Torno a parlare del visore per realtà virtuale Quest Pro, presentato da Meta la
settimana scorsa e descritto nella puntata del 14 ottobre del podcast Il Disinformatico della RSI, perché c’è un aggiornamento
importante che finalmente chiarisce un dubbio che molti si sono posti in questi
anni, da quando Meta (che all’epoca si chiamava ancora Facebook) acquisì
Oculus, una rinomata marca di prodotti per realtà virtuale, nel 2014.
Come mai
Facebook/Meta è così tanto interessata a questa tecnologia, che a prima vista
sembra molto sganciata dal mondo dei social network e della messaggistica
digitale?
La risposta è arrivata esaminando le caratteristiche tecniche del visore Quest
Pro, che è dotato di telecamere rivolte verso gli occhi dell’utente che ne
tracciano la direzione dello sguardo (il cosiddetto eye tracking) e
leggendo attentamente il testo dell’aggiornamento dell’informativa sulla
privacy pubblicato da Meta, disponibile anche in italiano. Questa informativa dice testualmente che possono essere raccolti “dati aggiuntivi sull’utilizzo del visore (compreso il tracking degli
occhi) per aiutare Meta a personalizzare l’esperienza dell’utente e
migliorare Meta Quest”.
La versione inglese del brano dell’informativa sulla privacy di Meta Quest
Pro.
La versione italiana dello stesso brano dell’informativa.
“Personalizzare l’esperienza dell’utente” è un eufemismo ricorrente per
indicare la pubblicità mirata, quella che sui social network viene proposta al
singolo utente sulla base dei suoi gusti, delle sue amicizie, della sua
localizzazione e degli argomenti di cui scrive o che dimostra di apprezzare.
In un visore per realtà virtuale dotato di tracciamento degli occhi, questa
personalizzazione può basarsi sulla direzione dello sguardo, che è una cosa estremamente
personale e spesso involontaria. Meta potrà sapere per esempio se il nostro occhio cade su un certo
accessorio di abbigliamento indossato da una celebrità che si esibisce in
realtà virtuale o anche se cade su quello che sta sotto
il suo abbigliamento.
Vi sentireste tranquilli a passeggiare per strada e sapere che qualcuno,
istante per istante, sta controllando cosa state guardando e per quanto tempo
si sofferma il vostro sguardo? Questo, in sintesi, è quello che propone Meta
nel mondo virtuale.
In altre parole, la spinta al metaverso di Meta è ispirata dall’idea che se
l’azienda di Zuckerberg riesce a convincerci a lasciare che registri cosa
guardiamo potrà sapere ancora di più cosa ci piace e quindi vendere agli
inserzionisti pubblicitari ancora più dati personali. Dati personali che, va
ricordato, sono il pane quotidiano dei social network. E quindi il cerchio si
chiude: la realtà virtuale interessa a Meta perché le consente di proseguire
ed estendere la sua raccolta minuziosa di informazioni su di noi, che può
rivendere.
Caso mai venisse il dubbio che “personalizzare l’esperienza dell’utente”
sia un po’ vago per dedurne tutto questo, va aggiunto che Nick Clegg, presidente per gli affari internazionali di Meta, ha dichiarato pochi
giorni fa, in un’intervista al Financial Times, che i dati di tracciamento oculare potranno essere usati “per capire se le persone interagiscono con una pubblicità o no”.
Per ora l’attivazione del tracciamento dello sguardo nel visore Meta Quest Pro
è facoltativa, come sottolinea quella stessa informativa sulla privacy, ma
siccome lo stesso tracciamento viene usato anche per ottimizzare la
risoluzione delle immagini nella zona guardata e per rilevare e trasmettere le
espressioni facciali, rischia di essere difficile rifiutare questa
attivazione. Come nota
Ray Walsh di ProPrivacy, in una
riunione che si svolge nel metaverso “non vorrai essere l’unico che sembra uno zombi inespressivo in una stanza
virtuale piena di gente che sorride e aggrotta le sopracciglia”.
La questione è complicata anche legalmente, perché un visore per realtà
virtuale che rileva le espressioni facciali e la direzione dello sguardo,
oltre che i movimenti dell’utente, raccoglie dati biometrici, che sono
fortemente regolamentati e quindi ci saranno decisioni anche politiche da
prendere presto in materia, paese per paese.
Nel frattempo, chiarito il dubbio sulla brama di metaverso di Zuckerberg, è
forse opportuno valutare gli altri dispositivi per realtà virtuale di altre
aziende che offrono prestazioni pari o superiori a Meta Quest Pro senza essere
così ficcanaso.
È disponibile subito il podcast di oggi (23 settembre 2022) de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) e qui sotto.
