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L’ultima prova di Albert Einstein

L’ultima prova di Albert Einstein

Ultimo aggiornamento: 2016/02/24.

Grande giornata per l’astronomia: l’annuncio della scoperta delle onde gravitazionali schiude orizzonti di ricerca inimmaginabilmente vasti. Per fare il punto della situazione con competenza, lascio la parola (e la tastiera) all’astronomo Paolo G. Calisse, che ho già ospitato con piacere in questo blog.

Paolo Attivissimo

L’ultimo atto della caccia alle onde gravitazionali, la cui esistenza venne teorizzata da Albert Einstein 100 anni fa, intorno al 1916, potrebbe concludersi proprio oggi.

La caccia cominciò alla fine degli anni ’60, con alcuni esperimenti effettuati anche in Italia. Una Barra di Weber, l’antenna gravitazionale che si pensava fosse in grado di rivelare le onde gravitazionali, è visibile ancora oggi all’ingresso del dipartimento di Fisica dell’università di Roma La Sapienza.

In meno di un’ora, alle 15:30 GMT (16:30 ora italiana) di oggi, giovedì 11 febbraio, si terrà una conferenza stampa del LIGO, in cui potrebbe essere comunicata la rivelazione di un evento che confermi l’esistenza di queste onde.

Potete seguirla in diretta cliccando qui o qui (sperando che i server “reggano” la popolarità dell’evento).

Aggiungo i link in chiaro in caso di problemi:

https://www.webcaster4.com/Webcast/Page/219/13131

https://www.youtube.com/user/VideosatNSF/live

Ricordo che nella ricerca ha un ruolo importante anche l’Italia, con un rivelatore vicino a Pisa: VIRGO.

Scriverò se necessario, e se Paolo me lo permette, un articolo con qualche spiegazione del fenomeno e della sua storia, insieme ad un sommario della videoconferenza.

Paolo G. Calisse, 11 febbraio 2016
Prima pagina del lavoro originale di A. Einstein, 1916.

Aggiornamento alle ore 20:00 GMT

Dicono che sia pessimo giornalismo parlare di sè invece che dei fatti, ma questa volta ho la scusa perfetta: avrete letto senz’altro su tutti i giornali e i website cosa è accaduto: di come David Reitze, LIGO Executive Director (CalTech), abbia esordito nella conferenza stampa di oggi dicendo semplicemente, dopo un secondo di pausa, “We have detected gravitational waves!”, “abbiamo rilevato le onde gravitazionali!”, e di come il fenomeno sia la firma dell’amplesso finale di una coppia di buchi neri. Così come forse sapete che il fenomeno è avvenuto circa un miliardo di anni fa, in una regione di spazio nella direzione della Nube di Magellano, e si è svolto ad una velocità inaudita, pari a metà di quella della luce.

Probabilmente avrete anche sentito dire che la perturbazione del tessuto stesso dello spazio-tempo, un’increspatura infinitesimale di ampiezza pari ad un millesimo di nucleo atomico, sia l’effetto di un fenomeno che ha liberato in una frazione di secondo l’energia equivalente alla massa di 3 stelle come il Sole – anche qui, secondo la più famosa equazione einsteiniana: E = mc2, dove m è la massa e c = 300.000 km/s è la velocità della luce. Un’energia spaventosa, pari a cinquanta volte quella emessa da tutte le stelle dell’universo nello stesso intervallo di tempo.

Possiamo anche porci delle domande: cosa sarebbe accaduto se un fenomeno del genere fosse avvenuto, invece che ad 1 miliardo di anni luce di distanza, a 50.000 anni luce, dall’altro lato della nostra Galassia? Nonostante l’energia spaventosa liberata, probabilmente non molto, in quanto le onde gravitazionali non vengono assorbite facilmente dalla materia, e proprio per questo continuano a viaggiare indisturbate proprio come l’onda in una piscina. Non sappiamo però cosa si stesse svolgendo intorno alla danza dei due buchi neri. È probabile che un disco di accrescimento di materia venisse ingoiato dalla mostruosa coppia danzante, emettendo fiotti di radiazione mortale a tutte le frequenze. Ma di per sè, difficilmente le onde gravitazionali sono in grado di interagire con la materia corrente (la cosiddetta materia barionica, quella che siamo abituati a vedere con i nostri occhi).

