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Repubblica e la colonnina diesel del GP elettrico

Repubblica e la colonnina diesel del GP elettrico

Credit: @cinicodippiu.

Ultimo aggiornamento: 2019/04/16 21:30. 

Vado di fretta: ho un consiglio per tutti quelli che stanno commentando ironicamente la foto pubblicata da Repubblica (link alterato; copia su Archive.is) che è stata interpretata come l’immagine di un generatore diesel che sarebbe stato usato per caricare le auto elettriche del recente gran premio di Formula E di Roma. Documentatevi sui fatti prima di dare per buona la tesi sensazionalista di Repubblica.

Insinuare il paradosso che le auto elettriche vengano caricate da un generatore diesel attira un sacco di clic. Informarsi sui fatti e scoprire come stanno realmente le cose costa fatica e ne attira molti meno. Esattamente come la storia del serpente di Cicciolina.

I colleghi diligenti di Vaielettrico, Dmove e Money.it hanno spiegato come stanno realmente le cose a proposito di quella foto irresponsabile scelta da Repubblica. Il titolo di Repubblica è falso (E al Gp di Roma le elettriche si ricaricano con il gasolio…): il generatore non è stato usato per caricare sistematicamente le auto.

L’azienda [Aggreko] ha fornito alla Formula E alcuni generatori diesel posizionati nell’area nella quale si è svolta la tappa romana della Formula E. Lo scopo dei gruppi elettrogeni è stato quello di assicurare la fornitura di energia elettrica supplementare in caso di picchi di richiesta o di mancanza della potenza necessaria dalla rete Enel.

Di fatto, i motori diesel dei generatori se ne sono rimasti spenti e silenziosi per la stragrande maggioranza della due giorni dedicati alla gara elettrica all’Eur, salvo un paio di accensioni limitate nel tempo dovuto a picchi di richiesta. Dunque ad alimentare i bolidi della Formula E e le colonnine di ricarica nei dintorni è stata la rete elettrica Enel, non il generatore diesel.

Come al solito, Vincenzo Borgomeo fa polemica inutile (“A questo punto se avessere usato direttamente delle turbodiesel forse avrebbero fatto prima”) invece di informare. Ma la polemica costa poca fatica; informarsi e spiegare richiede impegno.

Segnalo inoltre le informazioni di Enel X, risalenti al 2016, sui generatori a glicerolo/glicerina usati:

La creazione di una mini-grid mobile consentirà di non sovraccaricare la rete elettrica delle città che ospitano le gare. Enel fornirà inoltre la propria tecnologia di illuminazione a LED per le zone limitrofe al percorso di gara e installerà le colonnine di ricarica per i tifosi che utilizzino veicoli elettrici.

Entro il campionato 2017-2018, Formula E sarà pronta a installare una combinazione di pannelli solari e di generatori alimentati a glicerina connessi a un innovativo sistema di accumulo che distribuirà l’energia necessaria all’evento. Enel Inoltre studierà la possibilità di installare dei pannelli solari anche nelle altre aree degli e-Prix.

Aggiungo Yellowmotori.it:

Il problema, non solo a Roma sia chiaro, è l’infrastruttura per il rifornimento. Che praticamente dovunque non è in grado di sostenere la domanda per questa competizione. Non a caso, attraverso l’ACEA, i costruttori non hanno messo in discussione gli obiettivi di riduzione delle CO2, ma hanno sollecitato Unione Europea e governi ad intervenire.

Per assicurare il pieno alle 40 monoposto della Formula E, Enel rastrella l’energia attraverso una combinazione di pannelli solari e di generatori alimentati a glicerina (che può diventare un combustibile mediante il processo di nitrazione). Una parziale e “vecchia” soluzione endotermica, insomma. Perché le reti non sono in grado di soddisfare una domanda così concentrata di elettricità. Malgrado le amministrazioni spingano sull’elettrico, il problema della infrastruttura di ricarica è primario. Che non è limitato alle colonnine, ma alla loro capacità di soddisfare la richiesta. La Formula E, con la sua carovana di sponsor ed investitori, lavora in un regime di autarchia.

In altre parole: un gran premio elettrico rappresenta un picco straordinario di consumi, non solo per le auto ma anche per tutti gli apparati degli espositori. Dovendo portare questo fabbisogno improvvisamente in una città per qualche giorno e poi tornare alla normalità, non ha senso pretendere che si usi la rete elettrica normale e pensare che possa reggere un carico intenso, temporaneo e localizzato del genere, che è ben superiore a quello della carica lenta delle auto elettriche convenzionali. Non spiegare questi concetti e fermarsi alla foto acchiappaclic è un disservizio al lettore.

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Antibufala: suoni segreti captati dagli astronauti lunari!

Antibufala: suoni segreti captati dagli astronauti lunari!

