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Facebook, Instagram, WhatsApp bloccati in tutto il mondo per sei ore

Facebook, Instagram, WhatsApp bloccati in tutto il mondo per sei ore

Mentre scrivo la prima stesura di queste righe Facebook e le sue proprietà (WhatsApp, Instagram e Oculus) sono completamente
inaccessibili da alcune ore in tutto il pianeta. Facebook ha confermato
laconicamente il problema con
un post su Twitter.

Anche la pagina ufficiale di stato di Facebook,
status.fb.com, è inaccessibile.

Questa è una mia prima sintesi della situazione. La aggiornerò man mano che ci
saranno novità.

Ultimo aggiornamento: 2021/10/07 20:30.

A quanto risulta dalle prime analisi e
indiscrezioni, tutto è iniziato intorno alle 15.40 UTC (le 17.40 italiane) in seguito a un
errore commesso durante un cambiamento di configurazione interno a
Facebook. 

Questo errore comporta che tutta Internet non sa più dove trovare Facebook,
perché qualcuno di Facebook ha cancellato la mappa che dice dove si trova
Facebook e che strada fare per raggiungerlo.

In termini leggermente tecnici: l’errore di configurazione ha reso
inaccessibili da remoto i BGP peering router di Facebook, i computer
dell’azienda che gestiscono il BGP (Border Gateway Protocol), che è il
protocollo di Internet che determina l’instradamento (routing) dei dati
da trasmettere, come spiegato
qui e
qui.

L’errore ha causato l’eliminazione
improvvisa dei route (percorsi) BGP che consentivano di accedere
ai server DNS di Facebook, per cui il DNS di Facebook non va più (lo sappiamo
da
tweet come questo).

Il problema è che correggere questo errore richiede che si acceda
fisicamente a questi peering router, visto che non sono più
raggiungibili da remoto, ma chi può farlo non è necessariamente dotato delle
autorizzazioni e dell’autenticazione che sono necessari. BNO News alle 22.15
ha
tweetato,
citando il NYT, che Facebook ha
inviato una squadra a uno dei suoi data center a Santa Clara, in
California, per resettare manualmente i server.

Non solo: questo errore implica che non funziona più nessuno dei servizi
interni di Facebook (mail, strumenti di gestione, sistemi di sicurezza,
agende, la messaggistica interna Workplace, eccetera), visto che sono
tutti sul dominio Facebook.com, che è totalmente irraggiungibile, per cui
neppure i dipendenti dell’azienda possono usarli per comunicare tra loro, come
nota il
New York Times.

E non è finita: se, come
sembra
(anche da
qui), le
serrature delle porte degli uffici di Facebook sono “smart” (basate sull’IoT),
dipendono dalla connessione a Internet e dall’accesso ai server di Facebook.
Che sono inaccessibili, per cui molti dipendenti non riescono a entrare perché
i loro badge di accesso non funzionano. Il
New York Times
conferma.

Non ci sono indicazioni di eventuali attacchi esterni: tutto indica un errore
interno di dimensioni catastrofiche. 

NOTA: L’annuncio
della diffusione dei dati di circa un miliardo e mezzo di utenti Facebook
non è correlato
a questo incidente. I dati non includono password.

Questo errore sta avendo
conseguenze
a catena sul resto di Internet, e arrivano segnalazioni di rallentamenti anche
per
Disney+,
Netflix
e
Twitter
(che finora ha retto):

Finché Facebook è fuori uso, è possibile che non funzionino neanche gli
accessi alle app o ai siti che usano l’opzione
“Login tramite Facebook” (per esempio Pokémon Go). 

In pratica, un miliardo di smartphone e di altri dispositivi sta cercando
disperatamente di trovare Facebook e questi tentativi inutili generano
traffico DNS
che rallenta tutti gli altri accessi.

Agli utenti di Facebook, Instagram, WhatsApp e Oculus non resta che aspettare
che la situazione venga ripristinata ed eventualmente installare app analoghe
come Signal o Telegram. Aggiungo un paio di suggerimenti:

  • Disattivate le notifiche di Facebook, WhatsApp e Instagram, altrimenti
    quando torneranno a funzionare verrete sommersi da un fiume di notifiche
    rimaste in coda (grazie ad
    @alessLongo
    per la dritta). 
  • NON FIDATEVI di eventuali messaggi o mail che invitano a cliccare da
    qualche parte per riattivare i vostri account. I truffatori approfitteranno
    sicuramente del panico causato da questo collasso e invieranno messaggi-esca
    che porteranno a siti-trappola che somigliano alle schermate di login dei
    social di Zuckerberg ma sono in realtà delle copie che rubano le
    password.

Maggiori informazioni ed analisi sono presso
Ars Technica,
The Register,
Brian Krebs
(anche
qui
in maggiore dettaglio),
SANS.

2021/10/04 23:30. Status.fb.com è
tornato online:


2021/10/04 23:50.
Alcuni
lettori
mi
segnalano
che WhatsApp e Instagram stanno riprendendo a funzionare, dopo circa sei ore
di paralisi. Non è un record: un altro blackout di Facebook, WhatsApp e
Instagram a marzo 2019 durò oltre
quattordici ore.

2021/10/05 13:10. Facebook ha
pubblicato
delle scuse e una spiegazione dettagliata dell’incidente. Da questa
pubblicazione cito:

The underlying cause of this outage also impacted many of the internal
tools and systems we use in our day-to-day operations, complicating our
attempts to quickly diagnose and resolve the problem.

Our engineering teams have learned that configuration changes on the
backbone routers that coordinate network traffic between our data centers
caused issues that interrupted this communication. This disruption to
network traffic had a cascading effect on the way our data centers
communicate, bringing our services to a halt.

Our services are now back online and we’re actively working to fully
return them to regular operations. We want to make clear at this time we
believe the root cause of this outage was a faulty configuration change.
We also have no evidence that user data was compromised as a result of
this downtime.

In altre parole; è confermato che anche i sistemi interni di Facebook sono
stati colpiti, che si è trattato di un errore di configurazione  (non di
un attacco esterno) e che non risulta che ci siano state violazioni dei dati
degli utenti.

2021/10/05 20:55. Facebook ha pubblicato un’ulteriore spiegazione
dell’accaduto. Cito la parte interessante ed evidenzio i punti salienti:

This outage was triggered by the system that manages our global backbone
network capacity. The backbone is the network Facebook has built to
connect all our computing facilities together, which consists of tens of
thousands of miles of fiber-optic cables crossing the globe and linking
all our data centers.

