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Meta Quest Pro sorveglia dove guardi, anche per mandarti spot mirati

Meta Quest Pro sorveglia dove guardi, anche per mandarti spot mirati

Questo articolo è disponibile anche in
versione podcast audio.

Torno a parlare del visore per realtà virtuale Quest Pro, presentato da Meta la
settimana scorsa e descritto nella puntata del 14 ottobre del podcast Il Disinformatico della RSI, perché c’è un aggiornamento
importante che finalmente chiarisce un dubbio che molti si sono posti in questi
anni, da quando Meta (che all’epoca si chiamava ancora Facebook)
acquisì
Oculus, una rinomata marca di prodotti per realtà virtuale, nel 2014.

Come mai
Facebook/Meta è così tanto interessata a questa tecnologia, che a prima vista
sembra molto sganciata dal mondo dei social network e della messaggistica
digitale?

La risposta è arrivata esaminando le caratteristiche tecniche del visore Quest
Pro, che è dotato di telecamere rivolte verso gli occhi dell’utente che ne
tracciano la direzione dello sguardo (il cosiddetto eye tracking) e
leggendo attentamente il testo dell’aggiornamento dell’informativa sulla
privacy pubblicato da Meta,
disponibile anche in italiano. Questa informativa dice testualmente che possono essere raccolti
“dati aggiuntivi sull’utilizzo del visore (compreso il tracking degli
occhi) per aiutare Meta a personalizzare l’esperienza dell’utente e
migliorare Meta Quest”
.

La versione inglese del brano dell’informativa sulla privacy di Meta Quest
Pro.
La versione italiana dello stesso brano dell’informativa.

Personalizzare l’esperienza dell’utente” è un eufemismo ricorrente per
indicare la pubblicità mirata, quella che sui social network viene proposta al
singolo utente sulla base dei suoi gusti, delle sue amicizie, della sua
localizzazione e degli argomenti di cui scrive o che dimostra di apprezzare.

In un visore per realtà virtuale dotato di tracciamento degli occhi, questa
personalizzazione può basarsi sulla direzione dello sguardo, che è una cosa
estremamente
personale e spesso
involontaria. Meta potrà sapere per esempio se il nostro occhio cade su un certo
accessorio di abbigliamento indossato da una celebrità che si esibisce in
realtà virtuale o anche se cade su quello che sta sotto
il suo abbigliamento.

Vi sentireste tranquilli a passeggiare per strada e sapere che qualcuno,
istante per istante, sta controllando cosa state guardando e per quanto tempo
si sofferma il vostro sguardo? Questo, in sintesi, è quello che propone Meta
nel mondo virtuale.

In altre parole, la spinta al metaverso di Meta è ispirata dall’idea che se
l’azienda di Zuckerberg riesce a convincerci a lasciare che registri cosa
guardiamo potrà sapere ancora di più cosa ci piace e quindi vendere agli
inserzionisti pubblicitari ancora più dati personali. Dati personali che, va
ricordato, sono il pane quotidiano dei social network. E quindi il cerchio si
chiude: la realtà virtuale interessa a Meta perché le consente di proseguire
ed estendere la sua raccolta minuziosa di informazioni su di noi, che può
rivendere.

Caso mai venisse il dubbio che
“personalizzare l’esperienza dell’utente”
sia un po’ vago per dedurne tutto questo, va aggiunto che
Nick Clegg, presidente per gli affari internazionali di Meta, ha dichiarato pochi
giorni fa, in un’intervista al
Financial Times, che i dati di tracciamento oculare potranno essere usati
“per capire se le persone interagiscono con una pubblicità o no”.

Per ora l’attivazione del tracciamento dello sguardo nel visore Meta Quest Pro
è facoltativa, come sottolinea quella stessa informativa sulla privacy, ma
siccome lo stesso tracciamento viene usato anche per ottimizzare la
risoluzione delle immagini nella zona guardata e per rilevare e trasmettere le
espressioni facciali, rischia di essere difficile rifiutare questa
attivazione. Come
nota
Ray Walsh di
ProPrivacy, in una
riunione che si svolge nel metaverso non vorrai essere l’unico che sembra uno zombi inespressivo in una stanza
virtuale piena di gente che sorride e
aggrotta le sopracciglia”.

La questione è complicata anche legalmente, perché un visore per realtà
virtuale che rileva le espressioni facciali e la direzione dello sguardo,
oltre che i movimenti dell’utente, raccoglie dati biometrici, che sono
fortemente regolamentati e quindi ci saranno decisioni anche politiche da
prendere presto in materia, paese per paese.

Nel frattempo, chiarito il dubbio sulla brama di metaverso di Zuckerberg, è
forse opportuno valutare gli altri dispositivi per realtà virtuale di altre
aziende che offrono prestazioni pari o superiori a Meta Quest Pro senza essere
così ficcanaso.

Fonti aggiuntive: Gizmodo,
Extremetech.

Podcast RSI – Story: Come mollare Facebook senza perdere gli amici

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della
Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo
trovate presso
www.rsi.ch/ildisinformatico
(link diretto) e qui sotto.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite
feed RSS,
iTunes,
Google Podcasts
e
Spotify.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo integrale e i link alle fonti di
questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: spezzone dal trailer di “The Social Network”
e musica di sottofondo “Power” di Kanye West]

Quest’anno Mark Zuckerberg ha
perso 71 miliardi di dollari. Non vi preoccupate, gliene restano altri 56, per cui dovrebbe avere
comunque di che sfamarsi, ma quello che conta è che il crollo del suo
patrimonio personale è legato a doppio filo a quello delle azioni di Meta, la
società che controlla Facebook, Instagram e WhatsApp e di cui Zuckerberg è
grande azionista oltre che CEO. E oggi quelle azioni valgono meno della metà
di quello che valevano un anno fa.

L’intero settore delle tecnologie informatiche è al ribasso, ma Meta è stata
colpita molto più duramente della media. Una delle ragioni, secondo gli
esperti, è la decisione di Zuckerberg di incentrare tutto il futuro
dell’azienda sulla realtà virtuale e il metaverso, cosa che richiede grandi
investimenti e tempi lunghi che non piacciono agli investitori. Un’altra
ragione è Apple, i cui smartphone dall’anno scorso, con iOS 14, rendono molto
più difficile la profilazione commerciale dettagliata degli utenti dalla quale
Facebook dipende in modo particolare. E poi c’è TikTok, che sta togliendo orde
di utenti a Instagram.

