Podcast RSI – Niente social sotto i 16 anni, parte l’esperimento australiano. Altri Paesi si preparano
Questo è il testo della puntata dell’8 dicembre 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.
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[CLIP: “Australia will become the first country in the world to ban under 16s from having social media accounts.”]
È la voce della ministra australiana per le comunicazioni Anika Wells, che annuncia che il prossimo 10 dicembre entrerà in vigore in Australia il divieto assoluto di avere un account sui principali social network per chiunque abbia meno di sedici anni. Molti Paesi stanno osservando con interesse questo esperimento sociale australiano per vederne i risultati.
Ma ancora prima della scadenza, i giovani del Paese stanno scoprendo come eludere questo divieto, beffando i controlli sull’età in maniere comicamente semplici. Le buone intenzioni dei politici si scontrano con la realtà tecnica e ne escono con le ossa rotte, come ampiamente previsto dagli esperti. Ma da questa sperimentazione stanno anche emergendo idee meno grossolane e più mirate su come arginare gli effetti sociali indiscutibilmente pesantissimi dei trucchi usati dai social network per indurre dipendenza nei loro utenti. Trucchi che uno dei loro inventori definisce senza mezzi termini “cocaina comportamentale”.
Benvenuti alla puntata dell’8 dicembre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA di apertura]
Dal 10 dicembre prossimo in Australia sarà vietato ai minori di sedici anni possedere un account su TikTok, Instagram, Facebook, Threads, X, Snapchat, Twitch, Kick, Reddit e YouTube. È il primo effetto di una legge, denominata Social Media Minimum Age Bill, approvata poco più di un anno fa. Ne avevo parlato in questo podcast all’epoca, segnalando i problemi tecnici di questo divieto.
È passato un anno, e come era facile prevedere i problemi tecnici non sono stati risolti: non appena i social network colpiti dal provvedimento hanno iniziato ad avvisare i loro utenti che avrebbero perso i loro account se non avessero dimostrato di avere più di sedici anni, i giovanissimi sotto questa soglia hanno escogitato tecniche per eludere i controlli. È emerso che su Snapchat, per esempio, basta mostrare alla telecamera frontale dello smartphone una foto di una persona adulta, oppure indossare una maschera di carnevale che raffiguri un viso adulto, e l’app risponde “Grazie di aver verificato la tua età”.
Uno degli aspetti più criticati della legge australiana, infatti, è che delega ai social network il compito di scegliere la tecnica usata per verificare l’età. E ovviamente i social network hanno fatto solo il minimo indispensabile per essere conformi alla legge, perché non hanno nessun interesse a perdere utenti. Dare alle volpi le chiavi del pollaio non è mai una buona idea, specialmente se le sanzioni in caso di inadempienza sono trascurabili, come in questo caso. Il loro importo massimo, 50 milioni di dollari [australiani], sembra notevole, ma è l’equivalente di appena un paio d’ore di fatturato delle grandi piattaforme social.
Le volpi in questione hanno scelto vari metodi per la verifica dell’età. Alcune offrono il riconoscimento facciale, che però è facilmente aggirabile e poco preciso, per cui sbaglia spesso, approvando una quattordicenne dall’aspetto maturo e rifiutando chi ha lineamenti molto fini, con un margine di errore di circa due o tre anni per eccesso o per difetto.
L’invio di una foto di un documento d’identità è più affidabile, ma comporta che i social network (o meglio, le società private alle quali hanno dato l’incarico in subappalto) diventano custodi di milioni di documenti personali, e questo chiaramente non piace agli utenti, che non si fidano dei social. Inoltre procurarsi temporaneamente un documento di una persona più che sedicenne non è un problema.
C’è anche il metodo della cosiddetta age inference o stima dell’età basata sul comportamento online, ma è risultato poco attendibile. La legge australiana, però, parla semplicemente di “misure ragionevoli” di verifica, senza fissare metodi specifici o livelli minimi di affidabilità, e questi sono i risultati.
