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Podcast RSI – Story: Come decifrare i messaggi segreti di una regina

logo del Disinformatico

Ultimo aggiornamento: 2023/03/23 22:45.

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della
Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo
trovate presso
www.rsi.ch/ildisinformatico
(link diretto) e qui sotto.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite
feed RSS,
iTunes,
Google Podcasts
e
Spotify.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle
fonti di questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: dal trailer di Maria Regina di Scozia, diretto da Josie Rourke (2019)]

C’era una volta una bambina, di nome Maria, incoronata come regina quando
aveva nove mesi, che da grande fu rinchiusa per anni in un castello dalla
cugina, anche lei regina. Ma Maria riuscì a comunicare con i suoi amici, che
cercavano di liberarla, nascondendo dei messaggi segreti dentro i turaccioli
delle botti di birra che rifornivano il castello… e usando la crittografia
end-to-end, come fa WhatsApp, ma fu tradita da un bug nel
sistema crittografico.

Ritratto di Maria, regina di Scozia, realizzato da François Clouet (Wikipedia)

Sì, avete sentito bene. Questa è la storia, tragicamente vera, di Maria
Stuarda, o Mary Stuart per usare il suo nome originale, che fu regina
di Scozia per più di vent’anni nel 1500 e trascorse gli ultimi due decenni
della sua vita come prigioniera della cugina, la regina Elisabetta I
d’Inghilterra, che temeva che Maria prendesse il suo posto e alla fine ne
firmò la condanna a morte. E l’informatica ha un ruolo centrale in questa
storia, perché Maria comunicò davvero con i suoi alleati usando la
crittografia 500 anni fa, ovviamente senza usare computer, ed è grazie
all’informatica che pochi giorni fa un gruppo internazionale di crittografi ha
annunciato la scoperta e la decifrazione di alcune delle sue lettere più
segrete, che si pensava fossero andate perdute per sempre.

Benvenuti alla puntata del 10 febbraio 2023 del Disinformatico, il
podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie
strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

La storia complessa e tormentata di Maria Stuarda ha ispirato moltissimi
romanzi e numerosi film. Colta e poliglotta, cresciuta alla corte di Francia e
imparentata con i re francesi e con Caterina de’ Medici, Maria si sposò tre
volte, diventando regina consorte di Francia, regina di Scozia e, per diritto
di sangue Tudor, erede diretta del trono della cugina Elisabetta I, regina
d’Inghilterra. Qualunque riassunto non può rendere giustizia alla sua vita
intricata, piena di drammi politici, rivolte religiose, battaglie, rapimenti,
tradimenti, complotti e assassinii.

Quello che conta, per la storia che vi sto raccontando, è che alla morte del
terzo marito e alla sconfitta dei suoi sostenitori in Scozia, Maria Stuarda si
rifugiò da Elisabetta I, che però la tenne prigioniera in vari castelli per
ben 18 anni usando una serie di pretesti politici e di accuse più o meno
inventate. I fedelissimi cattolici di Maria Stuarda continuarono a cospirare
per liberarla, assassinare Elisabetta e così far salire al trono Maria, che
secondo loro era la legittima erede del trono d’Inghilterra.

Durante la lunga prigionia Maria rimase comunque in contatto con il mondo
esterno tramite i suoi ambasciatori, almeno inizialmente, ma poi anche quel
canale di comunicazione fu chiuso. E così nel 1586 cominciò a inviare messaggi
ai suoi alleati nascondendoli nei turaccioli delle botti di birra che
periodicamente transitavano dal suo luogo di prigionia. Ma si trattava di una
trappola.

Per sicurezza, questi messaggi erano crittografati in modo che chi li
trasportava non potesse conoscerne il contenuto, un po’ come oggi WhatsApp e
altri servizi di messaggistica usano la crittografia end-to-end. Chi
trasporta questi messaggi sa da chi provengono e a chi sono destinati, ma non
è in grado di leggerli.

All’epoca di Maria Stuarda ovviamente non c’erano computer, per cui si usava
un sistema manuale: un cosiddetto
cifrario a sostituzione con omofoni e nomenclatura
, in cui ogni lettera del messaggio originale veniva sostituita con un
simbolo concordato e per rendere più difficili i tentativi di decifrazione la
stessa lettera poteva essere rappresentata da simboli differenti e poi
venivano inseriti simboli che non volevano dire nulla e altri che
rappresentavano le lettere doppie, le date e i nomi delle persone, che sono
appigli classici dei crittoanalisti, gli esperti incaricati di
decifrare questi messaggi segreti.

Uno dei cifrari usati da Maria Stuarda. Fonte:
The National Archives.

Per gli standard della fine del 1500 questo cifrario era un sistema piuttosto
sicuro, ma aveva un bug fondamentale: il fattore umano. Nella vicenda
di Maria Stuarda, questo fattore umano ha un nome preciso: Gilbert Gifford, il
fabbricante di birra che faceva da trasportatore dei messaggi. Gifford era
stato consigliato a Maria da un amico fidatissimo, ma era in realtà un agente
di Sir Francis Walsingham, quello che oggi chiameremmo grosso modo il
direttore generale dei servizi segreti della regina Elisabetta I. Gifford,
infatti, consegnò tutte le lettere cifrate a Walsingham, che disponeva di due
super-crittoanalisti, Thomas Phelippes e John Sommers, che riuscirono a
decifrare i codici usati da Maria Stuarda.

Il trucco dei turaccioli di birra era stato inventato da Walsingham con il
preciso scopo di ottenere prove per incriminare Maria e scoprire i nomi dei
suoi complici. Nel 1586, Maria ricevette una lettera cifrata da un gruppo di
cospiratori che le dicevano esplicitamente che stavano tramando per liberarla
e assassinare la regina Elisabetta, e commise la fatale imprudenza di
rispondere, indicando così il suo consenso all’assassinio.

Ma la sua lettera di risposta, altrettanto cifrata, fu passata da Gifford, il
fabbricante di birra, a Sir Walsingham, e fu decifrata da Phelippes, il
crittoanalista, che per buona misura prima di rispedire le lettera
intercettata la alterò aggiungendo un paragrafo, cifrato con lo stesso codice,
in cui in apparenza Maria chiedeva di conoscere
“i nomi e le qualifiche dei sei uomini che otterranno il risultato” (diceva così).

Il paragrafo falso aggiunto a una lettera di Maria Stuarda e il cifrario usato
dal destinatario, Anthonie Babington, per decifrare le comunicazioni con la
sovrana (The National Archives/Wikipedia).

I cospiratori furono così identificati e torturati, e confessarono il
complotto. Maria Stuarda fu incriminata e processata sulla base di quella
crittografia ritenuta sicura; si dichiarò innocente, ma fu condannata a morte,
e la pena fu inflitta per decapitazione a febbraio del 1587. Maria Stuarda
aveva 44 anni.

[CLIP: dal trailer di Maria Regina di Scozia, diretto da Josie Rourke (2019)]

È passato mezzo millennio, e oggi la crittografia non è più riservata ai
monarchi e ai governi ma è nei nostri smartphone. Però le regole di base sono
rimaste le stesse. Non importa quanto sia potente e sofisticata la tua
crittografia: se il canale di comunicazione che usi per trasmetterla ha una
falla, i tuoi avversari la sfrutteranno per capire cosa c’è nel tuo messaggio.

