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WhatsApp cambia le regole: niente panico, specialmente se siete nella regione europea

WhatsApp cambia le regole: niente panico, specialmente se siete nella regione europea

Ultimo aggiornamento: 2021/05/15 15:35.

Siete agitati e ansiosi perché avete letto che WhatsApp il 15 maggio cambierà le proprie regole? Rilassatevi. Soprattutto se risiedete nella “regione europea” (che WhatsApp definisce qui e include la Svizzera), i cambiamenti sono minimi.

Per chi risiede in questa regione, valgono questi nuovi termini di servizio e vale questa informativa sulla privacy (entrambi sono disponibili in italiano e varie altre lingue); per chi sta altrove, invece, valgono questi termini e questa informativa. Colgo l’occasione per ricordare che nella regione europea il limite minimo di età per iscriversi è 16 anni ma 13 nel resto del mondo.

Nella regione europea, accettare i nuovi termini e la nuova informativa
significa in sostanza che WhatsApp continuerà a non poter usare i dati che raccoglie
per aiutare gli inserzionisti a mostrare annunci su Facebook (WhatsApp,
insieme a Instagram, fa parte del gruppo delle aziende di Facebook): “Accettare i nuovi Termini di servizio non accresce la capacità di WhatsApp di condividere i dati degli utenti con la società madre, Facebook”, dice questa FAQ di WhatsApp.

Al
di fuori della regione europea potrà invece usare questi dati, soprattutto per il
servizio WhatsApp Business, come spiegato in questa pagina informativa. Le novità, infatti, riguardano soprattutto lo scambio facoltativo di messaggi con aziende che usano WhatsApp.

Se non accettate i nuovi termini (che inizialmente dovevano entrare in vigore l’8 febbraio ma sono stati posticipati al 15 maggio), il vostro account non verrà disabilitato o limitato immediatamente: ci sarà invece una riduzione graduale delle funzioni. Dopo alcune settimane potrete solo leggere e rispondere alle chat e ricevere chiamate ma non potrete avviare nuove conversazioni. Solo dopo altre settimane verrà tutto bloccato e sarete quindi considerati inattivi. 

In teoria, dopo 120 giorni di inattività, secondo le regole preesistenti di WhatsApp gli account inattivi vengono eliminati e quindi dovrebbe essere eliminato anche il vostro, se non avete accettato i termini nel frattempo. 

Restano invariate le altre regole: WhatsApp continuerà a non poter leggere il contenuto dei messaggi o ascoltare le chiamate e non condividerà i contatti con Facebook. WhatsApp ha pubblicato una pagina informativa di risposta alle domande più frequenti. Ma i garanti europei non sono soddisfatti e chiedono maggiore chiarezza e trasparenza.

 

Fonti aggiuntive: RSI, Cybersecurity360.it (anche qui), Gizmodo (anche e soprattutto qui), The Verge, Engadget.

“Facebook è un’azienda marcia”: Cory Doctorow spiega perché. Documentando i danni

“Facebook è un’azienda marcia”: Cory Doctorow spiega perché. Documentando i danni

I danni sociali causati da Facebook sono ampiamente sottostimati e spesso ignorati. Traduco qui un magistrale, implacabile
thread Twitter di Cory Doctorow su questo tema, che si può leggere integralmente in originale anche
qui su Pluralistic.net. Mi sono permesso di aggiungere alcuni link e alcune note di chiarimento.
Eventuali errori e refusi sono solo colpa mia.

Se non sapete chi è Cory Doctorow (blogger, autore di fantascienza, saggista pluripremiato), leggete la sua
biografia su Wikipedia
e gli altri suoi scritti che ho tradotto: il caso Sony XCP
(2006),
perché i computer generici spariranno
(2012),
perché bandire la crittografia è una misura antiterrorismo inutile
(2017)
Zuckerberg e l’incoscienza morale
(2018),
l’articolo 13 spiegato da un racconto
(2018). 

Se i suoi toni vi sembrano esagerati o complottisti, tenete presente che sono quelli di chi cerca di mettere in guardia da anni contro un pericolo all’orizzonte, è stato allegramente ignorato e l’ha visto arrivare e diventare realtà. Lasciateli da parte e concentratevi sulla sostanza.

Facebook
è un’azienda marcia; marcia a partire dalla testa. Il suo fondatore, il
suo consiglio d’amministrazione e i suoi massimi dirigenti sono delle
persone sociopatiche e dei mostri che commettono crimini contro l’umanità
(detto senza iperboli e senza prenderci in giro). Mentono, barano, rubano.
Sono fra i più grandi criminali della storia.

Dato che Facebook è un’azienda orribile gestita da persone orribili,
periodicamente esplode generando uno scandalo atroce. A volte i
whistleblowers (lanciatori d’allerta) o i giornalisti rivelano
crimini storici, compreso l’aiuto intenzionale a fomentare il genocidio
(senza però limitarsi a questo).

A volte questi scandali sono attuali: Facebook annuncia allegramente che
farà qualcosa di orribile, oppure veniamo a sapere di qualcosa di orribile
in corso, grazie alle fughe di notizie o alle indagini.