Buon ascolto, e se vi interessano il testo integrale e i link alle fonti di
questa puntata, sono qui sotto.
[CLIP: spezzone dal trailer di “The Social Network” e musica di sottofondo “Power” di Kanye West]
Quest’anno Mark Zuckerberg ha perso 71 miliardi di dollari. Non vi preoccupate, gliene restano altri 56, per cui dovrebbe avere comunque di che sfamarsi, ma quello che conta è che il crollo del suo patrimonio personale è legato a doppio filo a quello delle azioni di Meta, la società che controlla Facebook, Instagram e WhatsApp e di cui Zuckerberg è grande azionista oltre che CEO. E oggi quelle azioni valgono meno della metà di quello che valevano un anno fa.
L’intero settore delle tecnologie informatiche è al ribasso, ma Meta è stata
colpita molto più duramente della media. Una delle ragioni, secondo gli
esperti, è la decisione di Zuckerberg di incentrare tutto il futuro
dell’azienda sulla realtà virtuale e il metaverso, cosa che richiede grandi
investimenti e tempi lunghi che non piacciono agli investitori. Un’altra
ragione è Apple, i cui smartphone dall’anno scorso, con iOS 14, rendono molto
più difficile la profilazione commerciale dettagliata degli utenti dalla quale
Facebook dipende in modo particolare. E poi c’è TikTok, che sta togliendo orde
di utenti a Instagram.
Però i ricavi di Meta vanno bene: nel 2021 sono
schizzati
a oltre 117 miliardi di dollari, rispetto agli 86 del 2020. E soprattutto Meta
vanta
oltre tre miliardi e mezzo di utenti attivi. Tanti di quegli utenti si lamentano, in particolare di Facebook, ma vi
restano fedeli, nonostante i ripetuti scandali legati alla privacy, alla
diffusione e amplificazione dei contenuti di odio, alla manipolazione delle
opinioni e alle censure arbitrarie.
Perché tanta gente dice di detestare Facebook e i social network in generale
ma continua a usarli? Spiegarlo non è facile, ma c’è chi lo sa fare molto
bene: la Electronic Frontier Foundation, una nota associazione per la difesa
dei diritti digitali degli utenti, che ha pubblicato di recente un’analisi dettagliata del problema
[PDF], firmata da Cory Doctorow.
Questa è la storia dei meccanismi poco conosciuti che ci tengono legati a
servizi come Facebook, dei miti propagandati dalle aziende che li gestiscono,
e delle leggi e delle tecnologie che offrono una soluzione molto elegante e
intrigante a questo problema.
Benvenuti a questa puntata del Disinformatico, il podcast della
Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane
dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA di apertura]
Cory Doctorow e la Electronic Frontier Foundation partono da una premessa che
è facile da condividere. Espongono il problema riferendosi specificamente a
Facebook, ma le loro argomentazioni si applicano a qualunque altro servizio
digitale analogo.
[CLIP: People don’t like Facebook but they use it anyway…]
Alla gente Facebook non piace, ma lo usa lo stesso. Gli utenti di Facebook
si arrabbiano perché i contenuti che detestano rimangono online e vengono
sbattuti loro in faccia ogni volta che si collegano al social network, perché
i contenuti che a loro piacciono vengono bloccati o declassati (o
downranked) dall’algoritmo di Facebook, e perché le procedure di
appello contro le decisioni di Facebook sono distanti, prepotenti, arbitrarie
e troppo sommarie oppure troppo lente ed esitanti.
Se il sistema non ti piace, non lo puoi cambiare. O lo accetti, o te ne vai.
Ma gli utenti, nonostante tutto, non se ne vanno. C’è chi considera questo
comportamento una sorta di dipendenza, ma secondo la EFF non è così: gli
utenti non sono in crisi da dipendenza. Sono intrappolati.
[CLIP: People aren’t addicted to Facebook; they’re trapped by it]
Facebook ci tiene molto a promuovere l’idea della dipendenza, spiega Cory
Doctorow. Facebook vende pubblicità, e ne ricava tanto denaro: oltre 117
miliardi di dollari nel 2021. E non è solo questione di volumi pubblicitari:
Facebook è anche un posto molto costoso nel quale fare pubblicità. Gli
inserzionisti sono disposti a pagare di più per gli spot su Facebook che
altrove perché sono convinti che quegli spot funzionino meglio, grazie alla
capacità di mostrare la pubblicità perfetta al destinatario perfetto e indurre
l’utente a comprare, manipolando la sua volontà. Ma ne sono convinti
semplicemente perché gliel’ha detto Facebook.
[CLIP: Why do they believe this? Because Facebook tells them so]
Di prove concrete e robuste che sia davvero così non ce ne sono.
