendaria esibizione al Live Aid insieme ai Queen a luglio del 1985. Il primo esemplare è stato coniato dalla sorella di Mercury, Kashmira Bulsara. La zecca reale donerà anche una versione speciale in oro della moneta al Mercury Phoenix Trust, l’ente di beneficenza per l’AIDS fondato in sua memoria.
  • Ricorrenza della partenza di Samantha Cristoforetti per lo spazio nel 2014. La navicella russa Soyuz TMA-15M decolla 22:01 del 23 novembre (21:01 GMT, 03:01 ora locale di Baikonur del 24 novembre) e dopo nove minuti arriva in orbita intorno alla Terra insieme ai compagni di volo Anton Shkaplerov (comandante) e Terry Virts (astronauta NASA), per poi attraccare meno di sei ore più tardi alla Stazione Spaziale Internazionale, dove raggiungono il comandante della Stazione, Barry Wilmore della NASA, e i cosmonauti Yelena Serova ed Alexander Samokutyaev di Roscosmos. Samantha è la prima donna astronauta italiana a volare nello spazio e resterà a bordo per più di cinque mesi [ESA].

Cloudflare in tilt, mezza Internet inaccessibile per alcune ore

Immagine realizzata da me con il supporto di software di intelligenza artificiale.

Per parte della giornata di oggi è stato impossibile raggiungere ChatGPT, Claude, Spotify, X e tantissimi altri siti fondamentali di Internet: colpa di Cloudflare, che ha dichiarato che a partire dalle 11.20 UTC (le 12.20 italiane) ha rilevato “un picco di traffico insolito in entrata” su uno dei suoi servizi.

Cloudflare è un cosiddetto hyperscaler: uno dei principali fornitori di sicurezza online, potenza di calcolo e connettività flessibile e on-demand al mondo (gli altri sono per esempio Amazon Web Services, SAP, Microsoft, Google e Oracle). Cloudflare dichiara che il 20% di tutti i siti Web del mondo usa i suoi servizi in un modo o nell’altro. Uno di questi servizi è la verifica che le visite ai siti provengano da persone reali e non da bot: quando visitate un sito e vedete la richiesta di cliccare in una casella per dimostrare che siete esseri umani, probabilmente state vedendo Cloudflare all’opera.

Questa sua grande diffusione l’ha inevitabilmente trasformata in uno dei principali punti critici o single point of failure di Internet. Poche settimane fa anche Amazon Web Services e Microsoft Azure hanno subìto dei blackout ingenti.

Alle 14.42 UTC (15.42 italiane) Cloudflare ha dichiarato su Cloudflarestatus.com che era stata implementata una correzione e che riteneva risolto il problema. Alle 16.27 UTC (17.27 italiane) ha annunciato che c’erano ancora alcuni errori residui.

Screenshot degli annunci di Cloudflare relativi al blackout di oggi.

Cloudflare ha poi spiegato che “La causa scatenante del blackout è stata un file di configurazione che viene generato automaticamente per gestire il traffico ostile. Il file si è accresciuto superando un limite previsto di voci e ha innescato un crash nel sistema software che gestisce il traffico per vari servizi di Cloudflare. Per chiarezza, non ci sono indizi che questo sia stato il risultato di un attacco o sia stato causato da attività ostili. Ci aspettiamo che alcuni servizi di Cloudflare saranno degradati per un breve periodo mentre si verifica il naturale picco di traffico post-incidente, ma ci aspettiamo che tutti i servizi tornino alla normalità nelle prossime ore. Considerata l’importanza dei servizi di Cloudflare, qualunque blackout è inaccettabile. Ci scusiamo con i nostri clienti e con Internet in generale per avervi deluso oggi. Impareremo dall’incidente odierno e miglioreremo.”

In originale: “The root cause of the outage was a configuration file that is automatically generated to manage threat traffic. The file grew beyond an expected size of entries and triggered a crash in the software system that handles traffic for a number of Cloudflare’s services. To be clear, there is no evidence that this was the result of an attack or caused by malicious activity. We expect that some Cloudflare services will be briefly degraded as traffic naturally spikes post incident but we expect all services to return to normal in the next few hours. Given the importance of Cloudflare’s services, any outage is unacceptable. We apologize to our customers and the internet in general for letting you down today. We will learn from today’s incident and improve.”

Fonti aggiuntive: TechCrunch, The Register, BBC, Ars Technica, Redhat.com.

Podcast RSI – Meta incassa 7 miliardi di dollari l’anno da spot-truffa, e lo sa

Questo è il testo della puntata del 10 novembre 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


Se vi è capitato di notare una pubblicità sfacciatamente truffaldina su Facebook o Instagram e avete provato a segnalarla ma non è successo nulla e lo spot è rimasto al suo posto, c’è una buona ragione. Anzi, ci sono sette miliardi di buone ragioni. Meta, la società che gestisce questi due social network oltre a WhatsApp, incassa infatti sette miliardi di dollari ogni anno dalle pubblicità fraudolente. E grazie a un’indagine appena pubblicata da Reuters, sappiamo che i dirigenti di Meta sono perfettamente consapevoli di questa situazione e hanno deciso di non fare nulla, perché l’ammontare di qualunque sanzione delle autorità sarebbe inferiore a quello che incassa.