Quello che vorrei provare a condividere è però come sia rimasta la comunità di scienziati in cui avevo la fortuna di trovarmi di fronte a questa scoperta, anche se separata dal centro dell’azione dall’Oceano Atlantico.

Sentii parlare la prima volta della rilevazione delle onde gravitazionali a causa di un esperimento in procinto di essere avviato, agli inizi degli anni settanta, nel dipartimento in cui ero studente. Un gruppo romano cercava di ripetere il successo (mai confermato) di un sistema costituito da una barra di metallo sospesa nel vuoto a temperature prossime allo zero assoluto (-273.14°C). L’idea era che se un gravitone lo avesse attraversato – ricordiamoci che ogni onda va anche pensata come particella secondo la meccanica quantitistica – la contrazione infinitesima dello spazio-tempo sarebbe stata rivelata da un interferometro posto vicino al sistema, che ne avrebbe misurata una microscopica variazione di lunghezza. Il sistema, chiamato Weber Bar dal nome del suo inventore, nonostante tutti gli sforzi per ridurre il rumore di fondo, non riuscì mai a rivelare alcunché.

Da allora si sono succeduti vari esperimenti sempre più complessi. Oggi LIGO è solo il precursore di quella che diventerà presto una sorta di rete di ascolto delle onde gravitazionali sparsa in tutto il mondo e per questo in grado di identificare molto meglio la direzione di provenienza delle eventuali sorgenti. Di questa rete faranno parte rivelatori analoghi situati in Europa come VIRGO – purtroppo ancora in costruzione – ma anche in Giappone, India, eccetera. Anche osservatori astronomici radio convenzionali come il nascente SKA (Square Kilometer Array) saranno un giorno in grado di rilevare onde gravitazionali, almeno quelle prodotte da meccanismi diversi che creano onde talmente lunghe da necessitare la misura del tempo con orologi in grado di non perdere più di un nanosecondo (un miliardesimo di secondo) in circa trent’anni. SKA sarà infatti in grado di misurare ritardi negli arrivi a destinazione del segnale perfettamente periodico generato da lontanissime pulsar, o stelle di neutroni.

Di onde gravitazionali se ne aspettano di tipi e origine diverse, come ha ricordato Reiner Weiss, dell’MIT e uno degli ormai anziani, ma attivissimi, co-fondatori di LIGO. Ci si aspettano onde prodotte durante le prime fasi di origine dell’universo, da sistemi di pulsar binarie, di buchi neri, eccetera. Onde con tempi caratteristiche di millisecondi, di ore, di giorni, di anni e anche decenni, ognuna essendo la firma univoca del fenomeno che le ha prodotte.

Ma soprattutto, da oggi sappiamo che l’essere umano si è dotato finalmente di un metodo completamente nuovo per guardarsi intorno. È come se avessimo abbattuto il diaframma che ci separava da una grotta gigantesca, grande come lo stesso universo, dalla quale ascoltare i suoni prodotti da specie e fenomeni completamente nuovi. E ogni volta che il rapporto tra segnale e rumore verrà raddoppiato, si potrà osservare una zona di universo otto volte più grande di quella, già immensa, a disposizione da oggi, aumentando geometricamente la probabilità di captare segnali generati da onde gravitazionali.

Bene ha fatto lo stesso Rietze a menzionare Galileo e il suo puntare al cielo, quattrocento anni fa, un telescopio in grado di mostrare un universo completamente diverso da quello che conoscevano tutti coloro arrivati prima di lui. Un universo imperfetto, come le gobbe della luna e le macchie solari. Ma l’aspetto che più ha stupito molti di noi, quasi tutti astronomi, è l’enormità del segnale, la pulizia dell’effetto registrato e la capacità di inferire direttamente il risultato, praticamente ad occhio nudo. In genere i risultati della Big Science odierna richiedono un’analisi statistica accurata, che può durare anni, per arrivare a scrivere numeri che abbiano un senso. È il caso dei grandi esperimenti di fisica delle particelle o di cosmologia, come i risultati di satelliti quali WMAP o Planck. In questo caso invece c’è perfetta correlazione con i modelli, comprensione quasi immediata della distanza alla quale è avvenuta la coalescenza dei due buchi neri attraverso la sua ampiezza, e della massa dei due buchi neri a partire dalla variazione della frequenza. La direzione può essere dedotta, sebbene ancora con grandi incertezze dato il numero limitato di antenne disponibili, attraverso il ritardo tra i due interferometri che fanno parte dell’esperimento LIGO.