Però i ricavi di Meta vanno bene: nel 2021 sono
schizzati
a oltre 117 miliardi di dollari, rispetto agli 86 del 2020. E soprattutto Meta
vanta
oltre tre miliardi e mezzo di utenti attivi. Tanti di quegli utenti si lamentano, in particolare di Facebook, ma vi
restano fedeli, nonostante i ripetuti scandali legati alla privacy, alla
diffusione e amplificazione dei contenuti di odio, alla manipolazione delle
opinioni e alle censure arbitrarie.

Perché tanta gente dice di detestare Facebook e i social network in generale
ma continua a usarli? Spiegarlo non è facile, ma c’è chi lo sa fare molto
bene: la Electronic Frontier Foundation, una nota associazione per la difesa
dei diritti digitali degli utenti, che ha pubblicato di recente un’analisi dettagliata del problema
[PDF], firmata da Cory Doctorow.

Questa è la storia dei meccanismi poco conosciuti che ci tengono legati a
servizi come Facebook, dei miti propagandati dalle aziende che li gestiscono,
e delle leggi e delle tecnologie che offrono una soluzione molto elegante e
intrigante a questo problema.

Benvenuti a questa puntata del Disinformatico, il podcast della
Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane
dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Cory Doctorow e la Electronic Frontier Foundation partono da una premessa che
è facile da condividere. Espongono il problema riferendosi specificamente a
Facebook, ma le loro argomentazioni si applicano a qualunque altro servizio
digitale analogo.

[CLIP: People don’t like Facebook but they use it anyway…]

Alla gente Facebook non piace, ma lo usa lo stesso. Gli utenti di Facebook
si arrabbiano perché i contenuti che detestano rimangono online e vengono
sbattuti loro in faccia ogni volta che si collegano al social network, perché
i contenuti che a loro piacciono vengono bloccati o declassati (o
downranked) dall’algoritmo di Facebook, e perché le procedure di
appello contro le decisioni di Facebook sono distanti, prepotenti, arbitrarie
e troppo sommarie oppure troppo lente ed esitanti.

Se il sistema non ti piace, non lo puoi cambiare. O lo accetti, o te ne vai.
Ma gli utenti, nonostante tutto, non se ne vanno. C’è chi considera questo
comportamento una sorta di dipendenza, ma secondo la EFF non è così: gli
utenti non sono in crisi da dipendenza. Sono intrappolati.

[CLIP: People aren’t addicted to Facebook; they’re trapped by it]

Facebook ci tiene molto a promuovere l’idea della dipendenza, spiega Cory
Doctorow. Facebook vende pubblicità, e ne ricava tanto denaro: oltre 117
miliardi di dollari nel 2021. E non è solo questione di volumi pubblicitari:
Facebook è anche un posto molto costoso nel quale fare pubblicità. Gli
inserzionisti sono disposti a pagare di più per gli spot su Facebook che
altrove perché sono convinti che quegli spot funzionino meglio, grazie alla
capacità di mostrare la pubblicità perfetta al destinatario perfetto e indurre
l’utente a comprare, manipolando la sua volontà. Ma ne sono convinti
semplicemente perché gliel’ha detto Facebook

[CLIP: Why do they believe this? Because Facebook tells them so]

Di prove concrete e robuste che sia davvero così non ce ne sono.

Non si tratta di dipendenza, secondo la EFF, ma del cosiddetto “effetto rete” o “network effect”: il primo termine tecnico
chiave di questa storia. Il network effect è l’aumento di valore che
hanno certi prodotti o servizi man mano che aumenta il numero dei loro utenti.
Facebook è indubbiamente uno di questi servizi: praticamente tutti coloro che
usano Facebook oggi si sono iscritti perché volevano socializzare con le
persone che già usavano Facebook. Quelle persone hanno fatto aumentare il
valore del social network.

L’effetto rete è ben documentato e spiega come Facebook sia cresciuto così
tanto, ma non spiega come faccia a restare così grande. Per capirlo
serve un altro termine tecnico: costo di trasferimento o
switching cost
.

[CLIP: It means everything you have to give up when you stop using a
product or a service…]

Il costo di trasferimento è costituito da tutto quello a cui dobbiamo
rinunciare se smettiamo di usare un prodotto o un servizio per passare a un
altro. Se usciamo da Facebook, non possiamo più restare in contatto
agevolmente con le persone per le quali ci eravamo appunto iscritti a questo
social network: la famiglia, le comunità, i clienti. Un costo che per molti è
insostenibile.

Questo alto costo di trasferimento sembra inevitabile, ma è un mito molto
diffuso. Dal punto di vista tecnico è perfettamente possibile creare uno
strumento software che ci consenta di vedere i post pubblicati dagli utenti di
Facebook e mandare a loro dei messaggi o commenti anche se non siamo più su
Facebook ma su un altro servizio analogo, nello stesso modo in cui possiamo
scambiare mail con chiunque anche se non usiamo il suo stesso fornitore di
caselle di mail o se cambiamo il nostro, e nello stesso modo in cui possiamo
cambiare operatore telefonico e continuare a telefonare esattamente come
prima, magari mantenendo anche lo stesso numero. Questa possibilità si
chiama interoperabilità, e di solito riduce moltissimo i costi di
trasferimento.

Meta potrebbe abbattere questi costi di trasferimento offrendo questa
interoperabilità. Potrebbe offrire quella che in gergo si chiama API o
application programming interface, ossia una sorta di interfaccia
standard fra programmi, e così qualunque altro servizio potrebbe agganciarsi a
questa interfaccia e scambiare dati con Facebook e con i suoi utenti. Ma Meta
non lo fa, e ricorre anzi agli avvocati per ostacolare chiunque ci provi. In
altre parole, per dirla con Cory Doctorow, serve un modo per obbligare Meta a
fornire l’interoperabilità e a garantire che Facebook abbia utenti anziché
ostaggi.

[CLIP: If only there was a way to make sure that Facebook had users – not
hostages]

La buona notizia è che questo modo esiste. Sia negli Stati Uniti sia in
Europa, sono in via di realizzazione delle leggi che obbligherebbero tutte le
grandi aziende digitali a essere interoperabili, fornendo appunto
pubblicamente una API usabile da chiunque per creare un servizio
compatibile. Negli Stati Uniti c’è la proposta denominata
ACCESS Act; nell’Unione Europea c’è il
Digital Markets Act.