Non solo: quando Meta si accorge che un inserzionista sta truffando, spesso non lo blocca, ma si limita a farlo pagare di più per continuare a pubblicare i suoi spot che raggirano gli utenti. In altre parole, Meta guadagna di più da una pubblicità truffaldina che da uno spot onesto. Non è una teoria: lo dicono i documenti interni di Meta stessa.

Benvenuti alla puntata del 10 novembre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Ogni giorno, Meta mostra agli utenti di Facebook, Instagram e WhatsApp circa 15 miliardi di pubblicità ad alto rischio di truffa. Da queste pubblicità incassa 7 miliardi di dollari l’anno. Alla fine del 2024, l’azienda prevedeva che il 10% del suo fatturato globale, circa 16 miliardi di dollari, sarebbe derivato dal fatto di mostrare consapevolmente ai propri utenti delle pubblicità che promuovono truffe o prodotti illegali. Sono alcuni dei dati che emergono da un’inchiesta pubblicata pochi giorni fa da Reuters e basata su documenti interni di Meta.

I comportamenti intenzionali di Meta rivelati dall’inchiesta lasciano a bocca aperta per il loro cinismo assoluto. Gran parte delle truffe sui suoi social network proviene da operatori che vengono rilevati eccome dai servizi di monitoraggio antifrode interni, ma Meta blocca questi inserzionisti solo se questi sistemi automatici sono sicuri almeno al 95% che sia in corso una truffa. Se la percentuale è inferiore, Meta semplicemente fa pagare all’inserzionista un importo maggiore per ciascuno spot, ma non lo blocca.

C’è di più: la documentazione interna dell’azienda di Mark Zuckerberg spiega che un utente che clicca su una pubblicità fraudolenta verrà bombardato da altre pubblicità truffa, grazie agli automatismi, i famosi algoritmi social, che cercano di presentare agli utenti delle pubblicità basate sui loro interessi.

Altre informazioni interne dimostrano che Meta ha ordinato ai suoi team antifrode di non intervenire contro gli inserzionisti sospettati di frode se bloccarli rischia di far perdere a Meta più dello 0,15% del fatturato globale. A ottobre 2024, i dirigenti di Meta hanno presentato a Zuckerberg in persona un piano antifrode, che invece di agire drasticamente avrebbe concentrato i propri sforzi nei Paesi nei quali si temeva un intervento a breve del legislatore. Hanno poi concordato che avrebbero tentato di ridurre gli incassi legati a truffe, gioco d’azzardo illegale e merci proibite dal 10,1% circa del 2024 al 7,3% entro la fine di quest’anno. Hanno i mezzi per bloccare le truffe, ma li applicano con il contagocce per non causare cali troppo repentini nel fatturato aziendale.

È difficile leggere i dati portati alla luce dall’indagine di Reuters senza evocare la parola “complicità”. Qui non si tratta più di un semplice “se non paghi per qualcosa, il prodotto in vendita sei tu”. Non è più una sorta di compromesso di convenienza, nel quale gli utenti accettano di essere sorvegliati a scopo pubblicitario in cambio di un servizio che permette loro di restare in contatto con parenti, amici e clienti. Meta sta volutamente, consapevolmente dando i propri utenti – cioè noi – in pasto ai truffatori perché guadagna dalle loro truffe.

Questa è la reale natura dei social network che quattro miliardi di persone al mondo continuano a usare. Un territorio di caccia per criminali, che ingannano gli adulti con finti investimenti facili e seducono i minori per ricattarli minacciando di pubblicare le loro foto intime, e la passano liscia perché le loro inserzioni su Facebook e Instagram contribuiscono al fatturato.

È per questo che segnalare una truffa sui social network di Meta è molto spesso una perdita di tempo. Anche a me è capitato di segnalare account che erano sfacciatamente in violazione delle regole di Facebook o di Instagram, perché presentavano immagini di minori in atteggiamenti illegali o fingevano di essere account di celebrità che promuovevano investimenti e prodotti, e mi è capitato di sentirmi rispondere spesso che andava tutto bene così. Addirittura segnalare in massa spesso è inutile. I documenti interni di Meta rivelano che l’azienda lo sa e non fa praticamente nulla.


Uno di questi documenti, datato 2023, mette in luce il livello stratosferico di indifferenza di Meta verso i suoi utenti truffati o esposti a truffe. In quel periodo gli utenti di Facebook e Instagram stavano inviando circa centomila segnalazioni valide di tentativi di truffa ogni settimana, ma Meta le ignorava o le respingeva nel 96% dei casi. Però possiamo consolarci, perché i responsabili della sicurezza si erano impegnati, in questi documenti, a ridurre questa percentuale al 75%. Per loro, lasciar correre tre truffe su quattro sarebbe un bel risultato.

Lo so che niente di tutto questo vi farà chiudere i vostri account Instagram, Facebook o WhatsApp. Moltissimi utenti hanno investito anni nel creare una rete di amicizie e di contatti su questi social network e quindi sono comprensibilmente molto riluttanti a smettere di usarli anche di fronte a rivelazioni come queste. Il loro atteggiamento spesso è del tipo “sì, lo so che mi profilano, ma tanto non ho niente da nascondere, facciano pure; io non voglio perdere i contatti con i parenti e gli amici, e se non fanno abbastanza contro le frodi starò attento a non cliccare sulle pubblicità.”