Mostruoso.

Kip Thorne, figura leggendaria per tutti coloro che sono attivi nel campo, e autore fra l’altro insieme a John Wheeler e Charles Misner, del gigantesco volume intitolato Gravitation (1279 pagine di formule e grafici sulla teoria della gravitazione, con esempi ed esercizi, per lo più impossibili per la gran parte di noi studenti di allora, e che per lo più veniva usato come “pressa” per foglie, vista la mole), a 75 anni suonati ha saputo spiegare chiaramente in conferenza stampa la teoria dietro al fenomeno.

Nell’aula in cui eravamo raccolti ad ascoltare la videoconferenza non c’era molto rumore di fondo. Il mio vicino di banco editava in tempo reale la voce “Detection of Gravitational Waves” su Wikipedia.

Le equazioni di campo di Einstein, nella loro stesura originale.
Un monumento alla bellezza della matematica.

Ma è comprensibile. Tutti sappiamo che dietro a queste scoperte, l’idea stessa di vedere o comprendere qualcosa che, piccolo o grande che sia, nessuno ha mai visto o compreso prima di noi sia una delle gioie più grandi riservate a chi se l’è saputa conquistare lavorando duramente, spesso per decenni, come in questo caso. Credo anche che questo suggerisca qualcosa di essenziale sulla nostra natura di esseri umani. Sono convinto che la gran parte degli scienziati vorrebbe in fin dei conti che a tutti noi fosse riservata, almeno una volta, la gioia suprema della scoperta. Che si tratti della scoperta teorica, quella sulla carta, o di quella sperimentale, come nel caso di LIGO. Onestamente non credo che esista gioia maggiore di quella data dal successo della nostra creatività, e l’atmosfera che si respirava in questa videoconferenza, da parte di giovani, adulti ed anziani – soprattutto loro, visto il periodo di incubazione che l’esperimento ha richiesto: un quarto di secolo! – ne è la migliore dimostrazione.

Dev’essere stata questa stessa felicità quella che provò, più e più volte, il giovane Einstein, quando con veri e propri salti mortali mentali riuscì a  formalizzare la geometria dello spazio-tempo e ad incatenarla letteralmente alla massa che la occupa nei primi decenni dello scorso secolo. Il solo seguire l’itinerario della sua mente, la capacità di costruire quei 16 numeri che costituiscono i tensori che descrivono la geometria del nostro universo – un potente oggetto matematico di 4 colonne per 4 righe – attraverso le arcinote equazioni di campo partendo dalla conoscenza di uno solo di essi, non dev’essere stata diversa. E’ da queste equazioni che discende l’ipotesi dell’esistenza delle onde gravitazionali insieme a tante altre previsioni e scoperte fondamentali.

100 anni esatti per provare, ancora una volta, che Albert Einstein aveva ragione.

Paolo G. Calisse, 11 febbraio 2016

Aggiornamento 24 Febbraio 2016

Vorrei invitare i più “ardimentosi” tra i lettori di questo blog ad andare a leggere come si arriva alla dimostrazione delle Equazioni di Campo di Einstein, una delle dirette conseguenze delle quali è l’esistenza delle onde gravitazionali.

A meno che non si abbia una buona preparazione in algebra tensoriale è praticamente impossibile seguire per filo e per segno i passaggi, ma anche semplicemente capire di cosa si parla. Comunque sia, visto che si tratta di un’applicazione cristallina di principi del tutto generali, quasi estetici e qualitativi, direi, si può avere un’idea di come questa dimostrazione proceda.

Una dimostrazione, che mi lasciò letteralmente senza fiato quando la vidi mentre ero uno studente di Fisica al III anno, è quella che si trova alle pagine 179-183 del documento pdf (151 del testo) del fondamentale volume Cosmology di Steven Weinberg.