Those data centers come in different forms. Some are massive buildings
that house millions of machines that store data and run the heavy
computational loads that keep our platforms running, and others are
smaller facilities that connect our backbone network to the broader
internet and the people using our platforms. 

When you open one of our apps and load up your feed or messages, the
app’s request for data travels from your device to the nearest facility,
which then communicates directly over our backbone network to a larger
data center. That’s where the information needed by your app gets
retrieved and processed, and sent back over the network to your
phone.

The data traffic between all these computing facilities is managed by
routers, which figure out where to send all the incoming and outgoing
data. And in the extensive day-to-day work of maintaining this
infrastructure, our engineers often need to take part of the backbone
offline for maintenance — perhaps repairing a fiber line, adding more
capacity, or updating the software on the router itself.

This was the source of yesterday’s outage. During one of these routine
maintenance jobs, a command was issued with the intention to assess the
availability of global backbone capacity, which unintentionally took down
all the connections in our backbone network, effectively disconnecting
Facebook data centers globally.
Our systems are designed to audit commands like these to prevent
mistakes like this, but a bug in that audit tool didn’t properly stop
the command.
 

This change caused a complete disconnection of our server connections
between our data centers and the internet. And that total loss of
connection caused a second issue that made things worse.  

One of the jobs performed by our smaller facilities is to respond to DNS
queries. DNS is the address book of the internet, enabling the simple web
names we type into browsers to be translated into specific server IP
addresses. Those translation queries are answered by our authoritative
name servers that occupy well known IP addresses themselves, which in turn
are advertised to the rest of the internet via another protocol called the
border gateway protocol (BGP). 

To ensure reliable operation, our DNS servers disable those BGP
advertisements if they themselves can not speak to our data centers, since
this is an indication of an unhealthy network connection. In the recent
outage the entire backbone was removed from operation,  making these
locations declare themselves unhealthy and withdraw those BGP
advertisements. The end result was that our DNS servers became unreachable
even though they were still operational. This made it impossible for the
rest of the internet to find our servers. 

All of this happened very fast. And as our engineers worked to figure out
what was happening and why, they faced two large obstacles: first, it was
not possible to access our data centers through our normal means because
their networks were down, and second, the total loss of DNS broke many of
the internal tools we’d normally use to investigate and resolve outages
like this. 

Our primary and out-of-band network access was down, so
we sent engineers onsite to the data centers

to have them debug the issue and restart the systems. But this took time,
because these facilities are designed with high levels of physical and
system security in mind. They’re hard to get into, and once you’re inside,
the hardware and routers are designed to be difficult to modify even when
you have physical access to them. So it took extra time to activate the
secure access protocols needed to get people onsite and able to work on
the servers. Only then could we confirm the issue and bring our backbone
back online. 

Once our backbone network connectivity was restored across our data
center regions, everything came back up with it. But the problem was not
over — we knew that flipping our services back on all at once could
potentially cause a new round of crashes due to a surge in traffic.
Individual data centers were reporting dips in power usage in the range
of tens of megawatts, and suddenly reversing such a dip in power
consumption could put everything from electrical systems to caches at
risk
.   

Helpfully, this is an event we’re well prepared for thanks to the “storm”
drills we’ve been running for a long time now. In a storm exercise, we
simulate a major system failure by taking a service, data center, or
entire region offline, stress testing all the infrastructure and software
involved. Experience from these drills gave us the confidence and
experience to bring things back online and carefully manage the increasing
loads. In the end, our services came back up relatively quickly without
any further systemwide failures. And while
we’ve never previously run a storm that simulated our global backbone
being taken offline
, we’ll certainly be looking for ways to simulate events like this moving
forward. 

2021/10/07 23:20. Ho provato a tradurre in italiano umanamente comprensibile lo spiegone di Facebook del suo collasso che ho citato qui sopra. Ditemi come sono andato.

In sintesi e con qualche mio commento: Facebook è un insieme geograficamente sparso in tutto il mondo di data center, grandi e piccoli, che sono interconnessi tramite una vasta rete di cavi di telecomunicazioni, denominato backbone. Quando un utente interagisce con Facebook (e le sue associate Instagram e WhatsApp), la sua app chiede dati. Questa richiesta viene ricevuta dal data center piccolo più vicino, che la manda tramite la rete di Facebook a uno dei data center più grandi, dove viene elaborata e riceve risposta. Questo traffico è gestito da router che decidono dove inviare i dati ricevuti e spediti.

A volte questa rete ha bisogno di manutenzione o modifiche. Il blackout è stato causato da una di queste manutenzioni: è stato dato un comando per valutare la disponibilità di capacità del backbone globale. Questo comando ha involontariamente interrotto tutte le connessioni del backbone, scollegando tutti i data center. I sistemi di Facebook sono progettati per valutare comandi di questo genere per impedire questo tipo di errore, ma un bug nel sistema di valutazione non ha bloccato il comando.

Questa disconnessione ha causato un secondo problema. I data center più piccoli di Facebook rispondono anche alle query del DNS. Il DNS è la rubrica degli indirizzi di Internet: traduce i nomi dei siti che digitiamo nel browser in indirizzi IP. Questa traduzione, nel caso di Facebook, viene fatta dai name server di Facebook, i cui indirizzi vengono comunicati a tutta Internet tramite un protocollo di nome border gateway protocol o BGP.

Ma Facebook è progettata in modo che se i name server dell’azienda non riescono a comunicare con i suoi data center, le informazioni BGP vengono rimosse per sicurezza. Il risultato è che tutta Facebook diventa irreperibile e sparisce completamente da Internet.

Tutto questo è accaduto molto in fretta. I data center erano inaccessibili da remoto (la rete non funzionava) e il crollo del DNS ha bloccato il funzionamento di molti degli strumenti interni usati solitamente per gestire questi problemi. Così è stato necessario inviare fisicamente dei tecnici ai data center per risolvere l’anomalia e riavviarli. Ma questo ha richiesto tempo per via delle sicurezze fisiche elevate di questi data center: è difficile entrarvi (questo accenno sembra confermare le voci di dipendenti chiusi fuori dalle sicurezze) e una volta dentro sono progettati per rendere difficili le modifiche anche quando si ha accesso fisico.

Una volta ripristinato il backbone, si è posto un ulteriore problema: riattivare di colpo tutti i servizi avrebbe rischiato di causare nuovi crash a causa dell’improvviso aumento del traffico. Questo ha delle implicazioni a livello elettrico (non elettronico) molto importanti: i singoli data center segnalavano cali di consumo dell’ordine delle decine di megawatt, e invertire di colpo questi cali avrebbe messo a rischio gli impianti elettrici e molti altri sistemi.