Non si tratta di dipendenza, secondo la EFF, ma del cosiddetto “effetto rete” o “network effect”: il primo termine tecnico
chiave di questa storia. Il network effect è l’aumento di valore che
hanno certi prodotti o servizi man mano che aumenta il numero dei loro utenti.
Facebook è indubbiamente uno di questi servizi: praticamente tutti coloro che
usano Facebook oggi si sono iscritti perché volevano socializzare con le
persone che già usavano Facebook. Quelle persone hanno fatto aumentare il
valore del social network.
L’effetto rete è ben documentato e spiega come Facebook sia cresciuto così
tanto, ma non spiega come faccia a restare così grande. Per capirlo
serve un altro termine tecnico:costo di trasferimento o
switching cost.
[CLIP: It means everything you have to give up when you stop using a
product or a service…]
Il costo di trasferimento è costituito da tutto quello a cui dobbiamo
rinunciare se smettiamo di usare un prodotto o un servizio per passare a un
altro. Se usciamo da Facebook, non possiamo più restare in contatto
agevolmente con le persone per le quali ci eravamo appunto iscritti a questo
social network: la famiglia, le comunità, i clienti. Un costo che per molti è
insostenibile.
Questo alto costo di trasferimento sembra inevitabile, ma è un mito molto
diffuso. Dal punto di vista tecnico è perfettamente possibile creare uno
strumento software che ci consenta di vedere i post pubblicati dagli utenti di
Facebook e mandare a loro dei messaggi o commenti anche se non siamo più su
Facebook ma su un altro servizio analogo, nello stesso modo in cui possiamo
scambiare mail con chiunque anche se non usiamo il suo stesso fornitore di
caselle di mail o se cambiamo il nostro, e nello stesso modo in cui possiamo
cambiare operatore telefonico e continuare a telefonare esattamente come
prima, magari mantenendo anche lo stesso numero. Questa possibilità si
chiama interoperabilità, e di solito riduce moltissimo i costi di
trasferimento.
Meta potrebbe abbattere questi costi di trasferimento offrendo questa
interoperabilità. Potrebbe offrire quella che in gergo si chiama API o
application programming interface, ossia una sorta di interfaccia
standard fra programmi, e così qualunque altro servizio potrebbe agganciarsi a
questa interfaccia e scambiare dati con Facebook e con i suoi utenti. Ma Meta
non lo fa, e ricorre anzi agli avvocati per ostacolare chiunque ci provi. In
altre parole, per dirla con Cory Doctorow, serve un modo per obbligare Meta a
fornire l’interoperabilità e a garantire che Facebook abbia utenti anziché
ostaggi.
[CLIP: If only there was a way to make sure that Facebook had users – not
hostages]
La buona notizia è che questo modo esiste. Sia negli Stati Uniti sia in
Europa, sono in via di realizzazione delle leggi che obbligherebbero tutte le
grandi aziende digitali a essere interoperabili, fornendo appunto
pubblicamente una API usabile da chiunque per creare un servizio
compatibile. Negli Stati Uniti c’è la proposta denominata
ACCESS Act; nell’Unione Europea c’è il
Digital Markets Act.
Siamo talmente abituati a pensare ai vari social network come giardini cintati
esclusivi che può essere difficile immaginare come sarebbe per esempio un
Facebook interoperabile. Potreste uscire da Facebook e iscrivervi a un
social network alternativo, gestito dalla parrocchia, dal vostro club o da una
startup locale, ma continuare a ricevere lì i post e i commenti postati
su Facebook da chi volete seguire, insieme a quelli degli altri utenti del
social network alternativo.
Questi post vi verrebbero presentati, filtrati e moderati secondo le regole
del social network alternativo, non quelle di Facebook. Gli argomenti e
comportamenti vietati su Facebook sarebbero ammessi; quelli invece fin troppo
tollerati da Facebook verrebbero filtrati e bloccati. Tutto secondo regole che
avete selezionato voi quando avete scelto quel social network. Se
cambiate idea, o se cambiano le regole, potete trasferirvi a qualunque altro
social network interoperabile o federato senza perdere nulla. Potreste
inoltre rispondere ai post degli utenti di Facebook stando nel vostro social
network. Naturalmente le vostre risposte verrebbero viste dagli utenti di
Facebook solo se conformi alle regole di Facebook.
Più in generale, potreste per esempio essere su Twitter e rispondere da lì a
un post di Instagram o a un messaggio di WhatsApp o Telegram, e viceversa.
Tutti potrebbero parlare con tutti senza essere vincolati a una singola
piattaforma.
