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Il sito che sa che cosa hai scaricato

C’è un sito,
I Know What You Download
(letteralmente “so cosa scarichi”), che dice di essere in grado di
rivelare che cosa è stato scaricato tramite Bittorrent da chi lo visita.

La cosa è piuttosto inquietante, ma i suoi risultati basati sugli indirizzi IP
non vanno presi per oro colato: infatti se da un lato è vero che uno
scaricamento fatto con il protocollo Bittorrent è
facilmente monitorabile
e quindi non va considerato privato, va ricordato che gli indirizzi IP vengono
assegnati agli utenti quasi sempre in modo temporaneo, per cui l’indirizzo IP
che avete adesso può essere stato assegnato a qualcun altro ieri e I Know What
You Download vi potrebbe mostrare cosa ha scaricato quel qualcun altro anziché
voi.

La schermata qui sopra, per esempio, è tratta da un mio computer e mi dice che
io avrei scaricato The Matrix Reloaded e
The Matrix Revolutions il 4 ottobre scorso. Decisamente non l’ho fatto,
visto che uso rarissimamente il protocollo Torrent e quei due film li ho
già.

Il sito offre un altro servizio interessante: la creazione di un link breve
che permette di scoprire cosa ha scaricato qualcun altro (perlomeno
secondo quanto risulta al sito). Per provarlo, scegliete un sito innocuo (un
post sui social network, una pagina di Wikipedia) e immettete il suo link
nella
sezione apposita di I
Know What You Download:otterrete in risposta un link breve da mandare
all’utente che volete sorvegliare. Il link è del tipo
https://ikwyd.com/r/4Do1.  

Quando l’utente-bersaglio cliccherà sul link che gli avete inviato, vedrà il
sito innocuo che gli avete scelto, ma IKWYD saprà qual è il suo indirizzo IP
ed elencherà a voi eventuali scaricamenti Torrent effettuati da
quell’indirizzo IP. Anche qui i risultati vanno letti con un pizzico di
cautela.

Antibufala: Tutti i green pass italiani sono su eMule! Spoiler: no

Antibufala: Tutti i green pass italiani sono su eMule! Spoiler: no

Vedo che si parla molto della scoperta di numerosi green pass italiani su eMule; è partita un’indagine d’urgenza del Garante Privacy italiano. 

Matteo Flora, nel video qui sotto, Dario Fadda su Cybersecurity360.it e Bufale.net hanno già fatto egregiamente il punto della situazione, per cui non mi dilungo, ma in estrema sintesi: lo scenario più plausibile, al momento attuale, è che molto banalmente numerosi utenti di eMule hanno scaricato il proprio certificato Covid e lo hanno lasciato nella cartella Downloads… che è quella che hanno messo in condivisione col mondo in eMule.

Per cui qualcuno ha semplicemente cercato il nome standard dei file dei certificati Covid e ne ha fatto incetta. Poi ha lasciato l’incetta a disposizione degli altri su eMule.

Non c’è nulla, al momento, che faccia pensare a una violazione dei sistemi informatici che generano i “green pass”.

Certo che bisogna essere dei Veri Geni per 

a) usare ancora eMule nel 2021

b) settarlo per accedere alla cartella Downloads generica 

c) salvare il proprio certificato Covid nella cartella Downloads…

… e poi indignarsi perché su eMule si trovano certificati Covid.

Prima che salti fuori il Solito Polemista che dice che lui usa eMule da anni e non gli è mai successo niente, vorrei ricordare che esiste Shareaza LE, una versione di Shareaza usata per il monitoraggio dei circuiti peer-to-peer, dove LE sta per Law Enforcement. Se usate eMule e simili, siete sorvegliati. Se scaricate o condividete (anche per errore) qualunque cosa il cui checksum sia nelle liste di contenuti proibiti gestite dalle agenzie governative di lotta al crimine, verrete identificati in men che non si dica.

Lo so perché ho avuto modo, pochi mesi fa, di vedere concretamente come funziona Shareaza LE e tutto il sistema internazionale di segnalazione per lavoro. Posso solo dire che è stato molto interessante. Linko un paio di esempi statunitensi (uno; due), ma i princìpi tecnici valgono anche in Europa.

Poi non dite che non vi ho avvisato.

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Svizzera, condanna per file sharing

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2010/02/01.

Ha fatto notizia, tanto da essere descritta come “decisione storica”, quella che i media locali (RSI online; Il Quotidiano sulla RSI; Ticinonline) indicano come la prima condanna per file sharing illegale in Canton Ticino, dove si trova il mio Maniero Digitale: una diciottenne della zona di Locarno (l’immagine qui accanto è puramente indicativa) è stata condannata per aver violato online la legge federale sul diritto d’autore, acquisendo e offrendo illegalmente ben 270 film e oltre 4200 brani musicali. La pena: 400 franchi, circa 270 euro (le 30 “aliquote” – pari ciascuna a un giorno di guadagno dell’imputato – sono sospese con la condizionale).

Secondo il comunicato dell’IFPI, la multa ammonta invece a 900 franchi in aggiunta a 400 di sanzione e 250 di spese del tribunale, e qualora la ragazza non dovesse pagare la sanzione affronterebbe 14 giorni di prigione. L’IFPI dice che la locarnese aveva “distribuito 4253 file di musica e film che violavano il diritto d’autore sui circuiti peer-to-peer eMule e Bearshare a milioni di potenziali utenti, causando perdite stimate di 13.500 franchi ai titolari dei diritti”.

Non sono sicuro che sia proprio la prima condanna in assoluto (ricordo altri provvedimenti del genere, presentati durante una conferenza alla quale ho preso parte, e verificherò), e vorrei vedere le carte della sentenza prima di commentarla, ma è comunque un buon pretesto per riepilogare un po’ di fatti e considerazioni sullo stato della pirateria audiovisiva in Svizzera.

Innanzi tutto occorre capire una particolarità della legge svizzera sul diritto d’autore: scaricare da Internet film musica o altro materiale vincolato dal diritto d’autore è permesso. Avete capito bene. “Secondo la stragrande maggioranza delle opinioni, il download privato in Svizzera è permesso anche senza l’approvazione degli aventi diritto, anche se l’offerta stessa è illegale”, dice addirittura la SUISA, grosso modo l’equivalente della SIAE italiana, precisando che [I]n merito non vi è tuttavia ancora alcuna sentenza giudiziaria; non è pertanto possibile rispondere al quesito in maniera definitiva”. Per ora non è chiaro se la condanna locarnese permetta di rispondere al quesito e quindi la prassi corrente resta invariata.