Ma stare attenti a non abboccare agli spot non basta. Questa intenzionale, calcolata carenza di vigilanza di Meta sui propri social favorisce infatti un ecosistema di truffatori impuniti e ben attrezzati ,che rubano gli account degli utenti e ne prendono il controllo per diffondere i loro raggiri usando le identità delle vittime. In questo modo gli amici di quelle vittime crederanno che il consiglio di investimento in criptovalute arrivi da una persona di fiducia, e abboccheranno più facilmente.

L’indagine di Reuters cita un esempio eloquente fra tanti. Una donna ha scoperto di non poter più accedere al proprio account Facebook e si è accorta che qualcuno lo stava usando per mostrare una falsa tessera da dipendente sulla quale c’era la sua faccia. Il testo del post annunciava che lei (la vittima) era ora “certificata per le criptovalute”. La donna ha segnalato subito il problema a Meta, ripetutamente, ma non è successo nulla. Il suo account, con il suo nome e la sua faccia, continuava ad annunciare che lei era diventata ricca grazie alle cripto e voleva dare ai suoi amici la stessa opportunità. Chiedere alla polizia di intervenire è stato inutile: gli agenti le hanno detto che normalmente Meta non risponde alle segnalazioni di account rubati neanche quando arrivano dalle forze dell’ordine.

E così la donna ha cercato di avvisare tutti i propri contatti, chiedendo di non interagire con il suo account e di segnalarne il furto a Meta. Ma anche questo non è servito a nulla. Nonostante un centinaio di segnalazioni, Meta non ha fatto niente per parecchio tempo, e così i truffatori sono riusciti a raggirare cinque suoi colleghi che si sono fidati dei consigli che a loro sembravano provenire da lei e hanno perso cifre ingenti.

I documenti interni di Meta rivelano un altro aspetto poco conosciuto del mondo delle frodi online: i truffatori sono ricchi. Per trovare le proprie vittime, investono in campagne di spot sui social per decine o centinaia di migliaia di dollari. Uno dei documenti cita il caso di un truffatore che ha pagato a Meta ben 250 mila dollari per fare inserzioni nelle quali si spacciava per il primo ministro canadese e propinava, anche qui, investimenti in criptovalute. Avete capito bene: un criminale ha pagato a Meta quella cifra. Non c’è da sorprendersi se Meta ha chiuso un occhio e anzi nei suoi documenti interni ha sottolineato che le sue regole attuali non segnalerebbero affatto questo tipo di account.

A volte gli occhi che vengono chiusi sono ben più di uno. Gli stessi documenti interni dell’azienda rivelano che alcuni grandi inserzionisti truffaldini potevano accumulare oltre cinquecento violazioni senza essere puniti. E alcune campagne fraudolente sono immense: quattro di esse, rimosse da Meta qualche mese fa, fruttavano da sole all’azienda di Zuckerberg incassi per 67 milioni di dollari al mese.

E la soluzione di Meta a questo tipo di problema è stata aumentare le tariffe per gli inserzionisti sospettati di essere fraudolenti. Gli stessi documenti sottolineano che Meta vuole ridurre questo flusso di incassi legati alle frodi, ma farlo troppo in fretta potrebbe avere appunto un effetto deleterio sulle sue proiezioni di fatturato e potrebbe spaventare gli azionisti. Tanto le sanzioni delle autorità costerebbero meno dei tre miliardi e mezzo di dollari che Meta guadagna ogni sei mesi dalle pubblicità sfacciatamente ingannevoli.


Meta ha risposto all’inchiesta di Reuters dicendo che i documenti interni “mostrano una visione selettiva che distorce l’approccio di Meta alle frodi e alle truffe” e che la stima che il 10% del fatturato derivi da frodi è approssimata per eccesso, ma non ha fornito un dato più esatto. L’azienda ha aggiunto che negli ultimi diciotto mesi le segnalazioni di truffe da parte degli utenti sono calate del 58% e che ha rimosso oltre 134 milioni di contenuti fraudolenti. Ma non ha indicato quanti non ne ha rimossi. E rimane sempre il solito problema che in questi social network la volpe è la guardia del pollaio. E ora sappiamo che prende anche soldi per lasciare che altri spennino i suoi polli. Cioè noi.

È comprensibile che di fronte a notizie di questo genere si provi impotenza e rassegnazione. I social network sono una parte troppo ben radicata delle nostre attività personali e professionali. È difficile, quasi impossibile farne a meno, e quindi si sopportano angherie come quelle messe in luce dalla meticolosa indagine di Reuters.

Ma in realtà la scelta fra accettare una gestione cinica e scellerata come questa e rinunciare ai social network è una falsa alternativa. Ci sono social network nei quali la volpe non è la guardia del pollaio, non possiede il pollaio, e non fa entrare nel pollaio le faine per guadagnarci. Sono i social network come Mastodon, quelli del cosiddetto fediverso, quelli creati dagli utenti per gli utenti, senza un CEO o un proprietario che può fare il bello e il cattivo tempo e senza un algoritmo che sceglie per noi cosa farci vedere e cosa no.