A scando di equivoci, ripeto che è impossibile seguire i passaggi matematici senza una buona preparazione specifica, ma credo che si possa percepire una specie di “aura mistica” nel modo in cui viene effettuata la derivazione, di sottile equilibrio di ipotesi (“guess”) su come “dovrebbero” essere fatte (i cinque punti nella figura qui accanto, a pagina 181 del pdf).  Non ci sono, come in altri casi nella storia della Fisica, i risultati di esperimenti fondamentali, solo un’applicazione geniale di principi del tutto generali.

Alcuni pagagrafi tratti dal volume “Cosmology”,
di Steven Weinberg, con la derivazione delle Eq. di Campo.

Incredibile che una costruzione così apparentemente fragile sia in grado di fornire ancora oggi – vedi le recenti osservazioni di LIGO – risutati sperimentali corretti ed innovativi. Ovvero che si tratti di una teoria “forte”, in grado di prevedere moltissimo a dispetto del fatto che parta da principi teorici tutto sommato abbastanza labili e da un insieme di dati decisamente scarso all’epoca, principalmente a causa del fatto che l’interazione gravitazionale è molto debole rispetto, per esempio, a quella elettromagnetica.

p.s. grazie a Paolo Attivissimo per le numerose correzioni e per l’ospitalità.

Sì, una cometa passerà “vicino” alla Terra a marzo. MORIREMO TUTTI

Sì, una cometa passerà “vicino” alla Terra a marzo. MORIREMO TUTTI

Non ho foto di comete adatte alla notizia, per cui
metto la foto di un gatto, che ci sta sempre bene.

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Moriremo tutti, sì; ma di noia. Il 23 marzo la cometa P/2016 BA14 raggiungerà la propria distanza minima dalla Terra, pari a circa tre milioni e mezzo di chilometri, grosso modo nove volte la distanza fra la Terra e la Luna, ma il suo passaggio non causerà alcun effetto e non ci sarà nulla da vedere: si stima che sarà un oggetto di magnitudine 13 (21 assoluta), quindi completamente invisibile a occhio nudo.

Il pericolo comportato da questo passaggio “ravvicinato” è zero. O meglio, c’è il pericolo che i soliti catastrofisti a caccia di notizie acchiappaclic ne approfittino bassamente. Per cui pubblico qui quest’antibufala astronomica preventiva includendo i dati del Minor Planet Center, riferimento mondiale per asteroidi e comete. L’MPC, fra l’altro, segnala che altre comete si sono avvicinate alla Terra più di questa e non siamo morti. Neanche di noia.

Russian meteor path plotted in Google Maps

Russian meteor path plotted in Google Maps

Latest update / Ultimo aggiornamento: 2016/02/15 21:45.

Copyright EUMETSAT

Meteosat-9 image of meteoroid trail aligned with Kazakhstan border in Google Maps.
Credit: Paolo Attivissimo

I’ve taken the Meteosat-9 image of the Russian meteoroid trail and used the Kazakhstan border that is digitally superimposed on standard Meteosat-9 images to align the image with the border in Google Maps. The result is shown above. The letter A indicates the city of Celyabinsk. Based on this, the trail as photographed would appear to extend for approximately 320 kilometers (200 miles).

I hope this is useful in reconstructing the trajectory of the meteoroid. Please feel free to use the composite image: just link back to this post or mention my name (Paolo Attivissimo) in the credits.

Another plot, made independently by Daniele, is on Flickr here.

This article has been updated to correct the name of the Meteosat satellite, which is Meteosat-9, not Meteosat-10 as reported initially. It was also updated on 2016/02/15 to add that it was linked and credited by astronomer Phil Plait on Slate.

Italiano: ho preso unimmagine del satellite Meteosat-9 che mostra la scia della meteora e l’ho allineata con Google Maps. La lettera A indica la città di Celyabinsk. La scia risulta lunga circa 320 chilometri. Spero che quest’analisi possa essere utile nella ricostruzione della traiettoria e della velocità della meteora.

La vostra prossima suoneria? Createla con le onde gravitazionali

La vostra prossima suoneria? Createla con le onde gravitazionali

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2016/02/13 01:00.

Ieri è stato il grande giorno della scoperta delle onde gravitazionali. Una rivoluzione straordinaria per l’astronomia, che ora ha un canale di esplorazione aggiuntivo oltre alla luce, alle onde radio e ai raggi X già usati dai rispettivi tipi di telescopio per sondare il cosmo. Ma a qualcuno è venuta spontanea la solita, inevitabile domanda: in pratica, questa scoperta cosa cambia?

