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Il vocoder dei musicisti è un’invenzione militare

Avete presente il vocoder? Quel dispositivo elettronico usato per creare una voce distorta e robotica, usato da molti musicisti dalla fine degl anni 60 in poi? Alan Parsons (The Raven), Kraftwerk, ELO (Mr. Blue Sky), Stevie Wonder, Herbie Hancock, Michael Jackson (P.Y.T.), Daft Punk, giusto per fare qualche nome? Ha una storia molto particolare.

Il primo vocoder fu inventato nel 1938 da Homer Dudley, un ingegnere degli storici laboratori di ricerca statunitensi Bell Labs, che dopo dieci anni di ricerca su come trasmettere più efficientemente le telefonate ottenne il brevetto USA 2.121.142 (System for the artificial production of vocal or other sounds) per un sintetizzatore vocale.

All’epoca, l’idea di una macchina capace di generare una voce umana (non riprodurla come una radio o un fonografo, ma crearla) sembrava fantascienza. Ma nel 1939 un esemplare di questa macchina, pilotato in diretta da un’operatrice esperta che comandava la generazione dei vocalizzi usando una speciale tastiera e pedaliera, dimostrò al pubblico dell’esposizione mondiale di New York che una voce sintetica era possibile.

Le ricerche di Dudley furono tutt‘altro che frivole: trovarono infatti immediata applicazione in campo militare, per le comunicazioni telefoniche cifrate di altissimo livello, con il sistema SIGSALY, entrato in funzione nel 1943, che finalmente consentì alle forze alleate di comunicare a voce senza che i nazisti potessero decrittare le loro conversazioni.

Questo sistema era composto da speciali impianti situati in vari luoghi del mondo (uno al Pentagono, uno a Londra, uno su una nave, e altri in alcuni luoghi strategici del secondo conflitto mondiale). Ciascun impianto elettronico pesava oltre 50 tonnellate e consumava 30 kW. La crittografia veniva ottenuta usando speciali giradischi situati a entrambi i capi della chiamata telefonica e perfettamente sincronizzati tra loro. Su questi giradischi venivano riprodotti degli speciali dischi che contenevano rumore casuale usato come chiave crittografica. Questo rumore veniva aggiunto al segnale vocale, manipolato dal vocoder, rendendolo incomprensibile. Solo chi possedeva il disco corrispondente poteva decodificarlo. Quei dischi erano in sostanza degli one-time pad analogici. Geniale.

Il progresso tecnologico ridusse rapidamente le dimensioni e i pesi degli apparati elettronici necessari. La versione a stato solido di questo sistema di crittografia telefonica, il KY-9 THESEUS, pesava solo 256 chili. L’HY-2, la versione successiva, datata 1961, ne pesava 45 e fu l’ultima implementazione di un sistema a vocoder per le comunicazioni vocali cifrate.

Negli anni successivi la tecnologia del vocoder passò dagli usi militari a quelli civili, soprattutto in campo musicale, togliendo la crittografia ma mantenendo la capacità di manipolare la voce umana e dando vita non solo al vocoder come lo intendiamo oggi ma anche al talkbox e al controverso Autotune. E così uno strumento di guerra divenne uno strumento per creare arte. Sarebbe bello se capitasse più spesso.

Fonti

The secret story of the vocoder, the military tech that changed music forever, The Verge, marzo 2026

The Secret History of the Vocoder, The New Yorker, agosto 2014

The ‘Voder’ & ‘Vocoder’ Homer Dudley, USA,1940, 120years.net

Disponibile la miniguida podcast al download legale

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

È disponibile nella sezione Consulenze del sito della Radio Svizzera di lingua italiana il podcast (MP3, 18 minuti, 8,4 MB) che ho realizzato per la Rete Uno come introduzione allo scaricamento legale della musica. I siti citati nel podcast sono iTunes (sito USA, sito svizzero, sito italiano) e 7digital.com (disponibile solo in inglese).

Wikinews, un progetto affiliato alla Wikipedia, ha inoltre pubblicato la seconda parte di una mia lunga intervista dedicata alla genesi del Servizio Antibufala, al rapporto fra Internet e informazione, e ad altri argomenti.

Andrea Occhi ha trascritto l’intervista sul complottismo undicisettembrino che ho fatto recentemente per Radio Città Fujiko: trovate il tutto qui su Undicisettembre.info. Grazie Andrea!

Per chi chiedeva un’analisi della psicologia del cospirazionismo in generale, ho avuto il permesso di pubblicare la Critica della ragione cospirazionista di Thomas Morton. Da non perdere.

“Now and Then” dei Beatles: la voce di John Lennon è da considerare autentica o sintetica?

“Now and Then” dei Beatles: la voce di John Lennon è da considerare autentica o sintetica?

Pubblicazione iniziale: 2023/11/05 11:13. L’articolo è stato aggiornato estesamente dopo la pubblicazione iniziale per tenere conto di nuove informazioni. Ultimo aggiornamento: 2023/11/09 18:45.

I Beatles hanno rilasciato pochi giorni fa una nuova canzone,
Now and Then. È surreale che i Beatles escano con un brano nel 2023, ma
grazie al machine learning è possibile. Lasciando da parte la bellezza
del brano in sé e il suo valore emotivo, rimane la questione tecnica e quasi
filosofica di decidere se lo si possa considerare “autentico”, e più in
generale cosa voglia dire oggi questa parola.

Questo è il video ufficiale della canzone:

John Lennon aveva registrato una demo della propria voce, mentre cantava
questo brano, su una semplice audiocassetta, nel 1977, accompagnandosi al
pianoforte (questo dovrebbe essere un suo riversamento grezzo; fonte alternativa [2023/11/09: i link sono stati rimossi]). La voce di Lennon era in buona parte coperta dal pianoforte e prima d’ora era
impossibile filtrare o separare il pianoforte per recuperare solo la voce e
poi completare la canzone registrando oggi gli strumenti e le voci di
accompagnamento, come si fa di solito e come fu fatto nel 1995 per Free as a Bird, altra canzone dei Beatles che usa la voce di Lennon tratta da una demo registrata su audiocassetta.

