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Repubblica e i lama che “affollano... le montagne del Tibet”

Repubblica e i lama che “affollano… le montagne del Tibet”

Daniele Mastrogiacomo su Repubblica scrive quanto segue (copia permanente, evidenziazione mia):

“I lama contro il Covid. Sì, proprio loro: i quadrupedi camelidi che
affollano le Ande e le montagne del Tibet
sembrano avere tutte le
caratteristiche per difenderci dal male di questo inizio secolo.”

Mi è venuto il dubbio che i
lama (Lama glama, quadrupedi), oltre a essere presenti in America Latina, siano allevati in
Tibet come lo sono in altre parti del mondo, ma ho cercato senza trovarne
alcuna conferma. 

Se Mastrogiacomo ha delle fonti che documentano una massiccia presenza di
Lama glama in Tibet in aggiunta ai
lama (monaci
bipedi), o se le ha qualcuno che mi legge, le vorrei conoscere. 

Sottolineo che questa notizia compare nella sezione riservata agli abbonati, per cui Repubblica chiede che la gente paghi per leggerla.

Se il nome di Mastrogiacomo vi sembra familiare, è perché ad aprile 2020 fu coinvolto in
questo plagio, sempre su Repubblica.

2021/10/05. Zitta zitta, senza una parola di rettifica o di scuse per la scemenza scritta, Repubblica ha corretto l’articolo. 

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Il cinico business delle bufale. Terza parte: Repubblica e il nipote finto passante

Il cinico business delle bufale. Terza parte: Repubblica e il nipote finto passante

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ancora. Ultimo aggiornamento: 2016/12/31 15:30.

È troppo facile e semplicistico dare a Internet e ai social network la colpa del
dilagare delle false notizie. Sicuramente la Rete e Facebook contribuiscono al
fenomeno; ma le testate giornalistiche, che si atteggiano a verginelle sante e
senza macchia, hanno la loro dose di colpa. Ne abbiamo visto
un esempio pochi giorni fa con Affaritaliani.it, testata giornalistica online; oggi ne vediamo un altro con Repubblica,
testata “tradizionale” che dal cartaceo si è estesa al digitale, per documentare
come la fabbricazione di notizie sia ben radicata anche nel giornalismo
classico, tanto da non essere neanche vista come un problema o un tradimento
della fiducia dei lettori.

Di conseguenza, qualunque iniziativa (governativa o commerciale) contro
le false notizie che abbia effetto solo su Internet e non tocchi l’intero
sistema della diffusione di notizie è miope, assurda e inammissibile.

Caso mai non fosse chiaro: se qualcuno pensa che io possa sostenere o lasciar
correre un tentativo di censurare Internet o progetti che assegnano alla stampa
“tradizionale” un ruolo di guardiano e arbitro dell’informazione corretta, non
ha capito nulla di me e dei miei vent’anni di debunking fatti senza
risparmiare nessuno. Chi avesse bisogno di chiarirsi le idee può leggere
questo.

Detto questo, vi propongo una piccola storia di ordinaria bufalocrazia.

––––––

Il 27 dicembre è morta la popolarissima attrice e scrittrice Carrie Fisher.
Repubblica ha pubblicato sulla propria pagina Facebook ufficiale un
servizio giornalistico video di Silvia Bizio
[2016/12/31: successivamente rimosso;
URL CDN originale]
, nel quale la giornalista va davanti alla casa di Carrie Fisher, gira un video
di cinque minuti in stile “selfie con telefonino” e nota con commiserazione che
non ci sono nugoli di fan piangenti o altre manifestazioni di lutto. Cosa
piuttosto difficile, visto che
la casa sta su una trafficatissima strada principale senza marciapiedi,
ma lasciamo stare. Lasciamo stare anche la qualità del servizio e i suoi
sorrisetti, le sue frasi smozzicate, le sue risatine e le sue immagini
traballanti. Pura aria fritta, ma pazienza.

La cosa importante è che nel video Silvia Bizio dice che
“c’è soltanto un fan, un ragazzo, un sedicenne… his name is Marco. Marco,
tell us”
. “Marco” è un nome abbastanza insolito da trovare in California, ma
sorvoliamo anche questo (almeno per ora).

Il ragazzo racconta le proprie impressioni in inglese. La Bizio gli chiede
“Why was Carrie Fisher and Guerre Stellari [sic]
so important to you?”. Marco, stranamente, non si ferma a chiedere cosa
mai vogliano dire le parole italiane “Guerre Stellari”, ma risponde
disinvolto, come se sapesse l’italiano. Che strano.

Lei non lo ringrazia né gli rivolge più la parola, ma prosegue in italiano,
sbagliando anche il titolo del film (è Il risveglio della Forza, non
La Forza si risveglia). E finisce ridendo. Sì: Carrie Fisher è morta e
Silvia Bizio se la ride in pubblico, davanti a casa della morta, sulla pagina
Facebook di Repubblica.

Al momento in cui ho fatto lo screenshot qui sopra (le 23:06 italiane del
27/12), il video di Repubblica aveva già avuto 41.000 visualizzazioni,
accompagnate da
commenti non molto lusinghieri. Mentre
scrivo la stesura iniziale di queste righe (mezzogiorno del 29/12) è arrivato a
oltre 432.000 visualizzazioni.

Un brutto servizio, insomma; non certo una pagina di grande giornalismo. Cose
che càpitano e che ho
rimproverato
a Repubblica. La storia sarebbe chiusa, se non fosse per un dettaglio che
trasforma un brutto servizio da quasi mezzo milione di clic in una
falsificazione.

Infatti mi viene segnalato da un lettore che il ragazzo intervistato da Silvia
Bizio, somiglia sorprendentemente a
Marco Bizio, nipote della
giornalista.

“Marco” nel video di Silvia Bizio per Repubblica
(immagine schiarita per ridurre le ombre).

Marco Bizio nel suo profilo Facebook pubblico.

Intervistare un familiare spacciandolo per un passante qualsiasi sarebbe davvero
squallido, per cui prima di sbilanciarmi chiedo pubblicamente chiarimenti a
Repubblica e alla diretta interessata. Ed è qui che la cosa si fa
interessante.

