Vai al contenuto
Promemoria antibufala periodico: no, l’avviso salvaprivacy di Facebook non è reale

Promemoria antibufala periodico: no, l’avviso salvaprivacy di Facebook non è reale

Certe bufale non muoiono mai. Ha ripreso a circolare questa, che parla di una scadenza (un generico “domani” che vale sempre) dopo la quale Facebook potrà usare le foto degli utenti e avvisa che tutte le cose che avete mai postato diventano pubbliche a partire da oggi, compresi i messaggi che avete cancellato o le foto non permesse, a meno che pubblichiate una dicitura legale che cita la legge “UCC 1-308-1 1 308-103” e lo “Statuto di Roma”.

Questo è un esempio recente, in inglese, segnalato da Sophos:

Don’t forget tomorrow starts the new Facebook rule where
they can use your photos. Don’t forget Deadline today!!! It can be used
in court cases in litigation against you. Everything you’ve ever posted
becomes public from today Even messages that have been deleted or the
photos not allowed. It costs nothing for a simple copy and paste, better
safe than sorry. Channel 13 News talked about the change in Facebook’s
privacy policy. I do not give Facebook or any entities associated with
Facebook permission to use my pictures, information, messages or posts,
both past and future. With this statement, I give notice to Facebook it
is strictly forbidden to disclose, copy, distribute, or take any other
action against me based on this profile and/or its contents. The content
of this profile is private and confidential information. The violation
of privacy can be punished by law (UCC 1-308- 1 1 308-103 and the Rome
Statute. NOTE: Facebook is now a public entity. All members must post a
note like this. If you prefer, you can copy and paste this version. If
you do not publish a statement at least once it will be tacitly allowing
the use of your photos, as well as the information contained in the
profile status updates. FACEBOOK NOR ANYONE ELSE DOES NOT HAVE MY
PERMISSION TO SHARE PHOTOS OR MESSAGES

Copy, Paste and Breathe

E questa è una versione in italiano:

Non
dimenticare che domani inizia la nuova regola di Facebook in cui potrai
usare le tue foto. Scadenza oggi, non dimenticare! Può essere usato in
cause legali contro di te. Tutto quello che hai pubblicato da oggi sarà
pubblico. Non sono ammessi messaggi o foto cancellati. Non costa nulla
per una semplice copia e incolla, meglio della tolleranza. Channel 13
news ha parlato della modifica delle norme sulla protezione dei dati di
Facebook.
👇

Non do il permesso a Facebook o alle aziende associate a Facebook di
utilizzare le mie immagini, informazioni, messaggi o post sia in passato
che in futuro. Con questa dichiarazione, faccio notare a Facebook che è
rigorosamente proibito pubblicare, copiare, diffondere o prendere
qualsiasi altra azione contro di me in base a questo profilo e / o al
suo contenuto. Il contenuto di questo profilo è un’informazione privata e
riservata. La violazione della privacy può essere punito per legge (UCC
1-308-1 1 308-103 e lo status di Roma). Nota: Facebook è ora una
struttura pubblica. Tutti i membri devono postare un indizio come
questo. Se preferite, è possibile copiare e incollare questa versione.
Se non pubblica una dichiarazione almeno una volta, l’uso delle tue foto
e le informazioni incluse nel profilo status sono ammessi.
Non condividere. Copia e incolla.
Il tuo nuovo algoritmo sceglie le stesse poche persone – circa il 25 % che leggono i tuoi post. Quindi,
Tieni premuto il dito in qualsiasi punto del post e verrà mostrato ”
Copia Fai clic su “Copia”. poi accedi alla tua pagina, inizia un nuovo
post e metti il dito nel campo vuoto da qualche parte. “inserisci”
appare e clicca su inserisci
In questo modo si eluse il sistema.

L’avevo già segnalata nel 2012: era falsa e continua a esserlo anche oggi, sette anni più tardi: chi si iscrive a Facebook sottoscrive infatti un contratto vincolante,
che non può essere alterato unilateralmente, né da Facebook, né
dall’utente iscritto, senza il consenso di entrambi.

Quindi cestinate pure questa comunicazione e avvisate chi la diffonde che ha preso un granchio.

Piccolo test: Facebook legge i testi nelle foto

Piccolo test: Facebook legge i testi nelle foto

Vi va di fare un piccolo esperimento? Prendete un foglio di carta e scrivete (a mano) una sequenza di quattro o cinque parole improbabili e casuali. Fotografate il foglio e postate la foto su Facebook, rendendola pubblica e visibile a tutti.