Nulla vieta di installare sul telefono, tablet o computer un’app social gratuita come Mastodon accanto a Facebook o Instagram e poi proporre gradualmente ai propri contatti di passare a una piattaforma meno oppressiva. Nessuna grande caotica migrazione improvvisa, ma una transizione graduale. È quello che faccio io, e funziona. Se rivelazioni come queste di Reuters vi ispirano almeno a provare a cambiare le cose invece di attendere invano che cambino da sole, fateci un pensierino. Trovate tutto presso Joinmastodon.org.

Niente Panico RSI – Puntata del 2025/11/10

Qui sotto trovate lo streaming della diretta del 10 novembre scorso di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La trasmissione è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.


Qui sotto trovate approfondimenti e fonti di alcuni dei temi che abbiamo affrontato nella puntata.

  • Kim Kardashian che non crede agli allunaggi (questione approfondita qui), e la sua origin story (con famosa foto di bicchiere poggiato sul suo posteriore nel 2014).
  • La missione Artemis II intorno alla Luna che si svolgerà forse in anticipo a febbraio 2026 (e il mio libro che ne parla). Rispondo agli ascoltatori che chiedono come mai non siamo ancora tornati sulla Luna.
  • CicapFest imminente e i miei trascorsi di “guaritore filippino” per dimostrare gli inganni perpetrati da questi truffatori.
  • La storia del fantasma di Azzurrina, esaminata e spiegata da Marco Morocutti del CICAP (video).
  • Ricorrenze e personaggi celebri: la principessa Sissi.
  • Le Tesla che “vedono i fantasmi”.
  • Rosy decide a quale fiore mi abbino bene (il tarassaco, dice ChatGPT).

Podcast RSI – Kim Kardashian nega gli allunaggi citando frasi di un astronauta lunare

Questo è il testo della puntata del 3 novembre 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata. Mi sono già occupato delle tesi lunacomplottiste di Kim Kardashian in questo articolo scritto a caldo, ma ho scelto di tornare sull’argomento perché ci sono vari elementi nuovi e aggiuntivi.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: Buzz Aldrin che dice “It didn’t happen”]

È la voce di Buzz Aldrin, astronauta dello storico primo viaggio umano sulla Luna nel 1969, che dice “non è successo”. Tre parole che hanno scatenato un ritorno di fiamma del cospirazionismo riguardante gli allunaggi, alimentato da una testimonial conosciutissima come Kim Kardashian, secondo la quale l’astronauta, con quel suo “non è successo”, intende confessare che i suoi primi passi sulla Luna insieme a Neil Armstrong non sono mai avvenuti.

È intervenuto addirittura il direttore della NASA, che ha ribadito sui social che gli allunaggi furono reali e che ce ne furono non uno ma ben sei, ma senza spiegare quel “non è successo”.

Sono Paolo Attivissimo, e vi do il benvenuto alla puntata del 3 novembre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica, che in questo caso si appoggia all’informatica per tenere fede alla prima parte del suo nome: quel “disi” che sta per “disinformazione”. Questa settimana, insomma, torno a fare il cacciatore di bufale.

[SIGLA di apertura]


A fine ottobre è andata in onda una nuova puntata del programma The Kardashians, un quasi-documentario distribuito dalla piattaforma di streaming commerciale Hulu. Normalmente questo fatto non sarebbe una notizia di interesse informatico, ma in questa puntata, la seconda della settima stagione per essere precisi, c’è un momento in cui una delle protagoniste, Kim Kardashian, 355 milioni di follower su Instagram [uno dei 10 account più seguiti al mondo], si rivolge alla collega Sarah Paulson e le parla di alcune dichiarazioni dell’astronauta Buzz Aldrin, che oggi ha 95 anni.

Statistiche dell’account Instagram di Kim Kardashian (fonte: InsTrack).

[CLIP: “This girl says, ‘What was the scariest moment?’ And he goes, there was no scary moment because it didn’t happen. It could have been scary, but it wasn’t because it didn’t happen.”]

Kim Kardashian dice che una ragazza ha chiesto a Aldrin quale fu il momento che gli fece più paura in quella missione di 56 anni fa e lui ha risposto che non c’è stato un momento di paura perché non accadde. L’astronauta, dice Kardashian, ribadisce che avrebbe potuto fare paura, ma non lo fece perché non accadde.

Presentata così, senza contesto, la frase di Aldrin sembra un’ammissione che il suo allunaggio non accadde, e infatti Kardashian dice che per via di queste sue parole lei crede che lo sbarco sulla Luna non sia mai avvenuto.

[CLIP: Kim Kardashian che dice “So I think it didn’t happen”]

Questa dichiarazione della Kardashian è diventata virale sui social network e nei media in generale, meritandosi l’attenzione di Sean Duffy, direttore pro tempore della NASA, che sul social X ha risposto che sulla Luna ci siamo andati, e ben sei volte, e ci stiamo per tornare con le missioni umane del programma Artemis.

Screenshot di Google News del 4 novembre 2025.

Può sembrare strano, e forse discutibile, che un direttore della NASA si scomodi per rispondere alle tesi complottiste di una persona che è celebre puramente per il fatto di essere celebre [Britannica.com] e non è un esponente autorevole della comunità aerospaziale, ma 355 milioni di follower e una presenza costante nei media generalisti non si possono ignorare e la NASA dipende dagli umori dei politici, che a loro volta dipendono dagli umori degli elettori, che sono spesso pilotati da quello che dicono gli influencer nei programmi televisivi e sui loro canali social, e quindi una risposta era in un certo senso necessaria.

