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Un oggetto da fantascienza, un'idea reale: che cos'è? Una storia esplosiva incredibile ma vera

Un oggetto da fantascienza, un’idea reale: che cos’è? Una storia esplosiva incredibile ma vera


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Sono incappato in una storia di tecnologia assolutamente incredibile ma altrettanto assolutamente reale e documentata. La conoscevo già per sentito dire, ma di recente sono emerse nuove informazioni che ne rivelano la spettacolare (e incosciente) grandiosità.

Ma sono le due del mattino e non ho tempo di raccontarvela subito: così ho pensato di stuzzicare il vostro talento di cercatori della Rete. Vediamo quanto tempo ci mettete a scoprire cos’è raffigurato nell’immagine qui accanto.

Poi vi racconto la storia che c’è dietro quell’oggetto.

Aggiornamento (2006/10/20):

Velocissimi come sempre, siete riusciti ad individuare l’oggetto misterioso. Ebbene sì, è un’immagine del progetto Orion: un veicolo spaziale alimentato a bombe atomiche, figlio delle ricerche degli anni Cinquanta. Si poneva il problema di portare nello spazio grandi carichi (e quando dico grandi, intendo qualche milione di tonnellate), e l’unico “propellente” in grado di produrre un impulso sufficiente era appunto una serie di detonazioni nucleari appena dietro un immenso respingente (quello che vedete alla base del veicolo), che avrebbe smorzato l’urto.

Il progetto fu preso estremamente sul serio, e vi parteciparono le migliori menti dell’epoca, compreso il grande Freeman Dyson. Suo figlio sta ora pubblicando su Flickr documenti e immagini non più segreti e finora inediti, che mostrano a che punto era arrivato il progetto e i calcoli da vera fantascienza che ne erano scaturiti.

Poi arrivarono i trattati contro le detonazioni nucleari nell’atmosfera, e l’idea di una portaerei che decollava per Marte al suono di una ventina di bombe H al minuto non sembrò più tanto simpatica. Piacque però ad Arthur C. Clarke e Stanley Kubrick, che la vollero inizialmente per la propulsione dell’astronave interplanetaria Discovery in 2001: odissea nello spazio. Ma Kubrick ritenne che dopo il suo Dottor Stranamore, presentare un veicolo basato sulle bombe nucleari sarebbe stato poco coerente. Così nel film rimane soltanto una citazione: il veicolo che attracca alla stazione spaziale ed è così sorprendentemente simile allo Space Shuttle si chiama infatti Orion.

A proposito di citazioni, nei commenti vi siete sbizzarriti in altri riferimenti all’uso della propulsione a impulso nucleare nella fantascienza, ma mi sembra che non sia ancora arrivato nessuno a ricordare la citazione del nome Orion nella mitica serie televisiva franco-tedesca Raumpatrouille (in italiano, appunto, Le avventure dell’astronave Orion).

Più concretamente, la NASA ha deciso di battezzare Orion il veicolo che sostituirà lo Shuttle.

Il progetto Orion originale, comunque, non è morto: alcuni suoi documenti, specialmente quelli riguardanti le tecniche di fabbricazione di minibombe atomiche (di dimensioni palmari), sono ancora segreti per ovvie ragioni, e qualora si presentasse la necessità di portare rapidamente nello spazio una grande quantità di attrezzature e materiale (per esempio per deviare un asteroide in rotta di collisione con la Terra), la tecnologia Orion è tuttora l’unica in grado di raccogliere la sfida.

Se penso che negli anni Sessanta c’erano bombardieri e ricognitori trisonici (XB-70, SR-71), aerei di linea supersonici (Concorde) e si andava sulla Luna, sembra quasi che la tecnologia aerospaziale sia regredita, o abbia perlomeno delle grosse crisi di ambizione. Persino la Orion che sostituirà lo Shuttle è ampiamente ispirata al geniale lavoro dell’Apollo.

Bombe H nello spazio!

Bombe H nello spazio!

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“L’esplosione nucleare di stasera potrebbe essere abbagliante: probabile
ottima visibilità”
. Così titolava l’Honolulu Advertiser nel 1962 in occasione di
Starfish Prime: che non era il titolo di un film di fantascienza, ma il
nome dato al progetto statunitense – assolutamente, incredibilmente,
follemente reale – di far esplodere nello spazio una bomba termonucleare mille
volte più potente di quella di Hiroshima, per vedere cosa sarebbe successo.

