Vai al contenuto
Quando i dinosauri non erano digitali: Stan Winston fa scuola

Quando i dinosauri non erano digitali: Stan Winston fa scuola

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “rejetto”.

Un tempo l’animazione digitale non c’era e ci si ingegnava con modelli fisici. Presso StanWinstonSchoool.com c’è una magnifica serie di video del maestro degli effetti speciali Stan Winston che spiega quanti degli effetti di Jurassic Park erano in realtà ottenuti con modelli reali e non con il computer.

Certo, significava costruire un tirannosauro a grandezza naturale, del peso di quattro tonnellate e mezza, capace di muoversi rapidamente grazie ad attuatori idraulici e a una squadra di marionettisti, o di infilare una persona dentro una tuta animatronica che gli faceva assumere le sembianze di un Velociraptor. Ma funzionava. Funzionava talmente tanto che molte delle scene di Jurassic Park che comunemente si pensa che siano “fatte al computer” son in realtà ottenute alla vecchia maniera: con il lavoro di artigiani e scultori che saldano alluminio e acciaio e costruiscono oggetti, non immagini virtuali.

Anche se non seguite l’inglese, guardate lo stesso questi video, specialmente se siete giovani figli dell’era digitale: le immagini parlano da sole e vi spalancheranno un mondo. I dettagli della storia del T-Rex sono in questo post sul sito di Stan Winston. Buona visione.

Avatar. Wow

Avatar. Wow

Avatar, un’assoluta festa per gli occhi

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Grazie alla Rete Tre della RSI stamattina ho visto in anteprima al cinema l’edizione italiana di Avatar di James Cameron.

Sì, la storia è ultra-prevedibile, una vera collezione di cliché, forse intenzionale per raggiungere un pubblico planetario, anche se il messaggio non è da sottovalutare (peccato che molte allusioni si perdano nella traduzione). Ma visivamente Avatar è straordinario.

Il 3D funziona, finalmente, creando profondità e realismo senza dare fastidio ed eccedere in trovate. L’immagine è luminosa e i colori del mondo alieno sono ricchissimi, l’ambientazione è magica e immersiva, l’azione è coreografata da un virtuoso. Gli alieni digitali sono talmente ben fatti che dopo pochi istanti ci si dimentica che sono creazioni computerizzate, e tutte le battute che descrivono Avatar come Balla coi Puffi vengono smentite. Questi personaggi digitali sono vivi. Recitano. La versione aliena del viso di Sigourney Weaver, in particolare, è mozzafiato, e Gollum pare improvvisamente di cartapesta. Neytiri (Zoe Saldana) farà frullare gli ormoni a tutti i furries. E forse non solo a loro.

Decisamente Avatar ridefinisce gli standard della cinematografia e mostra come si combatte la pirateria cinematografica: ridando allo spettatore un’esperienza che non può in alcun modo replicare al di fuori del cinema.

Più tardi vi racconto i dettagli, compresa la visita agli impianti di proiezione digitale 3D. Intanto prenotatevi un biglietto in una sala 3D fatta come si deve (con occhialini attivi, non la robaccia polarizzata) e non prendete nulla di diuretico prima della proiezione.

Lost in translation

Rieccomi. Come dicevo nella minirecensione a caldo qui sopra, Avatar non è un trattato di sociologia e non scontenterà certo i fan dei kaboom rompitimpani e delle scene d’azione, ma ha molti spunti di riflessione. Fra un’esplosione e l’altra c’è spazio per un messaggio ecologico molto chiaro ma non martellante. Alcune allusioni, purtroppo e inevitabilmente, si sono perse nella traduzione italiana. Per esempio, visto lo scempio egoista che gli umani fanno del magnifico, caleidoscopico mondo alieno, non sembra casuale il fatto che il cognome del protagonista sia Sully: in inglese, to sully significa “macchiare, sporcare, danneggiare la purezza di qualcosa“.