Le tecniche di elusione del divieto sono tante. Si può anche usare una VPN per simulare di non essere in Australia, o si possono usare piattaforme social non colpite dal divieto, e questo significa che paradossalmente la legge australiana rischia di spingere gli adolescenti verso servizi online ancora meno adatti alla loro età oppure ancora meno moderati dai loro gestori, come WhatsApp o Telegram. Le piattaforme escluse dal divieto sono numerose e includono Discord, GitHub, Lego Play, Roblox, Steam, Steam Chat, Google Classroom e YouTube Kids. Anche ChatGPT non fa parte dei servizi online vietati ai minori di sedici anni.
Inoltre gran parte dei contenuti dei social network resta comunque accessibile ai minori: infatti chi ha meno di sedici anni non può avere un account social, ma può benissimo vedere qualunque post, video o foto presente sui social che abbia un link pubblico.
Va detto che i legislatori australiani erano consapevoli del fatto che questo divieto sarebbe stato eludibile da qualunque adolescente sufficientemente motivato. Ma quello che conta, secondo le dichiarazioni della ministra per le comunicazioni Anika Wells, è che la legge permette ai genitori di dire ai figli che non sono loro i cattivi che vietano arbitrariamente l’uso dei social: è lo Stato a vietarlo. Questa legge è anche un messaggio chiaro del fatto che i social network sono considerati ufficialmente un ambiente tossico, e questo è un aiuto non tecnico ma sociale tutt‘altro che trascurabile. Un parafulmine per le ire dei minori ai quali verrà tolto tra pochi giorni un canale di comunicazione dal quale dipendono per i propri rapporti sociali con i coetanei.
Danimarca, Grecia, Romania, Francia, Nuova Zelanda, Malesia e la Commissione Europea hanno manifestato l’intenzione di introdurre un’età minima di accesso ai social network. Anche in Italia, Germania, Paesi Bassi, Regno Unito e Spagna ci sono proposte di legge in questo senso. La consapevolezza che non si può restare senza fare nulla di fronte a dati sempre più allarmanti sull’aumento del disagio giovanile, del bullismo, dei contenuti d’odio, dei predatori online e delle ansie direttamente legate all’uso dei social network è ormai ampiamente diffusa. Il problema è cosa fare, e come farlo.
L’Unicef, per esempio, sostiene che i cambiamenti proposti dalla legge australiana “non risolveranno i problemi che i giovani devono affrontare online. I social media”, dice, “hanno molti aspetti positivi, come l’educazione e il mantenimento dei contatti con gli amici… è più importante rendere più sicure le piattaforme social e ascoltare i giovani per essere sicuri che le modifiche siano davvero utili.” Anche perché non è che appena si compiono sedici anni si diventa di colpo automaticamente capaci di gestire le trappole dei social network.
Una delle proposte tecnicamente più interessanti è quella di rendere opzionali gli algoritmi che propongono contenuti. Oggi praticamente tutti i social network registrano e schedano accuratamente i gusti e le abitudini di ogni loro utente e gli suggeriscono persone o contenuti che potrebbero interessargli. Ma questi algoritmi sono fatti in modo da farci continuare a scorrere e guardare i contenuti dei social, dando la priorità a qualunque cosa che produca forti risposte emotive, come l’indignazione, la rabbia o la misoginia. Togliere l’algoritmo ai social, o renderlo facoltativo, permetterebbe agli utenti di scegliere cosa vogliono vedere invece di trovarsi con un fiume continuo di contenuti preselezionati e predigeriti. Che è quello che già avviene, per esempio, sul social network non commerciale Mastodon.
Gli esperti confermano che gli algoritmi sono uno dei fattori chiave nella tossicità dei social network. Per esempio, non sono in grado di capire se un utente si è soffermato a guardare un video perché gli piace o perché è inorridito, e quindi gli propongono ciecamente altri contenuti dello stesso tipo. Inoltre alimentano stereotipi pericolosi: uno studio del 2024 ha creato degli account di prova su TikTok e su YouTube, e tutti quelli identificati come maschili sono stati bombardati in breve tempo di “contenuti maschilisti, antifemministi ed estremisti di altro tipo”. Ma gli algoritmi sono anche uno dei principali fattori di crescita e di fatturato dei social network, che quindi sono disposti a fare qualunque cosa e usare qualunque trucco pur di continuare a massimizzare i profitti e creare dipendenza nei loro utenti.