Altri miei tweet restano senza risposta, complice il fuso orario. La Bizio
risponde qualche ora dopo:

class="twitter-tweet tw-align-center" data-cards="hidden" data-conversation="none" data-partner="tweetdeck" >

@disinformatico caro Paolo
qui 9 ore indietro quindi notte quando scrivevi. Marco non e’ mio figlio ma
un piccolo fan che conosco. Pb? $? No

— Silvia Bizio (@silviabizio)
December 28, 2016

Notate che la giornalista dice “non è mio figlio”, ma invece di chiarire
rispondendo “è mio nipote”, svicola dicendo che è
“un piccolo fan”. Un piccolo fan che lei conosce. Insomma, il passante
intervistato per caso (come sembra dal video), l’unica persona davanti alla casa
di Carrie Fisher in quel momento, è in realtà una persona che Silvia Bizio
conosce. Che mirabile coincidenza. Chiedo chiarimenti.

class="twitter-tweet tw-align-center" data-cards="hidden" data-conversation="none" data-partner="tweetdeck" >

@silviabizio Grazie. Lo chiedo
perché somiglia sorprendentemente a suo nipote Marco e si chiama come lui.

— Paolo Attivissimo (@disinformatico)
December 28, 2016

class="twitter-tweet tw-align-center" data-cards="hidden" data-conversation="none" data-partner="tweetdeck" >

@silviabizio Forse non ho
capito: lei va davanti a casa di Carrie Fisher e ci trova proprio un fan che
lei conosce? Per caso?

— Paolo Attivissimo (@disinformatico)
December 28, 2016

class="twitter-tweet tw-align-center" data-cards="hidden" data-conversation="none" data-partner="tweetdeck" >

@disinformatico che
problema caro Paolo? Io non sono esperta di fb ne’ social. Marco e’ venuto a
dare saluto a Carrie. siamo tutti tristi.

— Silvia Bizio (@silviabizio)
December 28, 2016

Notate che la Bizio continua a eludere la questione. Così insisto:

class="twitter-tweet tw-align-center" data-cards="hidden" data-conversation="none" data-partner="tweetdeck" >

@silviabizio Per chiarezza:
Marco è suo nipote? Questo:
https://t.co/e16IwBFsTT

— Paolo Attivissimo (@disinformatico)
December 28, 2016

La risposta è illuminante e dà l’impressione che la Bizio si renda perfettamente
conto di aver violato la deontologia professionale e stia cercando di coprire la
falsificazione:

Di nuovo Silvia Bizio cerca di non ammettere i fatti ricorrendo a giri di
parole:

Notate che Silvia Bizio minimizza: “Tutto qui”. Nascondere a oltre
quattrocentomila spettatori che il “passante” è in realtà suo nipote e che tutta
l’intervista è combinata con un parente per lei è liquidabile con un “tutto qui”. Come se imbrogliare gli spettatori fosse una cosa normale. Deontologia,
questa sconosciuta.

Ed è così che Repubblica – non un blog, non un utente Facebook, ma una
testata giornalistica – fabbrica scientemente una bufala. E dico
Repubblica perché la redazione è ben al corrente di questo episodio.
Gliel’ho segnalato io, prima di pubblicare questo articolo, ma il video è ancora
lì e le sue visualizzazioni acchiappaclic continuano ad aumentare. Se rimane al
suo posto, vuol dire che Repubblica ne avalla il contenuto.

Si potrebbe obiettare che questo è un caso tutto sommato minore, ed è vero: ma è
un caso chiaro e semplice di falsificazione giornalistica, che è emerso solo
perché qualcuno ha avuto il colpo di fortuna di riconoscere il nipote della
giornalista e di segnalarmelo. Se Repubblica accetta disinvoltamente che
i suoi giornalisti mentano su queste cose e falsifichino un servizio pur di
portarsi a casa mezzo milione di clic, come facciamo a fidarci che
Repubblica non lo faccia anche su questioni più importanti? Quante
altre frodi giornalistiche come questa possono esserci state senza che ce ne
siamo accorti?

È questo il danno di incidenti come questo: minano il rapporto di fiducia con i
lettori. E una volta persa, quella fiducia, è difficile riconquistarla.

Mi spiace, Repubblica, ma stavolta è Internet a fare le pulci ai
giornali. E la diffusione di Internet non vi permette di farla franca come un
tempo. Ve la siete cercata. Godetene i frutti.

Fonte:
Mediobanca, 2016.

2016/12/31 00:30 – Repubblica rimuove il servizio

Mi arrivano segnalazioni che il video è stato rimosso oggi (ne ho comunque una
copia) e che Repubblica ha postato
questa dichiarazione
su Facebook:

“Nei giorni scorsi, in un FbLive davanti all’abitazione di Carrie Fisher a Los
Angeles, la collega Silvia Bizio ha intervistato un minorenne, senza
specificare che fosse suo nipote.
Pur comprendendo la buona fede del ragazzo, sicuramente fan di “Star Wars” e
competente sull’argomento, riteniamo che questo servizio giornalistico non
risponda ai nostri canoni di informazione.
Repubblica ha quindi deciso di rimuovere il video dalla pagina Facebook.
Il video non è stato mai pubblicato su Repubblica.it.”

Notate la precisazione
“il video non è mai stato pubblicato su Repubblica.it”. Vero: ma il video
è stato pubblicato sulla pagina Facebook ufficiale di Repubblica. Quella
con il logo di Repubblica e il bollino di autenticità. Esattamente come
l’annuncio di rimozione. Boh.

Repubblica: “Ogni anno sulle strade d'Europa muoiono 235 milioni di persone”

Repubblica: “Ogni anno sulle strade d’Europa muoiono 235 milioni di persone”

Cerco di non segnalare tutti i refusi che vedo e mi vengono segnalati nei giornali blasonati in Rete, perché sarebbe un fiume in piena, ma questa perla merita una segnalazione speciale per la sua spettacolarità e longevità.

Da diversi giorni, infatti, Repubblica lascia sul proprio sito un articolo che offre, sia nel titolo sia nel testo, un dato di assoluto, imprescindibile allarme planetario: lo vedete nell’immagine qui sopra.