Così i Beatles ancora in vita, Paul McCartney e Ringo Starr (Lennon fu ucciso nel 1980 e George Harrison è morto di malattia nel 2001), hanno deciso di
usare la tecnica di ricostruzione e demixing (isolamento e separazione dei singoli strumenti e delle voci, portandole su tracce separate) usata da Peter Jackson con grande successo per l’audio del documentario
Get Back (esempio).

Il procedimento è descritto nel video qui sotto, che spiega la genesi di Now and Then: l’audio originale di Lennon è ascoltabile brevemente a 3:04, 4:10 e 4:46; a 7:08 si sente la voce ricostruita, prima dell’aggiunta dell’accompagnamento musicale usato per il brano finale.

Come descritto in dettaglio in questo video, la demo originale di Lennon è stata inoltre accelerata leggermente, una porzione è stata rimossa ed è stata aggiunta una parte nuova che sfrutta dei cori tratti da altre canzoni dei Beatles, come Eleanor Rigby e Because.

I dettagli pubblicamente disponibili di questo procedimento di demixing sono scarsi, e per ora non ho trovato documentazione tecnica specifica su come è stato applicato a Now and Then. Però ho trovato questa intervista, che usa con molta circospezione i termini inglesi “generative” e “regenerative” (a partire a 8:53), questo video e questo articolo di New Scientist (paywall; copia su Archive.is), che accennano a tecniche sottrattive. Tutte queste fonti sono dedicate a Get Back, ma sembra che la tecnica usata per il nuovo brano dei Beatles sia sostanzialmente la stessa, e nei video ufficiali dedicati a Now and Then si parla esplicitamente di machine learning e si nomina il software MAL usato per Get Back e gestito, per Now and Then, da Emile de la Ray, Hunter Jackson e Tyrone Frost, come indicato nei titoli di coda del secondo video incorporato qui sopra.

Da quel che ho capito, ci sono due scenari possibili:

  • Sottrazione: i suoni del pianoforte nella cassetta di Lennon sarebbero stati rimossi dando al software moltissimi campioni di suoni di pianoforti e addestrandolo a riconoscere e sottrarre solo quei suoni, lasciando quindi pulita la voce originale di Lennon, che sarebbe stata poi elaborata digitalmente con tecniche convenzionali.
  • Generazione: il software sarebbe stato addestrato su un gran numero di campioni di alta qualità della voce di Lennon e poi avrebbe usato l’audio registrato da Lennon sulla cassetta come
    riferimento per aggiungere le frequenze mancanti o generare i suoni vocali corrispondenti in alta qualità,
    attingendo ai campioni forniti, come nel modello di bandwidth expansion che potete ascoltare verso il fondo di questa pagina.

Qualche indizio sulla tecnica effettivamente usata può emergere da questo brano dell’articolo di New Scientist riferito a Get Back, che indica che i dati usati per addestrare la rete neurale includevano campioni di persone generiche che parlano e di strumenti suonati separatamente (non dai Beatles) e spezzoni dell’audio originale di Get Back nei quali i Beatles parlavano senza altri suoni estranei oppure suonavano i propri strumenti uno alla volta:

The team consulted with Paris Smaragdis at the University of Chicago and started to create a neural network called MAL (machine assisted learning), named after the Beatles’ longstanding road manager Mal Evans. The team also started to build a set of training data that was higher quality than datasets used in academic experiments.

This training data began as generic clips of people talking and instruments played separately that team members recorded themselves, roping in friends and colleagues. In time, the team added to this data with real sections of the 1969 audio in which the Beatles could be heard speaking alone or playing their instruments solo, to add specificity.

Se si tratta di pura sottrazione, allora mi sembra ragionevole dire che la voce che si sente è effettivamente quella di Lennon. Ma se i suoni
originali sono stati ricostruiti o sostituiti con suoni analoghi di migliore qualità, sia pure provenienti da campioni della voce di Lennon, si può
ancora parlare di voce autentica?

Comunque sia, il risultato all’ascolto è indiscutibilmente notevolissimo: emotivamente, la voce è quella di Lennon. Però mi sembra che
questa tecnica generativa, se è stata usata, rischi di sconfinare nel deepfake se non
addirittura nel falso. In questo caso era disponibile come riferimento una
registrazione di Lennon che cantava effettivamente quella canzone; ma quanto sono accurati i campioni che sostituiscono gli originali (nell’ipotesi di una generazione)? E cosa
impedisce di usare questa tecnica per far cantare a Lennon qualunque altro
brano? 

Mi sembra insomma che ci sia una differenza tecnica e di principio fondamentale fra
ripulire ed elaborare una voce esistente, effettivamente registrata, e
sostituirne ogni singolo suono con un altro preso da un campionario, anche se
si tratta di campioni della voce del cantante originale. 

Per fare un paragone, è come se si decidesse di restaurare il Colosseo usando
materiali dello stesso tipo degli originali, con tecniche di costruzione
identiche a quelle originali, per ridare all’edificio l’aspetto che aveva
prima di cadere in rovina. Sarebbe ancora un edificio autentico? È il paradosso della nave di Teseo in versione musicale.

L’intelligenza artificiale, di cui il machine learning è una
branca, sta cambiando il modo in cui pensiamo a concetti fondamentali come
vero e falso, autentico e sintetico. Credo sia importante fermarci a
riflettere se è questo il tipo di cambiamento che vogliamo, e come vogliamo
dirigerlo. 

Spotify, musica sintetica per ascoltatori sintetici

Spotify, musica sintetica per ascoltatori sintetici

Più di quarant’anni fa, lo scrittore di fantascienza e futurologo Arthur C.
Clarke scrisse, nel suo libro Profiles of the Future,
parole
sottilmente sprezzanti e profetiche a proposito della musica generata tramite
computer:
“[…] ora che ai calcolatori elettronici è stato insegnato come comporla,
possiamo aspettarci fiduciosamente che ben presto alcuni di questi calcolatori
impareranno ad apprezzarla, evitandoci così lo sforzo”.*

* “The prospect for modern music is a little more favourable; now that
electronic computers have been taught to compose it, we may confidently
expect that before long some of them will learn to enjoy it, thus saving us
the trouble”
.


