Secondo Daniele Manca e Gianmario Verona sul Corriere della sera, nel 1969 Neil Armstrong portò fino alla Luna una Olivetti Programma 101, che era un computer da scrivania che pesava 35 chili.
Pare strano, considerato che nel Modulo Lunare, il veicolo usato dalle missioni Apollo per scendere sulla Luna, erano stati persino eliminati i sedili per ridurre il peso e la cabina era strettissima. Pare ancora più strano se si considera che la storica, geniale Programma 101 mostrava i risultati dei suoi calcoli esclusivamente su un rotolino di carta, perché non aveva uno schermo, e quindi avrebbe riempito il minuscolo abitacolo di pezzettini di carta.
Ma i due scrivono quanto segue:
“La Olivetti era stata la prima al mondo a offrire un desktop computer nel 1965 grazie a Piergiorgio Perotto. (Sì! Avete capito bene: qui in Italia la Olivetti di Adriano aveva prodotto il primo desktop computer. Pensate: Neil Armstrong portò la Programma 101 con sè nella indimenticabile missione lunare. E la «Perottina», cosi’ venne ribattezzata in quanto ideata dall’informatico Perotto, è esposta al Moma di New York).”
Mi piacerebbe sapere qual è la fonte di questa loro affermazione. Qualcuno ha modo di chiederglielo?
Non infierisco sugli errori di ortografia: quel “sè” con l’accento grave e quel “cosi’” con l’apostrofo al posto della lettera accentata, e quel punto prima della parentesi (e anche dopo) sono sciatterie imbarazzanti, ma perlomeno hanno il pregio, per così dire, di suggerire che questa storia del computer Olivetti portato sulla Luna sia stata partorita da esseri umani e non sia stata rigurgitata da un ChatGPT qualsiasi usato senza alcuna rilettura o verifica.
Per chi volesse cogliere l’occasione per conoscere meglio la Perottina e il suo ruolo reale nelle missioni lunari degli anni Sessanta (supporto per i calcoli svolti sulla Terra, non portandosela nello spazio), consiglio questa pagina del Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci, da cui traggo l’immagine qui sotto, così è più chiaro di cosa stiamo parlando.
L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2025/08/02 16:35.
Oggi (30 ottobre) l’astronauta Jim Lovell ha incantato circa 500 persone a Pontefract, in Inghilterra, dove era ospite di Space Lectures. Parlando per un’ora ininterrotta, con una chiarezza e una lucidità invidiabili a qualunque età e attingendo soltanto ai suoi appunti su carta, ha raccontato le sue quattro missioni spaziali, i drammi di Apollo 13, l’esperienza di essere uno dei tre primi esseri umani a vedere la faccia nascosta della Luna con i propri occhi (con lo storico volo di Apollo 8), i disagi e i divertimenti di due missioni Gemini altamente sperimentali, e mille altre chicche della vita nello spazio e sulla Terra dopo essere stati nello spazio e aver partecipato a ben due viaggi spaziali assolutamente storici: il primo volo umano intorno alla Luna e il primo grave incidente nello spazio.
Non solo: ha poi risposto alle domande del pubblico, con la moderazione di Brian Cox, e infine ha firmato autografi a tutti i presenti: una resistenza ammirevole. Ho poche foto della giornata, ma ho l’audio completo della conferenza (che non ho il permesso di pubblicare, ma tradurrò) e ho soprattutto il ricordo indelebile dell’incontro con una persona che non solo ha saputo fare cose grandiose ma sa tuttora emozionare e commuovere chi lo ascolta.
Vi racconterò i dettagli man mano che riascolto il suo intervento, ma vi anticipo questa sua riflessione: cosa sarebbe successo se la missione Apollo 13 non fosse fallita? Cosa prova una persona che ha affrontato il viaggio incredibile verso la Luna, il più lungo mai compiuto da esseri umani in tutta la storia, non una volta ma due, eppure non ha potuto mettere piede sulla propria destinazione? La risposta è decisamente notevole e la trascrivo sommariamente (segnalatemi eventuali errori).