Altro che aviaria, terrorismo o guerra termonucleare: la vera ecatombe, la minaccia totale alla sopravvivenza del genere umano, è l’automobile. Secondo chi ha redatto questo capolavoro d’informazione, infatti,

“Ogni anno sulle strade d’Europa muoiono 235 milioni di persone, 7 invece finiscono in ospedale. Sono i dati preoccupanti diffusi oggi dalla Commissione europea che ha sollecitato gli Stati membri a rafforzare la prevenzione degli incidenti stradali che rappresentano la quarta causa di decessi nell’Ue”

Viene da chiedersi quali siano le altre tre cause, visto che questa è soltanto la quarta, e se rimanga vivo qualcuno dopo uno sterminio del genere, considerato che la popolazione dell’Unione europea assomma a circa 460 milioni di anime: secondo Repubblica, insomma, ogni anno la popolazione europea viene più che dimezzata. Fra meno di due anni saremo tutti morti.

Viene da chiedersi anche dove abbia parcheggiato il cervello chi ha scritto e persino titolato una stupidaggine del genere e chi non l’ha controllata. Nessuno, nessuno dei responsabili di Repubblica si è posto la banale domanda “ma 235 milioni non sono un po’ tanti?”.

Complimenti vivissimi per il classico esempio di analfabetismo numerico. Adesso vediamo quanto tempo passa prima che Repubblica corregga. Sono le 14:10.

Grazie ai tanti lettori che mi hanno segnalato questo ennesimo chiodo conficcato a tradimento nella bara del giornalismo tradizionale.

Aggiornamento (2006/07/04 19:25)

Repubblica ha rimosso l’articolo.

Per Piero Melati di Repubblica, la Stazione Spaziale Internazionale orbita intorno alla Luna e Tom Cruise volerà su uno Shuttle

Per Piero Melati di Repubblica, la Stazione Spaziale Internazionale orbita intorno alla Luna e Tom Cruise volerà su uno Shuttle

Questa è Repubblica. Il giornale cartaceo. Quello che si paga per avere
informazioni corrette. Ma il 6 febbraio 2021, ieri, Piero Melati su quel
giornale cartaceo ha scritto che la Stazione Spaziale Internazionale orbita
intorno alla Luna.

“I primi pionieri sono pronti a partire. Da Hollywood, naturalmente. Tom
Cruise ha annunciato che il suo prossimo set saranno le stelle. In ottobre
decollerà insieme al regista Doug Liman a bordo di uno space shuttle, per
raggiungere la Stazione spaziale internazionale che orbita intorno alla
Luna.”

No, Melati: la Stazione orbita intorno alla Terra, a 400 chilometri di quota, non
intorno alla Luna, che sta a quattrocentomila chilometri. Il volo di
Tom Cruise è stato rinviato di uno o due anni. E l’attore non prenderà uno Shuttle, visto che lo
Shuttle ha smesso di volare dieci anni fa. Volerà su una capsula
Dragon.

Tre notizie false in un
colpo solo.

Ringrazio
@BibMarino
per la segnalazione.

 

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Carlo Lucarelli e Alessandro Baricco “firmano” due recensioni identiche. Dello stesso libro. Su due giornali differenti. Allora, chi ha copiato? Nessuno

Carlo Lucarelli e Alessandro Baricco “firmano” due recensioni identiche. Dello stesso libro. Su due giornali differenti. Allora, chi ha copiato? Nessuno

Ultimo aggiornamento: 2021/02/07 13:30.

Quando un lettore paga il Corriere della sera per leggere un articolo
firmato da Carlo Lucarelli, si aspetta che l’articolo sia scritto da Carlo
Lucarelli. Immagino che anche i lettori di Repubblica si aspettino che
se un articolo porta la firma di Alessandro Baricco sia scritto appunto da
Alessandro Baricco. Ma sembra che anche queste ormai siano pretese eccessive:
il giornalismo italiano sa raggiungere vette sempre nuove di cialtroneria e di
presa in giro dei suoi lettori.

Questo è Carlo Lucarelli sul Corriere della sera di sabato 6 febbraio
2021. O almeno così sarebbe portato a credere il lettore, vista la firma:

E questo è, sempre stando a quello che si legge, Alessandro Baricco su
Repubblica il 26 gennaio 2021 (link alla fonte, successivamente modificata;
copia permanente su Archive.org):

Screenshot della versione originale, tratto da Archive.org:

La straordinaria coincidenza è stata scoperta da @magellano83 e
segnalata in questo suo tweet:

Come spiega
Giornalettismo, le due recensioni sono identiche, ma non si tratta di plagio da parte di
Lucarelli o Baricco
: Repubblica ha pubblicato, al posto della sintesi
dell’intervento video di Baricco, un testo di Lucarelli inviato da Einaudi.

Lucarelli ha spiegato pubblicamente la situazione: “Ragazzi, non so che dirvi. Ho scritto la mia recensione molto tempo fa,
non conoscevo quella di Baricco e sono sicuro che lui non aveva letto la
mia. Che ribadisco sincera e sinceramente mia”
.

Repubblica si è scusata e si è difesa parlando di
“errore redazionale”.

In altre parole, l’ennesimo esempio di metodo redazionale colabrodo. Però le
fake news, signora mia, son colpa di Internet.

Come al solito arriveranno quelli che diranno
“Eh, dai, non è morto nessuno, gli errori possono capitare, te la prendi
troppo”
. Ma a furia di commettere un errore oggi, un errore domani, un errore tutti i giorni, la fiducia del lettore crolla. E non si rialza più.

 

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Antibufala Classic: L’immagine delle “crepe” nello Shuttle Columbia (2003)

Antibufala Classic: L’immagine delle “crepe” nello Shuttle Columbia (2003)

I sette del Columbia

I sette del Columbia: da sinistra, Rick D. Husband, William C. McCool, Ilan
Ramon, David M. Brown, Michael P. Anderson, Laurel B. Clark, Kalpana
Chawla.
Per aspera ad astra.

 

Indagine iniziale: 2003/02/02. Ultimo aggiornamento: 2021/01/31 14:55. La
versione originale di quest’indagine è pubblicata
qui su Attivissimo.net. Alcuni link potrebbero essere obsoleti. I tempi verbali sono stati
aggiornati per tenere conto del tempo trascorso.