WhatsApp, per esempio, cifra piuttosto robustamente tutti i nostri messaggi, e
lo stesso fanno Signal, Wickr e tante altre app, per cui i loro gestori non
possono leggere cosa scriviamo. Però possono leggere i cosiddetti
metadati
, ossia possono sapere chi è il mittente e chi è il destinatario, quanto è
lungo il messaggio, quanti sono i messaggi scambiati, a che ora sono stati
inviati e ricevuti, e con queste informazioni diventa possibile dedurre il
contenuto dei messaggi.*

* Precisazione: la lettura dei metadati che cito è riferita a WhatsApp e tante altre app in generale. Signal legge solo il numero di telefono: Wickr può acquisire informazioni su date e orari, sul dispositivo, quanti indirizzi e numeri di telefono sono collegati a un account, le modifiche alle impostazioni di un account e i numeri totali dei messaggi.

C’è anche un’altra regola di base che non cambia: man mano che la tecnologia si
evolve, diventa capace di decifrare sistemi di crittografia che prima erano
considerati inespugnabili e diventa capace di trovare i messaggi anche se sono
nascosti o messi nel posto sbagliato.

È quello che è successo in questi giorni: tre crittoanalisti moderni,
l’informatico George Lasry, il pianista e docente musicale Norbert Biermann e
l’astrofisico Satoshi Tomokiyo, hanno pubblicato sulla rivista specializzata
Cryptologia un dettagliatissimo articolo tecnico nel quale annunciano
di aver ritrovato oltre 50 documenti cifrati appartenenti a Maria Stuarda.
Documenti che si ritenevano perduti e che gettano nuova luce sulla sua
drammatica vita.

Questi documenti erano custoditi dalla Bibliothèque Nationale de France, che
però non sapeva che fossero appartenuti a Maria Stuarda, visto che erano
appunto cifrati e non avevano nessuna informazione in chiaro che li
identificasse, e così la BNF li aveva invece classificati vagamente legandoli
a documenti concernenti imprecisati “affari italiani”.

Quei documenti sarebbero probabilmente rimasti sepolti negli immensi archivi
della BNF per sempre, senza che si venisse mai a sapere della loro importanza,
ma George Lasry e colleghi li hanno notati grazie al fatto che sono
accessibili a qualunque studioso via Internet. Incuriositi dall’aspetto
evidentemente cifrato di questi antichi documenti, si sono messi all’opera
senza avere la minima idea di cosa avessero trovato.

Esempio di lettera cifrata. Fonte: gallica.bnf.fr.

Quei documenti erano delle lettere, scritte usando ben 219 simboli speciali,
non caratteri normali, per cui i ricercatori non hanno potuto usare sistemi di
riconoscimento automatico dei caratteri e quindi hanno dovuto trascrivere
manualmente i testi, convertendoli in un formato leggibile da un software, che
ha analizzato i caratteri con un procedimento molto laborioso e ha scoperto
che la lingua usata era il francese, non l’italiano, e ha iniziato a
recuperare alcuni frammenti di testo.

Il software, guidato dagli esperti, ha poi recuperato gli omofoni, ossia i
vari simboli che rappresentavano una stessa lettera dell’alfabeto, e ha
recuperato anche i simboli speciali (per esempio quelli usati per indicare una
ripetizione del simbolo precedente, allo scopo di non rivelare le lettere
doppie, oppure sequenze di lettere molto frequenti), e a quel punto sono
emersi prefissi, suffissi, preposizioni, parole comuni.

Iniziano a emergere i primi frammenti di testo.

Con questa decrittazione parziale in mano, i ricercatori hanno capito con
stupore di aver ritrovato gli originali delle lettere perdute di Maria
Stuarda, scritte fra il 1578 e il 1584, e hanno usato le proprie conoscenze
storiche per decifrare i simboli usati per indicare le persone citate dalla
regina prigioniera.

Di quasi tutte queste lettere perdute erano già disponibili nei musei le copie
decifrate all’epoca dalle spie della regina Elisabetta I, che hanno confermato
la validità del lavoro dei ricercatori di oggi e hanno documentato
ulteriormente, con grande
piacere degli
storici, che nell’ambasciata francese all’epoca c’era chiaramente una talpa
che intercettava le versioni decifrate delle lettere di Maria Stuarda e
le passava agli inglesi
[si potrebbe dire che era, letteralmente, un attacco man-in-the-middle].

E anche qui c’è una lezione di sicurezza che vale ancora oggi: puoi avere il
sistema di crittografia più potente dell’universo, ma alla fine qualunque
messaggio va decrittato per poterlo leggere, e se quella copia decrittata
finisce nelle mani di qualcuno, la tua supercrittografia non vale niente.

Il paragone moderno è che WhatsApp, Signal, Threema e tutte le altre app fanno
il possibile per proteggere i nostri messaggi da occhi inopportuni, ma non
possono impedire che il legittimo destinatario prenda un messaggio o una foto
che ha ricevuto in forma cifrata e lo mostri a chissà chi sullo schermo del
proprio smartphone. E non possono impedire che qualcuno che ha accesso al
nostro smartphone veda e legga le nostre conversazioni cifrate, se sono
archiviate sul telefono e il telefono non è protetto almeno da un PIN robusto.

Se alla fine di questa storia vi state chiedendo cosa dicessero queste lettere
così segrete, i ricercatori hanno pubblicato i loro testi integrali,
interessantissimi per gli storici e per gli appassionati di intrighi: ci sono
discussioni sul possibile matrimonio di Elisabetta I e il Duca di Anjou, nelle
quali Maria Stuarda avvisa l’ambasciatore francese Castelnau che
“gli inglesi non sono sinceri nelle loro trattative e il loro unico scopo è
indebolire la Francia e contrastare la Spagna”
, ci sono raccomandazioni di non fidarsi di Sir Francis Walsingham, il
segretario personale e capo delle spie di Elisabetta I, perché è
“una persona scaltra, che offre falsamente la propria amicizia mentre
nasconde le proprie intenzioni reali”
, e ci sono anche avvisi molto profetici, nei quali Maria Stuarda avvisa che
alcuni di coloro che lavorano alle sue dipendenze potrebbero essere agenti di
Walsingham.

Purtroppo questa consapevolezza non salvò la regina di Scozia. Ma forse può
salvare qualcuno di noi dal lasciare in giro messaggi cifrati che crede sicuri
per sempre e invece verranno decifrati da qualcuno in futuro — o anche subito
— grazie alla tecnologia e al talento.

Chiusura

Anche questa puntata del Disinformatico è giunta al termine: grazie di
averla seguita. Questo podcast è una produzione della RSI Radiotelevisione
svizzera. Le nuove puntate del Disinformatico vengono messe online ogni
venerdì mattina presso www.rsi.ch/ildisinformatico e su tutte le
principali piattaforme podcast. I link e le fonti di riferimento che ho citato
in questa puntata e nelle precedenti sono disponibili presso
Disinformatico.info. Gli spezzoni audio sono tratti dal film
Maria Regina di Scozia, diretto da Josie Rourke. Per
segnalazioni, commenti o correzioni, scrivetemi una mail all’indirizzo
paolo.attivissimo@rsi.ch. A presto.

Fonti

Cryptologia,
Deciphering Mary Stuart’s lost letters from 1578-1584
(https://doi.org/10.1080/01611194.2022.2160677).

Britannica.com,
Mary Queen of Scotland.

The National Archives,
Ciphers used by Mary Queen of Scots.

BBC,
Mary Queen of Scots: Deposed ruler’s secret prison letters found and
decoded
.