Siamo talmente abituati a pensare ai vari social network come giardini cintati
esclusivi che può essere difficile immaginare come sarebbe per esempio un
Facebook interoperabile. Potreste uscire da Facebook e iscrivervi a un
social network alternativo, gestito dalla parrocchia, dal vostro club o da una
startup locale, ma continuare a ricevere lì i post e i commenti postati
su Facebook da chi volete seguire, insieme a quelli degli altri utenti del
social network alternativo.

Questi post vi verrebbero presentati, filtrati e moderati secondo le regole
del social network alternativo, non quelle di Facebook. Gli argomenti e
comportamenti vietati su Facebook sarebbero ammessi; quelli invece fin troppo
tollerati da Facebook verrebbero filtrati e bloccati. Tutto secondo regole che
avete selezionato voi quando avete scelto quel social network. Se
cambiate idea, o se cambiano le regole, potete trasferirvi a qualunque altro
social network interoperabile o federato senza perdere nulla. Potreste
inoltre rispondere ai post degli utenti di Facebook stando nel vostro social
network. Naturalmente le vostre risposte verrebbero viste dagli utenti di
Facebook solo se conformi alle regole di Facebook.

Più in generale, potreste per esempio essere su Twitter e rispondere da lì a
un post di Instagram o a un messaggio di WhatsApp o Telegram, e viceversa.
Tutti potrebbero parlare con tutti senza essere vincolati a una singola
piattaforma. 

Questa indipendenza da un unico fornitore potrebbe risultare
strana per molti utenti che non l’hanno mai vista perché sono letteralmente
cresciuti per quasi due decenni con il modello esclusivo di Facebook, ma non
va dimenticato che Internet è stata concepita, e si basa tuttora,
sull’interoperabilità e sugli standard aperti e indipendenti.

Fra l’altro, queste leggi e questa possibilità di comunicare con gli utenti di
un social network senza farne parte offrono anche un altro grande vantaggio:
eliminano la schedatura e la profilazione commerciale degli utenti.

[CLIP: Shadowy ad-brokers follow you around the web…]

Nel sistema attuale, basato sulla cosiddetta pubblicità “comportamentale” o
“behavioral ad”, ogni utente viene sorvegliato invisibilmente dai
broker pubblicitari, che guardano quali siti
visita, comprano informazioni di geolocalizzazione e usano questi e altri
dati per creare un dossier
di gusti, orientamenti e preferenze che viene poi usato per decidere
quali pubblicità mostrargli. Questo tipo di profilazione sarà
sostanzialmente vietato da queste leggi statunitensi ed europee.

Questo non significa che i social network non potranno mantenersi con la
pubblicità: potranno usare comunque la pubblicità contestuale, ossia
quella basata su ciò che si legge e non su ciò che si è. Secondo la EFF,
questa forma di spot è leggermente meno redditizia di quella comportamentale
“solo perché l’industria della sorveglianza commerciale”, dice,
“riesce a far pagare alla società i propri costi, cioè i furti di identità,
l’inquietudine di essere spiati continuamente e la discriminazione basata
sulla sorveglianza, e si intasca tutti i guadagni.”

[CLIP: …while pocketing all the profits] 

L’analisi della Electronic Frontier Foundation, che qui ho riassunto e che
raccomando di leggere nella sua versione integrale presso
www.eff.org/interoperablefacebook, si conclude con una riflessione:

[CLIP: Facebook is in a mess of its own making…]

Facebook si trova in un guaio che si è creato da sola. È stata sua l’idea
di cercare di moderare conversazioni in oltre mille lingue e in oltre cento
paesi. Il suo grandioso esperimento di moderazione su vasta scala ha fatto
stare male tante persone, ma la sua capacità legale di infliggere costi di
trasferimento elevati ha tenuto molti di quegli utenti infelici in trappola
dentro il suo giardino cintato.

L’interoperabilità rimette le decisioni sugli standard della comunità nel
posto dove è giusto che stiano: presso le comunità stesse. Permette che
siano gli utenti, non i dirigenti d’azienda, a decidere chi appartiene ai
loro gruppi e quali comportamenti siano accettabili e quali no. […] questa è
una concezione veramente
sociale
di un social: una concezione basata sulle vite sociali delle persone reali,
non sulla sorveglianza commerciale o sulle consuetudini sociali di un
piccolo gruppo di manager in una sala riunioni della Silicon Valley.”

[… the social norms of a small group of executives in a Silicon Valley
board-room]

O, aggiungo io, sulle consuetudini sociali inevitabilmente sganciate dalla
realtà di una persona che può perdere otto milioni di dollari l’ora per un
anno di fila e restare comunque fra le venti persone più ricche del pianeta.

 

Fonti aggiuntive: CBS News,
Futurism.com,
Bloomberg,
Variety
.

Attenti alla Clausola del Gatto Sitwoy

Attenti alla Clausola del Gatto Sitwoy

Il Corriere segnala la protesta di un deputato italiano, Matteo Salvini, che “da ormai due settimane, non riesce più ad aggiornare il suo profilo, né ad interagire con i suoi circa 2000 contatti sparsi sulla Rete.”

Dice il deputato: «ho depositato una interrogazione al ministero delle telecomunicazioni per conoscere più da vicino alcuni numeri di questa realtà. Chiedo quanti italiani risultano iscritti a Facebook, se e quale tipo di controllo risulti al ministero essere effettuato e da parte di chi, dove risultino le sedi operative del social network in questione e chi ne siano i legali rappresentanti, se e quanti siano i casi segnalati di censura e di eliminazione di iscritti, gruppi o altro in rete».

Evidentemente nel corso d’informatica per deputati manca una lezione che spieghi la cosiddetta Clausola Cat Sitwoy, valida anche al di fuori del mondo politico e largamente ignorata dai più:

Se usi come supporto vitale della tua attività un servizio:
– che non hai la più pallida idea di come funziona,
– che non sai dov’è localizzato geograficamente,
– che non hai protetto con le misure minime di sicurezza,*
– di cui non sai come contattare i responsabili, perché parlano una lingua a te sconosciuta,
– che non hai pagato perché gratuito e supportato dalla pubblicità,
– che non fornisce alcuna garanzia formale di qualità del servizio;

il giorno che non funziona, non rompere l’anima a chi non c’entra nulla e ha di meglio da fare: sono … Cat Sitwoy.

