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11 settembre quindici anni dopo: l’utile cortina di fumo del complottismo

11 settembre quindici anni dopo: l’utile cortina di fumo del complottismo

Sono passati quindici anni dagli attentati dell’11 settembre 2001 e i soliti complottisti ed esperti della domenica non hanno ancora presentato una singola prova tecnica concreta delle loro tesi di demolizioni controllate segrete, aerei di linea fantasma, passeggeri immaginari, dirottatori ancora vivi, ologrammi e microonde dallo spazio.

In compenso, però, sono riusciti a intascare parecchi soldi per sé: cito, giusto per fare qualche esempio, gli incassi milionari del francese Thierry Meyssan, quelli di Alex Jones di Prisonplanet, e i cinquecentomila euro raccolti da Giulietto Chiesa e spariti chissà dove. Anche organizzazioni che a prima vista parrebbero rispettabili, come la spesso citata associazione di architetti e ingegneri AE911 che dice di lottare per la verità sull’11 settembre, si sono rivelate delle macchine arraffasoldi alle quali interessa solo creare polemica in modo da attirare donazioni (ho visto la loro contabilità, che è pubblica per legge: è inequivocabile). Ma di concreto, per fare chiarezza sugli eventi di quel giorno, non hanno concluso nulla. O quasi.

In realtà, infatti, i teorici delle cospirazioni un risultato l’hanno ottenuto: hanno fatto un enorme favore proprio a quel governo americano di cui dicono di essere così fieri oppositori. Hanno creato una cortina fumogena di deliri, fantasie, complotti nei complotti che ha reso difficile, se non impossibile, parlare seriamente delle questioni irrisolte dell’11 settembre. Non appena si prova a fare domande intorno agli eventi poco chiari di quel giorno e dei mesi e anni successivi di “guerra al terrore”, si viene relegati fra i matti, i complottisti e gli antiamericani. E così i dubbi reali vengono insabbiati.

I complottisti sono i nuovi dirottatori dell’11 settembre: hanno mentito, distorto, depistato, confuso e seminato false piste più di quanto potesse sperare di fare qualunque organizzazione governativa che volesse nascondere i fatti scottanti. Convinti di essere supremi disvelatori di verità, non si rendono conto di essere soltanto gli utili idioti della situazione.

C’è chi si è impegnato comunque, in questi anni, a cercare di diradare il fumo dei complottismi: giornalisti, tecnici, vigili del fuoco e persino agenti dell’FBI. Sì: ce n’è uno, in particolare, che si chiama Mark Rossini e ha cose molto schiette da dire sulle pressioni politiche che hanno bloccato le indagini sull’11/9 per quanto riguarda le complicità di cittadini sauditi che hanno assistito i terroristi dell’11 settembre negli Stati Uniti. Questi fiancheggiatori resteranno impuniti perché gli interessi in gioco fra Stati Uniti e Arabia Saudita sono troppo importanti.

Questo è il vero complotto dell’11 settembre, ma non lo sentirete discutere dai complottisti ed esporre su Youtube dagli esperti in poltrona a caccia di clic, perché non è sexy: non c’è niente da mostrare, nessun video da analizzare, nessuna esplosione spettacolare. Non si presta alla caciara e alla monetizzazione. Offre solo tanta, tanta carta da leggere per mettere insieme i pezzi del rompicapo e vedere che Rossini non parla a vanvera ma ha un impianto accusatorio solido e dettagliato; cita date e luoghi, fa nomi e cognomi. Se le sue scoperte vi interessano, trovate i dettagli su Undicisettembre, nelle sue riflessioni sulle 28 pagine di documenti recentemente desegretate e in questa intervista.

In questo anniversario, però, l’attenzione va tenuta sul ricordo, sulla memoria degli eventi inequivocabili di quel terribile 11 settembre 2001, perché gli anni passano e ormai ci sono maggiorenni che non hanno alcuna esperienza diretta di come fosse il mondo prima di quella data. Per loro le Torri Gemelle non sono mai esistite in modo tangibile; non sono mai state il simbolo stesso di New York e dell’America; non sono mai state un luogo reale, visitabile, come lo sono state per chi, come me, ha qualche anno in più sulle spalle. E in questo limbo di memoria le fantasie possono trovare facilmente dimora: per esempio, si sta diffondendo in Rete la tesi oscena che le vittime intrappolate nelle Torri Gemelle fossero simulate (per decenza non cito la fonte). Per questo Undicisettembre pubblica periodicamente le testimonianze dei sopravvissuti e dei vigili del fuoco di New York e del Pentagono, e lo fa anche oggi con le parole di Krista Salvatore, che quel giorno era al sessantunesimo piano del World Trade Center 2. Gente reale, con nomi e cognomi, che parla perché era lì, non perché ha visto qualche video sgranato su Youtube.

NOTA: Per tutti i dubbi e le risposte alle tesi alternative sull’11 settembre consiglio di leggere le apposite FAQ su Undicisettembre.info. Qualunque commento su tesi di complotto che risollevi per l’ennesima volta questioni già spiegate dettagliatamente in quelle FAQ verrà cestinato. L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2016/09/11 19:50.

Trovata sindone dell’epoca di Gesù: alle altre obiezioni sulla Santa Sindone si aggiunge il tessuto troppo chic

Trovata sindone dell’epoca di Gesù: alle altre obiezioni sulla Santa Sindone si aggiunge il tessuto troppo chic

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2009/12/17.

Un gruppo di archeologi ha dichiarato di aver trovato un telo di sepoltura risalente ai tempi di Gesù e che non somiglia affatto alla tessitura della Santa Sindone. Lo segnala oggi la BBC.

I ricercatori provengono dalla Hebrew University e da istituti canadesi, britannici, australiani e statunitensi: i dettagli e i nomi degli scienziati sono in questo articolo del Jerusalem Post e nel rapporto linkato più sotto). Hanno scoperto, in una tomba a Gerusalemme risalente all’epoca di Gesù, vicino a dove la tradizione vuole che Giuda si sia suicidato, un cadavere attribuito a un alto sacerdote ebreo o ad un membro dell’aristocrazia, morto di lebbra. Si tratta del più antico caso di lebbra mai documentato da analisi del DNA.

Il corpo era avvolto nei frammenti residui di un telo formato con una semplice tessitura bidirezionale, molto differente dalla trama complessa del telo della Sindone di Torino che alcuni sostengono essere il telo che avvolse il corpo di Gesù.