Ars Technica,
Lost and found: Codebreakers decipher 50+ letters of Mary, Queen of
Scots
.

Centomila messaggi WhatsApp a spasso: ma non c’era la crittografia end-to-end?

Centinaia di milioni di persone nel mondo usano WhatsApp per comunicare ogni
giorno, e molte di queste persone affidano a questa app confidenze e segreti
contando sulla sua promessa di crittografia end-to-end: tutti i
messaggi sono cifrati e non possono essere letti neppure dai dipendenti di
Meta, la società che possiede WhatsApp.

È una promessa molto forte, dichiarata dall’avviso che compare nell’app ogni
volta che si inizia una conversazione con un nuovo contatto:
“I messaggi e le chiamate sono crittografati end-to-end. Nessuno al di
fuori di questa chat, nemmeno WhatsApp, può leggerne o ascoltarne il
contenuto.”

Ma allora come è possibile che oltre centomila messaggi WhatsApp
privati siano stati resi estremamente pubblici in questi giorni? È quello che
sta succedendo con i cosiddetti Lockdown files, una raccolta di
messaggi WhatsApp risalenti al 2020 e 2021 e scambiati fra l’allora ministro
della sanità britannico Matt Hancock e vari esponenti del governo del paese
durante il lockdown legato alla pandemia.

Il giornale britannico
Telegraph
è entrato in possesso di tutti questi messaggi molto delicati e sta
pubblicando man mano quelli più significativi, che rivelerebbero errori e
manchevolezze della gestione governativa della crisi sanitaria. 

Ma quello che conta, dal punto di vista informatico, è capire come il
Telegraph

sia riuscito a scavalcare la crittografia end-to-end di WhatsApp: un
dettaglio che
non sempre viene raccontato
dalle fonti giornalistiche
che stanno pubblicando articoli sulla vicenda britannica.

Hacking supersofisticato? Intervento degli esperti crittografi militari? Una
falla nelle sicurezze di WhatsApp? Niente di tutto questo. La crittografia
end-to-end, che si chiama così appunto perché protegge la comunicazione
da un capo all’altro, è stata sbaragliata semplicemente ottenendo accesso a
uno di questi capi.

Il ministro Hancock aveva infatti affidato alla giornalista Isabel Oakeshott
l’incarico di aiutarlo a scrivere la propria autobiografia del periodo
pandemico, e per questo lavoro le aveva dato pieno accesso a tutti i suoi
messaggi WhatsApp. La giornalista aveva firmato un accordo di riservatezza, ma
ora lo ha violato sostenendo che la pubblicazione di questi messaggi è di interesse
pubblico. E così la crittografia non è servita a nulla.

Questo è un principio spesso dimenticato nella sicurezza delle informazioni:
il segreto non è soltanto questione di tecnologia, ma dipende anche dai fattori
umani. Se uno dei partecipanti a una conversazione digitale cifrata rivela
tutto, non c’è promessa crittografica che tenga. E questo vale in particolar
modo per i gruppi, su WhatsApp o su qualunque altra piattaforma di
messaggistica cifrata: più sono numerosi i partecipanti, più è facile che uno
di loro si lasci sfuggire qualcosa o decida di violare il segreto. E ne basta
uno solo. Anche se non siete ministri, pensateci la prossima volta che
condividete un commento o un selfie discutibile fidandovi della
crittografia.


Fonti:
Washington Post,
Sky News, Channel 4, BBC.

Auto Hyundai “hackerata”: la chiave privata degli aggiornamenti si trova con Google

Auto Hyundai “hackerata”: la chiave privata degli aggiornamenti si trova con Google

Questo articolo è disponibile anche in
versione podcast audio.

Le chiavi di cifratura e di protezione del software della Hyundai Ioniq SEL
sono pubblicamente disponibili con una semplice ricerca in Google. Lo ha
scoperto Daniel Feldman, un ingegnere informatico di Minneapolis, negli Stati
Uniti, che con questa chiave è riuscito a hackerare il sistema di
informazione e intrattenimento o infotainment della propria vettura.

Feldman racconta nel proprio
blog
che la sua auto, un’ibrida del 2021, è dotata di un sistema di
infotainment, appunto, che funziona adeguatamente, ma lui voleva vedere
se era possibile personalizzarlo, e così ha scoperto che esistono già vari
modi non ufficiali, ovviamente ad alto rischio, per entrare nella modalità manutenzione e
installare applicazioni. Il sistema, infatti, è basato su Android e quindi
accetta quasi qualunque applicazione realizzata per questo sistema operativo.
A quanto pare, la password di accesso a questa modalità manutenzione è
definita usando una tecnica piuttosto originale: è semplicemente composta
dalle quattro cifre dell’ora e del minuto indicati dall’orologio di bordo.

Ma Feldman voleva fare di più: voleva scoprire se era possibile creare degli
aggiornamenti personalizzati del firmware, ossia del software di base
del sistema di infotainment. Gli aggiornamenti ufficiali, diffusi da
Hyundai Mobis, sono distribuiti all’interno di un file ZIP protetto da una
password e sono cifrati e anche firmati digitalmente. Sembrerebbe una tripla
protezione più che ragionevole, ma purtroppo qualcuno in Hyundai ha commesso
una serie di errori davvero imbarazzante.

Per prima cosa, Feldman è riuscito a scavalcare la password del file ZIP e a
estrarne i contenuti; i dettagli della tecnica che ha usato sono nel suo
blog.
Per la cifratura degli aggiornamenti, ha trovato la chiave di decrittazione
direttamente nel file ZIP. Due ostacoli su tre erano quindi rimossi.

Ma c’era ancora la firma digitale, ossia la protezione che consente di
installare soltanto software che sia stato firmato e garantito usando una
chiave segreta in due parti, una pubblica e una privata, nota soltanto ai
tecnici di Hyundai Mobis. Senza quella chiave, Feldman era a un punto morto. È
qui che ha avuto un’ispirazione molto felice.

Per verificare che nessun altro avesse già ottenuto i suoi stessi risultati,
ha provato a cercare in Google la chiave di cifratura che aveva scoperto. E
Google gli ha fatto scoprire che la chiave usata da Hyundai era quella usata
come esempio nei manuali pubblici di crittografia (come il documento
NIST
SP800-38A). Era insomma come scoprire che i tecnici di Hyundai Mobis avevano
“protetto” (si fa per dire) il proprio software usando la password
pippo che si usa sempre nei tutorial e che conoscono tutti.

Ma non è finita qui. Frugando all’interno del software originale, l’ingegnere
informatico ha scoperto che quel software conteneva la parte
pubblica della chiave di firma digitale. Ispirato dall’errore
precedente dei tecnici Hyundai, ha provato a cercare su Google una porzione di
questa chiave, e ha scoperto che anche stavolta i tecnici avevano usato una
chiave di firma digitale che è presente negli esempi dei
tutorial, quelli che spiegano come firmare digitalmente qualunque file. E quei
tutorial, ovviamente, includono anche la chiave privata corrispondente.

In altre parole: Hyundai ha usato una chiave privata di firma digitale presa
da un tutorial e ha messo la chiave pubblica corrispondente nel proprio
software. E così è emerso che tutto il suo castello di protezioni risulta
essere fondato sull’argilla, e Feldman è riuscito a installare del software
(più precisamente del firmware) scritto da lui sulla propria auto, come
descrive in due altri articoli (primo,
secondo). Missione compiuta, insomma.