Questa indipendenza da un unico fornitore potrebbe risultare
strana per molti utenti che non l’hanno mai vista perché sono letteralmente
cresciuti per quasi due decenni con il modello esclusivo di Facebook, ma non
va dimenticato che Internet è stata concepita, e si basa tuttora,
sull’interoperabilità e sugli standard aperti e indipendenti.
Fra l’altro, queste leggi e questa possibilità di comunicare con gli utenti di
un social network senza farne parte offrono anche un altro grande vantaggio:
eliminano la schedatura e la profilazione commerciale degli utenti.
[CLIP: Shadowy ad-brokers follow you around the web…]
Nel sistema attuale, basato sulla cosiddetta pubblicità “comportamentale” o
“behavioral ad”, ogni utente viene sorvegliato invisibilmente dai
brokerpubblicitari, che guardano quali siti
visita, comprano informazioni di geolocalizzazione e usano questi e altri
dati per creare un dossier
di gusti, orientamenti e preferenze che viene poi usato per decidere
quali pubblicità mostrargli. Questo tipo di profilazione sarà
sostanzialmente vietato da queste leggi statunitensi ed europee.
Questo non significa che i social network non potranno mantenersi con la
pubblicità: potranno usare comunque la pubblicità contestuale, ossia
quella basata su ciò che si legge e non su ciò che si è. Secondo la EFF,
questa forma di spot è leggermente meno redditizia di quella comportamentale
“solo perché l’industria della sorveglianza commerciale”, dice,
“riesce a far pagare alla società i propri costi, cioè i furti di identità,
l’inquietudine di essere spiati continuamente e la discriminazione basata
sulla sorveglianza, e si intasca tutti i guadagni.”
[CLIP: …while pocketing all the profits]
L’analisi della Electronic Frontier Foundation, che qui ho riassunto e che
raccomando di leggere nella sua versione integrale presso
www.eff.org/interoperablefacebook, si conclude con una riflessione:
[CLIP: Facebook is in a mess of its own making…]
“Facebook si trova in un guaio che si è creato da sola. È stata sua l’idea
di cercare di moderare conversazioni in oltre mille lingue e in oltre cento
paesi. Il suo grandioso esperimento di moderazione su vasta scala ha fatto
stare male tante persone, ma la sua capacità legale di infliggere costi di
trasferimento elevati ha tenuto molti di quegli utenti infelici in trappola
dentro il suo giardino cintato.
L’interoperabilità rimette le decisioni sugli standard della comunità nel
posto dove è giusto che stiano: presso le comunità stesse. Permette che
siano gli utenti, non i dirigenti d’azienda, a decidere chi appartiene ai
loro gruppi e quali comportamenti siano accettabili e quali no. […] questa è
una concezione veramente sociale
di un social: una concezione basata sulle vite sociali delle persone reali,
non sulla sorveglianza commerciale o sulle consuetudini sociali di un
piccolo gruppo di manager in una sala riunioni della Silicon Valley.”
[… the social norms of a small group of executives in a Silicon Valley
board-room]
O, aggiungo io, sulle consuetudini sociali inevitabilmente sganciate dalla
realtà di una persona che può perdere otto milioni di dollari l’ora per un
anno di fila e restare comunque fra le venti persone più ricche del pianeta.
Il Corriere segnala la protesta di un deputato italiano, Matteo Salvini, che “da ormai due settimane, non riesce più ad aggiornare il suo profilo, né ad interagire con i suoi circa 2000 contatti sparsi sulla Rete.”
Dice il deputato: «ho depositato una interrogazione al ministero delle telecomunicazioni per conoscere più da vicino alcuni numeri di questa realtà. Chiedo quanti italiani risultano iscritti a Facebook, se e quale tipo di controllo risulti al ministero essere effettuato e da parte di chi, dove risultino le sedi operative del social network in questione e chi ne siano i legali rappresentanti, se e quanti siano i casi segnalati di censura e di eliminazione di iscritti, gruppi o altro in rete».
Evidentemente nel corso d’informatica per deputati manca una lezione che spieghi la cosiddetta Clausola Cat Sitwoy, valida anche al di fuori del mondo politico e largamente ignorata dai più:
Se usi come supporto vitale della tua attività un servizio:
– che non hai la più pallida idea di come funziona,
– che non sai dov’è localizzato geograficamente,
– che non hai protetto con le misure minime di sicurezza,*
– di cui non sai come contattare i responsabili, perché parlano una lingua a te sconosciuta,
– che non hai pagato perché gratuito e supportato dalla pubblicità,
– che non fornisce alcuna garanzia formale di qualità del servizio;
il giorno che non funziona, non rompere l’anima a chi non c’entra nulla e ha di meglio da fare: sono … Cat Sitwoy.