L’esperimento fu effettivamente realizzato il 9 luglio di quell’anno,
caricando una bomba all’idrogeno da 1,4 megatoni su un missile che la portò a
400 chilometri di quota sopra l’Oceano Pacifico. Sono state da poco rese
pubbliche molte immagini e riprese inedite dell’esplosione, finora tenute
segrete.

È difficile, oggi, immedesimarsi nello stato d’animo di allora. C’era la
Guerra Fredda: l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti si puntavano addosso a
vicenda migliaia di testate nucleari, sufficienti a distruggere la razza umana
più volte, e studiavano metodi sempre più efficaci e letali per compiere
questa distruzione reciproca assicurata.

Nel 1958, l’astrofisico James Van Allen aveva annunciato la scoperta delle
fasce di particelle energetiche (protoni ed elettroni) che circondano la Terra
e che oggi portano il suo nome. Lo stesso giorno in cui fece l’annuncio, Van
Allen si mise d’accordo con i militari per una serie di lanci di bombe
atomiche allo scopo di vedere se erano in grado di distruggere queste fasce.

Questi esperimenti avevano anche obiettivi militari: per esempio, scoprire se
le radiazioni di una detonazione nucleare avrebbero reso più difficile
localizzare missili nemici in arrivo o se li avrebbero invece distrutti, se
l’esplosione avrebbe spinto fino a terra le letali fasce di particelle in
corrispondenza di un bersaglio (per esempio Mosca) e se avrebbe interferito
con le comunicazioni militari.

La disinvoltura nucleare di quegli anni è incredibile, se vista con gli occhi
di oggi. Vari lanci fallirono e fu necessario distruggere i missili mediante
l’apposito comando radio, disperdendo frammenti radioattivi su una vasta zona.
In un caso (Bluegill Prime), il missile fu distrutto sulla rampa di lancio,
contaminando l’area della torre di lancio di plutonio e con i residui chimici
del carburante.

L’esplosione di Starfish Prime, la bomba lanciata da Johnston Island su un
missile Thor, fu visibile dalle Hawaii alla Nuova Zelanda. A Honolulu, negli
alberghi si tennero “Feste della Bomba Arcobaleno” (“Rainbow Bomb Parties”) con il naso all’insù. La detonazione nucleare, infatti, produsse aurore
artificiali e lampi multicolore dovuti all’interazione fra le radiazioni
emesse dalla bomba e l’atmosfera.

Ma gli effetti della bomba all’idrogeno furono molto più significativi di
semplici lampi giganti policromi. L’impulso elettromagnetico prodotto dalla
bomba fu di gran lunga superiore al previsto e causò blackout elettrici alle
Hawaii, a circa 1450 chilometri dal punto di detonazione, fece saltare circa
300 lampioni e almeno un collegamento telefonico in microonde. Tre satelliti
artificiali furono resi permanentemente inservibili e le radiazioni emesse
causarono il progressivo danneggiamento di un terzo di tutti i satelliti in
orbita bassa. Una delle vittime di Starfish Prime fu il primissimo satellite
commerciale per telecomunicazioni, Telstar.

Qui su Youtube potete
vedere uno dei documentari recentemente pubblicati che mostrano i dettagli
dell’esperimento, presentati con un tono che sembra tratto, non a caso, dal
Dottor Stranamore di Stanley Kubrick.

Se volete saperne di più, potete consultare un documentario,
Nukes in Space, narrato da
William Shatner (il capitano Kirk di Star Trek), un dettagliato
articolo di NPR.org
e i video presentati da
Make a History.com.

La prossima volta che qualcuno si lamenta che i giovani d’oggi sono
irresponsabili, provate a ricordare che i loro nonni facevano scoppiare bombe
atomiche nello spazio per fare fuochi d’artificio, senza pensare alle
conseguenze.

L’astronave atomica del dottor Dyson

L’astronave atomica del dottor Dyson

Ho già parlato in passato del progetto Orion, quello che nei primi anni Sessanta proponeva di portare nello spazio enormi veicoli grazie alla detonazione di bombe nucleari dietro un grosso ammortizzatore.