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori e con il contributo tecnico di @RiccardoDeias, @pd_76 e @Solincos. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Pubblicazione iniziale: 2016/02/22 22:04. Ultimo aggiornamento: 2019/03/23 23:30.

Oggi (22 febbraio) ricorre il ventennale del volo spaziale di due italiani insieme: il 22 febbraio 1996 partivano per lo spazio Maurizio Cheli e Umberto Guidoni sullo Shuttle. Sarebbe magari carino parlare dell’eredità delle loro esperienze in occasione dell’anniversario. Macché: i giornalisti di Repubblica, Il Giornale, La Stampa si buttano a pesce invece su un’altra storia spaziale e rifilano ai loro lettori una panzana datata 1969, copiandola dai media fuffaroli americani senza la minima verifica.

La balla pubblicata da queste testate racconta che quando la missione Apollo 10 era dietro la Luna gli astronauti captarono un suono “simile a una musica” che “non fu divulgato per quarant’anni. La Nasa, incapace di spiegare il fenomeno, secretò e archiviò tutto quello che la radio dell’astronave aveva registrato in quel lasso di tempo e rese pubbliche le trascrizioni delle conversazioni avvenute solo nel 2008” (Repubblica). 

La Stampa, nella sezione Tuttoscienze, pubblica un articolo a firma di Fulvio Cerutti che dice che l’episodio è “rimasto top secret sino al 2008” ed è un “fenomeno a cui non è mai stata trovata una spiegazione” (l’articolo è stato parzialmente corretto dopo la mia segnalazione).

Il Giornale, a firma di Franco Iacch, scrive che “l’episodio top secret… è stato declassificato in parte solo nel 2008 (con pesanti censure)” e che gli astronauti nelle loro cuffie udirono “urla”. Iacch conclude scrivendo che “Le registrazioni integrali captate dall’Apollo 10 rimangono top secret”.

Il Corriere pubblica sull’argomento un video con didascalia che dice che il “suono, registrato e trascritto dalla Nasa, è rimasto top secret fino al 2008”. Il link è stato successivamente cambiato.

Ne parla anche Panorama con un articolo di Sabrina Pieragostini, scrivendo che “per decenni l’ente spaziale ha preferito mantenere nascosta la notizia”.

Come mai tutto questo improvviso e simultaneo interesse del giornalismo italiano per un’oscura vicenda di quasi cinquant’anni fa? Semplice: hanno tutti fatto copiaincolla dai media americani, in particolare dalle pagine di notizie bislacche dell’Huffington Post (traduzione italiana qui), che stanno pompando la storia per promuovere una nuova serie televisiva del Science Channel, intitolata NASA’s Unexplained Files. Se guardate i suoi video promozionali (uno e due) vedrete che il ritmo del montaggio rivela chiaramente che si tratta di un programma di spazzatura sensazionalista alla stregua di Alieni Nuove Rivelazioni. E se ascoltate bene l’inglese, noterete che le dichiarazioni degli intervistati, fra i quali c’è anche l’astronauta lunare Al Worden, sono state palesemente rimontate ad arte per farle sembrare a sostegno del mistero.

Solo che non c’è nessun mistero. A parte quello di come facciano, certi giornalisti nostrani ed esteri, a guardarsi allo specchio la mattina senza vergognarsi, a furia di ingannare i propri lettori pubblicando fandonie senza uno straccio di controllo dei fatti.

Infatti è una balla che l’episodio sia rimasto segreto fino al 2008, nonostante lo scriva anche ANSA: come confermato dalla mia esperienza personale nella raccolta di documentazione spaziale storica e come ribadito dalla NASA su Tumblr (e anche qui), l’audio e le trascrizioni della missione Apollo 10 sono pubblicamente disponibili sin dal 1973 a chiunque ne facesse richiesta presso i National Archives statunitensi. Nel 2012 audio e trascrizioni sono stati inoltre pubblicati online per lo scaricamento libero. Lo spezzone audio in questione è questo (a 2:51 e 7:43); le trascrizioni delle registrazioni a bordo di Apollo 10 sono disponibili qui come scansioni degli originali (uno dei brani in questione è a pagina 241) e qui come trascrizioni digitali.

Ecco quello che dissero gli astronauti durante il quinto giorno di volo, il 23 maggio 1969:

102:13:02 Cernan: Quella musica suona persino spaziale, vero? Lo senti? Quel fischio?

102:13:06 Stafford: Sì.

102:13:07 Cernan: Whooooooooooo.

102:13:12 Young: Anche tu hai sentito quel fischio?

102:13:14 Cernan: Sì. Sembra, sai, musica spaziale.

102:13:18 Young: Chissà cos’è.

[…]

102:17:58 Cernan: Accidenti, quella è davvero musica strana.

102:18:01 Young: Dovremo scoprire cos’è. Non ci crederà nessuno.