* 2022/07/11. Ho aggiunto questa precisazione per maggiore chiarezza, anche se il concetto di protezione dell’account era formalmente già ricompreso nel concetto di non avere la più pallida idea di come funziona. Sono passati quattordici anni dalla prima pubblicazione di questo post e mi è sembrato prudente esplicitare cose che un tempo potevano essere considerate implicite. Mi risulta inoltre che il signor Salvini abbia fatto un po’ di strada da allora, ma la Clausola continua a valere. Per tutti.
Twitter è ufficialmente bloccato in Russia dal 4 marzo scorso, secondo l’agenzia
d’informazione russa Interfax, e lo
stesso vale anche per Facebook. Questo rende difficile per chi si trova nel
paese mantenere i contatti e ricevere informazioni attraverso queste
piattaforme.
Ma Twitter ha attivato
un accesso tramite Tor che permette di eludere questo blocco restando
ragionevolmente anonimi. Questo accesso funziona anche per altri paesi che
bloccano Twitter, come la Cina, l’Iran o la Corea del Nord.
L’annuncio di quest’attivazione è stato fatto piuttosto in sordina, tramite un tweet di Alec Muffett, uno degli informatici che ha collaborato con Twitter per creare l’accesso
protetto e anonimo. Twitter ha semplicemente aggiunto la rete Tor alla versione inglese dell’elenco dei browser supportati, con molta discrezione.
This is possibly the most important and long-awaited tweet that I’ve ever
composed.
Per accedere a Twitter in questo modo è necessario procurarsi per prima cosa l’applicazione
Tor Browser, che è un programma di navigazione Web ad alta sicurezza e
privacy: quello che molti conoscono perché si usa per accedere al cosiddetto dark web. Tor Browser si trova presso Torproject.org ed è
disponibile gratuitamente per Windows, macOS, Linux e Android in numerose
lingue (per iOS c’è Onion Browser). Chi non ha accesso a Internet può ricevere Tor su qualunque supporto
digitale.
Esiste anche una versione completamente autonoma di Tor, denominata Tails, che
si tiene su una chiavetta USB e non richiede di installare nulla. Se si avvia
il computer con la chiavetta inserita, si attiva Tails, che contiene Tor; se
si avvia il computer senza chiavetta, parte il sistema operativo normale,
ossia Windows, macOS o Linux che sia. Questo consente di evitare di lasciare sul
proprio computer tracce visibili della presenza di questi software, che
potrebbero essere considerati sospetti. Tails si trova gratuitamente presso tails.boum.org.
Una volta installato Tor o avviato Tails (che a sua volta avvia Tor), per
accedere a Twitter scavalcando filtri e blocchi si immette questo link, che
come tutti i link di questo genere è chilometrico:
Alec Muffett ha pubblicato inoltre su Github
un vasto elenco di stazioni radio accessibili tramite Tor, come la BBC,
Deutsche Welle, Radio Free Europe/Radio Liberty in numerose lingue. L’elenco
include anche link Tor ai motori di ricerca, a Protonmail e al cosiddetto secure drop di Bloomberg, Al Jazeera, Financial Times e di molte altre
testate internazionali. Il secure drop è un sito al quale è possibile inviare documenti,
video o immagini in maniera sicura e protetta.
La BBC offre inoltre
trasmissioni in onde corte su 15.735 kHz e 5875 kHz, ricevibili in Ucraina e
in buona parte della Russia anche senza connessione a Internet dalle 22 a
mezzanotte (ora dell’Ucraina).
La BBC ha inoltre attivato una pagina apposita di informazioni
su come accedere alle sue trasmissioni via Internet e su come ricevere in modo
sicuro Tor e Onion Browser se non è possibile raggiungere l’App Store di Apple
o al Play Store di Google per scaricare queste applicazioni. Sempre la BBC
segnala e mette a disposizione anche un’altra app, Psiphon, che consente di eludere filtri e
blocchi. E molti utenti russi stanno installando software di tipo VPN
nel tentativo di restare connessi al resto del mondo e sapere cosa sta
accadendo realmente.
Nessuno di questi sistemi per aggirare le censure è perfettamente sicuro e
infallibile, e quindi vanno tutti adoperati con molta prudenza, però
intercettarli o bloccarli richiede un impegno di risorse tecniche e umane che
potrebbe rivelarsi insostenibile, soprattutto se vengono usati da tantissime
persone.
Una volta tanto, insomma, il dark web si dimostra utile per
scopi positivi, ben diversi da quelli per i quali è conosciuto normalmente.