[CLIP: HAL si offre di cantare una filastrocca in
2001 Odissea nello spazio

Sembra che Clarke ci abbia azzeccato ancora una volta: dopo la musica
sintetica generata dall’intelligenza artificiale, è ora il turno degli
ascoltatori sintetici. 

Pochi giorni fa è emersa la notizia che la piattaforma
di streaming audio Spotify ha rimosso dal proprio catalogo decine di migliaia
di brani musicali che erano stati generati usando
Boomy, un servizio di generazione di musica
basato sull’intelligenza artificiale. Spotify ha inoltre bloccato temporaneamente la
pubblicazione di nuovi brani provenienti da Boomy.

Questi brani sono stati rimossi perché sospettati di essere ingredienti di una
frode di “streaming artificiale”. In pratica, gli account Spotify che consumavano
questi brani non erano persone reali che ascoltavano musica: erano programmi che fingevano di essere
ascoltatori, allo scopo di far salire artificialmente il numero di ascolti di brani spazzatura e generare incassi
fraudolenti.

Va chiarito, fra l’altro, che Boomy è estranea alla frode ed è soltanto uno strumento usato
dai truffatori, tanto che Spotify ha
riattivato
la pubblicazione supervisionata di nuovi brani provenienti da questo servizio
di generazione musicale.

La notizia di questo blocco di massa ha fatto scalpore, ma in realtà non è il primo caso del suo genere: il meccanismo della truffa è già noto da tempo, ma secondo le ricerche del sito specializzato Music Business Worldwide è in rapida crescita a causa di tre fattori concomitanti.

Il primo fattore è la recente possibilità di generare a costo bassissimo o nullo un numero enorme di brani musicali, grazie appunto a servizi come Boomy, che dichiara di aver generato per i suoi utenti oltre 14 milioni di tracce musicali. Questo riduce enormemente i costi operativi della frode, perché prima era necessario prendere una persona e farle comporre qualcosa che somigliasse a un brano musicale. E quella persona, ovviamente, doveva essere pagata: poco, ma pagata.

Il secondo fattore è il successo delle cosiddette stream farm, che sono delle organizzazioni illecite che usano dei software basati sull’intelligenza artificiale per simulare il comportamento di un ascoltatore di musica in carne e ossa e coordinano le attività di un numero elevatissimo di questi ascoltatori sintetici per gonfiare il numero di ascolti dei brani spazzatura.

Il terzo fattore, quello decisivo secondo Music Business Worldwide, è l’attuale criterio di distribuzione dei compensi dei servizi di streaming audio, denominato “pro-rata”. In pratica, i soldi che ciascun abbonato paga mensilmente a Spotify, Apple Music o altri servizi analoghi confluiscono in un unico conto generale. Questo totale viene poi distribuito agli artisti e alle etichette musicali in base alla loro rispettiva quota di mercato. Più un brano è alto in classifica, più soldi incassa. E qui sta il problema: questo metodo di distribuzione incentiva gli utenti commerciali del servizio di streaming, cioè quelli che producono la musica, a cercare di ottenere il numero più alto possibile di ascolti (reali o simulati) invece del maggior numero possibile di ascoltatori.

La differenza può sembrare sottile, ma ha un effetto cruciale: con questo criterio pro-rata, parte dei soldi che ciascun abbonato paga per il servizio viene versata a brani che quell’abbonato non ha ascoltato e che spesso non sono stati ascoltati da nessuno, perché il loro piazzamento nella graduatoria dei compensi è stato ottenuto illecitamente usando le stream farm. Varie fonti stimano che questa frode porti via ai servizi di streaming circa un miliardo e duecento milioni di dollari l’anno, sui 17 miliardi e mezzo incassati dallo streaming musicale in tutto il mondo nel 2022, secondo i dati IFPI. E i vari filtri utilizzati dai servizi di streaming per identificare i brani generati dall’intelligenza artificiale e bloccarli sono imperfetti e insufficienti.

Esiste però un rimedio a questo problema, che toglierebbe di colpo l’ossigeno alle frodi di questo tipo: passare a un criterio in cui i soldi dell’abbonamento di un utente vengono dati esclusivamente agli artisti ascoltati da quell’utente. È il modello che SoundCloud, per esempio, chiama fan-powered, e che altri servizi di streaming stanno iniziando ad adottare. In questo modello non c’è un gruzzolo comune di soldi altrui accessibili ai truffatori, e quindi le stream farm e i loro brani musicali fittizi non hanno più motivo di esistere.

Il problema, insomma, è serio, e non potrà che peggiorare con il maturare dei software di generazione di musica sintetica tramite intelligenza artificiale, perché i brani falsi saranno sempre più difficili da distinguere da quelli autentici. Ma una soluzione, volendo, c’è.

Disinformatico radio del 22/4: iPhone “spione”, Dropbox vulnerabile, automi musicali, galateo per Facebook e occhiali 2D

Nella puntata di venerdì scorso dei Disinformatico radiofonico, scaricabile
temporaneamente
qui
e ricevibile in podcast su iTunes, mi
sono occupato dei
problemi di sicurezza di Dropbox, di un modo semplicissimo e intrigante di
fare musica con un automa cellulare, della polemica sull’iPhone che registra gli spostamenti dell’utente, di un
mini-galateo per Facebook
e degli
occhiali per convertire i film 3D in 2D
per evitare nausea e mal di testa.

Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili.
Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la
consultazione.

Dropbox e sicurezza

Dropbox è un servizio di condivisione di
file molto popolare in Rete (25 milioni di utenti): non è il solito circuito peer-to-peer sul quale si fa circolare
materiale spesso in violazione del diritto d’autore, ma un modo semplice per
condividere documenti all’interno di un gruppo di persone o di computer.