Morale della storia: la sicurezza nel software non è cosa che si improvvisa. I
protocolli e gli standard possono essere anche robustissimi e matematicamente
inespugnabili, ma l’errore umano, o in questo caso la pigrizia di chi ha usato
una chiave di firma digitale presa di peso da un tutorial, è sempre in
agguato. Conviene ricordarlo quando qualche azienda, anche al di fuori del
settore automobilistico, si vanta di usare i software di crittografia più
sofisticati. Se li usa un pasticcione, sforneranno pasticci.

Fonte aggiuntiva:
The Register.

Primo ministro britannico adotta la linea dura contro il terrorismo: bandire WhatsApp. È il Gastrospasmo del Fare

Primo ministro britannico adotta la linea dura contro il terrorismo: bandire WhatsApp. È il Gastrospasmo del Fare

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In risposta all’attacco terroristico a Charlie Hebdo, il primo ministro britannico David Cameron vuole abolire ogni forma di comunicazione online non intercettabile dal governo. Lo dice molto chiaramente nel discorso che ha fatto ieri, il cui video è presentato da The Independent.

A prima vista sembra una buona soluzione per impedire ai terroristi di poter comunicare fra loro senza poter essere intercettati. Lo sembra fino al momento in cui a qualcuno (evidentemente non qualcuno dello staff tecnico di Cameron) viene in mente che abolire ogni forma di comunicazione digitale non intercettabile dal governo significa abolire (o indebolire fino a renderla inutile) la crittografia che garantisce la sicurezza delle transazioni bancarie. Significa bandire WhatsApp, iMessage, FaceTime, Telegram, PGP e qualunque altra applicazione che faccia uso di cifratura seria. Significa bandire uno dei protocolli fondamentali di sicurezza di Internet, ossia SSL, come osserva Mikko Hypponen.

“Vogliamo consentire un mezzo di comunicazione fra le persone che noi […] non possiamo leggere?” si chiede retoricamente Cameron nel proprio discorso.

Sì, signor Cameron, lo vogliamo, perché quel mezzo di comunicazione è, tanto per dirne una, quello che tiene al sicuro i nostri conti correnti. E anche i suoi.

Non era difficile prevedere che la risposta politica, puramente demagogica, alla strage di Charlie Hebdo sarebbe stata una stupidaggine tecnica, come l’altrettanto cameroniano filtro antiporno, rivelatosi un flop totale. I politici non capiscono niente di Internet (le eccezioni si contano sulle dita di Eta Beta) e sono posseduti dal Gastrospasmo del Fare:

In caso di crisi, fai qualcosa. Qualunque cosa, anche una cretinata inutile o controproducente, ma fatti vedere che fai qualcosa. E poi vantati di aver fatto qualcosa e di aver dimostrato decisione e risolutezza. Tanto le conseguenze della tua cretinata le pagherà qualcun altro.

Il Gastrospasmo del Fare ha naturalmente il Corollario del Negare e Aumentare:

Se quello che hai fatto non funziona, esattamente come ti avevano avvisato i tecnici, non ammettere l’errore, ma dichiara con decisione che funzionerebbe benissimo se soltanto lo si facesse in dosi più massicce.

Dicevo, prevedere un nuovo esempio di teatrino della sicurezza non richiedeva poteri di chiaroveggenza. Era però difficile immaginare che la cretinata sarebbe stata di questo calibro colossale. Vedremo se i colleghi di Cameron negli altri paesi sapranno dare dimostrazioni d’inettitudine tecnica altrettanto mirabili. Qualcosa già si sta affacciando qui, e rispetta perfettamente il Gastrospasmo e il suo corollario.

Cory Doctorow: perché bandire la crittografia è una misura antiterrorismo inutile

Cory Doctorow: perché bandire la crittografia è una misura antiterrorismo inutile

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora. Ultimo aggiornamento: 2017/06/06 12:05.

In occasione dell’attentato a Londra di sabato sera e in risposta ai conseguenti proclami del primo ministro britannico Theresa May di voler “togliere agli estremisti i loro spazi sicuri online”, Cory Doctorow ha aggiornato il proprio saggio del 2015 sulla fondamentale stupidità e inutilità di quest’idea, che implica vietare completamente la crittografia delle comunicazioni.

In parole semplici: chiunque proponga di mettere al bando la crittografia in nome della sicurezza antiterrorismo non ha capito come funziona Internet, non ha capito come funziona l’informatica e dimostra solo la propria incompetenza e la propria voglia di usare Internet come babau di comodo senza risolvere i problemi reali, come il taglio drastico delle risorse di polizia (verificato da FullFact).

Propongo qui, in traduzione italiana, le parti salienti del saggio di Doctorow. Sentitevi liberi di sostituire “Theresa May” con qualunque governante (con rarissime eccezioni): l’equazione non cambia.

…È impossibile esagerare nel dire quanto sia imbecille l’idea di sabotare la crittografia agli occhi di chi capisce la sicurezza informatica. Se vuoi proteggere i tuoi dati sensibili quando sono fermi — sul tuo disco rigido, nel cloud, sul telefonino che hai dimenticato sul treno la settimana scorsa e non hai più rivisto — o quando sono in viaggio, quando li mandi al tuo medico o alla tua banca o ai tuoi colleghi di lavoro, devi usare della buona crittografia. Se usi crittografia intenzionalmente compromessa, che ha una “porta sul retro” di cui in teoria dovrebbero avere le chiavi soltanto i “buoni”, in pratica non hai sicurezza.

… Questo succede per due ragioni. La prima è il dubbio che si possa rendere sicura una crittografia mantenendo un passepartout usabile dalle autorità. Come ha spiegato l’avvocato e informatico Jonathan Mayer, aggiungere la complessità dei passepartout alla nostra tecnologia “introdurrebbe rischi di sicurezza non quantificabili”. Rendere ermetici i sistemi di sicurezza che proteggono le nostre case, le nostre finanze, la nostra salute e la nostra privacy è già difficile: renderli ermetici tranne quando le autorità non vogliono che lo siano è impossibile.

Quello che Theresa May crede di dire è “Ordineremo a tutti i creatori di software che riusciamo a raggiungere di introdurre nei loro strumenti delle ‘porte sul retro’ (backdoor) per noi”. Questo comporta problemi enormi: non esistono porte sul retro che fanno entrare soltanto i buoni. Se nel tuo Whatsapp o Google Hangouts c’è un difetto inserito intenzionalmente, allora le spie straniere, i criminali, i poliziotti corrotti […] prima o poi scopriranno questa vulnerabilità. Saranno in grado anche loro — e non solo i servizi di sicurezza — di usarla per intercettare tutte le nostre comunicazioni. Che includono cose come le foto dei tuoi bimbi che fanno il bagnetto e che mandi ai tuoi genitori o i segreti commerciali che mandi ai tuoi colleghi.

Ma questo è solo l’inizio. Theresa May non capisce granché la tecnologia, per cui in realtà non sa cosa sta chiedendo.

Affinché funzioni la sua proposta, Theresa May dovrà impedire ai britannici di installare software proveniente da creatori che sono al di fuori della sua giurisdizione. Le forme di comunicazione sicura migliori sono già progetti liberi/open source, mantenuti da migliaia di programmatori indipendenti in tutto il mondo. Sono ampiamente disponibili e grazie a cose come la firma crittografica sono scaricabili da qualunque server del mondo (non solo quelli grandi come Github) ed è possibile verificare, in modo molto attendibile, che non sono stati alterati.