 

English abstract (il resto è in italiano)

Following the Columbia
Space Shuttle disaster in February 2003, many TV and press reports showed a
photograph which allegedly depicted cracks in the structure of
Columbia, suggesting them as the cause of her disintegration upon reentry, which
killed all seven astronauts on board.

Actually, the photograph doesn’t show cracks; it shows folds of the thermal
insulation inside
Columbia’s payload bay, which has nothing to do with protection from the heat of
reentry. The payload bay is closed during reentry, so the area shown in the
photograph is not exposed to any heat at all.

 

Premessa

Questa non è la solita pagina antibufala semiseria.
Sette persone morirono nell’incidente dello Shuttle Columbia, l’1
febbraio 2003.

Intorno alle loro morti si fece molto pessimo giornalismo e soprattutto nacque
un falso scoop su presunte immagini di “crepe” nella navetta, la cui
smentita non fu pubblicata dai media tradizionali con la stessa
risonanza con la quale fu pubblicata la notizia fasulla iniziale, scaturita da
una vergognosa incompetenza dei giornalisti preposti nel riferire l’accaduto.

 

La foto delle “crepe”

Numerosi giornali, emittenti televisive e siti Web, fra cui Repubblica.it,
Rai.it, Corriere.it e sicuramente tanti altri italiani ed esteri, pubblicarono
con grande evidenza, e senza alcuno spirito critico, una foto che circolava su
giornali e TV in Israele. L’immagine era tratta da un video ripreso durante la
missione del Columbia e avrebbe mostrato delle “crepe” o dei danni alla
superficie della navetta.

La versione del Corriere, per esempio, è
qui
(copia permanente). 

 

Qui sotto presento un paio delle tante versioni in circolazione, che sono
state più o meno ritoccate digitalmente (non da me) per esaltarne i colori e i
dettagli.

immagine delle presunte crepe in colori originali

 

immagine della presunta crepa in colori ritoccati

Le immagini delle presunte “crepe” dello Shuttle.

 

Perché l’immagine è fasulla

Il dettaglio mostrato nell’immagine non mostra l’ala dello Shuttle e
non mostra delle crepe nel rivestimento esterno della navetta.

Infatti qualunque cosa siano i dettagli mostrati,
sono sicuramente sulla parte superiore della navetta, non in
quella inferiore (dove si ritenne inizialmente che fosse avvenuto l’impatto al
decollo e che si fosse scatenato il danno che poi causò il disastro) e nemmeno
sul bordo dell’ala (dove si scoprì in seguito che si era
verificato
il danno principale).

Lo si capisce da due considerazioni molto semplici:

  • la prima è che l’intera parte inferiore della navetta è nera (grigio
    molto scuro, per essere pignoli) e il bordo dell’ala è nero o grigio,
    mentre la zona mostrata nel video è bianca;
  • la seconda è che sullo Shuttle
    non ci sono finestrini che guardano sotto. E per questa missione non
    era presente il famoso braccio robotizzato (il Canadarm) che poteva
    portare una telecamera al di fuori della navetta. 

Potrebbe allora essere un dettaglio della superficie superiore delle
ali?

Molti analisti, compresi numerosi esperti aerospaziali, nella foga del momento
smentirono quest’ipotesi dicendo che

“…da nessun finestrino della navetta è possibile vedere l’ala del veicolo…
questa circostanza è stata appena confermata dagli esperti delle altre sei
agenzie che partecipano alla realizzazione della ISS (la stazione spaziale
internazionale): oltre a Nasa e Esa, le agenzie di Canada, Russia, Giappone,
brasiliana”.

Una dichiarazione analoga fu riportata ad esempio presso
Repubblica.it.

Ma la smentita non era corretta. In realtà
le ali erano almeno parzialmente visibili dai finestrini dello Shuttle
rivolti verso il vano di carico
. Lo dimostra questa foto Nasa, tratta proprio dalla sfortunata missione del
Columbia. L’originale ad alta risoluzione è disponibile presso
Spaceflight.nasa.gov:

Le ali dello Shuttle erano visibili eccome dalla cabina. Questa foto fu ripresa attraverso i finestrini rivolti verso il vano di carico.

 

In teoria, quindi, quell’inquadratura presentata dai media potrebbe
mostrare un dettaglio della superficie superiore delle ali. Ma
le ali non hanno nessun elemento nero sporgente come quello mostrato nella
foto misteriosa.
Questo per ovvi motivi tecnici: non si possono lasciare sporgenze così
esagerate su una superficie di un’ala, perché causerebbero una resistenza
aerodinamica assurda. È un fatto facilmente verificabile nelle innumerevoli
foto dello Shuttle disponibili sul sito della Nasa.

La spiegazione al mistero viene proprio ricercando quell’elemento nero: come
segnalato presso
Strangecosmos.com, si tratta di uno dei perni di accoppiamento sui quali si innestano i
portelloni del vano di carico dello Shuttle.

Sul sito della Nasa, per esempio, c’è un’immagine panoramica
in formato Quicktime VR che inquadra il vano di carico ed è ripresa da una
delle telecamere che erano montate all’interno del vano stesso negli Shuttle.
Se la scaricate e la ruotate verso destra, compare indiscutibilmente una
struttura estremamente simile all’oggetto nero ritratto nella foto misteriosa.

Qui sotto ho raccolto alcuni fotogrammi della panoramica, carrellando da
sinistra verso destra:

fotogramma della panoramica

fotogramma della panoramica

fotogramma della panoramica

fotogramma della panoramica con perno

Eccolo lì: l’oggetto misterioso.

 

Ora che l’oggetto misterioso è identificato, è facile trovarlo in altre foto
della Nasa e soprattutto capire il punto di vista dal quale fu ripresa
l’immagine in discussione:
dall’interno del vano di carico dello Shuttle, guardando verso la paratia
anteriore o posteriore del vano stesso.

Nel vano di carico c’erano appunto delle telecamere, comandabili dall’interno
della navetta, e il bordo superiore delle paratie del vano era
dotato di sedici perni di accoppiamento (otto sulla paratia anteriore, otto
sulla posteriore). Queste informazioni sono facilmente reperibili nel sito
della Nasa usando le parole chiave bulkhead latches e
payload bay e sfogliando l’archivio fotografico della Nasa.