Facebook aveva simulato queste situazioni durante varie esercitazioni e ha saputo riavviare i sistemi senza causare sovraccarichi. Però, nota Facebook, questo scenario non era mai stato simulato. Una pecca grave. 

Ancora una volta si conferma il concetto che i disastri non sono mai causati da un singolo guasto, ma da una combinazione di guasti concatenati. È il cosiddetto Swiss cheese Model di James T. Reason della University of Manchester: le difese di un’organizzazione sono viste come una serie di barriere rappresentate da fette di formaggio coi buchi, tipo Emmental. I buchi delle fette rappresentano le varie fragilità delle singole difese e variano continuamente di grandezza e posizione sulla fetta. Quando i buchi delle varie fette si allineano, anche solo momentaneamente, si forma una “traiettoria di opportunità per incidenti” e una minaccia o un danno che normalmente non causerebbe problemi attraversa di colpo tutte le difese, portando al disastro.

Credit per l’immagine dello Swiss cheese Model: BenAveling/Wikipedia

“Facebook è un’azienda marcia”: Cory Doctorow spiega perché. Documentando i danni

“Facebook è un’azienda marcia”: Cory Doctorow spiega perché. Documentando i danni

I danni sociali causati da Facebook sono ampiamente sottostimati e spesso ignorati. Traduco qui un magistrale, implacabile
thread Twitter di Cory Doctorow su questo tema, che si può leggere integralmente in originale anche
qui su Pluralistic.net. Mi sono permesso di aggiungere alcuni link e alcune note di chiarimento.
Eventuali errori e refusi sono solo colpa mia.

Se non sapete chi è Cory Doctorow (blogger, autore di fantascienza, saggista pluripremiato), leggete la sua
biografia su Wikipedia
e gli altri suoi scritti che ho tradotto: il caso Sony XCP
(2006),
perché i computer generici spariranno
(2012),
perché bandire la crittografia è una misura antiterrorismo inutile
(2017)
Zuckerberg e l’incoscienza morale
(2018),
l’articolo 13 spiegato da un racconto
(2018). 

Se i suoi toni vi sembrano esagerati o complottisti, tenete presente che sono quelli di chi cerca di mettere in guardia da anni contro un pericolo all’orizzonte, è stato allegramente ignorato e l’ha visto arrivare e diventare realtà. Lasciateli da parte e concentratevi sulla sostanza.

Facebook
è un’azienda marcia; marcia a partire dalla testa. Il suo fondatore, il
suo consiglio d’amministrazione e i suoi massimi dirigenti sono delle
persone sociopatiche e dei mostri che commettono crimini contro l’umanità
(detto senza iperboli e senza prenderci in giro). Mentono, barano, rubano.
Sono fra i più grandi criminali della storia.

Dato che Facebook è un’azienda orribile gestita da persone orribili,
periodicamente esplode generando uno scandalo atroce. A volte i
whistleblowers (lanciatori d’allerta) o i giornalisti rivelano
crimini storici, compreso l’aiuto intenzionale a fomentare il genocidio
(senza però limitarsi a questo).

A volte questi scandali sono attuali: Facebook annuncia allegramente che
farà qualcosa di orribile, oppure veniamo a sapere di qualcosa di orribile
in corso, grazie alle fughe di notizie o alle indagini.

Grazie a un passato di fusioni anticoncorrenziali (WhatsApp, Instagram,
Onavo e altre) basato su promesse fraudolente agli enti di sorveglianza
antitrust, Facebook è cresciuta fino ad avere quasi tre miliardi di
utenti. Solo che Facebook in realtà non ha utenti: ha ostaggi.

https://www.eff.org/deeplinks/2020/07/dont-believe-proven-liars-absolute-minimum-standard-prudence-merger-scrutiny

Come dimostrato dai documenti interni di Facebook stessa, l’azienda non solo
compera i concorrenti in modo che gli utenti non abbiano un altro luogo dove
fuggire, ma introduce intenzionalmente dei “costi di migrazione” (switching costs) elevati in modo che lasciare il sistema sia più doloroso.

https://www.eff.org/deeplinks/2021/08/facebooks-secret-war-switching-costs

Per esempio, i documenti interni di Facebook mostrano che il suo
responsabile per i prodotti fotografici decise di sedurre gli utenti in modo
che affidassero a Facebook le proprie foto di famiglia, perché in questo
modo lasciare Facebook avrebbe comportato perdere i ricordi dei figli, dei
nonni scomparsi, eccetera.

Tutti odiano Facebook, specialmente i suoi utenti. Lo scopo dei costi di
migrazione elevati, dopotutto, è aumentare la sofferenza per chi migra, in
modo che Facebook possa infliggere ulteriori abusi ai propri utenti senza
temere che se ne vadano e lascino perdere tutto.

La missione di Facebook è aumentare le dimensioni del panino farcito di
merda (shit sandwich) che ti può forzare a mangiare prima che tu
decida di andartene. Ma l’azienda non è una semplice sadica: i panini
farciti di merda hanno un modello commerciale. Più ostaggi riesce a
prendere, più può spillare agli inserzionisti. Che sono i veri clienti di
Facebook.

Il termine educato per quello che ha Facebook è
“mercato a due facce” (two-sided market): vendere gli
inserzionisti agli utenti e gli utenti agli inserzionisti. Il termine
tecnico è “monopolio e monopsonio” (un
monopsonio è un
mercato che ha un singolo acquirente).

Il termine colloquiale è “racket”. Truffa. Piaga. Bezzle.

[bezzle
è un termine coniato dall’economista John Kenneth Galbraith negli anni
Cinquanta del secolo scorso per indicare un’appropriazione indebita
(embezzlement) non ancora scoperta; è in sostanza l’intervallo di
tempo fra quando il truffatore ottiene il proprio guadagno illecito e il
momento in cui il truffato percepisce di essere stato truffato]

Facebook spenna gli inserzionisti sulle rate card [tariffari delle inserzioni], poi mente a proposito del reach [portata] delle proprie
pubblicità (come quando mentì sulla popolarità dei video, mostrando una
“svolta ai video” [pivot to video] in tutti i mezzi di comunicazione
che portò alla bancarotta decine di siti di notizie e di intrattenimento).

Facebook non partì con l’intento di distruggere il giornalismo manipolando i
prezzi delle inserzioni, mentendo agli inserzionisti e ai produttori di
media. Partì con l’intento di acquisire un monopolio e di estrarre
pigioni da monopolio dagli inserzionisti e dagli editori, con
un’indifferenza patologica ai danni che queste frodi avrebbero causato agli
altri.