I risultati di questa nuova scoperta sono pubblicati nel numero del 16 dicembre 2009 di PLoS One, la rivista della Public Library of Science, un’organizzazione non-profit statunitense di scienziati e medici. L’articolo, disponibile online, s’intitola Molecular Exploration of the First-Century Tomb of the Shroud in Akeldama, Jerusalem, e si occupa principalmente degli aspetti biologici del ritrovamento.

Sarà interessante vedere come i tifosi della Santa Sindone giustificheranno il fatto che il figlio di un falegname fu avvolto in un telo chic mentre un alto prelato fu insacchettato in uno scampolo da straccivendolo. Sia chiaro: l’autenticità o natura soprannaturale della Sindone non viene smentita solo sulla base di questo indizio, perché ve ne sono molti altri, citati nei commenti e in un elenco parziale qui sotto, ma la questione della tessitura del telo di confronto è un altro ostacolo nella gimcana che gli “autenticisti” della Sindone si trovano ad affrontare. Non è ora di arrendersi all’evidenza? La Chiesa lo ha già fatto sin dai tempi della datazione al radiocarbonio.

Tutte le volte che riemerge la diatriba sulla Sindone, non posso fare a meno di pensare che Douglas Adams aveva visto giusto: ogni presunta prova di divinità vanifica il concetto di fede. Se ci sono prove concrete, oggettive, di un atto divino, allora credere non è più una scelta sofferta, ma è l’ovvia conseguenza di una banale osservazione di fatto, e non comporta più alcuno sforzo.

Aggiornamento (18:10)

Un lettore, Gian Marco (che ringrazio), mi segnala che i frammenti di tessuto ritrovati in questa tomba sono stati già descritti in passato. Mentre il nuovo articolo parla solo di ricerche mediche, di biologia molecolare, di analisi di DNA e simili, con soltanto un accenno al tessuto, il primo articolo sulla scoperta di questa tomba fu pubblicato nel 2000.

Su Scienza e Paranormale n. 81 (settembre/ottobre 2008) c’è un interessantissimo articolo di Antonio Lombatti, esperto di archeologia biblica, che parla anche della sindone di Akeldama: si tratta sempre degli stessi frammenti di tessuto citati sopra. L’articolo tocca e sbufala anche questioni classiche della sindonologia, come la presunta usanza ebraica delle monete sugli occhi, la tecnica di legatura dei morti e le modalità di crocifissione.

Gli argomenti contrari all’autenticità della Sindone (2009/12/19)

Visto l’ampliarsi della discussione e l’accendersi della polemica, riassumo qui le principali obiezioni che spingono a considerare la Sindone un falso, sia nel senso che non è il sudario di Cristo, sia nel senso che non è un oggetto dalle proprietà soprannaturali. Questo è soltanto un elenco sommario, suscettibile di revisioni ed ampliamenti.

  1. Il vescovo di Troyes la ritenne subito un falso quando la Sindone comparve intorno al 1357 in Francia.
  2. Fu ottenuta la confessione del falsario. Nel 1389, il vescovo di Lirey informò Papa Clemente VII (papa avignonese o antipapa) che il suo predecessore, Henri de Poitier, aveva ottenuto la confessione dell’artista che aveva dipinto il telo subtili modo (astutamente).
  3. L’antipapa Clemente VII vietò di descrivere la Sindone come autentica. In una bolla del 6 gennaio 1390, permise le ostensioni purché si precisasse ad alta voce che si trattava di una pittura o raffigurazione, ma non del sudario vero e proprio (dettagli).
  4. I Vangeli non concordano sulla natura del telo: un Vangelo (Giovanni) descrive Gesù avvolto da fasce sovrapposte e da un sudario a parte per il volto (Giovanni 20:6-7), come per Lazzaro (Giovanni 11:43-44), ma parla anche anche di lenzuolo singolo (Giovanni 19:40-41); gli altri parlano solo di lenzuolo singolo (Matteo 27:59-60; Marco 15:46; Luca 23:53).
  5. Per ben 1300 anni non ci sono tracce di un reperto così prezioso.
  6. Era differente la tecnica di sepoltura dell’epoca nell’area di Gerusalemme, documentata dagli archeologi, era differente da quella mostrata dalla Sindone:
    a) i cadaveri venivano avvolti collocando le braccia allungate lungo il tronco, non incrociandole a coprire i genitali;
    b) i cadaveri venivano avvolti strettamente nel telo, con collo, polsi e caviglie avvolte da ulteriori bendaggi, non appoggiando il telo di piatto.
  7. La Sindone è differente dall’unica sindone archeologica trovata a Gerusalemme e sicuramente risalente all’epoca di Cristo, la sindone di Akeldama, per due aspetti fondamentali:
    a) il materiale è diverso (la Sindone è di lino, quella di Akeldama è di lana);
    b) la tessitura è diversa (la Sindone è a spina di pesce 3:1, quella di Akeldama ha struttura 1:1).
  8. In quanto alle immagini di monetine rinvenute sulle palpebre del volto sindonico da alcune analisi:
    a) non era usanza locale collocare monete sulle palpebre del defunto;
    b) i dettagli riconosciuti da alcuni studiosi sono più fini della trama del tessuto, che quindi non li può contenere; si tratta quindi di illusioni di percezione (pareidolia) basate oltretutto su fotografie molto vecchie e sbiadite, sottoposte ad elaborazioni esasperate che producono dettagli inesistenti. Scansioni a maggiore risoluzione effettuate nel 2002 hanno smentito la presenza di monete sulle palpebre.
  9. La maggiore visibilità dell’immagine sindonica in negativo (per esempio quando la si guarda nel negativo di una sua fotografia su pellicola) è il normale risultato che si ottiene con il negativo di qualunque immagine sbiadita: l’occhio umano percepisce meglio dettagli chiari su fondo scuro che dettagli scuri su fondo chiaro.
  10. La tridimensionalità del volto sindonico se sottoposto ad elaborazione al computer non è inspiegabile: ricalca quella che si ottiene elaborando nello stesso modo l’impronta di un bassorilievo che raffiguri un volto.
  11. La datazione al radiocarbonio effettuata nel 1988, che colloca la Sindone intorno al 1300, fu commissionata dalla Chiesa, che scelse i tre laboratori indipendenti incaricati della datazione. Tutti e tre diedero risultati concordi, che furono accettati dal cardinale Ballestrero.
  12. Il carbonio aggiunto non può “ringiovanire” il telo. L’incendio del 1532 e le contaminazioni successive non possono aver fissato sulla Sindone così tanto carbonio nuovo da alterarne di 1300 anni la datazione. L’autore russo che propose quest’ipotesi inventò nomi di scienziati, musei, laboratori e riviste inesistenti per darsi credibilità.
  13. L’immagine sul telo sindonico può essere replicata senza pennellate usando come “tampone” un volontario e adoperando materiali e tecniche disponibili in epoca medievale, se si ha l’accortezza di usare un bassorilievo per imprimere il volto (dettagli).
  14. Il presunto ritrovamento di pollini mediorientali sulla Sindone, che ne documenterebbe e daterebbe il viaggio da Gerusalemme, è opera della stessa persona, il criminologo Max Frei, che “autenticò” i diari di Hitler risultati poi falsi. I suoi metodi e risultati non sono mai stati pubblicati su una rivista scientifica e non si sono mai viste immagini di questi pollini. I palinologi (gli esperti di polline) sostengono che l’identificazione della varietà delle piante che crescevano a Gerusalemme asserita da Frei è impossibile.
  15. Il rammendo invisibile che avrebbe tratto in inganno la datazione al radiocarbonio (perché effettuata proprio su un pezzetto di tessuto aggiunto nel 1300) non ha senso dal punto di vista logico (gli altri rammendi del 1532 sono molto vistosi e grossolani); inoltre durante il prelievo dei campioni per la datazione nel 1988 erano presenti esperti tessili, nessuno dei quali vide rammendi. Nessuna traccia di rammendi invisibili neppure nel restauro del 2002.
Dare la caccia alle bufale è inutile, secondo uno studio. Sarà, ma continuerò a farlo