Dropbox permette infatti (tramite un browser o il software apposito
scaricabile gratuitamente) di creare sui suoi server una o più cartelle
condivise, alle quali possono accedere solo gli utenti autorizzati.

È un modo pratico per avere sempre accesso ai propri documenti da qualunque
computer connesso a Internet (compresi i dispositivi Android), per lavorare in
gruppo ad un progetto, per avere una copia di sicurezza dei propri dati
principali e per risolvere il solito problema di chi ha più di un computer da
gestire: i dati che servono sono immancabilmente nel computer sbagliato che
non si ha a disposizione.

Tuttavia in questi giorni è nata una doppia polemica intorno a Dropbox. La
prima parte riguarda il fatto che le
condizioni d’uso del servizio
sono state aggiornate di recente per indicare che i file custoditi verranno
forniti agli inquirenti del governo USA se Dropbox riceverà un ordine di un
tribunale competente. Ma questa è una prassi standard di qualunque società
statunitense, come Gmail o Amazon, ed è un obbligo di legge; niente di nuovo,
insomma, e chi si affida ai servizi di queste società dovrebbe già saperlo e
tenerne conto.

La seconda parte riguarda invece un problema di sicurezza più sottile. Il
ricercatore di sicurezza Derek Newton ha
segnalato
che il codice hash, ossia la "chiave" che identifica ciascun
computer autorizzato ad accedere a una specifica utenza Dropbox, viene salvata
in chiaro (senza proteggerla con cifratura) sul computer stesso, ed è
trasferibile ad altri computer.

Questo significa che un aggressore che riesca ad avere accesso al computer
della vittima (fisicamente o tramite un attacco informatico) può prelevare in
pochi istanti una copia di questa "chiave" e usarla per accedere a
tutti i file che la vittima ha depositato su Dropbox e continuare a farlo
anche dopo l’attacco, restando sostanzialmente invisibile alla vittima.

Dropbox ha
dichiarato
che sta già lavorando a una soluzione per eliminare questo problema; nel
frattempo è opportuno comunque evitare di mettere online file riservati e
cifrare i documenti condivisi.

Fare musica con un automa cellulare: Otomata

Sembra il nome di un robot con telefonino integrato, ma un
automa cellulare è invece un ”sistema complesso discreto studiato in teoria della computazione,
matematica, fisica, biologia e modellazione microstrutturale”
, per dirla con Wikipedia, basato su un’idea degli anni Cinquanta del secolo
scorso. In parole povere, è un sistema, realizzato per esempio in un computer,
nel quale ci sono degli elementi semplici (celle) che interagiscono tra
loro secondo regole altrettanto semplici.

Da tutta questa semplicità, però, possono nascere sorprendentemente strutture
molto complesse. Addirittura si può generare musica. È quello che propone
Otomata, con il quale
garantisco che passerete ore a produrre musica ipnotica e sempre differente.
Non servono istruzioni complesse: basta cliccare a caso sulle caselle della
"scacchiera" di Otomata e avviare l’animazione, che prenderà a
generare musica. Buon divertimento.

L’iPhone registra gli spostamenti dell’utente

Su ogni iPhone e ogni iPad 3G c’è un file nascosto e non cifrato nel quale
viene registrato a lungo termine ogni spostamento dell’utente. La segnalazione
sta spopolando in Rete ed è attribuita agli esperti di sicurezza Alasdair
Allan e Pete Warden, che hanno pubblicato un’applicazione dimostrativa,
iPhoneTracker, che
analizza questo file e lo traccia su una mappa, con risultati impressionanti.

Il file, consolidated.db, è disponibile anche nelle copie di backup di
iTunes dell’utente, il che significa che qualunque applicazione (per esempio
un virus o un cavallo di Troia) presente sul computer sul quale gira iTunes
potrebbe accedervi. In caso di furto o smarrimento del telefonino, un
malintenzionato tecnicamente competente potrebbe leggerne il contenuto. Uno
degli scenari più pittoreschi proposti dagli esperti di settore è quello
dell’avvocato divorzista che chiede alla sua assistita
"Signora, lei sospetta un’infedeltà coniugale. Suo marito ha un
iPhone?"
. Infedeltà a parte, è un problema per chi deve tenere riservati i propri
spostamenti per lavoro, per esempio, mentre le forze di polizia potrebbero
trovare molto utile questo file nel ricostruire gli spostamenti di una
persona. Anzi,
c’è chi dice
che questo avvenga già.

In realtà l’esistenza di questo file è nota da mesi nella letteratura tecnica,
grazie per esempio al lavoro di
Alex Levinson. Va chiarito, inoltre, che il file completo non viene inviato ad Apple (a
differenza del campione di coordinate GPS e Wifi inviato due volte al giorno):
resta sul telefono, e la raccolta di dati geografici viene esplicitamente
autorizzata dall’utente quando sottoscrive le condizioni di contratto.

A che scopo vengono raccolti questi dati? La spiegazione più probabile non è
certo che Apple voglia spiare i propri clienti, ma che l’azienda della mela
morsicata voglia usare i dati raccolti per generare una mappa delle posizioni
delle antenne cellulari e degli hotspot wifi, come del resto indicato appunto
nelle diciture di attivazione del telefonino, senza dover ricorrere ai costosi
servizi delle società specializzate, come Skyhook.

Per chi volesse, il problema può essere risolto cifrando i backup oppure
inserendo dati fasulli nel file oppure ancora cambiandone i permessi.
Paradossalmente, il metodo più semplice è scavalcare le opzioni di sicurezza
facendo il jailbreak del telefonino e installare
Untrackerd, un’applicazione che ripulisce automaticamente e continuamente il file
incriminato.

La preoccupazione in Rete è forse eccessiva, ma è importante essere
consapevoli di questa raccolta di dati in modo da sapersi regolare. Come suo
solito, Apple per il momento non ha commentato la notizia.

Fonti aggiuntive:
The Register
, BBC,
Dominic White
,
F-Secure
.