Screenshot della risposta di Sean Duffy, Acting Administrator della NASA.

Anche perché, come nota Sean Duffy, manca poco al ritorno sulla Luna con la missione Artemis II, che dovrebbe portare quattro persone intorno alla Luna nel 2026 per la prima volta dal 1972, quando si conclusero le missioni del programma Apollo. La prima data possibile per questo volo è ai primi di febbraio prossimo, con anni di ritardo, con costi da capogiro e con il prestigio tecnologico degli Stati Uniti sul piatto.

Ma torniamo alle parole dell’astronauta Aldrin. Sono così strane e inquietanti che persino l’austera BBC inizialmente ha ipotizzato che non fossero realmente sue. Di questi tempi, in effetti, potrebbero essere state generate usando l’intelligenza artificiale. E invece la dichiarazione è reale e sappiamo esattamente quando è stata fatta.

La versione iniziale dell’articolo della BBC, salvata su Archive.is.
La versione aggiornata attuale dell’articolo della BBC.

È il 2015 e siamo nel Regno Unito. Buzz Aldrin ha 85 anni ed è ospite della Oxford Union Society, una prestigiosa associazione, fondata nel 1823, che promuove dibattiti e discussioni portando a contatto con il pubblico persone di spicco a livello internazionale, da Albert Einstein nel 1933 a Stepheh Hawking a Jane Goodall per il mondo scientifico e da Winston Churchill ai presidenti statunitensi Carter, Reagan e Clinton. Fra l’altro, fu qui che un altro presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, chiese pubblicamente scusa per la prima volta per lo scandalo Watergate che lo aveva travolto portandolo alle dimissioni negli anni Settanta. Non è, insomma, un’occasione di poco conto.

È qui che l’astronauta fa la dichiarazione citata da Kim Kardashian. Lo sappiamo grazie a Internet, i cui motori di ricerca, usati opportunamente, permettono di trovare la fonte originale delle parole di Aldrin. Il video integrale del suo incontro pubblico alla Oxford Union Society è presente sul canale YouTube ufficiale di questa associazione.

Grazie alla trascrizione automatica offerta da YouTube, è possibile individuare rapidamente il punto esatto del video nel quale avviene lo scambio di parole che ha convinto così efficacemente Kim Kardashian è a 30 minuti e 11 secondi dall’inizio.

Una persona del pubblico chiede a Aldrin quale fu il momento di massima paura del viaggio:

[CLIP: “What was the scariest moment of the journey?”]

Aldrin ha appena trascorso mezz’ora a raccontare i dettagli di come lui e Neil Armstrong sono andati sulla Luna con la missione Apollo 11 lasciando in orbita ad attenderli il terzo uomo della missione, Michael Collins, e risponde dicendo queste parole:

[CLIP: “Scariest? It didn’t happen. It could have been scary.”]

L’espressione di Aldrin subito dopo aver detto le parole che secondo i lunacomplottisti sarebbero una confessione.

L’astronauta risponde dicendo con un sorriso: “Quello di massima paura? Non accadde”, e il pubblico reagisce ridendo. Aldrin inizia a dire che avrebbe potuto fare paura, e poi gli arriva dalla platea, forse dai suoi assistenti, il suggerimento di raccontare un episodio specifico di grande rischio avvenuto sulla Luna: quello in cui trovò sul pavimento del veicolo di allunaggio un interruttore. Quello che serviva per preparare l’accensione del motore per riportarli in orbita. Senza quell’interruttore non sarebbe stato possibile tornare a casa. Fu trovata poi una soluzione diventata famosa, ossia un pennarello ficcato nel pannello comandi per azionare la chiusura del circuito, e tutti tornarono a casa sani e salvi.

Dal contesto, ossia da quella cosa fondamentale che i formati ultracorti di TikTok omettono per natura e che i complottisti ignorano per forma mentis e a volte per tornaconto, è chiarissimo cosa intende Buzz Aldrin. Sta dicendo che non accadde un momento di massima paura, perché l’intera missione era pericolosa.

Dalla sua gestualità, dalla reazione divertita del pubblico e da tutto quello che ha detto prima e dirà nel seguito del video è lampante che non sta affatto affermando che la sua missione non avvenne. Non è un’improvvisa confessione che tutto quello che ha detto prima e che ha dichiarato per decenni è una menzogna. Però se si isolano le sue parole, si ignora tutto quello che le circonda e si è mentalmente predisposti all’equivoco, quell’“It didn’t happen” può in effetti essere frainteso. Come ha fatto, appunto, Kim Kardashian.


Certo, per levarsi il dubbio e zittire i complottisti si potrebbe chiedere a Buzz Aldrin di chiarire il senso di quello che ha detto in un video di dieci anni fa, che è quello che ha suggerito Kim Kardashian successivamente nella puntata del suo programma, proponendo di invitare il novantacinquenne a partecipare al podcast della sorella Khloe.