“I often wonder what would have happened if Apollo 13 was successful, there was no explosion, we landed on moon, picked up some rocks, said some forgettable words, then got back safely. Eleven, or seven, successful lunar landings. The history of Apollo 13 would have been swept into the dustbin of space history. I wouldn’t be here, probably, to talk about it: same thing, third time. For years I was very much disappointed, frustrated that I could not land on the Moon. This was the end of my active space career, perhaps the end of my naval career. That’s what I wanted to do. But then, after the years came by, we wrote a book, first of all called “Lost Moon”, then “Apollo 13”, and I thought to myself, You know, if we had landed on the Moon and come back, there would be no “Houston we have a problem” in the English language. No “Failure is not an option”. And I said, it did bring out what people could do when there was a crisis. And so it finally determined on me that the best thing that could have happened in our space program at that particular time was to have an explosion like this that brought up various things, allowed talented people to bring an almost certain catastrophe back to a safe landing.”
Traduzione:
“Mi sono chiesto spesso cosa sarebbe successo se Apollo 13 avesse avuto successo; se non ci fosse stata nessuna esplosione, fossimo atterrati sulla Luna, avessimo raccolto delle rocce, pronunciato frasi dimenticabili, e poi fossimo tornati sani e salvi. Undici, o sette, missioni lunari completate con successo. La storia di Apollo 13 sarebbe stata sepolta nel bidone della spazzatura della storia dello spazio. Probabilmente non sarei qui a parlarne: la stessa cosa fatta per la terza volta. Per anni sono rimasto molto deluso di non aver potuto atterrare sulla Luna. Era la fine della mia carriera spaziale attiva e forse di quella navale. Era quello che avevo tanto desiderato fare. Ma poi, con il passare degli anni, abbiamo scritto un libro, intitolato inizialmente “Lost Moon” [Luna perduta] e poi “Apollo 13”, e mi sono detto che se fossimo atterrati sulla Luna e fossimo tornati, la lingua inglese non avrebbe il modo di dire “Houston, abbiamo un problema”. Non avrebbe “Il fallimento non è contemplato”. E mi sono detto che [quell’incidente] aveva tirato fuori quello che la gente sa fare quando c’è una crisi. E quindi mi sono reso conto che la cosa migliore che poteva succedere nel nostro programma spaziale, in quel momento specifico, era avere un’esplosione come questa, che ha fatto emergere tante cose e ha consentito a gente di talento di trasformare una catastrofe quasi garantita in un atterraggio sicuro.”
2015/11/01. Sono rientrato oggi al Maniero Digitale con un carico di ricordi e di incontri eccezionali (compreso anche David Woods, dalle cui mani ho comperato il magnifico libro How Apollo Flew to the Moon, testo tecnico impareggiabile) e alcuni cimeli speciali, che porterò alle mie conferenze sulle missioni spaziali per condividerle con voi: uno è il modello del veicolo Apollo firmato da Lovell.
Se questo genere di incontri vi piace, vi ricordo che il 9 aprile 2016 nello stesso posto ci sarà Gene Cernan, l’ultimo uomo sulla Luna: un’occasione rara per incontrarlo senza svenarvi con un volo intercontinentale (a Pontefract si arriva anche con le compagnie aeree low-cost da molte città d’Europa, come ho fatto anch’io), e se la passione c’è davvero i soldi si trovano. Le prenotazioni sono già aperte presso Space Lectures.
Questo articolo è stato pubblicato inizialmente presso Disinformatico.info, dove trovate l’originale con i commenti dei lettori.
Questo venerdì 13 (domani) sarò ospite del Planetario di Lecco per presentare la mia conferenza Balle Spaziali, dedicata ai falsi miti dell’esplorazione dello spazio.