Aspettate qualche minuto e poi provate a cercare quella sequenza di parole in Facebook. Cosa succede?

Dovrebbe succedere quello che è successo ad alcuni lettori: il motore di ricerca di Facebook trova la vostra foto.

Facebook, infatti, esegue il riconoscimento dei caratteri nelle immagini con un sistema di machine learning denominato Rosetta, come descritto in questo articolo tecnico di Facebook.

Quando vi siete divertiti abbastanza a stupire gli amici con questa particolarità di Facebook, provateci con Instagram. Sì, funziona anche lì. Buon divertimento.

Libra, la criptovaluta di Facebook

Libra, la criptovaluta di Facebook

Credit: Facebook/The Register.

Facebook ha annunciato la propria criptovaluta, denominata Libra, che sarà alla base del sistema di pagamento che verrà introdotto in Facebook Messenger e in WhatsApp dal 2020.

Le intenzioni, stando ai documenti, sono buone: fornire un sistema di pagamento facile e a bassissimo costo, o addirittura a costo zero, a chi ne ha più bisogno, ossia a chi ha pochi soldi e ha solo uno smartphone. La criptovaluta sarà vincolata a un paniere di valute convenzionali per evitare gli sbalzi di valore che affliggono le altre criptovalute.

Ma le obiezioni non mancano: la reputazione di Facebook in fatto di tutela dei dati degli utenti non è particolarmente robusta, per usare un eufemismo. Si spera che custodisca i soldi meglio di quanto custodisca le foto cosiddette “private” degli utenti.

Sarà infatti interessante vedere quanti se la sentiranno di affidare i propri soldi e le proprie transazioni personali o di lavoro a un’azienda che ha dichiarato pubblicamente, in tribunale, che “non c’è nessuna attesa di privacy” su Facebook e che “non c‘è nessuna invasione della privacy, perché non c’è privacy”?

Si spera che gli utenti custodiranno meglio di quanto facciano adesso i propri account social, visto che finora se li sono fatti rubare in massa dai criminali anche se già contengono cose di valore come, appunto, le proprie immagini intime. Le occasioni di saccheggio per i malintenzionati saranno ancora più ghiotte. Per non parlare del rischio che il Libra diventi la valuta ufficiale necessaria in un’economia basata sui social network, come insegna Black Mirror.

Dalla puntata Nosedive di Black Mirror.

L’esperta informatica Sarah Jamie Lewis (quella delle falle nel sistema di e-voting svizzero) ha riassunto bene il problema:

Per prima cosa cita Matthew Green (professore associato di informatica presso il Johns Hopkins Information Security Institute statunitense), che scrive che “Francamente mi sbigottisce che un’azienda con un enorme problema di riservatezza dei dati abbia lanciato una valuta globale non privata”, e poi nota che “L’unico riferimento alla privacy nel whitepaper è in una nota che definisce lo ‘pseudoanonimato’, e questo riassume bene l’intero approccio di Facebook alla privacy. I nomi non importano, se loro hanno luoghi, date, orari, grafi dei rapporti sociali e importi delle transazioni”.

Fonti aggiuntive: The Register, Ars Technica.

Dareste i vostri dati a Facebook in cambio di soldi, anziché gratis?

Dareste i vostri dati a Facebook in cambio di soldi, anziché gratis?

Facebook ha annunciato Study, un’iniziativa per la quale gli utenti sceglieranno volontariamente e consapevolmente di farsi sorvegliare in cambio di soldi.

La sorveglianza registrerà quali app sono installate sullo smartphone, quali attività vengonono svolte, il tempo speso in ciascuna attività, marca e modello dello smartphone, la connessione utilizzata e il paese di provenienza. Bontà sua, non raccoglierà password o messaggi.

L’offerta per ora è limitata a Stati Uniti e India e per motivi legali è sottoscrivibile solo da maggiorenni. Non si sa a quanto ammonterebbe il compenso per farsi pedinare digitalmente, ma è sicuramente di più di quello che Facebook paga gli utenti per farsi schedare, classificare e analizzare adesso nel normale uso del social network, ossia zero.

Conoscendo la natura umana, mi aspetto che i primi a sottoscrivere il servizio saranno i criminali informatici, che sommergeranno Facebook di dati inventati per ricevere il compenso.

Fonte aggiuntiva: Punto Informatico.

