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Recensione: Interstellar

Recensione: Interstellar

“Mi sono messo le cuffiette per non sentire
i dialoghi atroci di questo film, ma invano”

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Premessa: non pretendo che condividiate quello che sto per scrivere. Semplicemente, alcuni di voi hanno chiesto la mia opinione su Interstellar e quindi la pubblico qui per gli interessati. Ma la scrivo anche per lenire catarticamente il dolore mentale che mi ha causato il film. Non rivelerò dettagli della trama prima della sezione intitolata Spoiler da qui in poi. Ma vi avviso subito che la trama è una stronzata. Se non vi fidate di me, leggete cosa ne dice l’astronomo e geek Phil Plait.

Avete presente quei film dove alla prima inquadratura è già chiaro come va a finire e chi è il cattivo? Interstellar è così. E i dialoghi sono presi dagli scarti di Armageddon: oscillano fra toni di tentata poesia talmente retorici da risultare ridicoli e battute da pilota macho che sembrano prese di peso da un film di Schwarzenegger.

Quello che mi rode maggiormente è che le premesse erano stupende. C’è un regista che venero, Christopher Nolan, abile tessitore di trame complesse e intriganti (The Prestige, Inception, Memento) e aggressivo sostenitore degli effetti speciali fisici e della pellicola al posto del digitale (con risultati assolutamente strepitosi anche in Interstellar). C’è un tema che mi fa venire il magone al solo pensarci: l’umanità che si chiude ottusamente in se stessa invece di rispondere al richiamo dell’esplorazione dell’Universo, mentre quelli che non si arrendono all’idea di finire come topi in trappola fanno un ultimo, disperato tentativo di sfuggire alla propria culla trasformatasi in una tomba sterile e polverosa.

Il parallelo con le missioni Apollo, citate più volte nel film, è lampante. Abbiamo osato, abbiamo avuto successo, siamo arrivati sulla Luna sei volte, abbiamo mosso i nostri primi, incerti passi nel cosmo, quelli che dobbiamo compiere come specie se vogliamo sfuggire all’inesorabile destino di questo pianeta… e ci siamo fermati. Troppo presi a pensare all’oggi, al subito, al prossimo post su Facebook, per pensare a fare, a costruire per il futuro, ad avere il coraggio di sfidare un universo che è terrificante nella sua vastità inconcepibile ma che al tempo stesso è il nostro destino. Siamo esploratori, pronti a rischiare e a sacrificarci per scoprire nuove terre, o siamo pavide scimmie condannate a starcene chiuse nella tana a contemplarci l’ombelico e incancrenirci?

Con un tema così grandioso, in mano a un regista di questo calibro, pareva impossibile sbagliare. E invece Interstellar finisce per essere una confusa, tediosa, prevedibile storia di buoni sentimenti in cui i soliti americani – e solo loro, si vede che il resto del mondo è troppo preso a giocare a ramino – risolvono tutto con soluzioni al limite del ridicolo, condite da un technobabble frastornante e sconclusionato (se non basta la quarta dimensione c’è la quinta, e se neanche la quinta è abbastanza, c’è sempre la forza dell’ammmoooreeee che è un artefatto fisico di una dimensione spaziale superiore che trascende i limiti dello spazio e del tempo), scopiazzando a piene mani da 2001 Odissea nello spazio di Kubrick (a volte rubandone intere scene – se lo andate a vedere, vi sfido a non canticchiare il Danubio Blu o a mormorare “HAL, apri il portello”).

La prima mezz’ora circa di Interstellar getta delle premesse meravigliose che poi vengono sperperate nelle due ore restanti. La prima visita a un pianeta è splendida: le conseguenze della dilatazione del tempo subita dagli astronauti sono raccontate in modo struggente e rendono magnificamente l’immensità del viaggio e del sacrificio. Ma poi tutto scivola in un pasticcio deludente nella sua ovvietà.

Intendiamoci: visivamente Interstellar è un grande spettacolo. Se ne esistesse una versione nella quale i dialoghi sono zittiti, tutta la menata del granturco viene rimossa e la musica di Hans Zimmer viene lasciata a svettare a manetta insieme alle immagini pittoricamente meravigliose ed epiche dell’odissea spaziale, sarebbe perfetto. Il volo iniziale vicino a Saturno è un capolavoro estetico che può essere ammirato soltanto su uno schermo gigante e in alta risoluzione. I veicoli spaziali hanno una fisicità e una massa che possiedono soltanto i modelli reali, costruiti, non fatti in computergrafica. E i robot, che con i dialoghi sono insopportabili spalle pseudocomiche, senza quegli stessi dialoghi rivelano tutta la loro originalità geniale. L’uso della pellicola e dell’IMAX per le riprese è sublime, e la fotografia è favolosa: invece di ricorrere ai trucchetti del 3D, Interstellar gioca sulla profondità di campo ridottissima, alla Barry Lyndon, per stagliare gli attori sullo sfondo (guardate l’arte della messa a fuoco variabile quando Cooper si alza dal letto dopo aver parlato con Murph – se siete fotografi, è da applauso). È bellissima anche la scelta di non far sentire i rumori nel vuoto.

Insomma, Interstellar aveva tutte le carte in regola per essere un’ode all’esplorazione, una poesia del cosmo, uno spettacolo visivo grandioso, una riflessione su chi vogliamo essere come persone e come specie e quale destino vogliamo crearci. E invece finisce per essere un polpettone indigesto, che risulta ancora più amaro perché te lo rifila quello che solitamente è un grande chef.