Grazie a un passato di fusioni anticoncorrenziali (WhatsApp, Instagram,
Onavo e altre) basato su promesse fraudolente agli enti di sorveglianza
antitrust, Facebook è cresciuta fino ad avere quasi tre miliardi di
utenti. Solo che Facebook in realtà non ha utenti: ha ostaggi.

https://www.eff.org/deeplinks/2020/07/dont-believe-proven-liars-absolute-minimum-standard-prudence-merger-scrutiny

Come dimostrato dai documenti interni di Facebook stessa, l’azienda non solo
compera i concorrenti in modo che gli utenti non abbiano un altro luogo dove
fuggire, ma introduce intenzionalmente dei “costi di migrazione” (switching costs) elevati in modo che lasciare il sistema sia più doloroso.

https://www.eff.org/deeplinks/2021/08/facebooks-secret-war-switching-costs

Per esempio, i documenti interni di Facebook mostrano che il suo
responsabile per i prodotti fotografici decise di sedurre gli utenti in modo
che affidassero a Facebook le proprie foto di famiglia, perché in questo
modo lasciare Facebook avrebbe comportato perdere i ricordi dei figli, dei
nonni scomparsi, eccetera.

Tutti odiano Facebook, specialmente i suoi utenti. Lo scopo dei costi di
migrazione elevati, dopotutto, è aumentare la sofferenza per chi migra, in
modo che Facebook possa infliggere ulteriori abusi ai propri utenti senza
temere che se ne vadano e lascino perdere tutto.

La missione di Facebook è aumentare le dimensioni del panino farcito di
merda (shit sandwich) che ti può forzare a mangiare prima che tu
decida di andartene. Ma l’azienda non è una semplice sadica: i panini
farciti di merda hanno un modello commerciale. Più ostaggi riesce a
prendere, più può spillare agli inserzionisti. Che sono i veri clienti di
Facebook.

Il termine educato per quello che ha Facebook è
“mercato a due facce” (two-sided market): vendere gli
inserzionisti agli utenti e gli utenti agli inserzionisti. Il termine
tecnico è “monopolio e monopsonio” (un
monopsonio è un
mercato che ha un singolo acquirente).

Il termine colloquiale è “racket”. Truffa. Piaga. Bezzle.

[bezzle
è un termine coniato dall’economista John Kenneth Galbraith negli anni
Cinquanta del secolo scorso per indicare un’appropriazione indebita
(embezzlement) non ancora scoperta; è in sostanza l’intervallo di
tempo fra quando il truffatore ottiene il proprio guadagno illecito e il
momento in cui il truffato percepisce di essere stato truffato]

Facebook spenna gli inserzionisti sulle rate card [tariffari delle inserzioni], poi mente a proposito del reach [portata] delle proprie
pubblicità (come quando mentì sulla popolarità dei video, mostrando una
“svolta ai video” [pivot to video] in tutti i mezzi di comunicazione
che portò alla bancarotta decine di siti di notizie e di intrattenimento).

Facebook non partì con l’intento di distruggere il giornalismo manipolando i
prezzi delle inserzioni, mentendo agli inserzionisti e ai produttori di
media. Partì con l’intento di acquisire un monopolio e di estrarre
pigioni da monopolio dagli inserzionisti e dagli editori, con
un’indifferenza patologica ai danni che queste frodi avrebbero causato agli
altri.

Avendo dimostrato di essere disposta a distruggere i giornalisti e i
produttori di media pur di estrarre qualche miliardo in più per i
propri azionisti, Facebook si è fatta parecchi nemici nei media.

Se sei un whistleblower che ha una storia da raccontare, c’è un
giornalista il cui direttore allocherà le risorse necessarie a scrivere in
dettaglio la tua storia. La combinazione di un’azienda marcia e di un gran
numero di giornalisti incazzati produce molta stampa negativa per l’azienda.

Ma resta il fatto che Facebook ha un vasto bacino di ostaggi, a miliardi, e
decide cosa vedono e quando e come lo vedono. Un tempo dicevo, scherzando
con i miei amici attivisti per i diritti umani, che l’uso migliore di
Facebook è mostrare alla gente come e perché abbandonare Facebook.

La risposta di Facebook è stata prevedibile. Come scrivono Ryan Mac e Sheera
Frenkel sul New York Times, il Project Amplify di Facebook è
un’iniziativa, diretta da Zuckerberg, per promuovere sistematicamente la
copertura positiva di Facebook e del suo fondatore, compresi articoli
generati da Facebook stessa.

https://www.nytimes.com/2021/09/21/technology/zuckerberg-facebook-project-amplify.html

In altre parole, alcuni dipendenti di Facebook hanno l’incarico di scrivere
soffietti,
ossia articoli che esaltano quanto è grande l’azienda, e l’algoritmo di
Facebook pompa questi articoli rispetto a quelli dei veri giornalisti che
presentano resoconti dettagliati, documentati e con fonti multiple della
condotta fraudolenta e depravata dell’azienda.

Il Project Amplify è una svolta rispetto alla politica di Facebook,
durata a lungo, di pubblicare scuse non sincere per i propri scandali. Fonti
dell’azienda hanno detto ai giornalisti che tutti hanno capito che queste
scuse non convincono più nessuno, per cui l’azienda è passata a spingere
rosee ciarlatanerie.