Ma allora perché la diciottenne è stata condannata? Perché condivideva file vincolati dal diritto d’autore, e lo faceva al di fuori dell’“ambito privato” o della “cerchia di persone unite da stretti vincoli, quali parenti o amici”, nei quali la condivisione è esplicitamente permessa (articolo 19). E a quanto pare è stata colta da una delle società titolari dei diritti d’autore tramite monitoraggio del circuito di scambio peer-to-peer al quale partecipava (il comunicato IFPI dice che è stata l’IFPI a intraprendere l’azione legale dopo aver proposto un patteggiamento extragiudiziale).

Infatti l’uso dei circuiti peer-to-peer implica quasi sempre la condivisione con sconosciuti di quello che si scarica, per cui chi li adopera, se lo fa per scaricare file vincolati dal copyright, è probabilmente in violazione della legge. Nessun problema, tuttavia, se i file scaricati e condivisi sono file dei quali l’autore ha autorizzato la condivisione o sui quali non c’è diritto d’autore per legge. L’esempio classico è il software libero (condividere una copia di Linux è legalissimo), ma anche i testi delle leggi, le foto della NASA e alcuni brani musicali seguono la stessa regola. Per cui il peer-to-peer in sé non è illegale: dipende da cosa si condivide.

Come si fa a sapere se si sta violando la legge? C’è una regola semplice: date per scontato che se usate un programma di peer-to-peer (come eMule per i circuiti eDonkey ed eKad, oppure software per Gnutella o Bittorrent) per scaricare un film o telefilm che è in TV o al cinema o in vendita, state condividendo quel film con sconosciuti e quindi state commettendo un reato. Idem per la musica: se una canzone è di un cantante o gruppo famoso, in vendita nei negozi, è illegale condividerla sui circuiti peer-to-peer. Non è sempre così, e ci sono alcune eccezioni, ma conviene adottare questo criterio prudenziale. Alla fine, insomma, basta il buon senso: scaricare gratis qualcosa che gli altri pagano è molto probabilmente illegale.

Il vero problema della sentenza ticinese è che farà scalpore per qualche giorno e poi tutto tornerà come prima: chi scarica film e musica si sente invulnerabile, perché è uno fra tanti e pensa di passare inosservato (e in effetti in genere ha ragione, visto il numero striminzitissimo di sentenze). Fra l’altro, va sfatato il mito che scaricare sia un hobby giovanile: il download di film, telefilm e musica è diffuso anche fra gli adulti. Chi ha avviato l’azione legale (presumibilmente una delle società titolari dei diritti sui film condivisi illegalmente) ha vinto forse la battaglia, ma continua a perdere la guerra: quella dell’opinione pubblica.

Un altro problema, infatti, è che manca nell’opinione pubblica la percezione del danno. In effetti è difficile per Hollywood lamentarsi della pirateria quando il 2009 è stato l’anno record d’incassi (dieci miliardi di dollari soltanto in USA e Canada, un miliardo in più del 2008, grazie anche ai prezzi maggiorati delle proiezioni in 3D), secondo TorrentFreak, e si paga una tassa (più propriamente un indennizzo) sui supporti vergini come CD e DVD, per cui molti si sentono legittimati a scaricare film, telefilm e musica.

Certo, la legge va rispettata per principio, ma in effetti in molti casi il danno reale non c’è. È sbagliato l’assunto che chi pirata non va al cinema o non compra DVD. Chi pirata, accontentandosi di vedere male film ripresi con una telecamera in un cinema, spesso lo fa perché comunque non comprerebbe il DVD e non andrebbe al cinema: non è un cliente perso ai pirati, è un cliente che non c’è mai stato. E se un film passa in TV, dove pago i diritti per vederlo, ma me lo perdo e lo scarico da Internet, o se ho comperato il DVD del film e scopro che non lo posso trasferire al mio lettore video portatile perché ha un lucchetto anticopia, dove sta il danno?

Ci sono poi persone che scaricano un film dopo averlo già visto al cinema perché ne vogliono conservare una copia al riparo dalle modifiche, dai ridoppiaggi, dalle censure e dai tagli che avvengono molto spesso prima della distribuzione in DVD/Blu-Ray, o perché il DVD semplicemente non esiste.

Un esempio: avete presente il film comico classico Operazione Sottoveste? Non esiste su DVD in italiano (uno spettatore del Quotidiano, al quale ho partecipato, mi ha però mandato la copertina che vedete qui accanto: scoprite se è vera o falsa). Se lo cercate, lo trovate solo sui circuiti di condivisione. Perché i titolari dei diritti non ne fanno il DVD?

Lo stesso vale per tanti cartoni animati, specialmente giapponesi, e per film e intere stagioni di telefilm mai distribuiti dai titolari dei diritti.

Se un’opera è introvabile e non è in vendita, di preciso che danno provoca chi la scarica da Internet e la offre ad altri appassionati? Se si vuole ragionare sul problema, è meglio dunque sbarazzarsi del cliché del cittadino scroccone, perché spesso non corrisponde alla realtà. Non siamo tutti pirati perché ci piace scroccare.

La sentenza svizzera, inoltre, non fermerà certo i pirati professionisti e quelli esperti. I professionisti hanno complici nella filiera di produzione (ricordate il primo Hulk trafugato prima che fossero finiti gli effetti speciali, per cui ogni tanto perdeva i pantaloncini? O la versione grezza di Wolverine che circolò prima dell’uscita del film); gli esperti sanno dove e come scaricare senza condividere online (qualcuno si ricorda ancora che esistono i newsgroup binari, e prendono piede i terabyte party). E intanto i lucchetti digitali e le campagne antipirateria tormentano gli utenti onesti: perché mi mettete lo spot “non ruberesti mai una borsa, non ruberesti mai un nettaorecchie elettrico, copiare film è reato” nei DVD e mi impedite di saltarlo? Per l’amor del cielo, se ho comprato il DVD, lo so benissimo che copiare è reato. Non è a me che dovete dirlo.

La soluzione più probabile al problema della violazione sistematica del diritto d’autore non è la repressione. Inutile tentare di arginare un fiume fermando una goccia alla volta. È decisamente più efficace, e inimica sicuramente meno i potenziali clienti, creare un’offerta legale di film e telefilm scaricabili a pagamento in modo semplice, come già avviene per esempio con iTunes negli Stati Uniti, offrire DVD a prezzi abbordabili ed educare gli utenti all’idea che un film va visto con i colori originali, con l’audio pulito e senza il rischio di trovarsi uno spezzone di porno a metà di Bambi (che darebbe tutt’altro senso alla battuta “Uccellino!” del neonato cerbiatto). Anche perché il cinema e la produzione televisiva danno da mangiare non solo alle star e ai produttori strapagati (che potrebbero anche darsi una regolata sui compensi milionari), ma anche a tanta gente comune: i tecnici, gli operai che costruiscono i set, le costumiste, i traduttori, i doppiatori, e tanti altri. Pensiamoci.