Si è parlato già parecchio (Zeusnews; Repubblica) della curiosa vicenda del ladro arrestato dalla polizia di Queenstown, in
Nuova Zelanda, grazie alla foto della telecamera sicurezza pubblicata su
Facebook. L’individuo ha cercato per un’ora di scassinare la cassaforte della
Franklin Tavern, ma alla fine si è dovuto arrendere.
Il genio, accaldato dalla
fatica, si è così tolto i guanti… e il passamontagna. E ha anche guardato la
telecamera di sicurezza, come vedete qui accanto.
Il novello Arsenio Lupin si è
trovato così immortalato su nastro e l’immagine è stata pubblicata nella pagina Facebook della polizia di Queenstown, dove la gente del luogo ha riconosciuto il suo volto. Questo ha permesso alla polizia di
arrestare un ventunenne, che è già stato portato in tribunale per rispondere
delle accuse.
È sicuramente interessante vedere che le forze di polizia di
alcuni paesi sanno usare i nuovi media, ma come sottolinea Ars Technica, Facebook non è una piattaforma molto sicura per questo genere di iniziative,
perché chiunque potrebbe creare una pagina Facebook a nome di un corpo di
polizia e pubblicare foto che accusano falsamente degli innocenti, che
verrebbero poi identificati grazie al buon cuore (mal riposto, in questo caso)
degli utenti e perseguitati ingiustamente.
Un sito Web ha un briciolo di
garanzia in più, perlomeno nei paesi nei quali occorre dimostrare di avere
titolo per aprire un sito il cui nome di dominio richiama il nome delle forze di
polizia.
Gli adblocker e le versioni più recenti dei sistemi operativi per
smartphone, tablet e computer bloccano o perlomeno riducono fortemente il
tracciamento pubblicitario, ossia la raccolta invisibile di informazioni sui
nostri gusti, sulle nostre letture e i nostri acquisti che avviene quando
sfogliamo Internet e in particolare quando usiamo i social network.
Persino gli esperti di sicurezza dell’NSA e della CIA — gente che di
sorveglianza se ne intende un tantino — raccomandano
(PDF) di bloccare
le pubblicità potenzialmente ostili perché “nonostante la natura benigna della maggior parte del contenuto
pubblicitario, la pubblicità è un noto vettore di distribuzione di malware
da oltre un decennio” e la CISA (Cybersecurity and Infrastructure Security Agency) consiglia
di “usare software di ad blocking sia per proteggersi contro le pubblicità
ostili, sia contro la raccolta di dati da parte di terzi.”
Ma il dubbio rimane: sono davvero efficaci queste misure? Parrebbe di sì, a
giudicare dai toni e dai contenuti di un annuncio pubblicato su Facebook da
Graham Mudd, vicepresidente del product marketing del social network,
segnalato da Gizmodo.
Mudd si rivolge ai clienti di Facebook, le aziende che pagano le inserzioni
pubblicitarie sul social network, e dice che “ci aspettavamo che i venti contrari più forti derivanti dai cambiamenti
delle piattaforme, in particolare i recenti aggiornamenti di iOS, avrebbero
avuto un impatto maggiore nel terzo trimestre che nel secondo”
e che Facebook ha saputo che “l’impatto sul vostro investimento pubblicitario è stato maggiore di quello
che avevate previsto.”
Il VP di Facebook, insomma, cita esplicitamente iOS come fattore di questo
impatto. Aggiunge poi un dato significativo: Facebook ammette di non poter
rendicontare circa il 15% delle conversion, ossia degli scaricamenti di
app o dei clic sulle pubblicità mostrate ai propri utenti.
È un cambiamento di rotta non da poco, considerata la passata riluttanza di
Facebook a rendere pubblici, o almeno controllabili indipendentemente, i risultati delle sue campagne pubblicitarie, e la sua documentata tendenza
a gonfiare quei risultati rispetto alla realtà.
Le tecniche anti-tracciamento, insomma, qualcosa fanno. Più gente le usa, più
fanno.
WhatsApp sta chiudendo una lacuna di sicurezza importante e spesso trascurata:
le comunicazioni fatte con questo sistema di messaggistica, che è di proprietà di
Facebook, sono protette contro le intercettazioni abusive dalla crittografia end-to-end, ma i backup di queste comunicazioni non
lo sono affatto.
Questo consente di recuperare le comunicazioni se si riesce a mettere le mani
su uno di questi backup, salvati per esempio su Google Drive per i dispositivi
Android o su iCloud per i dispositivi Apple. Se qualcuno vi ruba le password
dell’account Google o iCloud, ha accesso a tutto quello che avete scritto su
WhatsApp, se l’avete salvato in questi backup in cloud, come WhatsApp
chiede insistentemente di fare.