Uno dei dirigenti di questo progetto è Alex Schultz, “un veterano in azienda
da 14 anni che è stato nominato chief marketing officer l’anno
scorso,” ma l’impulso principale proviene da Zuckerberg stesso, uno degli
uomini più odiati del pianeta.

Amplify è semplicemente una delle strategie di Facebook per distorcere il
dibattito riguardante l’azienda. A luglio ha castrato Crowdtangle, uno
strumento di analytics ampiamente utilizzato, che dimostrava che i
post più popolari di Facebook erano la disinformazione demenziale di estrema
destra e le cospirazioni.

https://pluralistic.net/2021/07/15/three-wise-zucks-in-a-trenchcoat/#inconvenient-truth

Inoltre Facebook ha dichiarato guerra legale senza quartiere (accompagnata
da una campagna di disinformazione) per far fuori Adobserver, un progetto
della New York University che traccia la disinformazione politica pagata
sulla piattaforma.

https://pluralistic.net/2021/08/05/comprehensive-sex-ed/#quis-custodiet-ipsos-zuck

Facendo chiudere Crowdtangle e Adobserver, Facebook spera di controllare le
scoperte fatte dal mondo accademico sul ruolo dell’azienda nella
disinformazione, nell’odio e nelle molestie. L’azienda gestisce un proprio
portale di ricerca, nel quale si pretende che i ricercatori accademici
accedano a dati riguardanti la piattaforma.

Ma così come ha fatto con i giornalisti che pubblicano articoli a proposito
di Facebook, l’azienda ha sommerso di offese i ricercatori accademici che
hanno svolto ricerche su di essa.

I dati del suo portale erano difettosi e quindi esponevano le tesi di
dottorato e di master al rischio di dover essere ritirate. A metà tesi, i
ricercatori si sono ritrovati al punto di partenza.

https://www.nytimes.com/live/2020/2020-election-misinformation-distortions#facebook-sent-flawed-data-to-misinformation-researchers

Col senno di poi, la decisione di Facebook di sfruttare il proprio algoritmo
per promuovere ciarlatanerie favorevoli all’azienda sembra inevitabile. Non
solo nessuno crede più alle scuse dell’azienda (ammesso che ci abbia mai
creduto), ma Facebook sembra incapace di assoldare degli
spin doctor competenti.

Considerate la bomba giornalistica del Wall Street Journal, i
Facebook Files: una serie di resoconti che documentano dettagliatamente quanto l’azienda
sia disposta a danneggiare i bambini, commettere frodi e a consentire a
milioni di persone favorite e potenti di violare impunemente le sue regole.

https://www.bloomberg.com/news/newsletters/2021-09-16/facebook-s-promised-to-gain-the-public-s-trust

La risposta di Facebook è stata sinceramente patetica: in un blando post, il
suo principale agente pubblicitario, il diffusamente disprezzato politico
britannico Nick Clegg, pagato milioni per rappresentare Facebook sulla scena
mondiale, ha denigrato il giornalismo del WSJ senza presentare alcuna
smentita dei fatti.

https://about.fb.com/news/2021/09/what-the-wall-street-journal-got-wrong/

È il genere di difesa maldestra per la quale Facebook è famosa (o
malfamata). Chi può dimenticare il disastro assoluto del suo programma
Internet Basics in India, dove ha corrotto le compagnie telefoniche
per esentare dai limiti sui dati cellulari se stessa e i servizi che
sceglieva?

https://www.theguardian.com/technology/2016/may/12/facebook-free-basics-india-zuckerberg

Questa manovra per assassinare la neutralità della Rete, spacciata per un
modo di portare Internet ai poveri (cosa che non fa assolutamente), è stata
oggetto di una consultazione da parte degli organi di controllo delle
società telefoniche indiane.

Facebook inviò degli allarmi ingannevoli a milioni dei propri utenti
indiani, ingannandoli affinché mandassero un fiume di lettere precompilate
agli organi di controllo, supplicandoli di lasciare intatto il programma
Internet Basics.

Ma chiunque scrisse la lettera precompilata non si prese la briga di
controllare se era pertinente alle questioni affrontare dagli organi di
controllo, e così questi milioni di lettere furono ignorati.

Facebook perse! È quasi come se la gente capace di combattere le battaglie
politiche non se la senta di lavorare per Facebook e le uniche risorse umane
che l’azienda riesce ad attirare sono i coglioni opportunisti che nessuno
prende seriamente e che tutti detestano.

Strana, questa cosa.


Nota: Per chi giustamente obietta che è contraddittorio che io ospiti un articolo così critico nei confronti di Facebook mentre ospito i pulsanti di condivisione di Facebook, vorrei chiarire che si trovano nell’interfaccia di Disqus, e che l’unico modo per eliminarli è pagare 105 dollari al mese a Disqus per avere l’account Pro.