Megavideo, interrogativi di una chiusura-shock

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente il 2012/01/20 sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

La chiusura di Megaupload, Megavideo e siti correlati ha avuto effetto anche sugli utenti legittimi di questi siti, ossia quelli che avevano caricato file di cui erano titolari. Per questi utenti non sembra esserci possibilità di rivalsa o rimborso, dato che le condizioni di contratto prevedono esplicitamente il caso di cessazione del servizio senza preavviso e senza rimborso e raccomandano di non depositare l’unica copia di un file presso Megaupload.

Per chi ha usufruito del servizio di Megaupload per scaricare file non sembrano essere previste conseguenze legali, neppure in caso di abbonamento e di scaricamento di file sotto copyright. Va ricordato, inoltre, che in Svizzera lo scaricamento puro (senza condivisione) di file audiovisivi sotto copyright è ammesso; è invece considerato illegale lo scaricamento di programmi per computer (software di lavoro o videogiochi) non autorizzato dai titolari dei programmi stessi.

Molti si sono chiesti come sia possibile che le autorità degli Stati Uniti abbiano chiuso un servizio internazionale: la risposta è che buona parte dei server che ospitavano i file di Megaupload e affini erano situati in territorio statunitense, specificamente in Virginia e nello stato di Washington (c’erano altri server nei Paesi Bassi e in Canada).

Un altro dubbio frequente è quale differenza vi sia fra Megavideo e siti come Youtube. La spiegazione, come descritto nei capi d’accusa, è che Youtube rispetta le leggi sul diritto d’autore, che prevedono la rimozione dei video che violano il copyright quando il titolare del diritto ne fa segnalazione. Megavideo, invece, aveva escogitato un sistema grazie al quale faceva sembrare di aver rimosso i file contestati ma in realtà li manteneva accessibili tramite un altro link. Inoltre Youtube e simili hanno un catalogo pubblico e una classifica pubblica dei propri contenuti; Megavideo no (o meglio, la classifica che pubblicava era fasulla, secondo l’accusa).

La distinzione rispetto a Google o altri motori di ricerca, invece, è che Google è neutrale: offre link di ogni sorta, compresi anche quelli che portano a file pubblicati in violazione del diritto d’autore, e li rimuove su notifica. Megaupload, invece, forniva prevalentemente link a file illegali e non li rimuoveva.

Un altro aspetto curioso di questa vicenda è che il CEO (direttore generale) di Megaupload è Swizz Beatz, rapper e marito della cantante Alicia Keys, stando al New York Post e a BeatBeat.

Megavideo chiuso dall’FBI

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente il 2012/01/20 sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

Ieri sera la notizia si è diffusa in modo esplosivo, principalmente via Twitter: l’FBI ha chiuso Megavideo, Megaupload e altri siti Internet associati e le autorità della Nuova Zelanda hanno arrestato quattro titolari di questi popolarissimi siti di file sharing proprio mentre si sta discutendo negli Stati Uniti il destino dei disegni di legge SOPA e PIPA per inasprire la lotta alla pirateria audiovisiva. La reazione del gruppo Anonymous è stata immediata: attacco e interdizione d’accesso (denial of service) del sito dell’FBI, di quello del Dipartimento di Giustizia statunitense e di altri siti riguardanti il diritto d’autore.

Paradossalmente l’operazione dell’FBI sembra dimostrare che le leggi già in vigore sono più che sufficienti a reprimere i siti di file sharing che non rispettano le norme antipirateria e il suo tempismo a prima vista appare come un tentativo di influenzare il dibattito e l’opinione pubblica dopo la serrata volontaria di molti siti Internet del 18 gennaio scorso per protestare contro i danni alla libertà d’espressione nel mondo che sarebbero derivati dall’approvazione di SOPA e PIPA. Ma leggendo i capi d’accusa dell’operazione (disponibili in sintesi su Stopfraud.gov e in forma completa su Scribd) emergono dettagli estremamente interessanti.

Prima di tutto, i titolari di Megaupload non sono incriminati solo per pirateria audiovisiva: le accuse principali sono riciclaggio di denaro e creazione di un’organizzazione criminale. Poi c’è la scala enorme delle attività di Megavideo e associati: oltre 150 milioni di utenti registrati e 50 milioni di visitatori al giorno, che generavano il 4% di tutto il traffico dati di Internet. Queste attività avrebbero causato danni ai titolari dei diritti dei file scambiati per oltre 500 milioni di dollari, ma si tratta di una stima molto arbitraria.

Quello che conta – anche per le prese di posizione degli utenti della Rete – è che i gestori di Megaupload non erano semplici appassionati che condividevano film rari o le serie TV preferite per passione e senza scopo di lucro. Tramite le attività dei siti chiusi dall’FBI avevano accumulato in cinque anni oltre 175 milioni di dollari attraverso la vendita di spazi pubblicitari (25 milioni di dollari) e di abbonamenti al servizio di file sharing (150 milioni). Spendevano ogni mese milioni di dollari per la gestione degli apparati del sito. Fra i beni sequestrati dall’FBI ci sono una dozzina di Mercedes, una Rolls Royce Phantom e una Lamborghini, oltre a conti correnti milionari sparsi per tutto il mondo.

I gestori di Megavideo, inoltre, avevano consapevolmente istituito un sistema che si presentava come sito di deposito gratuito per i file degli utenti ma in realtà spingeva a sottoscrivere abbonamenti attraverso rallentamenti, limiti di tempo (72 minuti di streaming al giorno) e cancellazione dei file poco scaricati. Nel contempo offriva sostanziosi compensi in denaro agli utenti che caricavano file molto richiesti. Da qui l’accusa di associazione per delinquere.

Stasera si parla di pirateria audiovisiva alla TV svizzera: sharing selvaggio suscita sanzioni salate

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2012/05/16.

Questa sera sarò ospite in diretta del programma Pattichiari della radiotelevisione svizzera per parlare insieme agli esperti e ai protagonisti di un caso che rischia di costare oltre 20.000 franchi a una famiglia ticinese, un cui membro ha messo in condivisione sui circuiti peer-to-peer oltre 3500 canzoni.

Sarò online sul sito del programma a partire dalle 20 circa per rispondere alle domande degli internauti e cercherò di fare un mini-liveblogging via Twitter finché non mi viene chiesto di spegnere il cellulare. Intanto segnalo i link alle leggi e ai siti di riferimento svizzeri sul tema e i risultati sorprendenti di alcune ricerche sul fenomeno della pirateria musicale: solo il 13% degli americani è da classificare come pirata, e se lo dice la Warner Music, che non ha interesse a minimizzare il fenomeno, c’è da crederci; ricerche europee forniscono dati analoghi.

