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Artemis II porterà oggetti storici intorno alla Luna

Il lanciatore SLS e la navicella Orion vengono trasportati verso la rampa di lancio 39B. Foto NASA/Brandon Hancock (fonte).

Se tutto andrà come annunciato dalla NASA nella conferenza stampa di giovedì 12 marzo, i quattro astronauti prescelti per la missione Artemis II verranno lanciati in direzione della Luna precisamente 24 minuti dopo la mezzanotte del 2 aprile ora italiana, 56 anni dopo l’ultimo volo umano verso il Satellite che da più di 4 miliardi e mezzo di anni accompagna la Terra nel suo giro intorno al Sole.

Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen, a bordo della navicella Orion denominata Integrity, porteranno con loro alcuni oggetti storici che voleranno intorno alla Luna per poi ritornare sulla Terra. Nei giorni scorsi l’agenzia spaziale statunitense, per bocca del direttore Jared Isaacman, ha dichiarato che “…i reperti simbolici portati da Artemis II riflettono il lungo arco dell’esplorazione americana e le tante generazioni che hanno reso possibile questo momento. I manufatti che verranno portati dai nostri astronauti nello spazio intorno alla Luna sono parti dei nostri primi successi nell’aviazione e nel volo umano nel cosmo, simboli verso cui ci stiamo dirigendo. In questo anno, che segna il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza, l’equipaggio di Artemis II porterà nel giro intorno alla Luna la nostra storia oltre l’orbita terrestre”.

Questi sono gli oggetti più significativi, che voleranno in uno speciale contenitore a bordo della navicella Orion: un campione di tessuto di mussola (2,5 cm x 2,5 cm) proveniente dal Wright Flyer originale, l’aereo con cui i fratelli Wright realizzarono il primo storico volo a motore della storia il 17 dicembre 1903. Il reperto, prestato dal National Air and Space Museum dello Smithsonian, non è al suo primo volo nello spazio: una sua porzione aveva già volato a bordo dello Shuttle Discovery e ora compirà il suo secondo viaggio oltre l’atmosfera terrestre. Al ritorno sulla Terra il tessuto ritornerà al museo, dove verrà riunito con gli altri campioni del Wright Flyer.

Nel prezioso kit di volo non mancano le bandiere, simboli ricorrenti nelle tante missioni spaziali della NASA: tra queste troviamo una piccola bandiera americana che ha già volato in due momenti storici come la prima missione dello Space Shuttle con la navetta Columbia (STS-1), nell’aprile del 1981, e il primo volo di una navicella Dragon con equipaggio di Space X (Demo-2), nel maggio del 2020.

Particolarmente significativa è anche la presenza della bandiera originariamente preparata per la missione lunare Apollo 18, cancellata dall’amministrazione Nixon nel settembre 1970: volerà per la prima volta verso la Luna proprio con Artemis II.

Orion trasporterà anche una copia di un negativo fotografico 4×5 pollici scattato durante la fase finale della missione Ranger 7. Lanciata il 28 luglio 1964 e arrivata sulla Luna tre giorni più tardi, scattò ben 4.308 foto ad alta qualità prima dell’inevitabile impatto con la superficie selenica, che la distrusse.

Voleranno con Artemis II anche campioni di terreno raccolti alla base di alberi cresciuti da semi portati a bordo del primo volo del programma Artemis, avvenuto a novembre del 2022, e prelevati nei dieci centri della NASA in cui vennero piantati.

La Canadian Space Agency (CSA), l’agenzia spaziale canadese, che partecipa al volo con l’astronauta Jeremy Hansen, contribuirà al kit con semi di alberi, destinati a essere distribuiti al termine della missione, e apporrà adesivi e toppe, a testimonianza di una collaborazione che rappresenta uno dei pilastri del programma, rafforzando ulteriormente il carattere internazionale del programma Artemis di ritorno alla Luna.

Ci saranno inoltre molti oggetti di piccole dimensioni a bordo della navicella Orion, fra cui una scheda SD contenente milioni di nomi raccolti durante la campagna “Invia il tuo nome nello spazio”: un modo per portare simbolicamente il pubblico insieme con i quattro astronauti attorno alla Luna.

Ci saranno poi bandierine, toppe e spille, da distribuire al termine dello storico viaggio ai dipendenti e stakeholder che hanno contribuito alla sua realizzazione, e oggetti provenienti dai diversi partner del programma internazionale Artemis: l’ESA, l’ Agenzia Spaziale Europea, che fornisce il Modulo di Servizio Europeo di Orion, includerà una bandiera.

In totale il kit ufficiale dei souvenir che sarà portato a bordo di Orion pesa 4,5 kg. L’elenco dettagliato è pubblicato su Nasa.gov.

Artemis II, aggiornamento degli orari di lancio

Ecco le nuove date e i nuovi orari delle prossime possibilità di lancio della missione circumlunare con equipaggio Artemis II, secondo il fuso orario dell’Europa centrale (CET):

  • 2 aprile: 00:24
  • 3 aprile: 01:22
  • 4 aprile: 2:00
  • 5 aprile: 2:53
  • 6 aprile: 3:40
  • 7 aprile: 4:36

Ciascuna di queste date ha una finestra di lancio di 120 minuti: in altre parole, la NASA ha due ore di tempo, a partire dall’orario indicato, per far decollare il razzo gigante SLS e la navicella Orion con i suoi quattro occupanti. C’è anche una data possibile alla fine di aprile, ma speriamo di non dover rinviare ancora questa fatidica partenza.

Fonte: ESA su LinkedIn.

Se il cielo scompare: nuove megacostellazioni di satelliti minacciano ambiente, atmosfera e astronomia da terra

Ultimo aggiornamento: 2026/03/07 10:45.