Kim Kardashian ha poi affermato anche che sulla Luna non c’è la forza di gravità, che invece c’è eccome ed è un fatto scientifico fondamentale e indiscusso, a prescindere dagli allunaggi. Questa sua affermazione fa sospettare che lei non sia particolarmente ferrata sull’argomento spaziale, sul quale però elargisce con tono così convinto e categorico accuse, critiche e negazioni di fronte alla sua vastissima platea. E per fortuna c’è Internet, che permette a chi vuole informarsi seriamente di accedere alle fonti originali, senza doversi fidare di riassuntini di parte di sei secondi.

Chiedere a un astronauta di confermare quello che dice da 56 anni, raccontando ogni dettaglio della sua esperienza spaziale con il sostegno dei colleghi, compresi i rivali russi dell’epoca, e di spiegare che una frase tolta dal contesto e vista – tagliuzzata ad arte – su TikTok non è informarsi, come dice invece Kim Kardashian al suo pubblico, è già in sé piuttosto offensivo oltre che ridicolo. Ma purtroppo in questo momento non è il caso di invitare Aldrin a nessun podcast.

Forse Kim Kardashian non lo sa, presa com’è a sfogliare “un milione di articoli” che negano gli allunaggi, come dice lei stessa nella puntata, ma l’astronauta è in lutto. Ha appena perso la moglie, Anca Faur, il 28 ottobre scorso. Si è spenta serenamente, dice l’annuncio della famiglia Aldrin, a 66 anni. I due si erano sposati due anni fa.

Mentre era sulla Luna, per quello storico primo sbarco, Buzz Aldrin descrisse il luogo con due parole: “Magnificent desolation”, ossia desolazione magnifica. Sulla Terra, le parole di Kim Kardashian che lo riguardano non hanno nulla di magnifico, ma rivelano tanta desolazione.

Kim Kardashian rilancia il complottismo lunare. Ecco perché ripete una panzana

Ultimo aggiornamento: 2025/11/06 23:50.

Per chi ha fretta

Durante la puntata del 30 ottobre scorso di The Kardashians, Kim Kardashian ha citato e sostenuto le tesi di complotto che negano gli allunaggi umani avvenuti tra il 1969 e il 1972. Ha citato delle frasi attribuite all’astronauta Buzz Aldrin, che insieme a Neil Armstrong scese sulla Luna a luglio del 1969.

La Kardashian ha citato un video che è un montaggio di vari spezzoni di interviste a Aldrin. In uno di questi spezzoni viene chiesto all’astronauta quale sia stato il momento di massima paura e lui risponde che non c’è stato perché non è successo. Lei interpreta il “non è successo” come se fosse riferito alla missione, senza chiedersi che senso avrebbe mai che Aldrin dicesse di non essere andato sulla Luna dopo cinquant’anni di gloria per esserci andato. In realtà, guardando il video integrale si capisce subito che Aldrin sta rispondendo con precisione e letteralmente alla domanda e dice che non è mai accaduto un singolo momento di massima paura, perché l’intera missione era piena di rischi.

In un altro spezzone, sembra che Aldrin dica che “non ci siamo andati”, ma sta rispondendo a una bambina che gli ha chiesto come mai non ci siamo tornati, e la sua risposta è che secondo lui non ci siamo andati di nuovo per questione di costi. Tutto qui.

Come al solito, i complottisti rimontano intenzionalmente le dichiarazioni delle persone per adattarle alle loro tesi idiote e le persone ingenue abboccano agli inganni dei complottisti. Quando la persona ingenua è celebre, finisce per diffondere scemenze, aiutata dai produttori di reality che fiutano una polemica che faccia parlare della loro vacua paccottiglia. La polemica sul nulla viene poi amplificata dalla grancassa del giornalismo cialtrone e dei social network che promuovono qualunque contenuto generi traffico e quindi profitto, fregandosene delle conseguenze.

E i fatti si accucciano in un angolo, ignorati da tutti.

In dettaglio

Nella puntata numero 2 della settima stagione del programma The Kardashians (distribuito su Hulu), andata in onda pochi giorni fa, Kim Kardashian ha manifestato la propria credenza nella tesi complottista secondo la quale gli allunaggi umani del programma Apollo, avvenuti fra luglio 1969 e dicembre 1972, sarebbero stati una messinscena.

A 40:47 dall’inizio, Kim Kardashian si rivolge alla collega Sarah Paulson e le parla di video che riguardano Buzz Aldrin, l’astronauta che insieme a Neil Armstrong camminò sulla Luna durante il primo allunaggio umano a luglio del 1969. Kardashian dice a Paulson: “This girl says, ‘What was the scariest moment?’ And he goes, there was no scary moment because it didn’t happen. It could have been scary, but it wasn’t because it didn’t happen.” (“Questa ragazza dice ‘Qual è stato il momento che ti ha fatto più paura?’ e lui dice che non c’è stato un momento di paura perché non è accaduto. Avrebbe potuto essere spaventevole, ma non lo è stato perché non è accaduto.”).

Kardashian poi aggiunge: “So I think it didn’t happen” (“Quindi io penso che non sia accaduto”).