* 2022/07/11. Ho aggiunto questa precisazione per maggiore chiarezza, anche se il concetto di protezione dell’account era formalmente già ricompreso nel concetto di non avere la più pallida idea di come funziona. Sono passati quattordici anni dalla prima pubblicazione di questo post e mi è sembrato prudente esplicitare cose che un tempo potevano essere considerate implicite. Mi risulta inoltre che il signor Salvini abbia fatto un po’ di strada da allora, ma la Clausola continua a valere. Per tutti.

Come vedere Twitter, Facebook, BBC e altri siti dalla Russia: Tor

Twitter è ufficialmente bloccato in Russia dal 4 marzo scorso, secondo l’agenzia
d’informazione russa
Interfax, e lo
stesso vale anche per Facebook. Questo rende difficile per chi si trova nel
paese mantenere i contatti e ricevere informazioni attraverso queste
piattaforme.

Ma Twitter ha
attivato
un accesso tramite Tor che permette di eludere questo blocco restando
ragionevolmente anonimi. Questo accesso funziona anche per altri paesi che
bloccano Twitter, come la Cina, l’Iran o la Corea del Nord. 

L’annuncio di quest’attivazione è stato fatto piuttosto in sordina, tramite un
tweet di Alec Muffett, uno degli informatici che ha collaborato con Twitter per creare l’accesso
protetto e anonimo. Twitter ha semplicemente aggiunto la rete Tor alla
versione inglese dell’elenco dei browser supportati, con molta discrezione.

Per accedere a Twitter in questo modo è necessario procurarsi per prima cosa l’applicazione
Tor Browser, che è un programma di navigazione Web ad alta sicurezza e
privacy: quello che molti conoscono perché si usa per accedere al cosiddetto
dark web. Tor Browser si trova presso
Torproject.org ed è
disponibile gratuitamente per Windows, macOS, Linux e Android in numerose
lingue (per iOS c’è
Onion Browser). Chi non ha accesso a Internet può ricevere Tor su qualunque supporto
digitale. 

Esiste anche una versione completamente autonoma di Tor, denominata Tails, che
si tiene su una chiavetta USB e non richiede di installare nulla. Se si avvia
il computer con la chiavetta inserita, si attiva Tails, che contiene Tor; se
si avvia il computer senza chiavetta, parte il sistema operativo normale,
ossia Windows, macOS o Linux che sia. Questo consente di evitare di lasciare sul
proprio computer tracce visibili della presenza di questi software, che
potrebbero essere considerati sospetti. Tails si trova gratuitamente presso
tails.boum.org.

Una volta installato Tor o avviato Tails (che a sua volta avvia Tor), per
accedere a Twitter scavalcando filtri e blocchi si immette questo link, che
come tutti i link di questo genere è chilometrico:

https://twitter3e4tixl4xyajtrzo62zg5vztmjuricljdp2c5kshju4avyoid.onion/

Usare Tor o Tails permette di accedere anche a Facebook a questo link:

https://www.facebookwkhpilnemxj7asaniu7vnjjbiltxjqhye3mhbshg7kx5tfyd.onion/

oppure questo per dispositivi mobili:

https://m.facebookwkhpilnemxj7asaniu7vnjjbiltxjqhye3mhbshg7kx5tfyd.onion/

come
annunciato
a maggio 2021 da Facebook.

Alec Muffett ha pubblicato inoltre su
Github
un vasto elenco di stazioni radio accessibili tramite Tor, come la BBC,
Deutsche Welle, Radio Free Europe/Radio Liberty in numerose lingue. L’elenco
include anche link Tor ai motori di ricerca, a Protonmail e al cosiddetto
secure drop di Bloomberg, Al Jazeera, Financial Times e di molte altre
testate internazionali. Il secure drop è un sito al quale è possibile inviare documenti,
video o immagini in maniera sicura e protetta.

La BBC offre inoltre
trasmissioni in onde corte su 15.735 kHz e 5875 kHz, ricevibili in Ucraina e
in buona parte della Russia anche senza connessione a Internet dalle 22 a
mezzanotte (ora dell’Ucraina).

La BBC ha inoltre attivato una
pagina apposita di informazioni
su come accedere alle sue trasmissioni via Internet e su come ricevere in modo
sicuro Tor e Onion Browser se non è possibile raggiungere l’App Store di Apple
o al Play Store di Google per scaricare queste applicazioni. Sempre la BBC
segnala e mette a disposizione anche un’altra app,
Psiphon, che consente di eludere filtri e
blocchi. E molti utenti russi stanno
installando software di tipo VPN
nel tentativo di restare connessi al resto del mondo e sapere cosa sta
accadendo realmente.

Nessuno di questi sistemi per aggirare le censure è perfettamente sicuro e
infallibile, e quindi vanno tutti adoperati con molta prudenza, però
intercettarli o bloccarli richiede un impegno di risorse tecniche e umane che
potrebbe rivelarsi insostenibile, soprattutto se vengono usati da tantissime
persone.

Una volta tanto, insomma, il dark web si dimostra utile per
scopi positivi, ben diversi da quelli per i quali è conosciuto normalmente.

Fonti aggiuntive:
Engadget,
The Guardian,
Il Post.

 

Il primo arresto tramite Facebook arriva dalla Nuova Zelanda. Ma attenti al vigilantismo e agli impostori

Il primo arresto tramite Facebook arriva dalla Nuova Zelanda. Ma attenti al vigilantismo e agli impostori

Si è parlato già parecchio (Zeusnews;
Repubblica) della curiosa vicenda del ladro arrestato dalla polizia di Queenstown, in
Nuova Zelanda, grazie alla foto della telecamera sicurezza pubblicata su
Facebook. L’individuo ha cercato per un’ora di scassinare la cassaforte della
Franklin Tavern, ma alla fine si è dovuto arrendere.

Il genio, accaldato dalla
fatica, si è così tolto i guanti… e il passamontagna. E ha anche guardato la
telecamera di sicurezza, come vedete qui accanto.

Il novello Arsenio Lupin si è
trovato così immortalato su nastro e l’immagine è stata pubblicata nella
pagina Facebook della polizia di Queenstown, dove la gente del luogo ha riconosciuto il suo volto. Questo ha permesso alla polizia di
arrestare un ventunenne, che è già stato portato in tribunale per rispondere
delle accuse. 