May non è l’unica: il regime che propone è già in atto in paesi come Siria, Russia e Iran (per la cronaca, nessuno di questi paesi ha avuto molto successo nel farlo). I governi autoritari tentano di limitare l’uso delle tecnologie sicure in due modi: filtraggio della rete e obblighi tecnologici.

Theresa May ha già dimostrato di credere di poter ordinare ai provider nazionali di bloccare l’accesso a certi siti (anche qui, per la cronaca, la cosa non ha avuto molto successo). Il passo successivo è ordinare un filtraggio in stile cinese che usi la deep packet inspection per cercare di distinguere il traffico e bloccare i programmi proibiti. Questa è una sfida tecnologica formidabile. I protocolli fondamentali di Internet, come l’IPv4/6, il TCP e l’UDP, hanno la capacità intrinseca di creare “tunnel” di un protocollo nell’altro. Questo rende trascendentalmente difficile capire se un dato pacchetto è in una lista bianca o in una lista nera, specialmente se si vuole ridurre al minimo il numero di sessioni “buone” bloccate per errore.

Ancora più ambiziosa è l’idea di stabilire per legge quale codice possano eseguire i sistemi operativi nel Regno Unito. Nella piattaforma iOS di Apple e in varie console di gioco abbiamo dei regimi nei quali una singola azienda usa contromisure per garantire che solo il software da lei benedetto giri sui dispositivi che ci vende. Queste aziende potrebbero, in effetti, essere obbligate (da un ordine del Parlamento) a bloccare il software di sicurezza. Ma anche così bisognerebbe fare i conti col fatto che gli altri stati dell’UE e paesi come gli Stati Uniti probabilmente non farebbero la stessa cosa e quindi chiunque comprasse il suo iPhone a Parigi o a New York potrebbe entrare nel Regno Unito con il proprio software di sicurezza intatto e mandare messaggi che il governo non potrebbe leggere.

Ma poi c’è il problema delle piattaforme più aperte, come le varianti di GNU/Linux, BSD e gli altri unix, Mac OS X e tutte le versioni di Windows non per dispositivi mobili. In teoria gli operatori commerciali — Apple e Microsoft — potrebbero essere obbligati dal Parlamento a cambiare i propri sistemi operativi in modo da bloccare in futuro i software di sicurezza, ma questo non impedirebbe alla gente di continuare a usare tutti i PC già esistenti per eseguire del codice che il Primo Ministro vuole bandire.

Ancora più difficile è il mondo dei sistemi operativi liberi/aperti come GNU/Linux e BSD, che sono lo standard di riferimento per i server e sono usati diffusamente sui computer desktop (specialmente dai tecnici e dagli amministratori che fanno funzionare l’informatica del paese). Non esiste alcun meccanismo tecnico o legale che permetta a del codice progettato per essere modificato dai suoi utenti di coesistere con una regola che dice che il codice deve trattare i suoi utenti come avversari e cercare di impedire loro di eseguire codice proibito.

In altre parole, questo è quello che propone Theresa May:

— tutte le comunicazioni dei cittadini britannici devono essere facilmente intercettabili da criminali, guardoni e spie straniere

— a qualunque azienda a portata del governo britannico deve essere vietato di produrre software di sicurezza

— tutti i principali archivi di codice, come Github e Sourceforge, devono essere bloccati

— i motori di ricerca non devono rispondere alle ricerche di pagine Web che contengano software di sicurezza

— deve cessare praticamente tutta la ricerca accademica britannica nella sicurezza informatica: questa ricerca deve svolgersi solo in ambienti proprietari che non hanno obblighi di pubblicazione dei propri risultati, come i laboratori di ricerca e sviluppo delle industrie e i servizi di sicurezza

— tutti i pacchetti in ingresso e in uscita dal paese, e all’interno del paese, devono essere assoggettati a una deep packet inspection in stile cinese e devono essere bloccati tutti quelli che sembrano provenire da software di sicurezza.

— i giardini cintati esistenti (come iOS e le console di gioco) dovranno essere obbligati a vietare agli utenti di installare software di sicurezza

— chiunque visiti il Regno Unito dall’estero deve farsi sequestrare gli smartphone in frontiera fino a quando riparte

— i produttori di sistemi operativi proprietari (Microsoft e Apple) devono ricevere l’ordine di riprogettare questi sistemi operativi come giardini cintati che consentano agli utenti di eseguire solo software proveniente da un app store che non venderà o fornirà software di sicurezza ai cittadini britannici

— i sistemi operativi liberi/open source, che alimentano settori come l’energia, le banche, il commercio elettronico e le infrastrutture, dovranno essere totalmente vietati.

Theresa May dirà che non vuole fare niente di tutto questo: dirà che ne vuole implementare versioni più deboli, per esempio bloccando solo alcuni siti “famosi” che ospitano software di sicurezza. Ma qualunque intervento meno drastico di quello elencato sopra non avrà alcun effetto concreto sulla capacità dei crminali di effettuare conversazioni perfettamente segrete che il governo non potrà leggere. Se un qualunque PC generico o un telefonino craccato può eseguire una qualunque delle applicazioni di comunicazione più diffuse al mondo, i “cattivi” semplicemente ne faranno uso.

Craccare un sistema operativo non è difficile. Scaricare un’app non è difficile. Impedire alla gente di eseguire del codice che vogliono eseguire lo è. Cosa peggiore, mette terribilmente in pericolo l’intero paese, gli individui e le aziende.

Questa è un’argomentazione tecnica, ed è assai valida, ma non c’è bisogno di essere dei crittografi per capire il secondo problema delle “porte sul retro”: i servizi di sicurezza sono pessimi sorveglianti dei propri comportamenti.

Se questi servizi hanno una “porta sul retro” che consente loro di accedere a tutto quello che è protetto dalla crittografia, dalle serrature digitali di casa vostra o del vostro ufficio alle informazioni necessarie per vuotare il vostro conto bancario o leggere tutta la vostra mail, ci saranno tante persone che vorranno corrompere qualcuno dei tanti autorizzati ad usare la “porta sul retro”, e gli incentivi a tradire la nostra fiducia saranno enormi.

Se volete un’anteprima di cosa sia una “porta sul retro”, vi basta guardare i passepartout della Transportation Security Administration statunitense che aprono le serrature delle nostre valigie. Dal 2003, la TSA esige che tutti i bagagli in viaggio negli Stati Uniti o in transito abbiano serrature Travelsentry, concepite per consentirne l’apertura a chiunque abbia un passepartout diffusissimo.

Cos’è successo dopo l’introduzione del Travelsentry? Dalle valigie ha cominciato a sparire roba. Tanta roba. Un’indagine della CNN ha trovato migliai di casi di furti commessi da dipendenti TSA.

[…] Consentire allo stato di aprire le tue serrature in segreto significa che chiunque lavori per lo stato, o chiunque sia in grado di corrompere o costringere chi lavora per lo stato, può impadronirsi della tua vita. Le serrature crittografiche non si limitano a proteggere le nostre comunicazioni ordinarie: sono la ragione per la quale i ladri non possono imitare la chiave elettronica d’accensione della tua auto; sono la ragione per la quale è possibile fare operazioni bancarie online; e sono la base di tutta la fiducia e la sicurezza del ventunesimo secolo.