La settimana scorsa Mark Zuckerberg ha annunciato
su Facebook che gli utenti prossimamente potranno scegliere di crittografare
anche questi backup. Ha anche precisato che Facebook ha pubblicato un white paper, un documento tecnico intitolato Security of End-To-End Encrypted Backups, che descrive dettagliatamente come è stata realizzata questa funzione.
Cybersecurity360
spiega (in italiano) il funzionamento di questi backup cifrati: WhatsApp
chiederà di “salvare una chiave di crittografia a 64 bit o di creare una password
associata alla chiave”. La chiave verrà memorizzata “in un modulo fisico di sicurezza hardware (HSM, Hardware Security Module)
che agisce come una cassetta di sicurezza e può essere sbloccato solo
utilizzando la password corretta. WhatsApp sa solo che esiste una chiave in
un HSM, non la chiave stessa o la password associata per sbloccarla.”
The Register
nota che non è la prima volta che WhatsApp offre crittografia dei backup: lo
aveva già fatto anni fa per i backup su iCloud, ma il metodo usato aveva un difetto
che lo rendeva attaccabile usando una SIM avente lo stesso numero di quella
della vittima.
Vedremo come andranno le cose questa volta, ma bisogna ricordare che ogni
comunicazione ha almeno due partecipanti, e questo vuol dire che voi potete
essere diligentissimi nella protezione dei vostri messaggi, ma se uno solo dei
vostri interlocutori non è altrettanto diligente, è tutto inutile e i messaggi
saranno comunque accessibili a un aggressore sufficientemente deciso. La cosa
più semplice, in molti, casi, è semplicemente non avere backup di messaggi.
Meglio ancora, non usare queste applicazioni per comunicazioni riservate.
Formalmente si chiamano Ray-Ban Stories, ma sono gli occhiali “smart” di Facebook. Sono stati presentati oggi (9 settembre) e ne parlano un po’ tutti, per cui la faccio breve: non sono occhiali a realtà aumentata. Non mostrano immagini sulle lenti.
Sono semplicemente degli occhiali che hanno due fotocamere, altoparlanti, tre microfoni, una memoria da alcuni GB e una batteria che dura circa sei ore e si collegano senza fili allo smartphone. Fanno foto e video (massimo 30 secondi) e possono riprodurre musica o l’audio di una telefonata. Costano da 330 euro in su a seconda delle lenti (anche correttive) che vengono montate.
Tecnologicamente sono un capolavoro di miniaturizzazione, visto che hanno l’aspetto di normali occhiali con frontale e astine leggermente spesse (sono molto più eleganti e discreti dei primi Spectacles di SnapChat di cinque anni fa), ma la domanda che viene spontanea a molti è se il loro aspetto così normale non li renda un nuovo modo per fare i ficcanaso.
In fin dei conti, se oggi una persona vuole fotografare qualcuno deve prendere in mano il telefonino (o la fotocamera, per chi ancora la usa) e puntarla verso il soggetto, con un gesto abbastanza vistoso. Se la fotocamera è integrata negli occhiali, fare una foto o un video di nascosto diventa molto più facile.
Facebook dice di aver pensato a questo problema limitando la durata dei video e obbligando gli utenti a fare un gesto piuttosto visibile anche per azionare gli occhiali: per scattare una foto o registrare un video bisogna infatti toccare una delle astine o dare un comando vocale (al momento soltanto in inglese; sarà divertente sentire gli strafalcioni e i tentativi falliti). Inoltre sul frontale ci sono due piccoli LED bianchi che si accendono durante le riprese. Infine le foto e i video non vengono pubblicati direttamente su Facebook: restano sul dispositivo e spetta all’utente decidere se pubblicarli o no.
Tuttavia questi LED sono poco visibili e facilissimi da coprire, e lo stesso vale per le due telecamerine, per cui è facile non accorgersi che qualcuno vicino a noi ha due fotocamere sulla faccia. Buzzfeed nota che secondo Facebook coprire i LED è una violazione delle condizioni d’uso (sì, viviamo in un’epoca in cui gli occhiali hanno un regolamento di utilizzo). Questo sicuramente impedirà a chiunque di coprire le due lucette.
È presto per dire se avranno successo come gadget realmente utile o se verranno bocciati come accessori per molestatori: notate che Facebook, che già ha i suoi problemi con la privacy e le molestie, ha preso le distanze dal prodotto già nel nome. In effetti ci sono delle situazioni nelle quali può essere utile poter rispondere a una telefonata o scattare una foto immediatamente senza frugare nella borsa per trovare il telefonino e senza perdere l’attimo fuggente.