Paolo G. Calisse è a capo della Sostenibilità e della Pianificazione delle Operazioni del Cherenkov Telescope Array Observatory, un grande osservatorio per l’astronomia a energie molto alte (Very High Energy) in costruzione a La Palma, nelle Isole Canarie, e vicino Paranal, in Cile. Negli ultimi anni ha sviluppato un grande interesse per tutti i temi che riguardano la lotta alla Crisi Climatica e le sue conseguenze per il nostro pianeta.

Questo articolo include il link ad un modulo che va firmato entro il 6 marzo 2026 da tutti coloro che sono contrari a questo ulteriore tentativo di “privatizzare” il cielo.

Ripetiamo qui l’indirizzo del modulo (incluso anche nel corpo dell’articolo):

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSdnBbw-dATjyHVovhoDTtl_VYKWZTs7T8ZbF9sC7oRdDILrEw/viewform

Immagine realizzata da Alan Dyer/AmazingSky.com nel 2024 (Instagram).

Negli ultimi anni stiamo assistendo a una trasformazione silenziosa ma profonda del cielo notturno. L’espansione delle megacostellazioni satellitari sta modificando non solo il modo in cui osserviamo le stelle, ma anche l’ambiente terrestre e i delicati equilibri dell’atmosfera.

Due progetti attualmente al vaglio della Federal Communications Commission (FCC) statunitense, anche se poco credibili per adesso già dal punto della fattibilità tecnica ed economica, rischiano di avere un impatto ancora maggiore: la costellazione Reflect Orbital e il nuovo ambizioso piano di SpaceX per il lancio di un milione, sì avete capito bene, UN MILIONE di satelliti.

Questi progetti comportano enormi rischi ambientali, scientifici ed ecologici, che analizzeremo nel seguito.

Un cielo sempre più affollato

Al momento attuale orbitano attorno alla Terra quasi 15.000 satelliti attivi, un numero cresciuto esponenzialmente con l’avvento delle megacostellazioni, ossia flotte composte da migliaia di unità progettate per fornire servizi globali come telecomunicazioni e connessione Internet. Questo ritmo di crescita è sostenuto da un modello industriale che prevede una vita operativa molto breve per ogni satellite, spesso di pochi anni, e la necessità di continue sostituzioni e aggiornamenti.

La conseguenza è duplice: l’orbita terrestre bassa diventa sempre più congestionata e la quantità di satelliti destinati a rientrare nell’atmosfera aumenta a ritmi senza precedenti. La maggior parte dei satelliti viene intenzionalmente fatta rientrare e disintegrare a fine vita negli strati alti dell’atmosfera, attraverso un processo noto come demisability, termine coniato ad hoc da Starlink (vedi commento di @daryl qui sotto), che comporta la frammentazione del materiale in polveri e particelle metalliche.

Questo avviene senza considerare i rischi sempre più elevati di perdita di controllo e di collisione di alcuni di questi satelliti, che potrebbero generare un aumento crescente della quantità di detriti in orbita (Sindrome di Kessler), al punto di rendere impossibile l’accesso all’orbita soprattutto da parte di equipaggi umani, a causa dei rischi connessi.

Il CRASH Clock è un indicatore ambientale che valuta il rischio di collisione nell’orbita terrestre bassa (low Earth orbit, LEO), ovvero quanto tempo passerebbe prima che avvenga una collisione tra satelliti attivi, detriti spaziali o stadi di razzi abbandonati, se tutte le manovre correttive venissero improvvisamente sospese. Al momento attuale il crash clock stima questo tempo come 3.8 giorni. Per avere un confronto, questo tempo era di 168 giorni ad inizio 2018, e si assottiglia sempre più. È facile immaginare cosa accadrebbe in futuro con un ulteriore incremento del numero di satelliti in orbita.

Reflect Orbital: specchi nello spazio

Tra i progetti più controversi c’è Reflect Orbital, che propone il lancio di 50.000 satelliti dotati di specchi per riflettere la luce solare verso la Terra durante la notte. Gli impatti potenziali sono enormi e includono:

  • aumento dell’inquinamento luminoso notturno;
  • disturbo ai ritmi naturali della fauna, che si orienta con la luce;
  • alterazione dei cicli sonno-veglia umani;
  • compromissione delle osservazioni astronomiche sia professionali sia amatoriali. Già oggi osservatori come il Vera Rubin, che dispongono di un grande campo visivo, devono attuare varie contromisure per limitare i danni alle loro osservazioni.

Il cielo buio è una risorsa naturale fondamentale non solo per la scienza, ma anche per l’ambiente e la cultura. La riflessione artificiale della luce notturna da parte di migliaia di specchi orbitanti rappresenterebbe una minaccia senza precedenti per l’astronomia da terra, già messa a dura prova dalla crescita dell’illuminazione urbana.*

* Da notare che tra i presunti benefici di questa costellazione viene indicato “l’incremento delle ore lavorative”. Un po’ quello che avviene nei pollai industriali, insomma, ma applicato all’intera umanità.

Il mega-progetto SpaceX: un milione di satelliti

Parallelamente, SpaceX ha presentato alla FCC una nuova richiesta per ottenere l’autorizzazione al lancio di fino a un milione di satelliti per costituire data center orbitanti, un progetto separato dal già vastissimo programma StarLink. Molti di questi satelliti verrebbero collocati in orbite eliosincrone, costantemente illuminate dal Sole, risultando quindi molto visibili e con un impatto significativo sull’aspetto di almeno alcune aree del cielo notturno.

Oltre al problema dell’inquinamento luminoso e del traffico orbitale, ricerche recenti evidenziano che la massa e la frequenza di questi satelliti avrebbero conseguenze dirette anche sull’atmosfera terrestre al lancio e al rientro. I modelli mostrano che la combustione in atmosfera di un numero così elevato di mezzi potrebbe produrre quantità senza precedenti di metalli e ossidi di alluminio, con effetti potenzialmente gravi sul clima e sull’ozono.