È sicuramente interessante vedere che le forze di polizia di
alcuni paesi sanno usare i nuovi media, ma come sottolinea
Ars Technica, Facebook non è una piattaforma molto sicura per questo genere di iniziative,
perché chiunque potrebbe creare una pagina Facebook a nome di un corpo di
polizia e pubblicare foto che accusano falsamente degli innocenti, che
verrebbero poi identificati grazie al buon cuore (mal riposto, in questo caso)
degli utenti e perseguitati ingiustamente. 

Un sito Web ha un briciolo di
garanzia in più, perlomeno nei paesi nei quali occorre dimostrare di avere
titolo per aprire un sito il cui nome di dominio richiama il nome delle forze di
polizia.

Fonti:
Computer Weekly,
Sophos,
LiveNews.

WhatsApp cambia le regole: niente panico, specialmente se siete nella regione europea

WhatsApp cambia le regole: niente panico, specialmente se siete nella regione europea

Ultimo aggiornamento: 2021/05/15 15:35.

Siete agitati e ansiosi perché avete letto che WhatsApp il 15 maggio cambierà le proprie regole? Rilassatevi. Soprattutto se risiedete nella “regione europea” (che WhatsApp definisce qui e include la Svizzera), i cambiamenti sono minimi.

Per chi risiede in questa regione, valgono questi nuovi termini di servizio e vale questa informativa sulla privacy (entrambi sono disponibili in italiano e varie altre lingue); per chi sta altrove, invece, valgono questi termini e questa informativa. Colgo l’occasione per ricordare che nella regione europea il limite minimo di età per iscriversi è 16 anni ma 13 nel resto del mondo.

Nella regione europea, accettare i nuovi termini e la nuova informativa
significa in sostanza che WhatsApp continuerà a non poter usare i dati che raccoglie
per aiutare gli inserzionisti a mostrare annunci su Facebook (WhatsApp,
insieme a Instagram, fa parte del gruppo delle aziende di Facebook): “Accettare i nuovi Termini di servizio non accresce la capacità di WhatsApp di condividere i dati degli utenti con la società madre, Facebook”, dice questa FAQ di WhatsApp.

Al
di fuori della regione europea potrà invece usare questi dati, soprattutto per il
servizio WhatsApp Business, come spiegato in questa pagina informativa. Le novità, infatti, riguardano soprattutto lo scambio facoltativo di messaggi con aziende che usano WhatsApp.

Se non accettate i nuovi termini (che inizialmente dovevano entrare in vigore l’8 febbraio ma sono stati posticipati al 15 maggio), il vostro account non verrà disabilitato o limitato immediatamente: ci sarà invece una riduzione graduale delle funzioni. Dopo alcune settimane potrete solo leggere e rispondere alle chat e ricevere chiamate ma non potrete avviare nuove conversazioni. Solo dopo altre settimane verrà tutto bloccato e sarete quindi considerati inattivi. 

In teoria, dopo 120 giorni di inattività, secondo le regole preesistenti di WhatsApp gli account inattivi vengono eliminati e quindi dovrebbe essere eliminato anche il vostro, se non avete accettato i termini nel frattempo. 

Restano invariate le altre regole: WhatsApp continuerà a non poter leggere il contenuto dei messaggi o ascoltare le chiamate e non condividerà i contatti con Facebook. WhatsApp ha pubblicato una pagina informativa di risposta alle domande più frequenti. Ma i garanti europei non sono soddisfatti e chiedono maggiore chiarezza e trasparenza.

 

Fonti aggiuntive: RSI, Cybersecurity360.it (anche qui), Gizmodo (anche e soprattutto qui), The Verge, Engadget.

Come uscire dai social network e salvare i propri dati

Ultimo aggiornamento: 2021/10/18 17:30.

Si parla molto, ultimamente, di lasciare i social network: troppo ficcanaso e
troppo tossici nel loro favorire l’odio, la lite e l’aggressività. Se per caso
state meditando di chiudere un account social ma non volete perdere tutte le
foto e i contatti che vi avete accumulato, Intego ha pubblicato un
articolo molto dettagliato
che spiega come fare per Facebook, Instagram, Twitter, YouTube, WhatsApp,
TikTok e molti altri. Questa è una sua sintesi con i link essenziali.

Facebook. Si può
disattivare temporaneamente
l’account oppure
eliminarlo definitivamente
e si può
scaricare una copia di tutti i propri dati. Per riattivare un account disattivato basta rientrare nell’account. Se si
elimina un account, ci sono 30 giorni di tempo per ripristinarlo.

YouTube. YouTube fa parte di Google, per cui l’account YouTube è legato
all’account Google. Per eliminare il proprio account YouTube occorre quindi
eliminare il proprio account Google, ma attenzione, perché eliminare un account Google significa perdere anche
Gmail, Google Drive e molti altri servizi. Però si può
eliminare un canale YouTube
lasciando intatto tutto il resto. Non c’è modo di fare una disattivazione
temporanea; si può scaricare una copia dei propri dati andando a
takeout.google.com.

WhatsApp. Si può
eliminare l’account
ma non è prevista la disattivazione temporanea. I dati possono essere
scaricati
tramite un backup.

Instagram. Qui è permessa la
disattivazione temporanea
e si può
scaricare una copia dei propri dati
prima di
eliminare l’account
(cosa che non si può fare nei menu dell’app). 

TikTok. La disattivazione temporanea non è prevista; si può eliminare
l’account scegliendo la gestione account dal menu che compare cliccando sulle
tre barrette orizzontali in alto a destra. Per
scaricare i propri dati
può essere necessario aspettare fino a 30 giorni.

SnapChat.
Eliminare
definitivamente un account SnapChat è facile; per disattivarlo temporaneamente
(per 30 giorni) basta chiederne l’eliminazione e poi rientrare nell’account
prima che siano trascorsi 30 giorni. Non sembra esserci un modo per scaricare
i propri dati.

Twitter. Si può chiedere la
disattivazione
per un periodo di 30 giorni; se non si accede all’account per tutto questo
periodo, l’account viene eliminato. Si può
scaricare una copia dei propri dati.

LinkedIn.
Scaricare una copia dei dati
è semplice; disattivare temporaneamente
non è previsto,
ma si può
eliminare il
proprio account, con 14 giorni di tempo per eventuali ripensamenti. 

Tumblr. È possibile scaricare una copia dei propri dati seguendo queste istruzioni; l’eliminazione di un account è spiegata qui ed è definitiva (nessun periodo di ripensamento) ed eseguibile solo tramite browser (non dall’app).