La risposta seria è che è raro che la ricerca di punta porti a risultati pratici immediati, ma lo fa quasi sempre a lungo termine. Per esempio, i raggi X sembravano una bizzarria fino a quando ci si è resi conto che potevano essere usati per la medicina e la chirurgia e le radiografie non sono diventate subito un’abitudine. Le reazioni nucleari sembravano inutili curiosità fino a quando il mondo ha scoperto con orrore che una singola bomba atomica aveva distrutto la città di Hiroshima. E così via.

Ma la risposta meno seria è che stavolta c’è davvero un risultato pratico subito pronto: la suoneria più cool dell’universo. Ieri, infatti, è stata presentata la conversione in suono dell’onda gravitazionale captata. Eccola:

È un suono inquietante e suggestivo, specialmente se si considera la sua origine straordinaria: due lontanissimi buchi neri, corpi celesti alla cui gravità non sfugge neppure la luce, ciascuno trenta volte più massiccio del nostro Sole, che si sono scontrati e fusi insieme un miliardo e trecento milioni di anni fa, liberando in un istante cinquanta volte più potenza di tutte le stelle nell’universo osservabile e creando un’onda che corre fra le stelle da oltre un miliardo di anni, piegando lo spazio e il tempo, ossia la struttura stessa dell’universo, al suo passaggio.

Convertite questo video in un file audio e usatelo come suoneria. Così quando vi chiederanno che cos’è, potrete rispondere con disinvoltura che è il suono dello scontro stellare più potente mai registrato, o se preferite di due stelle giganti che s’accoppiano fino a diventare una cosa sola.

Non vi convince? Troppo nerd? È sempre meglio di quel petulante e onnipresente fischiettìo che si usa di solito per annunciare l’arrivo di un messaggio.

Asteroide scoperto ieri è passato stamattina a 85.000 km dalla Terra

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Il Minor Planet Center, centro di avvistamento di asteroidi, ha segnalato stanotte che l’asteroide 2016 CM194 sarebbe passato a 0.22 distanze lunari dalla Terra (0.20 DL dalla superficie terrestre), ossia a circa 85.000 km, stamattina alle 7.53 UT (8:53 ora dell’Europa centrale). Le dimensioni stimate sono fra 5 e 19 metri e la velocità è di 6,3 km/s.

I dettagli pubblicati dall’MPC indicano alcuni aspetti interessanti:

– per chi teme una congiura del silenzio, basta guardare quanti osservatori sono stati coinvolti nel tracciamento dell’oggetto;

– per chi teme che non siamo sufficientemente attrezzati per avvistare in tempo eventuali asteroidi in rotta di collisione, va notato che questo asteroide è stato avvistato per la prima volta ieri e quindi non ci sarebbe stato preavviso sufficiente per fare qualunque intervento di deviazione o di preparazione nella zona d’impatto;

– immettendo i parametri noti nel simulatore d’impatti dell’Imperial College e ipotizzando il caso peggiore (asteroide ferroso, quindi massiccio e compatto, e angolo d’impatto di 90°) si ottiene un cratere di circa 500 metri piuttosto devastante; ipotizzando il caso più probabile (asteroide poroso e angolo d’impatto di 45°) si ottiene una frammentazione dell’asteroide nell’atmosfera, senza formazione di cratere ma con pioggia di frammenti e un’onda di pressione quasi trascurabile.

Buona giornata.

Antibufala: avvistato il Pianeta X!

Antibufala: avvistato il Pianeta X!

Molti giornali e siti, come per esempio Repubblica, hanno annunciato pochi giorni fa la “scoperta” di un nuovo pianeta del Sistema Solare. La fantasia dei seguaci delle teorie di fantastronomia, che da anni parlano di un misterioso Pianeta X, sta correndo a briglia sciolta, perché questa scoperta sembra indicare che aveva ragione Zecharia Sitchin, che nel 1976 scriveva di aver tradotto antichi documenti sumeri che identificano un pianeta lontano, denominato Nibiru, che a suo dire sarebbe legato a una civiltà aliena denominata Annunaki o più correttamente Anunnaki.