Non era uno scherzo: era un’idea alla quale avevano lavorato seriamente nomi come Freeman Dyson. Furono condotti dei test dimostrativi usando esplosivi convenzionali e si capì che per quanto istintivamente sembrasse una follia, l’idea di portare centomila o più tonnellate nello spazio facendo scoppiare un migliaio di bombe atomiche in rapida successione era praticabile.

Cosa più importante, se oggi ci accorgessimo in ritardo di un grosso asteroide in rotta di collisione con la Terra, la tecnologia di Orion sarebbe probabilmente l’unica in grado di salvare il mondo.

Parti del progetto sono ancora segrete oggi, ma un po’ di documentazione pubblica c’è. La BBC ha intervistato i protagonisti del progetto e raccolto i filmati sconcertanti dei test di quest’idea straordinaria, irripetibile figlia di un periodo in cui si pensava in grande e si glissava sulle conseguenze, e qualche tempo fa ha creato in proposito un documentario intitolato To Mars by A-Bomb, una cui versione forse leggermente rimaneggiata è consultabile su Youtube in inglese (uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette). Grazie all’amico Stefano per la segnalazione.

La retina che fotografa l’assassino? Ne ho scritto su Le Scienze

La retina che fotografa l’assassino? Ne ho scritto su Le Scienze

Fonte: Wikimedia Commons

C’è un mito popolare secondo il quale la retina registrerebbe l’ultima cosa vista prima di morire: l’idea compare per esempio nei film 4 mosche di velluto grigio (1971), Horror Express (1972) e Wild Wild West (1999), nei telefilm Fringe (The Same Old Story, 2008) e Doctor Who (The Ark in Space, 1975, e The Crimson Horror, 2013), e anche ne I Fratelli Kip (1902) di Giulio Verne.

Nel numero de Le Scienze di dicembre scorso c’era un mio articolo dedicato a quest’argomento leggermente macabro. Nel prepararlo ho scoperto cose sorprendenti, che racconto appunto nell’articolo: per esempio, l’immagine qui accanto mostra proprio una di queste “registrazioni” o optografie. È la sagoma di una finestra, impressa sulla retina di un coniglio sacrificato per studiare il fenomeno. Allora il fenomeno è reale? Non proprio, ma per ora non posso fare spoiler.

Oltre a quello che ho scritto nell’articolo c’era parecchio materiale che ho dovuto escludere per ragioni di spazio: se volete approfondire la questione, ecco le principali fonti che ho utilizzato per la ricerca.

– Kühne W, 1878, On the Photochemistry of the Retina and on Visual Purple (trans. by Michael Foster), MacMillan, London.

– Kühne W, 1881, Beobachtungen zur Anatomie und Physiologie der Retina, Heidelberg.

The last image: On the history of optography. Gerstmeyer, Ogbourne, Scholtz. Acta Ophthalmologica 2012 pag. 58; Milan 2012Nok 2012.

Optograms and criminology: science, news reporting, and fanciful novels. Lanska DJ. Prog Brain Res. 2013;205:55-84. doi: 10.1016/B978-0-444-63273-9.00004-6.

Optometry and optograms. The College of Optometrists.

Dead Men’s Eyes: A History of Optography. The Chirurgeon’s Apprendice.

Optograms and Fiction: Photo in a Dead Man’s Eye, di Arthur B. Evans, in Science-Fiction Studies, XX:3 #61, (Nov. 1993): 341-61 (altra versione qui).

C’è anche una discussione interessante delle citazioni letterarie e cinematografiche degli optogrammi su The Straight Dope. Infine segnalo che esiste un sito dedicato all’optografia: il Museum of Optography di Derek Ogbourne, che raccoglie una testimonianza video particolarmente interessante in questa pagina. Buona lettura, se non siete impressionabili.

Piccolo promemoria per chi pensa che l’uomo sia l’essere “superiore”

Uno scimpanzé che non solo riconosce dieci simboli, ma li sa mettere in sequenza. E lo sa fare anche quando i simboli compaiono sullo schermo per un istante e poi vengono coperti. Voi come ve la cavereste?