Dare la caccia alle bufale è inutile, secondo uno studio. Sarà, ma continuerò a farlo

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle gentili donazioni di “giovbrun*” e “dragam*”. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2015/11/07 10:40.

Ecco come mi sento quando racconto
una storia antibufala meravigliosa

Fare debunking, ossia sbufalare pubblicamente le notizie false, sarebbe inutile e forse addirittura controproducente, perché chi è incantato dalle bufale non ne vuol sapere di cambiare idea e quindi il debunking non converte nessuno ma semmai esaspera e polarizza ulteriormente i punti di vista. Questa, in estrema sintesi, è l’amara, disperante conclusione di una ricerca in buona parte italiana pubblicata recentemente e intitolata Debunking in a World of Tribes, a cura di Fabiana Zollo, Alessandro Bessi, Michela Del Vicario, Antonio Scala, Guido Caldarelli, Louis Shekhtman, Shlomo Havlin e Walter Quattrociocchi (IMT Alti Studi, Lucca; IUSS, Pavia; ISC-CNR, Roma; 4LIMS, Londra; Bar-Ilan University, Israele).

Se ne parla molto in Rete e in parecchi mi avete chiesto cosa ne penso, specialmente dopo che ho condiviso il palco della Festa della Rete a Rimini (video) proprio discutendone con Quattrociocchi, coordinatore del laboratorio che ha svolto la ricerca, per cui scrivo queste righe per rispondervi e per creare uno spazio di discussione tramite i commenti.

Non entro nel merito dei dettagli metodologici della ricerca perché non sono competente in questo campo: li presumo validi fino a prova contraria. Però mi vengono alcuni pensieri quando guardo il campione usato per la ricerca, ossia circa 54 milioni di utenti Facebook statunitensi, sottoposti ad analisi quantitativa, e “la risposta dei consumatori di storie complottiste a 47.780 post di debunking”. 

Il primo pensiero è che Facebook non è il mondo reale. È una sua versione distorta, filtrata, nella quale si fa notare chi strilla di più, chi ha più tempo da perdere e chi vuole mettersi in mostra. Non mi sorprende, quindi, che la ricerca documenti che chi è complottista su Facebook tende a restare complottista anche dopo essere stato esposto a contenuti di debunking. Lo vedo quasi quotidianamente nelle discussioni fra complottisti (di qualunque genere, da quelli che credono che l’11 settembre fu un autoattentato a quelli che sostengono l’esistenza degli uomini lucertola che governano segretamente il mondo) e non complottisti. Lo vedo in particolare proprio sui social network, che sono un pessimo ambiente per discussioni serie: troppo dispersivi e predisposti ad alimentare tifoserie (tramite i like e simili), battibecchi, esibizionismi e attacchi personali.

Capisco che per i ricercatori non ci sia una risorsa statistica migliore di Facebook, ma mi chiedo se usare Facebook per vedere chi si converte dal complottismo sia un po’ come andare allo stadio durante un derby per vedere chi cambia squadra del cuore.

Un grafico eloquente della suddivisione impermeabile
in tribù delineata dalla ricerca.

Il secondo pensiero è il silenzio della maggioranza. Non esistono soltanto complottisti e debunker: in mezzo ci sono i tanti dubbiosi, gente che non passa tempo a postare e quindi probabilmente non viene rilevata da una statistica, però di fatto legge vari punti di vista, si fa delle domande su chi abbia ragione e magari cambia idea senza dirlo pubblicamente. So che i “convertiti” esistono, perché mi scrivono per raccontare la loro esperienza e li incontro alle conferenze. Sono tanti? Sono statisticamente insignificanti? Può darsi. Ma esistono. Ed è per loro che io e tanti altri scriviamo e ci diamo da fare: sappiamo benissimo che il complottista duro e puro non cambierà idea neppure di fronte all’evidenza e con lui non perdiamo tempo a cercare di dialogare (anche perché percepisce il dialogo come un tentativo dei Poteri Forti di plagiarlo, per cui non ascolta nemmeno). Se evitiamo a un dubbioso di cadere nel vortice della paranoia, di affidarsi a un ciarlatano per la salute dei propri figli, di rovinarsi la vita con persecuzioni, paure e fini del mondo immaginarie, abbiamo ottenuto il nostro scopo. E questo succede: succede solitamente lontano dai riflettori, lontano dalla ribalta pubblica dei social network, spesso con imbarazzo perché significa dover ammettere di aver creduto a delle cazzate monumentali.