La battuta di Sully (Sam Worthington) sulla sua appartenenza al “clan dei Jarhead” sarà stata capita da pochi: jarhead è il termine dello slang militare che indica i Marines degli Stati Uniti. Sarà andata meglio con “Non siete più nel Kansas”, riferimento al Mago di Oz? E da quanti verrà capita la battuta sui metodi spicci del capitano Kirk di Star Trek, riferita alla Serie Classica più che al nuovo film?

Il minerale tanto desiderato dai terrestri si chiama unobtainium: è il termine che si usa, soprattutto in aeronautica e astronautica, per riferirsi ironicamente a un desiderabilissimo materiale dalle proprietà straordinarie, che risolverebbe perfettamente uno specifico problema tecnico ma ha il difettuccio di non esistere. Ha anche un simbolo: Uo.

Un altro aspetto piuttosto controverso, in gran parte perso nel doppiaggio, è che oltre al richiamo visivo evidente alla cultura pellerossa, in originale praticamente tutti gli alieni parlano con voci di persone di colore. La cosa non ha mancato di suscitare polemiche, soprattutto negli Stati Uniti, perché il messaggio del film cambia da un semplice “noi umani siamo devastatori senza scrupoli” e diventa un ben più provocatorio “noi bianchi siamo devastatori”. Hmm…

Senza rivelarvi troppo della trama, ci sono molte altre allusioni all’attualità o alla storia contemporanea: le foglie che fluttuano nel fumo prima del collasso di un oggetto molto importante ricordano le immagini dei fogli di carta che svolazzavano surrealmente prima del crollo delle Torri Gemelle. E stavolta sono gli umani, anzi gli americani – quelli che dovrebbero essere i “buoni” con i quali normalmente ci identifichiamo – a compiere atti di terrorismo.

Il parallelo fra l’invasione di Pandora e quella dell’Iraq è fin troppo evidente, non solo in varie battute ma anche nella questione della sedia a rotelle di Sully: certo, nel 2154 la tecnologia può guarirlo, ma il governo non passa ai propri soldati menomati il top della tecnologia. Costa troppo. Esattamente come ai veterani statunitensi mutilati vengono rifilate protesi d’anteguerra, nonostante ci siano soluzioni ben più moderne. E i soldati sono chiamati a difendere gli interessi di una corporazione anziché quelli della nazione. Completamente perduta, nella traduzione italiana, la citazione dell’espressione “shock and awe” che tanto assurdamente caratterizzò nei media l’attacco all’Iraq e divenne il simbolo dello scollamento dalla realtà di molti militari e politici.

3D e personaggi digitali che funzionano

Usando tecnologie sviluppate appositamente, il regista James Cameron è riuscito a togliere al 3D la sindrome della baracconata e a farlo diventare naturale e arricchente, come il passaggio dal bianco e nero al colore.

Le scene hanno profondità, non rilievo come nei film 3D precedenti: lo schermo sparisce e diventa un’enorme, nitida finestra sull’azione che si svolge oltre lo schermo. Soprattutto è quasi completamente sparito l’odioso effetto “sagoma di cartone” che in passato faceva sembrare che persone e oggetti nei film 3D fossero sagome piatte proiettate su piani differenti. In Avatar gli oggetti e i personaggi (digitali o reali) sono finalmente solidi, tondi, con un effetto estremamente naturale, tanto che ci si dimentica facilmente che il film è in 3D. Quando una tecnologia diventa invisibile, è segno che è matura.

Il rendering dei personaggi digitali e degli ambienti è drasticamente superiore a qualunque tentativo precedente. I pori della pelle, le rugosità e i riflessi, le smorfie d’espressione, lo sguardo degli alieni Na’vi, le trasparenze e i movimenti degli animali fantastici, la loro interazione con gli oggetti e fra di loro, i giochi di luce sono resi in modo sorprendentemente convincente e impossibile da apprezzare attraverso un’immagine statica. Vanno visti in movimento, in 3D e ad alta risoluzione, non in un video di Youtube. Men che meno in una copia pirata scadente. Se piratate Avatar, non avete capito nulla del senso del film.