Quest’accusa è confermata da un esperto assoluto del settore, Aza Raskin, che ha una caratteristica molto particolare: è stato lui a inventare, nel 2006, il cosiddetto scorrimento infinito (o infinite scrolling): quella funzione delle app e dei siti per cui non si arriva mai in fondo a una pagina, ma vengono continuamente caricati nuovi contenuti. Questa funzione toglie all’utente il bisogno di cliccare per passare a una pagina successiva. Gli toglie la pausa e quindi rende molto più facile continuare a guardare video e post senza mai fermarsi e soprattutto senza dover mai pensare.
In un’intervista alla BBC del 2018, Raskin ha spiegato che ogni dettaglio di un’app social viene studiato per massimizzare la creazione di una dipendenza. Per esempio, si analizza l’esatta sfumatura di colore dell’indicatore delle notifiche, che è sempre rosso perché questo colore stimola il cervello con sensazioni di urgenza più di ogni altro, ma alcuni toni di rosso funzionano meglio di altri. Raskin descrive questa strategia dei social network con un termine particolarmente efficace.
[CLIP da “Smartphones: The Dark Side” (BBC, 2018): “It’s as if they’re taking behavioral cocaine and just sprinkling it all over your interface”]
Quello che fanno i tecnici dei social network, spiega l’esperto, è spargere su tutta l’interfaccia della loro app cocaina comportamentale.
Anche altri esperti confermano che i gestori dei social network creano consapevolmente una dipendenza nei loro utenti. Lea Pearlman, coinventrice del pulsante “Mi piace” di Facebook, conferma che persino lei era diventata dipendente dalla gratificazione offerta da quel “Mi piace”. Sandy Parakilas, tecnico di Facebook fino al 2012, ha spiegato che nell’azienda c’era una chiara consapevolezza del fatto che il prodotto creava assuefazione e dipendenza, con un “modello commerciale progettato per coinvolgerti e fondamentalmente succhiarti via dalla vita tutto il tempo possibile e poi vendere quell’attenzione agli inserzionisti.” L’ex presidente di Facebook Sean Parker ha ammesso che l’azienda stava “sfruttando una vulnerabilità della psicologia umana”, ne era consapevole ma lo faceva lo stesso.
Forse, più di ogni divieto, può essere efficace far sapere ai giovani e anche agli adulti quale sia la vera natura dei social network commerciali. Spazi concepiti per sfruttare l’utente, non per facilitargli la comunicazione. Spazi nei quali i truffatori sono tollerati e a volte persino protetti, perché generano miliardi di incassi, per esempio a Meta con le loro inserzioni fatte per promuovere i loro raggiri, come ho raccontato in una puntata recente di questo podcast. Non sono parchi di divertimento: sono laboratori, nei quali siamo trattati come topolini e siamo altrettanto sacrificabili.
Imporre per legge l’estirpazione dai social network delle funzioni che creano questa dipendenza, come lo scorrimento infinito e gli algoritmi, sembra insomma essere una soluzione tecnicamente molto più efficace, praticabile e verificabile di un semplice limite di età. E in ogni caso quel limite di età può essere applicato senza dare alle piattaforme social tanti dati personali, usando per esempio un’identità digitale garantita dallo Stato, come quella svizzera recentemente adottata o quella in fase di sviluppo nell’Unione Europea, che consente all’utente di certificare a un social network la propria età senza inviargli nessuna informazione personali, nessuna scansione di documenti e nessuna foto del proprio volto.
Nel bene e nel male, l’Australia sta facendo certamente da apripista, e questo significa che gli altri Paesi possono imparare dalle sue esperienze pionieristiche cosa funziona e cosa non funziona. E magari, si spera, non ripetere gli stessi errori.









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