Insomma, fare debunking non salverà tutti, ma salva qualcuno, ed è sempre meglio che non fare niente. Un medico sa che non riuscirà a guarire tutti i propri pazienti, ma non per questo decide di smettere di fare il medico, di non provare a curarli e di dichiarare che la medicina è inutile. Ogni paziente salvato lo ripaga delle sue fatiche. E come nota Quattrociocchi in un’intervista per Repubblica, l’alternativa angosciante al debunking per ora è lasciare che le scimmie strillino indisturbate: “Bisogna costruire strategie di comunicazione ad hoc”, dice, ma non specifica quali. In attesa che qualcuno le costruisca, io e i miei colleghi andremo avanti a fare debunking.

E a proposito di fatica, ovviamente e giustamente la ricerca statistica in questione non considera il piacere di fare debunking. Anche le tesi di complotto più deprimenti e inquietanti sono un’occasione per scoprire aspetti poco conosciuti della scienza e raccontarli. Per me, e per tanti come me, fare indagini antibufala non è soltanto un dovere morale per contrastare la marea montante di scemenze socialmente pericolose: è un piacere. Studiare e debunkare le tesi alternative sullo sbarco sulla Luna mi ha permesso di conoscere persone straordinarie (compresi gli astronauti che sono andati sulla Luna) e di capire principi di fisica e volo spaziale che altrimenti non avrei scoperto; studiare l’11/9 mi ha dato l’occasione di capire meglio il mondo dell’aviazione civile e le strutture degli edifici e i loro rischi e di ammirare l’eroismo infinito dei vigili del fuoco; studiare l’ufologia mi ha consentito di scoprire fenomeni astronomici e aerei meravigliosi. E in generale mi ha permesso di sviluppare un senso critico, nei confronti di qualunque fonte d’informazione (“ufficiale” o meno), che mi torna utile in mille occasioni quotidiane.

Insomma, io farei debunking anche se non servisse a nulla: perché comunque è un modo affascinante per scoprire storie straordinarie ma reali. E condividerle con voi.

2015/11/07

Gianluca Nicoletti parla di questo studio e del mio commento in questo video nel sito de La Stampa.

Per tutti quelli che dicono che il debunking è inutile: De Niro fa dietrofront sull’antivaccinismo

Per tutti quelli che dicono che il debunking è inutile: De Niro fa dietrofront sull’antivaccinismo

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Da quando è uscita una ricerca che sembra indicare che contrastare le false credenze e i complottismi è inutile perché tanto nessuno cambia mai idea, me l’hanno chiesto in tanti: fare debunking è davvero fatica sprecata?

La risposta è no, non è fatica sprecata, e se qualcuno avesse bisogno di un promemoria in questo senso oggi posso fare un nome ben preciso di uno che ha cambiato idea. E non uno qualunque: Robert De Niro.

Il Tribeca Film Festival, appuntamento di spicco del mondo cinematografico di cui De Niro è cofondatore, aveva messo in programma Vaxxed: un “documentario” sui vaccini realizzato da Andrew Wakefield. Sì, quel Wakefield: il medico britannico radiato dall’ordine perché aveva fabbricato i risultati che sembravano legare i vaccini all’autismo allo scopo di lucrare su un vaccino alternativo. Per questo si è intascato circa mezzo milione di euro. È da lui, dalla sua avidità incosciente, che è nato l’attuale antivaccinismo, con tutti i danni e i morti che sta provocando.

Vaxxed insinua che ci sia stato un complotto per boicottare la scoperta di questo presunto legame vaccini-autismo: è una balla spudorata che non ha uno straccio di prova a supporto. Moltissimi altri studi scientifici l’hanno cercato e non l’hanno trovato. In compenso sono state trovate le prove della frode perpetrata da Wakefield. Un personaggio che, fra l’altro, di recente è andato in giro a partecipare a una crociera per complottisti d’ogni sorta (denominata Conspira Sea).

Vaxxed è insomma complottismo puro, e della peggior specie, perché se volete credere che le Torri Gemelle sono state demolite dai raggi laser della CIA o che non siamo andati sulla Luna o Hitler è ancora vivo sono affari vostri e non cambiate la vita a nessuno, ma se credete che le vaccinazioni contro morbillo o difterite siano inutili e non le fate, allora rischiate di ammazzare qualcuno.

Robert De Niro ha un figlio autistico e inizialmente ha dichiarato che è “importante che tutte le questioni riguardanti le cause dell’autismo vengano discusse ed esaminate apertamente… questa è una questione molto personale per me e per la mia famiglia e voglio che ci sia una discussione e per questo proietteremo Vaxxed. Non sto promuovendo personalmente il film e non sono un antivaccinista; sto soltanto fornendo l’occasione di una conversazione sul tema”.

Solo che introdurre nella discussione un documentario che disinforma non aiuta affatto a fare chiarezza. Fa solo confusione e intralcia la ricerca nelle vere cause dell’autismo. E la presenza del documentario al festival, con il supporto di un nome celeberrimo come quello di De Niro, inevitabilmente gli conferirebbe prestigio e autorevolezza.

Molti giornalisti e critici hanno chiesto a De Niro di informarsi meglio su Vaxxed e di dare ascolto a chi aveva smontato con i fatti, anche in tribunale, le tesi infondate di Wakefield, e De Niro l’ha fatto: il giorno dopo la dichiarazione che avete letto qui sopra ha cambiato idea radicalmente.

“…dopo averlo riesaminato nei giorni scorsi insieme al team del Tribeca Film Festival e altri appartenenti alla comunità scientifica non riteniamo che contribuisca o promuova la discussione nella quale speravo. Il Festival non cerca di schivare le controversie. Ma abbiamo delle preoccupazioni a proposito di alcune cose in questo film che secondo noi ci impediscono di presentarlo nel programma del Festival. Abbiamo deciso di rimoverlo dal nostro programma.”

In altre parole, Robert De Niro non toglie Vaxxed dal programma per fare censura: lo toglie perché racconta balle.

Siete ancora convinti che non cambia idea mai nessuno e che fare debunking non serva a niente?

Fonti: Forbes, Jezebel, Jezebel, Jezebel.

11/9, scaricabile gratis il libro smontacomplotti del CICAP

11/9, scaricabile gratis il libro smontacomplotti del CICAP

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Nel 2007, all’apice della popolarità mediatica in Italia delle tesi alternative sugli attentati dell’11 settembre 2001, l’editore Piemme chiese al CICAP di preparare un libro di verifica di queste tesi e al tempo stesso invitò Giulietto Chiesa a prepararne uno che le sostenesse.