[…] qualunque politico colto a parlare di “porte sul retro” non è adatto a governare da nessuna parte tranne a Hogwarts, che è l’unica scuola dove il dipartimento d’informatica crede alle “chiavi d’oro” che permettono soltanto alle gente del tipo giusto di violare la tua crittografia.

CryptoChallenge: riuscite a decodificare questo (possibile) messaggio in codice di Star Trek? / Can you decode this (possible) Star Trek message?

CryptoChallenge: riuscite a decodificare questo (possibile) messaggio in codice di Star Trek? / Can you decode this (possible) Star Trek message?

English summary: Episode 2.05 of Star Trek: Picard
conspicuously shows a calling card with an elaborate cutout pattern, which
is also present in the credit sequence of the show. This pattern resembles a
so-called
“annular barcode”
or
“Shotcode”
and may contain a message (the l
inks lead to technical info describing the structure of these codes). We’re pooling our skills to see if we can reconstruct the exact pattern
and then find out what it says (if anything). Help is welcome!

Ho il sospetto che questa immagine tratta dalla seconda stagione
Star Trek: Picard contenga un messaggio in codice. Come ho scritto
altrove, il numero di telefono è reale (risponde una segreteria molto particolare),
e quindi è possibile che quello schema circolare di vuoti e pieni non sia
casuale.

Oltretutto lo stesso tipo di schema compare anche nella sigla di testa, ed è
identico perlomeno nella parte inquadrata:

Se qualcuno sa usare Photoshop o simili per “srotolare” lo schema o riesce
pazientemente a ricostruire lo schema leggendo le immagini, possiamo provare a
interpretarlo. Non si vince nulla, che io sappia, ma se per caso il codice
rivela come vincere qualche ricompensa o avere qualche chicca nascosta, la
condividerò volentieri con chi mi ha dato una mano!

Ho provato a elaborarla un pochino per vedere meglio i dettagli: io conto 10
righe e 57 o 58 colonne. Partendo dalla destra della riga diametrale e andando
in senso antiorario, leggo per esempio (con 1 = pieno, 0 = vuoto)
10-10-10-10-10, 01-00-10-10-00-11… e poi mi perdo. Idee?

Ho trovato un
file STL per stampa 3D
del biglietto da visita. Se è attendibile, questa dovrebbe essere un’immagine
più facilmente decodificabile, perché è vista frontalmente:

Primi risultati:
@massimomusante
segnala che somiglia moltissimo a un annular barcode, le cui specifiche
tecniche sono descritte
qui. Interessante: questi annular barcode ospitano 56 caratteri (e io ne
ho contati 57 o 58, forse sbagliando) e il loro bordo esterno alterna vuoti e
pieni per fornire una linea di riferimento per gli scanner. Il presunto codice
sul biglietto da visita in effetti ha un anello esterno che è quasi tutto
composto da un’alternanza di questo tipo.

La ricerca continua…

18:45. Ecco uno “srotolamento” fatto da Lorenzo Poderi:

2022/04/03 00:15.
@leoschumy
nota che codici di questo genere sono stati chiamati anche shotcode e
risalgono al 1999 (Wikipedia). Il sito originale, Shotcode.com, non esiste più ma è
archiviato su Archive.org. Forse qualcuno riesce a recuperare un software di decodifica?

Nei commenti, Nico Chiavegato suggerisce che si tratti di una codifica UTF-8 e
ci sono vari tentativi di “srotolamento” (questo
di Word Smuggler è particolarmente promettente). C’è anche un
thread su Twitter
con alcuni spunti.

01:42. Alberto Franchi, nei commenti, segnala la sua decodifica:

1010101010 end char
0110101101
1010101101 0010111110 1111000001
0111011111
1101011111
0001011111
1010001111
0000001111
1000101111
0000001111
1000010000
0110100001 1111110100
0100110100
1000100101
0000010000
1000010000
1001000011
0010000011
1111110011
0101111011
0101111011
1110000111
0110000001
1101001111
0000001001
1000000111
0001101000
1101111011
0101101011
1000001011
0001000001 1011101110

Buon divertimento!

9:45. Questa è la decodifica di Lorenzo Poderi:

10:10. Questo è lo srotolamento grafico di Alberto Franchi:

Colgo l’occasione per segnalare un altro celebre messaggio circolare nascosto:
quello sul
paracadute marziano
del rover Perseverance. Magari le tecniche usate per quella codifica
possono ispirarvi per questa.

20:45. Alberto Franchi ha preparato anche questo grafico preliminare:

2022/04/04 9:40. Diego Cuoghi ha realizzato uno
srotolamento
molto chiaro:


23:50. Via Twitter, un altro ricercatore,
@jaysenw, mi ha mandato queste informazioni, con il permesso di pubblicarle:

I have tried both circularly (outer rings) to inner rings, both with 1 for
dark and 0 for light as well as in reverse (1 for light 0 for dark)

I have tried using the columns as well (outer to inner, inner to outer) with
both with 1 for dark and 0 for light as well as in reverse.

I have attached my excel spreadsheet.  The raw data is on worksheet
one.  I used an arbitrary starting point for the ring locations.

The inner ring is likely not a code as it is all dark, but I encoded it on
my spreadsheet anyway.  I think there are 10 “data” rings and maybe 1
or two control rings (outer/inner).

I like the idea of a barcode.  I was trying:

  1. 7 or 8 digit ASCII codes
  2. 4 or 5 bit binary to decimal (like the perseverance code)
  3. Looking for repeats between sets of digits (like the perseverance code)
  4. Searching for vowels, www or periods (.) in the ASCII codes  (7/8)
    bit to see if any repeats.

None of these methods have yielded any fruitful results.

Il file Excel di cui parla è
qui a vostra disposizione.

2022/04/05 00:20. Da @Elis4b arriva un’idea molto originale: e
se fossero istruzioni per un carillon?

Che si fa con Telegram? È russo. Ma quel che conta è che non è “end-to-end” di default

Ultimo aggiornamento: 2022/03/14 13:05.

Telegram, la popolare app di messaggistica, ha un problema: viene vista come
un’app “russa”, e quindi molti la considerano particolarmente a rischio, perché
il suo creatore e fondatore, Pavel Durov, è nato in Russia. La questione è
particolarmente delicata in Ucraina, dove Telegram è da tempo
l’app più diffusa
nella sua categoria. Se i russi fossero in grado di spiare la messaggistica del
paese che hanno invaso, il rischio sarebbe altissimo.

Ma Pavel Durov non è in buoni rapporti con la Russia. Nel 2012, durante le
proteste contro Putin, si rifiutò di chiudere i gruppi Telegram che
organizzavano le marce di protesta su VKontakte, il popolarissimo social network da lui creato [Nota: nel podcast e nelle versioni precedenti di questo articolo ho detto e scritto che i gruppi erano su Telegram; ho sbagliato, scusatemi]. Il paese bandì Telegram nel 2018, quando
Durov si rifiutò di fornire alle autorità i dati degli utenti. Questo blocco
si rivelò inutile e facilmente aggirabile e quindi la Russia si arrese,
togliendo il divieto nel 2020. Durov ora vive a Dubai e il ramo materno della
sua famiglia proviene da
Kyiv.

Il vero problema della sicurezza di Telegram, in realtà, è un altro ed è
slegato dall’attuale crisi russa: moltissimi utenti dell’app credono che
tutti i messaggi e contenuti che scambiano attraverso Telegram siano
criptati end-to-end, quindi impossibili da leggere per Durov e la sua
azienda, così come lo sono i messaggi di WhatsApp o Signal, che sono criptati
in modo che i rispettivi gestori non possano leggerli. Ma non è così.