Facebook, Instagram, WhatsApp bloccati in tutto il mondo per sei ore

Facebook, Instagram, WhatsApp bloccati in tutto il mondo per sei ore

Mentre scrivo la prima stesura di queste righe Facebook e le sue proprietà (WhatsApp, Instagram e Oculus) sono completamente
inaccessibili da alcune ore in tutto il pianeta. Facebook ha confermato
laconicamente il problema con
un post su Twitter.

Anche la pagina ufficiale di stato di Facebook,
status.fb.com, è inaccessibile.

Questa è una mia prima sintesi della situazione. La aggiornerò man mano che ci
saranno novità.

Ultimo aggiornamento: 2021/10/07 20:30.

A quanto risulta dalle prime analisi e
indiscrezioni, tutto è iniziato intorno alle 15.40 UTC (le 17.40 italiane) in seguito a un
errore commesso durante un cambiamento di configurazione interno a
Facebook. 

Questo errore comporta che tutta Internet non sa più dove trovare Facebook,
perché qualcuno di Facebook ha cancellato la mappa che dice dove si trova
Facebook e che strada fare per raggiungerlo.

In termini leggermente tecnici: l’errore di configurazione ha reso
inaccessibili da remoto i BGP peering router di Facebook, i computer
dell’azienda che gestiscono il BGP (Border Gateway Protocol), che è il
protocollo di Internet che determina l’instradamento (routing) dei dati
da trasmettere, come spiegato
qui e
qui.

L’errore ha causato l’eliminazione
improvvisa dei route (percorsi) BGP che consentivano di accedere
ai server DNS di Facebook, per cui il DNS di Facebook non va più (lo sappiamo
da
tweet come questo).

Il problema è che correggere questo errore richiede che si acceda
fisicamente a questi peering router, visto che non sono più
raggiungibili da remoto, ma chi può farlo non è necessariamente dotato delle
autorizzazioni e dell’autenticazione che sono necessari. BNO News alle 22.15
ha
tweetato,
citando il NYT, che Facebook ha
inviato una squadra a uno dei suoi data center a Santa Clara, in
California, per resettare manualmente i server.

Non solo: questo errore implica che non funziona più nessuno dei servizi
interni di Facebook (mail, strumenti di gestione, sistemi di sicurezza,
agende, la messaggistica interna Workplace, eccetera), visto che sono
tutti sul dominio Facebook.com, che è totalmente irraggiungibile, per cui
neppure i dipendenti dell’azienda possono usarli per comunicare tra loro, come
nota il
New York Times.

E non è finita: se, come
sembra
(anche da
qui), le
serrature delle porte degli uffici di Facebook sono “smart” (basate sull’IoT),
dipendono dalla connessione a Internet e dall’accesso ai server di Facebook.
Che sono inaccessibili, per cui molti dipendenti non riescono a entrare perché
i loro badge di accesso non funzionano. Il
New York Times
conferma.

Non ci sono indicazioni di eventuali attacchi esterni: tutto indica un errore
interno di dimensioni catastrofiche. 

NOTA: L’annuncio
della diffusione dei dati di circa un miliardo e mezzo di utenti Facebook
non è correlato
a questo incidente. I dati non includono password.

Questo errore sta avendo
conseguenze
a catena sul resto di Internet, e arrivano segnalazioni di rallentamenti anche
per
Disney+,
Netflix
e
Twitter
(che finora ha retto):

Finché Facebook è fuori uso, è possibile che non funzionino neanche gli
accessi alle app o ai siti che usano l’opzione
“Login tramite Facebook” (per esempio Pokémon Go). 

In pratica, un miliardo di smartphone e di altri dispositivi sta cercando
disperatamente di trovare Facebook e questi tentativi inutili generano
traffico DNS
che rallenta tutti gli altri accessi.

Agli utenti di Facebook, Instagram, WhatsApp e Oculus non resta che aspettare
che la situazione venga ripristinata ed eventualmente installare app analoghe
come Signal o Telegram. Aggiungo un paio di suggerimenti:

  • Disattivate le notifiche di Facebook, WhatsApp e Instagram, altrimenti
    quando torneranno a funzionare verrete sommersi da un fiume di notifiche
    rimaste in coda (grazie ad
    @alessLongo
    per la dritta). 
  • NON FIDATEVI di eventuali messaggi o mail che invitano a cliccare da
    qualche parte per riattivare i vostri account. I truffatori approfitteranno
    sicuramente del panico causato da questo collasso e invieranno messaggi-esca
    che porteranno a siti-trappola che somigliano alle schermate di login dei
    social di Zuckerberg ma sono in realtà delle copie che rubano le
    password.

Maggiori informazioni ed analisi sono presso
Ars Technica,
The Register,
Brian Krebs
(anche
qui
in maggiore dettaglio),
SANS.

2021/10/04 23:30. Status.fb.com è
tornato online:


2021/10/04 23:50.
Alcuni
lettori
mi
segnalano
che WhatsApp e Instagram stanno riprendendo a funzionare, dopo circa sei ore
di paralisi. Non è un record: un altro blackout di Facebook, WhatsApp e
Instagram a marzo 2019 durò oltre
quattordici ore.

2021/10/05 13:10. Facebook ha
pubblicato
delle scuse e una spiegazione dettagliata dell’incidente. Da questa
pubblicazione cito:

The underlying cause of this outage also impacted many of the internal
tools and systems we use in our day-to-day operations, complicating our
attempts to quickly diagnose and resolve the problem.

Our engineering teams have learned that configuration changes on the
backbone routers that coordinate network traffic between our data centers
caused issues that interrupted this communication. This disruption to
network traffic had a cascading effect on the way our data centers
communicate, bringing our services to a halt.

Our services are now back online and we’re actively working to fully
return them to regular operations. We want to make clear at this time we
believe the root cause of this outage was a faulty configuration change.
We also have no evidence that user data was compromised as a result of
this downtime.

In altre parole; è confermato che anche i sistemi interni di Facebook sono
stati colpiti, che si è trattato di un errore di configurazione  (non di
un attacco esterno) e che non risulta che ci siano state violazioni dei dati
degli utenti.

2021/10/05 20:55. Facebook ha pubblicato un’ulteriore spiegazione
dell’accaduto. Cito la parte interessante ed evidenzio i punti salienti:

This outage was triggered by the system that manages our global backbone
network capacity. The backbone is the network Facebook has built to
connect all our computing facilities together, which consists of tens of
thousands of miles of fiber-optic cables crossing the globe and linking
all our data centers.