Il CICAP realizzò 11/9 La cospirazione impossibile: oltre 360 pagine di analisi puntuale e inesorabile delle asserzioni dei complottisti e di spiegazione divulgativa di cosa era successo realmente quel giorno, sulla base delle indagini tecniche e delle competenze degli esperti intervistati, lasciando da parte il fumo della geopolitica. Io scrissi due capitoli, dedicati alle Torri Gemelle e al World Trade Center in generale, mentre gli altri aspetti dell’11/9 furono affrontati dagli autori del CICAP avvalendosi anche del materiale tecnico e delle consulenze degli esperti raccolti dal gruppo Undicisettembre.

Giulietto Chiesa, invece, uscì con Zero, nel quale si dice che il Pentagono fu colpito da un “parassita militare” (pagina 80). C’è proprio scritto così. Se volete, ce n’è una recensione qui.

A metà agosto scorso, Piemme ha restituito agli autori de La cospirazione impossibile i diritti perché il libro ormai è fuori catalogo, e così mi sono messo di corsa a convertirlo in e-book in tempo per la ricorrenza degli attentati, intanto che Massimo Polidoro raccoglieva i consensi degli altri autori per la ripubblicazione. E così da oggi La cospirazione impossibile è scaricabile gratis in formato PDF ed è disponibile in formato EPUB sul sito del CICAP a prezzo simbolico (due euro).

Un’avvertenza: il tempo disponibile è stato pochissimo ed era impraticabile aggiornare tutto il testo, per cui considerate questa prima edizione digitale come una versione iniziale che fotografa la situazione del debunking e del complottismo nel 2007, con una manciata di aggiornamenti nel mio capitolo sulle Torri Gemelle. Inoltre per problemi tecnici non ho potuto usare il file finale adoperato da Piemme per la stampa, per cui possono esserci delle discrepanze. Anzi, se avete la copia cartacea, confrontatela con la versione digitale e ditemi se trovate errori o differenze, così le sistemerò nelle versioni successive.

Tenete presente, inoltre, che per ora il PDF è generato automaticamente partendo dall’EPUB, per cui non aspettatevi finezze d’impaginazione. Ma i contenuti e i link alle fonti ci sono (anche se alcuni sono obsoleti e recuperabili con Archive.org). Poca forma, molta sostanza. La forma, se vediamo che c’è ancora interesse, arriverà.

Insomma, scaricate il libro e tenetelo a disposizione per quando vi capita un complottista che inizia la propria litania: linkategli La cospirazione impossibile e non perdete altro tempo. Non ne vale la pena.

Per quest’anniversario, il blog Undicisettembre lascia da parte le tesi cospirazioniste e si dedica, come è ormai abitudine da tempo, alla raccolta delle testimonianze dei protagonisti diretti di quel giorno: oggi viene pubblicata l’intervista ad Alexander Spano, sopravvissuto all’incendio e al crollo delle Torri Gemelle (disponibile anche in inglese). E il 17 settembre Undicisettembre pubblicherà l’indagine sulle 28 pagine ancora secretate dei rapporti delle commissioni d’inchiesta, di cui tanto si parla in questi giorni.

Bene, Giulietto: noi “debunker” la nostra ricostruzione tecnica dei fatti l’abbiamo messa a disposizione di tutti, senza chiedere soldi. Ora tocca a te.

Crolli dell’11 settembre, la parola a un professore d’ingegneria strutturale

Crolli dell’11 settembre, la parola a un professore d’ingegneria strutturale

New York, 8 ottobre 2001. Credit: Andrea Booher/FEMA News

Si avvicina un altro anniversario degli attentati dell’11 settembre 2001 che causarono il crollo delle Torri Gemelle e di altri edifici a New York e danneggiarono il Pentagono usando quattro aerei di linea dirottati pieni di passeggeri. Ci sono ancora, naturalmente, i male informati, gli ottusi e i cercatori di vanagloria che insistono con le tesi di complotto. Invece di proporre l’ennesimo scontro fra opinionisti e teste parlanti, potremmo provare a fare una cosa poco spettacolare ma molto concreta: far parlare gli esperti.

È quello che ha fatto Undicisettembre, il gruppo d’indagine del quale ho l’onore di far parte, intervistando Asif Usmani, professore di ingegneria strutturale alla University of Edinburgh e autore di vari articoli tecnici sul crollo delle Torri Gemelle. Articoli che sono stati pubblicati da riviste tecniche qualificate: cosa che dopo tutti questi anni i complottisti non sono ancora riusciti a fare. Chissà perché. In compenso hanno partorito un fiume di video che attirano clic e introiti e creano solo confusione.

L’intervista a Usmani non solo spiega i crolli di New York e perché non possono essere stati causati da demolizioni controllate di alcun tipo, ma mostra anche che nonostante non via siano dubbi tra gli specialisti riguardo al fatto che si sia trattato di crolli spontanei c’è tuttora un vivo dibattito sui dettagli dei crolli. Per esempio, fra gli esperti si discute ancora di quale sia stato il ruolo preciso del danno strutturale causato dagli aerei e quali elementi del WTC7 abbiano ceduto per primi. Tutto questo dimostra, fra l’altro, che non esiste affatto una “versione ufficiale” accettata passivamente dalla comunità scientifica, come invece insistono a sostenere i complottisti.

L’intervista è disponibile in originale inglese e in traduzione italiana.

Per approfondire l’argomento dell’11/9 c’è tutto il blog Undicisettembre.info, del quale invito a leggere almeno le FAQ prima di fare domande o commenti.

Caduti nella Rete: bufale e disinformazione scientifica

Caduti nella Rete: bufale e disinformazione scientifica

Questo articolo era stato scritto per essere pubblicato in occasione di BergamoScienza su un quotidiano che poi ha cambiato idea senza giustificazioni (grazie di avermi fatto lavorare per niente). È una sorta di falsariga del mio intervento a BergamoScienza e vi arriva qui grazie alla gentile donazione di “a.ferretti”.