Infatti soltanto le cosiddette chat segrete di Telegram sono realmente
cifrate end-to-end; tutti gli altri messaggi sono salvati in copia sui
server di Telegram, dove sono protetti tramite cifratura ma in teoria sono
accessibili all’azienda. Le chat di gruppo su Telegram
non sono cifrate, nemmeno se il gruppo è privato.

Le chat segrete di Telegram, per chi non le conoscesse, sono quelle che si
attivano toccando il nome della persona con la quale si vuole chattare e poi
toccando i tre puntini in alto a destra per scegliere la voce
Inizia chat segreta. Il contenuto di queste chat viene
cancellato automaticamente dopo un periodo di tempo che si può impostare a
piacimento.

Moxie Marlinspike, creatore dell’app alternativa Signal, ha pubblicato su
Twitter un’analisi
impietosa, nella quale ha messo bene in chiaro i limiti di Telegram,
soprattutto per gli utenti in Ucraina:
“Telegram ha molte funzioni estremamente desiderabili, ma in termini di
privacy e di raccolta dati non esiste scelta peggiore… Telegram conserva
tutti i vostri contatti, gruppi, media e ogni messaggio che avete mai
mandato, e li conserva in chiaro sui suoi server… Praticamente tutto
quello che vedete nell’app è visibile anche a Telegram.”

La sua obiezione principale è che Telegram viene presentata spesso come un’app
di messaggistica cifrata, quando in realtà è cifrata soltanto in minima parte.
Anche se non vi trovate in zone di guerra, è importante conoscere questa
differenza e agire di conseguenza.

Da parte sua, Pavel Durov ha
scritto
su Twitter pochi giorni fa che
“nove anni fa ho difeso i dati privati degli ucraini dal governo russo e
per questo ho perso la mia azienda e la mia casa. Lo rifarei senza
esitazioni”
.

Parole forti e vicende personali che ispirano fiducia. Ma uno dei princìpi
basilari in informatica è che un sistema sicuro non deve basarsi sulla fiducia
negli intermediari, ma sul fatto che gli intermediari non possano leggere i
dati degli utenti, neanche volendo.

 

Fonti aggiuntive:
Forbes,
Mashable,
The Guardian, BBC.

Perché l’esercito svizzero vieta l’uso di WhatsApp, Telegram e Signal? Ci sono motivi che toccano anche gli utenti comuni?

Ultimo aggiornamento: 2022/01/20 18:30.

Di recente l’esercito svizzero ha bandito l’uso di WhatsApp, Signal, Telegram e
di qualunque altra applicazione di messaggistica diversa da
Threema per le comunicazioni legate al
servizio.

Il portavoce dell’esercito, Daniel Reist, ha spiegato che la decisione
è stata presa per questioni di sicurezza e di protezione dei dati. I militari
potranno continuare a utilizzare WhatsApp e altre applicazioni per le
comunicazioni private.

La decisione dell’esercito ha comprensibilmente spinto molte persone a farsi
tre domande: 

  • cosa c’è di così pericoloso in WhatsApp, Signal, Telegram eccetera da
    indurre l’esercito svizzero a compiere questo passo?
  • perché Threema invece non è pericolosa?
  • se lo fa l’esercito, dovremmo farlo anche noi?

Alcuni si saranno anche fatti una quarta domanda: Threema chi? In
effetti Threema non è molto popolare: i suoi circa
dieci milioni di utenti
sono trascurabili rispetto ai due miliardi di utenti di WhatsApp. Molte
persone non l’hanno mai sentita nominare e vengono a sapere della sua
esistenza soltanto a causa della risonanza della notizia di questa decisione
militare svizzera.

Cominciamo dalla prima domanda: le app di messaggistica non svizzere, come
appunto WhatsApp, Signal e Telegram, non rispettano le norme svizzere sulla
riservatezza. WhatsApp, in particolare, è soggetta alle leggi statunitensi e
in particolare al cosiddetto CLOUD Act (acronimo di
Clarifying Lawful Overseas Use of Data Act), una legge del 2018 che consente alle autorità statunitensi di acquisire
informazioni sul traffico di dati da tutti i gestori di servizi di
telecomunicazioni sottoposti alla giurisdizione degli Stati Uniti e lo
consente anche se questi dati si trovano fuori dal territorio americano e
anche se sono gestiti per esempio da società europee che hanno una filiale
negli Stati Uniti, come spiega in dettaglio la legal specialist e
data protection officer Barbara Calderini su
Agenda Digitale.

In parole povere, gli Stati Uniti possono ottenere, aggregare e analizzare
tutti i dati trasmessi su WhatsApp da qualunque militare svizzero o di
qualunque altro paese. Il rischio non è ipotetico: è già
capitato
che messaggi o post di militari russi abbiano rivelato la loro presenza in
Ucraìna
e in Siria, a volte smentendo le dichiarazioni ufficiali. La Russia ha
vietato
completamente l’uso degli smartphone durante il servizio militare nel 2019.

È vero che WhatsApp ha la cosiddetta crittografia end-to-end, per cui
Meta (la società che possiede WhatsApp insieme a Facebook e Instagram) non può
cedere a nessuno il contenuto delle conversazioni fatte tramite
WhatsApp semplicemente perché non le ha a disposizione. 

Ma la crittografia non copre i dati di contorno di queste conversazioni, ossia
i cosiddetti metadati: con chi avete parlato, a che ora di quale giorno
l’avete fatto, per quanto tempo avete conversato e quante volte avete
scambiato messaggi con ciascuna delle persone con le quali avete comunicato
tramite WhatsApp. Usare WhatsApp significa quindi dare a Meta, e quindi alle
autorità statunitensi, l’elenco completo dei propri amici, contatti di lavoro
e commilitoni. Messi insieme, tutti questi metadati hanno un valore strategico
enorme.

Faccio un esempio concreto: qualche anno fa, nel 2017, sono stato invitato a
parlare a Locarno a una conferenza organizzata dall’esercito svizzero e
dedicata alla digitalizzazione legata alla sicurezza nazionale. Il pubblico
era composto quasi esclusivamente da militari. Ho chiesto quanti di loro
avessero uno smartphone acceso in tasca con la geolocalizzazione attiva e
WhatsApp installato: hanno risposto affermativamente quasi tutti. Ma allora,
ho proseguito, Google o Apple, e sicuramente Facebook, sanno che buona parte
degli ufficiali dell’esercito svizzero, provenienti da tutti i cantoni, si
trovano radunati in questo preciso luogo in questo preciso momento. E lo
possono sapere in tante altre circostanze e passare questi dati al proprio
governo. In sostanza, un paese straniero può monitorare i movimenti dei nostri
militari, e può farlo oltretutto in modo perfettamente legale. La mia
osservazione è stata accolta, come dire, con consapevole disagio.

Per chi è nelle forze armate elvetiche, insomma, usare WhatsApp (e, in misura minore, Signal o Telegram) o in
generale applicazioni di messaggistica gestite da operatori situati al di
fuori della Svizzera ha delle implicazioni reali di sicurezza militare.