Those data centers come in different forms. Some are massive buildings
that house millions of machines that store data and run the heavy
computational loads that keep our platforms running, and others are
smaller facilities that connect our backbone network to the broader
internet and the people using our platforms. 

When you open one of our apps and load up your feed or messages, the
app’s request for data travels from your device to the nearest facility,
which then communicates directly over our backbone network to a larger
data center. That’s where the information needed by your app gets
retrieved and processed, and sent back over the network to your
phone.

The data traffic between all these computing facilities is managed by
routers, which figure out where to send all the incoming and outgoing
data. And in the extensive day-to-day work of maintaining this
infrastructure, our engineers often need to take part of the backbone
offline for maintenance — perhaps repairing a fiber line, adding more
capacity, or updating the software on the router itself.

This was the source of yesterday’s outage. During one of these routine
maintenance jobs, a command was issued with the intention to assess the
availability of global backbone capacity, which unintentionally took down
all the connections in our backbone network, effectively disconnecting
Facebook data centers globally.
Our systems are designed to audit commands like these to prevent
mistakes like this, but a bug in that audit tool didn’t properly stop
the command.
 

This change caused a complete disconnection of our server connections
between our data centers and the internet. And that total loss of
connection caused a second issue that made things worse.  

One of the jobs performed by our smaller facilities is to respond to DNS
queries. DNS is the address book of the internet, enabling the simple web
names we type into browsers to be translated into specific server IP
addresses. Those translation queries are answered by our authoritative
name servers that occupy well known IP addresses themselves, which in turn
are advertised to the rest of the internet via another protocol called the
border gateway protocol (BGP). 

To ensure reliable operation, our DNS servers disable those BGP
advertisements if they themselves can not speak to our data centers, since
this is an indication of an unhealthy network connection. In the recent
outage the entire backbone was removed from operation,  making these
locations declare themselves unhealthy and withdraw those BGP
advertisements. The end result was that our DNS servers became unreachable
even though they were still operational. This made it impossible for the
rest of the internet to find our servers. 

All of this happened very fast. And as our engineers worked to figure out
what was happening and why, they faced two large obstacles: first, it was
not possible to access our data centers through our normal means because
their networks were down, and second, the total loss of DNS broke many of
the internal tools we’d normally use to investigate and resolve outages
like this. 

Our primary and out-of-band network access was down, so
we sent engineers onsite to the data centers

to have them debug the issue and restart the systems. But this took time,
because these facilities are designed with high levels of physical and
system security in mind. They’re hard to get into, and once you’re inside,
the hardware and routers are designed to be difficult to modify even when
you have physical access to them. So it took extra time to activate the
secure access protocols needed to get people onsite and able to work on
the servers. Only then could we confirm the issue and bring our backbone
back online. 

Once our backbone network connectivity was restored across our data
center regions, everything came back up with it. But the problem was not
over — we knew that flipping our services back on all at once could
potentially cause a new round of crashes due to a surge in traffic.
Individual data centers were reporting dips in power usage in the range
of tens of megawatts, and suddenly reversing such a dip in power
consumption could put everything from electrical systems to caches at
risk
.   

Helpfully, this is an event we’re well prepared for thanks to the “storm”
drills we’ve been running for a long time now. In a storm exercise, we
simulate a major system failure by taking a service, data center, or
entire region offline, stress testing all the infrastructure and software
involved. Experience from these drills gave us the confidence and
experience to bring things back online and carefully manage the increasing
loads. In the end, our services came back up relatively quickly without
any further systemwide failures. And while
we’ve never previously run a storm that simulated our global backbone
being taken offline
, we’ll certainly be looking for ways to simulate events like this moving
forward. 

2021/10/07 23:20. Ho provato a tradurre in italiano umanamente comprensibile lo spiegone di Facebook del suo collasso che ho citato qui sopra. Ditemi come sono andato.

In sintesi e con qualche mio commento: Facebook è un insieme geograficamente sparso in tutto il mondo di data center, grandi e piccoli, che sono interconnessi tramite una vasta rete di cavi di telecomunicazioni, denominato backbone. Quando un utente interagisce con Facebook (e le sue associate Instagram e WhatsApp), la sua app chiede dati. Questa richiesta viene ricevuta dal data center piccolo più vicino, che la manda tramite la rete di Facebook a uno dei data center più grandi, dove viene elaborata e riceve risposta. Questo traffico è gestito da router che decidono dove inviare i dati ricevuti e spediti.

A volte questa rete ha bisogno di manutenzione o modifiche. Il blackout è stato causato da una di queste manutenzioni: è stato dato un comando per valutare la disponibilità di capacità del backbone globale. Questo comando ha involontariamente interrotto tutte le connessioni del backbone, scollegando tutti i data center. I sistemi di Facebook sono progettati per valutare comandi di questo genere per impedire questo tipo di errore, ma un bug nel sistema di valutazione non ha bloccato il comando.

Questa disconnessione ha causato un secondo problema. I data center più piccoli di Facebook rispondono anche alle query del DNS. Il DNS è la rubrica degli indirizzi di Internet: traduce i nomi dei siti che digitiamo nel browser in indirizzi IP. Questa traduzione, nel caso di Facebook, viene fatta dai name server di Facebook, i cui indirizzi vengono comunicati a tutta Internet tramite un protocollo di nome border gateway protocol o BGP.

Ma Facebook è progettata in modo che se i name server dell’azienda non riescono a comunicare con i suoi data center, le informazioni BGP vengono rimosse per sicurezza. Il risultato è che tutta Facebook diventa irreperibile e sparisce completamente da Internet.

Tutto questo è accaduto molto in fretta. I data center erano inaccessibili da remoto (la rete non funzionava) e il crollo del DNS ha bloccato il funzionamento di molti degli strumenti interni usati solitamente per gestire questi problemi. Così è stato necessario inviare fisicamente dei tecnici ai data center per risolvere l’anomalia e riavviarli. Ma questo ha richiesto tempo per via delle sicurezze fisiche elevate di questi data center: è difficile entrarvi (questo accenno sembra confermare le voci di dipendenti chiusi fuori dalle sicurezze) e una volta dentro sono progettati per rendere difficili le modifiche anche quando si ha accesso fisico.