L’altro tema della puntata di stamattina del Disinformatico radiofonico (scaricabile temporaneamente qui) è stato Facebook, con le violazioni (almeno apparenti) degli account o fanpage di Sarkozy e Zuckerberg e l’introduzione delle sessioni via HTTPS che dovrebbe ridurre il rischio di furto di credenziali via Wifi.

2011/04/16

I mesi passano e il servizio di Pattichiari non è più in prima pagina sul sito della trasmissione, per cui includo qui il link alla puntata in streaming e alla miniguida sulla pirateria audiovisiva che ho scritto per l’occasione.

2012/05/16

Sul sito ufficiale del Canton Ticino c’è una guida scaricabile alle regole di scaricamento e pubblicazione, intitolata Pubblicare e scaricare da Internet – Qualche riflessione. Ho inoltre pubblicato un elenco di siti che offrono il download puro (cyberlocker).

Le cose che non colsi - 2013/04/17

Le cose che non colsi – 2013/04/17

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “manzo”.

Paolo Nespoli, astronauta, a Tenero il 29/4. Al Centro Sportivo Nazionale della Gioventù di Tenero (Canton Ticino), alle 20:00, ci sarà la conferenza “Dall’alto i problemi sembrano più piccoli” di Paolo Nespoli. La serata verrà moderata da Giovanni Pellegri dell’Università della Svizzera Italiana (dettagli).

Stasera sarò a Riva San Vitale. Questa sera alle 20.30 sarò all’aula magna delle Scuole Medie di Riva San Vitale (Canton Ticino) per un incontro pubblico sulla gestione dei rischi di Internet in famiglia, organizzato dall’Associazione Genitori locale.

Sindone, botta e risposta. Giulio Fanti risponde alle critiche metodologiche pubblicate su Queryonline. L’autore delle critiche, Gian Marco Rinaldi, ribatte. Interessante a dir poco: più per gli approcci differenti che per il tema in sé.

Addio, Ammiraglio Motti. Lo conoscevamo tutti come quello che quasi si faceva strangolare dalla Forza di Darth Vader in Guerre Stellari. L’attore Richard LeParmentier ci ha lasciato improvvisamente a 66 anni (TMZ; TheForce.net; The Examiner). Lo ritroviamo in Chi ha incastrato Roger Rabbit, il Rollerball originale, Spazio 1999, Superman II e Octopussy (IMDB).

KDS risparmiabenzina? Alla prova a fine aprile a Campione. Ricordate il Kinetic Drive System di Leonardo Grieco? Ne avevo parlato criticamente qui, promettendo un’indagine. Ci sarà una presentazione ufficiale e un test su strada il 20, 21, 27 e 28 aprile a Campione d’Italia, dalle 11 alle 16 e conto di andarci. Intanto segnalo un articolo che spiega l’“approvazione” da parte dell’Ufficio della Circolazione ticinese e c’è l’intervista poco chiarificatrice di Quattroruote.

Caso Stamina, nuovo affare Di Bella? Il Post riassume molto bene i fatti da sapere di questo nuovo pasticcio. È strano che quando c’è di mezzo la tecnologia s’invoca il principio di prudenza (“non è dimostrato che le onde dei telefonino causano la leucemia, ma nel dubbio vietiamo le antenne”) e si chiedono prove su prove, ma quando arriva qualcuno che promette cure miracolose la prudenza vola fuori dalla finestra e si crede a tutto.

I motori del Saturn V rinascono. Un gruppo di tecnici ha avuto il permesso di smontare, analizzare e ricostruire digitalmente uno dei motori F-1 del Saturn V che portò l’umanità sulla Luna ed è tuttora uno dei motori più potenti mai costruiti. Rivisitarli con gli strumenti e gli occhi di oggi rivela la qualità di un artigianato manuale su scala immensa: quei motori sono gioielli giganti fatti a mano. Puro geekporn su Ars Technica.

Chi scarica film porno e pirata in Vaticano? Forse pecca, di certo scrocca. Torrentfreak segnala che qualcuno, da indirizzi IP del Vaticano, scarica video pornografici e film in prima visione. Almeno una/uno dei pornointerpreti è scandalizzato, perché le copie scaricate sono piratate (HuffPost). Interessante Scaneye.net, servizio che permette di monitorare chi scarica cosa su Bittorrent.

Il cast di Star Trek Enterprise si riunisce. Per l’uscita della seconda stagione su Blu-Ray, gli attori principali si ritrovano con Brannon Braga (LeVar Burton su Twitter). Ho avuto il piacere di incontrare i quattro più esterni: Anthony Montgomery, Dominic Keating, Connor Trinneer e John Billingsley.

HTML5 permette ai siti di riempirti l’hard disk? Secondo Naked Security, molti browser hanno una falla, introdotta dalle nuove specifiche dell’HTML5, che permette di scrivere file enormi sul disco rigido semplicemente visitando una pagina appositamente confezionata. Fate il test, se siete temerari, su Filldisk.com.

Antibufala: I-Doser, gli MP3 che ti drogano?

Antibufala: I-Doser, gli MP3 che ti drogano?

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Due righe veloci e preliminari per rispondere ai tantissimi che mi stanno segnalando l’allarme per dei presunti brani MP3 in grado di produrre gli stessi effetti di una droga. Il caso sembra aver preso vita da questo mirabile articolo di TGcom:

Il fenomeno si chiama I-Doser ed è nato negli Stati Uniti e sta sbancando in Europa, dove ha attecchito soprattutto in Spagna, per poi diffondersi in modo rapido anche negli altri paesi. Italia compresa.

“Sbancando”? Siamo sicuri? Nessuno degli addetti ai lavori che ho contattato sapeva nulla di questo fenomeno prima dell’uscita di questo pezzo del TGcom. Su che basi si afferma che sta “sbancando”? Ci sono forse retate segrete di giovani trovati inebetiti con l’iPod ancora conficcato nelle orecchie? Un dato statistico, pagando la differenza, si potrebbe avere?

L’allarme è stato lanciato dal GAT il Nucleo Speciale Frodi Telematiche della Guardia di Finanza, che ha scoperto la novità nei blog e nei forum dove i giovani si scambiano informazioni. Le community online, infatti, sono i luoghi di spaccio della cyber-droga, che riproduce gli effetti delle sostanze tradizionali, ma è ovviamente diversa per la modalità di somministrazione. Non va nè ingerita, nè inalata, tantomeno fumata. Basta scaricare il software I-Doser, rilassarsi e indossare le cuffie.