Oggi tutto quello che facciamo dipende in un modo o nell’altro dalla scienza: dalla salute alle comunicazioni, dall’alimentazione alla socialità, tutto è mediato da processi e dispositivi che funzionano in base a princìpi scientifici (anche se a volte certi dispositivi “smart” sembrano posseduti da un folletto dispettoso). Le decisioni che prendiamo individualmente e collettivamente, dalla scelta delle fonti d’energia a quella delle terapie, si basano su fenomeni scientifici. Non conoscere la scienza, almeno nelle sue regole di base, è quindi pericoloso, per noi stessi e per gli altri, tanto quanto guidare un’auto senza avere la patente e senza conoscere le regole del traffico. Togliere di mezzo le bufale che riguardano la scienza è un passo necessario per tutti. Spesso è anche un passo divertente e illuminante, che non solo ci informa meglio sul mondo, ma diventa un’esplorazione interiore.

Le bufale, infatti, non sono semplicemente degli errori comuni: sono uno specchio sincero delle nostre paure, dei nostri pregiudizi e delle nostre speranze. Una diceria ha successo e si diffonde non perché è più verosimile di altre, ma perché agisce su una leva emotiva potente. Le cure anticancro propagandate dai ciarlatani fanno presa (e fanno soldi) perché si approfittano della disperazione dei malati e delle loro famiglie, che si attaccano a qualunque appiglio: è umano e normale. I dubbi sul riscaldamento globale della Terra esistono soltanto nella cocciutaggine di chi non vuole accettare di dover cambiare il proprio stile di vita e di dover smettere di lucrare sull’avvelenamento altrui: dal punto di vista scientifico non c’è alcuna controversia. La scienza serve proprio per proteggerci sia dall’emotività, sia dagli imbroglioni e dalle lobby, che spesso alimentano intenzionalmente confusione e paralisi.

Sia ben chiaro: la scienza non è perfetta. Commette errori: anzi, l’errore è lo strumento fondamentale che le consente di progredire imparando dai fallimenti. È fatta da esseri umani, che sono fallibili e influenzabili dai pregiudizi, dalla sete di potere e dal denaro. Ma è anche il metodo meno peggiore che abbiamo. Ci insegna a mettere in dubbio ogni autorità, a controllare ogni dato, a pretendere documentazioni e dimostrazioni rigorose, per correggere eventuali errori. Non per nulla il motto della Royal Society, una delle più antiche istituzioni scientifiche del mondo (fondata alla fine del Seicento), è “nullius in verba”: sulla parola non si crede a nessuno. Né al premio Nobel, né all’inventore solitario e sconosciuto.

Non esiste, quindi, una “scienza ufficiale”, per citare un’espressione preferita di tanti ciarlatani e creduloni: non c’è un sapere granitico calato dall’alto, da accettare dogmaticamente, ma esiste un insieme di fatti osservati, dimostrati, discussi, validati e verificati inesorabilmente e senza sconti. Se un fenomeno è osservato, misurato e confermato, diventa scienza e basta; non importa quanto sia bizzarro.

È per questo che il mondo scientifico è così critico nei confronti del metodo Stamina, della terapia Di Bella, della “cura” Simoncini, dell’energia pulita e facile di E-Cat, dell’omeopatia, dell’auto ad aria compressa, della parapsicologia, dell’ufologia e delle mille altre mirabolanti scoperte della “scienza alternativa”: sono tutte tesi non documentate e non verificate. Anzi, spesso i loro sostenitori rifiutano di divulgarne i dettagli con la scusa del diritto al segreto. Ma la scienza onesta non tollera i segreti e non accetta nulla sulla fiducia. Vuole conferme oggettive: nullius in verba, appunto. Più è sensazionale l’affermazione, più devono essere robuste le sue conferme. È una cautela cinica ma necessaria, perché è già successo troppe volte di aver concesso fiducia a chi si è poi rivelato un imbroglione e di aver pagato a caro prezzo quella concessione.

Per esempio, l’idea che i vaccini causino l’autismo è una bufala crudele inventata a tavolino, per denaro, da un medico britannico, Andrew Wakefield, allo scopo di promuovere un vaccino trivalente di una marca alternativa. L’imbroglio è stato smascherato anni fa dai giornalisti scientifici e dagli altri medici, che hanno messo alla prova le asserzioni di Wakefield (che per questa vicenda è stato radiato dall’albo); ma ancora adesso questa panzana prospera, causando una diffidenza letale nei confronti di tutte le vaccinazioni, che sono uno dei più grandi successi della scienza: se avete dubbi, chiedete ai vostri genitori o nonni come si viveva prima dell’antipolio.

Se il legame vaccini-autismo è stato sbugiardato, come mai continua a circolare lo stesso? Come in tanti altri casi, persiste perché non siamo macchine prive di emozioni: siamo influenzabili. Se una celebrità come Chuck Norris o Jenny McCarthy si schiera contro i vaccini, tendiamo a crederle anche se non ha alcuna competenza in materia, semplicemente perché le persone di successo ispirano fiducia, come ben sanno i pubblicitari. Quando non abbiamo competenza nostra su un argomento, guardiamo cosa fanno gli altri e li seguiamo: è la logica del gregge. Andare controcorrente, informarsi criticamente, è più faticoso. Aggiungiamoci la paura e la diffidenza nei confronti delle medicine, alimentata anche (ammettiamolo) dall’arroganza e scarsa compassione di molti medici, e otteniamo la ricetta per la bufala scientifica perfetta.

C’è un altro ingrediente fondamentale nel successo dilagante delle bufale: la complicità dei media. È facile dare la colpa a Internet e dire che le bufale vengono partorite dagli utenti ignoranti che preferiscono informarsi su Facebook invece di leggere un giornale o guardare un documentario, ma è falso. Troppi giornalisti si trovano a scrivere di argomenti di scienza senza alcuna competenza e senza alcun senso critico, spinti dalle redazioni a creare scandali e scoop per vendere più copie o catturare più spettatori: il mio lavoro è proprio quello di smascherare questo malcostume. Ricordate la bufala della fine del mondo che si diceva fosse stata prevista dai Maya per il 2012? Mentre agli archeologi veniva l’orticaria, Roberto Giacobbo ne parlava ripetutamente dagli schermi della Rai in una trasmissione confezionata come se fosse un documentario serio e vendeva centocinquantamila copie del suo libro sull’argomento, anch’esso targato Rai.

Nelle redazioni s’insegna che bisogna dare pari spazio a entrambe le campane in un argomento, dimenticando che la scienza non è un processo democratico nel quale le opinioni hanno tutte lo stesso valore. La legge di gravità mi fa cadere per terra che io ci creda o meno, a prescindere dalla mia opinione su Newton. Se si parla di chirurgia, non si mette sullo stesso piano l’opinione di un salumiere e quella di un chirurgo: sarebbe come farsi assistere in sala parto da un ostetrico e da uno che crede alle cicogne che portano i bambini.