Una volta ripristinato il backbone, si è posto un ulteriore problema: riattivare di colpo tutti i servizi avrebbe rischiato di causare nuovi crash a causa dell’improvviso aumento del traffico. Questo ha delle implicazioni a livello elettrico (non elettronico) molto importanti: i singoli data center segnalavano cali di consumo dell’ordine delle decine di megawatt, e invertire di colpo questi cali avrebbe messo a rischio gli impianti elettrici e molti altri sistemi.

Facebook aveva simulato queste situazioni durante varie esercitazioni e ha saputo riavviare i sistemi senza causare sovraccarichi. Però, nota Facebook, questo scenario non era mai stato simulato. Una pecca grave. 

Ancora una volta si conferma il concetto che i disastri non sono mai causati da un singolo guasto, ma da una combinazione di guasti concatenati. È il cosiddetto Swiss cheese Model di James T. Reason della University of Manchester: le difese di un’organizzazione sono viste come una serie di barriere rappresentate da fette di formaggio coi buchi, tipo Emmental. I buchi delle fette rappresentano le varie fragilità delle singole difese e variano continuamente di grandezza e posizione sulla fetta. Quando i buchi delle varie fette si allineano, anche solo momentaneamente, si forma una “traiettoria di opportunità per incidenti” e una minaccia o un danno che normalmente non causerebbe problemi attraversa di colpo tutte le difese, portando al disastro.

Credit per l’immagine dello Swiss cheese Model: BenAveling/Wikipedia

Funzionano i filtri antipubblicità? Stando alle preoccupazioni di Facebook, pare di sì

Funzionano i filtri antipubblicità? Stando alle preoccupazioni di Facebook, pare di sì

Gli adblocker e le versioni più recenti dei sistemi operativi per
smartphone, tablet e computer bloccano o perlomeno riducono fortemente il
tracciamento pubblicitario, ossia la raccolta invisibile di informazioni sui
nostri gusti, sulle nostre letture e i nostri acquisti che avviene quando
sfogliamo Internet e in particolare quando usiamo i social network.

Persino gli esperti di sicurezza dell’NSA e della CIA — gente che di
sorveglianza se ne intende un tantino —
raccomandano
(PDF) di
bloccare
le pubblicità potenzialmente ostili perché
“nonostante la natura benigna della maggior parte del contenuto
pubblicitario, la pubblicità è un noto vettore di distribuzione di malware
da oltre un decennio”
e la CISA (Cybersecurity and Infrastructure Security Agency)
consiglia
di
“usare software di ad blocking sia per proteggersi contro le pubblicità
ostili, sia contro la raccolta di dati da parte di terzi.”

Ma il dubbio rimane: sono davvero efficaci queste misure? Parrebbe di sì, a
giudicare dai toni e dai contenuti di un annuncio pubblicato su Facebook da
Graham Mudd, vicepresidente del product marketing del social network,
segnalato da
Gizmodo

Mudd si rivolge ai clienti di Facebook, le aziende che pagano le inserzioni
pubblicitarie sul social network, e dice che
“ci aspettavamo che i venti contrari più forti derivanti dai cambiamenti
delle piattaforme, in particolare i recenti aggiornamenti di iOS, avrebbero
avuto un impatto maggiore nel terzo trimestre che nel secondo”

e che Facebook ha saputo che
“l’impatto sul vostro investimento pubblicitario è stato maggiore di quello
che avevate previsto.”

Il VP di Facebook, insomma, cita esplicitamente iOS come fattore di questo
impatto. Aggiunge poi un dato significativo: Facebook ammette di non poter
rendicontare circa il 15% delle conversion, ossia degli scaricamenti di
app o dei clic sulle pubblicità mostrate ai propri utenti. 

È un cambiamento di rotta non da poco, considerata la passata riluttanza di
Facebook a rendere pubblici, o almeno
controllabili indipendentemente, i risultati delle sue campagne pubblicitarie, e la sua documentata tendenza
a gonfiare quei risultati rispetto alla realtà.

Le tecniche anti-tracciamento, insomma, qualcosa fanno. Più gente le usa, più
fanno.

 

Finalmente backup cifrati per WhatsApp

Finalmente backup cifrati per WhatsApp

WhatsApp sta chiudendo una lacuna di sicurezza importante e spesso trascurata:
le comunicazioni fatte con questo sistema di messaggistica, che è di proprietà di
Facebook, sono protette contro le intercettazioni abusive dalla
crittografia end-to-end, ma i backup di queste comunicazioni non
lo sono affatto.

Questo consente di recuperare le comunicazioni se si riesce a mettere le mani
su uno di questi backup, salvati per esempio su Google Drive per i dispositivi
Android o su iCloud per i dispositivi Apple. Se qualcuno vi ruba le password
dell’account Google o iCloud, ha accesso a tutto quello che avete scritto su
WhatsApp, se l’avete salvato in questi backup in cloud, come WhatsApp
chiede insistentemente di fare.

La settimana scorsa Mark Zuckerberg ha
annunciato
su Facebook che gli utenti prossimamente potranno scegliere di crittografare
anche questi backup. Ha anche precisato che Facebook ha pubblicato un
white paper, un documento tecnico intitolato
Security of End-To-End Encrypted Backups, che descrive dettagliatamente come è stata realizzata questa funzione.

Cybersecurity360
spiega (in italiano) il funzionamento di questi backup cifrati: WhatsApp
chiederà di
“salvare una chiave di crittografia a 64 bit o di creare una password
associata alla chiave”
. La chiave verrà memorizzata
“in un modulo fisico di sicurezza hardware (HSM, Hardware Security Module)
che agisce come una cassetta di sicurezza e può essere sbloccato solo
utilizzando la password corretta. WhatsApp sa solo che esiste una chiave in
un HSM, non la chiave stessa o la password associata per sbloccarla.”

The Register
nota che non è la prima volta che WhatsApp offre crittografia dei backup: lo
aveva già fatto anni fa per i backup su iCloud, ma il metodo usato aveva un
difetto
che lo rendeva attaccabile usando una SIM avente lo stesso numero di quella
della vittima.

Vedremo come andranno le cose questa volta, ma bisogna ricordare che ogni
comunicazione ha almeno due partecipanti, e questo vuol dire che voi potete
essere diligentissimi nella protezione dei vostri messaggi, ma se uno solo dei
vostri interlocutori non è altrettanto diligente, è tutto inutile e i messaggi
saranno comunque accessibili a un aggressore sufficientemente deciso. La cosa
più semplice, in molti, casi, è semplicemente non avere backup di messaggi.
Meglio ancora, non usare queste applicazioni per comunicazioni riservate.