102:18:07 Cernan: No. È un fischio, sai, come una cosa spaziale.

102:18:10 Young: Probabilmente è colpa del rilevamento di distanza VHF, immagino.

In originale:

102:13:02 Cernan: That music even sounds outer-spacey, doesn’t it? You hear that? That whistling sound?

102:13:06 Stafford: Yes.

102:13:07 Cernan: Whooooooooooo.

102:13:12 Young: Did you hear that whistling sound, too?

102:13:14 Cernan: Yeah. Sounds like – you know, outer-space-type music.

102:13:18 Young: I wonder what it is.

[…]

102:17:58 Cernan: Boy, that sure is weird music.

102:18:01 Young: We’re going to have to find out about that. Nobody will believe us.

102:18:07 Cernan: No. It’s a whistling, you know, like an outer space-type thing.

102:18:10 Young: Probably due to the VHF ranging, I’d guess.

Fra l’altro, la vicenda è talmente “top secret” che ne parlò apertamente nel 1974 l’astronauta di Apollo 11 Mike Collins nel suo libro Carrying the Fire, dicendo (nel capitolo 13) che gliel’avevano raccontata, prima che partisse per la Luna, proprio gli astronauti di Apollo 10. Per chi è troppo pigro per consultare un libro, inoltre, tutta la faccenda era già stata sbufalata pubblicamente sette anni fa su Internet da ApolloHoax, come segnalato da Metabunk. Quelli di NASA’s Unexplained Files evidentemente hanno preferito far finta di niente e i giornalisti italiani ed esteri si sono accodati.

È falso anche che “non è mai stata trovata una spiegazione”: fu trovata già nel 1969, spiega Collins nel suo libro. I suoni erano il risultato di normali interferenze fra le radio VHF del modulo lunare e del modulo di comando (le due parti indipendenti nelle quali si divideva il veicolo spaziale per effettuare l’allunaggio).

Se i giornalisti di Repubblica, Corriere, Il Giornale e La Stampa avessero dato un’occhiata alle trascrizioni e ascoltato l’audio originale, invece di fare un pigrissimo copiaincolla dagli articoli di fuffa altrui, si sarebbero accorti che i suoni sono banalissimi (niente “urla”) e che oltretutto gli astronauti li considerano talmente poco misteriosi che subito dopo averli notati si mettono a parlare d’altro. Anzi, uno di loro, John Young, già propone una spiegazione al momento: “Probably due to the VHF ranging, I guess” (“Probabilmente è colpa del rilevamento di distanza VHF, immagino”) e poi cambia discorso. Uno di loro, Gene Cernan, contattato oggi dalla NASA, ha detto chiaro e tondo: “Non mi ricordo che quell’episodio mi abbia emozionato abbastanza da prenderlo sul serio. Probabilmente era soltanto interferenza radio. Se avessimo pensato che fosse qualcosa di diverso, lo avremmo riferito a tutti nei briefing dopo il volo. Non ci abbiamo più pensato per niente.” Lo ha ribadito anche a Fox News.

Se i suddetti giornalisti si fossero soltanto presi la briga di fare una telefonatina a un esperto, si sarebbero accorti di essere stati fregati da una campagna promozionale per un programma-fuffa e avrebbero evitato di propinare ai loro lettori una nuova fregnaccia spaziale. Sarebbe bastato, per esempio, consultare la discussione sull’argomento di Collectspace, noto forum di esperti del settore, oppure mandare un tweet a Luigi Pizzimenti, storico delle missioni Apollo (suo il libro Progetto Apollo: Il sogno più grande dell’uomo), curatore del Padiglione Spazio presso il Museo del Volo Volandia e presidente dell’Associazione per la Divulgazione Astronomica e Astronautica, per entrare in contatto tramite lui con Al Worden, l’astronauta intervistato dal programma del Science Channel, e avere subito una smentita secca della pseudonotizia: “I don’t think there is any mystery to the event” (“Non credo che ci sia alcunché di misterioso nell’evento”), ha scritto Worden a Pizzimenti. Worden ha detto molto altro su questa faccenda: ne trovate un resoconto completo qui nel blog di Pizzimenti.

Luigi, fra l’altro, riassume bene il disappunto che prova chi fa vera ricerca storica dell’esplorazione spaziale quando legge queste scempiaggini. Mi scrive in una mail (che cito qui col suo permesso):

“È mai possibile che si pubblichino bufale senza nessun riscontro scientifico? Sono stufo di rispondere in prima persona a domande generate da lettori, che perplessi, mi scrivono se ciò che hanno letto è vero. Per favore: rivolgetevi direttamente a chi scrive cose non vere e non confermate. Esiste una miriade di missioni spaziali in corso e tante in preparazione, lasciate perdere il Programma Apollo e parlate di attualità, magari andando sul posto, verificando le notizie di persona. Perché cercare sempre qualcosa che non esiste per parlare a sproposito del Programma Apollo? Perché ci sono giornalisti che scrivono di cose che non conoscono? Perché parlano di persone che non hanno mai conosciuto? Perché una volta tanto non prendono la valigia e vanno di persona a chiedere come sono andate le cose? Ve lo dico io: perché costa fatica, denaro e tanto lavoro e poi ci vuole passione, tanta passione, e solitamente chi scrive queste bufale tempo e passione non ne ha, ma deve semplicemente riempire uno spazio vuoto.”