Ecco la presentazione formale dell’evento:
C’è chi dice che lo sbarco sulla Luna fu simulato in uno studio a Hollywood, che i russi hanno nascosto la morte di tanti cosmonauti, che un asteroide ci colpirà nel 2036 e che la NASA nasconde le prove degli extraterrestri che sono su Marte e sulla nostra Terra. L’esplorazione spaziale ha generato miti e leggende che è necessario smontare per poter scoprire il fascino e i drammi delle avventure reali, spesso più incredibili di qualunque leggenda. Paolo Attivissimo, giornalista scientifico, autore del libro “Luna? Sì, ci siamo andati!” e del documentario spaziale “Moonscape”, mette da parte scientificamente i miti e ci porta nello spazio vero insieme ai pionieri del cosmo.
Seguirà l’osservazione del cielo notturno a cura del Gruppo Astrofili Deep Space.
Ti aspettiamo il 13 settembre 2024 alle ore 21.00 presso il Planetario Città di Lecco – C.so Matteotti, 32 – 23900 Lecco (LC).
Bill Anders tiene in mano il modello di una capsula Gemini e di un veicolo-bersaglio Agena, nel 1964. Foto S64-31555.
È morto a 90 anni Bill Anders, uno dei tre protagonisti della storica missione
Apollo 8, la prima a spingersi con un equipaggio nello spazio profondo,
uscendo dall’orbita terrestre e avventurandosi a 400.000 chilometri dalla
Terra per orbitare intorno alla Luna, a dicembre del 1968, insieme a Jim
Lovell e Frank Borman.
Fu lui a scattare l’altrettanto storica e celebre fotografia della Terra vista
dalla Luna: le sonde spaziali avevano già ottenuto immagini simili, ma questa
era la prima scattata da mano umana, da un testimone oculare della bellezza
terrificante di quella fragile biglia sospesa nel nero ostile dello spazio.
Foto AS8-14-2383.
Anders è morto in un incidente aereo nelle isole di San Juan (comunicato stampa
dell’ufficio dello sceriffo della contea). Il suo velivolo è stato ritrovato
sott’acqua e il suo corpo è stato recuperato dai sommozzatori dopo estese
ricerche. Al momento non risultano altri occupanti. Bill Anders lascia la
moglie, Valerie, e sei figli.
La pagina commemorativa della NASA è www.nasa.gov/former-astronaut-william-a-anders. Il direttore generale (Administrator) dell’ente spaziale statunitense, Bill Nelson, lo ricorda così nel comunicato ufficiale:
“In 1968, as a member of the Apollo 8 crew, as one of the first three people to travel beyond the reach of our Earth and orbit the Moon, Bill Anders gave to humanity among the deepest of gifts an explorer and an astronaut can give. Along with the Apollo 8 crew, Bill was the first to show us, through looking back at the Earth from the threshold of the Moon, that stunning image – the first of its kind – of the Earth suspended in space, illuminated in light and hidden in darkness: the Earthrise.
“As Bill put it so well after the conclusion of the Apollo 8 mission, ‘We came all this way to explore the Moon, and the most important thing is that we discovered the Earth.’
“That is what Bill embodied – the notion that we go to space to learn the secrets of the universe yet in the process learn about something else: ourselves. He embodied the lessons and the purpose of exploration.
“The voyage Bill took in 1968 was only one of the many remarkable chapters in Bill’s life and service to humanity. In his 26 years of service to our country, Bill was many things – U.S. Air Force officer, astronaut, engineer, ambassador, advisor, and much more.
“Bill began his career as an Air Force pilot and, in 1964, was selected to join NASA’s astronaut corps, serving as backup pilot for the Gemini XI and Apollo 11 flights, and lunar module pilot for Apollo 8.
“He not only saw new things but inspired generation upon generation to see new possibilities and new dreams – to voyage on Earth, in space, and in the skies. When America returns astronauts to the Moon under the Artemis campaign, and ultimately ventures onward to Mars, we will carry the memory and legacy of Bill with us.
“At every step of Bill’s life was the iron will of a pioneer, the grand passion of a visionary, the cool skill of a pilot, and the heart of an adventurer who explored on behalf of all of us. His impact will live on through the generations. All of NASA, and all of those who look up into the twinkling heavens and see grand new possibilities of dazzling new dreams, will miss a great hero who has passed on: Bill Anders.”