Nel
Press Kit del tragico volo del Columbia c’è, a pagina 12, una foto del vano di
carico, esattamente come fu configurato proprio per questa missione, che
mostra bene la collocazione della telecamera presente sulla paratia anteriore
del vano (freccia verde) e di due dei perni di accoppiamento (frecce gialle):

In questa immagine il muso dello Shuttle Columbia è in alto a
destra e si notano i due rettangoli scuri che sono i finestrini della
cabina dai quali si poteva osservare il vano di carico.

 


Dettaglio dell’immagine precedente.

La freccia indica la collocazione della telecamera sulla paratia anteriore del vano di carico. Immagine tratta dal Press kit della missione finale del Columbia.

 

Nell’immagine Nasa mostrata qui sotto, tratta da un’altra missione, sono
visibili una telecamera (cerchiata in arancione) e alcui perni (due dei quali
sono cerchiati in verde).

vista telecamera e perni

Da questi elementi si capisce che
nella foto misteriosa, la telecamera è stata orientata verso l’esterno,
in modo da inquadrare appunto uno dei perni situati nelle sue vicinanze.

Di conseguenza, la “crepa” che nell’immagine misteriosa compare in
basso al centro (quella che a detta di alcuni sarebbe tenuta insieme dal
nastro adesivo) era con tutta probabilità semplicemente
una delle normali giunzioni irregolari della copertura termica flessibile
che riveste l’interno del vano di carico
, e
l’“ammaccatura” era quindi verosimilmente una semplice piega di questo
rivestimento
.

Il “nastro adesivo” più grande era probabilmente
un riflesso interno della lente della telecamera, mentre il “nastro”
più esterno sembra essere stato
un dettaglio della superficie del vano di carico. Sicuramente
sfogliando l’immenso
archivio della Nasa si trovano
delle conferme: lascio a voi il cimento. 

L’ideale sarebbe recuperare il video integrale dal quale è tratta l’immagine
controversa, in modo da capirne il contesto e il punto di ripresa: non sono
riuscito a trovarlo, ma secondo il
Corriere dell’epoca si tratta di una ripresa fatta
“durante la telefonata fra Sharon e Ramon”, ossia fra l’allora primo
ministro israeliano Ariel Sharon e l’astronauta israeliano Ilan Ramon. Questa
comunicazione, tecnicamente una in-flight conference, avvenne il 21
gennaio 2003, secondo le
foto d’archivio di Getty Images.

Perni e rivestimento sono ben visibili in quest’altra immagine Nasa,
disponibile ad alta risoluzione
qui
e relativa alla missione STS-109:

perni e rivestimento

Uno dei perni di innesto, situato sulla paratia posteriore del vano di
carico (cerchio verde), e un esempio del rivestimento flessibile (cerchio
arancione).

 

perni e rivestimento ingranditi

Ingrandimento di uno dei perni (la zona cerchiata in verde nell’immagine
precedente). Notate anche quanto è irregolare e frastagliato il rivestimento
termico: sembra “ammaccato”.

 

dettaglio giunzioni

Un altro dettaglio delle giunzioni, di forma molto irregolare, del
rivestimento termico all’interno del vano di carico.

 

Una delle telecamere del vano di carico è visibile insieme a un perno in
quest’altra immagine, tratta dalla missione STS-103:

telecamera e perni

Una telecamera (riquadrata in arancione) e uno dei perni di innesto
(riquadrato in verde).

 

telecamera e perni in dettaglio

Una telecamera esterna, in un ingrandimento della zona riquadrata in
arancione nell’immagine precedente.

 

Le varie navette non erano tutte identiche: ognuna era leggermente diversa
dall’altra. Anche le telecamere cambiavano da navetta a navetta, ma il
concetto non cambia: ogni Shuttle aveva una o più telecamere nel vano di
carico.

Per esempio, questa è una vista dall’alto della navetta Endeavour,
presa dalla Stazione Spaziale Internazionale il 7 giugno 2002: mostra molto
chiaramente una telecamera (di modello diverso da quella mostrata qui sopra) e
i perni della paratia anteriore. L’immagine originale ad alta risoluzione è
disponibile
qui.

telecamera dell’Endeavour

Una telecamera (cerchiata in verde) della navetta Endeavour.

 

telecamera e perni dell’Endeavour

Un ingrandimento dell’immagine precedente: si vedono benissimo una
telecamera (cerchiata in verde) e i perni (quelli del lato sinistro sono
cerchiati in arancione).

 

Altre foto, trovate dagli utenti del newsgroup it.scienza.astronomia,
mostrano chiaramente perni e telecamere. Per esempio,
questa
è una foto molto dettagliata della navetta Endeavour.

 

Conclusioni

Mistero risolto, dunque. Sarebbe stato bello che i media “ufficiali” si
fossero  rimangiati la falsa notizia con la stessa enfasi con la quale la
sbatterono maldestramente in prima pagina. Se ero riuscito a risolvere
l’enigma io, con l’aiuto dei lettori, come mai non c’erano riusciti loro, pur
avendo mezzi ben più potenti? Se vi vien voglia di mormorare
“voglia di scoop”, non siete soli.

Un lettore mi segnalò che il 3/2/2003
“…il TG5 aveva già smentito la notizia della crepa sulle ali e ammesso
che invece si trattava del vano di carico.”
Io stesso fui intervistato da Caterpillar, la trasmissione di
Radiodue, il 6/2/2003 per smentire questa foto. Ma tutto questo non impedì a
Corrado Augias di ripresentare con enfasi la foto su Raitre, durante la
trasmissione Enigma, il 7/2/2003. L’intervento di Augias era
preregistrato, ma l’etica professionale avrebbe suggerito di non mandarlo in
onda piuttosto che diffondere notizie sbagliate.

 

Ringraziamenti

Grazie ai tanti lettori che hanno contribuito a quest’indagine, segnalandomi
dichiarazioni, dettagli tecnici e foto, e in particolare a glucrezi,
Marco Fa** e Alex (un lettore di ZeusNews.it). Senza di loro, frugare
negli archivi della Nasa e nella miriade di siti dedicati alla tragedia del
Columbia sarebbe stato impraticabile.