ATTENZIONE: Spoiler da qui in poi

La scena degli insegnanti che redarguiscono il protagonista, Cooper, perché insegna alla figlia che siamo davvero andati sulla Luna, mentre i libri di testo scolastici “corretti” insegnano che le missioni lunari furono una messinscena per mandare in bancarotta i sovietici, mi ha fatto accapponare la pelle: fa vedere il mondo come sarebbe se i complottisti andassero al potere. La sorpresa di scoprire subito dopo che la NASA è diventata un’organizzazione clandestina è notevole, però scivola presto nel ridicolo.

Che ci fa un drone indiano che gira impunemente nei cieli americani? Non si capisce cosa c’entri con tutto il resto e perché dobbiamo spendere interi minuti a rincorrerlo, oltretutto falciando con un SUV chilometri di quel granturco che è diventato così prezioso. O meglio, il perché viene dato, ma è ancora più irritante perché poi non se ne sa più nulla e non serve a niente nel resto della trama.

E che dire di Cooper, che passa da ex pilota dedito da anni all’agricoltura a pilota di veicoli interstellari in men che non si dica (neanche il tempo del raccolto)? Quando ha studiato il manuale di bordo e il piano di missione? Come fa poi a pilotare un apparecchio che non ha mai preso in mano prima e calcolare sui due piedi rotte intorno a buchi neri rotanti che non sa neanche come funzionano?

Chiediamoci anche come fa la NASA a collaudare di nascosto un missile spaziale gigante (che ha una somiglianza notevolissima con un Saturn V delle missioni Apollo) e come fa a tenere segreto tutto quanto dopo ogni lancio (prima di Cooper ce ne sono stati parecchi altri): possibile che nessuno si accorga del decollo di un bestione alto cento metri, visibile da mezzo continente? E pazienza se Cooper dice che la stella più vicina a noi è a migliaia di anni luce (no, è a circa quattro; forse intendeva una stella con pianeti abitabili).

No, mi spiace: se si fa un film con grandi pretese di realismo e si ripete ossessivamente nella campagna promozionale che sono stati scomodati i migliori esperti per rendere Interstellar scientificamente corretto e poi si fanno scivoloni come questi, io mi sento preso in giro.

L’attracco all’astronave madre rotante è preso di peso da 2001, ma in 2001 la stazione era grande e pertanto le bastava ruotare abbastanza lentamente, mentre qui è piccina e quindi per generare un effetto centrifugo sufficiente gira molto rapidamente su se stessa. E che fanno i geni della NASA? Tappezzano l’astronave di finestrini, così gli astronauti vedono continuamente l’universo intero che gira davanti ai loro occhi. Poi ci si meraviglia che a uno degli astronauti viene la nausea.

Quando trovano Matt Damon ibernato e viene inquadrato il suo robot scassato, si capisce subito che c’è qualcosa che non va nella sua giustificazione del danno e che di lui non c’è da fidarsi. Suvvia, Nolan, non siamo stupidi: conosciamo il Fucile di Chekhov. Sappiamo che se viene mostrato o citato un particolare che sembra essere irrilevante per la trama, quel particolare diventerà rilevante in seguito. O lo introduci bene, integrandolo nei dialoghi in modo naturale, o ti fai sgamare. Farlo addirittura due volte nel giro di pochi minuti (quando Damon chiede, senza alcun motivo, se Cooper ha un trasmettitore a lungo raggio) è un po’ un insulto all’intelligenza dello spettatore.

E a proposito di Matt Damon, l’idea che un astronauta addestrato, capace di sopravvivere per anni da solo su un pianeta totalmente inospitale, sia così cretino da non rendersi conto che se apre verso il vuoto il portello pressurizzato ci saranno conseguenze catastrofiche che lo ammazzeranno è semplicemente ridicola.

Il guaio è che anche Cooper è altrettanto cretino. Non solo gli devono fare il disegnino per spiegargli cos’è un wormhole (e glielo fanno durante la missione, che dirglielo prima pareva maleducato), ovviamente a beneficio del pubblico (espediente di sceneggiatura trito e maldestro), ma durante la colluttazione con Matt Damon, mentre quest’ultimo cerca di sfondargli il casco con il proprio per farlo soffocare (a 1h:55min), Cooper si mette a cercare di ragionare con lui, dicendogli testualmente che se fa così ha il 50% di probabilità di rompere il suo stesso casco. Giuro. Perché parlare di calcolo delle probabilità è il modo migliore per far cambiare idea a un pazzo omicida che ti sta prendendo a craniate. Non solo è stupido: è ridicolo.

L’astronave rotante, oltretutto, una volta che è stata semidistrutta dall’incidente dovrebbe perdere la stabilità di rotazione, come una trottola rotta, e invece la mantiene perfettamente. Inoltre preferisco sorvolare sull’assurdità alla Armageddon dell’attracco rotante improvvisato da Cooper e concluso da una delle battute più chucknorrisiane del film (“Non è impossibile: è necessario!”, a 2h:7min).

Che dire, poi, di tutto quello sdolcinato monologo sull’amore che sarebbe una forza reale che supera lo spazio e il tempo? Non sto parlando dell’amore come sentimento che ci spinge a fare cose straordinarie, ma di amore da includere nelle equazioni dello spaziotempo come entità concreta che consente di comunicare all’indietro nel tempo. Certo, alla fine del film si capisce che è un’ipotesi errata, ma allora perché perdere tempo e confondere lo spettatore? Sembra un concetto scopiazzato dal Quinto Elemento e non c’entra nulla con tutto il resto. Soprattutto in un film che, a differenza dell’adorabile Elemento, si prende mortalmente sul serio e si vanta di essere scientificamente rigoroso.