Testo originale inglese pubblicato sotto licenza
CC-BY-4.0. Questa traduzione è pubblicata
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Test: la promiscuità causa i terremoti? Scettiche allegre sbugiardano religioso iraniano. Prendendolo di petto

Test: la promiscuità causa i terremoti? Scettiche allegre sbugiardano religioso iraniano. Prendendolo di petto

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Qualche giorno fa Kazem Sediqi, il religioso che dirige le preghiere del venerdì a Teheran, ha dichiarato che i terremoti sono causati dalle donne promiscue e da quelle che vestono in modo non modesto, corrompendo i giovani e diffondendo l’adulterio, che aumenta appunto gli eventi sismici.

Dato che quest’affermazione religiosa parla di effetti fisici concreti, la si può sottoporre a verifica e fare scienza divertente. È quello che ha fatto una studentessa della Purdue University, Jennifer McCreight, avviando una campagna su Facebook denominata Boobquake (che potrei tradurre come “Scossa tetturica”). La campagna ha invitato le donne di tutto il mondo a vestirsi “in modo non modesto” e in generale a mostrare un po’ più del solito le proprie grazie il 26 aprile scorso, “per accogliere il presunto potere soprannaturale del loro seno”.

L’iniziativa ha avuto circa 154.000 aderenti, comprese alcune donne americane di origine iraniana. Ieri, in occasione dell’anniversario della nascita di Charles Richter (quello dell’omonima scala), è stato condotto l’esperimento, che ha dato un esito molto interessante. Infatti ieri s’è verificato un terremoto di magnitudo 6.9 a Taiwan, alle 11 ora locale.

Vuol dire che l’esposizione delle scollature ha davvero effetti sismici? Possiamo controllare i terremoti vestendoci in modo castigato? Possiamo devastare le nazioni nemiche invadendole con valchirie pettorute che si espongano in atteggiamenti promiscui? No, perché in media nel mondo avvengono 134 terremoti di magnitudo 6-6.9 ogni anno, secondo i conti della McCreight. Uno ogni tre giorni o giù di lì. E non si capisce perché le divinità dovrebbero prendersela con Taiwan, che di certo non è stato l’epicentro dell’iniziativa. Oltretutto il terremoto non ha causato danni, a differenza di quelli che hanno colpito l’Iran nei mesi e anni scorsi.

Il Boobquake è una forma di protesta geniale: prende per i fondelli le ossessioni di chi, di fronte alle grazie fisiche altrui, si trova con un inconfessabile terremoto nei pantaloni. In nome della scienza, naturalmente, saranno necessari numerosi altri esperimenti di controllo, con grande entusiasmo della popolazione tutta. L’unico mio rammarico è di non avere l’equipaggiamento adatto per partecipare personalmente all’iniziativa.

Fonti: The Register, BoingBoing, Fark, New York Post, Yahoo.com.

Anonymous “attacca” la pagina Facebook di Salvini? Occasione per ripassare la sicurezza di base

Anonymous “attacca” la pagina Facebook di Salvini? Occasione per ripassare la sicurezza di base

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Leggo su ANSA che ieri sera c’è stato un “attacco” di Anonymous Italia alla pagina Facebook del segretario della Lega Matteo Salvini: nella pagina, dice ANSA, è stato postato un messaggio (il solito slogan di Anonymous) accompagnato da un’immagine della maschera-logo di Anonymous. Il Fatto Quotidiano ha lo screenshot completo e altri dettagli.

Lascio perdere qualunque considerazione politica, ma l’episodio mi sembra una buona occasione per ricordare che esistono alcune regole di base della sicurezza informatica che andrebbero rispettate:

– usare password non ovvie
– usare password non usate altrove
– attivare l’autenticazione a due fattori (ce l’ha anche Facebook dal 2011, ma è largamente ignorata)
– impostare i contatti fidati per il recupero dell’account
– controllare che ogni richiesta di password sia in HTTPS (lucchetto chiuso)
– non abboccare alle mail di phishing

Sarebbe interessante sapere se/quali/quante di queste regole sono state disattese, permettendo questo “attacco” (la mia chiave pubblica PGP è a disposizione). Uso le virgolette perché se manca il rispetto di queste basi, parlare di “attacco” è un’esagerazione: significa attribuire all’intruso una temibile sofisticazione che in realtà non è stata necessaria. Certo, violare un account è comunque un reato, ma se lascio la chiave di casa sotto lo zerbino, dico forse che mi hanno attaccato la casa? O semmai dico che sono pirla io che ho lasciato la chiave in un posto ovvio?

Cogliete insomma l’occasione per mettere a posto le impostazioni di sicurezza del vostro account Facebook e anche degli account che avete altrove. Non vorrete mica fare la stessa fine di Salvini.

Davvero Facebook ha rimosso un post del ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini? Spoiler: no

Davvero Facebook ha rimosso un post del ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini? Spoiler: no

Questo articolo è stato riscritto per tenere conto delle nuove informazioni. Ultimo aggiornamento: 2019/07/30 22:10.

Secondo un articolo dell’agenzia Dire (copia su Archive.org) del 27 luglio a firma di Alessandra Fabbretti, Facebook avrebbe eliminato dei post di Matteo Salvini, attuale ministro dell’Interno italiano, per incitazione all’odio.