Le nuove cyber droghe, infatti, sono normali file in mp3. “Agiscono sulle onde a bassa frequenza – ci spiega il colonnello del GAT Umberto Rapetto – soprattutto quelle che vanno dai 7 ai 13 hertz, ossia le frequenze della fascia di lavoro del cervello. L’orecchio assorbe questi suoni che non riesce a distinguere e che, nella maggior parte dei casi, sono mescolati a musiche psichedeliche”.

La spiegazione è un po’ confusa, perché fa sembrare che i suoni in questione siano a 7-13 Hz, frequenze che però praticamente nessuna cuffia è in grado di riprodurre (di certo non quelle normali).

Nota: il testo originale dell’articolo di TGcom diceva “dai 7 ai 13 hertz”, come ho scritto qui sopra; poi è stato corretto in “dai 3 a 30 hertz”. Grazie ad Alberto per la segnalazione.

In realtà si tratta di binaural beat: due suoni, a frequenze udibili e riproducibili dalle cuffie normali, e leggermente differenti l’uno dall’altro come frequenza: per esempio, uno è a 300 Hz e l’altro è a 307. Ascoltati in cuffia, in modo che uno solo dei due suoni raggiunga ciascun orecchio, producono un terzo suono per battimento. Per fare un paragone stiracchiato, è come se vi arrivasse un mi in un orecchio e un fa nell’altro e il vostro cervello generasse una nota che è la differenza fra il mi e il fa.

Prosegue TGcom:

Come qualsiasi mp3, i file droganti sono recuperabili attraverso i programmi peer to peer o in alcuni siti appositamente creati per diffondere l’I-Doser.

Vero: si trovano nei circuiti P2P file audio di questo genere. Ma sono davvero droganti? Ne ho scaricati alcuni tramite amici e li ho ascoltati in cuffia. Non hanno prodotto alcun effetto, se non quello di una notevole irritazione (in gergo tecnico, orchiclastia), perché non è musica: è rumore fastidiosissimo. Ma qualcuno di coloro che ne parlano li ha provati ed ha verificato che danno sballo, ha della letteratura medica a supporto, oppure si tratta dell’ennesima stupidata inventata da chi non capisce granché di tecnologia e usa queste cose per vendere fumo o per criminalizzare chi usa il peer to peer?

Già vedo le orde di madri angosciate che staccano la connessione a Internet ai loro preziosi fiocchi di neve “perché dall’Internet ci passa la droga”. Mi sa che se c’è qualcosa che manda in pappa il cervello, non è la droga via MP3, ma la disseminazione incauta di notizie come questa.

Ma andiamo avanti.

Lo spaccio virtuale segue gli stessi meccanismi di quello convenzionale. “L’I-Doser all’inizio viene regalato come una dose tradizionale, scaricare i file è quindi gratuito. Dopo, per procurarsela bisogna pagare”, dice il colonnello Rapetto. “E su questo si può immaginare anche una speculazione del crimine organizzato, sebbene ci sia una fondamentale differenza rispetto alle droghe tradizionali: le dosi virtuali sono utilizzabili più volte”.

Spero che il colonnello Rapetto sia stato citato in modo inesatto dalla giornalista (Viviana Pentangelo), sapendo bene che il virgolettato nel giornalismo italiano non è necessariamente indicatore di una citazione letterale. Lo spero, perché la faccenda, detta in questi termini, fa nascere spontanea una serie di obiezioni ovvie: se le dosi virtuali sono utilizzabili più volte, che speculazione criminale ci può mai essere? Da quando i criminali sono così cretini da spacciare prodotti che non creano dipendenza dal pusher? E se sono file MP3 scaricabili gratis dal P2P, che senso ha dire che per procurarseli bisogna pagare? Io per procurarmi le mie “dosi” per l’esperimento non ho dovuto pagare niente.

Ma la perla più bella è questa:

E ancora diversamente dal mercato convenzionale delle droghe, non esistono divieti per l’I-Doser, che è dunque legale in quanto non regolamentato.

Ma non mi dite. E allora, se è legale, perché se ne dovrebbero occupare le forze dell’ordine, lanciando addirittura un allarme? Non c’è nessun altro problema più importante di cui occuparsi?

Non è finita:

Per ora non è stato accertato quali danni possa arrecare la cyber-droga, nè se dia dipendenza. “Il fenomeno è agli albori”, afferma Rapetto. “Chi diffonde i file sostiene che non ci siano effetti collaterali, che le dosi provocano delle semplici sbornie, ma è bene che a stabilirlo siano i medici”.

In altre parole, questi MP3 sono legali, non costano nulla e in realtà nessuno sa se siano davvero efficaci o, men che meno pericolosi (e a quanto mi risulta, non fanno assolutamente nulla, altro che sbornia). Allora, di preciso, per quale ragione si sta scatenando tutto questo cancan? Già che ci siamo, non vogliamo lanciare anche un allarme sociale per il potenziale danno visivo prodotto dall’accostamento di viola e rosso nei vestiti? Istituire un corpo di vigilanza contro l’uso dei calzini dentro i sandali? Mobilitare una task force contro l’uso della k al posto del ch negli SMS e nella mail?

Poi il colonello mette in guardia: “L’I-Doser potrebbe diventare un nuovo fenomeno sociale. Ora non siamo in grado di dire quali ripercussioni possa avere su chi ne fa uso, ma se dovesse avere gli effetti degli stupefacenti, la cosa potrebbe diventare pericolosa. E allora è necessario il coinvolgimento di tutte le realtà competenti, dai ricercatori agli psicologi”.

Ben detto. La parola chiave è “competenti”. Perché mi sa che finora, di veramente competente in materia non ha aperto bocca ancora nessuno. Probabilmente perché se lo fa, gli scappa da ridere.

2008/07/02 14:00

La “notizia” dilaga. Grande invenzione, il copiaincolla, vero? Gli articoli si clonano e si ibridano. Ne parlano Il Messaggero, Il Tempo, il Corriere della Sera, Panorama e La Stampa. La notizia è arrivata anche in Svizzera su Ticinolibero.ch. Ma di dati concreti, finora, manco l’ombra. In compenso, Panorama dice che fra i file in questione c’è anche quello che produce un “effetto orgasmico”, dal quale prende il nome.

Qualcuno che legge i quotidiani online spagnoli sa confermare se davvero questo fenomeno sta “sbancando” anche in Spagna?