Esiste un galateo per Facebook?

Facebook ha così tante opzioni e funzioni, spesso prive di un equivalente nel
mondo reale, che è facile non intuire le vere conseguenze di un’azione che ci
pare innocua. È vero che i galatei sono fatti apposta per essere ignorati, ma
se cercate una serie di regole su come usare correttamente questo social
network senza offendere e senza infastidire, eccovi qualche suggerimento.

1. Non aggiornate il vostro stato con informazioni frivole o
irrilevanti.

A nessuno interessa cosa avete mangiato a mezzogiorno o se siete in ascensore.
Chiedetevi sempre a quanti dei vostri interesserà quello che state per
scrivere.

2. Non taggate gli amici nelle foto in cui sono venuti male.
Se qualcuno tagga voi in questo modo, è accettabile "staggarsi”.

3. Niente poke. Mai. È infantile, lasciatelo per gli
adolescenti e gli innamorati.

4. Non parlate delle attività riservate della vostra azienda. Non dovrebbe essere necessario ricordarlo, ma c’è sempre qualcuno che non ci
pensa.

5. Non diffondete appelli e catene di sant’Antonio. Sono
quasi sempre inutili, scaduti o falsi.

6. Concordate gli appuntamenti privati in un messaggio privato, non nella
Bacheca (Wall).

Altrimenti date l’impressione di fare uno sgarbo a tutti coloro che leggono
l’invito ma non sono invitati.

7. Tenete sempre presente chi esattamente potrà leggere il vostro messaggio
o vedere la vostra foto.
Non vorrete certo che un datore di lavoro o una ex partner si faccia i fatti
vostri.

8. Scegliete se volete accettare chiunque come "amici" o se
volete includere solo gli amici veri.

Nel primo caso, abituatevi a scrivere come se parlaste in pubblico:
probabilmente non avete idea di chi vi può leggere. Nel secondo, ricordate che
non c’è nessun obbligo di accettare l’amicizia di nessuno.

9. Evitate la chat se non è strettamente indispensabile e non pretendete
risposte immediate.

Il fatto che una vostra amica abbia aperta la propria sessione Facebook non
significa che abbia a disposizione tutto il giorno per chiacchierare.

10. Se chiedete l’amicizia di qualcuno, spiegate perché. È
importante dare una buona ragione, per far capire che non state semplicemente
collezionando amici per fare numero.

Fonti:
PC World
,
Sherweb
,
Allfacebook
.

Dopo gli occhiali 3D, gi occhiali… 2D?

Sembra un pesce d’aprile, e in effetti inizialmente
lo era (su Thinkgeek), ma l’idea degli occhiali che eliminano l’effetto tridimensionale dei film
in 3D per risolvere i problemi di nausea e fastidio che alcune persone
lamentano quando vanno al cinema a vedere una proiezione in 3D è diventata, a
quanto pare, realtà.

Esiste infatti un sito,
2D-glasses.com, che vende a circa 10
dollari degli occhiali che consentono di andare a vedere un film in 3D senza
effetto 3D. L’inventore, Hank Green, dice di averli inventati per risolvere il
problema della moglie, che diversamente da lui soffriva di mal di testa quando
andavano insieme a vedere i film tridimensionali. Considerato che spesso molti
film sono disponibili solo in 3D e c’è una percentuale non trascurabile di
persone che non apprezza il 3D o addirittura ne è
infastidita, specialmente quando è un effetto simulato malamente, questi occhiali
potrebbero essere una soluzione utile a molti.

Il principio di funzionamento è semplice e plausibile: nei normali occhiali 3D
(quelli passivi a polarizzazione, senza batterie), le due lenti sono
differenti e ciascuna blocca una delle due immagini proiettate, in modo che
ciascun occhio veda quella che gli compete e non veda l’altra. Il cervello
unisce le due immagini e si ha, quando tutto va bene, l’effetto
tridimensionale. Quando va male, invece, si ha l’emicrania.

Gli occhiali anti-3D hanno invece due lenti uguali: entrambi gli occhi vedono
così una sola immagine della coppia proiettata e quindi la visione è
bidimensionale, come ai vecchi tempi. Funzionano soltanto con i sistemi
passivi e quindi non sono adatti a tutti gli schermi cinematografici e
televisivi; è quindi meglio informarsi sulle caratteristiche tecniche della
sala e del televisore prima di fare l’investimento.

Finalmente potremo andare a vedere i film così come erano stati pensati dai
loro registi. Stranamente, Hank Green non ha pensato di aggiungere agli
occhiali anti-3D un accessorio fondamentale: i tappi per le orecchie, così
potremo vedere i film come si deve, alla vecchia maniera. Muti.

Fonti:
Techland.time.com
,
Geekologie
,
Geek.com
.

Vasco Rossi, singolo solo online: pagare di più per avere di meno, grazie all’anticopia

“Basta Poco” è il titolo della
nuova canzone di Vasco Rossi, che ha debuttato da poco su Internet, in
anteprima su Tre.it a 2 euro
e 50 e poi su iTunes a 99 centesimi di euro. C’è chi si esalta per questo
primo caso di distribuzione esclusivamente via Internet per un artista di
classifica, ma la notizia va presa con un pizzico di cautela.

Il brano, infatti, non è liberamente copiabile una volta acquistato: sia su
iTunes, sia negli altri punti di vendita (come
Mediaset Music Shop), è protetto da sistemi di Digital Rights Management (DRM) che ne
limitano la duplicazione e l’utilizzo
anche per il legittimo acquirente.

Quando comperate un CD musicale tradizionale, siete liberi di riversarlo sul
vostro lettore MP3 o di farne una copia di scorta da tenere in auto (così
l’originale non si rovina e non si perde in caso di furto). Se invece
acquistate la versione iTunes di un brano, lo potete riprodurre soltanto sugli
iPod; non funziona sui lettori MP3 di altre marche. Inoltre potete abilitarne
la riproduzione su un massimo di cinque computer. La versione protetta
dall’anticopia Windows ha un limite di tre PC e di cinque lettori MP3 (da
scegliere fra quelli che supportano i sistemi DRM Microsoft; per gli altri,
niente da fare). Se poi usate Linux, lasciate perdere: l’anticopia è soltanto
per Windows e Mac.