Se l’episodio venisse confermato, sarebbe un intervento senza precedenti da parte di un social network: sarebbe la “prima volta che la comunicazione social del ministro dell’Interno – o meglio, di quella del partito del ministro dell’Interno – finisce nel mirino della moderazione del social network di Mark Zuckerberg,” scrive Giornalettismo. Inoltre si aprirebbe una questione etica non trascurabile: un popolarissimo social network, che per molti è l’unica fonte di notizie, avrebbe deciso di censurare una dichiarazione di un ministro di un governo. Ma ci sono molti punti poco chiari nella vicenda.

Nel titolo e nel testo dell’articolo dell’agenzia Dire si parla testualmente di “post di Salvini” e di “pagine del ministro dell’Interno”, ma poi il testo prosegue dichiarando che un attivista del movimento antirazzista e multiculturale “Cara Italia” avrebbe in realtà “segnalato la pagina Facebook ‘Lega – Salvini premier’”. Cosa ben diversa da un post del ministro.

A supporto di questa versione dei fatti sta circolando uno screenshot (mostrato qui sotto) nel quale viene presentata quella che sembra essere una risposta di Facebook alla segnalazione: “Lega – Salvini Premier è stata esaminata e abbiamo riscontrato che alcuni contenuti sulla Pagina non rispettano i nostri Standard della community. Abbiamo rimosso quei contenuti specifici (ad esempio foto e post) anziché l’intera pagina […]”.

Un tweet molto popolare di @Ederoclite (533 retweet, 2860 “mi piace” al momento attuale) ha contribuito alla confusione parlando erroneamente di “pagina di #Salvini” e dicendo altrettanto erroneamente che l’autore della segnalazione era Stephen Ogongo di “Cara Italia”.

Infatti l’autore è una terza persona, sempre di “Cara Italia”, ma non è Ogongo. Lo si nota esaminando con attenzione lo screenshot mostrato nel video che accompagna l’articolo dell’agenzia Dire, a 0:27. Si nota che Ogongo cita il post di qualcun altro.

La collega Rosita Rijtano ha contattato Ogongo, che però non ha informazioni su cosa, di preciso, sarebbe stato rimosso. Facebook tace ufficialmente: ufficiosamente, invece, nega qualsiasi rimozione. Da parte mia ho scritto ad Alessandra Fabbretti per sapere se ha qualche dettaglio in più: vi aggiornerò sulla sua risposta.

Se qualcuno ha notizie più dettagliate, me le segnali nei commenti oppure in privato tramite i contatti indicati nella colonna di destra di questo blog.

Di questa vicenda scrive anche Repubblica.

È interessante confrontare questa situazione (ripeto, non ancora confermata formalmente) con la scelta di Twitter di non bloccare i tweet razzisti o istigatori di odio di Donald Trump perché comunque si tratta di un capo di stato (“Blocking a world leader from Twitter or removing their controversial Tweets would hide important information people should be able to see and debate. It would also not silence that leader, but it would certainly hamper necessary discussion around their words and actions.”).

Vorrei chiarire inoltre che non ne faccio una questione di simpatie o antipatie politiche per la Lega o per Salvini. Vivo in Svizzera e la politica italiana è per me un tafano che sta al di là di una finestra chiusa e che ogni tanto attira la mia attenzione con il suo ottuso sbattere sul vetro. C’è in gioco ben di più: uno scenario nel quale un social network influentissimo direbbe in sostanza a una forza politica di un paese “tu parli quando voglio io”. L’ingerenza di Facebook nel governo di un paese è un problema che tocca tutti.

Quindi, cari odiatori e polemisti che non aspettate altro che un’occasione per odiare e polemizzare, non ci provate. Il mio Blocca è più veloce ed efficiente dei vostri pollici forse opponibili.

Segnalo infine una di quelle curiose coincidenze della vita: vi ricordate la Clausola del Gatto Sitwoy che inventai tanti anni fa?

Se usi come supporto vitale della tua attività un servizio:
– che non hai la più pallida idea di come funziona,
– che non sai dov’è localizzato geograficamente,
– di cui non sai come contattare i responsabili, perché parlano una lingua a te sconosciuta,
– che non hai pagato perché gratuito e supportato dalla pubblicità,
– che non fornisce alcuna garanzia formale di qualità del servizio;

il giorno che non funziona, non rompere l’anima a chi non c’entra nulla e ha di meglio da fare: sono … Cat Sitwoy.

Indovinate chi era il deputato italiano che la ispirò nell’ormai lontano 2008.

2019/07/30 16:15

Rosita Rijtano ha ricevuto questa risposta da Facebook:

Quando le persone ci segnalano una Pagina per intero per violazione dei nostri Standard della Comunità, di norma notifichiamo loro qualunque provvedimento preso nei riguardi dei contenuti presenti sulla Pagina. Lo facciamo anche se la violazione riguarda contenuti che nello specifico non sono stati segnalati. Lo scorso 25 luglio abbiamo inviato ad un utente che aveva segnalato la Pagina “Lega-Salvini Premier” una notifica che confermava la violazione dei nostri Standard della Comunità. Questa violazione era relativa ad un post effettuato da un altro utente sulla Pagina e non dall’amministratore stesso della Pagina. Ci rendiamo conto che il nostro messaggio ha creato della confusione e ci scusiamo per qualunque disagio questo possa aver causato

Facebook, insomma, conferma di aver rimosso qualcosa dalla Pagina “Lega-Salvini Premier”, ma non si tratta di un post dell’amministratore della Pagina in questione: si tratta di un contenuto prodotto da terzi.