Avendo dimostrato di essere disposta a distruggere i giornalisti e i
produttori di media pur di estrarre qualche miliardo in più per i
propri azionisti, Facebook si è fatta parecchi nemici nei media.

Se sei un whistleblower che ha una storia da raccontare, c’è un
giornalista il cui direttore allocherà le risorse necessarie a scrivere in
dettaglio la tua storia. La combinazione di un’azienda marcia e di un gran
numero di giornalisti incazzati produce molta stampa negativa per l’azienda.

Ma resta il fatto che Facebook ha un vasto bacino di ostaggi, a miliardi, e
decide cosa vedono e quando e come lo vedono. Un tempo dicevo, scherzando
con i miei amici attivisti per i diritti umani, che l’uso migliore di
Facebook è mostrare alla gente come e perché abbandonare Facebook.

La risposta di Facebook è stata prevedibile. Come scrivono Ryan Mac e Sheera
Frenkel sul New York Times, il Project Amplify di Facebook è
un’iniziativa, diretta da Zuckerberg, per promuovere sistematicamente la
copertura positiva di Facebook e del suo fondatore, compresi articoli
generati da Facebook stessa.

https://www.nytimes.com/2021/09/21/technology/zuckerberg-facebook-project-amplify.html

In altre parole, alcuni dipendenti di Facebook hanno l’incarico di scrivere
soffietti,
ossia articoli che esaltano quanto è grande l’azienda, e l’algoritmo di
Facebook pompa questi articoli rispetto a quelli dei veri giornalisti che
presentano resoconti dettagliati, documentati e con fonti multiple della
condotta fraudolenta e depravata dell’azienda.

Il Project Amplify è una svolta rispetto alla politica di Facebook,
durata a lungo, di pubblicare scuse non sincere per i propri scandali. Fonti
dell’azienda hanno detto ai giornalisti che tutti hanno capito che queste
scuse non convincono più nessuno, per cui l’azienda è passata a spingere
rosee ciarlatanerie.

Uno dei dirigenti di questo progetto è Alex Schultz, “un veterano in azienda
da 14 anni che è stato nominato chief marketing officer l’anno
scorso,” ma l’impulso principale proviene da Zuckerberg stesso, uno degli
uomini più odiati del pianeta.

Amplify è semplicemente una delle strategie di Facebook per distorcere il
dibattito riguardante l’azienda. A luglio ha castrato Crowdtangle, uno
strumento di analytics ampiamente utilizzato, che dimostrava che i
post più popolari di Facebook erano la disinformazione demenziale di estrema
destra e le cospirazioni.

https://pluralistic.net/2021/07/15/three-wise-zucks-in-a-trenchcoat/#inconvenient-truth

Inoltre Facebook ha dichiarato guerra legale senza quartiere (accompagnata
da una campagna di disinformazione) per far fuori Adobserver, un progetto
della New York University che traccia la disinformazione politica pagata
sulla piattaforma.

https://pluralistic.net/2021/08/05/comprehensive-sex-ed/#quis-custodiet-ipsos-zuck

Facendo chiudere Crowdtangle e Adobserver, Facebook spera di controllare le
scoperte fatte dal mondo accademico sul ruolo dell’azienda nella
disinformazione, nell’odio e nelle molestie. L’azienda gestisce un proprio
portale di ricerca, nel quale si pretende che i ricercatori accademici
accedano a dati riguardanti la piattaforma.

Ma così come ha fatto con i giornalisti che pubblicano articoli a proposito
di Facebook, l’azienda ha sommerso di offese i ricercatori accademici che
hanno svolto ricerche su di essa.

I dati del suo portale erano difettosi e quindi esponevano le tesi di
dottorato e di master al rischio di dover essere ritirate. A metà tesi, i
ricercatori si sono ritrovati al punto di partenza.

https://www.nytimes.com/live/2020/2020-election-misinformation-distortions#facebook-sent-flawed-data-to-misinformation-researchers

Col senno di poi, la decisione di Facebook di sfruttare il proprio algoritmo
per promuovere ciarlatanerie favorevoli all’azienda sembra inevitabile. Non
solo nessuno crede più alle scuse dell’azienda (ammesso che ci abbia mai
creduto), ma Facebook sembra incapace di assoldare degli
spin doctor competenti.

Considerate la bomba giornalistica del Wall Street Journal, i
Facebook Files: una serie di resoconti che documentano dettagliatamente quanto l’azienda
sia disposta a danneggiare i bambini, commettere frodi e a consentire a
milioni di persone favorite e potenti di violare impunemente le sue regole.

https://www.bloomberg.com/news/newsletters/2021-09-16/facebook-s-promised-to-gain-the-public-s-trust

La risposta di Facebook è stata sinceramente patetica: in un blando post, il
suo principale agente pubblicitario, il diffusamente disprezzato politico
britannico Nick Clegg, pagato milioni per rappresentare Facebook sulla scena
mondiale, ha denigrato il giornalismo del WSJ senza presentare alcuna
smentita dei fatti.

https://about.fb.com/news/2021/09/what-the-wall-street-journal-got-wrong/

È il genere di difesa maldestra per la quale Facebook è famosa (o
malfamata). Chi può dimenticare il disastro assoluto del suo programma
Internet Basics in India, dove ha corrotto le compagnie telefoniche
per esentare dai limiti sui dati cellulari se stessa e i servizi che
sceglieva?

https://www.theguardian.com/technology/2016/may/12/facebook-free-basics-india-zuckerberg

Questa manovra per assassinare la neutralità della Rete, spacciata per un
modo di portare Internet ai poveri (cosa che non fa assolutamente), è stata
oggetto di una consultazione da parte degli organi di controllo delle
società telefoniche indiane.

Facebook inviò degli allarmi ingannevoli a milioni dei propri utenti
indiani, ingannandoli affinché mandassero un fiume di lettere precompilate
agli organi di controllo, supplicandoli di lasciare intatto il programma
Internet Basics.

Ma chiunque scrisse la lettera precompilata non si prese la briga di
controllare se era pertinente alle questioni affrontare dagli organi di
controllo, e così questi milioni di lettere furono ignorati.

Facebook perse! È quasi come se la gente capace di combattere le battaglie
politiche non se la senta di lavorare per Facebook e le uniche risorse umane
che l’azienda riesce ad attirare sono i coglioni opportunisti che nessuno
prende seriamente e che tutti detestano.

Strana, questa cosa.