Ma andando a spulciare i fatti originali si scopre che non è il caso di parlare di “scoperta”: infatti l’annuncio pubblicato dai ricercatori Konstantin Batygin e Mike Brown del California Institute of Technology (“Evidence for a Distant Giant Planet in the solar system,” nel numero di febbraio 2016 dell’Astronomical Journal) riguarda una ipotesi basata su indizi scientifici. Non c’è nessuna osservazione diretta di questo ipotetico pianeta.

Il presunto pianeta, per ora, è semplicemente una possibile spiegazione di un fenomeno curioso: i sei corpi celesti più lontani del nostro Sistema Solare, ben oltre l’orbita di Nettuno, seguono orbite ellittiche disposte tutte nello stesso modo (con la stessa inclinazione e con direzioni molto simili), come se ci fosse una forza che li raggruppa. Secondo i calcoli e le simulazioni di Brown e Batygin, questa forza sarebbe l’attrazione di un pianeta non ancora avvistato, che avrebbe una massa circa dieci volte quella della Terra e orbiterebbe a 96 miliardi di chilometri dal Sole (per fare un paragone, il pianeta più lontano, ossia Nettuno, orbita a 4,5 miliardi di chilometri).

Ma si tratta soltanto di una congettura, sia pure basata su dati concreti: manca ancora la conferma diretta, ossia un avvistamento con un telescopio.

I fan di Zecharia Sitchin, inoltre, non hanno di che gioire: questo ipotetico pianeta descritto dai ricercatori del CalTech non ha nulla in comune con Nibiru. Per esempio, Nibiru orbiterebbe intorno al Sole ogni 3600 anni, mentre il pianeta annunciato in questi giorni orbiterebbe ogni 20.000 anni circa e non passerebbe mai nelle vicinanze della Terra.

Antibufala: la NASA e la foto dell’“Occhio di Dio”

Antibufala: la NASA e la foto dell’“Occhio di Dio”

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “p.ben****” e “e.matte****”. L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Grazie anche a Massimo per la segnalazione. Ultimo aggiornamento: 2008/09/04 23:55.

Quella che vedete qui accanto, secondo un appello che circola da anni e che sarebbe anche ora di stroncare una volta per tutte, è una “foto molto rara, presa dalla NASA con telescopio Hubble. Quest’evento si produce una volta ogni 3000 anni. Questa foto ha già fatto miracoli. Esprimi un desiderio… Noterai cambiamenti nella tua vita oggi stesso. Puoi anche non crederci ma non conservare questa mail per te, manda questa foto ad almeno 7 persone. E’ stata chiamata «Occhio di DIO». Incredibile, da non cancellare. Manda questa foto ai tuoi amici e vedrai quello che succedera. Non interrompere questo giro per favore.”

La foto è sicuramente accattivante, ma è un falso sotto molti punti di vista. Come racconta Snopes.com, l’appello risale almeno al 2003, e non è affatto vero che si tratta di un evento che si produce ogni 3000 anni, tant’è vero che l’oggetto è citato anche nei libri d’astronomia degli anni Sessanta (come vedete qui sotto in un’immagine mandatami da un lettore, Massimo, e tratta da “Le Nebulose e gli universi-isola”, di Giorgio Abetti e Margherita Hack, Einaudi 1959).

L’oggetto astronomico raffigurato è infatti la nebulosa NGC 7293, che se ne sta sempre nel cielo nella costellazione dell’Acquario, e la foto è un montaggio colorato artificialmente a scopo divulgativo (non da un appassionato di Photoshop, ma dagli astronomi) di varie immagini raccolte da telescopi differenti, come si può vedere in questo articolo. Se osservata al telescopio, la nebulosa non ha affatto i colori mostrati nella foto che accompagna l’appello.

Sui presunti poteri miracolosi di quest’immagine decantati dall’appello calerei un velo pietoso.

La foto dell”occhio di Dio” fu pubblicata proprio nel 2003, all’epoca del debutto di questa bufala, da APOD (Astronomy Picture of the Day), un sito che consiglio vivamente: una foto al giorno, prevalentemente a carattere astronomico, per vedere quanto può essere bella la scienza senza dover ricorrere alle panzane della pseudoscienza.

2008/09/04

L’APOD è tornato ad occuparsi di questa nebulosa con questa splendida foto, assai più dettagliata delle precedenti e cliccabile per ingrandirla:

Marte grande come la Luna ad agosto, garantisce un appello via mail

Marte grande come la Luna ad agosto, garantisce un appello via mail

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2015/08/19 00:24.

Circola un messaggio che annuncia un “avvenimento epocale da non perdere”. Ci saranno “due lune nel cielo” il 27 agosto prossimo, a mezzanotte e mezza: “il pianeta Marte sarà il più luminoso nel cielo stellato” e “sarà grande quanto la luna piena”. L’evento andrebbe visto perché si ripeterebbe soltanto nel 2287.

Ecco un esempio di testo dell’appello, che circola in francese con preambolo italiano:

DEUX LUNES DANS LE CIEL

DATE A RETENIR : 27 Août 2009
DEUX LUNES DANS LE CIEL
Le 27 aout prochain, à minuit 30 minutes, regardez dans le ciel.
La planète Mars sera la plus brillante dans le ciel étoilé.
Elle sera aussi grosse que la pleine lune, bien que Mars soit à 34,65
millions de Miles de la Terre. Soyez donc certains de ne pas manquer cet
événement …
Cela nous apparaîtra, à l’oeil nu, comme si la Terre possédait 2 Lunes !!!…
La prochaine fois que cet événement se reproduira sera en l’année 2287!

Partagez cette information avec tous vos amis car PERSONNE en vie
aujourd’hui ne pourra voir cela une seconde fois …

L’appello è irrimediabilmente falso. Si tratta di una versione riconfezionata e aggiornata di una storia che gira almeno dal 2003 e che era in gran parte sbagliata già all’epoca. Non ci sarà nessun appuntamento celeste particolare il 27 agosto prossimo e Marte non sembrerà affatto grande come la Luna. La foto qui sopra mostra una occultazione reale (Marte e Luna visivamente vicini nel cielo), che permette di confrontare le dimensioni apparenti dei due corpi celesti.

Il 27 agosto 2003 (non 2009) l’orbita di Marte portò effettivamente il pianeta rosso alla massima vicinanza alla Terra degli ultimi 60.000 anni, ma rimase comunque a 56 milioni di chilometri (rispetto ai 400.000 circa della Luna, per avere un termine di paragone). In quell’occasione, sei anni fa, era effettivamente più grande e luminoso della media, ma soltanto se visto in un telescopio, e non era assolutamente confrontabile con la Luna piena.

Inoltre Marte si trova grosso modo a questa distanza minima ogni 15-17 anni circa: quello del 2003 fu semplicemente un avvicinamento massimo.

Infine, la data del 2287 c’entra soltanto nel senso che in quell’anno Marte sarà ancora più vicino di quanto lo sia stato nel 2003, ma resterà comunque a decine di milioni di chilometri e continuerà ad apparire come un semplice puntino a occhio nudo.

Si tratta comunque di avvicinamenti normali e per nulla pericolosi: di interesse per gli astronomi, che colgono l’occasione per osservazioni più dettagliate, ma di nessuna conseguenza pratica per la vita di tutti i giorni.

L’equivoco sulle dimensioni paragonabili a quelle della Luna nasce dal passaparola distorto tipico delle catene di Sant’Antonio: la notizia astronomica originale, dalla quale è partita poi la bufala, diceva che Marte sarebbe stato grande come lo è la Luna piena ad occhio nudo se Marte veniva osservato attraverso un telescopio da 75 ingrandimenti. La precisazione s’è persa per strada.

2015/08/19

La bufala è tornata puntuale anche nel 2015, accompagnata dall’immagine qui accanto e da questo testo: “Il 27 agosto Marte sarà visibile ad occhio nudo e sarà grande come la Luna. La prossima volta accadrà nel 2287.” Marte è sempre visibile a occhio nudo: basta sapere dove guardare. E naturalmente neanche quest’anno sarà grande come la Luna: resterà un puntino come al solito.

Chi diffonde questa panzana non sta facendo un favore a nessuno, men che meno a se stesso: sta soltanto dimostrando di essere ignorante e incapace di usare Google, visto che lo sbufalamento è in giro da anni.