Per aggirare queste limitazioni, potete masterizzare la canzone su CD e poi
riconvertirla in MP3 privo di protezioni anticopia. Ma a parte l’ovvia
scomodità e la relativa difficoltà dell’operazione, c’è il problema della
qualità. Il brano scaricato è fortemente compresso e qualitativamente
inferiore alla versione CD già in partenza; se poi viene sottoposto a ben due
passaggi di conversione (da file protetto a CD e poi da CD a MP3 non
protetto), la qualità scende ancora.

C’è poi da considerare che queste limitazioni sono indicate in modo poco
evidente dai siti dei rispettivi rivenditori (due misere righe
sul sito Mediaset, per esempio), per cui il consumatore può facilmente
sentirsi bidonato, anche perché sa che la medesima canzone è disponibile sui
circuiti peer-to-peer in versione “pirata” senza tutte queste
limitazioni e magari anche a un bitrate qualitativamente migliore. In
altre parole, al legittimo acquirente vengono imposti lucchetti che non
servono assolutamente a nulla e lo mettono nella situazione ironica di esssere
punito perché onesto.

Una canzone di Janet Jackson crashava i laptop

Una canzone di Janet Jackson crashava i laptop

Questo articolo è disponibile anche in versione podcast audio.

Non capita a molte cantanti pop di essere la causa tecnica di un collasso di
sistemi informatici, ma Janet Jackson può vantarsi di questo aspetto molto
particolare della propria carriera musicale. La sua canzone
Rhythm Nation, del 1989, è infatti citata ufficialmente come causa di
un malfunzionamento informatico nel database Mitre delle vulnerabilità (CVE-2022-3892).

La curiosa citazione deriva da un
articolo
di Raymond Chen, di Microsoft, e anche se è targata 2022 risale in realtà ai
tempi di Windows XP, intorno al 2005. Un’azienda leader nella fabbricazione di
computer, di cui Chen non fa il nome, scoprì che quando veniva suonata
specificamente questa canzone di Janet Jackson alcuni suoi modelli di laptop
andavano in crash. Già questo era insolito, ma la cosa ancora più
strana era che lo stesso succedeva anche ad alcuni laptop di marche
concorrenti.

I ricercatori che investigarono il problema scoprirono inoltre che riprodurre
il video della canzone su un laptop mandava in crash anche un altro
laptop collocato nelle vicinanze, anche se quell’altro laptop non stava
suonando il brano.

Alla fine, e probabilmente dopo un numero di esecuzioni di
Rhythm Nation che deve averli spinti a odiare per sempre la canzone, i
ricercatori scoprirono la causa del bizzarro problema: il brano conteneva una
delle frequenze di risonanza dello specifico modello di disco rigido da 5400
giri al minuto installato su quei laptop. In altre parole, i suoni della
canzone innescavano delle vibrazioni sempre più intense nel disco rigido che
gli impedivano di funzionare.

Non vi preoccupate: si trattava di dischi rigidi tradizionali, del tipo con
piatti e testine, non dei dischi rigidi a stato solido che si usano oggi e che
sono infinitamente meno sensibili alle vibrazioni in generale.

La soluzione adottata dal fabbricante fu semplice: fu aggiunto al sistema
audio un filtro che escludeva le frequenze colpevoli. Chissà se sapremo mai
quali erano i dischi rigidi vulnerabili a Janet Jackson.

Fonti aggiuntive:
The Register, Tenable.

I messaggi dei sottomarini militari sono in Tubular Bells di Mike Oldfield

Ultimo aggiornamento: 2022/01/31 22:20.

C’è un collegamento decisamente strano fra il film L’Esorcista (1973),
l’informatica e i sottomarini militari.

Nell’album Tubular Bells di Mike Oldfield, usato nella colonna sonora
de L’Esorcista in modo memorabile e inquietante, c’è realmente un
messaggio nascosto, coperto dalla musica. 

Non sto parlando dei presunti messaggi satanici che si anniderebbero in certi
brani musicali se vengono riprodotti al contrario, ma di un vero e proprio
messaggio tangibile e concreto, che però non è stato inserito intenzionalmente
da Mike Oldfield. Ma allora come ha fatto a rimanere impresso nell’album?

Per capirlo bisogna riscoprire la storia di quell’incredibile disco.
Tubular Bells fu registrato nel 1973, quando Oldfield aveva solo 19
anni, presso i celeberrimi
Manor Studios di
Richard Branson, a
Shipton-on-Cherwell, in Inghilterra, a nord di Oxford.

A un’oretta di distanza da questi studi di registrazione c’era
Rugby Radio,
una stazione radio militare a frequenza molto bassa o VLF, che veniva
usata per inviare messaggi ai sottomarini della Marina britannica attraverso
le sue antenne alte fino a 250 metri.

Questa stazione radio era talmente potente che i suoi segnali entravano negli
impianti di registrazione dei Manor Studios, lasciando una traccia molto fioca
a 16 kHz di cui i tecnici non si accorsero durante la registrazione dell’album
di Mike Oldfield.

Insomma, in Tubular Bells sono stati registrati per errore i messaggi
militari dei sottomarini, che sono lì da scoprire ancora oggi grazie
all’informatica.

Infatti, come spiegato da David Schneider su
IEEE Spectrum, se si prende un CD di Tubular Bells, lo si converte in un file WAV e
lo si elabora con un’applicazione di software-defined radio (SDR)
sintonizzata su 16 kHz in modo da demodulare i segnali a onda continua, emerge
molto chiaramente del codice Morse. Nei suoi esperimenti, Schneider ha trovato
molte ripetizioni delle lettere VVV (che significa “prova”) e
GBR (che era la sigla identificativa o callsign della stazione
radio militare).