Seguite quindi il consiglio di Luigi: scrivete alle redazioni di questi giornali e chiedete loro di giustificare, o almeno rettificare, le balle che vi hanno propinato. E chiedetevi se è questo il modo di fare giornalismo.

Repubblica copia da Wikipedia e lo spaccia per giornalismo

Repubblica copia da Wikipedia e lo spaccia per giornalismo

Ultimo aggiornamento: 2019/02/04 10:45.

“La Repubblica si fonda sui lettori come te, che ogni mattina ci comprano in edicola, guardano il sito o si abbonano a Rep:. È con il vostro contributo che ogni giorno facciamo sentire più forte la voce del giornalismo e la voce di Repubblica”. Questo messaggio, firmato dal direttore Mario Calabresi, compare in calce agli articoli del sito di Repubblica, e si conclude con un appello: “Sostieni il giornalismo! Abbonati a Repubblica”.

Beh, io il giornalismo lo sosterrei anche volentieri. Ma quando salta fuori che le parole sussurrate dalla “voce del giornalismo” sono “me ne fotto di te e ti rifilo la prima porcheria che riesco a mettere insieme copiando a caso, però voglio che mi paghi”, la voglia di sostenere questo genere di giornalismo passa in fretta.

Prendete l’articolo di Repubblica “Usa, arrestato il rapper 21 Savage, “eroe underground di Atlanta”. L’accusa: “È britannico”” (link intenzionalmente alterato; copia permanente su Archive.is), segnalatomi da @cheremone: già insospettisce la sequenza di parole in libertà “l’isola di Dominica, giugno stato sovrano dei Caraibi”, ma proprio appena prima di quello struggente appello del direttore Calabresi arriva questo:

Avete notato anche voi quel malandrino numero 14 fra parentesi quadre? Vi ricorda nulla? Proviamo a guardare Wikipedia:

Copiato parola per parola, senza neanche eliminare il numero della nota di Wikipedia. E schiaffandoci pure su la dicitura “© Riproduzione riservata”.

Questo è quello che Repubblica spaccia per giornalismo. Mi scusi, direttore Calabresi, ma con che faccia tosta mi chiede di sostenere questo tipo di “voce del giornalismo”?

La conclusione di @cheremone è amarissima: “ora vado a scuola, dove di solito provo ad insegnare agli studenti a non copiare, ma mi sembra tempo perso, no?”.

2019/02/04 10:45

Repubblica ha pubblicato un tweet di scuse:

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Repubblica e gli eurodecimali: 0,0011 è di più di 0,009 ed è “poco più di un centesimo”

Repubblica e gli eurodecimali: 0,0011 è di più di 0,009 ed è “poco più di un centesimo”

Produrre una moneta da un centesimo costa poco meno del suo valore: 0,00906 euro. Farne una da due è un po’ più caro: 0,001136 (poco più di un centesimo).

Lo scrive Flavio Bini su Repubblica oggi. Nella sezione Economia. Li ho già avvisati, e so che mi leggono, ma la frase è ancora lì. Son piccolezze, ma una rilettura eviterebbe certi scivoloni.

Per gli increduli, ecco screenshot e copia permanente.

Fra l’altro, @GiantAnacond ha trovato i dati originali: 9,06 euro per 1000 monete da un centesimo e 11,36 euro per 1000 monete da due centesimi. Quindi un centesimo costa 0,00906 euro e la moneta da due cent costa 0,01136 euro.

2019/01/26: Dai commenti mi segnalano che l’errore è stato corretto.

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Per Repubblica, sulla Luna ci sono “aree piatte da abbattere”. Giornalismo a neuroni spenti

Per Repubblica, sulla Luna ci sono “aree piatte da abbattere”. Giornalismo a neuroni spenti

Ultimo aggiornamento: 2019/01/04 13:20.

Nelle redazioni dei giornali c’è gente che crede che il giornalismo si faccia così:

  1. Copia il lavoro degli altri
  2. Sbattilo in Google Translate
  3. Copiaincolla il risultato senza capirlo
  4. Fottitene del lettore

Esempio pratico: questo articolo di Repubblica (ho alterato il link per non regalare ranking). Parla della Luna e della sonda cinese Chang’e-4 recentemente atterrata e dice testualmente:

A differenza del lato vicino della luna che offre molte aree piatte da abbattere, il lato opposto è montuoso e impervio.