Fonti: Snopes.com, Urbanlegends.com

Antibufala preventiva: la foto dell’Europa dallo spazio

Antibufala preventiva: la foto dell’Europa dallo spazio

Molti la faranno girare su Facebook, Instagram, Twitter e gli altri social network spacciandola per un’immagine dei fuochi d’artificio di mezzanotte di questo capodanno che sarebbero visibili dallo spazio, ma la foto qui sopra mostra tutt’altro: secondo Strudel.org, sito specializzato nelle indagini su foto astronomiche taroccate, è una mappa satellitare composita che evidenzia con colori differenti le variazioni dell’illuminazione notturna nel periodo dal 1993 al 2003. Il rosso indica un aumento e il blu indica una diminuzione.

Del resto, non avrebbe senso che tutta l’Europa accendesse i fuochi d’artificio contemporaneamente, visto che i suoi vari paesi sono su fusi orari differenti e quindi festeggiano la mezzanotte in momenti diversi. C’è poi il fatto che non c’è una nuvola in cielo su tutto il continente, e questo pare sospetto.

La fonte originale della foto è http://sabr.ngdc.noaa.gov/ntl/index.html?Defr&europe (sito non più attivo, ma archiviato presso Archive.org). Una versione che copre l’intero pianeta è qui.

Antibufala: a settembre un asteroide colpirà la Terra!

Antibufala: a settembre un asteroide colpirà la Terra!

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2015/08/29 11:45. 

“A settembre un asteroide colpirà la terra. E l’umanità si estinguerà” titola Libero Quotidiano. Lo ribadisce Affaritaliani: “Asteroide colpirà la Terra a settembre. Gli esperti: tsunami e migliaia di morti”. Ci aspetta dunque un brutto rientro dalle vacanze? Possiamo dar fondo ai nostri risparmi perché tanto a settembre moriremo tutti?

Parrebbe di sì, se si considera che la notizia non è pubblicata da blogger catastrofisti anonimi: Affaritaliani e Libero Quotidiano sono testate giornalistiche regolari e registrate, con tanto di direttori responsabili, con tutti i doveri che questo comporta. Questo fatto ha messo parecchio in allarme chi s’informa tramite Internet, anche perché vengono specificate le fonti scientifiche dell’imminente fine del mondo e vengono fatte delle date precise: “L’allarme è dei ricercatori dell’Università di Southampton, Inghilterra” scrive infatti Affaritaliani, aggiungendo che “Secondo alcuni scienziati tra il 22 e il 28 settembre di quest’anno un asteroide enorme colpirà la Terra. Paura sui social, anche se la Nasa tenta di smentire”.

Niente panico. Libero Quotidiano dice che la sua fonte è “il sito leggo.it che riprende il periodico ‘Metro’” (notizia di terza mano, insomma) e che comunque la fonte originale è “un gruppo di teorici del complotto… a seguito di alcuni studi sulla Bibbia”. Non c’è nessun avvistamento astronomico, insomma: solo le congetture di un gruppetto di persone che usa impropriamente la Bibbia come se fosse un manuale d’astronomia e tenta di prevedere la data della fine del mondo con calcoli astrusi. Ricordate com’è andata all’ultimo che ci ha provato, il reverendo americano Harold Camping? Milioni di dollari spesi per annunciare la fine del mondo per il 21 maggio 2011, che poi non è arrivata? Appunto.

La pseudonotizia è riportata anche da altri giornali, come il britannico Mirror, che però mette in chiaro subito nel titolo che si tratta di congetture di complottisti.

Ma che c’entrano i ricercatori dell’Università di Southampton? Di uno viene fatto persino il nome: Clemens Rumpf. Non è un nome inventato, perché c’è davvero un Clemens Rumpf a quell’Università. Ma non ha affatto previsto un impatto di un asteroide per settembre: ha semplicemente pubblicato un articolo tecnico nel quale evidenzia quali sono le zone del mondo che, in caso di un eventuale impatto, subirebbero le maggiori conseguenze. Fra queste zone ci sono quelle costiere, che subirebbero l’effetto devastante di uno tsunami.

Nell’articolo tecnico manca qualunque previsione nefasta per il 22 o 28 settembre o per i giorni fra queste due date (notate che Affaritaliani attribuisce la data ad “alcuni scienziati”, senza farne i nomi; un classico sintomo di poca attendibilità). I giornalisti a caccia di titoli attira-clic hanno usato questo articolo tecnico come spunto per imbastire un annuncio da paura. Perché, si sa, la paura fa novanta. E fa fare novantamila clic che portano incassi pubblicitari.