Nel thread che accompagna il tweet che ho incorporato qui sopra viene spiegato che gli umani, con l’evoluzione, hanno perso questa spettacolare capacità di memoria fotografica a breve termine e in compenso hanno acquisito la capacità del linguaggio. Il cervello umano distribuisce le proprie risorse in maniera differente, non necessariamente migliore, e con l’addestramento un umano può raggiungere risultati paragonabili. Eppure c’è tanta gente che pensa che l’uomo sia divinamente superiore a ogni altra creatura e che questo gli dia il diritto di dominare il pianeta. Con i risultati che vediamo. Un po’ di modestia, ogni tanto, non farebbe male.

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Antibufala: l’immagine di tutta l’acqua sulla Terra raccolta in una “goccia” gigante

Antibufala: l’immagine di tutta l’acqua sulla Terra raccolta in una “goccia” gigante

Credit: Howard Perlman, USGS; globe illustration
by Jack Cook, Woods Hole Oceanographic
Institution (©); Adam Nieman.

Su Internet capita spesso di imbattersi nell’immagine mostrata qui accanto: un globo terrestre nel quale tutta l’acqua, si dice, è stata raccolta in un’unica grande sfera. Che però stranamente occupa solo circa metà degli Stati Uniti. È facile pensare che si tratti di un’esagerazione o di una licenza poetica per sottolineare la necessità di gestire responsabilmente una risorsa limitata, ma non è così: non è una bufala. L’immagine, per quanto incredibile, rappresenta la realtà.

La fonte di quest’immagine, infatti, è l’autorevole USGS, che la pubblica e spiega in una pagina apposita insieme a molti altri dati e grafici. La sfera d’acqua misura circa 860 miglia (circa 1380 km di diametro). Il velo d’acqua che copre gran parte del pianeta, se radunato così, sembra davvero misero.

Ma la cosa più impressionante è che accanto a questa sfera grande ce ne sono due molto più piccole: quella intermedia misura circa 270 km di diametro e rappresenta tutta l’acqua dolce del mondo (presente nel sottosuolo, nei laghi, nelle paludi e nei fiumi): quella che possiamo usare per vivere e per coltivare e che ammonta a circa il 2,5% di tutta l’acqua del pianeta. La sfera più piccola delle tre, invece, rappresenta l’acqua dolce disponibile nei laghi e nei fiumi e ha un diametro di circa 56 km.

Quella pallina azzurra è tutta l’acqua che si contende l’umanità. Non conviene sprecarla.

L’ultima prova di Albert Einstein

L’ultima prova di Albert Einstein

Ultimo aggiornamento: 2016/02/24.

Grande giornata per l’astronomia: l’annuncio della scoperta delle onde gravitazionali schiude orizzonti di ricerca inimmaginabilmente vasti. Per fare il punto della situazione con competenza, lascio la parola (e la tastiera) all’astronomo Paolo G. Calisse, che ho già ospitato con piacere in questo blog.

Paolo Attivissimo

L’ultimo atto della caccia alle onde gravitazionali, la cui esistenza venne teorizzata da Albert Einstein 100 anni fa, intorno al 1916, potrebbe concludersi proprio oggi.

La caccia cominciò alla fine degli anni ’60, con alcuni esperimenti effettuati anche in Italia. Una Barra di Weber, l’antenna gravitazionale che si pensava fosse in grado di rivelare le onde gravitazionali, è visibile ancora oggi all’ingresso del dipartimento di Fisica dell’università di Roma La Sapienza.

In meno di un’ora, alle 15:30 GMT (16:30 ora italiana) di oggi, giovedì 11 febbraio, si terrà una conferenza stampa del LIGO, in cui potrebbe essere comunicata la rivelazione di un evento che confermi l’esistenza di queste onde.

Potete seguirla in diretta cliccando qui o qui (sperando che i server “reggano” la popolarità dell’evento).

Aggiungo i link in chiaro in caso di problemi:

https://www.webcaster4.com/Webcast/Page/219/13131

https://www.youtube.com/user/VideosatNSF/live

Ricordo che nella ricerca ha un ruolo importante anche l’Italia, con un rivelatore vicino a Pisa: VIRGO.