Resta anche la questione della legalità di portare occhiali con telecamera e microfono in ambienti privati, per esempio a scuola o in altri luoghi nei quali normalmente c’è il divieto di portare dispositivi di ripresa, e della difficoltà dei controlli per evitare violazioni e abusi.
Staremo a vedere, e soprattutto impareremo a guardare chi ci sta vicino non solo negli occhi, ma anche negli occhiali.
Siete agitati e ansiosi perché avete letto che WhatsApp il 15 maggio cambierà le proprie regole? Rilassatevi. Soprattutto se risiedete nella “regione europea” (che WhatsApp definisce qui e include la Svizzera), i cambiamenti sono minimi.
Per chi risiede in questa regione, valgono questi nuovi termini di servizio e vale questa informativa sulla privacy (entrambi sono disponibili in italiano e varie altre lingue); per chi sta altrove, invece, valgono questi termini e questa informativa. Colgo l’occasione per ricordare che nella regione europea il limite minimo di età per iscriversi è 16 anni ma 13 nel resto del mondo.
Nella regione europea, accettare i nuovi termini e la nuova informativa
significa in sostanza che WhatsApp continuerà a non poter usare i dati che raccoglie
per aiutare gli inserzionisti a mostrare annunci su Facebook (WhatsApp,
insieme a Instagram, fa parte del gruppo delle aziende di Facebook): “Accettare i nuovi Termini di servizio non accresce la capacità di WhatsApp di condividere i dati degli utenti con la società madre, Facebook”, dice questa FAQ di WhatsApp.
Se non accettate i nuovi termini (che inizialmente dovevano entrare in vigore l’8 febbraio ma sono stati posticipati al 15 maggio), il vostro account non verrà disabilitato o limitato immediatamente: ci sarà invece una riduzione graduale delle funzioni. Dopo alcune settimane potrete solo leggere e rispondere alle chat e ricevere chiamate ma non potrete avviare nuove conversazioni. Solo dopo altre settimane verrà tutto bloccato e sarete quindi considerati inattivi.
In teoria, dopo 120 giorni di inattività, secondo le regole preesistenti di WhatsApp gli account inattivi vengono eliminati e quindi dovrebbe essere eliminato anche il vostro, se non avete accettato i termini nel frattempo.
Restano invariate le altre regole: WhatsApp continuerà a non poter leggere il contenuto dei messaggi o ascoltare le chiamate e non condividerà i contatti con Facebook. WhatsApp ha pubblicato una pagina informativa di risposta alle domande più frequenti. Ma i garanti europei non sono soddisfatti e chiedono maggiore chiarezza e trasparenza.
Si parla molto, ultimamente, di lasciare i social network: troppo ficcanaso e
troppo tossici nel loro favorire l’odio, la lite e l’aggressività. Se per caso
state meditando di chiudere un account social ma non volete perdere tutte le
foto e i contatti che vi avete accumulato, Intego ha pubblicato un articolo molto dettagliato
che spiega come fare per Facebook, Instagram, Twitter, YouTube, WhatsApp,
TikTok e molti altri. Questa è una sua sintesi con i link essenziali.
YouTube. YouTube fa parte di Google, per cui l’account YouTube è legato
all’account Google. Per eliminare il proprio account YouTube occorre quindi eliminare il proprio account Google, ma attenzione, perché eliminare un account Google significa perdere anche
Gmail, Google Drive e molti altri servizi. Però si può eliminare un canale YouTube
lasciando intatto tutto il resto. Non c’è modo di fare una disattivazione
temporanea; si può scaricare una copia dei propri dati andando a takeout.google.com.
WhatsApp. Si può eliminare l’account
ma non è prevista la disattivazione temporanea. I dati possono essere scaricati
tramite un backup.
TikTok. La disattivazione temporanea non è prevista; si può eliminare
l’account scegliendo la gestione account dal menu che compare cliccando sulle
tre barrette orizzontali in alto a destra. Per scaricare i propri dati
può essere necessario aspettare fino a 30 giorni.
SnapChat. Eliminare
definitivamente un account SnapChat è facile; per disattivarlo temporaneamente
(per 30 giorni) basta chiederne l’eliminazione e poi rientrare nell’account
prima che siano trascorsi 30 giorni. Non sembra esserci un modo per scaricare
i propri dati.
Twitter. Si può chiedere la disattivazione
per un periodo di 30 giorni; se non si accede all’account per tutto questo
periodo, l’account viene eliminato. Si può scaricare una copia dei propri dati.
Tumblr. È possibile scaricare una copia dei propri dati seguendo queste istruzioni; l’eliminazione di un account è spiegata qui ed è definitiva (nessun periodo di ripensamento) ed eseguibile solo tramite browser (non dall’app).
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