Per festeggiare la Giornata internazionale del volo umano nello spazio,
l’editore Cartabianca.com offre solo per oggi il 20%
di sconto sulle autobiografie degli astronauti lunari Cernan, Young e Collins
dando il codice spaceman.
È morto a 93 anni Thomas Patten Stafford, l’astronauta che volò fino alla Luna a maggio del 1969 con la missione Apollo 10, la prova generale dell’allunaggio. Lascia la moglie Linda e sei tra figli e figlie.
Aveva già volato nello spazio due volte, con le missioni Gemini 6A (dicembre 1965, primo rendez-vous di veicoli spaziali con equipaggio) e Gemini 9 (giugno 1966). Avrebbe volato nello spazio una quarta volta, come comandante della storica missione Apollo-Soyuz, primo volo congiunto fra sovietici e statunitensi, nel 1975.
Dopo i suoi voli, la sua carriera proseguì, facendolo salire al grado di generale, coinvolgendolo nella definizione delle procedure di sicurezza dello Shuttle dopo il disastro del Columbia nel 2003 e delle tecniche di riparazione del telescopio spaziale Hubble. Fra le altre cose, fu uno dei padri dei velivoli Stealth, definendone le specifiche e coordinando il programma che portò all’aereo da attacco al suolo F-117 e al bombardiere B-2, e fu direttore della celebre Area 51.
Segnalo di nuovo l’incontro organizzato dall’Unione Astrofili Italiani e da ASIMOF che si terrà a Lainate per la Giornata Nazionale dello Spazio e che sarà trasmesso pubblicamente in diretta streaming sulla pagina Facebook e sul canale YouTube dell’UAI.
Lo streaming è incluso qui sotto [2023/12/17: io inizio a 1h09m circa].
So che l’evento è a numero chiuso e tutti i posti sono già stati prenotati (e quelli lasciati liberi sono già stati riassegnati), ma per evitare problemi con gli antispam pubblico anche qui (oltre a mandare un avviso via mail ai partecipanti) gli orari e il programma dell’incontro organizzato dall’Unione Astrofili Italiani e da ASIMOF che si terrà a Lainate per la Giornata Nazionale dello Spazio.
L’evento sarà trasmesso pubblicamente in diretta streaming sulla pagina Facebook e sul canale YouTube dell’UAI.
Si inizierà alle 15, con un video introduttivo e il benvenuto del presidente UAI Luca Orrù; l’evento sarà poi presentato da Alberto Villa e seguiranno i saluti di Dario Kubler, presidente di ASIMOF.
Intorno alle 15:15 parlerà il primo ospite della giornata, Fabrizio Bernardini, ingegnere di sistemi aerospaziali, che racconterà la tecnologia degli anni ’60 che permise all’Italia di diventare uno dei primi paesi al mondo a lanciare autonomamente un proprio satellite, il San Marco 1.
Alle 16:00 circa sarà il turno di Daniele Boncompagni, ingegnere di SpaceX, in collegamento dalla Florida, che insieme a Dario Kubler parlerà del recente volo sperimentale della Starship.
Intorno alle 16:40 ci sarò io a raccontare i retroscena e le particolarità della traduzione del libro Carrying the Fire, le cui copie saranno consegnate ai sostenitori presenti.
Dopo ogni intervento ci sarà una pausa per le domande, e al termine del mio intervento e delle relative domande Alberto Villa chiuderà l’evento e mostrerà un video dell’UAI. Poi si passerà alla consegna dei libri e alle relative firme da parte mia, intanto che si avvia il rinfresco gentilmente offerto dall’azienda che ci ospita.
Tutto questo avverrà accanto a una replica fedele, in scala 1:1, della capsula Apollo, realizzata da ASIMOF.
Per maggiori informazioni potete visitare il sito dell’UAI.
Dopo anni di trattative per i diritti e mesi di lavoro di traduzione e
revisione, è finalmente pronta una delle più belle e schiette autobiografie
degli uomini che oltre cinquant’anni fa sono stati i pionieri dell’esplorazione
della Luna: Carrying the Fire – Il mio viaggio verso la Luna, di Michael
Collins, è ora disponibile al pubblico sia come e-book, sia come libro cartaceo.