Se la piaga delle piante consuma l’azoto dell’atmosfera, come spiega Michael Caine a 28 minuti dall’inizio (“We don’t even breathe nitrogen. The blight does, and as it thrives, our air gets less and less oxygen”), perché mai l’umanità rischia di soffocare? Gli esseri umani, appunto, non usano l’azoto atmosferico, e non lo fanno neanche le piante (usano l’azoto nel terreno). Se la piaga consuma l’azoto atmosferico ma ci sono piante che producono ossigeno (e se ne vedono tante nelle grandi panoramiche sulla Terra), la percentuale d’ossigeno in atmosfera aumenta. Non ha senso. Perché non dire semplicemente che la piaga uccide le piante e quindi l’umanità soffocherà perché non ci saranno più piante a generare ossigeno?

Se il veicolo spaziale usato da Cooper è in grado di decollare da solo da un pianeta con una gravità terrestre, perché ha bisogno di essere installato su un supermegamissile per lasciare la Terra (aggiornamento: c’è qualche possibile giustificazione nei commenti qui sotto)?

E che dire di Cooper che viene esposto per la prima volta a uno spaziotempo pentadimensionale e riesce in pochi secondi a capire come funziona e a manipolarlo talmente bene da mandare un messaggio in Morse? Se è così magicamente bravo, perché usa un sistema così criptico come la lancetta dell’orologio? Perché gli esseri umani pentadimensionali del futuro non fanno semplicemente apparire il messaggio nel laboratorio della NASA? E come fa Cooper a continuare a manipolare la lancetta quando Murph porta via l’orologio dalla libreria? Perché Murph, invece di mettersi a trascrivere subito il messaggio, ne perde il primo pezzo correndo fuori ad annunciare agli altri che papà sta comunicando?

Mi spiace, ma questa non è fantascienza: è fantasy sentimentale con le astronavi. Quelli che ho elencato sono incoerenze e assurdità (non rispetto alla scienza, ma rispetto alle premesse definite dalla trama) talmente grosse che mi tirano fuori dal film. Io sono entrato al cinema sperando di farmi incantare dal senso del meraviglioso e ne sono uscito totalmente deluso. Scusate lo sfogo.

Il trailer sbagliato di Tom Cruise diventa la suoneria più irritante del momento

Non durerà a lungo, per cui guardatela finché c’è: è la versione IMAX del trailer di The Mummy, pubblicata per errore dalla Universal Pictures senza la colonna sonora musicale e quasi tutti gli effetti audio.

Confrontatela con quella giusta e considerate il risultato piuttosto comico di Tom Cruise che nel mezzo di una scena drammaticissima grida istericamente nel silenzio assoluto. I suoi strilli decisamente sopra le righe sono diventati una suoneria particolarmente irritante.

La Universal sta cercando di far rimuovere da Internet tutte le copie del video sbagliato, ed è un peccato, perché per quanto ridicolo è comunque un modo per far parlare del film, anche se mancano alcuni mesi prima della sua uscita.



Fonti: BBC, SMH, Gizmodo, Daily Dot.

“Star Wars” fatto a pezzi con amore: pronta la terza parte della critica di “Red Letter Media”

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Se avete amato la prima trilogia di Guerre Stellari e detestato la seconda, o se comunque vi interessa il mondo di Star Wars, non perdetevi la mega-recensione video di La Vendetta dei Sith uscita pochi giorni fa ad opera di Red Letter Media (in inglese; darei tanto per potervela tradurre tutta). È scurrile e offensiva, ma talmente ben fatta, e talmente acuta dal punto di vista della critica appassionata alla tecnica di regia, di montaggio e di narrazione di George Lucas, che si soprassiede volentieri al turpiloquio: anzi, quando le argomentazioni feroci di Red Letter Media vengono dimostrate con abili montaggi incrociati fra i vari film della saga e quando diventa evidente quanto Lucas abbia scialacquato il patrimonio narrativo dei primi film, probabilmente anche voi comincerete a concordare con gli insulti e le parolacce.

Non è da tutti fare una lezione di cinema simulando di essere uno psicopatico sotto tranquillanti che spiega con precisione i buchi colossali della trama e le ragioni per le quali la seconda trilogia è un totale flop di caratterizzazione e di regia, che alla fine lascia rintronati e indifferenti alle sorti dei personaggi; ma Red Letter Media ce la fa e si merita il plauso addirittura del grande critico cinematografico Roger Ebert.

Non perdetevi il confronto fra Quarto Potere e La Vendetta dei Sith, molto meno campato per aria di quanto potreste pensare di primo acchito; godetevi le patetiche scene d’amore fra Anakin e Amidala, che finalmente acquisiscono un senso e un ritmo se condite da una colonna sonora, come dire, adeguata; infuriatevi quando vi renderete conto che tutte le scene di dialogo esplicativo della nuova trilogia avvengono mentre i personaggi stanno seduti, generalmente su un sofà, oppure – se proprio fanno uno sforzo – passeggiano pigramente, usando sempre la stessa sfaticatissima tecnica di ripresa che smorza completamente il ritmo di film che in teoria dovrebbero essere d’azione. E tutto questo dalle mani di un regista che un tempo era capace di darci American Graffiti o il primo Guerre Stellari.

Peccato che questa lezione di tecnica – da rendere obbligatoria per tuti gli aspiranti registi – debba arrivare dopo che i film sono usciti anziché prima: ci saremmo risparmiati tre delusioni e ci troveremmo forse con tre prequel all’altezza degli originali.