Riccardo Rossi ha verificato questa chicca prendendo un file audio di
Tubular Bells in formato FLAC e filtrandolo con il software SDR, con
questo risultato:

L’idea che in un album musicale siano annidati per errore dei messaggi
militari di quasi cinquant’anni fa è già abbastanza bizzarra, ma c’è di più:
lo stesso software usato per estrarre questi codici dal disco di Mike Oldfield
può essere usato per il monitoraggio delle eruzioni solari, che emettono
potenti segnali radio VLF. Grazie al software, è possibile oggi costruire una
stazione di monitoraggio di questi eventi astronomici con circa 70 dollari (o
euro o franchi). Prima un equipaggiamento del genere sarebbe stato enormemente
più costoso.

A questo punto sovviene un pensiero: quanti altri album furono registrati in
quegli studi britannici e quindi forse contengono altri segnali militari? E
più in generale: man mano che la tecnologia di analisi dei segnali diventa più
sofisticata e i costi delle apparecchiature scendono, quante altre tracce
fantasma del nostro passato troveremo nascoste nelle vecchie registrazioni?

Ma soprattutto resta un mistero: come faceva David Schneider a sapere di poter
cercare i segnali dei sottomarini dentro Tubular Bells?

Addenda /1

Riccardo Rossi mi ha inviato queste istruzioni per consentire di replicare il
suo esperimento:

DECODIFICA TRASMISSIONE MORSE DELLA RUGBY RADIO STATION IN TUBULAR BELLS
(1973)

1) Procurarsi una registrazione ad alta qualità della versione originale di
Tubular Bells di Mike Oldfield registrata nel 1973 in uno dei
seguenti modi:

a. DIFFICILE – Procurarsi il vinile della versione originale ed avere
l’attrezzatura per farne una copia digitale in formato .wav

b. MEDIO – Procurarsi il CD con la traccia originale (e non le versioni
rimasterizzate pubblicate dallo stesso Oldfield negli anni 2000) e farne una
copia in formato .wav

c. FACILE – Cercare e scaricare da internet il “rip ISO” del CD o la
versione .flac ad alta qualità, dopo di che convertirla in formato .wav con
uno dei tanti software audio disponibili gratuitamente.

* Per scopi puramente scientifici ho caricato la traccia .flac a questo link
temporaneo https://t.co/riVYXCyfyZ

** Non è un caso che non abbia preso in considerazione le versioni in .mp3,
in quanto questo tipo di compressione cancella completamente (o inibisce
moltissimo) la gamma di frequenze dove è rimasta registrata la trasmissione
radio.

2) Procurarsi un software SDR; ce ne sono diversi gratuiti ed io ho scelto
SDR# (Windows) disponibile a questo link:
https://airspy.com/download/.

Questi software normalmente funzionano accoppiati ad un dongle SDR o ad una
radio, ma possono anche analizzare delle registrazioni “offline” andando a
leggere semplicemente un file, ed è proprio quello che andremo a fare.

3) Scompattare SDR# in una cartella e lanciare SDRSharp.exe (non è
necessaria una installazione).

4) Nel pannello SOURCE in basso a sinistra, dal menu a tendina
selezionare Baseband File (*.wav) e caricare il file .wav di
Tubular Bells.

5) Selezionare RAW nel pannello RADIO in alto a sinistra e nel campo
Bandwidth
inserire il valore 44000.

6) Premere il tasto PLAY in alto a sinistra, e dovreste iniziare a sentire
Tubular Bells.

7) Se notate attentamente sullo spettrogramma in corrispondenza dei 16 kHz
c’è un segnale sottile, che è una cosa abbastanza inusuale per una traccia
audio. Per isolare ed ascoltare solo quella fettina di spettro,
selezionare CW nel pannello RADIO. La modalità CW (continuous wave)
serve per la ricezione di segnali in codici morse che intrinsecamente hanno
una banda molto stretta (una volta cliccato CW noterete che il software
porta automaticamente la Bandwidth
da 44000 a 300).

8) A questo punto sintonizzatevi sui 16 kHz cliccando la zona di interesse
col mouse sullo spettrogramma (o scrivendo 16.000 nei campi numerici in alto
a destra dello slider del volume). La sequenza di punti e linee ora dovrebbe
essere chiaramente udibile.

Riky IU4APB

Addenda /2

Alcuni esperti di storia delle radiocomunicazioni mi hanno espresso
perplessità sulla descrizione della natura militare delle trasmissioni di
Rugby Radio. Riporto testualmente quello che scrive David Schneider
nell’articolo che ho linkato:
“[…] the British government operated a very-low-frequency (VLF) radio
station to send messages to submarines”
.
Inoltre un articolo tematico su OurWarwickshire.org.uk
dice che
“During the Falklands War in 1982 a special South Atlantic short wave
circuit was urgently set up for the MoD. This, together with the GBR VLF
transmitter used by the MoD(N), helped in the war effort.”

E
questo documento dedicato a Rugby Radio
dice che
“During and following the 2nd World War the traffic moved from commercial
telegrams to ships and diplomatic news broadcasts, to Air Ministry weather
forecasts and finally played an important part in the Cold War, providing
submarine communications for the Royal Navy.”

Un uso militare di Rugby Radio sembra insomma ragionevolmente ben
documentato. 

Chicca: il secondo documento che ho linkato cita una cosa che sembra tratta di
peso da un libro steampunk di passati alternativi: nel 1926 (un secolo fa,
insomma) Rugby Radio aveva una portata planetaria. Il suo segnale
Morse, diffuso con 350 kW di potenza al trasmettitore, si riceveva in tutto il
mondo e faceva parte dell’Imperial Wireless Network, la rete senza filo
dell‘Impero britannico. E l’anno successivo (1927) fu inaugurato il
servizio telefonico intercontinentale fra il Regno Unito e gli Stati
Uniti. Il servizio era piuttosto esclusivo: portava un massimo di
due telefonate e una telefonata di tre minuti costava circa 600
sterline di oggi, ossia settecento euro.

In 1927, just a year after the Radio Station opened, the first radio
telephone service from the UK to the USA began. Later this service could
carry a maximum of two telephone calls using a frequency of 60-68 kHz in the
Long Wave band. The cost of a call, during the first year of service was £15
for three minutes, about £600 at today’s prices. The service was transmitted
from Rugby and the receiving station for the return leg of the circuit was
at Wroughton in Wiltshire. Later a receiver at Cupar in Scotland was also
used. In the USA the receiver was at Houlton in Maine and the return leg
transmitter at Rockypoint, New York.

Addenda /3

Nei commenti, pgc segnala che Schneider spiega in parte come faceva a
sapere dei segnali dei sottomarini dentro Tubular Bells quando dice
“[…] It seems the powerful emanations from this nearby station, broadcast
at a radio frequency of just 16 kilohertz (within the audio range), were
picked up by the electronic equipment at Branson’s studio and recorded at a
level too low for anyone to notice. After learning of this, I purchased an old CD of Tubular Bells
. Insomma, sembra che Schneider sia venuto a conoscenza dei radiodisturbi che
affliggevano i Manor Studios in quel periodo (forse da qualcuno che ci
lavorava) e che abbia semplicemente scelto Tubular Bells come uno dei
vari album registrati nel periodo giusto in quello studio di registrazione.

La tesi di complotto più demenziale? Beyoncé è in realtà italiana e si chiama Ann Marie Lastrassi

La tesi di complotto più demenziale? Beyoncé è in realtà italiana e si chiama Ann Marie Lastrassi

Ultimo aggiornamento: 2021/06/25 15:25.

Quando pensi di averle sentite tutte, arriva una tesi di complotto che supera
in demenzialità tutte le precedenti. A luglio 2020 un politico della Florida,
K.W. Miller, ha
dichiarato
su Twitter che secondo lui Beyoncé non è afroamericana ma italiana ed è
collegata a George Soros. E la storia gira tuttora sui social network.

La cantante, ha scritto Miller, fingerebbe di essere afroamericana per avere
maggiore visibilità, ma in realtà si chiamerebbe Ann Marie Lastrassi e tutto
questo sarebbe collegato ai piani di Soros per il cosiddetto
Deep State. Come se non bastasse, ha aggiunto Miller, la sua canzone
Formation conterrebbe informazioni che dimostrerebbero che l’artista
frequenta chiese sataniste.

Il sito antibufala Snopes.com fa
notare che
Beyoncé è figlia di genitori neri, Tina e Mathew Knowles, e che la sua
genealogia porta alla Louisiana. Non c‘è nessun legame con l’Italia. Non c’è
nessuna prova di quello che viene asserito dalla tesi di complotto.

Ma a parte questo, la tesi non sta in piedi per semplice logica: ci viene
chiesto di credere che
”George Soros abbia trovato una cantante italiana, le abbia dato un nome
nuovo, l’abbia portata negli Stati Uniti, abbia trovato due persone di
colore disposte a fingere di essere suoi genitori, le abbia trovato un ruolo
nelle Destiny’s Child, abbia aspettato che diventasse una solista di
successo e poi, dopo oltre vent‘anni di pazienza ingannevole, le abbia fatto
inserire nelle canzoni dei messaggi subliminali che parlano di Nuovo Ordine
Mondiale”
.

Questo è il genere di delirio che circola su Internet e in particolare nei
seguaci delle teorie di QAnon, citate da K.W. Miller negli hashtag dei suoi
tweet. 

Ma da dove nasce una tesi del genere, così stranamente specifica, con tanto di
citazione di un nome italiano? Secondo Snopes, la diceria è nata su Twitter a
giugno 2020 per puro scherzo e poi si è trasformata. Un utente ha pubblicato
due foto dell’artista e un altro utente le ha commentate dicendo
scherzosamente che in realtà Beyoncé era un’italiana dalla carnagione scura di
nome, appunto, Ann Marie Lastrassi, e che era stata contattata dagli
Illuminati e
“convinta, tramite telepatia aliena, a cambiare la propria origine”. I
genitori si chiamerebbero Gian-Giuseppe e Maria Marsilia Lastrassi, e Ariana
Grande sarebbe la figlia perduta di Beyoncé. Eccetera, eccetera, in un
crescendo
di affermazioni strampalate. 

Un’invenzione fatta insomma per prendere in giro il complottismo, ma che poi è
mutata diventando una tesi di complotto creduta vera. Ed è per questo che è
pericolosissimo diffondere tesi di complotto per divertirsi alle spalle dei
creduloni o fare “esperimenti sociali”: se ne perde sempre il controllo.

Addio a Google Hangouts e al Music Store di Google; chiude anche Yahoo Gruppi

Addio a Google Hangouts e al Music Store di Google; chiude anche Yahoo Gruppi

Di solito Internet è piena di annunci di nuovi mirabolanti servizi, presentati con grande clamore; si usa la sordina, invece, quando un servizio esistente viene rimosso, e questo è un problema per chi si è abituato a usare quel servizio e magari ci ha anche depositato dei dati che non vorrebbe perdere.

Google ha annunciato che chiuderà Hangouts, la sua piattaforma di messaggistica e videochiamate, nel primo semestre del 2021. La cronologia e i contatti verranno migrati automaticamente alla nuova piattaforma di Google, denominata Google Chat.

Google Play Music, il negozio online di musica di Google, ha già chiuso: la sua pagina invita gli utenti a trasferire la propria musica a YouTube Music entro fine anno o scaricare i propri dati se non vogliono perdere tutto.

Sta per lasciarci anche un altro servizio storico di Internet: Yahoo Gruppi, il servizio di gruppi di discussione e di mailing list nato quasi 20 anni fa (a gennaio 2001). Dal 15 dicembre cesserà di essere accessibile, come spiegato in dettaglio in questa pagina di Yahoo, che include anche le istruzioni per scaricare i propri dati.

Fonti aggiuntive: Gizmodo, Yahoo/Archive.org, Ndtv.