Ha ribadito questa sua tesi anche in seguito nella puntata, a 41:50 [video su Today.com]. Uno dei produttori le chiede “You think that we didn’t walk on the Moon?” (“Credi che non abbiamo camminato sulla Luna?”) e lei risponde: “I don’t think we did. I think it was fake. I’ve seen a few videos on Buzz Aldrin talking about it didn’t happen. He says it all the time now in interviews. Maybe we should find Buzz Aldrin. Oh my God, Khloe should get him on her podcast. […] Why does Buzz Aldrin say it didn’t happen?” (“Non credo che l’abbiamo fatto. Credo che fu una messinscena. Ho visto alcuni video a proposito di Buzz Aldrin che dice che non è successo. Adesso lo dice in continuazione nelle interviste. Forse dovremmo trovare Buzz Aldrin. O mio Dio, Khloe dovrebbe ospitarlo nel suo podcast. […] Perché Buzz Aldrin dice che non è successo?”).

Subito dopo, Kim Kardashian afferma inoltre che “sulla Luna non c’è gravità” (“There’s no gravity on the Moon”) [Entertainment Weekly]: un’asserzione indiscutibilmente falsa che rivela eloquentemente il livello reale della sua conoscenza dell’argomento sul quale ritiene di poter sentenziare così pesantemente, accusando gli altri di essere bugiardi. E poi chiede: “Why is the flag blowing? The shoes that they have in the museum, that they wore on the Moon, is a different print in the photos. Why are there no stars?” (“Perché la bandiera sta sventolando? Le scarpe che hanno nel museo, che hanno indossato sulla Luna, l’impronta è diversa nelle foto. Perché non ci sono stelle?”). Insomma, i capisaldi del lunacomplottismo, ai quali è già stata data risposta infinite volte: la bandiera sventola perché gli astronauti la stanno muovendo per posizionarla, gli astronauti indossavano delle soprascarpe termicamente isolanti, le stelle sono troppo fioche per vedersi in luce diurna.

Queste sue dichiarazioni sono diventate virali e così hanno ricevuto una breve risposta su X da Sean Duffy, direttore pro tempore della NASA, che ha ribadito che sì, siamo andati sulla Luna, ci siamo andati sei volte, e ci stiamo tornando con le missioni del programma Artemis.

Inevitabilmente, vista la notorietà di Kim Kardashian, le sue parole di complottismo dichiarato hanno attirato le attenzioni moleste e gli entusiasmi dei vari invasati e ottusangoli che ancora non si sono rassegnati al fatto che gli allunaggi sono una realtà documentata e accettata da chiunque ne sappia mezza sulla storia dell’astronautica e persino dai rivali sovietici. Perché queste persone non vogliano accettare questo semplice fatto sarebbe da capire, ma lasciamo stare e vediamo i fatti che riguardano le parole attribuite da Kardashian a Aldrin.

Il video al quale si riferisce Kim Kardashian è uno spezzone tratto da un incontro pubblico con Aldrin avvenuto alla Oxford Union Society nel 2015, secondo le ricerche di Today.com [video, a 1:49] e Unilad.com. La versione originale del video è disponibile qui sul canale YouTube della Oxford Union e nell’embed qui sotto.

Nel video, a 30:11, una persona del pubblico chiede all’astronauta quanto segue: “What was the scariest moment of the journey?” (“Quale fu il momento di massima paura del viaggio?”) e Aldrin, che a questo punto ha parlato già per mezz’ora di tutti i dettagli di come è andato sulla Luna, risponde: “Scariest? It didn’t happen. It could have been scary.” (“Quello di massima paura? Non accadde. Avrebbe potuto essere”).

Dal contesto dovrebbe essere lampante che quando Aldrin dice “non accadde” non si sta riferendo alla missione, della quale ha appunto parlato fino a questo punto in toni di assoluta realtà, ma si sta riferendo al momento di maggiore paura. Sta dicendo che non accadde un momento di massima paura, perché la missione era tutta pericolosa, come ha appena finito di dire. Tutto qui.

Dal pubblico, poi, gli arriva un suggerimento, e Aldrin si lancia in una lunga spiegazione delle attività sulla Luna, al rientro nella cabina del veicolo di allunaggio (ancora una volta, con il tono di chi sta raccontando un fatto reale), e rievoca il fatto di aver trovato sul pavimento della cabina un interruttore-disgiuntore (circuit breaker). Era quello di attivazione del motore che avrebbe dovuto riportare lui e il suo compagno Armstrong in orbita intorno alla Luna per incontrare il terzo membro dell’equipaggio, Michael Collins, che li stava aspettando nel veicolo spaziale principale. Insomma, trovare che questo comando fondamentale per il ritorno sulla Terra era rotto sarebbe stato forse il momento di massima paura.

Ma tutto questo, nello spezzone tagliato furbescamente dai complottisti, non lo trovate. Chiedetevi perché.


Colgo l’occasione per aggiungere un altro debunking che riguarda un video tagliato ad arte che riporta in modo ingannevole delle dichiarazioni di Buzz Aldrin. Secondo i lunacomplottisti, l’astronauta avrebbe detto a una bambina che l’allunaggio non è mai successo.

Lo scambio è visibile per esempio qui su YouTube o nell’embed qui sotto. Secondo Snopes e i dati pubblicati su YouTube, il video originale fu registrato a Washington, DC, il 5 settembre 2015, al National Book Festival.

Cominciamo dai dati di base, cioè dalla trascrizione fedele dello scambio tra la bambina e Aldrin, perlomeno come viene presentato nel video proposto dai complottisti, che è uno spezzone isolato di una conversazione che dura ben 17 minuti e nella quale Aldrin parla ripetutamente della realtà dei viaggi lunari, suoi e altrui.