Storia planetaria di cliché

Avatar è concepito vistosamente per essere comprensibile a un pubblico mondiale di qualsiasi estrazione culturale (non potrebbe essere diversamente, visti i suoi costi): per questo ha un messaggio semplice e universale e una narrazione lineare. Ma questa semplicità è stata ottenuta sacrificando ogni possibile sorpresa nello svolgimento della vicenda. Ogni evento è assolutamente prevedibile; ogni personaggio segue rigorosamente il cliché. Sarebbe bastato qualche guizzo di originalità per farne un capolavoro. Peccato.

Tuttavia la potente, ricchissima creatività visiva delle immagini fa sopportare questa carenza. Per due ore e quaranta ci s’immerge in un mondo diverso. A un prato fiorito mosso dal vento e accarezzato dal tramonto non chiediamo di raccontarci una storia. Lo ammiriamo e basta. Avatar è da prendere così.

Nerd porn: un giro in sala proiezioni 3D

Quella scatoletta rossa che vedete qui accanto, nella mano del gentilissimo proiezionista del Cinestar di Lugano che mi ha concesso di fare una capatina nella sala del proiettore digitale e fare qualche foto, è Avatar 3D. Tutto lì dentro.

Niente pellicola: solo un hard disk che contiene un file cifrato da circa 155 gigabyte, compresso in JPEG2000, in formato 2048 x 858 a 48 fotogrammi al secondo (il doppio di una proiezione 2D). Sull’etichetta, oltre al titolo del film e ai dati tecnici, c’è anche la scritta “Redbird”: il nome in codice usato per non far sapere che si trattava di Avatar durante le prime spedizioni dei dischi alle sale.

Il disco arriva nella scatola imbottita nera che si intravede dietro, sul tavolo, e il proiezionista copia il file al server tramite una normale porta USB. Da lì, una volta sbloccato con la password, che ha scadenza giornaliera, il film viene proiettato tramite un proiettore digitale da 2K (2048 pixel orizzontali) e 5 kW.

Il proiettore è comandato da una postazione sulla quale gira Linux (chiedetevi perché) e che intravedete a destra nella foto qui di fianco. Il proiettore è l’oggetto sopra il rack; il server è quello con le maniglie, dentro il rack.

E per finire

La cosa più brutta di tutto il film? La canzone sui titoli di coda. Pareva Céline Dion che cercava di togliersi di dosso un gatto impigliato nei capelli. Usando una motosega. Al secondo posto, la scomodità degli occhialini per chi ha una canappia ossuta come il sottoscritto. Ma ne vale la pena.

Come dice il critico cinematografico Rogert Ebert, vedere Avatar al cinema fa provare le stesse emozioni che si provavano nel 1977 di fronte a Guerre Stellari: il piacere di uno spettacolo mai visto e la consapevolezza di assistere a un punto di svolta della storia della cinematografia. Buona visione.

Brad Pitt e il Santo Graal della grafica digitale

Brad Pitt e il Santo Graal della grafica digitale

Dopo Benjamin Button, per quanto ancora serviranno gli attori?

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “alessio.masci****” e “ranieri”.

Avete visto Il curioso caso di Benjamin Button, il film in cui Brad Pitt vive alla rovescia, nascendo vecchio e morendo neonato? Allora avrete ammirato, oltre alla storia, anche gli effetti straordinari che hanno invecchiato e ringiovanito gli attori. Avrete anche sentito che il film ha vinto l’Oscar per il miglior trucco.

Credo di avere una sorpresa per voi: per la prima ora del film, quando Brad Pitt è vecchio, non avete visto il suo volto truccato. Vi siete lasciati commuovere da un modello interamente digitale.