Tutto questo spiega perché Threema, invece, non è considerata a rischio: si
tratta di un’app creata da una società che ha sede in Svizzera, a Pfäffikon,
nel canton Svitto, e che custodisce i dati in modo conforme alle leggi
nazionali e lo fa su server situati in Svizzera. Quindi non è soggetta al
CLOUD Act statunitense. Allo stesso tempo offre, come le app rivali, le stesse
protezioni di crittografia end-to-end ed è open source, quindi
liberamente ispezionabile. E a differenza delle altre app (in particolare di WhatsApp), non richiede di
dare al gestore un numero di telefono o altre informazioni personali e non si
mantiene offrendo queste informazioni ai pubblicitari (in questo senso Signal è più virtuosa rispetto a Telegram e WhatsApp). Threema è infatti
un’app a pagamento: costa quattro franchi, che si pagano una volta sola.
L’esercito svizzero pagherà questo abbonamento agli utenti militari.

La scelta dell’esercito di bandire le altre app dalle comunicazioni di
servizio ma consentire l’uso di WhatsApp e simili per comunicazioni private
non offre sicurezza assoluta: è un compromesso pragmatico, perché il semplice
fatto di usare queste app invia comunque dati preziosi e sensibili alle
società estere che le gestiscono. Ma è un passo nella direzione giusta.

Alla luce di tutto questo, noi utenti comuni cosa dobbiamo fare? Dipende tutto
dalla situazione personale, ma l’esempio dato dall’esercito svizzero è valido,
anche per chi vive al di fuori dei confini elvetici, ed è un buon promemoria
del fatto che per molte categorie professionali, come per esempio medici,
consulenti legali, giornalisti o fornitori di servizi bancari, usare WhatsApp
e simili per comunicazioni legate alla propria attività è già ora una
violazione delle norme nazionali sulla riservatezza dei propri pazienti,
clienti o interlocutori. Usarle per la sfera personale, invece, è meno
problematico, ma va comunque valutato con attenzione.

Allo stesso tempo, è inutile avere un’app ipersicura che però non viene usata
dalle persone con le quali si vuole comunicare, per cui è necessario valutare
la situazione caso per caso. Possiamo provare a chiedere ai nostri
interlocutori se accettano di installare e usare app come Threema accanto a
WhatsApp: anche questo è un passo nella direzione giusta.

 

Fonti:
RSI,
La Regione,
Swissinfo,
La Regione,
Start Magazine,
TvSvizzera.it.

Finalmente backup cifrati per WhatsApp

Finalmente backup cifrati per WhatsApp

WhatsApp sta chiudendo una lacuna di sicurezza importante e spesso trascurata:
le comunicazioni fatte con questo sistema di messaggistica, che è di proprietà di
Facebook, sono protette contro le intercettazioni abusive dalla
crittografia end-to-end, ma i backup di queste comunicazioni non
lo sono affatto.

Questo consente di recuperare le comunicazioni se si riesce a mettere le mani
su uno di questi backup, salvati per esempio su Google Drive per i dispositivi
Android o su iCloud per i dispositivi Apple. Se qualcuno vi ruba le password
dell’account Google o iCloud, ha accesso a tutto quello che avete scritto su
WhatsApp, se l’avete salvato in questi backup in cloud, come WhatsApp
chiede insistentemente di fare.

La settimana scorsa Mark Zuckerberg ha
annunciato
su Facebook che gli utenti prossimamente potranno scegliere di crittografare
anche questi backup. Ha anche precisato che Facebook ha pubblicato un
white paper, un documento tecnico intitolato
Security of End-To-End Encrypted Backups, che descrive dettagliatamente come è stata realizzata questa funzione.

Cybersecurity360
spiega (in italiano) il funzionamento di questi backup cifrati: WhatsApp
chiederà di
“salvare una chiave di crittografia a 64 bit o di creare una password
associata alla chiave”
. La chiave verrà memorizzata
“in un modulo fisico di sicurezza hardware (HSM, Hardware Security Module)
che agisce come una cassetta di sicurezza e può essere sbloccato solo
utilizzando la password corretta. WhatsApp sa solo che esiste una chiave in
un HSM, non la chiave stessa o la password associata per sbloccarla.”

The Register
nota che non è la prima volta che WhatsApp offre crittografia dei backup: lo
aveva già fatto anni fa per i backup su iCloud, ma il metodo usato aveva un
difetto
che lo rendeva attaccabile usando una SIM avente lo stesso numero di quella
della vittima.

Vedremo come andranno le cose questa volta, ma bisogna ricordare che ogni
comunicazione ha almeno due partecipanti, e questo vuol dire che voi potete
essere diligentissimi nella protezione dei vostri messaggi, ma se uno solo dei
vostri interlocutori non è altrettanto diligente, è tutto inutile e i messaggi
saranno comunque accessibili a un aggressore sufficientemente deciso. La cosa
più semplice, in molti, casi, è semplicemente non avere backup di messaggi.
Meglio ancora, non usare queste applicazioni per comunicazioni riservate.

Che cosa sono le “numbers station”

Che cosa sono le “numbers station”

NOTA PER TUTTI QUELLI CHE STANNO LEGGENDO TRAMITE GOOGLE PODCAST: Non fatelo. Google ha assemblato il suo “podcast” come solo un algoritmo idiota può fare. Andate all’originale, che è qui. Grazie.

Cory Doctorow segnala, in un affascinante thread su Twitter, la storia delle numbers station: misteriose stazioni radio che da decenni trasmettono, in tutto il mondo, voci reali o sintetiche che leggono interminabilmente una serie apparentemente senza senso di numeri. Ne potete sentire un campione qui.

Un libro, scritto dall’agente dell’FBI Peter Strzok e intitolato Compromised, racconta la vicenda della cattura di due spie russe, Andrey Bezrukov e Elena Vavilova, che hanno operato per vent’anni negli Stati Uniti, e si lascia scappare una chicca crittografica che rivela finalmente qualche dettaglio in più su cosa sono queste numbers station.

Queste stazioni fanno parte dei cosiddetti one time pad (OTP): un sistema di comunicazione crittografica che in teoria è inviolabile. Gli OTP sono collezioni di numeri casuali usati per cifrare messaggi in modo semplice. Se queste sequenze sono davvero casuali e segrete e non vengono mai riutilizzate, il messaggio cifrato può essere diffuso liberamente ma è indecifrabile senza le chiavi continuamente variabili di decifratura.

Una spia in territorio ostile, dotata di un libretto di decodifica, può quindi ascoltare queste stazioni e decifrare i messaggi che vengono trasmessi dalla centrale del suo paese, mentre chiunque altro ascolti non capirà nulla. Un metodo perfetto per comunicare senza regalare indizi di dove si trovi il destinatario.

Però il sistema va gestito con estrema attenzione. Strzok spiega che una di queste emittenti, situata a Cuba, ha operato per un intero decennio dimenticandosi un dettaglio importante. I numeri vanno trasmessi sempre, anche quando non ci sono messaggi da diffondere ai propri agenti, ma generarli è una scocciatura, per cui questa emittente diffondeva numeri fittizi. Questi numeri non contenevano mai il numero 9. Un errore banalissimo, che però ha consentito una lunga analisi del traffico, durata circa un decennio.

Gli esperti dell’FBI e di altri enti statunitensi hanno così capito quando venivano inviati messaggi agli agenti e quando invece non c’erano comunicazioni, e partendo da questa semplice informazione sono riusciti a dedurre i momenti di attività degli agenti stranieri e poi risalire alle loro identità. 

Morale della storia: la crittografia è difficile. Ricordatevelo la prossima volta che qualcuno vi propone l’acquisto di un sistema crittografico “inviolabile”.