L’atmosfera trasformata in un “crematorio per satelliti”

Alcuni ricercatori avvertono che la Terra sta rischiando di trasformare la propria atmosfera in un gigantesco crematorio per satelliti. A ogni rientro, infatti, i satelliti vengono riscaldati a migliaia di gradi Celsius e si disintegrano, liberando:

  • alluminio e ossidi di alluminio (allumina);
  • litio e rame;
  • altre particelle metalliche derivanti dai materiali strutturali.

Studi recenti mostrano che questi materiali sono già presenti negli aerosol dell’alta atmosfera, con potenziali implicazioni per:

  • la riduzione dello strato di ozono, essenziale per filtrare le radiazioni ultraviolette;
  • il riscaldamento della stratosfera, alterato dai residui di razzi e dalle particelle metalliche;
  • cambiamenti nella circolazione atmosferica e nei pattern climatici.

Alcune proiezioni indicano che già entro il 2030 i rientri di massa dei satelliti potrebbero iniettare migliaia di tonnellate di materiale nella mesosfera e stratosfera ogni anno, in una zona dove la densità dell’aria è ridotta e quindi altamente sensibile a incrementi in percentuale di queste sostanze. Se le richieste di nuovi lanci verranno approvate e replicate da altri operatori privati, l’impatto potrebbe risultare ancora più significativo.

Il ruolo della FCC e il tempo per intervenire

La FCC sta attualmente valutando i due progetti. Le finestre per inviare osservazioni pubbliche sono molto strette:

  • Reflect Orbital: scadenza il 9 marzo 2026
  • SpaceX – megapiano da 1 milione di satelliti: scadenza il 6 marzo 2026 (oggi!)


L’associazione Astronomers for Planet Earth (A4E), di cui l’autore fa parte e che si batte per la lotta alla crisi climatica con il supporto di un’ampia comunità di astronomi e astrofisici, ha espresso fermamente la propria opposizione in un documento disponibile qui, sottolineando la minaccia che tali iniziative rappresentano per l’astronomia, gli ecosistemi e la tutela del cielo notturno. A4E invita cittadini e ricercatori a sostenere una dichiarazione ufficiale, in inglese, da inviare alla FCC, e disponibile a questo link.

Una responsabilità collettiva verso il futuro del cielo

Il cielo notturno non è solo un patrimonio scientifico, ma anche culturale ed ecologico. Le megacostellazioni offrono vantaggi tecnologici indiscutibili, ma sollevano questioni etiche e ambientali profonde. L’attuale corsa allo spazio da parte di alcuni gruppi privati rischia infatti di trasformare l’accesso all’orbita e all’atmosfera in un modello “usa e getta” su scala planetaria.

Le evidenze scientifiche ci dicono che il cielo non è un luogo isolato: ciò che avviene in orbita ha ricadute dirette sul clima, sulla biodiversità e sulla nostra capacità di osservare l’universo.

Siamo quindi a un bivio storico. Le scelte che prenderemo oggi definiranno il modo in cui le generazioni future potranno guardare il cielo, non solo per noi astronomi, ma anche come spazio naturale da preservare.

NASA: il programma lunare accelera, ma Artemis III non andrà sulla Luna

Da sinistra: il moderatore, il direttore della NASA Jared Isaacman, il direttore associato Amit Kshatriya e la direttrice del Moon to Mars Program Lori Glaze.

Ultimo aggiornamento: 2026/03/01 14:30.

2026/02/27 17:36. La conferenza stampa della NASA terminata mezz’ora fa ha annunciato una vera e propria rivoluzione dell’intero programma Artemis di ritorno alla Luna: la missione Artemis III non sarà più un allunaggio con equipaggio, da effettuare nel 2028. Sarà un ben più modesto volo in orbita intorno alla Terra, per testare un rendez-vous e un attracco con uno o entrambi i futuri veicoli di allunaggio (la Starship HLS di SpaceX e la Blue Moon di Blue Origin) e forse per collaudare le tute lunari, e avverrà intorno alla metà del 2027.

L’allunaggio vero e proprio slitta alle missioni successive Artemis IV o V, che da oggi sono previste entrambe per il 2028.

Jared Isaacman, direttore della NASA, ha annunciato l’intenzione di aumentare massicciamente il personale dell’agenzia spaziale statunitense per ricostituire le competenze di base interne all’ente che si erano ridotte a causa del calo drastico nel numero di dipendenti nel corso degli ultimi anni.

Ha detto inoltre che il lanciatore gigante SLS verrà “standardizzato”, evitando che ogni esemplare sia “un’opera d’arte” individuale, in modo da consentire una cadenza di lancio annuale o anche più ravvicinata (Isaacman ambisce ad arrivare a un lancio ogni dieci mesi circa). Non è entrato nei dettagli di questa “standardizzazione”, ma sembra di capire che verranno eliminate le versioni potenziate del vettore SLS (le cosiddette Block 1B e Block 2) che finora erano considerate definitive. L’attuale versione provvisoria, che è sottopotenziata e riesce a malapena a portare fino alla Luna soltanto la pesante navicella Orion, diventerà quella standard.

In dettaglio, il comunicato stampa della NASA parla molto concisamente di “an upper stage and pad systems in as close to the ‘Block 1’ configuration as possible”. Questo vuol dire che per SLS verrà usato sempre un secondo stadio simile all’attuale, denominato ICPS o Interim Cryogenic Propulsion Stage, che è un secondo stadio modificato di un lanciatore Delta IV (ennesimo esempio di cannibalizzazione e adattamento di componenti esistenti da parte del programma Artemis).

Scompare quindi l’EUS o Exploration Upper Stage, il secondo stadio quattro volte più potente di quello attuale, che avrebbe dato al lanciatore SLS una capacità di lancio e di trasporto adeguata a una missione lunare con equipaggio. La versione attuale porta fino alla Luna circa 27 tonnellate, mentre quella con l’EUS ne avrebbe portate oltre 46 (un Saturn V degli anni Sessanta ne portava 43).