Sì. Quella che vedete qui sopra non è l’immagine di un volto umano reale, truccato sapientemente per farlo sembrare vecchio. E’ una creazione interamente computerizzata. Questo risultato stupefacente è giustamente definito il Santo Graal degli effetti speciali da Ed Ulbrich della Digital Domain, la società specializzata in effetti computerizzati che ha realizzato le scene con Pitt “invecchiato”.

Potete seguire Ulbrich che spiega i dettagli tecnici, con video eloquentissimi, in questo filmato di una sua conferenza ai TED Talks. Ulbrich parla in inglese, ma le immagini e la scultura di Benjamin/Pitt parlano da sole. E le smorfie di Brad Pitt dipinto con la vernice fosforescente sono impagabili.

E’ insomma una nuova conquista nel viaggio verso una creatività non più frenata dal budget e dalla prestanza fisica o dalla bellezza degli attori, che permetterà a un numero sempre più vasto di autori di creare opere audiovisive limitate soltanto dal loro talento e non dai cordoni della borsa o dai gusti di un annoiato produttore hollywoodiano. Di questo passo, creare film diventerà come scrivere un libro: lo potranno fare tutti, e l’unica discriminante sarà il talento.

Se pensate che io sia troppo ottimista, considerate che la tecnologia del morphing, introdotta da film come Willow di Ron Howard e resa celebre da Terminator 2, è oggi alla portata di qualunque utente di computer grazie a programmi gratuiti o quasi. Nulla vieta che lo stesso avvenga per la “emotion capture”, come la chiama Ulbrich. La Uncanny Valley è stata ormai superata. Adesso inizia il divertimento.

Non sarà divertimento, però, per gli attori. Certo, per Benjamin Button il modello digitale è stato costruito partendo dalle sembianze e dalle espressioni facciali di Brad Pitt. Ma come spiega Ulbrich, esistono soltanto 70 espressioni di base, comuni a tutte le persone, indipendentemente dalla razza, dall’età, dal sesso e dalla cultura. Basta combinarle per ottenere l’intera gamma di emozioni e reazioni comunicabili tramite il volto, e trasporle sul viso che più ci pare: il nostro, quello di un attore esistente o di una celebrità defunta. E a questo punto si può fare a meno degli attori.

Cosa più inquietante, si può creare un video falso di chiunque e attribuire a quella persona atti e parole a piacimento. Le scene di Kennedy con Tom Hanks in Forrest Gump, vincolate dalla disponibilità di riprese autentiche preesistenti, erano roba da dilettanti in confronto alla libertà totale di ricreare scene offerta dalla modellazione digitale fotorealistica dei volti umani. I regimi totalitari e i settimanali scandalistici sbavano già.

Se Hollywood pensa che il suo problema principale sia la pirateria audiovisiva, sbaglia di grosso e non si rende conto di stare coltivando nel proprio giardino la pianta che sbriciolerà dall’interno le fondamenta di un sistema sempre più scollato dalla realtà.

Quanto conta un trailer di un film? Tanto

Trailer rifatti: Mary Poppins come film horror, Lo Squalo tenera love story… e Brokeback to the Future

Sono purtroppo in inglese e mi manca il tempo di doppiarli o sottotitolarli, ma dovrebbero essere efficaci lo stesso anche se la lingua d’Albione non è il vostro forte: sono i trailer-parodia, assemblati per divertire ma anche per dimostrare quanto sia facile creare un trailer che travisa completamente un film pur usandone le immagini.

La prossima volta che prendete una fregatura al cinema e dite “Ma dal provino sembrava bello…”, ricordatevi di queste demo.

Mary Poppins (con geniale citazione de L’Esorcista):

Shining diventa l’allegra storia di uno scrittore in difficoltà:

Lo Squalo è una tenera storia d’amore incompreso (attenzione: alcune scene sono impressionanti):

Brokeback to the Future: Ritorno al Futuro come non l’avevate mai immaginato:

E per finire, un trailer autentico, quello del prossimo film di Star Trek: sarà ingannevole anche questo? Chi ne ha visto gli spezzoni in anteprima giura di no. Staremo a vedere.