Qui sotto vi propongo la prima parte della recensione; non perdetevi le altre e quelle dei primi due prequel, La Minaccia Fantasma e L’Attacco dei Cloni. Anche quelle di Star Trek e Avatar non sono male.

Recensione di “Tron Legacy”: spettacolare ma senza spessore. Neanche in 3D

Recensione di “Tron Legacy”: spettacolare ma senza spessore. Neanche in 3D

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2011/01/07.

Ieri sera ho finalmente visto Tron Legacy e vi posso proporre una breve recensione senza spoiler. Visivamente è bello: il design dei veicoli, dei costumi e delle ambientazioni è molto curato e azzeccato, anche se tende alle atmosfere cupe molto più dell’originale, mitico, fluorescente Tron del 1982 che ispirò tante carriere informatiche.

I due protagonisti (Olivia Wilde e Garrett Hedlund) sono belli da vedere e tentano di fare del loro meglio con le battute che hanno. La colonna sonora (Daft Punk molto orchestrali grazie ad aiuti esterni) è magnifica, gli effetti speciali sono ben fatti (a parte il ringiovanimento digitale di Jeff Bridges, che risulta innaturale e cade dritto nella uncanny valley) e il 3D non è troppo abusato.

Ma Tron Legacy soffre della stessa mancanza di coraggio di tanti film di oggi: una trama scontata, che lascia da parte le allusioni informatiche che avevano fatto la gioia dei geek nel primo film, e dei personaggi privi di spessore, senza alcuna caratterizzazione. Sam Flynn è il solito ragazzo ribelle perché abbandonato dal padre e genio dell’informatica nonostante abbia mollato gli studi: perfettamente intercambiabile con il John Connor di Terminator 2 e già visto in mille altri film. Quorra (Olivia Wilde), la cui genesi le permetterebbe di essere un personaggio memorabile per la sua innocente visione dell’umanità da un punto di vista esterno (spunto classico e splendido per qualche riflessione sulla condizione umana), viene ridotta a semplice (ma indubbiamente gradevole) coprotagonista di una serie interminabile di scene d’azione. I colpi di scena vengono liquidati senza soffermarsi a dare loro l’importanza emotiva che dovrebbero avere, quasi che gli sceneggiatori si vergognassero di ricorrere a dei deus ex machina assolutamente prevedibili.

Viene a mancare, insomma, quella regola fondamentale del cinema: se non si riesce a coinvolgere emotivamente lo spettatore con una buona caratterizzazione, non gliene fregherà nulla della sorte dei personaggi. Questi film dagli effetti speciali ultraperfezionati sono delle attrazioni da parco a tema e nulla più. Esattamente come in Avatar o i prequel di Star Wars, sarebbe bastato così poco, giusto qualche battuta in più nella sceneggiatura, per osare e creare dei personaggi ai quali appassionarsi. Ma quando c’è di mezzo un budget da trecento milioni di dollari (così pare, secondo IMDB), nessuno se la sente di rischiare, e così ci troviamo oggi con tecnologie che ci permettono di rappresentare qualunque storia ma non le usiamo per raccontare storie degne di questo nome.

Il risultato è una serie di film che sanno di risciacquatura di piatti e saturano ma non saziano (faccio un’eccezione per Inception). Tron Legacy è una fiera del già visto. Le citazioni, volontarie o meno, si sprecano. La battuta “l’unico modo per vincere è non giocare” è presa di peso da Wargames; le scenografie di casa Flynn sono copiate pari pari da 2001 Odissea nello spazio (c’è persino la citazione dell’oggetto che cade dal tavolo e si rompe); la scena in cui Sam va a sparare agli inseguitori è spudoratamente uguale a quella in cui Luke Skywalker va a sparare ai caccia imperiali mentre è a bordo del Millennium Falcon in Star Wars; le scene di massa delle truppe del cattivo sono rubate dal Signore degli Anelli e dall’Attacco dei Cloni; l’anziano samurai-maestro che chiede ai compagni d’avventura di lasciare a lui la lotta con il supercattivo è un cliché copiato da Star Wars (dal quale arriva anche l’altro cliché del braccio mozzato); e così via. C’è chi li chiama omaggi e chi li chiama scopiazzature.

Gli informatici resteranno abbastanza delusi: come dicevo, i riferimenti geek all’informatica sono pochissimi, forse nel tentativo di non confondere il pubblico; peccato grave in un film che si svolge tutto nel mondo dei computer. Oltretutto il doppiaggio italiano ha perso per strada (credo necessariamente) parecchi di quei pochi giochi di parole e doppi sensi tecnologici.

Per esempio, tradurre “the grid” con “la rete” è impreciso e confonde, perché “la rete” sembra un riferimento a Internet, ma in realtà l’intera vicenda si svolge dentro un singolo computer. “User” è stato tradotto con “creativo” anziché “utente”: peccato, perché così si perde il senso della battuta che per creare un sistema informatico perfetto occorre eliminare tutti gli utenti (va detto che questa scelta di traduzione è uguale a quella fatta per il Tron originale). Il “fine messaggio” ripetuto dai personaggi in originale è “end of line”, che ha un sapore molto più marcato e vintage per gli informatici. Anche l’“epurazione” è, in inglese, un molto più significativo e informatico “purge”. Ma mi rendo conto che una traduzione italiana efficace sarebbe stata praticamente impossibile.

Alcune allusioni per smanettoni sono rimaste e sono gradevoli: le elenco qui man mano che le scopro.