2019/07/30 22:10

Open ha pubblicato una precisazione dell’ufficio stampa della Lega, che dice di non aver “rilevato la rimozione di alcun post da noi prodotto, né abbiamo ricevuto da Facebook comunicazioni riguardo la rimozione di contenuti prodotti dalla pagina, come di norma avviene in questi casi” (evidenziazioni mie). Notare che la Lega parla di post prodotti da loro e di contenuti prodotti dalla pagina. Non dice nulla a proposito di eventuali commenti o post di altri utenti sulla pagina: questo aspetto resta quindi senza chiarimento da parte della Lega.

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Facebook accusata di ascoltare gli utenti per fare pubblicità mirata

Facebook accusata di ascoltare gli utenti per fare pubblicità mirata

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2017/11/03 11:05.

Se vi è capitato di chiacchierare faccia a faccia con gli amici o i colleghi di lavoro a proposito di un viaggio, di un prodotto o di un servizio qualsiasi e poi ritrovare quello stesso viaggio, prodotto o servizio nelle vostre pubblicità di Facebook, non siete i soli ad aver notato questo strano fenomeno.

Molti utenti sospettano che Facebook ascolti le conversazioni attraverso il microfono del telefonino e ne estragga le parole chiave per fare pubblicità mirata. Su Internet si trovano molti video e molte testimonianze di utenti che giurano di non aver mai scritto o cercato online un prodotto molto specifico ma di aver trovato su Facebook la pubblicità proprio di quel prodotto poco dopo averne parlato con gli amici fuori da Internet.

È una percezione talmente frequente e diffusa che di recente Facebook ha pubblicato una smentita ufficiale su Twitter di Rob Goldman, vicepresidente per il settore pubblicità del social network: “Non usiamo, e non abbiamo mai usato, il vostro microfono per le pubblicità. Semplicemente non vero”. Il dubbio, però, circola da alcuni anni nonostante Facebook sia già intervenuta in passato con altre smentite, ed è riemerso anche in seguito a un articolo della BBC (ripreso anche da Gizmodo).

È vero che Facebook in alcuni paesi offre una funzione che accende il microfono quando l’utente scrive un post, ma serve solo per riconoscere l’audio di una canzone che l’utente sta ascoltando o di una puntata di una serie TV che sta guardando, in modo da citarla automaticamente nel post. Comunque questa funzione è volontaria e chiaramente indicata sullo schermo; soprattutto, ribadisce Facebook, non ascolta e non registra le conversazioni.

Inoltre se Facebook captasse l’audio delle conversazioni, questo genererebbe un traffico di dati aggiuntivo dal telefonino verso il social network, per cui è probabile che gli esperti di sicurezza se ne accorgerebbero. Tuttavia in teoria questo traffico potrebbe essere minuscolo e difficile da rilevare, perché potrebbe essere costituito soltanto da testo, specificamente dalle parole chiave riconosciute direttamente sullo smartphone: infatti il riconoscimento vocale funziona anche quando il telefonino è offline. Provateci: mettete il telefonino in modalità aereo e poi dettate qualcosa nella casella di ricerca di Google, come in questo video. Ho provato e funziona. Anche in italiano.

C’è anche da considerare che se Facebook fosse scoperta a compiere una simile sorveglianza di massa non autorizzata, ci sarebbe uno scandalo mondiale che probabilmente sarebbe la fine di questo social network, per cui è molto improbabile che la mega-azienda di Zuckerberg corra questo genere di rischio, soprattutto quando riesce già a profilare in estremo dettaglio gli utenti attraverso quello che scrivono, le foto che pubblicano e i legami con amici e colleghi.

Per esempio, se nel vostro profilo Facebook dite che lavorate presso un’azienda di pelletteria, non c’è da stupirsi se poi vi arriva pubblicità specifica di prodotti come quelli fabbricati dalla vostra azienda, anche se non ne avete mai scritto direttamente su Facebook.

Un’altra spiegazione, più probabile, è che ci sia di mezzo la cosiddetta “illusione della frequenza”: ossia la tendenza naturale della mente a ricordare le informazioni che ci riguardano e scartare il resto. Per esempio, magari Facebook ci manda da sempre, ogni tanto, pubblicità di frigoriferi insieme a tante altre, ma notiamo e ci colpisce quella dei frigoriferi soltanto quando ci capita di averne appena comperato uno.

Sia come sia, questa paura diffusa, fondata o meno, fa riflettere sul peso che diamo ai social network nelle nostre vite, e suggerisce che spegnere il telefonino quando chiacchieriamo sia comunque una buona idea. Se non altro per galateo.

Fonti aggiuntive: Snopes.com.