Da Facebook non ti devi aspettare privacy. Lo dice Facebook

Da Facebook non ti devi aspettare privacy. Lo dice Facebook

A maggio scorso, durante la conferenza F8 dedicata agli sviluppatori di Facebook, Mark Zuckerberg ha dichiarato formalmente che la privacy è “il prossimo capitolo” nella storia del social network. Sul palco, dietro di lui, c’era lo slogan “The future is private”.

Per il presente, invece, la storia è ben diversa. Chi usa Facebook è abituato a pensare che esistano messaggi e post privati, e il social network ha una sezione informativa e una sezione delle impostazioni che sono dedicate alla privacy, ma gli avvocati di Facebook in tribunale dicono una cosa ben diversa.

In risposta a una class action riguardante il caso di Cambridge Analytica, infatti, i legali del social network hanno dichiarato che Facebook non può aver violato i diritti di privacy degli utenti perché “non c’è nessuna attesa di privacy” su Facebook e che “non c‘è nessuna invasione della privacy, perché non c’è privacy”. In originale: “no expectation of privacy… There is no invasion of privacy at all, because there is no privacy.”

Ricordatevene la prossima volta che qualcuno vi chiede di fare una discussione “privata” su Facebook.

Danilo Mastrantoni non ruba password e non è un hacker: l’allarme è un falso

Danilo Mastrantoni non ruba password e non è un hacker: l’allarme è un falso

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2019/05/06 9:45.

Mi sono arrivate diverse segnalazioni di un allarme per la presunta “presenza di un hacker che si fa chiamare Danilo Mastrantoni” su Facebook. Costui “sarebae [sic] in grado di rubare password ed identità, invalidando gli account dei malcapitati che accettano la sua amicizia o che si iscrivono a gruppi che egli amministra, o che rimangono iscritti in gruppi in cui lui subentra come amministratore; è ritenuto capace persino ad appriopriarsi [sic] indebitamente di codici di carte di credito e creare disfunzioni di sistema al funzionamento di Facebook. È inoltre capace di inoculare virus informatici anche agli utenti iscritti ai suoi gruppi attraverso la ricezione di messaggi che hanno come mittente “Danilo Mastrantoni”.”

L’appello consiglia di “inserire tutti i “Danilo Mastrantoni” nella lista degli utenti bloccati entrando nel menù IMPOSTAZIONI e seguendo il percorso PANORAMICA SULLA PRIVACY > CERCA inserendolo nella barra vuota Danilo Mastrantoni e poi BLOCCA UTENTE per ogni profilo risultato.”

L’appello, oltre ad altri dettagli sull’“hacker”, contiene anche delle istruzioni di difesa che consigliano, fra l’altro, di iscriversi a una “comunità antivirus”: un gruppo di Facebook di cui viene fornito il link, “perchè è importante in questo caso rimanere aggiornati per evitare di subire danni al terminale, al profilo di registrazione e a tutti i dati sensibili che potrebbero esservi sottratti.”

Di primo acchito sembrerebbe una variante faccialibresca del Bufalovirus mittensis, ossia un allarme ingannevole: non è dal nome di un contatto o di un mittente che si deve decidere la propria sicurezza informatica, e specificare che un dato mittente è pericoloso significa implicitamente distogliere l’attenzione da tutti gli altri mittenti che potrebbero essere altrettanto pericolosi. E’ come mandare in giro un avviso “Attenti alle tegole della Acme, se vi cadono in testa vi fanno male!”, come se le tegole delle altre marche fossero indolori.

Ma ho l’impressione che ci sia sotto qualcos’altro. Il gruppo Facebook citato nell’appello circolante via mail, infatti, a sua volta cita un articolo che sarebbe stato pubblicato da Repubblica il 23 febbraio scorso e che parlerebbe di un “virus nascosto sotto un finto utente di nome «Danilo Mastrantoni», che prende di mira il sistema di messaggistica del social network per infettare i Pc degli iscritti e successivamente appropriarsi di dati sensibili come i numeri delle carte di credito.” C’è anche una citazione di “Barry Schnitt”, portavoce di Facebook, e viene detto che “Facebook ha preso precauzioni e all’indirizzo facebook.com/security invita gli utenti ad eliminare i messaggi infetti e «pulire» e soprattutto bloccare o eliminare il finto utente ” Danilo Mastrantoni” da i loro pc.” Anche McAfee viene citata.