 

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Disperati che fanno “centinaia di migliaia di chilometri” nel retro dei camion. Il giornalismo del copiaincolla a neuroni spenti

Disperati che fanno “centinaia di migliaia di chilometri” nel retro dei camion. Il giornalismo del copiaincolla a neuroni spenti

La notizia è triste, ma il modo in cui viene gestita dal giornalismo è quasi
altrettanto triste. O meglio, patetico.

Carlotta Rocci, su
Repubblica, scrive (copia permanente):

Il più piccolo ha 12 anni, il più grande 17, alcuni di loro sono fratelli.
Hanno viaggiato centinaia di migliaia di chilometri nascosti nel retro
dei camion. La polizia stradale di Torino li ha trovati martedì, nell’area
servizio di Stura Nord. Erano in 7, tutti afghani. 

Floriana Rullo, sul
Corriere, scrive (copia permanente):

Il più piccolo di loro ha 12 anni, il più grande 17. Sono due coppie di
fratelli, così come anche gli altri tre. Hanno viaggiato
centinaia di migliaia di chilometri nascosti nel retro dei camion che
doveva scaricare merce alla Pirelli di Torino. 

Notate delle somiglianze? Eppure sono due articoli firmati, su due
testate differenti, che contengono lo stesso ridicolo errore delle
“centinaia di migliaia di chilometri”. Evidentemente chi ha scritto
l’articolo non ha ben chiare le dimensioni del pianeta sul quale vive. La
circonferenza terrestre è 40.000 chilometri. Andare dall’Afghanistan a Torino
facendo centinaia di migliaia di chilometri, oltretutto in sei mesi, come
spiega uno degli articoli, richiederebbe un percorso leggermente tortuoso.

Ma la cosa più importante è che questo errore rivela che due articoli firmati
da due giornaliste differenti hanno chiaramente copiato dalla stessa fonte e
l’hanno fatto a neuroni spenti.

Allego gli screenshot per i comprensibilmente increduli:

La cosa curiosa è che cercando quello stesso errore in Google compaiono molte
altre fonti che lo commettono:

Come se tutti avessero attinto alla stessa fonte, senza citarla e soprattutto
senza nemmeno rileggerla. Un altro esempio di giornalismo copiaincolla, dove
tutti prendono lo stesso testo standard da qualche parte e lo ripubblicano
senza pensare a cosa stanno pubblicando, come
qui,
qui
e
qui.

Non so se è questo che si intendeva con il pluralismo dell’informazione.

Ho chiesto spiegazioni alle dirette interessate. Finora nessuna risposta.

 

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Repubblica, Antonello Guerrera e la Mela di Newton

Repubblica, Antonello Guerrera e la Mela di Newton

Ultimo aggiornamento: 2020/12/09 13:30.

Nuova puntata del grande giornalismo di Repubblica: “Antonello Guerrera e la Mela di Newton”. Guerrera, a proposito di Isaac Newton, scrive della “celebre mela che gli cadde in testa a Woolsthorpe
Manor da un albero”
. E linka pure una fonte per questa caduta. Un bel gesto, piuttosto raro nel giornalismo italofono.

Ma cosa dice la fonte linkata? Quella che dovrebbe confermare la storia della mela caduta in testa? Questo (copia permanente):

 

 

In altre parole, vista così, si ha l’impressione che Antonello Guerrera
non abbia neppure letto le fonti che cita. Anzi, non ne avrebbe neppure
letto il titolo. Credo che sia la prima volta che un giornalista cita le fonti che smentiscono il suo stesso articolo.

Ma sono sicuro che ci sarà un’altra spiegazione creativa, tipo “è stato
il titolista”, “il software ci mangia i neretti ma abbiamo continuato a
usarli lo stesso”
o “i link li aggiunge lo Stagista Schiavo di Boris,
ora lavora qui”

2020/12/09 00:15. Roby, nei commenti, segnala che c‘è un’altra perla nell’articolo di Guerrera:

“Spesso tutti noi non ci interroghiamo sul concetto di luce, ma è quella porzione dello specchio elettromagnetico che risulta visibile all’occhio umano.”

Sì, c’è proprio scritto “specchio”.

2020/12/09 13:30. Repubblica ha rettificato e risposto: “Nessuno stagista, quello dello specchio/spettro è solo un refuso in un contenuto d’archivio che non è stato @antoguerrera
ad aggiungere. Per quanto riguarda la mela, abbiamo esplicitato meglio
che si tratta di un mito, pensavamo bastasse definirla “celebre” con
tanto di link.”

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La Svizzera nega la rianimazione agli anziani malati di Covid? No. Per ora no, e cerca di evitarlo. Ma si prepara al peggio

La Svizzera nega la rianimazione agli anziani malati di Covid? No. Per ora no, e cerca di evitarlo. Ma si prepara al peggio

Pubblicazione iniziale: 2020/10/24 17:57. Ultimo aggiornamento: 2020/11/01 23:30. 

La Stampa ha pubblicato un articolo di Fabio Poletti (copia permanente qui) che cita il protocollo di triage svizzero da adottare in caso di esaurimento delle risorse mediche. L’articolo in sé è corretto, ma il titolista lo ha massacrato con un sensazionalismo acchiappaclic che è decisamente fuori luogo, intitolandolo “La Svizzera sceglie: rianimazione negata agli anziani malati di coronavirus”. Come se già adesso i medici andassero in giro a lasciar morire gli anziani. È falso.

Repubblica, invece, ha scritto che il protocollo sarebbe stato già “attuato”, titolando Se la Svizzera non cura gli anziani (tempo presente, come se stesse già accadendo adesso) e ribadendo nel catenaccio “Attuato un protocollo per le terapie intensive che riguarda gli over 75 in caso di disponibilità limitate”. Nel testo, l’articolo senza firma dice che “anche nella civilissima Svizzera gli anziani vengono messi da parte”. Di nuovo il tempo presente.

L’articolo iniziale de La Stampa è stato ripreso da Il Fatto Quotidiano e ANSA e approfondito (con link alle fonti, come si deve) da Open. Il clamore italiano ha indotto la stampa svizzera ticinese a parlarne (per esempio Ticinonews).

Ne scrivo brevemente perché molti di voi mi hanno segnalato l’articolo sapendo che abito in Svizzera e quindi mi hanno chiesto lumi in proposito.