Scriverò se necessario, e se Paolo me lo permette, un articolo con qualche spiegazione del fenomeno e della sua storia, insieme ad un sommario della videoconferenza.

Paolo G. Calisse, 11 febbraio 2016
Prima pagina del lavoro originale di A. Einstein, 1916.

Aggiornamento alle ore 20:00 GMT

Dicono che sia pessimo giornalismo parlare di sè invece che dei fatti, ma questa volta ho la scusa perfetta: avrete letto senz’altro su tutti i giornali e i website cosa è accaduto: di come David Reitze, LIGO Executive Director (CalTech), abbia esordito nella conferenza stampa di oggi dicendo semplicemente, dopo un secondo di pausa, “We have detected gravitational waves!”, “abbiamo rilevato le onde gravitazionali!”, e di come il fenomeno sia la firma dell’amplesso finale di una coppia di buchi neri. Così come forse sapete che il fenomeno è avvenuto circa un miliardo di anni fa, in una regione di spazio nella direzione della Nube di Magellano, e si è svolto ad una velocità inaudita, pari a metà di quella della luce.

Probabilmente avrete anche sentito dire che la perturbazione del tessuto stesso dello spazio-tempo, un’increspatura infinitesimale di ampiezza pari ad un millesimo di nucleo atomico, sia l’effetto di un fenomeno che ha liberato in una frazione di secondo l’energia equivalente alla massa di 3 stelle come il Sole – anche qui, secondo la più famosa equazione einsteiniana: E = mc2, dove m è la massa e c = 300.000 km/s è la velocità della luce. Un’energia spaventosa, pari a cinquanta volte quella emessa da tutte le stelle dell’universo nello stesso intervallo di tempo.

Possiamo anche porci delle domande: cosa sarebbe accaduto se un fenomeno del genere fosse avvenuto, invece che ad 1 miliardo di anni luce di distanza, a 50.000 anni luce, dall’altro lato della nostra Galassia? Nonostante l’energia spaventosa liberata, probabilmente non molto, in quanto le onde gravitazionali non vengono assorbite facilmente dalla materia, e proprio per questo continuano a viaggiare indisturbate proprio come l’onda in una piscina. Non sappiamo però cosa si stesse svolgendo intorno alla danza dei due buchi neri. È probabile che un disco di accrescimento di materia venisse ingoiato dalla mostruosa coppia danzante, emettendo fiotti di radiazione mortale a tutte le frequenze. Ma di per sè, difficilmente le onde gravitazionali sono in grado di interagire con la materia corrente (la cosiddetta materia barionica, quella che siamo abituati a vedere con i nostri occhi).

Quello che vorrei provare a condividere è però come sia rimasta la comunità di scienziati in cui avevo la fortuna di trovarmi di fronte a questa scoperta, anche se separata dal centro dell’azione dall’Oceano Atlantico.

Sentii parlare la prima volta della rilevazione delle onde gravitazionali a causa di un esperimento in procinto di essere avviato, agli inizi degli anni settanta, nel dipartimento in cui ero studente. Un gruppo romano cercava di ripetere il successo (mai confermato) di un sistema costituito da una barra di metallo sospesa nel vuoto a temperature prossime allo zero assoluto (-273.14°C). L’idea era che se un gravitone lo avesse attraversato – ricordiamoci che ogni onda va anche pensata come particella secondo la meccanica quantitistica – la contrazione infinitesima dello spazio-tempo sarebbe stata rivelata da un interferometro posto vicino al sistema, che ne avrebbe misurata una microscopica variazione di lunghezza. Il sistema, chiamato Weber Bar dal nome del suo inventore, nonostante tutti gli sforzi per ridurre il rumore di fondo, non riuscì mai a rivelare alcunché.