Aree piatte da abbattere? Sulla Luna? E come si abbatte un’area piatta? Come è possibile scrivere un’idiozia così?

Se avete dubbi che Repubblica possa davvero aver pubblicato una cosa del genere, ecco uno screenshot e una copia permanente.

Un lettore, Fabio, ha una teoria molto plausibile. C’è un articolo del Telegraph britannico sullo stesso argomento che contiene questa frase:

Unlike the near side of the moon that offers many flat areas to touch down on, the far side is mountainous and rugged.

La traduzione corretta di questa frase parla di “aree pianeggianti sulle quali atterrare”, non di “aree piatte da abbattere”.

Fabio ha notato che immettendo questa frase in Google Translate si ottiene esattamente la stessa espressione “aree piatte da abbattere” riportata da Repubblica. Posso confermare:

Questo, a quanto pare, è quello che passa per giornalismo a Repubblica.

13:20

@DarioL83 ha notato che la stessa frase inglese compare anche in questo articolo di al Jazeera e ipotizza che sia questa la fonte usata da Repubblica. In effetti Licia Corbolante (@terminologia) segnala che l’articolo di al Jazeera contiene anche un altro brano corrispondente all’articolo di Repubblica: la frase che precede quella con le “aree piatte da abbattere”.

Al Jazeera: Chang’e-4 will be the second Chinese probe to land on the moon, following the Yutu (“Jade Rabbit”) rover mission in 2013.

Repubblica: È la seconda sonda cinese ad atterrare sulla Luna, seguendo la missione del rover Yutu (Jade Rabbit) nel 2013.

Notate il “seguendo” (errata traduzione di “following”, che in questo contesto significa “dopo”) e il “Jade Rabbit” (rimasto invariato).

Da parte mia aggiungo che c’è anche un altro pezzo dell’articolo di al Jazeera corrispondente a un brano nell’articolo di Repubblica:

Al Jazeera: Beijing is pouring billions into its military-run space programme, with hopes of having a crewed space station by 2022, and of eventually sending humans to the moon.

Repubblica: Pechino sta investendo miliardi nel suo programma spaziale militare, con la speranza di avere una stazione spaziale con equipaggio entro il 2022 e di inviare missioni umane sulla luna.

Sembra davvero difficile potersi appellare misericordiosamene alla coincidenza.

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La fisica di “Repubblica”: lo zero assoluto è un limite per mammolette, sulla Luna si scende a -280 °C. E c’è un “lato oscuro”

La fisica di “Repubblica”: lo zero assoluto è un limite per mammolette, sulla Luna si scende a -280 °C. E c’è un “lato oscuro”

A quanto pare a Repubblica, nella rubrica Scienze, lasciano scrivere di scienza il primo che passa. O perlomeno non hanno l’abitudine di rileggere. Scrive infatti Sandro Iannaccone (link intenzionalmente modificato) che non solo esiste un lato oscuro della Luna, ma sulla Luna si possono raggiungere temperature inferiori allo zero assoluto.

SE GLI 85 GRADI sottozero dell’Antartide o i -280 del lato oscuro della Luna vi sembrano freddi, non avete ancora visto nulla. La Nasa ha approntato, a bordo della Stazione spaziale internazionale un esperimento che ha si è guadagnato il record di temperatura più fredda nell’intero Universo. Si chiama, poco sorprendentemente, Cold Atom Lab (Cal), ed è il primo tentativo di produrre, in orbita, nuvole di atomi ultrafreddi, appena poche frazioni di grado sopra lo zero assoluto, a circa -273 gradi centigradi.

Ho salvato una copia permanente su Archive.is e agevolo qui questo screenshot:

Primo: la Luna non ha un lato oscuro. Nel corso di ogni mese tutta la superficie lunare viene illuminata prima o poi, compresa la faccia che non è mai rivolta verso la Terra. Ci sono solo alcuni crateri polari il cui fondo non viene mai illuminato.

Secondo: lo zero assoluto è per definizione la temperatura più bassa teoricamente raggiungibile ed è pari a -273,15 °C. Corrisponde, in sintesi, alla totale immobilità degli atomi. Basterebbe un ripassino su Wikipedia per non scrivere baggianate.

2018/12/29 12:45

Ricevo questo tweet da Sandro Iannaccone:

Resta l’errore del “lato oscuro”.

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Elettrica Renault a 9000 euro? Non proprio

Elettrica Renault a 9000 euro? Non proprio

Molti lettori mi stanno segnalando un articolo di Repubblica (copia su Archive.is) a firma di Vincenzo Borgomeo, che parla di un’auto elettrica Renault, la K-ZE Concept, che “Costerà poco (9000 euro), avrà una forma
alla moda (Suv) e un’autonomia QB, quanto basta come dicono gli chef con
il sale (250 km)
”
. Addirittura “Si ricarica come un cellulare a una normale presa di corrente”.