Il problema è che non c’è nessun articolo di Repubblica che contenga le parole “Danilo Mastrantoni”, stando almeno a una ricerca negli archivi della testata. E presso Facebook.com/security non c’è nessun invito specifico riguardante l’utente Mastrantoni. Si direbbe, quindi, che qualcuno abbia inventato l’articolo di Repubblica e il riferimento alle pagine di sicurezza di Facebook per darsi autorevolezza. Gatta ci cova.

Allarme inventato, ma da chi?

Assodato che si tratta di un allarme fasullo, ho una teoria sulla sua origine.

Nota di aggiornamento: siccome alcuni lettori hanno interpretato male questa parte dell’articolo, ribadisco che è una teoria, una mia congettura personale, un’ipotesi. Non è una certezza e non è un’accusa.

C’è una pagina del sito Francescaferrara.net di ottobre 2008 che lamenta un plagio operato ai danni di chi scrive sul sito, Francesca Ferrara, da parte di un certo Danilo Mastrantoni.

Che tutta la storia sia una peculiare forma di vendetta di Francesca contro un plagiatore, una finzione per far parlare di sé o per vedere quanta gente abbocca?

Sarebbe una tattica originale, ma c’è il rischio che la cosa sfugga di mano e finisca per diventare un altro dei tanti allarmi bufala immortali che appestano Internet.

2009/02/26, mattina: Rettifica, Francesca dice che ho preso un granchio

Subito dopo aver pubblicato la prima stesura di questo articolo ho contattato Francesca Ferrara per avere la sua versione dei fatti (ho pubblicato prima di attendere la sua risposta perché capita spesso che le risposte non arrivino mai, come nel caso della rivista Fotografare, e quando circolano questi appelli fasulli la tempestività è importante). Stamattina è arrivata la risposta di Francesca: dice che con la mia congettura ho preso “uno delle più megagalattiche cantonate mai esistite prima” (sic) ed esclude ogni sua intenzione di vendetta, marketing virale, hackeraggio o altro. Qui sotto trovate anche i commenti di Catepol sulla vicenda.

Aggiorno di conseguenza quest’articolo e mi scuso se ho causato equivoci. La mia ipotesi era chiaramente indicata come congettura personale, separata dai fatti, ma si vede che alcuni lettori l’hanno letta un po’ di corsa.

Resta la curiosità di sapere chi ha partorito l’allarme: la creazione del falso articolo di Repubblica sembra escludere l’equivoco e punta verso un atto intenzionale.

Il gruppo di Facebook citato nell’appello, quello che a sua volta cita un inesistente articolo di Repubblica, ha un’aria decisamente sospetta: oltre a pubblicare un articolo fasullo, infatti, i suoi amministratori si qualificano come agenti di polizia di Miami (come vedete qui accanto). Perché mai le forze dell’ordine statunitensi dovrebbero citare Repubblica?

Tutto sembra puntare verso identità fasulle, che sono una delle piaghe di Facebook. Suggerisco di stare alla larga da questo gruppo e più in generale di non fidarsi degli allarmi non documentati e di non propagarli senza averli controllati.

2009/02/26 13:20

Da fonti che per ora non posso divulgare sembra confermata l’ipotesi della vendetta personale alla base dell’appello fasullo, ma non è Francesca a compierla, bensì una terza persona. Pubblicherò maggiori dettagli se ottengo conferme e consenso degli interessati.

2015/11/16 1:15

Il consenso di cui accennavo nell’aggiornamento precedente non è mai arrivato. In compenso mi è arrivata la richiesta di rimuovere la foto del presunto “Danilo Mastrantoni” da parte di una persona che ha dichiarato di essere l’uomo ritratto nella foto, per cui ho rimosso l’immagine per prudenza.

2019/05/06 9:45

Ho riscritto il titolo di questo articolo perché a quanto pare per alcuni duri di comprendonio il titolo originale (“Antibufala: l’allarme per Danilo Mastrantoni, il rubapassword di Facebook, è falso”) non era sufficientemente chiaro e questo, secondo una segnalazione, stava causando problemi a chi si chiama Danilo Mastrantoni.

Facebook: ops, quelle decine di migliaia di password Instagram conservate in chiaro sono in realtà milioni

Facebook: ops, quelle decine di migliaia di password Instagram conservate in chiaro sono in realtà milioni

Le figuracce di Facebook sembrano non voler finire mai. Il social network ha dichiarato di aver raccolto involontariamente le rubriche degli indirizzi di mail di circa un milione e mezzo di utenti senza il loro permesso.