Bambina: Why has nobody been to the moon in such a long time?

Aldrin: That’s not an eight-year-old’s question… That’s MY question. I want to know. But I think I know, ’cause we didn’t go there and… and that’s the way it happened and… and if it didn’t happen, it’s nice to know why it didn’t happen, so in the future, if we want to keep doing something, we need to know why something stopped in the past that we wanted to keep it going [segue rimontaggio delle parole di Aldrin].

Prima di tutto, la bambina chiede come mai non siamo tornati sulla Luna per così tanto tempo, e Aldrin risponde a questa domanda. Quindi l’assunto iniziale di entrambi è che ci siamo andati e la questione è capire come mai non ci siamo andati più.

La risposta di Aldrin è “Questa non è una domanda da bambina di otto anni [nel senso di “un adulto ti ha imbeccato questa domanda”, e in effetti nel video non tagliato si sente una voce maschile adulta che suggerisce alla bambina le parole chiave di ciascuna domanda]… è la MIA domanda. Lo voglio sapere”. Cioè Aldrin vorrebbe sapere come mai non siamo tornati sulla Luna per oltre cinquant’anni. E prosegue dicendo “Credo di saperlo, perché non ci siamo andati [sottinteso “di nuovo”] e… ed è andata così e…. e se non è successo [cioè se non ci siamo tornati], è utile sapere perché non è mai successo, così in futuro, se vogliamo continuare a fare qualcosa, abbiamo bisogno di sapere come mai in passato una cosa che volevamo far continuare si è interrotta.”

Aldrin non si esprime in maniera molto chiara (è sempre stato così nel parlare), ma il senso di quello che dice è comprensibile: siamo andati sulla Luna, abbiamo smesso di andarci, ed è utile interrogarsi sui motivi per cui abbiamo smesso di andarci, perché capire il passato può aiutarci a evitare che succeda di nuovo in futuro.

Il senso delle parole di Aldrin diventa molto più evidente se si ascolta anche la parte della risposta di Aldrin alla domanda della bambina che manca nella versione proposta dai complottisti e spiega i motivi del mancato ritorno sulla Luna secondo lui (da 8:00 nel video non tagliato):

Aldrin: Money. It’s a good thing. If you want to buy new things, new rockets, instead of keep doing the same thing over and over, then it’s going to cost more money. And other things need more money too. So having achieved what the President wanted us to do … and then what thousands, millions of people in America, and millions of people around the world …

“Soldi”, spiega l’astronauta. Abbiamo smesso di andare sulla Luna per carenza di fondi. [il denaro] è una buona cosa. Se si vogliono comperare cose nuove, razzi nuovi, invece di continuare a fare la stessa cosa tante volte, allora costerà altri soldi. E ci sono anche altre cose che hanno bisogno di più soldi. Quindi, avendo ottenuto quello che il Presidente voleva che facessimo [andare sulla Luna, quindi Aldrin sta dicendo chiaramente che le missioni lunari sono avvenute]… e poi quello che migliaia di persone in America e milioni di persone nel mondo…”.

A questo punto Aldrin si ferma e cambia discorso.

Aldrin: You know, when we toured around the world after we came back [from the moon], the most fascinating observation was signs that said “WE did it.” Not just us, not just America, but we, the world! Different countries! They felt like they were part of what we were able to do. And that made us feel very good.

Traduco: “Sai, quando abbiamo fatto un tour mondiale dopo che siamo tornati [dalla Luna, ribadendo di nuovo che le missioni lunari sono state effettuate e aggiungendo che lui vi ha partecipato], la cosa più affascinante che abbiamo notato erano i cartelli che dicevano ‘NOI l’abbiamo fatto’. Non solo noi, non solo l’America, ma noi, il mondo! Paesi diversi! Sentivano di essere parte di quello che eravamo riusciti a fare. E questo ci ha fatto sentire molto bene.”

Questa seconda parte della risposta mette assolutamente in chiaro che non c’è nessuna presunta confessione di Aldrin, ma anzi una conferma di quello che ha sempre dichiarato e che è avvalorato da una vastissima documentazione storica. Se poi qualcuno crede di informarsi guardando venti secondi di video su TikTok o YouTube e che quei venti secondi tagliuzzati tendenziosamente siano più credibili di montagne di documenti tecnici accettati da tutto il mondo scientifico, il problema è suo.

Potete ascoltare l’intervista completa ad Aldrin qui su YouTube o nell’embed qui sotto.

Per chi fosse interessato ad approfondire, ricordo che il mio libro sui complotti lunari è sfogliabile gratuitamente online e acquistabile in versione aggiornata su carta.

Fonti aggiuntive

Nasa hits back at Kim Kardashian’s moon landing conspiracy, BBC, 31 ottobre 2025.

‘Yes, we’ve been to the moon before’: Nasa rebuffs Kim Kardashian conspiracy theory, The Guardian, 31 ottobre 2025

NASA to Kim Kardashian: We’ve been to the moon six times, Reuters, 31 ottobre 2025.

Kim Kardashian, We Have Indeed Been to the Moon, NASA Says, The New York Times, 31 ottobre 2025.

NASA Issues Horrified Response to Kim Kardashian, Futurism.com, 2 novembre 2025.