Falla (risolta) in Facebook frutta 40.000 dollari al suo scopritore

Falla (risolta) in Facebook frutta 40.000 dollari al suo scopritore

Capita spesso di parlare dei pericoli e delle falle di Internet e dei loro danni; capita meno spesso di poter raccontare di un pericolo scampato e sventato dietro le quinte. Ma stavolta si può fare: a ottobre del 2016 un informatico, Andrey Leonov, si è accorto che in Facebook era rimasto annidato un difetto in un componente usato da molti siti per la gestione delle immagini. Il difetto, chiamato dagli addetti ai lavori ImageTragick, stava causando grave scompiglio in tutta Internet, perché era sfruttabile da chiunque semplicemente inviando a un sito un’immagine appositamente confezionata.

In pratica, qualunque sito che consentisse agli utenti il caricamento di immagini poteva essere attaccato e in molti casi scardinato, prendendone il controllo. Ovviamente Facebook, essendo un social network basato proprio sul caricamento di immagini da parte degli utenti, era un bersaglio molto esposto e molto appetibile.

Leonov avrebbe potuto sfruttare la propria scoperta per attaccare Facebook, oppure venderla sul mercato nero del crimine informatico, come purtroppo fanno in molti, ma ha scelto un’altra strada: ha tenuto segreta la scoperta, condividendola soltanto con gli addetti alla sicurezza di Facebook. Il social network ha corretto la falla nel giro di tre giorni. Gli utenti, oltre un miliardo e mezzo in tutto il mondo, non si sono accorti di nulla.

Ê andata davvero bene, perché il difetto del componente usato da Facebook era noto pubblicamente da alcuni mesi e se un malintenzionato si fosse accorto, prima di Leonov, che il difetto era presente anche in Facebook avrebbe potuto prendere il controllo dei server del social network (i computer che ospitano i dati caricati e pubblicati dagli utenti) e manipolarli o cancellarli in massa. Sarebbe stato un disastro.

L’informatico ha mantenuto il riserbo sulla vicenda fino a pochi giorni fa, quando ne ha pubblicato i dettagli rivelando anche un ulteriore lieto fine molto particolare: una ricompensa di 40.000 dollari, datagli da Facebook una settimana dopo la risoluzione del problema per aver gestito in modo responsabile la scoperta della vulnerabilità, usando gli appositi canali di comunicazione.

Il social network di Zuckerberg non è l’unico sito che offre ricompense in denaro per chi segnala in modo sicuro e responsabile i difetti e le vulnerabilità (i cosiddetti bug bounty): lo fanno quasi tutti i principali siti e servizi di Internet, come Google, Apple e Microsoft. Ma ci sono molte aziende che preferiscono ignorare le segnalazioni e far finta di niente, mettendo così a rischio la sicurezza degli utenti. Di solito questo significa che dopo un lasso di tempo ragionevole la falla verrà resa pubblica oppure venduta ai criminali: in entrambi i casi le conseguenze saranno pesanti. E tutta questa guerra avviene quasi ogni giorno dietro le quinte di Internet.

Fonti aggiuntive: Graham Cluley.

Pubblicati i dati riservati di 533 milioni di account Facebook: le cose da sapere

Pubblicati i dati riservati di 533 milioni di account Facebook: le cose da sapere

Sono stati disseminati su Internet, e sono facilmente reperibili, i dati
personali di oltre 500 milioni di utenti di Facebook. Questi dati includono il
nome e cognome dell’utente, la sua situazione relazionale, la data di nascita,
l’indirizzo di casa, il luogo di lavoro e il numero di telefono. 

Gli account italiani colpiti sono circa 36 milioni; quelli svizzeri sono circa
1,6 milioni. Un elenco della quantità di account colpiti in ciascun paese è
per esempio
qui.

Il pericolo principale, al momento, è che i numeri di telefono che gli utenti
hanno affidato a Facebook possano essere usati per molestie e per tentativi di
furto d’identità. Chi è vittima di partner o ex partner violenti e molestatori
è particolarmente a rischio.

In generale, chi ha affidato al social network un numero di telefono
confidenziale deve presumere che quel numero non sia più confidenziale e che
chiunque possa associarlo al suo nome. Sono già stati trovati i numeri di
telefono personali di politici e celebrità, compresi Donald Trump, ex
presidente degli Stati Uniti, e Mark Zuckerberg, boss di Facebook.

Al momento c’è un solo sito affidabile che permette di sapere se il proprio
numero è fra quelli resi pubblici:
Haveibeenpwned.com. Potete
provare
a immettere il vostro numero di telefono, con prefisso internazionale ma senza
00 iniziale (il “+” non è necessario e viene ignorato), oppure l’indirizzo di
mail che avete associato al vostro account Facebook. Diffidate di qualunque
altro sito che proponga servizi analoghi. 

Un sito italiano,
Haveibeenfacebooked.com, che
offriva in buona fede questo controllo, ha deciso di sospenderlo a seguito di
un
comunicato stampa
del Garante per la privacy italiano.

Consiglio a tutti di seguire le raccomandazioni di sicurezza pubblicate da
Il Post
e soprattutto di non usare il numero di telefono come metodo di conferma di
accesso (autenticazione a due fattori) e usare invece un’app apposita. E se
appena potete, smettete di usare Facebook, o perlomeno dategli dati
inventati.