Da allora si sono succeduti vari esperimenti sempre più complessi. Oggi LIGO è solo il precursore di quella che diventerà presto una sorta di rete di ascolto delle onde gravitazionali sparsa in tutto il mondo e per questo in grado di identificare molto meglio la direzione di provenienza delle eventuali sorgenti. Di questa rete faranno parte rivelatori analoghi situati in Europa come VIRGO – purtroppo ancora in costruzione – ma anche in Giappone, India, eccetera. Anche osservatori astronomici radio convenzionali come il nascente SKA (Square Kilometer Array) saranno un giorno in grado di rilevare onde gravitazionali, almeno quelle prodotte da meccanismi diversi che creano onde talmente lunghe da necessitare la misura del tempo con orologi in grado di non perdere più di un nanosecondo (un miliardesimo di secondo) in circa trent’anni. SKA sarà infatti in grado di misurare ritardi negli arrivi a destinazione del segnale perfettamente periodico generato da lontanissime pulsar, o stelle di neutroni.

Di onde gravitazionali se ne aspettano di tipi e origine diverse, come ha ricordato Reiner Weiss, dell’MIT e uno degli ormai anziani, ma attivissimi, co-fondatori di LIGO. Ci si aspettano onde prodotte durante le prime fasi di origine dell’universo, da sistemi di pulsar binarie, di buchi neri, eccetera. Onde con tempi caratteristiche di millisecondi, di ore, di giorni, di anni e anche decenni, ognuna essendo la firma univoca del fenomeno che le ha prodotte.

Ma soprattutto, da oggi sappiamo che l’essere umano si è dotato finalmente di un metodo completamente nuovo per guardarsi intorno. È come se avessimo abbattuto il diaframma che ci separava da una grotta gigantesca, grande come lo stesso universo, dalla quale ascoltare i suoni prodotti da specie e fenomeni completamente nuovi. E ogni volta che il rapporto tra segnale e rumore verrà raddoppiato, si potrà osservare una zona di universo otto volte più grande di quella, già immensa, a disposizione da oggi, aumentando geometricamente la probabilità di captare segnali generati da onde gravitazionali.

Bene ha fatto lo stesso Rietze a menzionare Galileo e il suo puntare al cielo, quattrocento anni fa, un telescopio in grado di mostrare un universo completamente diverso da quello che conoscevano tutti coloro arrivati prima di lui. Un universo imperfetto, come le gobbe della luna e le macchie solari. Ma l’aspetto che più ha stupito molti di noi, quasi tutti astronomi, è l’enormità del segnale, la pulizia dell’effetto registrato e la capacità di inferire direttamente il risultato, praticamente ad occhio nudo. In genere i risultati della Big Science odierna richiedono un’analisi statistica accurata, che può durare anni, per arrivare a scrivere numeri che abbiano un senso. È il caso dei grandi esperimenti di fisica delle particelle o di cosmologia, come i risultati di satelliti quali WMAP o Planck. In questo caso invece c’è perfetta correlazione con i modelli, comprensione quasi immediata della distanza alla quale è avvenuta la coalescenza dei due buchi neri attraverso la sua ampiezza, e della massa dei due buchi neri a partire dalla variazione della frequenza. La direzione può essere dedotta, sebbene ancora con grandi incertezze dato il numero limitato di antenne disponibili, attraverso il ritardo tra i due interferometri che fanno parte dell’esperimento LIGO.

Mostruoso.

Kip Thorne, figura leggendaria per tutti coloro che sono attivi nel campo, e autore fra l’altro insieme a John Wheeler e Charles Misner, del gigantesco volume intitolato Gravitation (1279 pagine di formule e grafici sulla teoria della gravitazione, con esempi ed esercizi, per lo più impossibili per la gran parte di noi studenti di allora, e che per lo più veniva usato come “pressa” per foglie, vista la mole), a 75 anni suonati ha saputo spiegare chiaramente in conferenza stampa la teoria dietro al fenomeno.

Nell’aula in cui eravamo raccolti ad ascoltare la videoconferenza non c’era molto rumore di fondo. Il mio vicino di banco editava in tempo reale la voce “Detection of Gravitational Waves” su Wikipedia.

Le equazioni di campo di Einstein, nella loro stesura originale.
Un monumento alla bellezza della matematica.

Ma è comprensibile. Tutti sappiamo che dietro a queste scoperte, l’idea stessa di vedere o comprendere qualcosa che, piccolo o grande che sia, nessuno ha mai visto o compreso prima di noi sia una delle gioie più grandi riservate a chi se l’è saputa conquistare lavorando duramente, spesso per decenni, come in questo caso. Credo anche che questo suggerisca qualcosa di essenziale sulla nostra natura di esseri umani. Sono convinto che la gran parte degli scienziati vorrebbe in fin dei conti che a tutti noi fosse riservata, almeno una volta, la gioia suprema della scoperta. Che si tratti della scoperta teorica, quella sulla carta, o di quella sperimentale, come nel caso di LIGO. Onestamente non credo che esista gioia maggiore di quella data dal successo della nostra creatività, e l’atmosfera che si respirava in questa videoconferenza, da parte di giovani, adulti ed anziani – soprattutto loro, visto il periodo di incubazione che l’esperimento ha richiesto: un quarto di secolo! – ne è la migliore dimostrazione.

Dev’essere stata questa stessa felicità quella che provò, più e più volte, il giovane Einstein, quando con veri e propri salti mortali mentali riuscì a  formalizzare la geometria dello spazio-tempo e ad incatenarla letteralmente alla massa che la occupa nei primi decenni dello scorso secolo. Il solo seguire l’itinerario della sua mente, la capacità di costruire quei 16 numeri che costituiscono i tensori che descrivono la geometria del nostro universo – un potente oggetto matematico di 4 colonne per 4 righe – attraverso le arcinote equazioni di campo partendo dalla conoscenza di uno solo di essi, non dev’essere stata diversa. E’ da queste equazioni che discende l’ipotesi dell’esistenza delle onde gravitazionali insieme a tante altre previsioni e scoperte fondamentali.

100 anni esatti per provare, ancora una volta, che Albert Einstein aveva ragione.

Paolo G. Calisse, 11 febbraio 2016

Aggiornamento 24 Febbraio 2016

Vorrei invitare i più “ardimentosi” tra i lettori di questo blog ad andare a leggere come si arriva alla dimostrazione delle Equazioni di Campo di Einstein, una delle dirette conseguenze delle quali è l’esistenza delle onde gravitazionali.

A meno che non si abbia una buona preparazione in algebra tensoriale è praticamente impossibile seguire per filo e per segno i passaggi, ma anche semplicemente capire di cosa si parla. Comunque sia, visto che si tratta di un’applicazione cristallina di principi del tutto generali, quasi estetici e qualitativi, direi, si può avere un’idea di come questa dimostrazione proceda.

Una dimostrazione, che mi lasciò letteralmente senza fiato quando la vidi mentre ero uno studente di Fisica al III anno, è quella che si trova alle pagine 179-183 del documento pdf (151 del testo) del fondamentale volume Cosmology di Steven Weinberg.

A scando di equivoci, ripeto che è impossibile seguire i passaggi matematici senza una buona preparazione specifica, ma credo che si possa percepire una specie di “aura mistica” nel modo in cui viene effettuata la derivazione, di sottile equilibrio di ipotesi (“guess”) su come “dovrebbero” essere fatte (i cinque punti nella figura qui accanto, a pagina 181 del pdf).  Non ci sono, come in altri casi nella storia della Fisica, i risultati di esperimenti fondamentali, solo un’applicazione geniale di principi del tutto generali.

Alcuni pagagrafi tratti dal volume “Cosmology”,
di Steven Weinberg, con la derivazione delle Eq. di Campo.

Incredibile che una costruzione così apparentemente fragile sia in grado di fornire ancora oggi – vedi le recenti osservazioni di LIGO – risutati sperimentali corretti ed innovativi. Ovvero che si tratti di una teoria “forte”, in grado di prevedere moltissimo a dispetto del fatto che parta da principi teorici tutto sommato abbastanza labili e da un insieme di dati decisamente scarso all’epoca, principalmente a causa del fatto che l’interazione gravitazionale è molto debole rispetto, per esempio, a quella elettromagnetica.

p.s. grazie a Paolo Attivissimo per le numerose correzioni e per l’ospitalità.

Scoperte le onde gravitazionali? Andiamoci piano

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2016/02/11 22:10.

Probabilmente avete sentito in giro la “notizia” della presunta scoperta delle onde gravitazionali: le perturbazioni dello spaziotempo che secondo la teoria della relatività generale verrebbero prodotte quando due corpi celesti di grandissima massa, per esempio due stelle di neutroni, si avvicinano ed entrano in collisione. È una previsione di Einstein ancora da confermare e come tale un’eventuale conferma sarebbe roba da Nobel garantito.

Ora si è diffusa la voce che un esperimento, il LIGO (Laser Interferometer Gravitational-Wave Observatory), abbia rilevato queste onde. Ma è soltanto una voce: specificamente, tutto si basa su due tweet del fisico Lawrence Krauss, che ha detto di aver avuto un’indiscrezione anticipata sui risultati del LIGO che confermerebbe l’osservazione delle onde. Krauss stesso ha precisato che è un rumor, ossia una voce, e poi ha aggiunto che la voce è confermata ma che non ha parlato con nessuno dei ricercatori del LIGO.

In altre parole, la credibilità scientifica della “notizia” per ora è zero. Se le onde gravitazionali sono state davvero osservate, lo sapremo per certo quando i ricercatori pubblicheranno un articolo scientifico. Fino a quel momento abbiamo a che fare semplicemente con aria fritta e con l’entusiasmo prematuro di un fisico. Se volete tutti i dettagli, Science ha pubblicato un buon sunto della situazione.

Aggiornamento (2016/02/11 22:10): L’articolo scientifico è finalmente uscito e quindi ora non si tratta più di una semplice voce non confermata, ma di una grande notizia. È il momento di stappare una buona birra alla salute di Einstein e dei ricercatori ai quali dobbiamo questa nuova finestra sull’Universo.

Non crederete ai vostri occhi

Un’illusione classica diventa realtà

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2011/08/27.

L’illusione della scacchiera e dell’ombra è un classico, eppure vederla in azione è sempre spettacolare. Però di solito la si presenta disegnata. Stavolta, invece, si tratta di un modello fisico, reale, tridimensionale. State a guardare questo video, segnalato da Bad Astronomy di Phil Plait.

No, non è un effetto digitale. Se non ci credete, provate voi stessi a confrontare i colori isolandoli dal contesto, per esempio mascherando il resto dell’immagine. È una delle più belle dimostrazioni di come il cervello non vede affatto come una macchina fotografica, ma interpreta la realtà sulla base di alcuni assunti. Di solito la interpreta egregiamente, ma quando questi assunti vengono meno, il sistema d’interpretazione va in tilt. E questi sono i risultati. Ricordatelo, la prossima volta che qualche diversamente furbo strilla che non c’è bisogno di fare un’indagine scientifica ma basta guardare.

Aggiornamento

Vista l’incredulità di molti, ho realizzato personalmente (con l’aiuto di mia figlia) un modello che ricrea il fenomeno. Il video è qui.

Non crederete ai vostri occhi (di nuovo)

Non crederete ai vostri occhi (di nuovo)

Per chi dubitava dell’illusione della scacchiera

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2011/08/28.

Ci sono stati parecchi increduli di fronte al video della scacchiera: molti hanno sospettato manipolazioni video o digitali di qualche genere. Così ho chiesto a mia figlia Linda di creare con Photoshop una scacchiera che riproducesse il fenomeno. Confesso che anch’io non ho creduto ai miei occhi: l’illusione è perfetta e funziona anche conoscendone il meccanismo percettivo.

Ecco il video spiccio e sporco del mio piccolo esperimento in famiglia, fatto senza alcuna elaborazione digitale:

Se qualcuno non si fida della mia parola, posso pubblicare la spiegazione e le istruzioni per ripetere l’esperimento.

Aggiornamento (2011/08/28)

Come alcuni lettori hanno indovinato, l’ombra sulla scacchiera è disegnata sulla scacchiera e non è prodotta dal cilindro nero. È calibrata in modo da scurire i quadrati chiari rendendoli uguali a quelli scuri. Il cervello interpreta il contesto dell’immagine e si convince che si tratti di un’ombra; non è un errore, ma è la scelta più sensata, perché normalmente quando una zona di una forma ripetitiva e regolare è più scura è perché è in ombra.

Ecco la scacchiera fotografata senza cilindro:

Questa è l’immagine creata da mia figlia con Photoshop: scaricatela, stampatela, procuratevi un oggetto cilindrico e stupite i vostri amici, colleghi e studenti con il potere della scienza!