Educare sin dalla scuola al senso critico, a pretendere dimostrazioni, in tutti i campi e non solo in quelli scientifici tradizionali, è quindi un dovere di ogni paese che voglia creare cittadini capaci di gestire una società basata sulla tecnologia. Ma questo significa educare a mettere in dubbio l’autorità e quindi paradossalmente la “scienza ufficiale” diventa un grimaldello sovversivo. Forse per questo fa paura a chi comanda.

Nvidia sbugiarda i lunacomplottisti. E può fare anche di più

Nvidia sbugiarda i lunacomplottisti. E può fare anche di più

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “achille*” e “remo*” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

In tantissimi (troppi per ringraziarvi singolarmente) mi avete segnalato la notizia che Nvidia, per pubblicizzare le proprie nuove schede grafiche GeForce, ha sbugiardato con immagini digitali bellissime una delle tesi preferite di quelli che non credono che siamo andati sulla Luna (CNet; GizmodoFastcolabs; Engadget; Nvidia).

La tesi è che gli astronauti nelle foto delle missioni lunari sono eccessivamente illuminati quando sono in ombra. Secondo i lunacomplottisti, quest’anomalia dimostrerebbe che le foto sono false.

In particolare, questa tesi viene riferita alla foto qui sotto, che mostra Buzz Aldrin, secondo uomo a mettere piede sulla Luna, mentre scende lungo la scaletta e viene immortalato da Neil Armstrong, che è già sulla superficie lunare. Aldrin è nel cono d’ombra del veicolo spaziale (il Sole è a destra), eppure lo si vede benissimo. Come è possibile, senza una fonte di luce aggiuntiva che lo illumini e che sulla Luna non c’era?


Foto NASA AS11-40-5868 (versione a media risoluzione).

Nvidia ha deciso di dimostrare la potenza e la fedeltà di rendering delle proprie schede grafiche ricostruendo fedelmente la scena e soprattutto la riflettività della superficie lunare (nota grazie alle osservazioni telescopiche), dei rivestimenti del modulo lunare e della tuta di Aldrin.

L’illuminazione di qualunque ambiente, infatti, non proviene soltanto dalla fonte primaria di luce, ma scaturisce anche dai riflessi delle superfici circostanti. C’è anche la diffusione atmosferica della luce, che però diventa significativa solo su grandi volumi (sulla Terra, la luce solare diffusa dall’atmosfera rende luminoso tutto il cielo di giorno e quindi schiarisce le zone non direttamente illuminate dal Sole; sulla Luna, mancando un’atmosfera, non c’è diffusione). Se non esistessero questi riflessi, le ombre sarebbero sempre nerissime, sulla Terra come sulla Luna: avrebbero l’aspetto mostrato dal rendering qui sotto, che non calcola i riflessi ed è conforme alla tesi dei lunacomplottisti.


Credit: Nvidia.

Ma dall’osservazione della realtà sappiamo che le ombre non funzionano così: una persona che si mette all’ombra di un albero non diventa una sagoma nera e il lato in ombra di un oggetto non diventa nero come la pece: viene rischiarato dai riflessi delle superfici illuminate adiacenti. In altre parole, lunacomplottisti che sostengono la tesi delle ombre nerissime dimostrano di non sapere un’acca di come funziona la luce.

Usando la potenza di calcolo delle proprie schede grafiche, Nvidia ha incluso anche la riflettività dei materiali circostanti e ha ottenuto il risultato mostrato qui sotto, che corrisponde all’illuminazione della scena calcolata tenendo conto della luce riflessa dalla superficie lunare verso Aldrin e verso il lato in ombra del LM.


Credit: Nvidia.

Il risultato si avvicina alla foto originale della NASA, ma l’astronauta non è illuminato altrettanto fortemente. Manca ancora una fonte di luce. Quale?

La risposta, come già spiegato nel mio libro Luna? Sì, ci siamo andati!, è che la fonte luminosa mancante è il fotografo stesso. Neil Armstrong, infatti, indossa una tuta bianchissima e si trova in pieno sole (lo si nota dai lens flare che colpiscono l’obiettivo della sua fotocamera, in alto a destra nella foto originale), per cui riflette un bel po’ di luce solare verso il proprio compagno. Nvidia ha provato ad aggiungere anche questa fonte di luce per certi versi poco intuitiva, usando i parametri di riflettività del materiale della tuta originale, e ha ottenuto il risultato che vedete qui sotto a confronto con l’originale.


A sinistra, la ricostruzione realizzata da Nvidia; a destra, la foto originale.
Credit: Nvidia/NASA.

La tuta di Neil Armstrong, da sola, aggiunge “circa il 10% di luce” ad Aldrin, dice Mark Daly, senior director of content development di Nvidia. L’illuminazione dell’astronauta sulla scaletta nella foto originale, insomma, è giusta e realistica come ce la mostra la NASA e le anomalie asserite dai complottisti sono semplicemente frutto della loro incompetenza.

Il video preparato da Nvidia racconta ulteriori dettagli, compresa la spiegazione illustrata della mancanza delle stelle.

Questo metterà a tacere i lunacomplottisti? Assolutamente no. Diranno che finalmente nel 2014 i processori commerciali hanno raggiunto la potenza di calcolo dei supercomputer ultrasegreti usati dalla CIA nel 1969. O si metteranno a strillare e insultare, come fanno di solito. Pazienza.

Dal punto di vista del debunking, questa indagine di Nvidia in realtà è interessante ma non cambia le cose; è semplicemente un’ulteriore conferma visiva e computazionale di quanto si sapeva già. Inoltre la prova della realtà delle missioni lunari non sta in questa foto, ma nella montagna di dati tecnici e scientifici, nelle conferme da parte dei russi, nelle foto dei siti d’allunaggio che mostrano i veicoli, gli strumenti e le impronte lasciate sulla Luna dagli astronauti, e nell’impossibilità di realizzare, con gli effetti speciali degli anni Sessanta, i fenomeni fisici osservati nelle riprese lunari, come la camminata in gravità ridotta o la caduta parabolica della polvere.

Volendo essere pignoli e rigorosi, i risultati, i dati e i metodi di Nvidia andrebbero resi pubblici per verificare che non si tratti semplicemente di un’astuta trovata pubblicitaria e che l’immagine sintetica non sia stata forzata ad avere l’aspetto giusto. Non che ci siano molti dubbi al riguardo, ma è questione di correttezza.