Questa raccolta è la conseguenza inattesa di un’altra scelta infelice di Facebook: quella di chiedere le password della mail ad alcuni suoi utenti (come ho raccontato qui il 5 aprile scorso). Però ha detto che ha smesso e non lo farà più.

Non è finita: Facebook ha aggiornato un proprio comunicato stampa di marzo scorso, intitolato ironicamente “Keeping Passwords Secure” (“Tenere al sicuro le password”), perché è emerso che le password di Instagram che stava conservando internamente in chiaro, senza alcuna protezione crittografica, non erano alcune decine di migliaia come annunciato inizialmente ma sono molte di più.

“Abbiamo scoperto altri log di password di Instagram che venivano conservati in un formato leggibile… stimiamo ora che questa questione abbia interessato milioni di utenti Instagram”.

È vero che le password non risultano essere state trafugate. Ma è anche vero che la scoperta di altri log di password prima ignoti non rassicura granché sull’affidabilità delle dichiarazioni dell’azienda di Zuckerberg, che sembra non avere alcun controllo sulle proprie iniziative interne e sui propri metodi di operare.

Come sempre quando c’è di mezzo una raccolta insicura di password, è consigliabile cambiare password di Instagram e cogliere l’occasione per sceglierne una complessa, non ovvia e differente da quella usata altrove, e per attivare l’autenticazione a due fattori. In altre parole, cambiate la vostra password di Instagram prima che lo faccia qualcun altro per voi.

Perché Facebook chiede la password della mail?

Perché Facebook chiede la password della mail?

No, non è una truffa da parte di criminali informatici: Facebook sta davvero chiedendo ad alcuni utenti di dargli la password del loro account di posta.

Il fenomeno è stato segnalato per la prima volta il primo d’aprile scorso; passato il dubbio che si trattasse di un bizzarro scherzo di stagione, Facebook ha chiarito che la richiesta compare ad alcuni utenti che adoperano fornitori di caselle di mail che non supportano lo standard di autenticazione OAuth, che è invece supportato da quasi tutti i fornitori più diffusi. Il social network ha inoltre dichiarato che non conservava le password richieste e che comunque smetterà di chiederle.

Comunque sia, questa è stata una scelta molto infelice e pericolosa da parte di Facebook. Non solo ha contribuito a farlo sembrare ancora più ficcanaso di quanto già sia, ma rischia di creare negli utenti la pessima abitudine di dare la propria password di mail a terzi.

Fra tutte le password che abbiamo, infatti, quella che protegge la casella di mail è una delle più preziose e potenti, perché quasi tutti gli account di altri servizi, dai social network ai giochi online ai sistemi di pagamento online, si basano su una casella di mail. Se un aggressore prende il controllo della nostra casella di mail, può chiedere ai nostri account nei social network di mandare un codice di reset, che arriva via mail e quindi può essere letto e usato dall’aggressore.

Prendere il controllo di una casella di mail, in sintesi, consente di prendere poi il controllo di tutte le attività online della vittima. Per questo la password di mail non va data mai, mai, mai a nessuno (ed è importante proteggere l’account con l’autenticazione a due fattori). Che Facebook abbia deciso di ignorare questa regola la dice lunga sul suo approccio alla protezione degli utenti.

I dati Facebook di centinaia di milioni di utenti sono finiti online

I dati Facebook di centinaia di milioni di utenti sono finiti online

Ultimo aggiornamento: 2019/04/06 12:05.

Ci risiamo. Ancora una volta i dati di centinaia di milioni di utenti Facebook sono stati trovati online, accessibili a chiunque abbia un minimo di competenza: nomi, commenti, tipi di interessi e like, nonché in alcuni casi password di app, stavano su un server di Amazon, come racconta Wired.

Li hanno scoperti i ricercatori della società di sicurezza informatica UpGuard. I dati erano stati messi su Amazon non da Facebook, ma da due sviluppatori di app per Facebook. Il social network, insomma, continua a non avere alcun controllo sulla circolazione dei dati personali degli utenti.

I dati erano ospitati sul cloud di Amazon da parte di una società messicana, Cultura Colectiva, che aveva accumulato 146 gigabyte, che includevano 540 milioni di record. Questi dati sono rimasti pubblicamente accessibili per mesi: i ricercatori hanno infatti allertato già a gennaio Cultura Colectiva, ma i dati sono stati tolti da Internet solo pochi giorni fa, guarda caso dopo che Bloomberg ne ha parlato pubblicamente e ha allertato Facebook.