Infografica NASA del 2023 che mostra le versioni dell’SLS previste all’epoca, con capacità di carico fino a 46 tonnellate. La prima da sinistra è quella attuale (fonte).
La stessa infografica, aggiornata da me, per mostrare quello che resta oggi dell’SLS.

Questa decisione eviterà anche costosissime e lunghissime modifiche alla torre di lancio dovute alla maggiore altezza delle versioni potenziate dell’SLS. Solo gli adattamenti a questa torre avrebbero comportato spese per quasi due miliardi di dollari e ritardi di anni: un’assurdità totale.

Ma il risultato finale è che si conferma quello che ho scritto nel mio libro Ritorno sulla Luna: SLS è un vettore inadeguato e insufficiente per le missioni lunari e sarà meno capace del Saturn V di mezzo secolo fa (27 tonnellate di capacità di carico lunare contro 43). Questo è quello che si ottiene quando le decisioni tecniche vengono prese dai politici.

L’intera conferenza stampa è stata un esercizio collettivo di elusione e parole vaghe da parte del direttore Isaacman, del direttore associato della NASA Amit Kshatriya e di Lori Glaze (direttrice del Moon to Mars Program). Nessun dettaglio concreto sullo svolgimento di questa nuova missione Artemis III. Bocche cucite sulla sorte del Gateway, la stazione orbitale da collocare intorno alla Luna, in parte già costruita (anche in Italia, da Thales Alenia Space). Nessun aggiornamento su quanto siano pronte le nuove tute per le attività lunari (a parte un accenno di Kshatriya a un human-in-the-loop testing che è in corso). Silenzio totale sulla composizione dell’equipaggio della nuova versione di Artemis III: è stato detto solo che i nomi verranno decisi e annunciati dopo che sarà stato definito il profilo esatto della missione.

In sintesi, il programma Artemis esce da questa conferenza stampa completamente trasformato. Invece di cadenze di lancio lentissime, da misurare in anni, Isaacman vuole cadenze simili a quelle del programma Apollo, che ha citato ripetutamente come esempio e riferimento: qualche mese fra un volo e il successivo. Il direttore della NASA dice di aver già consultato le aziende interessate al programma, che hanno affermato di poter costruire i loro veicoli in tempo per questi nuovi ritmi. L’intenzione è di avere “almeno un allunaggio ogni anno” dopo il 2027, secondo il comunicato stampa della NASA.

Infografica della NASA che illustra la nuova organizzazione del programma Artemis (fonte; fonte).

Questo nuovo piano della NASA è indubbiamente più sensato del precedente, che prevedeva di passare direttamente da un semplice giro intorno alla Luna con Artemis II all’allunaggio con Artemis III. Il salto era troppo grande e con troppe incognite, troppi veicoli nuovi mai collaudati e troppa inesperienza nella gestione di voli lunari (i tecnici veterani delle missioni Apollo sono in pensione o non ci sono proprio più). Ha anche il grosso vantaggio di “sacrificare” un vettore SLS usandolo per una missione non lunare: questo in parte aggira il mandato politico di usare SLS fin ad Artemis IV e V e apre anticipatamente la NASA all’uso di veicoli alternativi, più potenti e meno assurdamente costosi e concepiti per ottenere risultati, non per spendere soldi e generare posti di lavoro e successi elettorali (la sigla SLS, fra gli addetti ai lavori, è considerata acronimo di Senate Launch System).

La modifica del piano per Artemis III non è un fulmine a ciel sereno: se ne discuteva con discrezione alla NASA già ad aprile 2024 [Eric Berger su Ars Technica], ma si trattava di alternative ipotetiche anche se studiate in dettaglio.

Se ci si può fidare dell’attuale infografica, questo sarà il nuovo aspetto del secondo stadio dell’SLS per le missioni successive ad Artemis II.

Questo, a titolo di confronto, è il suo aspetto attuale, tratto sempre dalla nuova infografica NASA.


Nel frattempo, Artemis II è tornato nell’hangar gigante (VAB) perché richiede sostituzioni di componenti del secondo stadio, che non sono accessibili mentre il razzo si trova sulla rampa di lancio. Verranno sostituite anche le batterie del Flight Termination System, il sistema di autodistruzione in caso di avaria: questo permetterebbe, in teoria, di non dover far slittare il lancio di mesi qualora non fosse sfruttabile la finestra di lancio di aprile attualmente prevista.

Le date di lancio possibili in aprile sono le seguenti (versione aggiornata al 24 febbraio 2026, con date e orari espressi in UTC e in ora dell’Europa centrale o CET; tutte le finestre di lancio durano 120 minuti):

  • 1 aprile, 22:24 (23:24 CET)
  • 4 aprile, 00:00 (1:00 CET)
  • 5 aprile, 00:53 (1:53 CET)
  • 6 aprile, 1:40 (2:40 CET)
  • 7 aprile, 2:36 (3:36 CET)
  • 30 aprile, 22:06 (23:06 CET)

55 anni fa il primo “ritorno” dell’uomo sulla Luna con Apollo 14 (quinta e ultima parte)

La patch ufficiale della missione Apollo 14.

6 febbraio 1971, sabato. Ore 9:20 italiane. Si riapre il portello del modulo lunare: Alan Shepard ridiscende i nove scalini di “Antares”, seguito pochi minuti dopo da Edgar Mitchell, in anticipo rispetto al piano di volo originale, che aveva programmato l’uscita per le 11:30 ora italiana. Ha inizio la seconda esplorazione nella zona di Fra Mauro, nei pressi del Mare delle Piogge, da parte del quinto e sesto uomo a calcare la superficie della Luna.