Sul sito di Cartabianca Publishing,
la casa editrice bolognese che ha creduto sin dall’inizio in questo progetto
folle (e ha già in catalogo altre due biografie di astronauti lunari), trovate
subito Carrying the Firein e-book a colori a 11,99 euro e come libro cartaceo (462 pagine,
illustrazioni in bianco e nero) a 25 euro.
Ho supervisionato personalmente la traduzione in italiano, con il grande
sostegno di una squadra di folli (Sergio Alasia, Elena Albertini, Gianluca
Atti, Marco Cannavacciuolo, Fabio Castelvetri e Gabriella Cordone Lisiero) e
con l’indispensabile supporto economico dei partecipanti alla campagna di crowdfunding che ha reso possibile acquistare i diritti e rendere
economicamente sostenibile l’idea di tradurre queste 190.000 parole
insolitamente ricche e colte, poco tecniche ma molto piene di umanità e
meraviglia. Ho raccontato tutta l’odissea e le peripezie linguistiche del
progetto in questo blog, in una serie di articoli.
Le copie del libro sono già state spedite in anteprima ai partecipanti al crowdfunding (tranne quelle che verranno consegnate a mano il 16
dicembre, durante un evento spaziale a numero chiuso, già tutto esaurito, che verrà trasmesso in streaming) e ora il libro è
quindi in libera vendita. In ogni copia troverete l’elenco delle persone e
delle associazioni che hanno contribuito a questo progetto.
Chi ha ordinato il libro cartaceo durante il crowdfunding riceverà un avviso di consegna proveniente da Packlink.
Grazie ancora una volta, da parte mia e della casa editrice, per
aver reso possibile condividere questo racconto meraviglioso.
Come regalo a tutti gli appassionati di spazio e per ottemperare alle precise
richieste della famiglia Collins e della casa editrice Farrar, Straus &
Giroux di fare in modo che i contenuti di Carrying the Fire ricalchino fedelmente quelli dell’edizione originale
statunitense, presso il sito Carryingthefire.it trovate un’estesa
collezione di fotografie della vita di Collins che l’editore ha appositamente
selezionato e restaurato a corredo di questo libro.
Se volete leggere in italiano altre storie di astronauti e sostenere la
traduzione e pubblicazione delle loro autobiografie, comprate una copia di Carrying the Fire o de L’ultimo uomo sulla Luna
o di Forever Young, magari da regalare per Natale, e fate sapere che questi libri esistono e
sono disponibili anche in italiano.
Intorno alle 14 ora italiana SpaceX tenterà un secondo lancio del vettore
gigante Super Heavy e del veicolo spaziale Starship. Per seguirlo in diretta,
si può andare dalle 13:25 circa su X/Twitter e
vederlo in bassa qualità (visto che SpaceX ha smesso stupidamente di fare la
diretta YouTube) o si può seguire uno dei tanti streaming non ufficiali degli
appassionati che offrono qualità superiore e assolutamente professionale (con
audio in inglese).
Se volete uno streaming in italiano, c’è Adrian Fartade:
Il piano di volo è grosso modo lo stesso del primo tentativo, effettuato il 20 aprile
scorso, ma con qualche novità:
Attivazione del nuovo sistema di soppressione della pressione acustica (la “doccia capovolta”).
Accensione dei 33 motori Raptor del vettore Super Heavy e decollo.
Superamento della torre di lancio.
Dopo due minuti e mezzo di volo, accensione dei motori della
Starship mentre è ancora agganciata al vettore, in un cosiddetto hot staging,
seguito dallo spegnimento dei motori del Super Heavy e dalla separazione
dalla Starship (novità rispetto al tentativo precedente).
“Atterraggio” simulato del vettore Super Heavy nel Golfo del Messico.
Dopo sei minuti di propulsione della Starship, raggiungimento di quota e
velocità quasi orbitali.