Nota: Per chi giustamente obietta che è contraddittorio che io ospiti un articolo così critico nei confronti di Facebook mentre ospito i pulsanti di condivisione di Facebook, vorrei chiarire che si trovano nell’interfaccia di Disqus, e che l’unico modo per eliminarli è pagare 105 dollari al mese a Disqus per avere l’account Pro.

Testo originale inglese pubblicato sotto licenza
CC-BY-4.0. Questa traduzione è pubblicata
con la medesima licenza e vi arriva gratuitamente e senza pubblicità
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Test: la promiscuità causa i terremoti? Scettiche allegre sbugiardano religioso iraniano. Prendendolo di petto

Test: la promiscuità causa i terremoti? Scettiche allegre sbugiardano religioso iraniano. Prendendolo di petto

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Qualche giorno fa Kazem Sediqi, il religioso che dirige le preghiere del venerdì a Teheran, ha dichiarato che i terremoti sono causati dalle donne promiscue e da quelle che vestono in modo non modesto, corrompendo i giovani e diffondendo l’adulterio, che aumenta appunto gli eventi sismici.

Dato che quest’affermazione religiosa parla di effetti fisici concreti, la si può sottoporre a verifica e fare scienza divertente. È quello che ha fatto una studentessa della Purdue University, Jennifer McCreight, avviando una campagna su Facebook denominata Boobquake (che potrei tradurre come “Scossa tetturica”). La campagna ha invitato le donne di tutto il mondo a vestirsi “in modo non modesto” e in generale a mostrare un po’ più del solito le proprie grazie il 26 aprile scorso, “per accogliere il presunto potere soprannaturale del loro seno”.

L’iniziativa ha avuto circa 154.000 aderenti, comprese alcune donne americane di origine iraniana. Ieri, in occasione dell’anniversario della nascita di Charles Richter (quello dell’omonima scala), è stato condotto l’esperimento, che ha dato un esito molto interessante. Infatti ieri s’è verificato un terremoto di magnitudo 6.9 a Taiwan, alle 11 ora locale.

Vuol dire che l’esposizione delle scollature ha davvero effetti sismici? Possiamo controllare i terremoti vestendoci in modo castigato? Possiamo devastare le nazioni nemiche invadendole con valchirie pettorute che si espongano in atteggiamenti promiscui? No, perché in media nel mondo avvengono 134 terremoti di magnitudo 6-6.9 ogni anno, secondo i conti della McCreight. Uno ogni tre giorni o giù di lì. E non si capisce perché le divinità dovrebbero prendersela con Taiwan, che di certo non è stato l’epicentro dell’iniziativa. Oltretutto il terremoto non ha causato danni, a differenza di quelli che hanno colpito l’Iran nei mesi e anni scorsi.

Il Boobquake è una forma di protesta geniale: prende per i fondelli le ossessioni di chi, di fronte alle grazie fisiche altrui, si trova con un inconfessabile terremoto nei pantaloni. In nome della scienza, naturalmente, saranno necessari numerosi altri esperimenti di controllo, con grande entusiasmo della popolazione tutta. L’unico mio rammarico è di non avere l’equipaggiamento adatto per partecipare personalmente all’iniziativa.

Fonti: The Register, BoingBoing, Fark, New York Post, Yahoo.com.

Anonymous “attacca” la pagina Facebook di Salvini? Occasione per ripassare la sicurezza di base

Anonymous “attacca” la pagina Facebook di Salvini? Occasione per ripassare la sicurezza di base

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento).

Leggo su ANSA che ieri sera c’è stato un “attacco” di Anonymous Italia alla pagina Facebook del segretario della Lega Matteo Salvini: nella pagina, dice ANSA, è stato postato un messaggio (il solito slogan di Anonymous) accompagnato da un’immagine della maschera-logo di Anonymous. Il Fatto Quotidiano ha lo screenshot completo e altri dettagli.

Lascio perdere qualunque considerazione politica, ma l’episodio mi sembra una buona occasione per ricordare che esistono alcune regole di base della sicurezza informatica che andrebbero rispettate:

– usare password non ovvie
– usare password non usate altrove
– attivare l’autenticazione a due fattori (ce l’ha anche Facebook dal 2011, ma è largamente ignorata)
– impostare i contatti fidati per il recupero dell’account
– controllare che ogni richiesta di password sia in HTTPS (lucchetto chiuso)
– non abboccare alle mail di phishing

Sarebbe interessante sapere se/quali/quante di queste regole sono state disattese, permettendo questo “attacco” (la mia chiave pubblica PGP è a disposizione). Uso le virgolette perché se manca il rispetto di queste basi, parlare di “attacco” è un’esagerazione: significa attribuire all’intruso una temibile sofisticazione che in realtà non è stata necessaria. Certo, violare un account è comunque un reato, ma se lascio la chiave di casa sotto lo zerbino, dico forse che mi hanno attaccato la casa? O semmai dico che sono pirla io che ho lasciato la chiave in un posto ovvio?

Cogliete insomma l’occasione per mettere a posto le impostazioni di sicurezza del vostro account Facebook e anche degli account che avete altrove. Non vorrete mica fare la stessa fine di Salvini.

Davvero Facebook ha rimosso un post del ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini? Spoiler: no

Davvero Facebook ha rimosso un post del ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini? Spoiler: no

Questo articolo è stato riscritto per tenere conto delle nuove informazioni. Ultimo aggiornamento: 2019/07/30 22:10.

Secondo un articolo dell’agenzia Dire (copia su Archive.org) del 27 luglio a firma di Alessandra Fabbretti, Facebook avrebbe eliminato dei post di Matteo Salvini, attuale ministro dell’Interno italiano, per incitazione all’odio.

Se l’episodio venisse confermato, sarebbe un intervento senza precedenti da parte di un social network: sarebbe la “prima volta che la comunicazione social del ministro dell’Interno – o meglio, di quella del partito del ministro dell’Interno – finisce nel mirino della moderazione del social network di Mark Zuckerberg,” scrive Giornalettismo. Inoltre si aprirebbe una questione etica non trascurabile: un popolarissimo social network, che per molti è l’unica fonte di notizie, avrebbe deciso di censurare una dichiarazione di un ministro di un governo. Ma ci sono molti punti poco chiari nella vicenda.

Nel titolo e nel testo dell’articolo dell’agenzia Dire si parla testualmente di “post di Salvini” e di “pagine del ministro dell’Interno”, ma poi il testo prosegue dichiarando che un attivista del movimento antirazzista e multiculturale “Cara Italia” avrebbe in realtà “segnalato la pagina Facebook ‘Lega – Salvini premier’”. Cosa ben diversa da un post del ministro.

A supporto di questa versione dei fatti sta circolando uno screenshot (mostrato qui sotto) nel quale viene presentata quella che sembra essere una risposta di Facebook alla segnalazione: “Lega – Salvini Premier è stata esaminata e abbiamo riscontrato che alcuni contenuti sulla Pagina non rispettano i nostri Standard della community. Abbiamo rimosso quei contenuti specifici (ad esempio foto e post) anziché l’intera pagina […]”.

Un tweet molto popolare di @Ederoclite (533 retweet, 2860 “mi piace” al momento attuale) ha contribuito alla confusione parlando erroneamente di “pagina di #Salvini” e dicendo altrettanto erroneamente che l’autore della segnalazione era Stephen Ogongo di “Cara Italia”.

Infatti l’autore è una terza persona, sempre di “Cara Italia”, ma non è Ogongo. Lo si nota esaminando con attenzione lo screenshot mostrato nel video che accompagna l’articolo dell’agenzia Dire, a 0:27. Si nota che Ogongo cita il post di qualcun altro.

La collega Rosita Rijtano ha contattato Ogongo, che però non ha informazioni su cosa, di preciso, sarebbe stato rimosso. Facebook tace ufficialmente: ufficiosamente, invece, nega qualsiasi rimozione. Da parte mia ho scritto ad Alessandra Fabbretti per sapere se ha qualche dettaglio in più: vi aggiornerò sulla sua risposta.

Se qualcuno ha notizie più dettagliate, me le segnali nei commenti oppure in privato tramite i contatti indicati nella colonna di destra di questo blog.

Di questa vicenda scrive anche Repubblica.

È interessante confrontare questa situazione (ripeto, non ancora confermata formalmente) con la scelta di Twitter di non bloccare i tweet razzisti o istigatori di odio di Donald Trump perché comunque si tratta di un capo di stato (“Blocking a world leader from Twitter or removing their controversial Tweets would hide important information people should be able to see and debate. It would also not silence that leader, but it would certainly hamper necessary discussion around their words and actions.”).

Vorrei chiarire inoltre che non ne faccio una questione di simpatie o antipatie politiche per la Lega o per Salvini. Vivo in Svizzera e la politica italiana è per me un tafano che sta al di là di una finestra chiusa e che ogni tanto attira la mia attenzione con il suo ottuso sbattere sul vetro. C’è in gioco ben di più: uno scenario nel quale un social network influentissimo direbbe in sostanza a una forza politica di un paese “tu parli quando voglio io”. L’ingerenza di Facebook nel governo di un paese è un problema che tocca tutti.

Quindi, cari odiatori e polemisti che non aspettate altro che un’occasione per odiare e polemizzare, non ci provate. Il mio Blocca è più veloce ed efficiente dei vostri pollici forse opponibili.

Segnalo infine una di quelle curiose coincidenze della vita: vi ricordate la Clausola del Gatto Sitwoy che inventai tanti anni fa?

Se usi come supporto vitale della tua attività un servizio:
– che non hai la più pallida idea di come funziona,
– che non sai dov’è localizzato geograficamente,
– di cui non sai come contattare i responsabili, perché parlano una lingua a te sconosciuta,
– che non hai pagato perché gratuito e supportato dalla pubblicità,
– che non fornisce alcuna garanzia formale di qualità del servizio;

il giorno che non funziona, non rompere l’anima a chi non c’entra nulla e ha di meglio da fare: sono … Cat Sitwoy.

Indovinate chi era il deputato italiano che la ispirò nell’ormai lontano 2008.

2019/07/30 16:15

Rosita Rijtano ha ricevuto questa risposta da Facebook:

Quando le persone ci segnalano una Pagina per intero per violazione dei nostri Standard della Comunità, di norma notifichiamo loro qualunque provvedimento preso nei riguardi dei contenuti presenti sulla Pagina. Lo facciamo anche se la violazione riguarda contenuti che nello specifico non sono stati segnalati. Lo scorso 25 luglio abbiamo inviato ad un utente che aveva segnalato la Pagina “Lega-Salvini Premier” una notifica che confermava la violazione dei nostri Standard della Comunità. Questa violazione era relativa ad un post effettuato da un altro utente sulla Pagina e non dall’amministratore stesso della Pagina. Ci rendiamo conto che il nostro messaggio ha creato della confusione e ci scusiamo per qualunque disagio questo possa aver causato

Facebook, insomma, conferma di aver rimosso qualcosa dalla Pagina “Lega-Salvini Premier”, ma non si tratta di un post dell’amministratore della Pagina in questione: si tratta di un contenuto prodotto da terzi.

2019/07/30 22:10

Open ha pubblicato una precisazione dell’ufficio stampa della Lega, che dice di non aver “rilevato la rimozione di alcun post da noi prodotto, né abbiamo ricevuto da Facebook comunicazioni riguardo la rimozione di contenuti prodotti dalla pagina, come di norma avviene in questi casi” (evidenziazioni mie). Notare che la Lega parla di post prodotti da loro e di contenuti prodotti dalla pagina. Non dice nulla a proposito di eventuali commenti o post di altri utenti sulla pagina: questo aspetto resta quindi senza chiarimento da parte della Lega.

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Facebook accusata di ascoltare gli utenti per fare pubblicità mirata

Facebook accusata di ascoltare gli utenti per fare pubblicità mirata

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2017/11/03 11:05.

Se vi è capitato di chiacchierare faccia a faccia con gli amici o i colleghi di lavoro a proposito di un viaggio, di un prodotto o di un servizio qualsiasi e poi ritrovare quello stesso viaggio, prodotto o servizio nelle vostre pubblicità di Facebook, non siete i soli ad aver notato questo strano fenomeno.

Molti utenti sospettano che Facebook ascolti le conversazioni attraverso il microfono del telefonino e ne estragga le parole chiave per fare pubblicità mirata. Su Internet si trovano molti video e molte testimonianze di utenti che giurano di non aver mai scritto o cercato online un prodotto molto specifico ma di aver trovato su Facebook la pubblicità proprio di quel prodotto poco dopo averne parlato con gli amici fuori da Internet.

È una percezione talmente frequente e diffusa che di recente Facebook ha pubblicato una smentita ufficiale su Twitter di Rob Goldman, vicepresidente per il settore pubblicità del social network: “Non usiamo, e non abbiamo mai usato, il vostro microfono per le pubblicità. Semplicemente non vero”. Il dubbio, però, circola da alcuni anni nonostante Facebook sia già intervenuta in passato con altre smentite, ed è riemerso anche in seguito a un articolo della BBC (ripreso anche da Gizmodo).

È vero che Facebook in alcuni paesi offre una funzione che accende il microfono quando l’utente scrive un post, ma serve solo per riconoscere l’audio di una canzone che l’utente sta ascoltando o di una puntata di una serie TV che sta guardando, in modo da citarla automaticamente nel post. Comunque questa funzione è volontaria e chiaramente indicata sullo schermo; soprattutto, ribadisce Facebook, non ascolta e non registra le conversazioni.

Inoltre se Facebook captasse l’audio delle conversazioni, questo genererebbe un traffico di dati aggiuntivo dal telefonino verso il social network, per cui è probabile che gli esperti di sicurezza se ne accorgerebbero. Tuttavia in teoria questo traffico potrebbe essere minuscolo e difficile da rilevare, perché potrebbe essere costituito soltanto da testo, specificamente dalle parole chiave riconosciute direttamente sullo smartphone: infatti il riconoscimento vocale funziona anche quando il telefonino è offline. Provateci: mettete il telefonino in modalità aereo e poi dettate qualcosa nella casella di ricerca di Google, come in questo video. Ho provato e funziona. Anche in italiano.

C’è anche da considerare che se Facebook fosse scoperta a compiere una simile sorveglianza di massa non autorizzata, ci sarebbe uno scandalo mondiale che probabilmente sarebbe la fine di questo social network, per cui è molto improbabile che la mega-azienda di Zuckerberg corra questo genere di rischio, soprattutto quando riesce già a profilare in estremo dettaglio gli utenti attraverso quello che scrivono, le foto che pubblicano e i legami con amici e colleghi.

Per esempio, se nel vostro profilo Facebook dite che lavorate presso un’azienda di pelletteria, non c’è da stupirsi se poi vi arriva pubblicità specifica di prodotti come quelli fabbricati dalla vostra azienda, anche se non ne avete mai scritto direttamente su Facebook.

Un’altra spiegazione, più probabile, è che ci sia di mezzo la cosiddetta “illusione della frequenza”: ossia la tendenza naturale della mente a ricordare le informazioni che ci riguardano e scartare il resto. Per esempio, magari Facebook ci manda da sempre, ogni tanto, pubblicità di frigoriferi insieme a tante altre, ma notiamo e ci colpisce quella dei frigoriferi soltanto quando ci capita di averne appena comperato uno.

Sia come sia, questa paura diffusa, fondata o meno, fa riflettere sul peso che diamo ai social network nelle nostre vite, e suggerisce che spegnere il telefonino quando chiacchieriamo sia comunque una buona idea. Se non altro per galateo.

Fonti aggiuntive: Snopes.com.

Falla (risolta) in Facebook frutta 40.000 dollari al suo scopritore

Falla (risolta) in Facebook frutta 40.000 dollari al suo scopritore

Capita spesso di parlare dei pericoli e delle falle di Internet e dei loro danni; capita meno spesso di poter raccontare di un pericolo scampato e sventato dietro le quinte. Ma stavolta si può fare: a ottobre del 2016 un informatico, Andrey Leonov, si è accorto che in Facebook era rimasto annidato un difetto in un componente usato da molti siti per la gestione delle immagini. Il difetto, chiamato dagli addetti ai lavori ImageTragick, stava causando grave scompiglio in tutta Internet, perché era sfruttabile da chiunque semplicemente inviando a un sito un’immagine appositamente confezionata.

In pratica, qualunque sito che consentisse agli utenti il caricamento di immagini poteva essere attaccato e in molti casi scardinato, prendendone il controllo. Ovviamente Facebook, essendo un social network basato proprio sul caricamento di immagini da parte degli utenti, era un bersaglio molto esposto e molto appetibile.

Leonov avrebbe potuto sfruttare la propria scoperta per attaccare Facebook, oppure venderla sul mercato nero del crimine informatico, come purtroppo fanno in molti, ma ha scelto un’altra strada: ha tenuto segreta la scoperta, condividendola soltanto con gli addetti alla sicurezza di Facebook. Il social network ha corretto la falla nel giro di tre giorni. Gli utenti, oltre un miliardo e mezzo in tutto il mondo, non si sono accorti di nulla.

Ê andata davvero bene, perché il difetto del componente usato da Facebook era noto pubblicamente da alcuni mesi e se un malintenzionato si fosse accorto, prima di Leonov, che il difetto era presente anche in Facebook avrebbe potuto prendere il controllo dei server del social network (i computer che ospitano i dati caricati e pubblicati dagli utenti) e manipolarli o cancellarli in massa. Sarebbe stato un disastro.

L’informatico ha mantenuto il riserbo sulla vicenda fino a pochi giorni fa, quando ne ha pubblicato i dettagli rivelando anche un ulteriore lieto fine molto particolare: una ricompensa di 40.000 dollari, datagli da Facebook una settimana dopo la risoluzione del problema per aver gestito in modo responsabile la scoperta della vulnerabilità, usando gli appositi canali di comunicazione.

Il social network di Zuckerberg non è l’unico sito che offre ricompense in denaro per chi segnala in modo sicuro e responsabile i difetti e le vulnerabilità (i cosiddetti bug bounty): lo fanno quasi tutti i principali siti e servizi di Internet, come Google, Apple e Microsoft. Ma ci sono molte aziende che preferiscono ignorare le segnalazioni e far finta di niente, mettendo così a rischio la sicurezza degli utenti. Di solito questo significa che dopo un lasso di tempo ragionevole la falla verrà resa pubblica oppure venduta ai criminali: in entrambi i casi le conseguenze saranno pesanti. E tutta questa guerra avviene quasi ogni giorno dietro le quinte di Internet.

Fonti aggiuntive: Graham Cluley.

Pubblicati i dati riservati di 533 milioni di account Facebook: le cose da sapere

Pubblicati i dati riservati di 533 milioni di account Facebook: le cose da sapere

Sono stati disseminati su Internet, e sono facilmente reperibili, i dati
personali di oltre 500 milioni di utenti di Facebook. Questi dati includono il
nome e cognome dell’utente, la sua situazione relazionale, la data di nascita,
l’indirizzo di casa, il luogo di lavoro e il numero di telefono. 

Gli account italiani colpiti sono circa 36 milioni; quelli svizzeri sono circa
1,6 milioni. Un elenco della quantità di account colpiti in ciascun paese è
per esempio
qui.

Il pericolo principale, al momento, è che i numeri di telefono che gli utenti
hanno affidato a Facebook possano essere usati per molestie e per tentativi di
furto d’identità. Chi è vittima di partner o ex partner violenti e molestatori
è particolarmente a rischio.

In generale, chi ha affidato al social network un numero di telefono
confidenziale deve presumere che quel numero non sia più confidenziale e che
chiunque possa associarlo al suo nome. Sono già stati trovati i numeri di
telefono personali di politici e celebrità, compresi Donald Trump, ex
presidente degli Stati Uniti, e Mark Zuckerberg, boss di Facebook.

Al momento c’è un solo sito affidabile che permette di sapere se il proprio
numero è fra quelli resi pubblici:
Haveibeenpwned.com. Potete
provare
a immettere il vostro numero di telefono, con prefisso internazionale ma senza
00 iniziale (il “+” non è necessario e viene ignorato), oppure l’indirizzo di
mail che avete associato al vostro account Facebook. Diffidate di qualunque
altro sito che proponga servizi analoghi. 

Un sito italiano,
Haveibeenfacebooked.com, che
offriva in buona fede questo controllo, ha deciso di sospenderlo a seguito di
un
comunicato stampa
del Garante per la privacy italiano.

Consiglio a tutti di seguire le raccomandazioni di sicurezza pubblicate da
Il Post
e soprattutto di non usare il numero di telefono come metodo di conferma di
accesso (autenticazione a due fattori) e usare invece un’app apposita. E se
appena potete, smettete di usare Facebook, o perlomeno dategli dati
inventati.

Sul versante tecnico, il dump di dati di Facebook è stato offerto
inizialmente su un noto sito di hacking a giugno 2020, come spiega
BleepingComputer.com. I dati risalgono a prima di settembre 2019.

Facebook ha
commentato
la disseminazione dei dati dicendo che sono il risultato di un’operazione di
scraping, non di una violazione dei suoi sistemi, e che oggi questo
scraping non sarebbe più possibile e comunque era vietato dalle regole
di Facebook (questa precisazione ha causato l’ilarità
di molti esperti, visto che pensare che i criminali rispettino le regole è
perlomeno ingenuo).

In ogni caso, è troppo tardi per oltre 500 milioni di utenti, che vedono
ancora una volta dimostrato il fatto che non si possono affidare dati
personali ai social network.

Mikko Hypponen di F-Secure ha
ipotizzato
che lo scraping sia stato effettuato creando una rubrica contenente
tutti i numeri di telefono del mondo e poi chiedendo a Facebook di trovare gli
“amici” presenti nella rubrica. Un
thread Twitter di Ashkan Soltani
riassume molti dettagli tecnici della vicenda, cita molti esempi di persone in
posizioni di responsabilità di cui sono stati resi pubblici i numeri di
telefono e sembra confermare la possibilità di una enumeration massiva
usata per fare scraping. Precisa inoltre che il dump include
anche numeri di telefono che erano stati impostati come “privati” e non
visibili a nessuno in Facebook.

 

Infografica del Corriere: Facebook fattura 550 MILIARDI di dollari

Infografica del Corriere: Facebook fattura 550 MILIARDI di dollari

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “soldera.l*”.

Secondo il Corriere cartaceo di oggi, che vedete qui sopra nella foto tweetata da @RadixOM, Facebook fattura 550 miliardi di dollari. Undici volte di più di Google. E non è un refusino sepolto in un articolo: è un elemento fondamentale in una infografica che copre mezza pagina.

La cifra reale del fatturato 2012 di Facebook è circa 5 miliardi di dollari, non 550 (che è un importo paragonabile all’intero budget militare USA). Gonfiando il fatturato di Facebook di cento e passa volte, l’intero senso dell’infografica viene falsato e il lettore viene ingannato completamente invece di essere informato.

Davvero nessuno, nella filiera di produzione dell’infografica del Corriere, si è chiesto se quel dato così spropositato fosse credibile?

Certo che se uno cerca d’informarsi sul mondo digitale attingendo ai giornali generalisti, con svarioni del genere ne ricava una percezione un tantinello distorta. Meno male che questi sono Veri Giornalisti. Mica come quei cialtroni dei blogger che pubblicano qualsiasi cretinata. Bah.

Grazie a @RadixOM per la segnalazione.

Donald Trump bandito permanentemente da Twitter, Facebook, Twitch e altre piattaforme social. Due parole per chi sta pensando “censura”

Donald Trump bandito permanentemente da Twitter, Facebook, Twitch e altre piattaforme social. Due parole per chi sta pensando “censura”

Gli account social personali di Donald Trump sono stati bloccati in
seguito alle sue azioni e parole prima e dopo il saccheggio del Campidoglio che
ha istigato.

Ma parlare di censura è fuori luogo. Ricordo che resta comunque uno degli
uomini più potenti del mondo e che se vuole comunicare qualcosa le TV di tutto
il mondo gliela diffonderanno. Ha tuttora a disposizione un ufficio stampa e
un sito Web dal quale può comunicare direttamente.

Non è censura: Trump non è un dissidente che scompare nell’oblio di un gulag.
Non è un Julian Assange in carcere al gelo, isolato da tutto e tutti.
Semplicemente il social network dice
“Hai violato le regole concordate: resti libero di parlare, ma non tramite
me”
. O per dirla con le parole chiare di
Xkcd, che avevo già
citato
qualche tempo fa:

Annuncio di pubblico servizio: il diritto alla libertà di parola significa che
il governo non ti può arrestare per quello che dici. Non significa che
chiunque altro debba ascoltare le tue stronzate o ospitarti mentre le
condividi.

Il primo emendamento
[della Costituzione USA, che sancisce la libertà di parola]

non ti protegge dalle critiche o dalle conseguenze.

Se ti urlano contro, se ti boicottano, se cancellano il tuo programma, o se
vieni bandito da una comunità su Internet, i tuoi diritti di libertà di parola
non stanno subendo una violazione.

Semplicemente, la gente che ti ascolta pensa che tu sia uno stronzo, e ti sta
mettendo alla porta.

Lasciando il cursore sopra la vignetta originale compare un commento
dell’autore:

“I can’t remember where I heard this, but someone once said that defending a
position by citing free speech is sort of the ultimate concession; you’re
saying that the most compelling thing you can say for your position is that
it’s not literally illegal to express.”

che si può tradurre così:

“Non ricordo dove l’ho sentito, ma qualcuno una volta ha detto che difendere
un punto di vista citando la libertà di parola è una sorta di sconfitta
finale; stai dicendo che la motivazione più convincente che puoi addurre per
il tuo punto di vista è che non è letteralmente illegale esprimerla.”

Un lettore, Stefano De Santis, citato con il suo permesso, ne ha gentilmente
realizzata una versione in italiano:

 

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