I due sono sempre seguiti in diretta televisiva dai tecnici e scienziati dal Centro di Controllo di Houston e dai milioni di telespettatori collegati attraverso gli apparecchi radio e televisivi. La seconda escursione ha come meta il raggiungimento del “Cratere Cone”, che è il principale obiettivo scientifico della missione e dista circa due chilometri dal punto in cui “Antares” si è posato il giorno prima. I due astronauti devono raggiungere la vetta vulcanica, superando un dislivello di 150 metri.

Shepard e Mitchell percorrono inizialmente senza problemi buona parte del tragitto, poi la salita inizia a farsi dura. Spingendo e sollevando a fatica il MET, il loro piccolo veicolo a due ruote, aggirano e scavalcano grosse rocce e piccoli avvallamenti. Il comandante di Apollo 14 e il suo compagno di avventura ansimano, sudano, il ritmo delle loro pulsazioni accelera, e la temperatura all’interno dello scafandro sale.

Subentra inoltre anche una certa difficoltà di orientamento: i punti di riferimento pianificati sembrano, agli occhi dei due astronauti, molto diversi rispetto alle mappe realizzate con le fotografie ottenute in orbita lunare dalle sonde automatiche. I battiti del loro cuore sono saliti da 84 per Shepard e 90 per Mitchell a oltre 150 al minuto. Al Centro spaziale di Houston, il medico capo della NASA, il dottor Charles Berry, giudica la situazione critica e ordina ai due astronauti di rinunciare alla scalata del cratere. Il quinto e sesto esploratore del Satellite naturale della Terra, affaticati e a malincuore, obbediscono all’ordine e ridiscendono il pendio quando sono probabilmente a poche centinaia di metri dal loro obiettivo.

Durante il percorso che li riporta ai piedi del modulo lunare raccolgono gli ultimi campioni di rocce da riportare a terra, essenziali per lo studio da parte degli scienziati di tutto il mondo di una delle zone geologicamente più antiche della Luna.

Il comandante di Apollo 14, Alan Shepard, e il piccolo veicolo a due ruote MET sul suolo lunare.
Una falce di Terra nel buio cielo lunare.

Poco prima di rientrare a bordo di “Antares”, mentre Mitchell sta terminando la sistemazione dei campioni lunari e delle varie apparecchiature da riportare sulla Terra, il comandante di Apollo 14, appassionato giocatore di golf, estrae da una tasca della sua tuta spaziale una testa di bastone da golf, la aggancia al manico di uno degli strumenti scientifici usati per la raccolta dei campioni lunari e la usa per lanciare alcune palline da golf che ha portato con sé nella stessa tasca. Il suo insolito gesto viene ripreso dalla telecamera a colori piazzata sulla superficie lunare.

Mentre il primo tiro alza solo sabbia e polvere, i due tentativi successivi hanno successo. Nonostante l’impaccio della rigidissima tuta, ma in assenza di atmosfera e con la gravità ridotta a un sesto, la seconda pallina “vola per miglia e miglia e miglia” annuncia scherzosamente Shepard. Il fuori programma viene completato da Mitchell con il lancio a mo’ di giavellotto dell’asta usata per l’esperimento del vento solare.

Il momento della “partita a golf” di Shepard durante la diretta televisiva.

6 febbraio 1971, sabato. Ore 13:28 italiane. Il portello del Lem “Antares” viene chiuso. Verrà riaperto un’ultima volta per lasciare sulla Luna tutto ciò che potrebbe appesantire lo stadio di risalita del modulo lunare al momento del decollo. La seconda escursione dei due astronauti nella zona di Fra Mauro termina dopo quattro ore e trentacinque minuti dal suo inizio.

In totale, con le due “passeggiate”, Shepard e Mitchell hanno trascorso quasi dieci ore all’esterno sulla superficie lunare, con una raccolta record di quasi 43 chilogrammi di rocce lunari. L’unico rammarico per i due è non essere riusciti a raggiungere uno degli obiettivi principali della missione: scalare il “Cratere Cone” per raccogliere campioni utili per una maggiore conoscenza delle origini e della formazione del nostro Satellite.

I due zaini di sopravvivenza non servono più e sono stati buttati fuori dall’abitacolo: si vedono a sinistra in questa foto scattata all’interno di “Antares” al termine della seconda “EVA”.
Altro scatto fotografico dall’interno del modulo lunare, in cui è visibile il carrellino a due ruote MET.

6 febbraio 1971, sabato. Ore 19:48 italiane. Dopo un breve riposo e dopo aver consumato un buon pasto, Alan Shepard e Edgar Mitchell dicono addio alla Luna. A 141 ore e quarantacinque minuti dall’inizio della missione, l’accensione del motore di ascesa del Lem: “Antares” si divide a metà dalla rampa di appoggio, innalzandosi sicuro nel nero cielo lunare e raggiungendo dopo otto minuti l’altezza necessaria per l’ingresso in orbita lunare.

6 febbraio 1971, sabato. Ore 21:35 italiane. Dopo un lungo inseguimento tra“Antares” e “Kitty Hawk” avviene in collegamento televisivo in diretta dalla Luna il perfetto aggancio tra le due navicelle, questa volta senza la “suspense” accaduta durante il tragitto iniziale verso la Luna. Questa volta tutto ha funzionato alla perfezione: i tre uomini di Apollo 14 sono di nuovo insieme.

Alle 23:52 ora italiana, la parte superiore di “Antares” viene sganciata e diretta verso il suolo lunare. Quando in Italia è già domenica 7 febbraio, a Houston nel Texas è ancora sabato 6, alle 02:39 viene acceso per tre minuti il motore principale del Modulo di Servizio, l’SPS. I tre protagonisti del terzo sbarco lunare nella storia dell’umanità danno l’addio al Satellite naturale della Terra e imboccano la giusta strada verso il nostro pianeta. Sono trascorse 148 ore, 36 minuti e due secondi dal distacco dalla rampa 39-A di Cape Kennedy.

9 febbraio 1971, martedì. Dopo un collegamento televisivo in diretta, effettuato il giorno precedente per rispondere alle domande dei giornalisti durante una conferenza stampa, Il grande viaggio dell’equipaggio di Apollo 14, che ha segnato il ritorno di astronauti della NASA sulla Luna, volge ormai al termine.

Il giorno del rientro sulla Terra di Apollo 14 sul quotidiano “La Notte”.

Alle 13:25 ora italiana l’astronauta addetto alle comunicazioni Fred Haise, uno dei protagonisti della precedente sfortunata missione lunare Apollo 13, suona la sveglia agli uomini della sesta trasvolata umana della storia Terra-Luna-Terra.

Il comandante della missione Shepard e il pilota del Modulo di Comando “Kitty Hawk” Roosa, dopo essersi “sbarbati” con un normale rasoio elettrico, consumano insieme a Mitchell l’ultima abbondante colazione nello spazio. La navicella spaziale si trova in questo momento a poco più di centomila chilometri dalla Terra. Il pianeta azzurro che i tre valorosi uomini della Nasa hanno lasciato in un piovoso pomeriggio in Florida, domenica 31 gennaio, si fa sempre più vicino.

Dopo aver sistemato e ordinato la cabina, alle 21:35 italiane, a Houston sono le 14:35, pochi minuti prima di iniziare il tuffo finale nell’atmosfera, il Modulo di Comando, con a bordo i tre astronauti e il prezioso e ricco “bottino” lunare proveniente dalla zona di Fra Mauro, si distacca dal Modulo di Servizio.

Alle 21:47, alla velocità di quasi 40 mila chilometri orari, avviene l’ingresso nello stretto corridoio nell’atmosfera. Alle 21:51 ha inizio il “blackout” nelle comunicazioni radio tra la capsula Apollo e il Centro di controllo a Terra. È sempre un momento di tensione e di emozione per i tecnici che seguono il volo da Houston e per milioni di radio e telespettatori che seguono in diretta l’avvenimento in tutto il mondo.

I due disegni illustrano le ultime manovre prima del rientro sulla Terra della capsula Apollo. In alto la separazione del Modulo di Comando con a bordo Shepard, Mitchell e Roosa dal Modulo di Servizio. In basso l’inizio della discesa nei primi strati alti dell’atmosfera della navicella spaziale con a bordo i tre uomini di Apollo 14.

9 febbraio 1971, martedì. Ore 21:54 italiane. Sono trascorsi poco meno di quattro minuti dall’inizio del silenzio radio quando viene ripristinato il collegamento tra la nave di recupero “New Orleans” e la capsula diretta verso l’impatto con l’oceano. La prima voce a giungere a terra ai controllori di volo a Houston è quella del comandante Alan Shepard: “Arriviamo!”.

Alle 21:59 ora italiana, i teleschermi accesi collegati in diretta in tutto il mondo mostrano lo spettacolare dispiegamento dei tre grandi paracadute bianchi e rossi. Alle ore 22, cinque minuti e zero secondi italiane, quando a Houston le lancette dell’orologio, indietro di sette ore, segnano le 15:05, avviene il perfetto “splashdown” nelle acque dell’Oceano Pacifico, a 1500 chilometri circa dall’isola di Samoa.

Sono trascorse esattamente 216 ore, un minuto e cinquantotto secondi dal momento del “liftoff” dalla rampa di lancio 39-A. Il viaggio Terra-Luna-Terra dell’equipaggio di Apollo 14 si conclude in maniera trionfale: i tre astronauti, usciti uno alla volta dalla capsula ribattezzata“Kitty Hawk” (tutto ciò che rimane del gigantesco complesso spaziale alto 110 metri lanciato il 31 gennaio) e trasportati con l’elicottero verso la portaerei, appaiono in buone condizioni di salute, per nulla stanchi ed affaticati.

Per Alan Shepard, Stuart Roosa e Edgar Mitchell inizia ora un periodo di isolamento, come è accaduto ai precedenti equipaggi di Apollo 11 e Apollo 12 tornati dalla Luna, in cui racconteranno durante i vari briefing, agli scienziati e ai tecnici della Nasa, passo per passo, la loro straordinaria avventura sulla superficie tormentata di Fra Mauro.

Il rientro a terra di Apollo 14 sulla prima pagina de “Il Corriere della Sera” del 10 febbraio 1971.
Il ritorno di Shepard, Mitchell e Roosa dalla terza missione lunare con sbarco, sulla prima pagina de “La Stampa”.

(Fine)

Corriere: Neil Armstrong portò sulla Luna un computer da scrivania da 35 chili

Secondo Daniele Manca e Gianmario Verona sul Corriere della sera, nel 1969 Neil Armstrong portò fino alla Luna una Olivetti Programma 101, che era un computer da scrivania che pesava 35 chili.

Pare strano, considerato che nel Modulo Lunare, il veicolo usato dalle missioni Apollo per scendere sulla Luna, erano stati persino eliminati i sedili per ridurre il peso e la cabina era strettissima. Pare ancora più strano se si considera che la storica, geniale Programma 101 mostrava i risultati dei suoi calcoli esclusivamente su un rotolino di carta, perché non aveva uno schermo, e quindi avrebbe riempito il minuscolo abitacolo di pezzettini di carta.

Ma i due scrivono quanto segue:

“La Olivetti era stata la prima al mondo a offrire un desktop computer nel 1965 grazie a Piergiorgio Perotto. (Sì! Avete capito bene: qui in Italia la Olivetti di Adriano aveva prodotto il primo desktop computer. Pensate: Neil Armstrong portò la Programma 101 con sè nella indimenticabile missione lunare. E la «Perottina», cosi’ venne ribattezzata in quanto ideata dall’informatico Perotto, è esposta al Moma di New York).”