Spegnimento dei motori della Starship e volo per inerzia quasi intorno al
mondo per circa un’ora, per poi rientrare e ricadere nell’Oceano Pacifico
con una manovra di “atterraggio” simulato.
In questo volo sperimentale non c’è carico a bordo ed entrambi i veicoli
verranno sacrificati: non verrà tentato alcun recupero, ma verranno effettuate
le manovre che in futuro porteranno ad atterraggi controllati e al recupero e
al riuso del Super Heavy e della Starship.
—
14:20. Il lancio è avvenuto correttamente: il razzo gigante (oltre 120
metri, più alto di un Saturn V lunare) ha superato senza problemi la torre di
lancio, che non sembra aver subìto danni, ed è stato sollevato rapidamente dai
33 motori del primo stadio Super Heavy, che si sono accesi tutti correttamente
e sono rimasti tutti accesi per tutto il tempo richiesto, a differenza del
primo tentativo, smentendo con i fatti chi teorizzava che controllare così
tanti motori con così tanta potenza combinata fosse impossibile.
Il razzo ha raggiunto la fase di hot staging, che era una delle novità
più critiche. Il primo stadio si è separato senza problemi a circa 90 km di
quota (battendo il primato storico del vettore sovietico N-1) e Starship ha
acceso i propri motori e ha continuato la propria corsa verso lo spazio.
Tuttavia, poco dopo l’inizio della manovra di ritorno e rientro, il Super
Heavy è esploso o è stato fatto esplodere dal sistema di autodistruzione
automatico che si attiva in caso di anomalie.
La Starship ha raggiunto circa 150 chilometri di quota, diventando quindi il
primo esemplare a superare la linea di Karman e ad arrivare formalmente nello
spazio. Ma alcuni minuti dopo, mentre il veicolo volava a oltre 24.000 km/h, è
stata persa la telemetria, per cui si presume che la Starship sia esplosa in
volo.
Registrazione del lancio. 0:38:34 Conto alla rovescia finale e decollo.
0:41:35 Spegnimento di quasi tutti i motori del Super Heavy e separazione
della Starship. 0:42:15 Esplosione del Super Heavy. 0:56:35 Probabile anomalia
della Starship e fine della telemetria.
Per ora è tutto quello che si sa; aggiornerò questo articolo se saranno
disponibili altri dettagli.
—
22:50. Ecco qualche bella ripresa del lancio.
Scott Manley, nel video qui sotto, ha altre immagini e fa una serie di prime
ipotesi ragionate sulla dinamica degli eventi: nota che dopo la separazione
del Super Heavy i suoi motori non si sono riaccesi correttamente, forse per
via delle instabilità nell’alimentazione di propellente causate dalla
decelerazione o dalla rapida rotazione del veicolo per la manovra di ritorno
al punto di lancio. Nel video si nota inoltre che l’esplosione del Super Heavy
inizia al centro del veicolo.
Per la Starship, invece, Manley nota che alcune piastrelle del rivestimento
termico si sono staccate durante il volo, prima della separazione dal Super
Heavy, e osserva che verso la fine del volo quasi orbitale il consumo di
ossigeno è aumentato rapidamente, come se ci fosse stata una perdita, e subito
dopo si è vista la nube della probabile disintegrazione del veicolo. I radar
del NOAA hanno rilevato la scia di frammenti di entrambi i veicoli e le
immagini radar sono incluse nel video di Manley.
—
2023/11/19 11:10. Secondo Wired,
il Super Heavy sarebbe esploso in maniera incontrollata, mentre per la
Starship si sarebbe attivato il sistema di autodistruzione (Flight Terminazion System): “About three minutes after launch, the Starship successfully separated from
the Super Heavy booster, after which the booster exploded […] [B]efore
Starship could reach orbit, SpaceX mission control lost contact with it and
stopped receiving data. At about 12 minutes into the flight, the automated
flight termination system triggered—aborting the flight”.
—
2023/11/19 17:20. Ecco una foto spettacolare dell’hot staging
pubblicata da SpaceX:
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