In questo senso sembra che saremo piacevolmente accontentati, perché sempre Mark Daly ha dichiarato che Nvidia sta creando un’interfaccia utente per consumatori per questa demo e la rilascerà al pubblico nelle prossime settimane. Ed è qui che sta il vero bonus dell’indagine di Nvidia.

Se Daly manterrà la promessa, infatti, potrei comperare un PC e una scheda Nvidia appositamente per arricchire il documentario Moonscape con un rendering che spiega e illustra le immagini originali, ricreandole da varie angolazioni.

Per esempio, questi sono alcuni rendering di Nvidia della posizione di Neil Armstrong durante la foto esaminata:


A sinistra, la posizione di Armstrong durante lo scatto. Aldrin è sul lato opposto del LM.
Credit: Nvidia.

Da quest’angolazione Aldrin è visibile sulla scaletta.
Credit: Nvidia.


La visuale di Armstrong, riflessa nel suo casco.
Credit: Nvidia.


Girando intorno al LM vediamo la scena da una posizione situata a sinistra di Armstrong.


Continuiamo il giro intorno al LM.
Credit: Nvidia.


Avviciniamoci.
Credit: Nvidia.

Quest’esplorazione virtuale permette già ora di arricchire il commento alle immagini dello sbarco sulla Luna con una chicca intrigante. Guardate questo fotogramma, preso dalla diretta TV dello sbarco grosso modo nell’istante in cui fu scattata la foto discussa da Nvidia: vedete la chiazza bianca quasi al centro dell’immagine?


Credit: NASA/Lowry Digital.

Sembra un difetto della telecamera, ma in realtà è la tuta di Neil Armstrong, talmente illuminata dal Sole da risultare sovraesposta. Il rendering di Nvidia da un’angolazione molto simile a quella della telecamera automatica, situata all’esterno del modulo lunare, lo chiarisce perfettamente:


Credit: Nvidia.
11/9, nuova intervista a un tecnico: come crollarono le tre torri del World Trade Center

11/9, nuova intervista a un tecnico: come crollarono le tre torri del World Trade Center

I crolli delle Torri Gemelle e dell’Edificio 7 in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001 sembrano impossibili e misteriosi ai non addetti ai lavori e ai complottisti che vogliono a tutti i costi trovare una cospirazione in cui credere per non pensare alla realtà. Ma per chi è del mestiere hanno una dinamica non solo spiegabile, ma anche da studiare per trarne lezioni di sicurezza in caso di incendi e terremoti.

I colleghi del gruppo Undicisettembre hanno intervistato in proposito Charles Clifton, professore di Ingegneria Civile alla University of Auckland, in Nuova Zelanda. Le sue spiegazioni sono chiare e illuminanti. Se vi interessano, le trovate in questo articolo (in italiano) e in originale inglese. Se preferite credere alle fantasie paranoiche di un ex fotografo o di un baffuto giornalista invece che alla competenza dei tecnici, fatemi una cortesia: non perdete tempo a postare commenti. E se fate figli, ricordatevi di non andare da un ostetrico, ma da uno che crede alle cicogne che portano i bambini.

Bad Pharma: il libro che documenta il grande inganno delle case farmaceutiche

Bad Pharma: il libro che documenta il grande inganno delle case farmaceutiche

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “robertotom*”.

Le case farmaceutiche truccano i risultati dei test dei propri farmaci, usando metodi paradossalmente legali per farli sembrare ben più efficaci e necessari di quel che sono in realtà. No, non avete sbagliato blog. Non siete finiti per errore su Luogocomune o qualche altra bettola di complottisti.

L’accusa non è un delirio campato per aria, ma è il documentatissimo risultato dell’indagine di uno dei più popolari debunker britannici, Ben Goldacre, che dopo aver messo in luce con Bad Science gli inganni usati dai ciarlatani e dai giornalisti cialtroni per sdoganare le pseudoscienze si è ora dedicato, con gli stessi strumenti inesorabili, a chiarire come funziona la ricerca farmaceutica moderna. Risultato: funziona male, inganna i medici e danneggia i pazienti.

Goldacre ha scritto un libro, Bad Pharma, che invito tutti a leggere (spero ne esca presto una buona traduzione in italiano), specialmente i complottisti, per capire come si fa a fare e presentare la vera ricerca e come si distingue una tesi di complotto farlocca da un’accusa seria. La differenza sta in una singola parola: fatti.

Goldacre esamina anche il caso Tamiflu, emblematico di un modo di procedere in cui i test vengono svolti dalle case farmaceutiche, che poi pubblicano soltanto quelli favorevoli e insabbiano gli altri. È lo stesso metodo dei cartomanti e dei sensitivi: mettere in evidenza i successi e seppellire i fallimenti, per sembrare straordinari. Non è il solo trucchetto che viene usato, ma il resto va letto nel libro.

A differenza di tante tesi di complotto che lanciano accuse generiche, qui ci sono nomi e cognomi e ci sono anche soluzioni, come per esempio rendere obbligatoria la pubblicazione di tutti i metodi e risultati di tutti i test. La campagna di Goldacre sta già ottenendo risultati: la pressione dell’opinione pubblica ha già convinto GSK (GlaxoSmithKline) a promettere la pubblicazione integrale dei test, e la petizione su Alltrials.net (traduzione italiana qui) sta già riscuotendo successo in termini di pubblico e di politica.

Se vi interessa saperne di più, il CICAP ha pubblicato una serie di articoli su Bad Pharma. Sì, il CICAP, quello accusato di essere al soldo delle case farmaceutiche, va contro le case farmaceutiche. Perché i fatti e il metodo d’indagine scientifico non guardano in faccia nessuno.

Intervista a Ben Goldacre

Le aziende farmaceutiche britanniche contro Goldacre

Bad Pharma: quando la medicina è malata

Sia ben chiaro: tutto questo non vuol dire che la medicina e i farmaci non funzionano e che è meglio tornare agli stregoni o alla pranoterapia o ai sassolini magici. I rimedi alternativi non funzionano per niente (salvo un congruo effetto placebo): le medicine, invece, di solito funzionano. Ma per farle funzionare meglio e non farsi imbrogliare bisogna controllare e sorvegliare chi le fa e chi le vende. Senza eccezioni.