Il protocollo in questione è questo (a La Stampa o Repubblica non costerebbe nulla linkarlo, ma non lo fa, a differenza di Open) e non è affatto applicato in questo momento. Se Repubblica o La Stampa hanno prove del contrario, che le tirino fuori. 

Questo protocollo fa semplicemente parte di quei piani che ogni governo, ogni pubblica amministrazione, ogni Protezione Civile che abbia un minimo di buon senso prepara in anticipo per decidere come affrontare le situazioni più drammatiche qualora si presentassero.

Il documento, intitolato “Pandemia Covid-19: triage dei trattamenti di medicina intensiva in caso di scarsità di risorse” e redatto dall’Accademia Svizzera delle Scienze Mediche e dalla Società Svizzera di Medicina Intensiva, lo mette subito in chiaro: “Se le risorse a disposizione non sono sufficienti, occorre prendere decisioni di razionamento”

Per ora le risorse sono sufficienti, ma l’aggravarsi della pandemia da Covid fa prospettare il rischio che le risorse non bastino per tutti. E se si arriverà a quel punto, allora bisognerà avere pronte delle regole precise su come assegnare quelle risorse. Il protocollo definisce queste regole: pragmatiche, severe, ma necessarie. Immagino che il governo italiano abbia un documento analogo, che so, in caso di eruzione del Vesuvio (questo) o di crollo di una diga.

Per esempio, il documento svizzero dice di non voler considerare criteri tipo “l’estrazione a sorte, il principio «first come, first served», la priorità a persone con un elevato valore sociale”. E descrive i principi etici fondamentali da usare: equità, salvare il maggior numero possibile di vite, proteggere gli specialisti coinvolti, eccetera.

Il triage è un concetto assolutamente normale per chiunque lavori nella gestione delle emergenze: in medicina, per esempio nelle liste d’attesa per donazioni di organi. C’è un solo organo donato e cinque pazienti compatibili in fin di vita che ne hanno bisogno. A chi lo dai? Tiri la monetina?

Lo stesso vale in tempo di guerra, o in caso di attentato o disastro che causa tanti morti. Medici e soccorritori arrivano e per prima cosa fanno triage: se si rendono conto di non avere risorse sufficienti a salvare tutti, devono fare delle scelte terribili, come lasciar perdere o dare palliativi a quelli che sanno di non poter salvare e concentrarsi su quelli salvabili. Ed è inutile fare i buonisti in poltrona: no, spesso non è possibile salvare tutti.

Fra l’altro, il documento svizzero risale al 20 marzo scorso, non è neanche una novità: ne parlava già il Corriere del Ticino in quella data. 

Insomma, non so quale sia il senso di questi articoli. Il fatto che le autorità si preparino a gestire una situazione drammatica che comporta sacrifici e scelte durissime e non la affrontino tirando a indovinare sul momento non dovrebbe essere una novità. L’esistenza di questo documento svizzero è una non notizia. A meno che l’obiettivo di questi giornali sia far pensare ai propri lettori “oddio guarda gli svizzeri, come sono freddi ’sti gnomi di Berna che già pianificano chi lasciar morire” per acchiappare qualche clic pubblicitario in più. Come se gli ospedali italiani non fossero già popolati di primari e infermieri esausti e in lacrime che fanno queste scelte tutti i santi giorni. E come se i medici italiani non avessero già pronti protocolli analoghi. Di cui Il Fatto Quotidiano parlava già a marzo scorso.

2020/11/01 18:00

La Radiotelevisione Svizzera di lingua italiana parla della vicenda in questo articolo del 26 ottobre, confermando le mie spiegazioni. Il dottor Paolo Merlani, direttore sanitario dell’Ospedale di Lugano, dice che la notizia «Presentata così come ha fatto la stampa italiana non è corretta».

Poco più di una settimana dopo la pubblicazione iniziale di questo mio articolo, la necessità di scegliere a chi assegnare i posti in terapia intensiva è diventata terribilmente concreta. Tio.ch segnala che nel canton “Soletta i
posti in terapia intensiva si stanno esaurendo: già venerdì erano solo
15, a fronte di 17 pazienti che ne avrebbero avuto bisogno. Anche nel
Giura le strutture sono sovraccariche, e alcuni pazienti sono stati
trasferiti a Basilea.”
Nel canton Vallese, “un ultraottantenne
ricoverato all’ospedale di Sion con gravi sintomi di Covid ha dovuto
interrompere il trattamento. «Normalmente avremmo trasferito questa
persona in terapia intensiva, in modo che avesse una minima possibilità
di sopravvivenza» ha dichiarato alla Nzz am Sonntag Bienvenido Sanchez,
vice-capo del reparto terapia intensiva. «Nella situazione attuale,
però, preferisco tenere liberi gli ultimi letti per i casi in cui c’è
più speranza». In realtà il problema non sono tanto i “letti” in
sé. All’ospedale di Sion ce ne sono ancora quattro liberi. Ma manca il
personale”
.

 

Ringrazio @damariani1 per la segnalazione del protocollo italiano e @davidegrandi per la segnalazione del piano per il Vesuvio. Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

Neil Armstrong: miniguida per evitare errori nei media

Neil Armstrong: miniguida per evitare errori nei media

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2020/08/25.

La morte di Neil Armstrong sta scatenando una pioggia di articoli contenenti castronerie. Spiccano quella della NBC, che aveva inizialmente annunciato la morte di Neil Young, quella di People, che ha pubblicato in grande una foto di John Young; e quella di Repubblica, che è ben più di una castroneria: ha spudoratamente copiato da Wikipedia e poi ci ha anche appiccicato sopra la dicitura “Riproduzione riservata” in un articolo spettacolarmente infarcito di errori. Uno per tutti: la doppia “più alta onorificenza civile”. No, dilettanti copioni di Repubblica, non vi farò il favore di dire quali sono gli altri errori. Arrangiatevi, oppure fate una donazione all’Astronaut Scholarship Foundation e ne riparliamo. Grazie, intanto, a @cattivascienza per le segnalazioni.

Segnalo brevemente qui gli errori più ricorrenti, così i giornalisti seri possono evitare di commetterli e i lettori possono evitare di farsi imbrogliare dagli incompetenti. Tutte le foto citate sono tratte da Apollo Archive.