Screenshot tratto dal Corriere. Copia permanente su Archive.org.

Mi piacerebbe sapere qual è la fonte di questa loro affermazione. Qualcuno ha modo di chiederglielo?

Non infierisco sugli errori di ortografia: quel “sè” con l’accento grave e quel “cosi’” con l’apostrofo al posto della lettera accentata, e quel punto prima della parentesi (e anche dopo) sono sciatterie imbarazzanti, ma perlomeno hanno il pregio, per così dire, di suggerire che questa storia del computer Olivetti portato sulla Luna sia stata partorita da esseri umani e non sia stata rigurgitata da un ChatGPT qualsiasi usato senza alcuna rilettura o verifica.

Per chi volesse cogliere l’occasione per conoscere meglio la Perottina e il suo ruolo reale nelle missioni lunari degli anni Sessanta (supporto per i calcoli svolti sulla Terra, non portandosela nello spazio), consiglio questa pagina del Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci, da cui traggo l’immagine qui sotto, così è più chiaro di cosa stiamo parlando.

Una Olivetti Programma 101. Fonte: Museoscienza.org.
Lezione magistrale di un veterano dello spazio: Jim Lovell

Lezione magistrale di un veterano dello spazio: Jim Lovell

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2025/08/02 16:35.

Oggi (30 ottobre) l’astronauta Jim Lovell ha incantato circa 500 persone a Pontefract, in Inghilterra, dove era ospite di Space Lectures. Parlando per un’ora ininterrotta, con una chiarezza e una lucidità invidiabili a qualunque età e attingendo soltanto ai suoi appunti su carta, ha raccontato le sue quattro missioni spaziali, i drammi di Apollo 13, l’esperienza di essere uno dei tre primi esseri umani a vedere la faccia nascosta della Luna con i propri occhi (con lo storico volo di Apollo 8), i disagi e i divertimenti di due missioni Gemini altamente sperimentali, e mille altre chicche della vita nello spazio e sulla Terra dopo essere stati nello spazio e aver partecipato a ben due viaggi spaziali assolutamente storici: il primo volo umano intorno alla Luna e il primo grave incidente nello spazio.

Non solo: ha poi risposto alle domande del pubblico, con la moderazione di Brian Cox, e infine ha firmato autografi a tutti i presenti: una resistenza ammirevole. Ho poche foto della giornata, ma ho l’audio completo della conferenza (che non ho il permesso di pubblicare, ma tradurrò) e ho soprattutto il ricordo indelebile dell’incontro con una persona che non solo ha saputo fare cose grandiose ma sa tuttora emozionare e commuovere chi lo ascolta.

Vi racconterò i dettagli man mano che riascolto il suo intervento, ma vi anticipo questa sua riflessione: cosa sarebbe successo se la missione Apollo 13 non fosse fallita? Cosa prova una persona che ha affrontato il viaggio incredibile verso la Luna, il più lungo mai compiuto da esseri umani in tutta la storia, non una volta ma due, eppure non ha potuto mettere piede sulla propria destinazione? La risposta è decisamente notevole e la trascrivo sommariamente (segnalatemi eventuali errori).

“I often wonder what would have happened if Apollo 13 was successful, there was no explosion, we landed on moon, picked up some rocks, said some forgettable words, then got back safely. Eleven, or seven, successful lunar landings. The history of Apollo 13 would have been swept into the dustbin of space history. I wouldn’t be here, probably, to talk about it: same thing, third time. For years I was very much disappointed, frustrated that I could not land on the Moon. This was the end of my active space career, perhaps the end of my naval career. That’s what I wanted to do. But then, after the years came by, we wrote a book, first of all called “Lost Moon”, then “Apollo 13”, and I thought to myself, You know, if we had landed on the Moon and come back, there would be no “Houston we have a problem” in the English language. No “Failure is not an option”. And I said, it did bring out what people could do when there was a crisis. And so it finally determined on me that the best thing that could have happened in our space program at that particular time was to have an explosion like this that brought up various things, allowed talented people to bring an almost certain catastrophe back to a safe landing.”

Traduzione:

“Mi sono chiesto spesso cosa sarebbe successo se Apollo 13 avesse avuto successo; se non ci fosse stata nessuna esplosione, fossimo atterrati sulla Luna, avessimo raccolto delle rocce, pronunciato frasi dimenticabili, e poi fossimo tornati sani e salvi. Undici, o sette, missioni lunari completate con successo. La storia di Apollo 13 sarebbe stata sepolta nel bidone della spazzatura della storia dello spazio. Probabilmente non sarei qui a parlarne: la stessa cosa fatta per la terza volta. Per anni sono rimasto molto deluso di non aver potuto atterrare sulla Luna. Era la fine della mia carriera spaziale attiva e forse di quella navale. Era quello che avevo tanto desiderato fare. Ma poi, con il passare degli anni, abbiamo scritto un libro, intitolato inizialmente “Lost Moon” [Luna perduta] e poi “Apollo 13”, e mi sono detto che se fossimo atterrati sulla Luna e fossimo tornati, la lingua inglese non avrebbe il modo di dire “Houston, abbiamo un problema”. Non avrebbe “Il fallimento non è contemplato”. E mi sono detto che [quell’incidente] aveva tirato fuori quello che la gente sa fare quando c’è una crisi. E quindi mi sono reso conto che la cosa migliore che poteva succedere nel nostro programma spaziale, in quel momento specifico, era avere un’esplosione come questa, che ha fatto emergere tante cose e ha consentito a gente di talento di trasformare una catastrofe quasi garantita in un atterraggio sicuro.”

2015/11/01. Sono rientrato oggi al Maniero Digitale con un carico di ricordi e di incontri eccezionali (compreso anche David Woods, dalle cui mani ho comperato il magnifico libro How Apollo Flew to the Moon, testo tecnico impareggiabile) e alcuni cimeli speciali, che porterò alle mie conferenze sulle missioni spaziali per condividerle con voi: uno è il modello del veicolo Apollo firmato da Lovell.

Se questo genere di incontri vi piace, vi ricordo che il 9 aprile 2016 nello stesso posto ci sarà Gene Cernan, l’ultimo uomo sulla Luna: un’occasione rara per incontrarlo senza svenarvi con un volo intercontinentale (a Pontefract si arriva anche con le compagnie aeree low-cost da molte città d’Europa, come ho fatto anch’io), e se la passione c’è davvero i soldi si trovano. Le prenotazioni sono già aperte presso Space Lectures.

Venerdì 13 parlerò di balle spaziali a Lecco

Questo articolo è stato pubblicato inizialmente presso Disinformatico.info, dove trovate l’originale con i commenti dei lettori.

Questo venerdì 13 (domani) sarò ospite del Planetario di Lecco per presentare la mia conferenza Balle Spaziali, dedicata ai falsi miti dell’esplorazione dello spazio.

Ecco la presentazione formale dell’evento:

C’è chi dice che lo sbarco sulla Luna fu simulato in uno studio a Hollywood, che i russi hanno nascosto la morte di tanti cosmonauti, che un asteroide ci colpirà nel 2036 e che la NASA nasconde le prove degli extraterrestri che sono su Marte e sulla nostra Terra. L’esplorazione spaziale ha generato miti e leggende che è necessario smontare per poter scoprire il fascino e i drammi delle avventure reali, spesso più incredibili di qualunque leggenda. Paolo Attivissimo, giornalista scientifico, autore del libro “Luna? Sì, ci siamo andati!” e del documentario spaziale “Moonscape”, mette da parte scientificamente i miti e ci porta nello spazio vero insieme ai pionieri del cosmo.

Seguirà l’osservazione del cielo notturno a cura del Gruppo Astrofili Deep Space.

Ti aspettiamo il 13 settembre 2024 alle ore 21.00 presso il Planetario Città di Lecco – C.so Matteotti, 32 – 23900 Lecco (LC).

La partecipazione all’evento è gratuita con prenotazione obbligatoria. Prenota qui: https://bit.ly/CICAP-UAI-Lecco

Ci ha lasciato Bill Anders, astronauta lunare. Sua la storica foto della Terra vista dalla Luna

Ci ha lasciato Bill Anders, astronauta lunare. Sua la storica foto della Terra vista dalla Luna

Bill Anders tiene in mano il modello di una capsula Gemini e di un veicolo-bersaglio Agena, nel 1964. Foto S64-31555.

È morto a 90 anni Bill Anders, uno dei tre protagonisti della storica missione
Apollo 8, la prima a spingersi con un equipaggio nello spazio profondo,
uscendo dall’orbita terrestre e avventurandosi a 400.000 chilometri dalla
Terra per orbitare intorno alla Luna, a dicembre del 1968, insieme a Jim
Lovell e Frank Borman.

Fu lui a scattare l’altrettanto storica e celebre fotografia della Terra vista
dalla Luna: le sonde spaziali avevano già ottenuto immagini simili, ma questa
era la prima scattata da mano umana, da un testimone oculare della bellezza
terrificante di quella fragile biglia sospesa nel nero ostile dello spazio.

Foto AS8-14-2383.

Anders è morto in un incidente aereo nelle isole di San Juan (comunicato stampa
dell’ufficio dello sceriffo della contea). Il suo velivolo è stato ritrovato
sott’acqua e il suo corpo è stato recuperato dai sommozzatori dopo estese
ricerche. Al momento non risultano altri occupanti. Bill Anders lascia la
moglie, Valerie, e sei figli.

Fonte:
CNN.

La pagina commemorativa della NASA è www.nasa.gov/former-astronaut-william-a-anders. Il direttore generale (Administrator) dell’ente spaziale statunitense, Bill Nelson, lo ricorda così nel comunicato ufficiale:

“In 1968, as a member of the Apollo 8 crew, as one of the first three people to travel beyond the reach of our Earth and orbit the Moon, Bill Anders gave to humanity among the deepest of gifts an explorer and an astronaut can give. Along with the Apollo 8 crew, Bill was the first to show us, through looking back at the Earth from the threshold of the Moon, that stunning image – the first of its kind – of the Earth suspended in space, illuminated in light and hidden in darkness: the Earthrise.

“As Bill put it so well after the conclusion of the Apollo 8 mission, ‘We came all this way to explore the Moon, and the most important thing is that we discovered the Earth.’

“That is what Bill embodied – the notion that we go to space to learn the secrets of the universe yet in the process learn about something else: ourselves. He embodied the lessons and the purpose of exploration.

“The voyage Bill took in 1968 was only one of the many remarkable chapters in Bill’s life and service to humanity. In his 26 years of service to our country, Bill was many things – U.S. Air Force officer, astronaut, engineer, ambassador, advisor, and much more.

“Bill began his career as an Air Force pilot and, in 1964, was selected to join NASA’s astronaut corps, serving as backup pilot for the Gemini XI and Apollo 11 flights, and lunar module pilot for Apollo 8.

“He not only saw new things but inspired generation upon generation to see new possibilities and new dreams – to voyage on Earth, in space, and in the skies. When America returns astronauts to the Moon under the Artemis campaign, and ultimately ventures onward to Mars, we will carry the memory and legacy of Bill with us.

“At every step of Bill’s life was the iron will of a pioneer, the grand passion of a visionary, the cool skill of a pilot, and the heart of an adventurer who explored on behalf of all of us. His impact will live on through the generations. All of NASA, and all of those who look up into the twinkling heavens and see grand new possibilities of dazzling new dreams, will miss a great hero who has passed on: Bill Anders.”