  • la stretta di mano fra due personaggi importanti è apparentemente insensata nel contesto di una fuga precipitosa, ma è ovviamente un handshake;
  • un personaggio si chiama GEM, come l’ambiente grafico della Digital Research per DOS e Atari);
  • i giocatori nell’arena si chiamano Cray, Wulf (da Beowulf), Hurd, Turing, Eckert (uno dei padri di ENIAC), Backus (da John Backus, padre di FORTRAN e ALGOL), come si vede per un istante sul tabellone mostrato qui sopra;
  • uno dei personaggi si chiama Zuse e secondo la Tron Wiki è a immagine e somiglianza di Konrad Zuse, pioniere informatico considerato padre dei moderni computer;
  • il titolo stesso del film è informaticamente allusivo (“legacy” indica sia l’eredità morale, sia apparecchiature o software vecchi ereditati da sistemi informatici precedenti);
  • c’è un SolarOS che è un’allusione al sistema operativo SunOS;
  • e c’è una breve ma splendida parodia di Steve Jobs fatta da Cillian Murphy (non citato nei titoli di coda) che purtroppo si perde completamente nel doppiaggio.

I cammei* degni di nota sono giusto un paio: i Daft Punk come DJ in un locale in cui Steven Lisberger, regista del Tron originale e produttore e cosceneggiatore di questo film, è un barista. Purtroppo anche due elementi fondamentali del primo film, Bit e i carri armati, sono relegati a due apparizioni fugaci; va un po’ meglio con i Recognizer e altri veicoli cari ai fan del mondo di Tron.

*Sì, è giusto così. Vedere discussione nei commenti.

Come nel primo Tron, le metafore religiose abbondano, ammesso che sia sensato cercarle in un film d’intrattenimento: il figlio del creatore (addirittura “son of the maker” in originale) che viene a salvare il mondo, il braccio destro del creatore che viene creato a sua immagine e somiglianza e che lo tradisce per diventare il suo peggior nemico.

Correzione: pensavo che ci fosse anche un’allusione alle divinità pagane rese obsolete dal nuovo dio, perché avevo capito che il personaggio Zuse si chiamasse Zuus come imitazione della pronuncia inglese di Zeus. La Tron Wiki mi smentisce. Grazie a Marina e Giovanni per la correzione.

Qui potete vedere uno spezzone della realizzazione degli effetti speciali (sempre che la Disney non lo rimuova):

In questo spettacolo fragoroso e coreografico ma freddo e superficiale (e buio – pessima idea usare il 3D attuale, che scurisce tutto, in un film così scuro in partenza) si perde una delle poche allusioni che può spingere lo spettatore, soprattutto quello informatico, a una riflessione: Sam Flynn, il protagonista, è paladino del software libero. Sogna esplicitamente un sistema nel quale tutte le informazioni sono libere e aperte e si mette nei guai pur di realizzarlo, e questo viene presentato come un comportamento eroico, mentre i sostenitori del software chiuso vengono presentati come avidi e aridi cattivi. È molto ironico che tutto questo avvenga in un film della Disney, che è una delle multinazionali che perseguita maggiormente chi vuole liberare e condividere certi tipi di informazioni digitali: i suoi film.

Recensione senza spoiler: “Star Wars – Il Risveglio del Copiaincolla”

Recensione senza spoiler: “Star Wars – Il Risveglio del Copiaincolla”

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle gentili donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2016/03/22 20:10.

Per favore non mettete dettagli della trama de Il risveglio della Forza nei commenti. Se lo fate, dovrò cestinarli. Se volete discutere senza problemi di spoiler, ho preparato uno spazio apposito. Grazie.

Questa recensione non contiene spoiler. Per una ragione molto semplice: se conoscete Star Wars, non c’è praticamente niente da spoilerare, perché avete già visto tutta la trama. Star Wars: Il Risveglio della Forza è un copiaincolla di scene già viste nella trilogia classica. Talmente copiaincolla che al cinema io e chi era con me ne abbiamo ripetutamente anticipato sotto voce parecchie battute pur non avendo mai visto il film: perché erano le stesse, identiche della trilogia classica.

Intendiamoci: le citazioni sono sempre piacevoli, gli omaggi pure. Ma quando il film è composto quasi esclusivamente da ripetizioni di cose già viste nei film precedenti della stessa serie, cambiate giusto quel tantino che serve per non farsi trascinare in tribunale per plagio, e quando l’intera trama ricalca quella del primo film (Star Wars Episodio IV: Una nuova speranza, o Guerre Stellari come lo conoscono i veterani), non è più citazione. Non è più omaggio. È copiare. È rifilare minestra riscaldata spacciandola per fresca.

Non so voi, ma io mi sento preso per i fondelli. Di nuovo, perché J.J. Abrams ha fatto lo stesso copiaincolla anche con Star Trek. Speravo che Star Wars fosse più nelle sue corde e ho osato essere ottimista, ma mi sono dovuto ricredere.

Piacerà? A chi non conosce gli originali probabilmente sì, perché non sa che Il Risveglio della Forza è una scopiazzatura spudorata e c’è molta azione, ci sono scene spettacolari, ci sono personaggi interessanti, c’è una storia epica. Ai fan un po’ attempati, quelli che come me si sono innamorati da bambini dell’universo meraviglioso creato da George Lucas, probabilmente no, se non per effetto nostalgia.