Altri dati appartenevano a un’app denominata At the Pool e contenevano le password di 22.000 utenti (non le password Facebook di questi utenti, ma le password dei loro account su At the Pool). Si tratta di dati risalenti a prima del 2014, visto che At the Pool risulta inattiva da allora.

Questo ennesimo incidente sottolinea l’importanza di diversificare le password dei propri account, perché non si può mai sapere quando uno dei fornitori di questi account, o un suo associato, sarà così maldestro da mettere online l’intero archivio di password dei suoi utenti. Chi usa la stessa password dappertutto si trova così completamente vulnerabile; chi usa password differenziate no.

Password a parte, incidenti come questo mostrano chiaramente che un dato pubblicato su un social network è difficile da eliminare: anche se gli utenti interessati hanno cancellato i propri post o addirittura eliminato i propri account, i loro dati continueranno a circolare. Vale quindi la pena di riflettere attentamente prima di mettere online qualunque cosa.

Christchurch: social network manipolati dal terrorismo, ma anche suoi istigatori

Questo articolo è il testo del mio podcast settimanale La Rete in tre minuti su @RadioInblu, in onda ogni martedì alle 9:03 e alle 17:03.

In risposta all’attentato terroristico che ha ucciso decine di persone inermi in due moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda, Facebook ha annunciato di aver rimosso circa un milione e mezzo di copie del video trasmesso sul social network in diretta dal terrorista durante l’attacco e di averne bloccate un milione e duecentomila già all’istante del caricamento.

Sono cifre che possono sembrare un successo, ma in realtà rivelano che ben trecentomila copie del video non sono state bloccate preventivamente e sono finite online.

E non va dimenticato che sono stati proprio i social network (non solo Facebook ma anche Youtube) a rendere possibile una diffusione così enorme, mettendo a disposizione di chiunque, gratuitamente, la possibilità di pubblicare qualunque video in diretta e di disseminarlo a milioni di persone, senza pensare agli abusi orrendi ai quali si presta questa possibilità. E sono loro a guadagnare miliardi sulla condivisione di video senza però destinare una parte significativa di quei miliardi alla moderazione efficace dei contenuti di quei video.

Infatti pare contraddittorio che Youtube sia capace di bloccare prontamente un video di una festa di compleanno perché ha in sottofondo una canzone vincolata dal diritto d’autore ma non sia capace di fare altrettanto con un video di terrorismo, il cui audio ha delle caratteristiche altrettanto ben riconoscibili.

Sembra assurdo che i social network, così abili nel profilare tutti i nostri gusti, orientamenti e consumi, non siano capaci di rilevare i deliri di un aspirante terrorista che li sbandiera con tanto di foto.

E pare incredibile che i grandi social network non abbiano le risorse per bloccare seriamente almeno gli hashtag e le parole chiave più ovvie che promuovono l’ideologia e il video dell’attentatore di Christchurch, che infatti continuano a circolare usando lingue e alfabeti diversi dall’inglese. I social network hanno una copertura planetaria, ma a volte sembrano pensare che il mondo finisca ai confini della California.

Certo, filtrare senza eccedere e prestarsi a censure è un problema tecnicamente complesso. Per questo le carenze dei filtri automatici vengono da sempre compensate usando moderatori in carne e ossa. Ma questi moderatori costano e riducono i profitti, per cui i social network non hanno alcun incentivo ad assumerli. Costa meno fare le condoglianze, dire che si sta lavorando per migliorare e fare qualche gesto di facciata, invece di rendersi conto che è il concetto stesso di dare a tutti il potere di pubblicare video in tempo reale a incoraggiare orrori come quello di Christchurch.

Da queste considerazioni è nata una proposta tecnica interessante: eliminare le dirette di massa e introdurre un ritardo di un’oretta prima che qualunque video non giornalistico diventi pubblico. Questo darebbe ai filtri e ai moderatori il tempo di valutarlo ed eventualmente bloccarlo. Il disagio di dover aspettare un pochino prima di poter mostrare a tutti le prodezze del proprio bambino o gattino sarebbe compensato dal fatto che nessun terrorista potrebbe più avere la garanzia che i suoi video di morte finiscano online. Vediamo se i social network avranno il coraggio di provare questa strada.