Il Messaggero dice di aver “riportato notizie date in una conferenza stampa del nucleo specializzato della Guardia di Finanza”, che è il GAT. Ma di questa storia non sembra esserci traccia, né nel sito della GdF generico, né in quello specifico del GAT (che merita un premio speciale per essere il sito più irritante della storia, con tre, dico tre, animazioni Flash prima di arrivare ai contenuti e una grafica ferma al 1980). Nei comunicati stampa della GdF non c’è nulla.

Ho già inviato richieste di chiarimenti in giro, ma se qualcuno riuscisse a fornire qualche dettaglio su questa conferenza stampa (dove e quando si è tenuta, per esempio) e magari avere il testo originale di quello che è stato detto, gliene sarei grato. Sto cercando di parlare direttamente con Rapetto per avere il quadro reale dei fatti direttamente dalla fonte, ma per ora devo mettermi in coda.

Vittorio, de La Stampa, mi dice che la notizia a loro è arrivata dall’ANSA, ma non si sa chi abbia scritto la notizia per l’ANSA, né se l’ANSA abbia davvero presenziato alla conferenza stampa (che però la GdF non ufficialmente mi ha descritto come comunicato stampa, non come conferenza). Boh.

2008/07/02 17:20 – Dietrofront e vittime illustri

Colti in flagrante delicto, comincia il dietrofront. Il Messaggero (grazie a chi l’ha segnalato nei commenti), o meglio l’ANSA, interpella un esperto, che liquida senza mezzi termini tutta la storia come una “trovata commerciale” che sfrutta “la credulità e la voglia di sballo a ogni costo di alcuni ingenui giovani cibernauti”. Suoni o musiche che producano gli effetti delle droghe? Non se ne parla nemmeno.

Il fenomeno, che inizialmente si diceva stesse “sbancando” in Europa, ora è improvvisamente ridimensionato da Rapetto stesso: “non è ancora quantificabile, abbiamo trovato diversi siti e forum che ne parlano, le pagine si sono moltiplicate, la gente ne parla, vuol dire che c’è un interesse crescente”. Certo. Su Internet c’è anche gente che si eccita per le foto dei piedi di Maria de Filippi, ma da lì a dire che c’è un interesse crescente e che è il caso di mobilitare la GdF, il passo è un tantinello lungo. A dire il vero, prima che i media ne parlassero gonfiando la notizia, questa storia non se la filava nessuno. Sicuramente i titolari di I-Doser.com saranno grati di tutta questa pubblicità gratuita.

Non poteva mancare l’accenno all’ipotesi dei “messaggi subliminali” che potrebbero annidarsi in questi file audio. Decisamente si sente rumore di unghie sui vetri. Speriamo non si accorgano che sui CD di Pupo c’è il codice a barre che compone il simbolo 6-6-6 di Satana. Altrimenti chi li ferma più.

Non mi soffermo sugli altri dispositivi acustici citati da Rapetto come esempi a supporto del possibile rischio di questi file audio: usano princìpi e potenze totalmente differenti.

Ho chiesto telefonicamente all’ufficio di Rapetto di mandarmi una copia del comunicato stampa riguardante questi file “droganti”, per vedere cosa ha davvero detto la GdF, ma finora non s’è visto nulla.

Da La Stampa (che ringrazio) ho ricevuto invece la segnalazione di questa chicca inviata in redazione dall’ANSA ieri, che segnala la prima vittima illustre di questa che ormai possiamo definire tranquillamente bufala DOC: Antonio Mazzocchi, Questore della Camera dei Deputati e Presidente dei Cristiano Riformisti. Dice infatti il Mazzocchi: “Siamo a dir poco allibiti dall’allarme lanciato dalla Guardia di Finanza sull’esistenza di una droga che viaggia su Internet e che trasmette delle onde al cervello che simulano gli effetti delle sostanze stupefacenti”. Una controllatina ai fatti prima di bersi qualsiasi scemenza e fare dichiarazioni no, vero?

Macché: Mazzocchi rincara la dose, secondo l’ANSA: “non è concepibile che ogni computer che abbiamo in casa o in ufficio si possa trasformare in un potenziale spacciatore. Per questo chiediamo che oltre all’intervento della Gdf, anche la Polizia Postale si attivi al più presto per fermare questo fenomeno”.

Giusto. Bravo. Spegniamo Internet e andiamo tutti a casa a giocare col Pongo, che è meglio. E che nessuno dica a Mazzocchi che nel computer si possono vedere le donne nude e le caprette che fanno ciao, mi raccomando, altrimenti gli viene il coccolone.

E se non bastasse la dimostrazione d’incompetenza tecnica e d’imprudenza: “Come Cristiano Riformisti, dopo la campagna contro la pedofilia telematica, certamente attiveremo iniziative di sensibilizzazione sull’argomento. Un genitore quando regala un pc al figlio – conclude – deve poter essere sicuro di ciò che sta facendo. Dovremo fare in modo di staccare la spina a chi vuol drogare i nostri giovani anche tramite internet”.

Io avrei una proposta più modesta: staccare la spina dello stipendio a chi si trova in posizioni di responsabilità e autorità eppure rigurgita scempiaggini di questo calibro.

Consoliamoci con questa presa in giro della pseudonotizia fatta già ieri da Radio Popolare (nell’ultimo quarto del file MP3).

2008/07/09: qualche fonte scientifica su cui meditare

A proposito dello sbancare in Spagna annunciato inizialmente dai media, Luigi (che ringrazio) mi segnala che la pagina della tecnologia di El Pais non reca traccia di questa storia e che cercando “i-doser” nel motore di ricerca del sito non viene trovato nulla.

Vincenzo e Roberto mi segnalano invece quest’analisi, con fonti scientifiche di riferimento, pubblicata su tnt-audio.com: lasciando da parte l’equivoco iniziale su come vengano generati gli infrasuoni (non dalla cuffia, ma dal battimento), che è dovuto alla domanda a cui risponde l’analisi, la spiegazione è molto chiara. Ho omesso alcuni passaggi per sintesi (indicati dai puntini di sospensione) e per indurvi a leggere tutto anziché la citazione.