Poteva andare peggio? Certamente. Se il confronto è con Episodio I: La Minaccia Fantasma, questo film è riuscitissimo. Abrams ha senz’altro fatto meno peggio di Lucas. Ma con tutti i soldi che danno agli sceneggiatori, perché dobbiamo sempre accontentarci di un misero meno peggio? Pagando la differenza, non si potrebbe avere almeno un guizzo di originalità? Una trama non già vista e stravista? Perché non basta prendere le scene dei film precedenti e rimescolare un po’ l’assegnazione delle battute ai personaggi per dire di aver scritto una sceneggiatura (metodo già usato da Abrams per Star Trek Into Darkness).

Cari fratelli e sorelle starwarsiani, ora saprete come ci siamo sentiti noi fan di Star Trek dopo che ci ha messo le mani Jar Jar Abrams. Preparo i fazzolettini anche per voi.

Quello che si salva

La musica di John Williams. Il tema di Rey è meraviglioso, un classico tema grandioso, romantico e avventuroso di quelli che solo John Williams sa comporre; il resto della colonna sonora è un gran bel supporto alle immagini, anche non è ai livelli probabilmente irripetibili di Una nuova speranza e de L’Impero colpisce ancora, e la fanfara iniziale mette ancora i brividi dopo quasi quarant’anni. Se J.J. Abrams pubblica una versione del Risveglio della Forza senza dialoghi e soltanto con la colonna sonora musicale e gli effetti sonori abbassati di volume, la compro.

Gli effetti speciali. Ottimi e ineccepibili, ma è anche vero che oggi è la norma, se hai un buon budget, e qui c’erano circa 200 milioni di dollari. Non posso dire nulla del 3D, perché l’ho visto in 2D.

Lo stile visivo. Questo film è fantasticamente fedele allo stile, al design e alla fotografia della trilogia originale. Moltissimi set e modelli fisici (anche se estesi e arricchiti digitalmente), molte creature fatte in animatronica invece che in grafica computerizzata, la stessa aria vissuta e logora degli ambienti e dei veicoli che è da sempre una delle caratteristiche geniali e inventive di Star Wars e che mancava in modo dissonante nei prequel, troppo patinati (anche per via dell’epoca diversa che descrivevano) e digitalizzati. Fra l’altro, i lens flare che Abrams ha fastidiosissimamente strausato nei suoi film precedenti qui si contano sulle dita di una mano.

Gli attori. Harrison Ford, nonostante gli anni siano passati, è perfetto nei rivestire i panni di un Han Solo più vecchio e più amaro, e Carrie Fisher è altrettanto all’altezza della situazione. Tutti gli altri attori nuovi se la cavano benissimo, specialmente Daisy Ridley, la protagonista (Rey), che è brava e intensa, e John Boyega (Finn). Il droide BB-8 è simpatico e adorabile senza essere infantile. Anche Peter Mayhew rende bene Ciubecca (o Chewbacca, a seconda del doppiaggio che considerate canonico), forse addirittura meglio che nella trilogia classica, tanto da strappare parecchi sorrisi di divertimento e di affetto per un vecchio amico ritrovato. Rivederli in azione è una gioia, anche se rifanno cose già viste.

L’umorismo. Non ci sono battute folgoranti e memorabili, ma momenti divertenti ce ne sono, e siamo anni luce (o dovrei dire “dodici parsec”) lontani dai livelli di George “gli-faccio-pestare-una-cacca-che-fa-sempre-ridere” Lucas nei prequel.

Le (poche) parti originali. Quando le scene non sono copiate, i dialoghi sono frizzanti e vivaci, molti simili come stile a quelli della trilogia originale; i personaggi vengono delineati rapidamente ma in modo chiaro. Peccato non aver osato essere creativi nella trama.

La scelta di umanizzare una Truppa d’Assalto. Questa, devo riconoscere, è una decisione originale che mostra un aspetto inesplorato dell’universo di Star Wars. E ben venga la scelta di far interpretare la parte da un attore di colore.

La scelta di avere una donna come protagonista. Considerato che le donne nella trilogia originale (a parte Leia) erano praticamente irrilevanti, anche questo è un buon passo avanti. E Rey è un personaggio subito simpatico: forte, autosufficiente, con un forte senso morale, capace di difendersi, a differenza del suo equivalente in Guerre Stellari, ossia Luke Skywalker, che all’inizio è un ragazzetto petulante che pensa solo a svagarsi al bar con gli amici.

Una scena. Ho promesso che non avrei fatto spoiler, per cui non vi dico quale, ma una scena che mi ha emozionato tanto c’è stata.  

Quello che va nello sciacquone

CORREZIONE: Terminologia fondamentale cambiata. Inizialmente avevo scritto che avevo rilevato un clamoroso errore di traduzione, ma mi sono dovuto ricredere e chiedo scusa al traduttore: ho avuto modo di ascoltare l’audio originale del Risveglio e il traduttore in realtà è stato fedele alla bizzarra scelta terminologica di Abrams.
Mi spiego: nella mitologia di Star Wars, la Forza ha da sempre un lato oscuro (dark side) e uno chiaro (light side), anche se nei film l’espressione “lato chiaro” non viene mai usata esplicitamente (questo avviene solo in altre fonti dell’universo espanso di Star Wars, secondo la Wookieepedia). Ma nel Risveglio della Forza i personaggi parlano ripetutamente del “Lato Oscuro” (della Forza) e lo contrappongono alla “luce”, cosa che mi ha sconcertato quando l’ho sentita al cinema (e so di non essere il solo).
Ho sospettato un errore del traduttore, pensando che nella battuta “The Dark Side and the Light” non fosse stato capito che dopo Light c’era un sottinteso side. Non luce, insomma, ma chiaro. E invece no: nell’audio originale del Risveglio, a 59 minuti dall’inizio, Kylo Ren dice “Forgive me, I feel it again, the call to the light…. show me again the power of the darkness”. A 1h:07m, un altro personaggio cita la Forza parlando di “the light. E a 1h:25m un altro personaggio ancora dice “There’s still light in him”. Quindi è proprio “luce”: un cambiamento spiazzante per chi conosce bene la saga. Perché?
Inoltre Stormtrooper non si traduce assaltatore, ma truppa d’assalto (come da celebre battuta di Leia “Non sei un po’ basso per appartenere alle truppe d’assalto?” in Guerre Stellari).