Sul versante tecnico, il dump di dati di Facebook è stato offerto
inizialmente su un noto sito di hacking a giugno 2020, come spiega
BleepingComputer.com. I dati risalgono a prima di settembre 2019.

Facebook ha
commentato
la disseminazione dei dati dicendo che sono il risultato di un’operazione di
scraping, non di una violazione dei suoi sistemi, e che oggi questo
scraping non sarebbe più possibile e comunque era vietato dalle regole
di Facebook (questa precisazione ha causato l’ilarità
di molti esperti, visto che pensare che i criminali rispettino le regole è
perlomeno ingenuo).

In ogni caso, è troppo tardi per oltre 500 milioni di utenti, che vedono
ancora una volta dimostrato il fatto che non si possono affidare dati
personali ai social network.

Mikko Hypponen di F-Secure ha
ipotizzato
che lo scraping sia stato effettuato creando una rubrica contenente
tutti i numeri di telefono del mondo e poi chiedendo a Facebook di trovare gli
“amici” presenti nella rubrica. Un
thread Twitter di Ashkan Soltani
riassume molti dettagli tecnici della vicenda, cita molti esempi di persone in
posizioni di responsabilità di cui sono stati resi pubblici i numeri di
telefono e sembra confermare la possibilità di una enumeration massiva
usata per fare scraping. Precisa inoltre che il dump include
anche numeri di telefono che erano stati impostati come “privati” e non
visibili a nessuno in Facebook.

 

Infografica del Corriere: Facebook fattura 550 MILIARDI di dollari

Infografica del Corriere: Facebook fattura 550 MILIARDI di dollari

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “soldera.l*”.

Secondo il Corriere cartaceo di oggi, che vedete qui sopra nella foto tweetata da @RadixOM, Facebook fattura 550 miliardi di dollari. Undici volte di più di Google. E non è un refusino sepolto in un articolo: è un elemento fondamentale in una infografica che copre mezza pagina.

La cifra reale del fatturato 2012 di Facebook è circa 5 miliardi di dollari, non 550 (che è un importo paragonabile all’intero budget militare USA). Gonfiando il fatturato di Facebook di cento e passa volte, l’intero senso dell’infografica viene falsato e il lettore viene ingannato completamente invece di essere informato.

Davvero nessuno, nella filiera di produzione dell’infografica del Corriere, si è chiesto se quel dato così spropositato fosse credibile?

Certo che se uno cerca d’informarsi sul mondo digitale attingendo ai giornali generalisti, con svarioni del genere ne ricava una percezione un tantinello distorta. Meno male che questi sono Veri Giornalisti. Mica come quei cialtroni dei blogger che pubblicano qualsiasi cretinata. Bah.

Grazie a @RadixOM per la segnalazione.

Donald Trump bandito permanentemente da Twitter, Facebook, Twitch e altre piattaforme social. Due parole per chi sta pensando “censura”

Donald Trump bandito permanentemente da Twitter, Facebook, Twitch e altre piattaforme social. Due parole per chi sta pensando “censura”

Gli account social personali di Donald Trump sono stati bloccati in
seguito alle sue azioni e parole prima e dopo il saccheggio del Campidoglio che
ha istigato.

Ma parlare di censura è fuori luogo. Ricordo che resta comunque uno degli
uomini più potenti del mondo e che se vuole comunicare qualcosa le TV di tutto
il mondo gliela diffonderanno. Ha tuttora a disposizione un ufficio stampa e
un sito Web dal quale può comunicare direttamente.

Non è censura: Trump non è un dissidente che scompare nell’oblio di un gulag.
Non è un Julian Assange in carcere al gelo, isolato da tutto e tutti.
Semplicemente il social network dice
“Hai violato le regole concordate: resti libero di parlare, ma non tramite
me”
. O per dirla con le parole chiare di
Xkcd, che avevo già
citato
qualche tempo fa:

Annuncio di pubblico servizio: il diritto alla libertà di parola significa che
il governo non ti può arrestare per quello che dici. Non significa che
chiunque altro debba ascoltare le tue stronzate o ospitarti mentre le
condividi.

Il primo emendamento
[della Costituzione USA, che sancisce la libertà di parola]

non ti protegge dalle critiche o dalle conseguenze.

Se ti urlano contro, se ti boicottano, se cancellano il tuo programma, o se
vieni bandito da una comunità su Internet, i tuoi diritti di libertà di parola
non stanno subendo una violazione.

Semplicemente, la gente che ti ascolta pensa che tu sia uno stronzo, e ti sta
mettendo alla porta.

Lasciando il cursore sopra la vignetta originale compare un commento
dell’autore:

“I can’t remember where I heard this, but someone once said that defending a
position by citing free speech is sort of the ultimate concession; you’re
saying that the most compelling thing you can say for your position is that
it’s not literally illegal to express.”

che si può tradurre così:

“Non ricordo dove l’ho sentito, ma qualcuno una volta ha detto che difendere
un punto di vista citando la libertà di parola è una sorta di sconfitta
finale; stai dicendo che la motivazione più convincente che puoi addurre per
il tuo punto di vista è che non è letteralmente illegale esprimerla.”

Un lettore, Stefano De Santis, citato con il suo permesso, ne ha gentilmente
realizzata una versione in italiano:

 

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