…quel che è vero è che la Musica ed i suoni abbiano grande influenza sulla psiche. Ne avevamo già parlato nel 2002, in un editoriale dal titolo “Sesso, droga…e rock’n’roll?. E’ piuttosto noto che certi suoni, ad esempio, causino irritabilità, altri disorientamento e vertigini in soggetti particolarmente sensibili. Ad esempio, la risonanza causata dai potenti flussi dell’aria condizionata può raggiungere frequenze molto basse e pressioni sonore elevate, in certe circostanze (grandi superfici tipo i centri commerciali). Personalmente, mi capita di soffrire di leggere vertigini in un centro commerciale della mia città…e solo in quello (e non in altri). Quando l’aria condizionata è spenta invece tutto OK.
Non è poi un mistero che le forze armate (specie negli USA) abbiano sperimentato e stiano ancora sviluppando le cosiddette “bombe sonore” o “armi sonore” che utilizzano gli ultrasuoni o gli infrasuoni. Un esaustivo trattato scientifico su quest’ultimo argomento e sugli effetti dei suoni sugli esseri viventi, può essere letto qui (scritto dal fisico sperimentale Jürgen Altmann)
In definitiva: che i suoni possano interagire con il cervello è provato, che possano alterare l’umore pure (e tutti noi appassionati lo sperimentiamo ogni giorno), che la convinzione di assumere una droga possa suggestionare così tanto da sentirne effetti del tutto inesistenti anche (il ben noto effetto placebo)… Sarebbe stato sufficiente leggersi le FAQ del sito del produttore della “droga” I-Doser (che peccato, sono in inglese!) per capire che:

  1. Gli effetti si sentono SOLTANTO con l’ascolto in cuffia. NON si possono usare altoparlanti esterni o, peggio ancora, altoparlanti da PC, come invece è stato riportato anche dai TG nazionali (sic!). Tutto si basa su un trucchetto che sfrutta l’utilizzo di segnali diversi in ogni canale, generando dei “battimenti”. Consiglio di leggere la documentazione sul sito SBaGen, il Binaural Beat Brain Wave Experimenter’s Lab, dal quale proviene il “motore” su cui si basa il software I-Doser. Tale sistema è comunque noto ai musicisti sin dalla notte dei tempi. Ad esempio, volendo evitare la costruzione di canne d’organo troppo grandi per riprodurre frequenze molto basse, talvolta si realizzano due canne a distanza di quinta che, suonando contemporaneamente, creano l’illusione di un terzo suono più profondo. Parimenti ben noto ai musicisti è l’esistenza del famoso “terzo suono di Tartini” (‘700).
  2. … In effetti, l’importante è che il ragazzino “creda” di sballare, l’effetto placebo farà il resto. Tutti ricordano i classici scherzi fatti facendo fumare agli ignari amici qualunque cosa ma lasciando creder loro che fosse marijuana purissima, per poi sentire i racconti di fantastici “trip” del tutto immaginati e frutto della più pura suggestione….
  3. Non è necessario usare volumi sonori elevati, anzi questi sono sconsigliati dalla I-Doser stessa. Quest’ultimo aspetto fa però un po’ a pugni con le curve sperimentali di Fletcher & Munson e successivi (Fletcher, H. and Munson, W.A. (1933) J. Acoust. Soc. Am. 6:59; Robinson, D.W. and Dadson, R.S. (1956) Br. J. Appl. Phys. 7:166) secondo le quali per sentire decentemente anche solo i 20 Hz occorre usare pressioni sonore abbastanza elevate (si cerchino le curve di F&M in rete per un riferimento).

Tirando le somme, è IMPOSSIBILE che i suddetti “effetti” si possano ascoltare senza hardware elettroacustico apposito, come il sito del produttore tende a precisare, tra l’altro. Il fenomeno dei binaural beats è ampiamente studiato da oltre 150 anni (Heinrich Wilhelm Dove – 1839). Quanto poi questi “battimenti” riescano ad influenzare le onde cerebrali è materia di ampia discussione, ci sono numerosi articoli scientifici sull’argomento. Più realisticamente, quando qualcuno dichiara di sentire l’effetto, è almeno parzialmente vittima di un effetto placebo unito all’influenza che i suoni – di qualunque tipo – hanno sul nostro cervello.

Hwgadget riferisce di aver scaricato e analizzato i file, con risultati molto interessanti (efficacia zero e battimento tutto da dimostrare). Cito, ma leggete tutto l’articolo:

…e’ vero che [nei brani di I-Doser] esistono dei battimenti, ma da qui a sostenere che nel segnale globale si riescano a creare realmente frequenze cosi’ basse ce ne corre assai. Vi e’ un miscuglio sonoro armonico sommato con rumore bianco o rumore rosa in cui, soltanto in alcune porzioni temporali, si riscontrano dei battimenti per differenza di frequenza; per il resto trattasi unicamente di suoni new age con rumori ad ampio spettro sonoro.

La psicologa Giulietta Capacchione (qui il suo blog e CV) ha scritto un bell’articolo che traccia la storia e chiarisce i limiti scientifici di questi brani “allucinogeni”. Cito:

Non è facile trovare della letteratura scientifica attendibile, ma soprattutto indipendente, sull’argomento e che dirima chiaramente la questione se questi suoni siano effettivamente efficaci.
La scientificità dell’ipotesi della sincronizzazione delle onde cerebrali è acclarata: la Stanford University ha realizzato, nel 2006 e 2007 due simposi (Vedi qui e qui) in cui sono stati presentati i risultati delle più recenti ricerche sperimentali e le prospettive cliniche della sincronizzazione delle onde cerebrali attraverso suoni, ma anche luci e onde elettromagnetiche.
Quello che mi pare sia ancora dubbio è la capacità della tecnica dei battiti binaurali, così come è proposta, di produrre questa sincronizzazione.
Alcuni recenti studi scientifici che ho consultato, in banche dati non linkabili, riportano risultati dubbi, altri suggeriscono la possibilità che la tecnica possa produrre qualche effetto, scarica qui il mio pdf, ma nessuno parla di esiti “stupefacenti” neppure lontanamente.

Consiglio vivamente di scaricare e leggere il PDF in questione, che è un’ottima fonte di letteratura scientifica sull’argomento.

2008/07/10: evapora anche la “conferenza stampa”?

Molti degli articoli che hanno riportato la notizia hanno parlato di una “conferenza stampa”, durante la quale sarebbe stato presentato il problema di i-Doser e compagnia. Ma continuano ad arrivarmi segnalazioni private di vari redattori di questi articoli che affermano di non aver partecipato ad alcuna conferenza stampa ma di aver ricevuto un comunicato stampa dalla GdF. Anche fonti interne alla GdF mi dicono che non c’è stata una conferenza stampa, ma soltanto un comunicato stampa.

Inoltre i lanci ANSA dell’1/7/2008 alle 16:42 e 17:28 (che non posso pubblicare per ragioni di copyright) dai quali molte redazioni hanno tratto la notizia non parlano né di “conferenza” né di “comunicato”, ma parlano genericamente di un allarme “arrivato” o “lanciato” dalla GdF. Ho chiesto alle redazioni delle testate coinvolte di farmi avere una copia di questo fantomatico comunicato, ma finora nessuno lo ha fatto.

Eppure il Messaggero parla esplicitamente di una “conferenza stampa del nucleo specializzato della Guardia di Finanza”.

2008/09/29: Rapetto scrive degli “imbufaliti cacciatori di bufale”

È già da qualche tempo che mi arrivano segnalazioni di questo articolo a firma di Umberto Rapetto su Datamanager.it. Le allusioni al sottoscritto non mancano: anche se non viene fatto esplicitamente il mio nome, il riferimento ai “cacciatori di bufale” e a “Urla e strepiti dei condottieri della crociata antibufala” non lascia molto spazio alla fantasia (ma leggete sotto).

Francamente mi sembrano toni inutilmente astiosi e pesanti. Se ci sono dei fatti, basta che vengano presentati e documentati. Finora non si sono visti, e i test empirici hanno dato risultati che smentiscono l'”alert” dato da Rapetto. Per questo io e altri ci siamo permessi di avanzare dubbi.

Non solo: come Rapetto ben sa, prima di scrivere l’articolo ho cercato ripetutamente di contattarlo telefonicamente (era troppo indaffarato con altre comunicazioni) e ho chiesto ai suoi assistenti di farmi avere il testo originale del comunicato stampa per sapere esattamente chi aveva detto cosa. Non è mai arrivato nulla, né sono mai stato richiamato.

Oggi ho contattato Datamanager per chiedere un chiarimento sull’articolo di Rapetto. Spero che questa volta qualcuno sia abbastanza cortese da rispondere invece di spendere tempo in prolisse ma poco costruttive allusioni.

2008/09/30: Rapetto richiama e chiarisce

Ho appena terminato una piacevole chiacchierata telefonica con il colonnello Rapetto, che ha chiarito che non sono io la persona alla quale alludeva nel suo articolo e ha promesso di inviarmi tutta la documentazione necessaria per arrivare al nocciolo della questione. Sembra fuor di dubbio che la colpa del can-can mediatico sia da attribuire ai giornalisti troppo affamati di sensazione (anche loro hanno le loro droghe virtuali). Da quello che mi ha preannunciato, gli sviluppi della vicenda dovrebbero essere particolarmente interessanti. Maggiori dettagli a breve.

Podcast del Disinformatico radio di oggi

Potete scaricare da qui il podcast della puntata odierna del Disinformatico che ho condotto stamattina per la Rete Tre della RSI. Per quanto riguarda i social network, ho parlato della catena di Sant’Antonio “sono io a chiedere un favore” su Facebook, delle ricerche imbarazzanti e pericolose possibili con Facebook Graph Search e di come si può (se siete fortunati) scaricare l’archivio completo dei propri tweet

Ho anche raccontato un po’ di appunti su Mega, il successore di Megaupload, e lo strano caso del signor Dobson, a casa del quale si radunerebbero, secondo i sistemi di localizzazione, tutti i cellulari smarriti o rubati a Las Vegas: un episodio di falsa precisione (che è la parola di Internet della settimana).

Le cose che non colsi - 2010/10/27

Le cose che non colsi – 2010/10/27

P2P avvelenato, bombe atomiche ribelli, Lady Gaga da record e altro

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “fabio.col*” e “loris” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Limewire, adieu. Il servizio P2P Gnutella di Limewire, grande luogo di scambio legale e illegale sin dal 2001, ha sostanzialmente chiuso i battenti. Come conseguenza di una causa intentata contro Lime Wire LLC da alcune case discografiche statunitensi e dalla RIAA, nelle ultime versioni del client Limewire (dalla 4.18 circa) è stato inserito del codice “tossico” che ora viene attivato per isolare i singoli client dal circuito P2P. Il circuito in sé continuerà ad esistere, ma molti utenti avranno la percezione che sia stato eliminato e non si renderanno conto di dover semplicemente cambiare client (o circuito). (PCMag)

Cinquanta missili nucleari fuori controllo (o quasi). In una scena che sembra un incrocio osceno fra il Dottor Stranamore e Dark Star, sabato scorso è andato offline un nono dell’arsenale statunitense di missili caricati a testate atomiche: 50 ICBM Minuteman III situati nella base aerea Warren in Wyoming. I missili erano comunque comandabili tramite i sistemi centralizzati d’emergenza. È il caso più grande di perdita di “comando e controllo e funzionalità” nella storia del deterrente atomico USA. Aspettatevi che gli ufologi dicano che è stato un avvertimento da parte degli extraterrestri (The Atlantic).

Lady Gaga, Youtube da record. La cantante non detiene solo il record dei fan su Facebook (oltre 20 milioni) e di seguaci su Twitter (quasi 7 milioni): ha anche totalizzato oltre un miliardo di visualizzazioni dei propri video su Youtube, stabilendo un nuovo primato. Il detentore del record per un singolo video è Justin Bieber, con oltre 367 milioni di visualizzazioni del suo singolo Baby. Grazie a Internet, stiamo diventando un popolo di primati (BBC).

2012? No, 2013. O 2523. La data del 21 dicembre 2012 annunciata con tanto vigore dai catastrofisti appoggiandosi a presunte profezie Maya non è per nulla affidabile: la fine del vituperato calendario Maya potrebbe cadere nel 2013 o anche nel 2523. Spiega infatti Mariano Tomatis, autore del libro 2012 – È in gioco la fine del mondo, che la correlazione fra il calendario Maya e il nostro è soltanto una congettura basata su indizi piuttosto vaghi, tanto che gli esperti hanno proposto varie correlazioni con discrepanze enormi (Query).

iPhone, sicurezza scavalcabile. BoyGeniusReport segnala (con demo video) che il PIN di blocco dell’iPhone con iOS 4.1 può essere scavalcato, consentendo di fare telefonate, mandare MMS e accedere ai contatti della rubrica e al registro delle chiamate: si tocca il tasto per le chiamate d’emergenza, si digita un numero fittizio (per esempio “###”), si preme Send e si pigia subito il pulsante fisico di blocco del telefonino. Questo aggira la richiesta del PIN e fa entrare nell’applicazione di telefonia. Ops.

Attenzione alle mail che vi accusano di aver scaricato musica illegalmente. Il Melani, la centrale svizzera d’annuncio e d’analisi per la sicurezza dell’informazione, mette in guardia contro “un’ondata di email inviati il 14 ottobre” che accusano il destinatario di aver scaricato illegalmente materiale protetto dal copyright e chiedono 100 euro di risarcimento tramite carta prepagata Ukash. Il link contenuto nella mail portava a un sito che era un clone di quello di uno studio legale di Amburgo (che ha pubblicato un avviso). Come al solito, i truffatori fanno leva sulla psicologia e sulla coscienza sporca degli utenti.