I cattivi. Uno è un moccioso viziato; un altro, il suo superiore, è di una banalità tediosa e sconcertante. Nessuno dei due è temibile. Darth Vader, l’Imperatore e Tarkin (c’è una copia anche di lui) erano tutt’altra cosa.

La trama. Tutta. La forza dirompente del primo Star Wars non scaturiva soltanto dall’uso innovativo degli effetti speciali: sgorgava dal sovvertimento degli archetipi e delle regole classiche della trama. L’eroe senza macchia che non conquista la principessa; la principessa che invece di essere una donzella in pericolo è un peperino sarcastico; l’universo logoro e consunto, con le cose che cadono a pezzi invece di essere lucenti e asettiche; la scelta di entrare subito nell’azione, saltando persino i titoli di testa (tanto che George Lucas per questo si prese una multa); l’autoironia, all’epoca rara o inesistente nei film di fantascienza; gli alieni che parlano con i sottotitoli; eccetera, eccetera. Al Risveglio della Forza manca quasi completamente questa carica d’innovazione. È la fiera del già visto.

Ho promesso che non farò spoiler, per cui starò sul vago, ma questo è un breve elenco delle tantissime, troppe premesse o scene pigramente copiate e riconfezionate. Se non volete nemmeno questi vaghi accenni, smettete di leggere qui.

– Non si chiama più l’Impero, ma il Primo Ordine. Stessa minestra di prima.
– Non si chiama Tatooine, ma Jakku. Stesso pianeta sabbioso popolato da straccioni.
– Non si chiamano Jawa, ma la solfa è la stessa.
– I cattivi hanno costruito una superarma sferica ammazzapianeti che bisogna distruggere.
– La suddetta superarma si distrugge usando esattamente la stessa tecnica dei film precedenti. Persino Han Solo lo fa notare.
– I piani segreti di qualcosa d’importante sono nascosti e trafugati dai buoni usando esattamente lo stesso espediente dei film precedenti.
– Un alieno molto vecchio e saggio, di piccola statura, dispensa consigli di vita e custodisce segreti importanti. Solo che stavolta non è verde: in un prodigioso guizzo di originalità… è arancione.
– Il cattivo indossa una lunga tunica nera e una maschera.
– Il cattivo è ossessionato dal potere ed è manipolato, senza rendersene conto, da un cattivo più cattivo.
– La scena onirica nella quale un personaggio si confronta con i fantasmi del proprio passato (come nell’albero magico su Dagobah ne L’Impero colpisce ancora).
– Il bar popolato di alieni bizzarri dove c’è il complesso di altri alieni che suonano musica terrestre molto male: praticamente Cantina di Mos Eisley – Nuova gestione.
– Qualcuno dice che un personaggio passato al Lato Oscuro ha ancora del buono dentro di sé e lo hanno percepito (come ne Il Ritorno dello Jedi).
– Il supercattivo parla tramite ologramma con il cattivo in seconda in una sala apposita (come ne  L’Impero colpisce ancora) e si discute dell’idea che uno dei buoni andrebbe portato al Lato Oscuro (come ne L’Impero colpisce ancora).
– I cattivi si chiedono l’un l’altro se hanno avvertito un tremito (pardon, un risveglio) nella Forza.
– Mentre gli eroi sono nascosti nel ventre della base nemica, a uno di loro succede qualcosa di grave, un altro grida per lo shock e così le truppe imperiali… ehm, del Primo Ordine si accorgono di colpo della presenza degli intrusi (in Una nuova speranza, Luke grida quando Ben Kenobi viene abbattuto da Darth Vader nell’hangar della Morte Nera).
– Ce ne sono molte altre, assolutamente centrali per il film, ma come dicevo non farò spoiler. Ve ne accorgerete da soli. E griderete anche voi “NNNNOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!”.

Ultimo giorno per vedere al cinema il documentario su @Astrosamantha

Ultimo giorno per vedere al cinema il documentario su @Astrosamantha

Astrosamantha – la donna dei record nello spazio, il documentario di Gianluca Cerasola dedicato alla missione spaziale di Samantha Cristoforetti, è disponibile nei cinema italiani ancora per oggi, dopo il debutto di ieri.

Se non volete perdervelo, questa è la vostra occasione: consultate sul sito ufficiale del documentario oppure qui l’elenco dei cinema che lo proiettano e godetevelo anche per me. Io, per impegni di lavoro, non riesco ad andare a vederlo: se lo vedete, ditemi nei commenti cosa ne pensate. Non temo gli spoiler sulla trama.

Dietro le quinte degli effetti di “The Martian” e del nuovo “Star Wars”

Dietro le quinte degli effetti di “The Martian” e del nuovo “Star Wars”

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Ho da sempre un debole per gli effetti speciali e adoro vedere come vengono realizzati, sia quelli fisici sia quelli digitali. Il guaio di quelli digitali, in particolare, è che quando sono fatti veramente bene diventano invisibili e non si apprezza quanto lavoro richiedono. Tanti gli spettatori superficiali dicono “Ah, sì, è fatto al computer, che ci vuole”. Come se il computer sapesse fare l’artista da solo.