Contenete il vostro entusiasmo: non so da dove Borgomeo abbia preso quel prezzo, ma per quel che mi risulta il prezzo europeo non è stato ancora dichiarato pubblicamente. Il comunicato stampa completo di Renault è qui su InsideEVs.com.

Non solo: l’autonomia dichiarata è misurata secondo lo standard NEDC (fonte: Renault), che è totalmente irrealistico e va cautelativamente ridotto: un’auto che dichiara 250 km NEDC di solito nella realtà sta sotto i 200 km di autonomia. In altre parole, “quanto basta” soltanto per un uso come auto per brevi tragitti. Con un’autonomia del genere, è più una seconda auto da città che un vero sostituto dell’auto tradizionale.

Per quel che mi risulta, non sono state rilasciate le specifiche tecniche di quest’auto, per cui non si sa qual è la capienza della sua batteria, l’elemento più costoso e cruciale di qualunque auto elettrica: Renault dice solo che la carica rapida (secondo quale standard, non si sa) richiede 50 minuti per arrivare all’80% e la carica al wallbox richiede “meno di 4 ore”. Su questi dati si può ipotizzare una capienza di circa 40 kWh. Considerato che una batteria oggi costa spesso più di 150 dollari al kWh, una batteria da 40 kWh costerebbe 6000 dollari. Quindi se questa mia rapida spannometria è esatta, pare davvero difficile un prezzo finale all’utente di 9000 euro, anche se l’auto è basata sulla Kwid a benzina già esistente.

Infine, dire che un’auto si ricarica “come un cellulare a una normale presa di corrente” è fuorviante: qualunque auto, per caricarsi in tempi umanamente ragionevoli, deve assorbire parecchia energia per molte ore, e questo può causare surriscaldamenti negli impianti non perfettamente a norma. Non è come collegare un telefonino a una prolunga.

Fonte aggiuntiva: Electrek. Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

La redazione Scienze di Repubblica non sa distinguere un disegno dalla realtà

La redazione Scienze di Repubblica non sa distinguere un disegno dalla realtà

Repubblica, specificamente la sua redazione che si occupa di scienze, pensa che questo disegno sia un’immagine reale.

Sì, sotto il disegno c’è la didascalia “La tempesta di polvere su Titano nelle immagini scattate dalla sonda Cassini”. L’articolo originale è qui (link intenzionalmente alterato); una copia archiviata che non regala clic a Repubblica è qui.

L’immagine originale è pubblicata sul sito dell’ESA qui ed è descritta chiaramente come “Artist’s impression of a dust storm on Titan”.

Prima che qualcuno dica che magari l’ha scritta un povero titolista o stagista sottopagato e che quindi dovrei perdonare lo svarione, vorrei mettere in chiaro che non ce l’ho con l’ipotetico stagista/titolista, ma con un editore, un direttore responsabile e una redazione che scelgono di far scrivere le notizie a stagisti o titolisti pur sapendo che sono incompetenti.

Vorrei anche ricordare che se un giornale pensa che questo sia un modo corretto e serio di fare informazione sulle scienze, probabilmente lo pensa e lo fa anche per tutte le altre notizie.

Grazie a @ricky_pru per la segnalazione.

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Vincenzo Borgomeo su Repubblica critica l’auto elettrica. Con uno studio del 2013

Vincenzo Borgomeo su Repubblica critica l’auto elettrica. Con uno studio del 2013

Ultimo aggiornamento: 2018/09/18 22:20.

Mi state segnalando in tanti l’articolo Ma quanto inquina davvero un’auto elettrica? A volte più del diesel (copia su Archive.is per non regalare clic a Repubblica). Mi manca il tempo di scrivere un articolo dettagliato che smonti questa nuova collezione di luoghi comuni falsi sulle auto elettriche, ma segnalo soltanto una cosa.

Vincenzo Borgomeo cita lo studio “Comparative Environmental Life Cycle Assessment of Conventional and Electric Vehicles”. È la base della sua intera argomentazione. Si dimentica un particolare: un dettagliuzzo, una cosina da nulla. Lo studio è datato 2013. Cinque anni fa. Ma lui scrive “ora è tutto nero su bianco.”

In realtà da allora le cose sono un po’ cambiate nel mondo delle auto elettriche. Già due anni dopo, nel 2015, la Union of Concerned Scientists pubblicava Cleaner Cars from Cradle to Grave, che chiariva che le auto elettriche a batteria, nel loro ciclo di vita complessivo (fabbricazione, uso, smaltimento), generano la metà delle emissioni di un’auto a benzina paragonabile (attenzione ai vari articoli che confrontano una Tesla con una Panda invece che con una berlina di lusso equivalente). Lasciamo stare il confronto con le emissioni complessive di un diesel.

Forse Borgomeo ha difficoltà a distinguere fra impatto ambientale e inquinamento e non coglie la differenza fra inquinare in città con tanti veicoli da controllare uno per uno e inquinare in un luogo centralizzato e ispezionabile (grazie a pgc per la dritta). Lo invito quindi ad andare a proclamare che l’auto elettrica inquina “a volte più del diesel” in centro città nell’ora di punta. Si attacchi al tubo di scappamento di un bel dieselone e mi dica se gli piace quello che respira.

2018/03/03 12:30

Numerosi commentatori mi hanno segnalato questa perla (il link porta ad Archive.is) di Vincenzo Borgomeo, che era convinto che l’auto ad aria compressa potesse funzionare e sarebbe stata messa in commercio “entro la metà del prossimo anno”. Era il 7 giugno 2012: siamo nel 2018 e l’auto non si è ancora vista. Però secondo Borgomeo era “ormai a un passo dal lancio commerciale”.

Borgomeo scriveva questo articolo sei anni dopo che erano usciti gli sbufalamenti di Quattroruote e miei. Sarei quindi un po’ cauto nel dare credibilità alle sue argomentazioni.

Riguardando in archivio, ho notato che lo stesso Borgomeo aveva annunciato (copia su Archive.is) a gennaio 2017 su Repubblica che la Fiat Chrysler Portal, “la prima auto elettrica del gruppo Fiat Chrysler”, sarebbe stata messa in vendita a breve: “l’entrata in produzione definitiva è annunciata entro l’anno e per questo tutta la parte meccanica è già definita”, scriveva il giornalista. Gli avevo scritto privatamente, all’epoca, chiedendo conferme, visto che passare da una concept car alla produzione di serie, soprattutto per un veicolo radicalmente differente come un’auto elettrica, pareva azzardato. La sua risposta è stata molto, come dire, interessante.

Sbaglio io, o la Fiat Portal elettrica promessa da Borgomeo non si è ancora vista?

2018/03/03 13:20

Borgomeo ha risposto alla mia richiesta di chiarimenti sulla Portal elettrica, rifiutandosi di fornire qualunque informazione e con toni di lesa maestà che vi risparmio. La prossima volta che qualcuno mi chiederà perché non contatto prima privatamente un giornalista che pubblica una bufala, invece di segnalarlo subito pubblicamente, mi ricorderò di questo episodio.

2018/09/18 22:20

Siamo a fine 2018 e la Portal annunciata da Borgomeo come in produzione entro il 2017 è ancora indicata come concept sul sito di FCA (copia su Archive.is) e secondo Automotive News entrerà in produzione “nel 2020”.

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Ponte Morandi crollato, cautela nel far circolare foto: sciacalli già all’opera

Ponte Morandi crollato, cautela nel far circolare foto: sciacalli già all’opera

Ultimo aggiornamento: 2018/08/31 9:00.

Ieri a Genova è crollato il ponte Morandi. Ci sono decine di vittime. Questo non ha impedito agli sciacalli e agli inetti di far circolare foto che non c’entrano nulla o che travisano completamente il contesto.

La falsa foto dei danni da corrosione

Come segnalato dal collega David Puente, questa foto dei danni pre-crollo non proviene dal ponte Morandi, ma dal ponte di Ripafratta, e risale a vari anni fa:

La foto del cane da soccorso: non è uno dei cani di Genova

Un altro esempio, trovato da @Al3xI98O:

Screenshot:

In realtà la foto risale al 15 settembre 2001 e mostra uno dei cani da soccorso al World Trade Center; si trova su Wikimedia Commons ed è opera del giornalista Preston Keres.

Le foto della parte “erosa” del ponte: non è erosa

C’è anche questa foto che molti stanno facendo circolare credendo che mostri un assottigliamento anomalo del ponte, ma in realtà il Morandi era fatto così: il tratto centrale delle campate era strutturalmente differente e più sottile per progetto, come spiega Il Post.

La foto del pilone senza sostegno: non è del ponte Morandi

Sempre David Puente segnala che questa foto di un pilone che in parte appoggia sul vuoto non riguarda il ponte Morandi, ma un altro ponte:

La foto del pilone che “si sta appoggiando alle case”: no, è sempre stato così

Questa foto circola sui social network come “prova” che uno dei piloni restanti starebbe cedendo e si starebbe appoggiando a un edificio sottostante, ma in realtà l’edificio è sempre stato così, con una rientranza per ospitare la struttura del ponte, come segnala l’indagine di Noallebufale.it.

Il “video” del crollo del ponte: è un’animazione fatta da una TV russa

Siamo nell’era digitale, siamo tutti online, abbiamo tutti uno smartphone, ma a quanto pare ci sono persone che non riescono a rendersi conto che un video che mostrerebbe il crollo è in realtà un evidentissimo cartone animato digitale.

Non è difficile rendersi conto che è un falso, nonostante la qualità pessima della ripresa, grazie a un fatto molto semplice che non richiede nessuna competenza digitale: a Genova quel giorno pioveva a dirotto, mentre il video mostra una giornata di sole. 

Come se non bastasse, questi inetti digitali pensano che il video sia segreto e che venga cancellato per nascondere chissà quali prove di chissà cosa. No, è pubblicissimo ed è un’animazione fatta da Channel One Russia. Grazie al lavoro dei colleghi di Bufale un tanto al chilo, potete vedere una copia molto meno sgranata e distorta, dalla quale si capisce chiaramente (o perlomeno si dovrebbe capire) che è un’animazione.

La foto di oggetti pendenti prima del crollo: non è la parte crollata e non sono elementi strutturali

NOTA: Questa sezione è stata riscritta estesamente dopo l’arrivo di nuove informazioni.

Una fotografia, pubblicata anche da Repubblica, sembra mostrare lesioni drammatiche al ponte, con qualcosa di filiforme che pende sotto una campata. È una delle immagini più diffuse, anche a livello internazionale, per mostrare lo stato di degrado del ponte (esempio: Daily Mail), ed è anche, almeno a prima vista, una delle più incriminanti.

Secondo Repubblica su Facebook, la foto “è stata scattata una settimana fa” ed “è verificata”.

Sempre Repubblica, in un altro articolo, ha scritto invece che la foto mostra lo stato del ponte Morandi “a qualche settimana dal crollo” e l’ha descritta parlando di “evidenti segni di cedimento dell’armatura metallica sotto la campata”.

Ho chiesto conferme a Repubblica via Twitter. Matteo Pucciarelli, di Repubblica, mi ha risposto pubblicamente che la foto gli “è stata girata dalla persona che l’ha scattata una settimana fa” e successivamente (il 16/8) ha spiegato che ha ricevuto personalmente la foto da un “tizio di fronte all’obitorio che trasportava cadaveri – col quale attaccai bottone per aver notizie in un giorno infernale – e che m’ha girato la foto da lui scattata”, aggiungendo che non ha “chiesto esattamente data e ora dello scatto limitandomi al suo “una settimanina fa”“. In quel momento c’erano ben altre priorità e quindi non ha approfondito ulteriormente, né desidera farlo. Rispetto la sua scelta, sia pure a malincuore. Però questo è quello che Repubblica chiama verifica.

L‘articolo di Repubblica è stato poi aggiornato un paio di giorni dopo il disastro, rimuovendo foto e didascalia senza alcuna rettifica pubblica.

Il confronto con altre immagini pubblicate chiarisce due cose:

  • la foto rappresenta una parte del ponte che non è crollata.
  • gli oggetti non sono elementi strutturali del ponte e non rappresentano affatto “evidenti segni di cedimento dell’armatura metallica sotto la campata” come aveva scritto Repubblica.

Questa è una versione non cerchiata della foto in questione, che ho trovato su Twitter:

Durante la diretta di Rainews è stata mostrata una ripresa nella quale si vedono gli stessi oggetti, che quindi sono tuttora presenti (grazie a giobatta80 per aver notato e salvato questo fermo immagine):

Inoltre giobatta80 mi ha inviato questa foto, mandatagli da un suo contatto e scattata la mattina del 16 agosto:

Un altro lettore, Maurizio Monti, citato con il suo permesso, mi ha inviato questa foto scattata da lui il 16 agosto 2018 alle 19:18, secondo i dati EXIF.

Il 17 agosto, mi ha segnalato questa foto:

Si vede chiaramente che gli oggetti filiformi penzolanti non hanno nessuna funzione strutturale, ma sembrano semplicemente dei resti di cablaggi e di una rete anticaduta collocata sotto l’impalcatura:

Qualunque cosa siano, quegli oggetti sono tuttora lì e non hanno affatto l’aria di essere elementi strutturali come suggeriva invece Repubblica.

Dalle ricerche dei lettori (grazie Decio) è poi emersa un’altra foto, per certi versi analoga, che mostra altri oggetti filiformi pendenti dal ponte Morandi nei mesi precedenti, in una zona adiacente a quella mostrata nella foto in discussione:

Sul margine sinistro della foto si nota un’altra impalcatura, che è quella accanto all’oggetto filiforme nella foto in discussione.

L’immagine qui sopra risale almeno a febbraio scorso: è mostrata, ridotta, in questo articolo del Secolo XIX del 7/2/2018. L’articolo dice che si tratta di un ponteggio per la manutenzione, staccatosi per il forte vento.

Un lettore (grazie Michele_Danielli) ha trovato una foto di Google Street View, datata luglio 2018, che mostra gli stessi oggetti filiformi:

Sembra insomma che quei frammenti d’impalcatura siano rimasti penzolanti molto a lungo (da febbraio a luglio).

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