La foto dell’impronta non mostra il primo passo e non ritrae Armstrong

Quella foto, numero di catalogo AS11-40-5877 (mostrata qui accanto), insieme alla sua gemella AS11-40-5878 e a quella con il piede dell’astronauta AS11-40-5880, fu scattata decine di minuti dopo il primo passo e mostra in realtà un’impronta di prova pianificata. Inoltre non fu prodotta da Armstrong ma dal suo compagno di escursione lunare Buzz Aldrin.

Esiste anche la ripresa a colori del momento in cui Aldrin produce quest’impronta. L’evento è documentato in dettaglio nell’Apollo Lunar Surface Journal. Ma La Stampa l’ha attribuita ad Armstrong.

Nessuna delle foto celebri dell’escursione lunare dell’Apollo 11 raffigura Neil Armstrong; si vede solo Aldrin

I due astronauti avevano una sola fotocamera, che si passarono per scattare foto secondo una scaletta predefinita molto precisa che definiva Armstrong come fotografo principale. Aldrin aveva il compito di scattare foto di natura tecnica. Inoltre la telefonata inattesa del presidente Nixon scombussolò in parte la scaletta. Nella concitazione si finì per non scattare foto intenzionali di Armstrong, che compare solo parzialmente in alcuni scatti.

Questo è Aldrin, non Armstrong. Foto AS11-40-5874.

Anche questo è Aldrin, non Armstrong. Foto AS11-40-5903.

L’unica foto decente di Armstrong durante l’escursione lunare. Dettaglio della foto AS11-40-5886.

Ci sono anche i fotogrammi della ripresa automatica fatta dalla cinepresa 16mm situata dentro l’abitacolo, ma sono piuttosto sgranati: qui ce ne sono un paio da un riversamento HD, quello di Footagevault, decisamente migliore di quelli che stanno circolando in queste ore.

Neil Armstrong sulla Luna. Dettaglio di fotogramma dalla ripresa automatica in 16mm.

Neil Armstrong sulla Luna. Dettaglio di fotogramma dalla ripresa automatica in 16mm.
Neil Armstrong sulla Luna. Fotogramma integrale tratto dalla ripresa automatica in 16mm.

Se vi serve una foto di Armstrong sulla Luna che abbia una buona risoluzione, usate questa, scattata mentre il modulo lunare era ancora sulla Luna, dopo l’escursione all’esterno:

Neil Armstrong nel modulo lunare Eagle, ancora posato sulla Luna, dopo aver compiuto insieme a Buzz Aldrin l’escursione lunare. Foto AS11-37-5528.

Il ritratto frontale viene spesso diffuso in versione ritoccata

Attenzione al rispetto delle norme sul ritocco giornalistico: l’originale (mostrato qui sotto, foto AS11-40-5903) è inquadrato male, tanto da troncare l’antenna radio sopra lo zaino di Aldrin.

Foto AS11-40-5903 integrale.

Ma spesso viene aggiunta una fetta di cielo falsa per bilanciare esteticamente la foto, come nel caso mostrato qui sotto:

Questa versione è falsa (cielo aggiunto).

Un peccadillo estetico, certo, ma resta il fatto la foto con la fetta di cielo aggiunta non è una rappresentazione fedele della foto originale, e i giornalisti che ancora si ricordano che cos’è la deontologia professionale e quindi hanno regole di trasparenza che proibiscono l’uso non dichiarato del fotoritocco farebbero meglio a segnalare che il cielo nero sopra Aldrin è falso.

Il video del primo passo non è quello in cui si vede Neil saltare giù dalla scaletta

Molto spesso viene presentata una sequenza televisiva in bianco e nero in cui si vede un astronauta saltare giù dalla scaletta del modulo lunare, ma non è quello il momento in cui Armstrong fece il vero primo passo e pronunciò la famosa frase “Questo è un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l’umanità”. Il primo passo è quasi invisibile nelle registrazioni della diretta TV e fu compiuto dopo che Armstrong si era soffermato ai piedi della scaletta, con i propri piedi sull’ampia zampa circolare del modulo lunare. Armstrong poggiò cautamente il proprio piede sinistro sulla superficie lunare, tenendosi alla scaletta, e pronunciò la storica frase.

Di questo momento esiste anche una ripresa a colori: qui vedete un fotogramma delle due riprese, tratto dal mio documentario liberamente scaricabile Moonscape, che copre l’intera escursione lunare dell’Apollo 11.

Dal documentario libero e gratuito Moonscape.

Dichiarazione doganale surreale

Un altro documento che sta circolando parecchio mostra quella che sembra essere una dichiarazione doganale quasi assurda che sarebbe stata compilata dagli astronauti dell’Apollo 11 dopo il loro rientro, per sdoganare le rocce lunari e soddisfare i requisiti dell’inflessibile servizio d’immigrazione degli Stati Uniti.

Molti lo stanno usando come spunto per lamentarsi delle burocrazie ottuse o lo considerano un falso, ma in realtà si tratta di un documento autentico, vale a dire di un vero modulo di sdoganamento realmente compilato e firmato da Armstrong, Aldrin e Collins. Ma lo compilarono per scherzo durante la quarantena post-volo. I dettagli sono su Space.com e The Economist, e non è l’unico documento scherzoso che riguarda le missioni Apollo.

La foto di Armstrong scelta come Image of the Day dalla NASA è fasulla

La Image of the Day odierna scelta dalla NASA è un fotomontaggio ottenuto componendo tre foto originali:

Le tre foto utilizzate sono la AS11-40-5885, 5886, e 5887, ma poi il fotomontaggio viene troncato, per cui si torna quasi alla 5886 originale, ma nel frattempo sono state introdotte quelle frange multicolore che non c’erano nell’inquadratura originale (provengono dalla foto 5887) e interferiscono con l’immagine di Armstrong. Ecco le tre foto in questione:

Foto AS11-40-5885, 5886 e 5887.

Per onorare Neil

Concludo con l’invito pubblicato dai familiari di Neil Armstrong: “Per coloro che potrebbero chiedere cosa possono fare per onorare Neil, abbiamo una richiesta semplice. Onorate il suo esempio di servizio, successo e modestia, e la prossima volta che passeggiate all’aperto in una notte limpida e vedete la Luna che vi sorride, pensate a Neil Armstrong e mandategli una strizzatina d’occhio.”