Anche se i video qui sotto sono materiale promozionale e quindi riconfezionano un po’ il processo di creazione degli effetti, è impressionante vedere quanti dettagli vengono aggiunti o modificati per ottenere l’illusione finale. Per esempio, avevate notato che in molte scene le visiere dei caschi di The Martian sono state aggiunte digitalmente?

L’avventura spaziale di Samantha Cristoforetti raccontata in un documentario al cinema

L’avventura spaziale di Samantha Cristoforetti raccontata in un documentario al cinema

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2015/12/01 23:55.

2015/09/03. Il viaggio nello spazio di Astrosamantha verrà raccontato al cinema in un documentario. Stanotte è stato messo online su Vimeo un trailer non ancora annunciato ufficialmente.

[2015/10/14: Il trailer è stato rimosso pochi giorni dopo la pubblicazione]

Inizialmente avevo pensato a un documentario non autorizzato, per via delle imprecisioni e delle immagini non pertinenti: la dicitura sbagliata “L’astronauta con il record di permanenza nello spazio” quando in realtà è il record femminile, non assoluto, e le riprese ripetute delle passeggiate spaziali, che Sam questa volta non ha fatto e che mostrano astronauti che non fanno parte del suo equipaggio. Mi aveva sorpreso anche l’uso di una S.r.l. per una produzione di questa importanza. Ma poco fa ho ricevuto conferma autorevole del fatto che si tratta di un documentario ufficiale e approvato ed è un progetto congiunto dell’ESA, dell’ASI e dell’Aeronautica Militare. La versione inglese del trailer è qui.

Sarà una gioia vedere l’esperienza spaziale di Sam su grande schermo. Così magari qualche zuccone sessista finalmente capirà quanto duro lavoro e quanto studio c’è dietro una missione nello spazio.

2015/10/14

Il trailer italiano originale è stato rimosso e quello inglese è stato reso privato, ma il 16 settembre scorso è stata pubblicata una nuova versione corretta dell’edizione italiana, scovata da dan, e del trailer in inglese. Nell’edizione italiana, al posto della dicitura sbagliata ora c’è, correttamente, la frase “La donna con il record di permanenza continuativa nello spazio”.


Astrosamantha Trailer Film CINEMA ita from MOROL SRL on Vimeo.

Inoltre il documentario è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma il 12 ottobre scorso alla presenza di Samantha ed è “scritto, diretto e prodotto da Gianluca Cerasola” (Sole 24 Ore). La voce narrante è di Giancarlo Giannini.

Nella scheda apposita di IMDB, attualmente assai scarna, la data di rilascio del documentario è il 25 ottobre prossimo e il titolo inglese è Astrosamantha, the Space Record Woman. La scheda della Festa del Cinema riporta che il documentario dura 83 minuti e che la fotografia è curata da Alberto Di Pasquale, il montaggio è opera di Marco Guelfi e la musica è di Fabio Mandarà. Qualche informazione in più è presso il sito della Morol Srl.

2015/12/01

C’è una scheda informativa su Astrosamantha presso Officineubu.com e il documentario verrà proiettato il 13/12 a Milano al Festival Internazionale del Documentario Visioni dal Mondo. L’uscita nelle sale è prevista attualmente per il 7 gennaio 2016. Sono in contatto con il regista per organizzare una proiezione anche in Svizzera.

Fonti aggiuntive: SIAE, Futuro Quotidiano, Il profumo della dolce vita.

Sir Christopher Lee a Locarno. Immenso

Sir Christopher Lee a Locarno. Immenso

L’articolo è stato aggiornato estesamente dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2013/08/10.


Photo credit: Paolo Attivissimo

Ho appena passato un’ora abbondante ad ascoltare dal vivo Sir Christopher Lee al Festival del Cinema di Locarno. Sala strapiena, non si sentiva volare una mosca. Tutti in silenzio ad ascoltare, rapiti, la voce di un novantunenne dalla tempra straordinaria che racconta passioni, aneddoti e dettagli innumerevoli di una vita di cinema.

Ci sono stati momenti surreali e al tempo stesso commoventi: per esempio, sentire la voce di Saruman cantare opere liriche (in italiano) e imitare Gatto Silvestro dal vivo è un’esperienza che non ha prezzo e svela un lato inatteso e giocoso di Lee. Sentirgli dire, pochi istanti dopo, che faceva sempre quest’imitazione per Peter Cushing e ascoltare il suo ammiratissimo, affettuoso ricordo dell’attore scomparso, che gli fa venire i lucciconi (come nella foto qui sopra), trasforma completamente quell’aneddoto leggero in un emblema dell’intensità e della ricchezza di una vita e di una carriera la cui durata è un traguardo ma anche una condanna a veder svanire tanti affetti.

Christopher Lee ha incantato tutto il pubblico con tanti altri racconti e con una presenza e una vitalità che sono sembrate davvero magia. Saremmo rimasti tutti ad ascoltarlo ancora per ore, anche se si fosse messo a leggere la rubrica del telefono. E ho la sensazione che lui sarebbe andato avanti con piacere a raccontare le proprie storie, come fa un nonno ai nipotini. Solo che quel nonno è Dracula, Saruman, il Conte Dooku e mille altri nomi protagonisti degli incubi di intere generazioni. Fantastico e indimenticabile.


Photo credit: Paolo Attivissimo


Photo credit: Paolo Attivissimo


Photo credit: Paolo Attivissimo

Aggiornamento (2013/08/10)

Ecco il video dell’evento: